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Monti non deve far paura al Pd

Il Pd non ha motivo per innervosirsi per ciò che Monti deciderà su se stesso. Se si ha fiducia in una persona, ribadita e confortata dai fatti lungo un difficile anno di intensi rapporti, insistere in azioni dissuasive non può che trasmettere un’immagine di insicurezza quasi più psicologica che politica.
Infatti, da qualche giorno Bersani ha modificato l’approccio al tema. Non più «spero che Monti non si schieri», bensì «deciderà lui e comunque sarà la prima persona con la quale dialogherò dopo il voto ». Par di capire che il segretario Pd cominci a mettere in conto l’eventualità di Monti candidato e voglia evitare di farsene spiazzare.
Quanto alle altre reazioni, rispetto alla apodittica frase dalemiana («moralmente discutibile se Monti si schierasse in campo contro di noi») suonano meglio le dichiarazioni di chi dall’ala sinistra (Vendola, Enrico Rossi) si dice contento che Monti a Bruxelles sia uscito allo scoperto confessando l’appartenenza ai conservatori europei: se non altro non tirano in ballo categorie scivolose come la morale.
Meglio rimanere sulla politica.
Abbiamo già scritto che Monti sbaglierebbe a esporsi alla testa del centro minoritario di Casini-Montezemolo, ma solo perché il suo status ne verrebbe istantaneamente diminuito con danno non tanto per lui stesso (alla fine, affari suoi) quanto per ciò che rappresenta agli occhi del mondo.
Non prendiamo in considerazione l’ipotesi che Monti si carichi i naufraghi berlusconiani: è un’idea talmente insensata che perfino Montezemolo la respinge. Ciò che il premier cercherà di fare, non sappiamo come, è allargare l’area di consenso parlamentare alla continuità delle sue politiche.
Certo, Bersani potrebbe sentirsi ferito dalla sfida diretta, dopo la fatica fatta per sostenere Monti davanti all’elettorato diffidente.
Ma occorre guardare oltre. Intanto per sottolineare che il Pd su Monti e con Monti può discutere, mentre gli altri possono solo invocarlo: è una bella differenza. E poi il Pd è già forte su risanamento e crescita: sfidato, dovrebbe alzare i suoi standard, certo non ripiegare sulle «posizioni radicali» paventate da D’Alema. Ne guadagnerebbe, la sua vittoria sarebbe più netta.
Infine, nel caso remoto che Monti divenisse capo di una parte, vorrebbe dire che il berlusconismo a quel punto è estinto e l’Italia è definitivamente nella maturità democratica. Chi ha a cuore, oltre che il proprio, l’interesse generale, dovrebbe gioirne.

Pubblicato il 15/12/2012 alle 12.49 nella rubrica Diario.

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