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Un bel regalo, una sfida sana

È bello e giusto, ce l’hanno anche suggerito, ma non possiamo farlo come titolo di questa edizione straordinaria di Europa: «Il Pd ha già vinto le primarie».
Non possiamo farlo per il semplice motivo che l’abbiamo già fatto. Più di due mesi fa, il 21 settembre, quando la campagna che si chiude oggi (o fra una settimana) era ai suoi primi passi.
Erano passi difficili, duri, un cammino che sembrava in salita.
Polemiche, dubbi, paure. Le fastidiose schermaglie sulle regole. Pressioni sul segretario Bersani perché non si esponesse inutilmente, non mettesse a rischio il partito. Attacchi a Matteo Renzi per aver lanciato una sfida distruttiva. Ironie su Nichi Vendola: solo nel 2011 era la grande promessa e ormai sembrava inabissato.
Non è neanche giusto oggi infierire sui molti che questa giornata straordinaria non avrebbero voluto celebrarla.
Semplicemente, non avevano colto il cambio di stagione. Reagivano in maniera difensiva all’incognita delle primarie perché legati a uno schema rigido di avvicinamento alle elezioni di primavera. Come gli allenatori che considerano solo la propria squadra e non si curano delle condizioni del campo e delle mosse degli avversari.
Qui è il grande merito che va riconosciuto, comunque vadano le cose nel conteggio di stasera, soprattutto a Pier Luigi Bersani e a Matteo Renzi.
Hanno motivazioni diverse, obiettivi diversi, anche idee sensibilmente diverse su importanti punti politici. Almeno per oggi vanno considerati fino in fondo antagonisti fra loro, e con gli altri tre candidati. In comune però Bersani e Renzi hanno di aver obbligato l’intera scena politica nazionale a uno scarto straordinariamente positivo.
Non c’è solo il beneficio per il Pd e per il centrosinistra. Che è evidente, certificato da sondaggi molto seri, assolutamente costanti e coincidenti. C’è l’effetto a catena sugli altri partiti, obbligati a definirsi pena la marginalizzazione.
E c’è – come sottolinea sempre Bersani – il gran regalo fatto alla democrazia nel suo insieme: mesi e anni a scrivere di scandali, ruberie, sprechi, del distacco e anzi del rancore dei cittadini verso la politica. E poi, una domenica di fine novembre, ecco lo spettacolo di partecipazione al quale stiamo assistendo. Anzi, del quale siamo tutti protagonisti: cosa ben diversa dall’essere spettatori o tifosi.
Qui c’è un’altra intuizione: che i partiti, in questa fase, non sarebbero stati in grado di guarirsi da sé, guarire il sistema, riconnettersi alla società infuriata. Ne è prova ciò che in parlamento sta accadendo – o meglio, non sta accadendo – intorno alla riforma elettorale, per non dire delle altre riforme mancate del sistema politico.
Dunque è giusto per i partiti riconoscere i propri limiti e consegnarsi agli italiani.
Come avverrà nel marzo prossimo per una cruciale tornata elettorale. Come il centrosinistra ha avuto la forza, la preveggenza e il coraggio di fare per il proprio campo. Come, a quanto pare, è impossibile fare nel devastato centrodestra post-berlusconiano (oppure a quanto pare, peggio per loro, tuttora berlusconiano). Come infine non sono in grado di fare né i sedicenti ultrà della democrazia dal basso di M5S; né i partiti e i movimenti aggregati in quell’area centrale che sarebbe tanto importante se non fosse frenata al tempo stesso dalla immaturità dei newcomers montezemoliani e dall’obsolescenza dell’eterna Udc.
Se qualcuno avesse pianificato a tavolino questo brillante autunno del Pd, sarebbe un genio.
Sappiamo che non è andata così, sappiamo che s’è proceduto per strappi, ripensamenti, improvvisazioni, slanci individuali. Badate però che alla fine i conti tornano, nulla capita per caso.
Il Pd può trovarsi in questa felice circostanza grazie all’incrocio fra alcune sue virtù fondative e un decisivo innesto recente.
Grazie a coloro che l’hanno fondato, e grazie a Bersani che lo dirige da tre anni, il Pd è un partito vero. Molto distante dalla perfezione, e afflitto dai mali di tutti i partiti del mondo in questo tornante storico, ha però una solidità intrinseca. È un progetto che corrisponde a un pezzo grande d’Italia: né l’uno né l’altra sono provvisori. Solo così si spiega come mai solo il Pd (che ha avuto i suoi guai, e grossi) rimanga in piedi nella frantumazione delle sigle della Seconda repubblica.
In questa solidità, che ha sconfinato spesso nella staticità, ha fatto breccia un potente moto di innovazione.
Guardate i nomi e i volti delle donne e degli uomini che in queste settimane hanno invaso i dibattiti in tv (realizzando, per inciso, un colpo di comunicazione politica dal valore inestimabile). Guardate le tre firme che oggi su Europa hanno accettato, su nostra richiesta, di “rappresentare” la visione per l’immediato domani dei candidati principali. Guardate chi ha organizzato in tutta Italia quelle manifestazioni sempre stracolme – il vero fatto nuovo, un’attenzione spasmodica per le proposte di tutti i candidati di queste primarie.
Ebbene, questi nomi, questi volti, queste firme, sono già i nuovi dirigenti del centrosinistra. È in atto un drastico ricambio di ceto politico. Non senza immaturità e delusioni. E certo non senza che ci siano (e ci saranno, vedrete) forti resistenze da parte della nomenklatura precedente. Ma ciò che doveva accadere perché il Pd tenesse il passo del cambio di Repubblica, sta accadendo.
Abbiamo già scritto, non c’è bisogno di ribadire oggi, che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il coraggio di Renzi e senza la lungimiranza di Bersani. Puppato, Vendola e Tabacci, ognuno di loro ha portato un mattone a questo edificio. Non ce ne vogliano gli ultimi due, ma il popolo che oggi si metterà in fila ai seggi li considera già dentro un solo partito, più grande e plurale: sarà uno dei temi del dopo primarie.
Fra Bersani e Renzi, oggi o domenica prossima, uno perderà. Entrambi però usciranno da questo confronto con una statura da leader che non avevano prima e che, al di là delle esagerazioni dei tifosi più sfegatati, è ormai reciprocamente riconosciuta.
Il patrimonio accumulato dal centrosinistra potrà essere speso al servizio del paese se loro due e l’intero nuovo gruppo dirigente sapranno sciogliere rapidamente le ruggini delle primarie e gettarsi alla conquista dei consensi necessari a governare: oggi ai seggi avremo tante persone in più rispetto alle previsioni. Ma per quante esse siano, per cambiare l’Italia occorre conquistare il cuore e il cervello di un popolo tanto più vasto e ancora tanto diffidente.

Pubblicato il 25/11/2012 alle 18.19 nella rubrica Diario.

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