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Giornali
14 novembre 2012
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"Europa", meno carta e molto più web
Da domani i lettori di Europa troveranno in edicola – nelle città nelle quali usciamo ancora in edicola – un giornale diverso. Nuovo. Più agile. Pensiamo più elegante nella forma grafica. Con un paio di novità, alcuni contenuti importanti in più rispetto alla copia che avete in mano in questo istante.
Indubbiamente, però, sarà anche un giornale più leggero: la carta sarà di qualità migliore dell’attuale ma le pagine saranno di meno. Quattro, al massimo sei. Dense, ricche, con il meglio delle firme che ci hanno accompagnato nei quasi dieci anni della nostra vita. Ma di meno.
Il fatto è che il momento preannunciato da molto tempo è arrivato, o meglio quasi arrivato. Mentre ci leggete, Europa s’è messa in marcia per la sua migrazione verso la rete.
Come tanti altri giornali piccoli, medi e grandi di tutto il mondo, andiamo là dove i lettori ormai cercano le notizie in misura crescente. Dove scorre il più potente flusso di informazioni. Dove le notizie possono essere contestualizzate e proposte ricorrendo agli strumenti più immediati e moderni. Dove si accende e vive il dibattito e il confronto con i lettori.
Nel nostro caso – piccolo giornale politico che non ha mai avuto dati di vendita alti – andiamo là dove già da molti mesi abbiamo trovato molti più lettori e molto più interesse di quello suscitato nel faticoso e dispendioso sforzo quotidiano di raggiungere tutte le edicole d’Italia.
La migrazione sarà progressiva, durerà poche settimane. Quando sarà terminata (entro Natale, con traguardi intermedi significativi in occasione delle primarie) continuerete a trovare la vostra copia cartacea sia pure nella versione ridotta. Ma avrete sulla rete all’indirizzo www.europaquotidiano.it un giornale online continuamente aggiornato, molto più ricco di contenuti di quanto Europa sia mai stata da quando l’abbiamo fondata nel 2003.
Saremmo ipocriti se cercassimo di far credere che questo passo sia stato intrapreso di assoluta spontanea volontà.
Come tanti altri nell’informazione nel mondo in questa fase, dobbiamo adeguarci a un cambiamento epocale che come sua prima conseguenza reca una contrazione drammatica delle vendite, dei ricavi da diffusione e pubblicità, purtroppo dei posti di lavoro.
È in atto una rivoluzione tecnologica che, come tutte le rivoluzioni industriali, modifica i costumi, i consumi, le abitudini, interviene pesantemente sulla domanda e sull’offerta.
L’ondata si abbatte sui più grandi gruppi editoriali, sulle testate più famose e potenti, sulle redazioni più rinomate e orgogliose. Dal New York Times al Pais, dal Guardian a Newsweek, nessuno è risparmiato, con gradi diversi di emergenza. La rivoluzione digitale e le nuove pratiche di fruizione dell’informazione si affiancano alla crisi economica generale: l’effetto è decuplicato. Nessuna azienda regge difendendo i propri equilibri tradizionali.
Per noi questo passaggio epocale ha una traduzione specifica. Altri fattori, locali e specifici intervengono a complicare il quadro.
Le risorse pubbliche per il sostegno all’editoria minore politica, di idee, cooperativa (sostegno sacrosanto, che difenderemo sempre) vengono tagliate sistematicamente e brutalmente da anni. La Fnsi ha lanciato il suo grido di dolore. Settanta testate che rischiano di chiudere. Quattromila persone di perdere il lavoro. Se si ritiene, come Beppe Grillo, che questa sia una buona notizia, vuol dire che si ha del mercato dell’informazione una concezione oligopolista, darwiniana, roba che neanche l’estrema destra più neoliberista.
La riduzione generale e brusca delle risorse arriva a coincidere con una stagione nella quale ogni eccesso di spesa appare insopportabile all’opinione pubblica, soprattutto se di mezzo ci stanno la politica e i suoi strumenti, giornali compresi anzi spesso giornali per primi.
Si costruisce tanta demagogia su questo sentimento, però ci sono molte buone ragioni. È doveroso farci i conti. Perché una cosa è sostenere piccole testate che non potrebbero sopravvivere non avendo accesso alle risorse pubblicitarie. Un conto è pretendere di andare avanti con attività totalmente diseconomiche, non sostenibili e difficilmente giustificabili.
C’è una ragione antica e nobile nello sforzo dei giornali politici e di partito per raggiungere le edicole di ogni città e paese, pur sapendo che saranno poche le copie vendute. Ma oltre un certo limite questo sforzo si fa spreco. Diventa indifendibile. Finisce per dar ragione alle critiche più distruttive, tanto più in considerazione appunto dell’esplosione di nuove e meno dispendiose forme di giornalismo.
Anche per questo Europa ha deciso dal luglio scorso di tagliare drasticamente tiratura e diffusione. Una scelta dolorosa, che ci è costata l’abbandono di molte regioni d’Italia e la perdita di contatto con affezionati lettori: è stata anche un’assunzione di responsabilità nei confronti della collettività, mentre agli italiani si impongono sacrifici duri. Quella scelta ha avuto un seguito nell’ulteriore abbattimento dei costi di produzione grazie all’accordo sindacale che consente ora riduzione bilanciata di stipendi e orari di lavoro con la formula dei contratti di solidarietà.
Nella crisi siamo fortunati, perché gli antichi promotori di Europa, gli eredi della Margherita, hanno deciso di darci un ultimo sostegno al momento di chiudere la spaventosa vicenda delle malversazioni della loro cassa.
È grazie a questo sostegno che partiamo fiduciosi per il nostro trasloco. Grazie alla disponibilità di corpo redazionale e azienda. Grazie all’interesse che verso di noi manifestano tanti lettori vecchi e nuovi. Grazie all’incoraggiamento e all’aiuto che ci viene dal Partito democratico, che riconosce Europa come strumento libero e autonomo ma appartanente al suo stesso mondo, senza mai aver avuto la pretesa di orientarci o condizionarci. Nei prossimi giorni avremo occasione di raccontare il seguito di questo progetto. La sua parte migliore: non più ciò che si perde o che non si può più fare, ma ciò che si acquista, il molto che si potrà fare di più e di meglio (sempre se ne saremo capaci).
Fra tre mesi compiremo dieci anni: una bella età per un giornale tradizionale, l’anno uno della nuova Europa
permalink | inviato da stefano menichini il 14/11/2012 alle 9:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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