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Politica
10 febbraio 2012
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Monti, il Pd e l'Italia che piace a Obama
Il successo di Mario Monti negli Stai Uniti è stato talmente clamoroso, che qui in Italia ci si è preoccupati, giustamente, di abbassare un po’ i toni retorici. Si fa presto a passare dalla vergogna di essere italiani davanti al mondo, al giustificato compiacimento per il nuovo ruolo, fino all’esagerazione di credersi davvero i salvatori dell’Europa. È evidente che Obama si aggrappa a qualsiasi leader che possa contribuire a stabilizzare la situazione oltre Atlantico: se siamo diventati parte della soluzione invece che del problema, bene. Ma rimaniamo nei nostri panni.
Detto questo, Monti torna oggi a Roma con una forza decuplicata rispetto solo a una settimana fa. C’è da aspettarsi che Napolitano, alla prima occasione, sottolinei questa novità.
La prima verifica del potere contrattuale del governo sarà, al senato, la conversione del decreto sulle liberalizzazioni, che il premier ha chiesto da Washington di lasciare quasi immutato: sul punto avevamo già registrato prima del viaggio l’alleggerimento delle pressioni lobbistiche veicolate dal Pdl. Come, all’opposto, Bersani è parso confermare il via libera del Pd a un accordo sul mercato del lavoro che si spinga fino a ritoccare i criteri di applicazione dell’articolo 18: la mediazione Cisl ha fatto strada.
Naturalmente c’è sempre il paradosso per cui, quanto più Monti si rafforza in Italia e fuori, tanto più possono affiorare le insofferenze dei partiti nei suoi confronti.
Berlusconi non può aver vissuto con piacere le scene dalla Casa Bianca e la copertina di Time confrontata a quella in cui appariva lui. Da qualche tempo però la strategia della freddezza s’è trasformata nel Pdl in strategia dell’appropriazione: hanno capito l’errore madornale che stavano compiendo.
Il Pd occupa già, con più naturalezza, la posizione di “primo sostenitore”, cosa che gli italiani hanno percepito come si vede dai sondaggi. Il suo problema d’ora in poi sarà di non contraddire la scelta, non compromettere il vantaggio. Dipenderà anche dal tipo di Italia che prospetterà per il dopo-Monti: non potrà essere la negazione dell’Italia che piace a Obama.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2012 alle 19:56


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