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Politica
22 febbraio 2010
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Bonino, candidato che digiuna vince?
Emma Bonino in sciopero della fame e della sete rappresenta un doppio problema.
Il primo problema è ovviamente quello che Bonino pone, cioè il mancato rispetto delle regole di informazione e di disponibilità delle sedi istituzionali per la raccolta e la convalida delle firme necessarie a presentarsi alle elezioni regionali. Un tema antico, che sempre si ripresenta in occasione di consultazioni importanti per liste di piccole formazioni che non vogliano ricorrere a trucchi per aggirare l’ostacolo del quorum di sottoscrizioni da raccogliere.
Su questo punto i radicali hanno ragioni da vendere, e non si può negare loro il diritto a farle valere con gli strumenti di lotta che praticano da decenni. Per bocca del segretario Bersani, il Pd è dalla loro parte.
Il secondo problema si apre invece intorno alla figura della stessa Bonino. Ieri qualcuno ha accennato a una polemica per la sua assenza dalla manifestazione di presentazione dei candidati del centrosinistra.
Polemica sbagliata, se si rivolge alla Bonino l’accusa di voler spingere con questo gesto le liste radicali: è una scelta naturale, figlia della genesi di una candidatura che il Pd non ha concordato, ma ha accettato una volta che i radicali l’avevano decisa autonomamente.
Il problema oggettivo è che agli occhi dell’elettorato laziale, la Bonino che non beve e non mangia (tornano alla memoria i memorabili digiuni di Pannella, ingestione di urina compresa) torna a essere a tutti gli effetti radicale, di nome e di fatto. Cioè campionessa di una militanza politica totale, spinta fino all’estremo, fino a pratiche che ne segnano una irriducibile diversità dall’universo conosciuto dei politici (per non dire degli amministratori, considerando la carica alla quale si candida).
È un bene, è un male, visto che qui si tratta di conquistare il voto non di minoranza politicizzate ma di vaste masse di voto d’opinione? Impossibile e sbagliato chiedere a chicchessia di essere diverso da ciò che è, figurarsi a un radicale. Diciamo che la scommessa è al limite. E che, se il Lazio dovesse scegliere l’estremo di un digiunatore totale per farsi governare, vorrebbe dire che tanti paradigmi della politica andrebbero rivisti. Speriamo.

permalink | inviato da stefano menichini il 22/2/2010 alle 19:35


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