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Politica
31 marzo 2012
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Monti lancia un avviso per il dopo-Monti
La drammatizzazione ricercata negli ultimi giorni da molti giornali e da qualche politico si stempera, com’era facilmente prevedibile e come avevamo previsto.
Non perché la situazione del paese non sia grave: recessione dichiarata, disoccupazione crescente, aumento dei prezzi, pressione fiscale, flusso del credito al minimo, ora anche la nuova fiammata dello spread. I segnali positivi delle ultime settimane sembrano dimenticati. Le tragedie individuali di lavoratori, imprenditori, artigiani assurgono a rango di simbolo.
Eppure non s’accende la miccia accesa da chi vorrebbe far esplodere l’Italia sull’esempio greco. La tensione c’è, i sindacati organizzano la protesta. Tutto però rimane allo stato di dialettica politica. I varchi per risolvere le questioni più dure sono ancora aperti.
La lettera di Monti al Corriere ripropone lo schema di rapporto fra governo e partiti già enunciato spesso. Fa presente – lo notavamo su Europa nel giorno del discorso di Seoul – che c’è una comunicazione verso l’esterno che non va confusa con quella domestica. E qui Monti inserisce la vera criticità, quella della quale dovrebbero farsi carico tutti invece di dedicarsi a elucubrazioni sull’ideologia sommersa dei professori, sul loro dna di destra, sul pensiero unico bocconiano o sul disprezzo per la democrazia nascosto dietro le parole sullo scarso consenso dei partiti (tutte cose lette non solo su manifesto o Fatto ma anche su Repubblica e Unità, su Giornale e Libero).
L’unico problema che ci si dovrà porre per il dopo-Monti, e che proprio Monti ricorda, è come fare a mantenere l’efficacia delle decisioni e l’indispensabile credito internazionale miracolosamente recuperati da novembre a oggi. È un problema di persone, certo, ma soprattutto di politiche, e di consapevolezza dei limiti che il paese non ha affatto superato, della necessità di completare e applicare riforme struturali che sono appena ai primi passi.
I segretari dei partiti della maggioranza hanno ogni diritto di battersi sulle proprie posizioni già adesso, in ogni occasione in cui questo sia possibile. Sanno però di avere margini di manovra limitati: la rottura, teoricamente sempre possibile in politica, stavolta non è consentita.
Qualunque partito decidesse di far saltare il tavolo, fosse anche per ottimi motivi, verrebbe immediatamente additato come il responsabile di un ritorno all’indietro: alla stagione dei calcoli di parte, dei veti, degli interessi politici a breve anteposti al bene generale. L’opinione pubblica, per molti motivi intrecciati fra loro, ha già una forte predisposizione negativa: sarebbe implacabile nella condanna (e davvero qui destra e sinistra non c’entrano). Non parliamo neanche dei giudizi internazionali.
Pier Luigi Bersani sa tutto questo e, pur scontando enormi difficoltà ambientali, si sta dimostrando abile a tenere insieme la fedeltà all’operazione Monti e l’autonomia del proprio partito.
Sulla vicenda più difficile di tutte, la riforma del mercato del lavoro, quello che era stato annunciato, presentato e in parte gestito come un bagno di sangue per il Pd potrebbe trasformarsi nel suo opposto: una prova di forza ed equilibrio politico dalla quale uscire come il vero partito-perno del sistema, centrale per far passare le riforme, anche quelle più difficili.
Tutto si giocherà sulla manovra parlamentare, appoggiata a una mobilitazione sociale non isterica: dalla Cei alla stessa Cgil, passando per Cisl e Uil e il mondo delle imprese minori, tutti coloro che hanno segnalato i problemi della riforma hanno però anche respinto le istanze di assoluta conservazione dell’esistente. È una ragionevolezza alla quale Monti e Fornero non possono voltare le spalle, e che il Pd può interpretare in maniera concreta lasciando ad altri – a Di Pietro, purtroppo a Vendola, alle varie schegge dell’antipolitica in competizione fra loro – la parte non simpatica e fine a se stessa degli urlatori.
In questo modo di afferma e si costruisce, qui e adesso, il diritto a presentarsi domani agli elettori come una forza di governo giusta e responsabile.
Guarda caso, esattamente ciò che suggerisce Monti nella lettera al Corriere: nella vicenda italiana attuale, tutti devono cambiare un po’, i partiti non potranno uscirne uguali a come vi sono entrati. Ben prima che li usasse Monti, però, questi erano gli argomenti di chi, nel Pd, si batteva per l’ipotesi del governo di transizione anche per contrastare l’illusione (presente nel Pd e nel centrosinistra) di una autosufficienza elettorale, politica e programmatica già acquisita.
I fatti hanno dimostrato che no, non eravamo pronti. Che non è stata solo generosità, quella di Bersani nel cedere e nel condividere il peso del governo della crisi. Non è vero che il centrosinistra, sia pure unto dalla volontà popolare, sarebbe stato in grado di fare meglio di quanto è stato fatto da novembre a oggi: la parte che stanno recitando Di Pietro e a tratti anche Vendola lo conferma. Per dire tutta la verità: i leader sindacali non avrebbero concesso a un ministro di centrosinistra (probabilmente un loro ex collega) ciò che hanno concesso a Fornero, per il semplice motivo che non gli sarebbe stato richiesto.
Bene allora se Bersani impedisce che si commettano ora (in vista del Piano nazionale delle riforme di Monti) gli errori che si stavano per commettere nel 2011 quando nel Pd ci si irrigidiva sulla intangibilità del sistema pensionistico, sulla intoccabilità dell’articolo 18, sulla impraticabilità del pareggio di bilancio in Costituzione: affermazioni perentorie destinate a essere travolte da un processo politico più forte.
Molto più fruttuoso, politicamente, stare dentro questa stagione come protagonisti, anzi possibilmente come problem-solver, come potrebbe essere sull’articolo 18. Non è solo un ruolo obbligato, per cause di forza maggiore: sono le fondamenta del nuovo Pd, competitivo nel 2013 contro chiunque. Allora non è così sorprendente, né episodico, che su queste basi Bersani abbia ricostruito l’unità interna. 
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
30 marzo 2012
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Napolitano in soccorso
È il governo del presidente: nella buona e quindi anche nella cattiva sorte. Con Mario Monti, Giorgio Napolitano ha condiviso fin qui l’ondata di consenso e di aspettative positive. L’opinione diffusa continua a essere largamente favorevole, ora però i due presidenti devono condividere anche l’inevitabile rimbalzo negativo. Emergono le conseguenze (sottovalutate) delle misure drastiche sulle pensioni; l’aumento delle tasse colpisce nelle buste paga; la crisi di liquidità morde le piccole imprese e i lavoratori autonomi. La sofferenza sociale è trasversale, ma diventa dramma e anche tragedia personale per artigiani, commercianti, le figure individuali più esposte.
Non c’è contraddizione fra il consenso che i sondaggi concedono ancora a Monti, e la palpabile crescente insoddisfazione. Il premier gode della mancanza di alternative, della credibilità comunque superiore rispetto agli altri attori politici, del confronto vantaggioso con un passato impossibile da rimpiangere. Anche per questo Bersani s’è innervosito per le battute asiatiche del premier: perché (eclissatosi oltretutto Berlusconi) l’impatto negativo dal paese arriva solo addosso a lui.
Per questo si rende necessaria l’interposizione di Napolitano. Ha voluto lui questa situazione, senza mai nascondere che la crisi economica fosse terribile, ma ora che comincia ad alzarsi l’insofferenza (non solo quella organizzata dai sindacati), è il momento per il capo dello stato di spendere in difesa del governo, del quadro politico e quindi indirettamente dei partiti l’enorme patrimonio di credibilità accumulato negli anni.
Ecco allora partire dal Quirinale l’appello all’accordo fra le parti sociali, ecco il riferimento ai giovani, ecco il varco riaperto alla modifica in parlamento delle norme sui licenziamenti. Ed ecco l’ombrello offerto ai partiti perché conducano avanti riforme elettorali e istituzionali neanch’esse destinate a suscitare entusiasmi popolari 
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Politica
29 marzo 2012
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monti pd pdl napolitano
Monti l'Asiatico
Avranno anche loro grossi problemi, ma India, Corea, Cina e Giappone messi in fila rappresentano una cassaforte di liquidità impressionante, sei volte le riserve di tutta l’area euro. Mercati finanziari ancora aggressivi e in espansione. E anche se dalle dichiarazioni ufficiali ai fatti c’è una distanza da colmare, se Monti tornerà dal suo viaggio avendo rimesso l’Italia nel mirino asiatico, questo sarà un considerevole successo.
Oltre tutto, come scriviamo oggi su Europa, Monti è stato ricevuto nelle capitali asiatiche più da ambasciatore dell’euro, rafforzato dal viatico di Obama, del Wsj, della business community occidentale, che da premier italiano. E anche questo ruolo pare esser stato assolto con qualche risultato.
A fronte di queste dimensioni dell’impegno montiano, le nevrosi romane sul suo rapporto con i partiti appaiono fuori luogo. Non perché Monti non possa essere contestato, o perché gli si possano consentire atteggiamenti di superiorità. Il problema è che i partiti, dal giorno del voto di fiducia, hanno imboccato una strada che non consente grandi scarti. E quanto più Monti ha successo, tanto meno chi lo appoggia può scartare.
Non è un caso che negli ultimi giorni Pd e Pdl si siano rimbeccati su chi volesse segretamente aprire la crisi e andare alle urne: stavano entrambi precostituendo (Casini lo fa da mesi) l’argomento polemico contro l’avversario eventualmente colpevole di far saltare l’operazione “salva Italia” impersonificata da Monti stesso. Insomma: forse sono innervositi dal successo del premier, certo ci tengono ad apparire i suoi più saldi sostenitori.
Vista la malizia comunicativa del personaggio, non c’è da dubitare che al suo ritorno dall’Asia Monti troverà il modo, in tandem col capo dello stato, di mettere anche questo ulteriore risultato diplomatico sulla bilancia.
Sulla bilancia di che cosa? Parlando di ambizioni personali, di qualcosa di più elevato della presidenza del consiglio italiana. Parlando di equilibri politici, di un assestamento del paese su un modello liberale dal quale sia difficile discostarsi per chiunque venga dopo.
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Politica
28 marzo 2012
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Riforma elettorale, sconfitta inevitabile
Per diciotto anni, a ogni elezione, almeno una certezza gli italiani l’hanno avuta: un minuto dopo la chiusura dei seggi elettorali, o al massimo qualche ora dopo, si sapeva chi avrebbe governato nella legislatura successiva.
Non sarà mai più così, se l’accordo confermato ieri dai segretari dei partiti di maggioranza reggerà nei prossimi mesi, fino al perfezionamento di una nuova legge. Le premesse perché l’operazione riesca, nonostante lo scetticismo diffuso, ci sono. In particolare c’è, esplicito, l’apprezzamento e il sostegno del capo dello stato: Napolitano aveva prospettato più volte esattamente questa divisione di compiti nell’ultimo scorcio di legislatura fra governo, parlamento e partiti.
La fine del maggioritario all’italiana così come l’abbiamo conosciuto dal 1994 ha il sapore amaro di una sconfitta, di un fallimento collettivo. Credo che agli italiani piacesse – magari ad alcuni per mero spirito agonistico – l’abitudine di individuare rapidamente vincitori e vinti. L’opposto dei fumosi, controversi e (apparentemente) sempre uguali turni elettorali della Prima repubblica.
Ma non è colpa di Alfano, Bersani e Casini se ci avviamo a un sistema che di nuovo, probabilmente, rinvierà alle trattative dopo il voto la formazione delle maggioranze di governo, o quanto meno la definizione dei pesi interni alle stesse e del nome del premier.
I tre segretari si trovano solo ad apporre il sigillo a un sistema che è fallito da sé. Qualcuno dirà che è finito la sera delle dimissioni di Berlusconi: non si sarà sbagliato di molto. In realtà, il fallimento s’è trascinato anno dopo anno, in un contrasto sempre più solo muscolare, nel quale contava solo chi aveva un paio di parlamentari in più.
Ora s’accenderà battaglia, soprattutto da parte di chi si sente minacciato dalla soglia di sbarramento. Ma la vigilanza più alta dovrà riguardare altro: che torni il diritto autentico di scelta dei parlamentari. E che le ampie coalizioni possano essere una variabile possibile, una delle soluzioni, in qualche modo decise dagli elettori: non l’unico inevitabile esito. 
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Politica
27 marzo 2012
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È il contrario della crisi
I lettori di giornali – e a maggior ragione il presidente Monti – dovrebbero da oggi valutare le notizie politiche facendo la tara della campagna elettorale per le amministrative virtualmente iniziata. Certe fiammate polemiche tra Pd e Pdl, la querula auto-riproposizione del Terzo polo come vero “partito di Monti”, le ricorrenti sparate di Di Pietro: tutto va inquadrato dentro quella che i partiti considerano inevitabilmente la mission principale.
Per mettere al riparo il lavoro del governo e del parlamento in questa fase è meglio smussare gli angoli. Per esempio l’osservazione fatta dal premier sulla possibilità di mollare «nel caso l’Italia non fosse pronta per le riforme» va intesa come una ipotetica del terzo tipo: in realtà il paese sta dimostrando un’eccezionale tenuta e anzi reattività positiva alla cura da cavallo propinata dal governo, come Monti stesso ricorda sempre agli interlocutori stranieri. Né ci si può lamentare più di tanto dell’Italia politica, se la maggioranza è ancora lì dopo che per quattro mesi i partiti hanno dovuto accettare misure che, ognuno per parte propria, andavano contro i rispettivi programmi ed elettorati.
Ieri poi il Pd ha compiuto un piccolo capolavoro, che Monti (e Napolitano) avranno silenziosamente apprezzato: invece di cedere alle tentazioni (e alle proposte) di aprire nel paese e nelle piazze una vertenza sul lavoro, tutte le componenti si sono strette intorno all’obiettivo di correzioni parlamentari sull’articolo 18. La riforma ne risulterà più equilibrata e, anche se la Cgil non si placherà, il Pd avrà allo stesso tempo rinforzato la posizione del governo e rilanciato se stesso come perno dell’alleanza.
Fresco di citazioni berlingueriane, Bersani ha compiuto nel Pd una tipica operazione centrista che anche molti ex dc avranno potuto riconoscere come parte del proprio bagaglio. La convergenza delle ali è stata piena, compreso il ripudio delle logiche correntizie. Come s’addice a un partito in campagna elettorale; a un partito comunque primo nei sondaggi nazionali; e a un partito che sa di dover continuare a difendere davanti alla propria gente scelte non facili. 
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Politica
24 marzo 2012
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La parabola del Narciso e della cozza
A qualcuno fa rabbia, ai più fa tristezza, la parabola di un uomo che esordì sulla ribalta nazionale con la sfida coraggiosa alla grande e potente Dc di Giulio Andreotti e Salvo Lima, e chiude la carriera con una piccola ripicca contro Fabrizio Ferrandelli, candidato sindaco di anni trentadue.
Dalla fine poco gloriosa dell’epopea di Leoluca Orlando si possono però trarre due lezioni politiche che vanno oltre l’episodio palermitano, di portata limitata.
La prima riguarda l’esaurirsi della stagione del narcisismo. Ne abbiamo avuto segnali, a partire dal sostanziale ritiro dalle scene del Narciso numero uno. Ma Berlusconi è stato la punta più alta di un fenomeno che si è intrecciato col maggioritario all’italiana, finendo per rappresentarne una delle caratteristiche più moleste.
Non solo il governo dei Monti e Fornero ma anche i partiti dei Bersani e Alfano nascono dagli eccessi dei Narcisi: i quali sono piaciuti e hanno fatto sognare, ma in definitiva hanno incarnato leadership fragili. Troppo legate alla persona, ai suoi umori e alle sue alterne fortune, per reggere l’urto della crisi, del tempo delle scelte. La personalità del leader in politica continuerà a essere irrinunciabile, ma non potrà più gonfiarsi ed essere portata in giro fra partiti e partitini senza suscitare fastidio. Ne terranno conto i giovani emergenti.
La seconda lezione è in realtà una ripetizione: sulla inaffidabilità di Di Pietro e della sua gente. È cosa arcinota, abbiamo già scritto che il Pd farebbe di tutto pur di non dover più contare su questa alleanza (il discorso su Vendola è diverso, casomai riguarda la prima parte di questo articolo). Purtroppo ci sono già passati altri prima di Bersani: di Di Pietro è quasi impossibile liberarsi. L’opportunismo gli consente di stringere patti d’acciaio, violarli il giorno dopo, lanciare le accuse più folli e poi ripresentarsi da amicone come se nulla fosse.
Non si fa scaricare, Di Pietro, resta attaccato come una cozza allo scoglio di coalizione che lo nutre. Finirà per farci piacere un sistema elettorale proporzionale solo perché forse lì si potrà mettere in un canto il suo narcisismo infedele.
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Politica
23 marzo 2012
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A chi conviene la drammatizzazione?
La temperatura è scesa di botto. Abbiamo vissuto mercoledì un giorno di dramma, ieri la situazione s’è stabilizzata: difficile, complicata, conflittuale, ma non quella tregenda di cui abbiamo letto ieri su molte prime pagine.
La partita sulla riforma del mercato del lavoro è aperta. Oggi il governo varerà un provvedimento ampio e innovativo, pieno di contributi portati in due mesi dalle parti sociali, e lo consegnerà al parlamento. Qui la maggioranza si misurerà sulle modifiche che, in particolare sui licenziamenti economici, sono considerate necessarie da settori diversi della società e della politica.
Sarebbe stato da ingenui aspettarsi che Monti modificasse il proprio testo già ieri: c’è una logica, nel consegnare la responsabilità al parlamento. Rientra nella dialettica istituzionale. Casomai sarebbe stato improprio cambiare le carte sulla base di pressioni e trattative sotterranee, che pure ovviamente ci sono.
Sarà però utile tornare alla drammatizzazione di mercoledì. Un po’ opera di politici e sindacalisti, un po’ dei media. Epicentro del terremoto virtuale, sempre il Pd, del quale subito si è evocata la scissione, la fine, la morte sull’altare del tema più caldo per i suoi elettori. Certo ha giocato la pigrizia di chi facendo i giornali prova a ricreare nell’era Monti il clima surriscaldato che abbiamo alle spalle.
Si avverte però anche la voglia neanche tanto sottile di liquidare l’anomalia Pd separandolo in una presunta sinistra sociale e una presunta destra liberale, che se esistessero davvero sarebbero entrambe minoritarie e perdenti. Il Pd è molto di più. In questa occasione, rappresenta la speranza per il mondo del lavoro di ammodernarsi senza lasciare nessuno indietro, anzi includendo la galassia degli esclusi.
Sul mercato politico nessuno è in grado adesso di garantire analoga centralità nel dibattito e nello sforzo riformista. Che lo si attacchi da fuori per questo motivo, si capisce bene. Ma se qualcuno all’interno volesse rinunciare a una simile straordinaria chance, questo si spiegherebbe solo con la irriducibilità del ben noto filone tafazzista della sinistra italiana. 
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Politica
22 marzo 2012
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articolo 18 monti fornero pd camusso cgil
La soluzione non è lontana
Se c’è una logica in quanto è accaduto nelle ultime ore, non dovrebbe essere difficile trovare una soluzione per consegnare all’Italia (e in particolare ai giovani e alle donne) la buona riforma del mercato del lavoro del ministro Fornero. Il punto di rottura è talmente focalizzato e specifico, a fronte di cambiamenti che investono l’intero mondo del lavoro, che il danno in caso di fallimento non vale il rischio degli irrigidimenti.
Qui non sono in ballo i cosiddetti equilibri politici, qui conta la sostanza. La forzatura vera di Monti non è stata neanche sull’articolo 18, bensì sull’abrogazione del metodo consociativo che ha fin qui deresponsabilizzato la politica, attribuendo alle parti sociali un potere di veto (la famosa “firma”, che stavolta non ci sarà) inaccettabile in una società molto più complessa e ampia di quanto siano le loro rappresentanze.
Questa è l’acquisizione strategica del governo, in aggiunta alle modifiche elencate da Fornero. Questa è la novità che non potrà non essere colta dai famosi interlocutori internazionali. Questa è un’altra delle conquiste di Monti che sarebbe stata impensabile in passato, sia al tempo degli accordi separati di Sacconi che al tempo dei ministri sindacalisti.
Ma se questo è il vero cambio di paradigma, la restituzione al parlamento del potere sovrano non può essere finzione. Sono stati per primi Napolitano e Monti a valorizzare questo ritorno di centralità: saranno conseguenti.
Lasciamo perdere gli scenari di crisi della maggioranza: è fantapolitica. Il Pd contribuirà a migliorare in senso “tedesco” il capitolo licenziamenti e poi farà sua una riforma che in gran parte nasce dalle sue stesse elaborazioni: chi altri in Italia s’è occupato di lavoro? Alfano?
Lo scontro con la Cgil della durissima Camusso di ieri può perfino risultare salutare: se il dissenso si incanalerà tutto nella confederazione, senza altri sbocchi estremistici; e se ognuno riscoprirà il gusto di fare il proprio lavoro. Forse sono davvero finiti i tempi dei programmi fotocopia, fossero quelli di Berlusconi e Confindustria o quelli della sinistra e dei sindacati. 
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Politica
21 marzo 2012
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Riforma Fornero, la strada da prendere
Si sapeva che sarebbe stata la partita più difficile. E lo è, anche mettendo da parte le liturgie che in queste occasioni fanno sempre riscaldare la temperatura nelle ultimissime ore, conducono sull’orlo della rottura, impongono rinvii e congelamenti delle discussioni.
Impossibile dire, ieri sera, se il confronto sul nuovo mercato del lavoro potrà chiudersi positivamente fra le parti sociali, come appare a tutti essenziale. La giornata decisiva sarà domani, con l’ultimo incontro con il governo. Ma già oggi tante cose si capiranno dalla cruciale riunione dello stato maggiore della Cgil.
In un quadro così delicato, ieri Monti ha messo sul tavolo una posizione che rappresenta una novità in questo campo. Potrebbe rivelarsi solo una mossa tattica, per spingere i sindacati a firmare, ma l’annuncio che la riforma sarà portata in ogni caso in parlamento, limitandosi ad “allegare” le opinioni delle parti sociali, vuol dire restituire alla politica e ai partiti la responsabilità ultima per un cambiamento di regole che in effetti riguarda tutto il paese, comprese intere fasce sociali che nessuno rappresenta ai tavoli di palazzo Chigi.
Il governo non ha forzato la mano. Ha detto la sua, ha trattato, ha corretto le posizioni, ha dato il tempo necessario. Sono state fatte gaffes evitabili, il messaggio di fondo però è rimasto coerente, quello di inizio mandato: siamo qui per cambiare nel nome soprattutto di giovani e donne. L’ha ripetuto ieri Fornero (che anche per questa esposizione risulta essere il ministro più conosciuto e apprezzato), disegnando il mercato del lavoro di un paese molto diverso dall’Italia che abbiamo conosciuto.
La riforma appare ampia. Mette sulle aziende il giusto carico, per i costi del lavoro a tempo determinato e degli ammortizzatori.
Là dove tocca l’articolo 18, la Cgil non accetta la linea Fornero ed è improbabile che ci ripensi nelle prossime ore. Il che, considerata la determinazione di Monti a procedere in ogni caso in parlamento, metterà il Pd di fronte a una scelta difficile. Bersani s’era già sbilanciato positivamente cinque giorni fa, dopo il vertice dei segretari.
È vero, Monti rischia. Il Pd però ci sarà ancora quando Monti non sarà più premier: si può dire che rischia anche di più. Secondo noi, non può non imboccare la strada aperta, finalmente, verso un’altra Italia del lavoro, così come ieri sera la descriveva Elsa Fornero. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/3/2012 alle 9:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 marzo 2012
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Quei maledetti sondaggi
I sondaggi non sono la Bibbia e certo non devono guidare la politica, come invece è accaduto. Vanno però usati, capiti, non rifiutati come strumento del demonio.
Il Pd sbaglia quando reagisce con nervosismo ai sondaggi (in particolare di Repubblica o de la7) che oltre a misurare lo stallo dei suoi consensi segnalano la crescita dell’opinione favorevole a un improbabile “partito di Monti”. Ieri Demos per il giornale di Ezio Mauro lo cifrava addirittura al 24 per cento: primo partito, scavalcando un Pd che cederebbe all’ipotetica lista talmente tanti voti da farsi perfino superare dal derelitto Pdl.
Resistendo alla tentazione di maledire Repubblica (che certo non risparmia nulla a Bersani), il dato va comparato con quello contemporaneo (e ovviamente non ostile) dell’Unità.
Perché anche per Tecnè sull’Unità l’attuale primo posto del Pd (26 per cento, come le Europee 2009) è solo teorico, vista la marea del 46 per cento di area del nonvoto. E perché fra le due ricerche c’è un evidente punto in comune: la sfiducia verso i partiti (non verso la politica) invece di diminuire aumenta; e chi si allontana di più è (per Tecnè) proprio quell’elettorato deluso, de-ideologizzato e permeabile a suggestioni tecniche che (per Demos) correrebbe a votare Monti indifferente al suo essere più di destra o di sinistra, e perfino passando sopra a riforme non condivise come quella dell’articolo 18.
Non piace, ma è un dato che va capito. Non nasce da una dislocazione sull’asse sinistra-destra. Sicuramente si gonfia per gli scandali e le campagne anti-partiti. Svela però anche una forte domanda di decisione pratica dei problemi, di leadership, di capacità di affrontare e sciogliere i nodi del paese senza farsi immobilizzare dai veti.
Per evitare che la profezia si auto-avveri non serve arrabbiarsi coi sondaggi, occorre prendere di petto i punti deboli che essi rivelano. Su tutti i temi in agenda non è un problema di linea scelta, quasi sempre quella giusta per il bene del paese (e capita come tale dagli elettori): è un problema di chi riesce a interpretarla con maggiore credibilità. E non è una partita chiusa. 

permalink | inviato da stefano menichini il 20/3/2012 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
17 marzo 2012
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articolo 18 monti pd bersani camuso cgil
Qui comincia il Monti Due
È come se fossimo al Monti Due, in questa specie di mini-legislatura inserita nella sedicesima legislatura. Il governo che doveva essere a sovranità limitata (e così era considerato da molti, soprattutto nel Pdl ma anche nel Pd) ha conquistato sul campo una sovranità piena. Come Napolitano voleva fin dall’inizio, come Monti non era riuscito a ottenere dai partiti fino alla maratona di giovedì sera.
Tutte le intese di merito raggiunte a palazzo Chigi andranno verificate nel concreto: ci vorranno atti del governo e atti parlamentari, e prima di ogni altra cosa la chiusura della trattativa sul lavoro fra le parti sociali. Non sarà facile.
Su articolo 18 e dintorni, è impensabile che Bersani si sia esposto a dire dei sì politici senza aver avuto un via libera dalla Cgil. Ora però è proprio nella confederazione di corso Italia che si apre la faglia più rischiosa. Si sapeva da mesi che per Susanna Camusso sarebbe arrivata questa difficile prova: era inevitabile la sua frenata di ieri (certo non può portare in Cgil un agreement firmato dai partiti), ora merita di essere sostenuta col silenzio, o come fa oggi indirettamente Bonanni su Europa.
Durissima sarà anche la partita sulla giustizia, con alte grida che già si alzano contro chissà quali regali fatti da Bersani a Berlusconi tramite Alfano. Isterie. Su ognuno dei temi (intercettazioni, corruzione, concussione, responsabilità civile) il Pd ha posizioni note, da molto tempo. Ed è Bersani che s’è dovuto imporre per sbloccare le resistenze Pdl contro la legge sulla corruzione.
La controprova delle virtù risanatrici di Monti (risanatrici delle finanze e dell’etica nella gestione) dovrà presto essere fornita sulla Rai: è impensabile che il premier deluda un impegno che lui stesso ha pubblicamente assunto.
Questo ampio rinnovato investimento politico servirà a Monti e all’Italia per superare in relativa sicurezza la fase tribolata delle elezioni amministrative. I partiti hanno dato, chi più volentieri chi meno, un’altra prova di responsabilità. Che li lascia liberi di contendere nell’immediato, ma certo rende loro più complicato il problema di prospettiva: far funzionare la formula di maggioranza attuale, e far funzionare Monti, alza ulteriormente l’asticella di coloro che fra un anno dovranno convincere gli elettori di avere in mano una formula migliore, e di saper fare meglio del Professore. 
permalink | inviato da stefano menichini il 17/3/2012 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
16 marzo 2012
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La ritirata dei giornali
È impossibile e anche scorretto giudicare da fuori i termini di una vertenza in un altro giornale, soprattutto se si tratta di una testata, il Riformista, per alcuni aspetti simile a Europa (tra l’altro sono nate a pochi mesi una dall’altra). Nella sua crudezza va però sottolineata la frase d’apertura dell’editoriale di oggi di Emanuele Macaluso: «Le certezze sulla possibilità di continuare non vanno affermate solo in una conferenza stampa ma nel concreto, gestendo il giornale e quindi trovando i mezzi per pagare quotidianamente tipografia, carta, stipendi».
La verità di questa affermazione (da parte di un grande giornalista che è stato direttore dell’Unità in una fase storica importante) non sminuisce il valore dello sforzo generoso dei bravi giovani colleghi che vogliono salvare la testata. È semplicemente la constatazione di un fatto – anche i media devono fare i conti con la materialità della loro condizione – che talvolta viene sottovalutato da chi promuove imprese editoriali (soprattutto se si tratta della politica) e non solo da loro.
Il momento storico dice senza equivoco che la carta stampata non è alla fine, ma deve restringersi. Negli Usa le aziende che nella crisi hanno in assoluto perso di più sono gli editori di giornali; quelle che sono cresciute di più sono gli editori on line. La via è tracciata, sono i lettori che l’hanno scelta. Non conduce a una sostituzione ma impone a tutti (e tutti lo stanno facendo, ovunque) di riequilibrare investimenti e risorse. E anche di riequilibrare il sostegno pubblico a questo particolarissimo settore.
Con pazienza va contrastata la vulgata – un po’ liberista, un po’ qualunquista – sui giornali che meritano di morire se non possono vivere senza aiuti. Non c’è una sola democrazia occidentale nella quale l’editoria (tutta, anche quella che si vanta del contrario) non sia sostenuta dal pubblico, in ragione del suo ruolo specifico nella vita associata. Tra Iva ridotta o azzerata, proprietà statale dei network radiotelevisivi e contributi diretti e indiretti, l’Italia è addirittura in fondo alle classifiche internazionali.
Il problema, inserito nei sacrifici imposti a ogni settore, non è quindi se sostenere, ma come sostenere. Con quante risorse, con quanta maggiore trasparenza, con quale politica generale di sviluppo e riconversione.
Il governo sta affrontando questi nodi. Imprese e sindacato li conoscono bene. L’urgenza è enorme: i casi Liberazione, Riformista, manifesto, Padania sono la punta dell’iceberg della crisi delle testate più grandi.
Presto racconteremo come questa vicenda globale si traduca nella piccola specifica storia di Europa. Noi poi dobbiamo affrontarla con la difficoltà ulteriore nata dal caso Lusi, che tocca l’immagine della comunità politica che promosse l’impresa e intacca le sue basi materiali. Abbiamo già detto che le cose dovranno cambiare radicalmente: per rispetto dell’opinione pubblica – visto che le risorse vengono principalmente da lì – e per rispetto verso noi stessi e verso il nostro lavoro.
Per oggi rimane l’urgenza della solidarietà ai colleghi in difficoltà impellente.
Le dimensioni planetarie della crisi non assolvono dagli specifici errori di gestione, però avvertono che nessuno si salva da solo. I piccoli soffrono di più, ma neanche nell’editoria vale l’illusione too big to fail. 
permalink | inviato da stefano menichini il 16/3/2012 alle 20:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 marzo 2012
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Una foto con un altro Nichi
Quante differenze, da Vasto alla foto di lunedì del dibattito fra Bersani e Vendola.
Innanzi tutto, il terzo della foto. Lunedì era Federico Rampini, che si propone oggi come testimone da sinistra della crisi del capitalismo, dopo esser stato negli anni ’90 intellettuale di riferimento di D’Alema in chiave Terza via, quando della globalizzazione si celebravano le virtù progressive. Ma più che colui che nella foto di lunedì c’era, salta agli occhi chi non c’era, ovvero Di Pietro.
Forse il dibattito sul libro di Rampini non era considerato alla portata del capo dell’Idv. In realtà, l’occasione è stata utile a Bersani per sottolineare anche visivamente che per il Pd, nell’ambito del centrosinistra, c’è un interlocutore naturale e uno che lo è molto meno.
Questa è infatti l’altra e più rilevante novità: l’intesa evidente fra Bersani e Vendola, dopo periodi di rapporti alterni. E fra i due, chi è cambiato di più è il secondo.
Appaiono remoti i tempi in cui si candidava aggressivamente alla leadership del centrosinistra sfidando il Pd. Anche per Vendola le primarie una volta indispensabili («come il bambino che ascolta la conchiglia e sente il rumore del mare, sono il rumore della vita») sono passate in secondo piano. Le voleva «subito» nel maggio 2011, poi entro l’autunno, poi sono sfumate, adesso le evita perfino a Taranto, nella sua stessa regione.
È la presa d’atto di un ruolo importante che Sel può e deve svolgere, un’area di riformismo radicale alleata del Pd ma in un contesto (post-elettorale) di maggioranza più ampia, e alle condizioni che Bersani ripete spesso: si decide e si rispettano le decisioni assunte.
Nell’attesa, non belligeranza e l’accordo a non trattarsi male quando arriverà la riforma del mercato del lavoro. Sempre eccessivo, Nichi fa balenare addirittura la tentazione di ritirarsi dalla vita politica. Questo no, questo sarebbe troppo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 14/3/2012 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 marzo 2012
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pd pdl bersani alfano vendola monti
Anche il Pd è preoccupato per quel quid
Ha ragione Enrico Letta a preoccuparsi perché «appena lo spread scende un po’, si ricomincia coi giochini irresponsabili». Già la settimana scorsa è stata animata da polemiche tipiche di quando si correva ignari verso l’abisso. Sia su questioni inventate (l’accusa al Pd di voler discutere di poltrone Rai) che su questioni serissime (la tragedia nigeriana, la detenzione dei marò in India), gli orfani di Berlusconi hanno cercato di alzare polveroni dietro i quali rifiatare, rispetto a una crisi di partito e di coalizione che appare irrecuperabile.
Ora c’è il rischio che la fiammata di pochi giorni divenga regola. E che accendere focolai divenga, per qualcuno nel Pdl, la strategia elettorale in vista di un drammatico turno amministrativo.
È chiaro – a molti anche dentro al Pdl – che l’agenda Monti è ancora troppo importante per permettersi il lusso di farla saltare.
Anche in questo senso (non solo come diversivo rispetto a Rai e giustizia) vanno lette le parole di Alfano a Orvieto, l’improvvisa enfasi sui temi del lavoro: la trattativa fra governo e parti sociali è vicina alla svolta. C’è la possibilità che anche questa biglia di Monti finisca in buca: una riforma di contratti e ammortizzatori sociali che, per quanto differita nel tempo, possa cambiare (sulle regole, le dinamiche reali saranno da verificare) il panorama del lavoro italiano.
Se Fornero riuscisse – e riuscire stavolta significa avere il consenso di tutti i sindacati – il governo figlio di nessuno troverebbe molti padri. Un esito ottimo per il paese, pessimo per chi pensa di poter recuperare spazio per sé solo nello sfascio: come reagiranno costoro?
C’è il timore nel Pd che Alfano non abbia il quid per tenere il Pdl fermo e unito sulla linea della responsabilità. C’è l’impressione che si ballerà ancora nelle prossime settimane, nonostante lo stato di salute del paese non permetta certi divertimenti. Per questo si vuole stringere il segretario del Pdl ai suoi doveri, in un vertice politico formale. Ed è importante che ieri da Vendola sia stata ribadita la non belligeranza a sinistra: sarebbe dura per il Pd sostenere il governo venendo preso fra due fuochi. 
permalink | inviato da stefano menichini il 13/3/2012 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 marzo 2012
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Un appello a quelli degli appelli
Vorrei chiedere una cosa a Camilleri, Margherita Hack, Dario Fo, Tabucchi, don Gallo, Carlo Lucarelli, Fiorella Mannoia, Erri De Luca, Celestini, Franca Rame, e poi Rodotà, Gallino, Zagrebelsky, Moni Ovadia, Furio Colombo (senatore del Pd), Fabrizio Gifuni, Valerio Magrelli, Marco Revelli e altri, fra i quali Franco Berardi detto Bifo.
Vorrei chiedere loro se quando hanno aderito a un appello di MicroMega intitolato La società civile con la Fiom sapevano che, grazie a quell’appello e alle loro firme, Paolo Flores d’Arcais sarebbe salito ieri sul palco di San Giovanni. E che ci sarebbe salito per dire, fra le altre cose, che Bersani, accomunato a Berlusconi, Marcegaglia e Marchionne, «ha la faccia come il culo» perché accusa «la Fiom di fare politica».
Non sarebbe male se questi campioni del ceto medio riflessivo si assumessero la responsabilità delle firme che concedono spesso: del resto, sono persone molto sensibili all’etica della responsabilità.
La manifestazione è stata importante, il discorso di Landini attento a colpire i bersagli della protesta (governo e Fiat, come da un secolo a questa parte) evitando i punti della divisione sindacale e dell’assenza del Pd dalla piazza.
Poi la giornata è stata segnata dai fischi a Scudiere della Cgil (che hanno svelato lo stato dei rapporti fra metalmeccanici e confederazione) e dall’infuocata arringa del direttore di MicroMega (gruppo Repubblica) ed editorialista del Fatto.
Il problema non è tanto Flores. Il problema è che questa parte della auto-nominatasi società civile (che avrà altri momenti di mobilitazione, già la settimana prossima) deve sapere dove sta riversando il rancore accumulato contro Berlusconi, e con quali conseguenze.
Criticare il governo – per quanto sia così evidente la discontinuità col passato e ciò che di buono sta facendo per l’Italia – è legittimo. Ma insistere a rovesciare denigrazione sull’intero sistema politico, colpendo poi soprattutto il Pd e Bersani, potrà solo riportarci là da dove siamo appena usciti. Flores d’Arcais magari ne sarebbe contento. De Benedetti non lo so. Ma, prendo a caso, Fiorella Mannoia? 
permalink | inviato da stefano menichini il 10/3/2012 alle 8:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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