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Politica
29 febbraio 2012
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pd veltroni vendola noTav bersani
Il Pd fatto a fette
Forse sarebbe stato meglio che Veltroni non avesse dovuto fare ieri una conferenza stampa per difendersi dall’attacco portatogli da Vendola dalle colonne di Oggi appoggiandosi strumentalmente alle posizioni dell’Unità.
Forse sarebbe stato meglio che il Pd in quanto tale, senza aspettare il diretto interessato, suo primo segretario, rispondesse al leader di Sel che i democratici non sono disposti a farsi tagliare a fette: da una parte quelli buoni e “di sinistra”, potabili per un’alleanza (per parafrasare Vendola) «sulle posizioni dell’Unità», e dall’altra quelli che in realtà sarebbero solo una variante della destra (la cultura e il loden come unica differenza rispetto a Bossi e a Berlusconi).
Non è solo che Veltroni «non è di destra» (D’Alema) e che «nel Pd si discute liberamente e Veltroni è all’interno di questa dialettica» (Migliavacca). Ci mancherebbe altro. Bersani dovrebbe mettere in chiaro che il suo partito non è terreno di conquista, e spedire qualcuno della sua segreteria, prima che in piazza con Landini, a rispondere al numero due di Vendola, Migliore, che ancora ieri pronosticava una scissione dem nell’eventualità che il Pd dovesse cambiare linea.
È curioso che di tante virtù dei partiti del passato venga trascurata proprio quella secondo la quale è il partito nel suo insieme che va difeso dalle aggressioni esterne. Anche perché Bersani sa bene che la virulenza di alcune posizioni sedicenti “di sinistra”, a cavallo tra Sel e Fiom, oggi sulla Tav e domani sull’eventuale accordo sul mercato del lavoro, non risparmieranno neanche lui. 
permalink | inviato da stefano menichini il 29/2/2012 alle 20:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
28 febbraio 2012
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Coma le vedono i laburisti del Pd
Tra un anno di questi tempi saremo in campagna elettorale. Sarà la prima della Terza repubblica, dunque lascerà un imprinting. Non sappiamo con quale sistema si voterà, ma comunque il Pd sarà nel ruolo di front-runner e si candiderà a essere perno di una nuova coalizione di governo, sicuramente diversa dall’attuale.
Di qui ad allora non si svolgerà naturalmente alcun congresso, ma è evidentemente aperta una discussione su quale Pd portare alla sua prima prova di maturità. Le tensioni interne di questi giorni sono l’antipasto, dall’estate si farà sul serio.
Giorni fa un democratico emergente come il presidente della Toscana, Enrico Rossi, ha esplicitato una delle opzioni sul terreno. È una proposta estrema dunque anche se Rossi rappresenta un pensiero diffuso in un’area geopolitica cruciale per il Pd, è impossibile attribuirla al segretario. Casomai potrebbe aiutare Bersani a presentarsi come garante di una posizione centrale, di equilibrio.
È importante però segnalare la tendenza-Rossi, rappresentata nel gruppo dirigente nazionale da personalità ormai note: è uno dei poli della discussione, molto accreditato dal circuito mediatico.
Convinti che la contaminazione liberale degli anni Novanta sia stata per la sinistra italiana un gigantesco abbaglio, e matrigna della sua perdita di identità oltre che della generale crisi internazionale, questi dirigenti pensano sostanzialmente a ripercorrere all’indietro la strada fatta dalla sinistra a partire dal 1989.
Non tanto per tornare al Pci – questo sarebbe stupido attribuirglielo – quanto a una nuova forma di unità delle sinistre attualmente disperse sotto un unico grande partito che metta «il lavoro prima di tutto» (titolo di un recente libro di Fassina), si proponga come sponda politica ai sindacati, recuperi tratti di identità più riconoscibili, fatalmente restituisca ad altri partiti i contenuti più marcatamente liberali e infine (si presume) si proponga come partner “di sinistra” a un rafforzato centro moderato.
Tanta gente nel Pd e intorno al Pd chiede una simile svolta. Vendola ha messo i piedi in questo piatto distinguendo fra le posizioni della maggioranza democratica nelle quali si riconosce e quelle «di Veltroni», che assimila a «una seconda destra, non sguaiata come quella di Bossi e Berlusconi bensì colta, con il loden». Torna, anni dopo, una teorizzazione di Bertinotti che lo stesso leader di Rifondazione aveva abbandonato: quella delle due destre entrambe da combattere. Allora per Bertinotti la “seconda destra” erano i riformisti (per questo, con Vendola, fece cadere Prodi). Oggi siamo alle distinzioni.
Chissà come finirebbe, se la posizione di Rossi (analoga a quella di Orfini e Fassina nella segreteria del partito) venisse sottoposta a un referendum o a una conta congressuale. Potrebbe anche vincere, poggiando sul generico diffuso “desiderio di sinistra”. Questo esito, senza enfatizzare né drammatizzare il concetto, sarebbe la fine del Pd come era stato pensato e come l’abbiamo conosciuto. E infatti questa cosa Enrico Rossi la dice esplicitamente e onestamente: la natura del Pd deve cambiare, anche a costo di scontentare e perfino di vedere andar via «qualche moderato e qualche blairiano».
Lasciamo cadere l’auspicio alla scissione, mettiamo la battuta rivolta al Foglio nel novero delle gaffes, anche se nessuno da Roma ha chiesto a Rossi di rettificarla. La ricorderemo al momento opportuno. Il punto qui è solo storico-politico.
Tornare sui propri passi non è vietato. Ci hanno fatto un pensiero (e lo fanno tuttora) anche molti che al Pd sono arrivati venendo da altre sponde e vi si trovano a disagio per motivi opposti a quelli di Rossi.
Entrambi i gruppi però dovrebbero riflettere sulle ragioni per cui quella strada è stata fatta. Su dove si trovavano loro, quando partì il processo che ha poi condotto alla nascita di questo Pd. Nel caso di Rossi, Fassina e Orfini, su quali motivi spinsero Fassino, D’Alema, Veltroni, Bersani e tanti altri a battersi per questo esito, e in nome di questo a perdere per strada tanto tempo fa Vendola (col quale oggi Rossi vorrebbe ritrovarsi, sulla base della comune teoria delle “due destre”) e poi tanti altri loro compagni che oggi sono intorno a Sel (il partito italiano, per inciso, a più alto tasso di leaderismo carismatico).
Sono nobili e importanti i luoghi di provenienza. Tutti di minoranza, però. Al momento di chiudere i battenti i Ds valevano il 17 per cento, ma anche nel loro momento migliore per governare avevano dovuto delegare a tecnici come Prodi e Ciampi (l’ha ricordato recentemente Bersani). Il trend di restringimento politico e demografico della costituency del lavoro dipendente sindacalizzato fu giudicato allora inarrestabile e spinse su nuove strade. Oggi Fassina ripropone quella centralità, accompagnata dal patto dei produttori che era già nelle carte del Pci quarant’anni fa.
Si aprirebbe qui un discorso che meriterà di fare, se non altro sulla circostanza che nel frattempo la globalizzazione ha regalato, oltre a tanti guai, anche un’incancellabile autopercezione dell’individuo molto oltre la dimensione lavorativa. Spesso, anzi, preferibilmente fuori dalla dimensione lavorativa.
Ma per restare alla politica più banale, Bersani farà bene a tenere a bada questa linea estrema del Pd per il semplice motivo che è la peggior nemica delle ambizioni democratiche di tornare a far valere il primato della politica, e in esso il suo primato di partito.
La svolta neolaburista, in una società frammentata come quella italiana, è il regalo più grande che dal Pd possono attendersi proprio coloro che nella segreteria bersaniana sono oggi guardati con maggior sospetto, da Passera in giù. Che la nuova coalizione di governo nasca prima del voto davanti agli elettori o dopo (come consentirebbe il sistema tedesco), il suo baricentro sarebbe fatalmente fuori da un simile Pd. “Murato” al centro per sua stessa scelta, e certo non pacificato a sinistra: la giornata di rivolta di ieri degli anti-Tav, comprese le contestazioni a Bersani, dovrebbe suggerire qualcosa sulla praticabilità della ricomposizione delle sinistre.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/2/2012 alle 20:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 febbraio 2012
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Vigilia tesa. Ma non per Mills, miracolo
Vigilia tesa, fatti importanti e forse decisivi in arrivo. Nervosismo palpabile nel mondo politico. Incertezza sul futuro.
Se oggi fosse il 25 febbraio del 2011, e non del 2012, non ci sarebbe dubbio sull’evento capace di determinare tanta tensione. Oggi il tribunale di Milano emette la sentenza sul caso Mills: prevedibilmente una condanna per Berlusconi in quanto corruttore di magistrati, con conseguente possibile interdizione dai pubblici uffici. Una bomba, destinata a deflagrare nei Palazzi, a cambiare il segno della storia d’Italia, a esasperare le polemiche, magari chissà a infiammare il paese come nell’ultima scena del Caimano di Nanni Moretti.
Niente di tutto questo. C’è attesa per la sentenza, certo. Berlusconi non accetterà la condanna, per quanto depotenziata dalla prescrizione. Un po’ di polemiche sono da mettere in conto. Tutto qui. Niente svolta. Niente terremoto politico. Niente catarsi della guerra fra toghe e berlusconiani. Nessuna fiammata. Nessun Caimano.
Sicché la vigilia di tensione, in questo febbraio 2012, riguarda tutt’altro: l’esito della trattativa sul mercato del lavoro, i rapporti tra governo e Cgil, i primi passi della riforma fiscale di Monti, la nuova disciplina dell’Imu per la Chiesa, lo scontro finale sulle liberalizzazioni.
Signori, viviamo in un paese che si divide e si appassiona per il contratto unico, il servizio taxi, le tariffe degli avvocati e l’aliquota Irpef minima. Non per il duello rusticano fra Ghedini e la Boccassini, per l’ultimo codicillo ad personam escogitato dal ministro Alfano. Potete crederci?
Il trionfalistico rapporto redatto da palazzo Chigi sui primi cento giorni di Monti non poteva contemplare anche la voce “paese normalizzato”. Invece proprio questa è la conquista più importante.
E la cosa più incredibile è che, esausti come Keith Carradine nel film di Ridley Scott, molti dei duellanti hanno dato una mano al disarmo. Berlusconi fra i primi – almeno fino a oggi – causando sconcerto e spaesamento fra i suoi numerosi padrini. Certo l’ha fatto non per generosità, per un misto di calcolo politico e di voglia di liberarsi di una situazione priva di lati positivi, cerca ancora di influire sul futuro; ma il punto non cambia: il Cavaliere condannato di oggi è il passato. «Di lui non parlo più», dice sempre Bersani. Fa bene.
Incredibile la rapidità e la relativa facilità con la quale un’intera stagione di storia italiana è passata agli archivi. Una transizione così disinvolta che c’è chi può permettersi da sinistra di dire oggi «meglio Berlusconi di Monti» senza prendere pernacchie come meriterebbero: sono quelli che prosperavano nel nulla di quei governi, personaggi senza la forza teorica e politica per giocare un ruolo in un paese normale che affronta problemi giganteschi. Ma anche loro sono ai lati. Perché per il resto finalmente si respira. Piano piano le cose in Italia cambiano. Lo spread a 360 punti e l’asta dei titoli di stato andata esaurita non sono neanche le notizie migliori.
Rimane una constatazione amara, sul tempo perduto e su quanto rimane da fare: perché certo oggi nessuno potrà dire che nel giorno in cui un processo contro Berlusconi arriva finalmente a sentenza, per ciò stesso la giustizia italiana finalmente funziona. Proprio no, proprio non funziona, proprio non dipendeva da questo. 
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Politica
24 febbraio 2012
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pd bersani cgil cisl fiom monti articolo 18
Il Pd starà con Monti, ecco perché
A questo delicato tornante, se dovessimo puntare un euro punteremmo su un accordo sul mercato del lavoro e su un esito controverso della partita sulle liberalizzazioni: il decreto è talmente ampio e articolato che ognuno potrà trovarci il meglio e il peggio, a piacere.
Ma il tema del momento, lo sappiamo, è la tenuta del Pd nel pieno della trattativa fra governo e sindacati. Dovessimo giudicare dai giornali, la stessa unità del partito è messa seriamente a rischio, fino al limite della rottura.
La logica delle cose va in tutt’altra direzione. I dirigenti democratici faranno i bravi.
Per prima cosa leggeranno con attenzione cosa si dice (per esempio oggi su Europa Paolo Natale) a proposito dell’opinione dei loro elettori: i quali stanno con Monti, a larghissima maggioranza e soprattutto a proposito di riforma del mercato del lavoro. Non è strano: chi conosce le ingiustizie e le iniquità del lavoro non può che tifare perché le cose cambino, non può desiderare di conservare l’attuale babele contrattuale e lo sterminato mondo degli esclusi e non garantiti.
Quelli poi che nel Pd invocano ogni giorno il ritorno al primato della politica torneranno a studiare un po’ di classici, casomai avessero dimenticato che partiti e sindacati fanno mestieri diversi. E che le leggi le fa il parlamento. La concertazione è massimamente auspicabile, soprattutto in tempi di crisi come dice Bersani. Ma la Costituzione non può essere stravolta fino al punto di delegare a Bonanni e Camusso la potestà legislativa.
Infine c’è il Pd. Immagino che tutti, nel Pd e in particolare nella sua segreteria, vogliano vincere le prossime elezioni. Allora ricordino che a votare ci vanno tutti gli italiani. Non solo quelli di sinistra, non solo quelli sindacalizzati, non solo quelli della Cgil, non solo i lavoratori attivi della Cgil (e nel décalage numerico ci fermiamo qui, senza restringerci addirittura alla Fiom di Landini, ormai stravolta rispetto alle sue grandi tradizioni fino a farne un partitino di estrema sinistra).
Verrà un giorno in cui a Bersani verrà chiesto: ma quando sarà premier, le scelte le farà lei o le faranno Cgil e Cisl?
Lui potrà rispondere solo in un modo, se non vorrà davvero lasciare campo libero a competitori più svincolati da interessi organizzati.
Per essere creduto quel giorno, Bersani deve fare la cosa giusta oggi. Che coincide con la difesa dell’autonomia del Pd. Lui lo sa. Anche per questo ieri sera l’incontro con Monti è andato bene. Anche per questo, placati gli ardori giovanili dei suoi ragazzi, Bersani continuerà a sostenere e aiutare Monti: dovesse andare male al Professore, la prima vera vittima sarebbe proprio il Segretario. 
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Politica
21 febbraio 2012
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pd bersani monti fassina napolitano
Pd, saprai fare meglio di Monti?
Bersani non ha alcun interesse né voglia di farsi trascinare nella rinnovata polemica fra democratici intorno alle qualità del governo e alla simpatia che deve suscitare nel Pd. Fa bene, anche se il riaccendersi degli animi è anche conseguenza del precario equilibrio lessicale sul quale si muove il segretario: dire che Monti va benissimo, ma che il centrosinistra al suo posto (e in futuro) farà “altre cose”, lascia varchi di interpretazione sul presente nei quali non tutti si muovono con accortezza.
Il governo non sta più facendo manutenzione né solo emergenza: vuole cambiare il paese nel profondo e in parte lo sta facendo. Col voto del Pd. Garantito, fin d’ora, anche sulla difficile riforma del mercato del lavoro, con i ritocchi all’articolo 18 ai quali Bersani s’è già detto disposto, e con gli stessi incentivi alla trasformazione dei contratti precari che il Pd aveva proposto. I democratici in senato si spendono molto per rafforzare le liberalizzazioni. Intanto arriva lo schema di riforma fiscale che, di nuovo, ricalca molte delle proposte del Pd. In Europa Monti non si limita a ripristinare l’immagine italiana: ora si smarca da Germania e Francia nel nome della crescita, proprio come gli avevano chiesto i partiti, Pd in testa.
E allora? Queste riforme sono la pista per riformare l’Italia sì o no? Sono condivise fino in fondo, o solo in omaggio all’emergenza? Vengono da un governo “di destra perbene”, come s’è sentito dire da alcuni intellettuali invitati al seminario di Cuperlo e come va dicendo Goffredo Bettini, o da un governo che sta facendo molte delle cose che i democratici volevano fare (riforma delle pensioni inclusa) e che non avrebbero potuto fare nello schema della foto di Vasto?
È il successo di Monti il problema di Bersani, come si intuisce da tante frasi, mezze frasi, atteggiamenti? Mi pare un problema benvenuto, in nome dell’Italia.
Una sfida a fare meglio, ad aggiornare proposte ormai vecchie di un anno (che è come dire dieci anni). Certo non un motivo di mugugno.
Tutti conosciamo le ragioni del mal di pancia democratico, ma Bersani dovrebbe spiegare ai membri della sua segreteria – in primis a Stefano Fassina, naturalmente – che il modo migliore per regalare a qualcun altro il governo del paese per i prossimi dieci anni è sbilanciare il Pd in questa fase, spostarlo da quel ruolo centrale di “partito nazionale” nel quale si è trovato al momento della caduta di Berlusconi. Fallire l’occasione nel nome di rigidità ideologiche figlie di un anacronistico sospetto anti-liberale sarebbe una follia, la negazione dell’esistenza stessa del Pd e dell’adesione di tanta gente.
Non che Fassina da solo abbia questo potere, si intende. Ma sappiamo quanto sia forte, più che la competizione esterna al Pd, la domanda interna di “tornare a un partito di sinistra”.
Sono i tempi, è la crisi che spinge a questa reazione identitaria, e non solo in Italia. Peccato che da noi “tornare a sinistra” – in un’accezione così tradizionale – si traduca inevitabilmente con la condanna a un ruolo marginale, nel migliore dei casi di sostegno a leadership riformiste esterne.
Il Pd è nato per sfidare e smentire questa condanna. Lo scriviamo da più di due anni: l’unico modo per favorire i piani di chi vuole scalzare il Pd dal ruolo protagonista, è lasciare a costoro il centro del campo. E il centro del campo ora si chiama Mario Monti, per ciò che è e per ciò che fa.
Qualcuno vuole candidare Monti premier anche oltre il 2013? Facciano, è legittimo provarci, anche se l’interessato s’è detto non interessato.
Bersani pensa di poter far meglio, di Monti e di chiunque altro? Ottimo ma il risultato non gli è dovuto per diritto divino: deve meritarselo dimostrando di saper guidare una maggioranza che non è la maggioranza del Pd e neanche quella del centrosinistra, bensì quella dell’intero paese.
Noi pensiamo che il Pd debba essere solidale (anzi, più solidale) con il suo segretario in questa impresa, finché lui saprà proseguire sulla strada di mettere sempre il bene dell’Italia davanti a tutto.
Il problema è che una simile generosità era relativamente agevole, quando il premio immediato era la caduta di Berlusconi. Ora fare il bene dell’Italia implica qualche atto di coraggio in più, una maturità e una consapevolezza che pensavamo acquisita e invece evidentemente è ancora da conquistare, la forza di prendere di petto il perdurante luogocomunismo che bagna anche i piedi del gruppo dirigente democratico.
La metafora di tutto è nell’episodio che ieri ha coinvolto il capo dello stato a Cagliari.
Finché sovrintendeva alla sostituzione di Berlusconi, Napolitano era da santificare. Oggi è «il presidente delle banche». Per dieci estremisti che dicono queste stupidaggini, ce ne sono tanti che le scrivono e le pensano, pronti a estendere questo giudizio a Monti, alla sua manovra («brutale e iniqua», l’ha definita Fassina) e a tutti i partiti che sostengono il governo. Se vuole suicidarsi, il Pd può offrire sponde a questi mal di pancia e a questi rigurgiti. Se vuole vincere, deve affrontare e battere in campo aperto le posizioni “di sinistra” più deleterie.
Rimanere in mezzo no, non si può. 
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Politica
18 febbraio 2012
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Il Pd, che non tornerà socialista
Siamo andati avanti per tanto tempo con la storia della simmetria fra Pdl e Pd, ora è finalmente arrivato il momento di separare analisi e destini.
Per gli amanti dei paradossi è il giorno giusto per farlo, proprio mentre Bersani e Alfano sembrano aver raggiunto un accordo sulle nuove regole della politica futura, quella nella quale dovrebbero fronteggiarsi – in un parlamento non più di nominati – un Pdl post-berlusconiano, un polo Casini-centrico e un Pd emancipato sia dall’antiberlusconismo che dall’obbligo dell’appoggio ai tecnici.
Fatto l’accordo, rimane da incardinare in parlamento la riforma istituzionale e poi elettorale (passaggio non scontato) e da misurarsi sul prosieguo dell’agenda Monti: anche questo percorso non è banale. Ma se dopo queste premesse proviamo a proiettare Pdl e Pd nella loro futura sfida elettorale, come li vediamo?
Apparentemente non c’è gara. Alfano ha in mano (e già questa è affermazione avventurosa) un partito senza più Berlusconi che però non ha idea di come si possa esistere senza Berlusconi, e infatti annaspa fra sondaggi da incubo e la constatazione dell’impossibilità di essere “normali”. Soprattutto dopo le amministrative la prospettiva di diventare terreno di conquista per Casini è molto concreta.
Dall’altra parte, pur con tutti i problemi, gli errori, scandali e scandaletti, Genova e Palermo e l’unità interna che fatica a diventare solidarietà come chiesto dal segretario, il Pd non soffre certo una crisi analoga, anzi.
Qual è allora l’inquietudine che lo attraversa, per come la si coglie nei frequenti dibattiti e seminari (in soli due giorni quelli di Letta, Bettini e Cuperlo)?
La discussione di ieri sul “mondo dopo la destra” (ne parliamo all’interno) è stata prevalentemente uno scambio tra i politici della maggioranza bersaniana e alcuni intellettuali di riferimento dell’area. E fra i politici (più che fra gli intellettuali, apparsi beati loro dotati di maggiori certezze) si è avvertito il dubbio che la ricetta per vincere “dopo la destra” non sia affatto già scritta.
Negli ultimi tempi c’è stata un po’ di elettricità nell’aria, una tempesta più mediatica che reale, nella quale sembrava di sentire nel Pd un vento di restaurazione socialdemocratica, con grande allarme di tutti coloro che o sono estranei a quell’esperienza oppure (e sono tanti) la conoscono talmente bene e dall’interno da non desiderare di riproporla.
Ascoltando con attenzione, l’allarme va ridimensionato. Naturalmente c’è e si fa sentire la voglia di rinvincita su un ciclo che viene raccontato come di dominio neoliberista e di prolungata sconfitta della sinistra, facendolo coincidere con l’esplosione della globalizzazione. I più avvertiti sanno però che la globalizzazione, oltre al particolare di essere inarrestabile, è vissuta con un grande fattore di liberazione, emancipazione e progresso in vaste aree del pianeta.
E forse qualcuno si rende anche conto che, per quanto pervasiva e vincente, la più feroce globalizzazione marcata a destra si è sostanzialmente fermata ai confini dell’Italia: anche da noi la sua ideologia ha egemonizzato il dibattito e ha trascinato tutti sul proprio terreno, dopo di che, al momento dell’esplosione della bolla, l’Italia s’è trovata nei pasticci più per i suoi difetti pregressi che per sconvolgimenti liberisti che francamente non ci sono stati. E ahinoi i difetti antichi hanno quasi tutti un altro marchio: un debito colossale accumulato per una spesa pubblica inefficiente, non finalizzata alla crescita, creatrice di sorture di mercato e culla di ineguaglianze, iniquità, divaricazioni fra generi, generazioni, territori. Una spesa pubblica che ha alimentato un welfare ritenuto oggi dagli italiani, a torto o a ragione, ingiusto prima ancora che difficilmente sostenibile.
I politici oggi del Pd che hanno avuto esperienze di governo queste cose le sanno, già ci hanno sbattuto la testa contro. Si capisce Bersani quando lamenta che parole giuste come merito e opportunità siano state stirate fino a essere usate come arma contundente di qualcuno contro qualcun altro: non ha torto, finché rimaniamo all’andamento del dibattito pubblico. Neanche lui però riuscirebbe a portare esempi (per esempio, nel sistema formativo ed educativo italiano) di eccessi nell’applicazione concreta dei concetti di merito e di opportunità: se è un rischio, è un rischio che non stiamo ancora correndo (e naturalmente faremo bene a non correre).
Tant’è vero che lo stesso segretario del Pd tiene ferme le acquisizioni concettuali che ne fecero, al tempo, uno dei più convinti sostenitori della rottura di continuità Pci- Pds-Ds. Per lui si tratta ancora di costruire politica a partire dalla doppia centralità, quella del cittadino e quella del lavoratore.
E quando viene a un tema a lui caro, e di grande attualità, segnala che il ripristino del primato della politica può avvenire a una sola condizione: «La politica è come il welfare, o la riporti all’essenziale o non la puoi sostenere. Non può far tutto, devi accettare che abbia dei limiti». Che è un’affermazione rassicurante, per orecchie sia liberali che cattolico-liberali, sia quanto alla concezione di politica che nella applicazione pratica al presente confronto su mercato del lavoro e appunto riforma del welfare.
In realtà, più che una improbabile restaurazione socialdemocratica, ciò che preme a questa parte di leader democratici (ma a tutti, direi) è il ripristino del comando della politica sull’economia.
Questo è il vero punto, che è solo la premessa di quella che D’Alema rivendica come «la libertà di scelta fra opzioni diverse». Insomma, il diritto/dovere di uscire fuori dal quadro di decisioni inevitabili e precostituite: per fare cosa e in quale direzione, questo non è definito, al di là dell’ovvia speranza di avere presto nuove risorse pubbliche da destinare alla crescita, alla ricerca, all’innovazione (ma questo vorrebbero poterlo fare tutti, voleva farlo anche Berlusconi, nei suoi rari momenti di lucidità).
Sia D’Alema che Gianni Cuperlo insistono: la riconquista del potere di scelta da parte della politica è la vera battaglia. Prima di poter tornare a distinguere le differenze fra destra e sinistra, dobbiamo vincere la guerra fra politica e antipolitica.
E Monti? Per D’Alema come per Bersani (ma non per alcuni degli intellettuali da loro invitati), Monti non sta dall’altra parte della barricata né lungo il confine politica-antipolitica, né lungo quello destra-sinistra. Anche se per orgoglio riaffiora qua e là un po’ di supponenza verso il premier, i due mesi che ci separano dall’insediamento del governo devono aver insegnato qualcosa: per vincere dopo Monti, il Pd non potrà certo essere né contro Monti né contro l’Italia che Monti sta ridisegnando, con un certo successo di pubblico e di critica a quanto pare. 
permalink | inviato da stefano menichini il 18/2/2012 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
17 febbraio 2012
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L'assillo di Bersani sul dopo-Monti
Bersani si presenta sicuro di sé su un paio di questioni cruciali, ed è importante.
Innanzi tutto sulla difesa delle primarie, che non nega come problema ma neanche rinnega come elemento fondante della “diversità” democratica. È un sollievo: dopo Genova si poteva temere che qualcuno al Nazareno volesse farla finita con uno strumento per definizione incontrollabile. Bersani preferisce andare avanti senza rete, e in vista di Palermo (dove si ripeterà la storia di un Pd che lavora conto terzi) ribadisce la linea della primavera scorsa, cioè del partito impegnato in un progetto nazionale e non a cercare successi per sé.
Secondo punto di tenuta: la resistenza all’ondata antipolitica. Lesionato nell’immagine da vicende interne o vicine, il Pd si impegna nell’autoriforma del sistema (che però non può fare da solo) e rivendica la necessità di un trasparente finanziamento pubblico, pena il cedimento a un regime nel quale la vita pubblica è regolata per via censitaria.
In Bersani si avverte però un assillo ricorrente. È il corollario negativo di un fatto positivo, cioè il successo di Monti.
Partito fra molte freddezze, il governo macina consenso nel centrosinistra. Le ultime due mosse – il no alle Olimpiadi di Alemanno e il nuovo regime fiscale dei beni della Chiesa – hanno colpito nel profondo: decisioni che denotano indipendenza di giudizio, più di quella che in circostane simili poterono permettersi anche governanti e amministratori progressisti.
Quando Bersani promette che «anche dopo Monti» l’Italia avrà un governo fondato sulla competenza, senza bilancini partitici, rende omaggio all’esperienza attuale e riconosce gli errori del passato, soprattutto unionista. Ma fino a che punto può anche dare garanzie per il futuro? Smentire l’impressione che nessun partito, neanche il Pd, potrà formare un esecutivo altrettanto forte? Disinnescare eventuali operazioni di sostanziale prorogatio tecnica che potrebbero muovere proprio da questa sensazione diffusa, a danno della legittima candidatura del Pd a governare in prima persona? 
Una volta tanto, senza eccedere, un po’ di pensiero politico può aiutare a rispondere a queste domande più del pragmatismo quotidiano. E soprattutto più della pretesa ben sintetizzata da Massimo D’Alema: «La politica intesa come ceto che rivendica di tornare alla gestione del potere dopo la parentesi del governo tecnico sarebbe perdente o subalterna». 
Per dirla brutalmente: bisogna meritarlo, il ritorno al potere. Ed è (per fortuna) più difficile di ieri: finché il benchmark col quale confrontarsi era lo sdrucito asse Bossi-Berlusconi, si poteva concepire la riconquista del governo come una mela la cui caduta attendere a pie’ fermo alla base dell’albero. Ora la pietra di paragone è diversa. Tocca far meglio.
Se n’è parlato ieri in una iniziativa dell’associazione di Enrico Letta, 360, con Miguel Gotor. Se ne parlerà oggi una giornata organizzata da Gianni Cuperlo, alla presenza di tutto l’establishment democratico, politici e intellettuali.
Sicuramente tutti concordano con Gotor, che ieri ha avvertito sull’unico errore da non commettere: riportare il Pd “in alto a sinistra”, dove stava magnifico e isolato il Pci. Se il nuovismo ha fallito e stancato, la nostalgia per la forma partito e le politiche della sinistra come le abbiamo conosciute sarebbero colossale regalo a una nuova saldatura tra la destra e il moderatismo nazionale, da sempre maggioritario.
Non avendo mai davvero sperimentato i danni del neoliberismo, possiamo elaborare un pensiero per l’Italia che inietti politiche attive dello stato dentro l’indispensabile rivoluzione liberale che Monti sta appena avviando. Bersani potrà mantenere la sua promessa di «fare meglio» solo se si smetterà di considerare questi mesi come una parentesi (dopo aver accettato Monti più che altro come la leva per liberarsi di Berlusconi), e si presenterà il Pd come il partito legittimato a dare a quest’opera la necessaria base di consenso democratico e una leadership investita dagli elettori.
permalink | inviato da stefano menichini il 17/2/2012 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
16 febbraio 2012
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I predicatori a caccia di giornali
Vorrei che del predicozzo di Celentano solo un passaggio destasse scandalo. Il pezzo in cui invoca la chiusura di Avvenire e Famiglia cristiana. Scandalo non perché siano giornali cattolici, cioè il motivo principale (oltre al desiderio di salvare il posto) per cui Lei s’è indignata e data una mossa. Scandalo per il tic di voler zittire qualcuno.
Occhio, che non è lo scivolone isolato di un venerato maestro retrocesso da tempo (secondo la legge di Edmondo Berselli) al ruolo di solito stronzo. Perché negli ultimi tempi fra i predicatori che vanno per la maggiore il vizietto di chiudere i giornali è piuttosto diffuso.
A memoria, di quelli noti, posso citare Beppe Grillo e Marco Travaglio. Sulla loro scia, in rete, una discreta folla di invasati minori si dedica all’anatema. Europa fra i bersagli preferiti.
Due sono gli argomenti, chiamiamoli così: vanno chiusi i giornali che hanno pochi lettori, e soprattutto vanno chiusi se sopravvivono con i fondi pubblici per l’editoria. E mai un simile attacco proviene da neoliberisti consapevoli, gente che davvero vorrebbe chiudere qualsiasi impresa che campa grazie al sostegno dello stato.
Le uniche spiegazioni per tanto accanimento sono l’intolleranza verso idee non condivise, un riflesso reazionario anti-intellettuale e, per qualcuno, l’inconfessabile voglia di sfoltire il mercato a proprio vantaggio (infatti Unità e manifesto, entrambi in difficoltà, si sono risentiti per la caccia che il Fatto ha aperto contro di  loro).
Suonerà buona notizia per i tagliatori di testate che la crisi (e la scure di Tremonti) stia effettivamente buttando in mezzo alla strada tanti giornalisti. Gli dispiacerà invece sapere che il governo sta varando un piano per favorire il passaggio dall’edicola al web, cosa che permetterà a molti di noi di continuare a disturbarli con le nostre idee, senza pesare quanto oggi sulle casse pubbliche.
E comunque, da Celentano in giù, per i savonarola di successo vale sempre la massima: una stupidaggine rimane una stupidaggine anche se la ascolta o la legge tanta gente. Figurarsi, anche il Mein Kampf era un best seller.
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Politica
15 febbraio 2012
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olimpiadi monti
Un politico non avrebbe detto No ai Giochi
Certo, la prima domanda da porsi sulla decisione di Mario Monti è se sia giusta o sbagliata. Ma subito dopo bisogna farsene un’altra: un altro presidente del consiglio, un “politico”, l’avrebbe fatto?
In effetti il blocco della candidatura olimpica di Roma è una di quelle decisioni che segnano totale discontinuità col passato, che quindi marcano una leadership. Non si era mai visto che un governo negasse il sostegno a una iniziativa di tale portata, sostenuta da tutti i principali partiti, da quasi tutti i media, dalle forze economiche del paese e da opinion leader come sono i campioni dello sport.
Monti è andato contro tutto e contro tutti (secondo alcune fonti, stavolta anche contro l’opinione del capo dello stato), usando un argomento definitivo: un paese i cui cittadini si sottopongono a duri sacrifici non può avventurarsi in un’impresa sicuramente bellissima, ma dai costi incerti.
La scelta di Monti è dettata da un principio di precauzione quasi sconosciuto al mondo politico. Abitualmente si preferisce puntare sul risultato immediato, con ciò che ne consegue quanto a popolarità: che cosa poi effettivamente accadrà fra otto anni non è un problema che siamo abituati a considerare.
Leggiamo poi i nomi del comitato promotore di Roma 2020. Dopo il presidente, Gianni Letta, troviamo fra gli altri: Pescante, Carraro, Abete, Azzurra Caltagirone, Montezemolo, De Laurentiis, Della Valle, Elkann, Geronzi, Malagò, Marcegaglia, Regina. Il gotha trasversalissimo del potere economico, finanziario ed editoriale italiano, compresi alcuni dei protagonisti dei flop sportivi più disastrosi, da Italia 90 ai mondiali di nuoto del 2009. E allora arriva la terza domanda: ma Monti non doveva essere «l’uomo dei poteri forti»?
L’impressione è che anche stavolta il premier abbia “strappato” tenendo un occhio ai conti e l’altro all’opinione degli italiani (non solo quelli del Nord). Una mossa da politico di lunga visione, dunque, che spiazza politici d’ogni tendenza: quelli che non si farebbero mai mancare un grande evento, tanto meno un grande evento molto costoso. 
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Politica
14 febbraio 2012
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Genova, il Pd si fa battere dalle persone
Anche a Genova finirà bene, con l’importante differenza rispetto a Milano che Marco Doria potrà diventare sindaco della città non contro la pessima eredità amministrativa del centrodestra ma contro una discussa esperienza di centrosinistra.
Dunque, se è lecito giocare con le metafore, le primarie genovesi non sono affatto una catastrofe (non può esserlo, ogni volta che sono gli elettori a pronunciarsi), ma un piccolo cataclisma sì.
Innanzi tutto per il Pd di Genova, che salta pezzo dopo pezzo: hanno gestito male l’ultimo periodo dell’amministrazione Vincenzi, hanno gestito peggio l’operazione ricambio e non si sono resi conto di cosa si stava aprendo sotto i loro piedi.
Ma è impossibile minimizzare Genova come fatto locale. C’è un segnale nazionale, che si collega ad altri e che va compreso in tempo.
Lo riassumiamo così: quando hanno la possibilità di farlo (perché viene loro dato uno strumento, magari un referendum, o perché è in campo una reale possibilità di scelta fra alternative praticabili), gli elettori democratici mostrano di considerare il Pd più una parte del problema “crisi dei partiti”, che non la sua soluzione.
Naturalmente i sondaggi continuano a premiare il Pd, in quanto primo sostenitore del governo e per contrasto con un Pdl in avvitamento. Nascondono però un’insidia, in quel 30-40 per cento di elettori che si dichiarano incerti. Fra i problemi del Pd non c’è certo l’appoggio a Monti: casomai, appunto, per gli italiani il Professore è fisso nella casella “soluzioni”. Né c’entra essere più a destra o a sinistra. Il Pd non perde mai una competizione contro partiti rivali, moderati o radicali, invece la perde spesso contro “persone diverse”.
Ecco allora dov’è l’epicentro del sisma, con le sue scosse per ora locali: la carica di novità precocemente esaurita, l’impressione di un partito omologato a un sistema fallito, qualche scandalo, il sospetto di operazioni restauratrici (sistema elettorale). Ed ecco la reazione dei cittadini: la voglia di fuga appena si apre una via, fin qui sempre democratica, mai antipolitica.
C’è un vuoto che il Pd non riempie, altri lo fanno. Ieri Pisapia o de Magistris, poi i referendum, oggi Doria. Bersani il pragmatico è stato sempre bravo a rimettere il partito nella scia di questi eventi, a non farsene travolgere. Ma anche lui è roso da un dubbio: chi sarà il prossimo che pretenderà di colmare il vuoto? 
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Politica
10 febbraio 2012
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monti obama pd bersani berlusconi
Monti, il Pd e l'Italia che piace a Obama
Il successo di Mario Monti negli Stai Uniti è stato talmente clamoroso, che qui in Italia ci si è preoccupati, giustamente, di abbassare un po’ i toni retorici. Si fa presto a passare dalla vergogna di essere italiani davanti al mondo, al giustificato compiacimento per il nuovo ruolo, fino all’esagerazione di credersi davvero i salvatori dell’Europa. È evidente che Obama si aggrappa a qualsiasi leader che possa contribuire a stabilizzare la situazione oltre Atlantico: se siamo diventati parte della soluzione invece che del problema, bene. Ma rimaniamo nei nostri panni.
Detto questo, Monti torna oggi a Roma con una forza decuplicata rispetto solo a una settimana fa. C’è da aspettarsi che Napolitano, alla prima occasione, sottolinei questa novità.
La prima verifica del potere contrattuale del governo sarà, al senato, la conversione del decreto sulle liberalizzazioni, che il premier ha chiesto da Washington di lasciare quasi immutato: sul punto avevamo già registrato prima del viaggio l’alleggerimento delle pressioni lobbistiche veicolate dal Pdl. Come, all’opposto, Bersani è parso confermare il via libera del Pd a un accordo sul mercato del lavoro che si spinga fino a ritoccare i criteri di applicazione dell’articolo 18: la mediazione Cisl ha fatto strada.
Naturalmente c’è sempre il paradosso per cui, quanto più Monti si rafforza in Italia e fuori, tanto più possono affiorare le insofferenze dei partiti nei suoi confronti.
Berlusconi non può aver vissuto con piacere le scene dalla Casa Bianca e la copertina di Time confrontata a quella in cui appariva lui. Da qualche tempo però la strategia della freddezza s’è trasformata nel Pdl in strategia dell’appropriazione: hanno capito l’errore madornale che stavano compiendo.
Il Pd occupa già, con più naturalezza, la posizione di “primo sostenitore”, cosa che gli italiani hanno percepito come si vede dai sondaggi. Il suo problema d’ora in poi sarà di non contraddire la scelta, non compromettere il vantaggio. Dipenderà anche dal tipo di Italia che prospetterà per il dopo-Monti: non potrà essere la negazione dell’Italia che piace a Obama.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2012 alle 19:56


Politica
10 febbraio 2012
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Non moriremo statalisti
Leggo sul Foglio che un gruppo di democratici – bersaniani, vengono definiti – elabora un manifesto «per una sinistra cazzuta» con l’obiettivo di allineare il Pd a un rinnovato pensiero socialdemocratico europeo, del quale sarebbero alfieri Hollande ed Ed Miliband.
Ne sono contento: compito dei giovani è lanciare sfide nuove, e anche se questa non suona particolarmente nuova comunque si tratta di una sfida, che il gruppo dirigente del Pd potrà raccogliere.
Guardo poi in tv le maratone di Giulio Tremonti per la presentazione del suo libro, e scopro che François Hollande è il modello anche del nostro ineffabile ex ministro dell’economia, che porta il Ps a esempio di un partito che vuole vendicare la sovranità nazionale contro le tecnocrazie e burocrazie europee, ribaltare i rapporti di forza fra potere statuale e finanza globale, colpire i banchieri arricchiti dalla crisi alle spalle delle famiglie.
E qui mi preoccupo.
Non per la convergenza fra Tremonti e alcuni dei suoi duri oppositori (è lui che deve rispondere, oltre che di molti errori più gravi, di esser stato colonna del governo nelle premesse più liberale della storia d’Italia, alla prova dei fatti il più conservatore, corporativo e neo-statalista), bensì per l’equivoco nel quale temo possano cadere gli amici e compagni Orfini, Fassina e Orlando, e il Pd nel caso dovesse decidere di seguire la loro rotta.
So riconoscere il mainstream, e ci sono molte ottime ragioni per cui il vento che soffia dal Pacifico agli Urali sia pieno di rancore verso l’un per cento ricco, di esasperazione per i danni della finanziarizzazione dell’economia, di voglia di riscatto contro l’impalpabile crudeltà di banchieri e brokers.
Tutti sanno riconoscere queste ragioni, è il motivo per cui un’utopia come la Tobin Tax sta per entrare nei trattati europei. Ma fra la riscoperta della proposta di controllo dei flussi finanziari avanzata del vecchio maestro di Mario Monti, e l’ondata di populismo neo-nazionalista che attraversa destre e sinistre americane ed europee corre un fossato che non dobbiamo neanche sfiorare.
È un punto sul quale già ci siamo incrociati, con alcuni di questi nuovi socialdemocratici del Pd, quando (prima del governo Monti, e anche nei suoi primi tempi) la soluzione tecnica per l’Italia veniva avversata in quanto dettata dagli euroburocrati asserviti alla destra neoliberista franco-tedesca. Non è così l’Europa, non era questo il senso dell’operazione Monti, e ora ne sicuramente convengono tutti. Così come sembra finita la guerra contro l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, animate dal medesimo argomento dell’esproprio della sovranità nazionale in politica economica.
Si dice di Hollande. Io spero che vinca, e spero che non vinca in un duello con Martine Le Pen perché per farlo dovrebbe esasperare promesse elettorali già ora avventurose, sul medesimo terreno del sospetto verso l’Europa e dell’impossibile ritorno al protezionismo che tanto piace anche a Tremonti. Non siamo francesi e non siamo in campagna elettorale, possiamo tifare per il Ps senza illuderci che possa mantenere la tenuta del costoso welfare francese o le 35 ore, mentre è evidente che certi livelli di benessere europeo sono insostenibili di fronte alle economie galoppanti di popoli affamati di ricchezza.
È vero che i progressisti europei, dalla Scandinavia alla Germania, recuperano forti caratterizzazioni sociali. Ci mancherebbe altro, col mondo del lavoro strizzato dalla recessione. Ma già con Ed Miliband siamo a una versione del Labour non più blairiana, molto più vicina alle Unions, ma certo neanche old: quando toccherà a noi governare non daremo illusioni, ha detto Miliband in un discorso recente pubblicato anche da Europa, non è pensabile che si possa tornare alla tradizionale ricetta di sinistra di una crescita gonfiata dalla spesa pubblica.
Questo è il punto: stiamo parlando di un’Europa che ha praticato e introiettato la Terza via, dove la sinistra ha guidato le rivoluzioni liberali o è sempre stata attraversata da questa vena (figuriamoci poi se il confronto si estende ai democratici americani). L’Italia, nel confronto, è un paese che sta provando solo ora, con enormi sforzi, a rendere i mercati più aperti, concorrenziali, “democratici”, intaccando rendite di posizione, corporativismi, sacche di assistenzialismo, micidiali ineguaglianze nel mercato del lavoro. A Berlino e a Londra possono porsi il problema di correggere le storture delle politiche liberiste: qui da noi siamo un giro indietro, che è anche una fortuna visto che le riforme liberali in corso, imprescindibili e sostenute in prima fila dal Pd, possono essere varate senza gli errori e le storture che oggi denunciano il Next Labour e gli eredi di Gehrard Schroeder.
Messi questi paletti, che limitano molto le speranze nelle virtù salvifiche della spesa pubblica e non contemplano alcuna paura di «finire fagocitati dalla svolta tecnocratica» (come teme Enrico Rossi, governatore della Toscana) ma all’opposto confermano il Pd nella necessità di far proprie le riforme di Monti (ciò che del resto si sta verificando), i democratici tornano comunque ad avere ambizioni maggioritarie, di egemonia sull’intero corpo sociale del paese senza appaltare nulla né al centro né a sinistra. Ottima intenzione. Non diteglielo, ma questi giovani turchi cominciano a somigliare a Veltroni. 
permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2012 alle 13:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
8 febbraio 2012
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Riforma elettorale, si parte
La notizia potrebbe finire un po’ schiacciata fra il dramma del paese paralizzato dal gelo e le evoluzioni, decisamente più comiche, del sindaco di Roma (ieri è riuscito a prendersela di nuovo con la Protezione civile e poi con l’intero Nord Italia, prima di essere colpito alle spalle da un comunicato sbagliato della sua stessa amministrazione sulla chiusura delle scuole).
La notizia, solo apparentemente meno rilevante per i cittadini, è che finalmente la seconda gamba del tentativo di Napolitano di stabilizzare il paese ha poggiato in terra. Da ieri i partiti sono ingaggiati nel percorso di parallela e contemporanea riforma della legge elettorale e di pezzi del sistema istituzionale (bicameralismo, regolamenti, numero dei parlamentari, poteri dell’esecutivo).
La notizia è ottima per Monti. Domani il presidente del consiglio va negli Stati Uniti, dove riceverà un’investitura da leader europeo e cercherà di conquistare credito e sostegno per l’Italia e per l’Eurozona. Non che Monti avesse nulla di serio da temere in patria, però è evidente che se i partiti, compresi quelli dell’attuale opposizione, si mettono al lavoro sulle riforme della politica, il governo ne guadagna in stabilità e tranquillità.
Già in partenza è caduta una delle carte avvelenate di questa complicata partita: chiaro che un accordo tra Pd e Pdl sarà inaggirabile, però nessuno dei due big mostra di voler tagliare fuori gli altri, come pure era stato paventato dopo l’ultima sortita pubblica di Berlusconi. Né Pdl né Pd faranno regali ai potenziali alleati, e il superamento del bipolarismo non è una via praticabile, però non c’è aria di tagliole contro nessuno anche perché il clima del paese nei confronti dei partiti non è tale da permetterlo.
Bersani ha davanti a sé la road map che chiedeva e ieri ha messo in chiaro qual è la sua unica vera condizione: un anno di tempo per chiudere tutto e poi ognuno per la propria strada. Quello che lui considera un sacrificio ben speso – non andare al voto nel 2012 – non si spingerà fino al suicidio del Pd all’interno di una grosse koalition elettorale insieme alle creature di Berlusconi.
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Diario
7 febbraio 2012
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Alemanno, suicidio di un sindaco
Quello che Gianni Alemanno è riuscito a fare e a non fare negli ultimi cinque giorni verrà studiato a lungo. Nelle scuole di protezione civile, quanto alle cose non fatte contro i venti centimetri di neve caduti su Roma in dodici ore. E nelle scuole di comunicazione politica, quanto alla catastrofe appunto comunicativa e politica che il sindaco, ormai ex aspirante leader nazionale del centrodestra, ha inflitto a se stesso, da solo.
Non c’è dubbio, è già successo, che una nevicata sulla Capitale faccia più notizia di un evento analogo in qualsiasi altra parte. Ed è evidente che a Roma siano stati compiuti errori di prevenzione, valutazione e intervento, di cui inevitabilmente l’amministrazione comunale reca la responsabilità agli occhi dei cittadini.
Ma Alemanno è riuscito a decuplicare gli effetti negativi dell’evento naturale e della cattiva reazione umana. Non sarebbe stato difficile riconoscere gli errori, chiedere scusa, impegnarsi a rimediare ed evidenziare che in fondo i danni inflitti alla città sono inferiori a quelli che tuttora stanno patendo tanti italiani soprattutto nelle zone rurali e nei piccoli centri.
La spasmodica ansia di allontanare da sé qualsiasi critica – così tipica del politico italiano medio e mediocre – ha invece spinto Alemanno in un vortice di polemiche dal quale è uscito massacrato, con un’immagine compromessa, un indelebile marchio di inefficiente confusionario, l’isolamento politico nel suo stesso partito.
Imponendosi in prima fila, con ore di talk show televisivi deliberatamente ricercati, Alemanno ha realizzato anche un altro miracolo: ha offuscato per giorni le responsabilità di tanti altri livelli istituzionali e grandi società di servizi, tutti clamorosamente inadempienti. Da oggi, giustamente e finalmente, l’attenzione critica si sposta su Enel, Ferrovie, Anas, Autostrade, regioni e province, la stessa Protezione civile (per ragioni più serie del famoso bollettino meteo).
Alemanno e i suoi cinque giorni di follia sono alle spalle. In attesa che i romani facciano altrettanto con l’intera sua disastrosa esperienza da sindaco.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/2/2012 alle 7:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
4 febbraio 2012
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Berlusconi si arrende alla City
Silvio Berlusconi esce di scena così, con un’intervista che trasuda malinconia a ogni parola, con appena qualche flebile scatto d’orgoglio, l’esibizione di una cicatrice riportata durante un’improbabile partita a hockey con Putin, una debole frecciata sulle persecuzioni giudiziarie e mediatiche subìte.
Quasi non c’è politica, nell’incontro con gli inviati inglesi a palazzo Grazioli, se non un forte rinnovato appoggio al governo Monti, la rituale reinvestitura di Alfano come erede del Pdl, una pacata ricostruzione delle dimissioni di novembre in chiave di grande responsabilità personale.
Il vero fatto politico in realtà è l’intervista in sé e la testata alla quale è concessa. Perché il Financial Times è la quintessenza di quella business community internazionale che ha licenziato Berlusconi secondo ogni ricostruzione, secondo tutti gli osservatori e soprattutto secondo tutti i berlusconiani più accaniti, nostalgici e amareggiati.
In questo senso è come se Guy Dinmore e Giulia Segreti del Ft abbiano ricevuto un atto di resa, corredato da un impegno per il futuro – «non mi ricandiderò alla guida del paese» – che suonerà amaro a tanti sostenitori italiani del Cavaliere ma destinato ad altri interlocutori, a coloro che nel mondo vogliono essere sicuri che l’Italia non si ritufferà nelle turbolenze dell’epopea berlusconiana.
Letta così, l’intervista al Ft fa il paio con l’apparizione di Mario Monti ieri in tv, in quel passaggio nel quale il premier assolve Berlusconi dal disastro dello spread, sottolinea con falsa noncuranza i risultati attuali (377 punti ieri sera) e attribuisce i tassi d’interesse ancora alti sui titoli a lunga scadenza all’incertezza internazionale a proposito di ciò che accadrà in Italia «quando noi avremo finito».
Ecco, ora alla City, a Wall street, a Francoforte sanno che l’unica cosa sicura per «quando loro avranno finito» è che non tornerà Berlusconi. Spiegatelo a quelli del Pdl, che se combinano pasticci come l’altroieri alla camera nessuno apprezza: nel mondo e neanche a palazzo Grazioli.
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