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Diario
30 novembre 2012
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primarie regole renzi bersani pd
Attenti, fin qui era un capolavoro
Oltre tre milioni di persone alle urne domenica 25. Sei milioni davanti alla tv mercoledì sera. Altri milioni di spettatori per ogni tg e talk-show degli ultimi mesi. Più le donne e gli uomini in carne e ossa che hanno affollato le sale della campagna dei cinque candidati.
I cittadini. Gli elettori. Coloro ai quali il centrosinistra ha voluto consegnarsi, e vuole continuare a farlo, e dai quali ha ricevuto una risposta entusiasta. «Una bella cosa », ha ripetuto spesso Bersani.
Come si poteva pensare che, spalancato il portone della sovranità, i cittadini non volessero continuare a varcarlo in questi giorni di ballottaggio, quando il confronto raggiunge, interessa e appassiona tante persone in più? Altri italiani, anche loro reali o potenziali elettori del Pd come quelli delle file del 25 novembre.
Italiani che potrebbero anche fare la differenza, a marzo, fra un successo risicato e una vittoria ampia e decisiva.
Avendo scritto mesi fa che regole troppo rigide non avrebbero fatto l’interesse del Pd, e avendone trovato conferma nell’aggiustamento delle regole stesse fino al trionfo della partecipazione al primo turno, è ovvio che ci piacerebbe avere dopodomani ai seggi più dei tre milioni già visti. Del resto sembravano pensarla tutti così: più gente c’è, meglio è per il centrosinistra. Non meglio per uno dei candidati, come dimostra il successo di Bersani nell’elettorato d’opinione, rimarcato dai suoi.
Ieri all’errore di un regolamento ristretto poi allargato poi definitivamente ristretto s’è aggiunto da parte di Renzi l’errore grave di voler forzare la situazione non solo con un appello per le nuove iscrizioni, bensì con un mezzo raggiro. Una pessima idea (nata dopo un acceso scambio telefonico tra sindaco e segretario), il cui rimbalzo polemico rischia di far dimenticare all’opinione pubblica la felice serata su RaiUno rispedendo il Pd nel purgatorio delle liti permanenti.
Se questa bufera non si placasse, entrambi ci rimetterebbero. Bersani forse vincerebbe con un margine più rassicurante ma con due limitazioni serie: l’ombra delle polemiche e una maggioranza calcolata su una base più ristretta di quella del 25 novembre. Renzi, dopo esser salito al rango di leader, sarebbe ridimensionato a quello antipatico di sfasciacarrozze.
A chi conviene distruggere il capolavoro politico e comunicativo di quel dibattito (seguito dal teledramma Pdl) e di due mesi di miracolo democratico?
permalink | inviato da stefano menichini il 30/11/2012 alle 18:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
28 novembre 2012
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Il gioco si fa duro, "adesso". E dopo?
Il ballottaggio non poteva essere un pranzo di gala, infatti non lo è. Non abbiamo scritto per nulla che queste sono primarie vere, una competizione seria e aperta. L’ha confermato subito Matteo Renzi ieri, nel primo dei cinque giorni che ha a disposizione per recuperare 290mila voti: un paio di colpi sotto la cintura dedicati al Bersani ministro che avrebbe avuto responsabilità sia nell’organizzazione di Equitalia che nella privatizzazione dell’Ilva. Due argomenti non proprio scelti a caso, i più roventi che ci siano, il secondo poi con l’aggravante dei rapporti pregressi (e pubblici) fra i Riva e lo stesso Bersani.
Non c’è da drammatizzare. Passiamo dalle «cose belle», scambiate fra i due per sms e raccontate dal segretario, alle accuse esplicite di corresponsabilità con le scelte sbagliate del passato. Le recriminazioni contro la nomenklatura sulle regole per iscriversi al voto e gli errori della classe dirigente degli ultimi anni sono i temi dello sfidante che deve rimontare.
Renzi pensa di dover andare giù duro (alzando le attese per il duello tv di questa sera), e di poterselo anche permettere perché i risultati del primo turno hanno tolto di mezzo l’argomento atomico della sua estraneità al Pd e al centrosinistra.
Se accende la polemica, con quel bagaglio di un milione abbondante di voti nessuno può più accusarlo di muoversi da agente del nemico.
Lo sdoganamento definitivo è venuto dalla stessa Unità che solo un mese fa imputava al sindaco di Firenze comportamenti «fascistoidi», e che ieri nell’editoriale del direttore Claudio Sardo riconosceva Renzi come «secondo vincitore» delle primarie; definiva la conquista del ballottaggio «la consacrazione a una leadership effettiva e popolare »; invitava tutti a «non mettere tra parentesi il risultato di Renzi» e infine prospettava un futuro nel quale la radicalità dello sfidante possa essere ricompresa nel progetto collettivo guidato da Bersani.
Un commento condivisibile al cento per cento. Subito però si apre la domanda: data per scontata la dichiarata e ribadita lealtà post-primarie, se, come e fino a che punto Renzi è riassorbibile nel Pd eventualmente guidato da Bersani? 
Il tema per fortuna non è più di tipo antropologico o etnico, bensì puramente politico. Verosimilmente Renzi non uscirà dal ballottaggio di domenica con meno del 40-44 per cento dei voti espressi: per paradosso, la formula giustamente voluta da Bersani per potersi presentare come leader della maggioranza assoluta del centrosinistra (e avversata inizialmente da Renzi) avrà l’effetto mica tanto collaterale di intestare al sindaco di Firenze una minoranza interna di dimensioni mai viste prima nel Pd.
Un enorme pezzo di elettorato progressista che, a ragione, anche Claudio Sardo considera imprenscindibile. Finiscono in archivio le speranze di Mario Tronti e di molti come lui (anche molto più giovani di lui) di espellere dal Pd l’oggetto estraneo e tutti i suoi sostenitori. Ma questo conta poco: lo si doveva sapere dalla vigilia. Chi dovesse ripetere simili facezie adesso andrebbe ammonito col banale calcolo (non a caso fatto ieri dallo stesso Renzi) della proiezione su scala elettorale nazionale di un 40- 44 per cento delle primarie: vale almeno il 15 per cento, meglio non giocare con simili numeri.
La questione vera è che l’assimilazione piena di Matteo Renzi al Pd eventualmente bersaniano è molto molto problematica. Dovessimo dire oggi, la considereremmo impossibile. E non per incompatibilità personale (anzi, i due si prendono), né per impermeabilità reciproca delle aree di consenso (basti guardare i dati delle regioni a maggiore insediamento democratico).
Il fatto è che Renzi resterà “fuori” – resterà a Firenze, intendiamo – perché la sua partita rimane secca. O si vince o si perde. Vista dal suo punto di vista: se tocca a Bersani, Bersani deve giocarsi la sua corsa verso palazzo Chigi e poi auspicabilmente il suo duro lavoro da premier. Renzi lo sostiene nella campagna elettorale, chiede (e verosimilmente ottiene) una rappresentanza parlamentare congrua anche se non matematicamente proporzionata alla percentuale ottenuta al ballottaggio, partecipa alla vita del Pd, ma non si fa coinvolgere in alcun modo. Né nella gestione di partito, né nel governo. Il suo obiettivo diventa vincere la prossima volta (magari calcolando che, con una legislatura nata precaria, la prossima volta possa non essere così lontana).
Tutto questo non attiene a calcoli particolari. Anzi è verosimile che molti di coloro che ora sostengono Renzi la pensino diversamente da lui su questo punto, e siano disponibili a «farsi coinvolgere» (sia pure non nel modo con cui si fece ricoinvolgere Dario Franceschini nel 2009 dopo esser stato battuto da Bersani per la segreteria: lo citiamo solo perché il paragone col risultato di Franceschini è stato proposto dall’attuale maggioranza per sminuire la portata del dato di Renzi).
Tutto questo attiene alla personalità del sindaco di Firenze, abbastanza unica in questo momento. Come conferma il fatto che ieri sia ripartito all’attacco senza concedere a Bersani più di qualche applauso, siamo di fronte a una macchina da battaglia elettorale che al massimo può ridurre i giri (com’è successo nei primi mesi del governo Monti), ma spegnersi mai.
Questa macchina deve essere posta al servizio del centrosinistra per vincere nella prossima primavera meglio di quanto saprebbe fare il Pd “pre-primarie”. Conviene a tutti, a Bersani più che a ogni altro. Renzi ha il dovere di mettersi a disposizione e lo farà perché lui eredita dalle primarie, insieme a una bella forza, anche molti obblighi e una enorme responsabilità verso una collettività.
Ma assimilarlo, coinvolgerlo oltre un certo limite, magari nei calcoli di qualcuno neutralizzarlo: questo non accadrà. E un’alta tensione intorno al “ragazzetto”, come imprudentemente lo chiamò Franco Marini, d’ora in poi ci sarà sempre.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/11/2012 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
27 novembre 2012
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primarie pd bersani renzi sondaggi
Continuiamo così, facciamoci del bene
Né i commenti a bocce ferme dei due ammessi al ballottaggio, né quelli degli esclusi, né i dati definitivi del primo turno (diversi da quelli della serata, dunque più favorevoli a Bersani) spostano il giudizio dato a caldo nella notte delle primarie.
In generale, il Pd rimane in cima alla cresta di un’onda che ingrossa i suoi consensi, lo impone quasi con violenza all’attenzione dell’opinione pubblica più ampia (il duello televisivo stavolta sarà nel prime time del primo canale generalista) e allarga ulteriormente il gap concorrenziale con le altre forze politiche, non solo il derelitto Pdl ma a questo punto – fatto nuovo – anche il M5S.
Pier Luigi Bersani esce da vincitore dal primo turno non solo per il vantaggio largo. Prima Vendola (lo scorso anno), poi il medesimo Renzi lo avevano sfidato a fare le primarie e poi l’avevano incalzato. Il segretario avrebbe potuto arroccarsi in un fortino che tutta la nomenklatura democratica (come s’è visto) avrebbe volentieri presidiato, e continuare nella tattica di avvicinamento passivo alle elezioni politiche che era stata la sua linea di condotta fin dal 2009.
L’estate scorsa ha deciso di fare l’opposto, sulla base di una lettura corretta non tanto dei rapporti di forza interni bensì della relazione drammatica fra elettori e partiti, fra cittadini e democrazia. Sta vincendo la scommessa. A questo punto non è solo il favorito per palazzo Chigi: è per tutti un leader riconosciuto, dotato di una forma peculiare di carisma e di visione. Insomma ciò che in tre anni di segreteria del Pd (e di scelte spesso troppo statiche) non era riuscito a diventare.
Il suo punto di forza è la morbidezza del linguaggio nei riguardi dei suoi concorrenti. L’ha voluto ribadire ieri facendo riferimento ai contatti con Renzi. Non è buonismo: è un tratto caratteriale misto a calcolo e alla conoscenza di ciò che piace e non piace al popolo del centrosinistra. O meglio, a quella parte che si ritrae davanti al linguaggio diretto e arrembante di Renzi.
È molto difficile che Matteo Renzi diventi il candidato del centrosinistra per guidare il governo: trecentomila voti sono ardui da rimontare. Ma il sindaco di Firenze ha tutte le ragioni per brindare. Anche la sua scommessa è vinta. Ha definito uno standard per la competizione democratica nel suo insieme, in tutto l’arco politico, non solo a sinistra. È conosciuto e seguito anche fuori dall’Italia (alla vigilia si informava sulle sue chances il laburista David Miliband).
In questi ulteriori cinque giorni correrà giustamente per vincere, comunque è ragionevole per lui puntare a chiudere domenica intorno al 40 per cento: francamente una quota impensabile alla vigilia, per uno sfidante che il corpo del Pd aveva esorcizzato come alieno. E pensare che l’entourage del sindaco negli ultimi giorni temeva una disfatta, pensavano di poter rimanere inchiodati al 20 per cento. Perfino loro avevano sottovalutato la domanda di un cambiamento drastico proveniente anche dagli strati più fedeli dell’elettorato.
Il milione abbondante di voti renziani è solo una parte del bottino elettorale che la presenza e le idee di Renzi possono consegnare al partito: come scrivevamo alla vigilia, ciò rende Renzi imprenscindibile. Bersani ha dimostrato in ogni occasione di saperlo. Sul fairplay il segretario verrà ricambiato nei prossimi giorni, anche se ieri s’è capito che Renzi non smette mai di combattere. Del resto, per recuperare deve assaltare: rimane da parte sua la critica all’usato sicuro, continua l’affondo verso il corpo del gruppo dirigente allineato dietro al segretario.
Lesto come sempre, Renzi “usa” da subito il nervosismo eclatante di alcuni big, da Rosy Bindi a Franco Marini, per intaccare l’immagine di rinnovatore che Bersani è riuscito comunque a recuperare.
Allora risalta a maggior ragione il grossolano errore di chi si mette dalla parte del torto tornando a minacciare ritorsioni sulle candidature per le politiche, o rese dei conti congressuali. Scelta autolesionista: sembrano voler dare ragione a chi li descrive come asserragliati in difesa dei propri ruoli. Si capisce meglio ora quanto ci avessimo preso, quando avevamo intuito la volontà innanzi tutto di Bersani di approfittare delle primarie per rimescolare tutte le carte. Il nervosismo nasce più da qui, che dal risultato di Renzi.
È chiaro che quel 35 per cento (al primo turno, destinato a crescere, conquistato dallo sfidante in zone dove il Pd è forte) cambia gli equilibri interni. Soprattutto, diventa irreversibile il protagonismo, al di là degli schieramenti attuali, di una leva di dirigenti giovani: cresciuta nello scontro delle primarie, destinata a crescere ancora nella campagna elettorale nazionale.
Un quadro incoraggiante, nient’affatto scontato fino a pochi mesi fa. Per parafrasare un celeberrimo fustigatore dei costumi della sinistra, c’è da dire: continuiamo così, facciamoci del bene
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Diario
25 novembre 2012
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primarie bersani renzi vendola puppato tabacci pd
Un bel regalo, una sfida sana
È bello e giusto, ce l’hanno anche suggerito, ma non possiamo farlo come titolo di questa edizione straordinaria di Europa: «Il Pd ha già vinto le primarie».
Non possiamo farlo per il semplice motivo che l’abbiamo già fatto. Più di due mesi fa, il 21 settembre, quando la campagna che si chiude oggi (o fra una settimana) era ai suoi primi passi.
Erano passi difficili, duri, un cammino che sembrava in salita.
Polemiche, dubbi, paure. Le fastidiose schermaglie sulle regole. Pressioni sul segretario Bersani perché non si esponesse inutilmente, non mettesse a rischio il partito. Attacchi a Matteo Renzi per aver lanciato una sfida distruttiva. Ironie su Nichi Vendola: solo nel 2011 era la grande promessa e ormai sembrava inabissato.
Non è neanche giusto oggi infierire sui molti che questa giornata straordinaria non avrebbero voluto celebrarla.
Semplicemente, non avevano colto il cambio di stagione. Reagivano in maniera difensiva all’incognita delle primarie perché legati a uno schema rigido di avvicinamento alle elezioni di primavera. Come gli allenatori che considerano solo la propria squadra e non si curano delle condizioni del campo e delle mosse degli avversari.
Qui è il grande merito che va riconosciuto, comunque vadano le cose nel conteggio di stasera, soprattutto a Pier Luigi Bersani e a Matteo Renzi.
Hanno motivazioni diverse, obiettivi diversi, anche idee sensibilmente diverse su importanti punti politici. Almeno per oggi vanno considerati fino in fondo antagonisti fra loro, e con gli altri tre candidati. In comune però Bersani e Renzi hanno di aver obbligato l’intera scena politica nazionale a uno scarto straordinariamente positivo.
Non c’è solo il beneficio per il Pd e per il centrosinistra. Che è evidente, certificato da sondaggi molto seri, assolutamente costanti e coincidenti. C’è l’effetto a catena sugli altri partiti, obbligati a definirsi pena la marginalizzazione.
E c’è – come sottolinea sempre Bersani – il gran regalo fatto alla democrazia nel suo insieme: mesi e anni a scrivere di scandali, ruberie, sprechi, del distacco e anzi del rancore dei cittadini verso la politica. E poi, una domenica di fine novembre, ecco lo spettacolo di partecipazione al quale stiamo assistendo. Anzi, del quale siamo tutti protagonisti: cosa ben diversa dall’essere spettatori o tifosi.
Qui c’è un’altra intuizione: che i partiti, in questa fase, non sarebbero stati in grado di guarirsi da sé, guarire il sistema, riconnettersi alla società infuriata. Ne è prova ciò che in parlamento sta accadendo – o meglio, non sta accadendo – intorno alla riforma elettorale, per non dire delle altre riforme mancate del sistema politico.
Dunque è giusto per i partiti riconoscere i propri limiti e consegnarsi agli italiani.
Come avverrà nel marzo prossimo per una cruciale tornata elettorale. Come il centrosinistra ha avuto la forza, la preveggenza e il coraggio di fare per il proprio campo. Come, a quanto pare, è impossibile fare nel devastato centrodestra post-berlusconiano (oppure a quanto pare, peggio per loro, tuttora berlusconiano). Come infine non sono in grado di fare né i sedicenti ultrà della democrazia dal basso di M5S; né i partiti e i movimenti aggregati in quell’area centrale che sarebbe tanto importante se non fosse frenata al tempo stesso dalla immaturità dei newcomers montezemoliani e dall’obsolescenza dell’eterna Udc.
Se qualcuno avesse pianificato a tavolino questo brillante autunno del Pd, sarebbe un genio.
Sappiamo che non è andata così, sappiamo che s’è proceduto per strappi, ripensamenti, improvvisazioni, slanci individuali. Badate però che alla fine i conti tornano, nulla capita per caso.
Il Pd può trovarsi in questa felice circostanza grazie all’incrocio fra alcune sue virtù fondative e un decisivo innesto recente.
Grazie a coloro che l’hanno fondato, e grazie a Bersani che lo dirige da tre anni, il Pd è un partito vero. Molto distante dalla perfezione, e afflitto dai mali di tutti i partiti del mondo in questo tornante storico, ha però una solidità intrinseca. È un progetto che corrisponde a un pezzo grande d’Italia: né l’uno né l’altra sono provvisori. Solo così si spiega come mai solo il Pd (che ha avuto i suoi guai, e grossi) rimanga in piedi nella frantumazione delle sigle della Seconda repubblica.
In questa solidità, che ha sconfinato spesso nella staticità, ha fatto breccia un potente moto di innovazione.
Guardate i nomi e i volti delle donne e degli uomini che in queste settimane hanno invaso i dibattiti in tv (realizzando, per inciso, un colpo di comunicazione politica dal valore inestimabile). Guardate le tre firme che oggi su Europa hanno accettato, su nostra richiesta, di “rappresentare” la visione per l’immediato domani dei candidati principali. Guardate chi ha organizzato in tutta Italia quelle manifestazioni sempre stracolme – il vero fatto nuovo, un’attenzione spasmodica per le proposte di tutti i candidati di queste primarie.
Ebbene, questi nomi, questi volti, queste firme, sono già i nuovi dirigenti del centrosinistra. È in atto un drastico ricambio di ceto politico. Non senza immaturità e delusioni. E certo non senza che ci siano (e ci saranno, vedrete) forti resistenze da parte della nomenklatura precedente. Ma ciò che doveva accadere perché il Pd tenesse il passo del cambio di Repubblica, sta accadendo.
Abbiamo già scritto, non c’è bisogno di ribadire oggi, che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il coraggio di Renzi e senza la lungimiranza di Bersani. Puppato, Vendola e Tabacci, ognuno di loro ha portato un mattone a questo edificio. Non ce ne vogliano gli ultimi due, ma il popolo che oggi si metterà in fila ai seggi li considera già dentro un solo partito, più grande e plurale: sarà uno dei temi del dopo primarie.
Fra Bersani e Renzi, oggi o domenica prossima, uno perderà. Entrambi però usciranno da questo confronto con una statura da leader che non avevano prima e che, al di là delle esagerazioni dei tifosi più sfegatati, è ormai reciprocamente riconosciuta.
Il patrimonio accumulato dal centrosinistra potrà essere speso al servizio del paese se loro due e l’intero nuovo gruppo dirigente sapranno sciogliere rapidamente le ruggini delle primarie e gettarsi alla conquista dei consensi necessari a governare: oggi ai seggi avremo tante persone in più rispetto alle previsioni. Ma per quante esse siano, per cambiare l’Italia occorre conquistare il cuore e il cervello di un popolo tanto più vasto e ancora tanto diffidente.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/11/2012 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
22 novembre 2012
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primarie pd sondaggi bersani renzi
Il Pd e il collasso quantistico
Un’utente di Twitter, Silbi, ha dato la definizione che intuisco essere la più adatta, anche se è fuori dalle mie competenze: il Pd che secondo l’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli tocca ormai il 32,2 per cento (teoricamente il massimo storico, considerando che nel 33,1 del 2008 vanno conteggiati anche i radicali) è secondo lei un «Pd quantistico».
Nella mia ignoranza indovino che significhi che gli italiani si dichiarano oggi per due Pd, su livelli spazio-temporali diversi: quello di Bersani (di ieri, oggi e domani) e quello di Renzi (di oggi e domani), anche se non escluderei che a quella cifra alta contribuiscano anche sognatori di un Pd tendenza Vendola o Tabacci. Insomma un Pd espanso «oltre i confini della realtà », per rimanere in tema.
Comunque vada domenica sera, o domenica 2, il destino di tutti e cinque i concorrenti e di tutti i simpatizzanti ed elettori del centrosinistra dipende dal successo di una delicata e non scontata operazione di riunificazione di quegli universi paralleli: quando Pd e centrosinistra avranno un solo candidato premier, dovranno continuare a valere quanto gli attuali due, tre, quattro Pd virtuali disponibili sul mercato elettorale.
Se il centrosinistra vuole davvero governare l’Italia e non delegare l’incarico una volta di più, non c’è alternativa a tentare questa difficile operazione.
Seguendo l’istinto di duri combattenti d’altre epoche come Mario Tronti (settimane fa auspicava sull’Unità che Bersani, vinte le primarie al primo turno, si liberasse di Renzi e dei suoi indesiderabili sostenitori, alieni rispetto alle tradizioni politico-culturali del Pd) avremmo la certezza di un auto-ridimensionamento elettorale (Silbi, peraltro accesa antirenziana, parla di collasso quantistico) e quindi di riconsegnare il paese, nel migliore dei casi, alle cure dirette del professor Monti. Che poi è, a ben pensarci, ciò che la sinistra della generazione e dell’orientamento di Tronti ha sempre fatto.
Bersani, Renzi e tutti coloro che hanno creduto nelle primarie (compreso Vendola) sono i titolari dell’attuale potenzialità elettorale. Toccherà a loro di confermarla e magari rafforzarla a risultato acquisito. Si spera che gli altri – quelli che «le primarie distruggeranno il partito» – per rientrare in gioco a cose fatte non tentino, loro sì, di distruggere il magnifico lavoro di mobilitazione e di resurrezione delle coscienze che si è realizzato in questi mesi.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/11/2012 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
14 novembre 2012
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"Europa", meno carta e molto più web
Da domani i lettori di Europa troveranno in edicola – nelle città nelle quali usciamo ancora in edicola – un giornale diverso. Nuovo. Più agile. Pensiamo più elegante nella forma grafica. Con un paio di novità, alcuni contenuti importanti in più rispetto alla copia che avete in mano in questo istante.
Indubbiamente, però, sarà anche un giornale più leggero: la carta sarà di qualità migliore dell’attuale ma le pagine saranno di meno. Quattro, al massimo sei. Dense, ricche, con il meglio delle firme che ci hanno accompagnato nei quasi dieci anni della nostra vita. Ma di meno.
Il fatto è che il momento preannunciato da molto tempo è arrivato, o meglio quasi arrivato. Mentre ci leggete, Europa s’è messa in marcia per la sua migrazione verso la rete.
Come tanti altri giornali piccoli, medi e grandi di tutto il mondo, andiamo là dove i lettori ormai cercano le notizie in misura crescente. Dove scorre il più potente flusso di informazioni. Dove le notizie possono essere contestualizzate e proposte ricorrendo agli strumenti più immediati e moderni. Dove si accende e vive il dibattito e il confronto con i lettori.
Nel nostro caso – piccolo giornale politico che non ha mai avuto dati di vendita alti – andiamo là dove già da molti mesi abbiamo trovato molti più lettori e molto più interesse di quello suscitato nel faticoso e dispendioso sforzo quotidiano di raggiungere tutte le edicole d’Italia.
La migrazione sarà progressiva, durerà poche settimane. Quando sarà terminata (entro Natale, con traguardi intermedi significativi in occasione delle primarie) continuerete a trovare la vostra copia cartacea sia pure nella versione ridotta. Ma avrete sulla rete all’indirizzo www.europaquotidiano.it un giornale online continuamente aggiornato, molto più ricco di contenuti di quanto Europa sia mai stata da quando l’abbiamo fondata nel 2003.
Saremmo ipocriti se cercassimo di far credere che questo passo sia stato intrapreso di assoluta spontanea volontà.
Come tanti altri nell’informazione nel mondo in questa fase, dobbiamo adeguarci a un cambiamento epocale che come sua prima conseguenza reca una contrazione drammatica delle vendite, dei ricavi da diffusione e pubblicità, purtroppo dei posti di lavoro.
È in atto una rivoluzione tecnologica che, come tutte le rivoluzioni industriali, modifica i costumi, i consumi, le abitudini, interviene pesantemente sulla domanda e sull’offerta.
L’ondata si abbatte sui più grandi gruppi editoriali, sulle testate più famose e potenti, sulle redazioni più rinomate e orgogliose. Dal New York Times al Pais, dal Guardian a Newsweek, nessuno è risparmiato, con gradi diversi di emergenza. La rivoluzione digitale e le nuove pratiche di fruizione dell’informazione si affiancano alla crisi economica generale: l’effetto è decuplicato. Nessuna azienda regge difendendo i propri equilibri tradizionali.
Per noi questo passaggio epocale ha una traduzione specifica. Altri fattori, locali e specifici intervengono a complicare il quadro.
Le risorse pubbliche per il sostegno all’editoria minore politica, di idee, cooperativa (sostegno sacrosanto, che difenderemo sempre) vengono tagliate sistematicamente e brutalmente da anni. La Fnsi ha lanciato il suo grido di dolore. Settanta testate che rischiano di chiudere. Quattromila persone di perdere il lavoro. Se si ritiene, come Beppe Grillo, che questa sia una buona notizia, vuol dire che si ha del mercato dell’informazione una concezione oligopolista, darwiniana, roba che neanche l’estrema destra più neoliberista.
La riduzione generale e brusca delle risorse arriva a coincidere con una stagione nella quale ogni eccesso di spesa appare insopportabile all’opinione pubblica, soprattutto se di mezzo ci stanno la politica e i suoi strumenti, giornali compresi anzi spesso giornali per primi.
Si costruisce tanta demagogia su questo sentimento, però ci sono molte buone ragioni. È doveroso farci i conti. Perché una cosa è sostenere piccole testate che non potrebbero sopravvivere non avendo accesso alle risorse pubblicitarie. Un conto è pretendere di andare avanti con attività totalmente diseconomiche, non sostenibili e difficilmente giustificabili.
C’è una ragione antica e nobile nello sforzo dei giornali politici e di partito per raggiungere le edicole di ogni città e paese, pur sapendo che saranno poche le copie vendute. Ma oltre un certo limite questo sforzo si fa spreco. Diventa indifendibile. Finisce per dar ragione alle critiche più distruttive, tanto più in considerazione appunto dell’esplosione di nuove e meno dispendiose forme di giornalismo.
Anche per questo Europa ha deciso dal luglio scorso di tagliare drasticamente tiratura e diffusione. Una scelta dolorosa, che ci è costata l’abbandono di molte regioni d’Italia e la perdita di contatto con affezionati lettori: è stata anche un’assunzione di responsabilità nei confronti della collettività, mentre agli italiani si impongono sacrifici duri. Quella scelta ha avuto un seguito nell’ulteriore abbattimento dei costi di produzione grazie all’accordo sindacale che consente ora riduzione bilanciata di stipendi e orari di lavoro con la formula dei contratti di solidarietà.
Nella crisi siamo fortunati, perché gli antichi promotori di Europa, gli eredi della Margherita, hanno deciso di darci un ultimo sostegno al momento di chiudere la spaventosa vicenda delle malversazioni della loro cassa.
È grazie a questo sostegno che partiamo fiduciosi per il nostro trasloco. Grazie alla disponibilità di corpo redazionale e azienda. Grazie all’interesse che verso di noi manifestano tanti lettori vecchi e nuovi. Grazie all’incoraggiamento e all’aiuto che ci viene dal Partito democratico, che riconosce Europa come strumento libero e autonomo ma appartanente al suo stesso mondo, senza mai aver avuto la pretesa di orientarci o condizionarci. Nei prossimi giorni avremo occasione di raccontare il seguito di questo progetto. La sua parte migliore: non più ciò che si perde o che non si può più fare, ma ciò che si acquista, il molto che si potrà fare di più e di meglio (sempre se ne saremo capaci).
Fra tre mesi compiremo dieci anni: una bella età per un giornale tradizionale, l’anno uno della nuova Europa
permalink | inviato da stefano menichini il 14/11/2012 alle 9:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Diario
13 novembre 2012
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blog
Un blog in sonno si risveglia
Un po' per stanchezza, un po' per pigrizia, un po' per motivi personali, molto per l'esplosione dell'attività su Facebook e su Twitter, moltissimo per il lavoro connesso alla riforma editoriale di Europa (che è descritta qui), insomma questo blog è rimasto in sonno per molti mesi.
Riparte oggi, in piena campagna per le primarie e in vista di una impegnativa stagione politica, elettorale, editoriale. Cercherò di tornare a essere puntuale.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/11/2012 alle 18:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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