.
Annunci online


Giornali
31 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Il trasloco dei piccoli giornali
L’ipotesi che ha prospettato Giuliano Ferrara è pessima per il Foglio in sé, e pessima per il Foglio che è in noi.
Chiudere i battenti, cessare le pubblicazioni, cancellare una testata che ha fatto un pezzo della storia degli ultimi cruciali quindici anni di storia italiana. Un evento che non si concretizzerà, ma la cui eventualità pone  davanti al problema di come affrontare un tornante cruciale per chi fa piccoli giornali per proporre idee, politica, posizioni, analisi. Qualcuno è già finito fuori strada, come Liberazione, c’è chi si dichiara sul ciglio, come il manifesto, altri hanno situazioni di crisi conclamate e altri ancora ci sono ma non lo fanno sapere. Europa non sta tanto meglio.
Non ho voglia né bisogno di riaprire il dossier di quanto il Foglio possa piacere o dispiacere, dell’opinione che si può avere del suo direttore, delle parti alterne e cangianti che ha giocato fin dalla fondazione nella commedia berlusconiana (tendente al dramma per il paese). Per chi ha gusto del giornalismo e della scrittura applicati alla politica, questo è un modello, che può solo fare tanta maggiore rabbia quanto più tradisce (e l’ha fatto) la promessa all’imprevedibilità e al disincanto: perché l’amicizia che perdona tutto al Cavaliere si ammette, ma neanche un romanticismo patologico giustifica tante campagne sballate e sconfitte, ultima quella per le elezioni contrapposte al golpe del “preside” Monti, ora corretta in un più mansueto e responsabile accompagnamento critico del riformismo professorale.
Ma tant’è, ognuno ha i suoi incantamenti. Per ricordarmelo, tengo appesa nella stanza la riproduzione di una prima pagina di Europa con titoli e foto su Veltroni versione Grande Timoniere. Ci piaceva quel Pd lì, ora ci adattiamo e applichiamo le nostre poche idee a un Pd meno immaginifico, pragmatico talvolta fino all'eccesso ma magari chissà speriamo più vincente. Ognuno s’incanta e ripiega con ciò che ha.

Il Foglio non deve chiudere, va da sé. Per la qualità controversa delle idee e delle parole che produce, per la leva impareggiabile (Europa esclusa) di giovani talenti che educa, promuove e smista, per l’urticante presenza di un direttore e dei suoi cinici coetanei e complici, per smentire i quali occorre sempre migliorare se stessi, esercizio che solo gli stolti si risparmiano.
Dopo di che non credo che il Foglio chiuderà (intanto mi interrogo su quanta parte del suo problema risieda nel più generale disarmo, politico e non solo, che Silvio Berlusconi sta imponendo ai vari comparti del suo sistema di potere e di battaglia), però so che il suo problema è il problema di tanti altri, che pur non essendosi dati alle spese pazze ed essendosi meritati nome, rispetto e ruolo, ciò nonostante non reggono l’urto della crisi, e tutti scrutano con scarsa lucidità e flebili speranze nelle prospettive offerte dall’ormai mitologico trasloco dall’edicola al web.
Il paradosso è quasi ovunque lo stesso.
Più o meno condivisibile che sia, la produzione intellettuale e giornalistica di molte di queste testate è riconosciuta, circola, rimbalza, crea opinione e contrasto. Insomma, funziona. Ma non remunera. Quelli che per leggere sono disposti a recarsi in edicola e spendere sono pochi, mentre la stragrande maggioranza di quelli che usufruiscono dei contenuti (magari di qualità, elaborati da strutture redazionali regolari dunque onerose per quanto leggere) lo fanno gratis sulla rete, e ormai ritengono la gratuità un diritto acquisito. Pur di averla garantita – si trattasse anche solo di spendere un euro – sono disposti a scambiarla con meno qualità, con contenuti più improvvisati, meno professionali, tanto il consumo è rapido e l’offerta pressoché illimitata.
La strada che porta a un sistema nel quale la carta e l’edicola siano presidio residuale (ma certificazione di qualità e solidità) è tracciata, ineludibile.
Da solo però nessuno di noi piccoli può percorrerla, moriremmo tutti nella transizione perché nasciamo con altre strutture, altri pesi, sostenibili (e a stento) solo con i ricavi della diffusione. Certo, la pubblicità cresce a vista d’occhio sulla rete ma seguendo le stesse implacabili regole che hanno consentito ai grandi giornali di drogare la concorrenza e schiacciarci tutti, uno dopo l’altro, nel mercato tradizionale.
Si sa che sopravviviamo per il sostegno pubblico: come usarlo per la riconversione è il tema di oggi e dell’immediato futuro.
Non credo che la massa dei moralizzatori con i loro opinion leader se ne renda conto, ma la campagna contro i contributi pubblici all’editoria politica, cooperativa e di partito è il frutto più avvelenato – a me talvolta pare perfino l’unico – di quell’odioso neoliberismo selvaggio che in altri campi porta le medesime persone a sfilare indignate nelle piazze.
«Se non sai vivere nel mercato, è giusto che tu muoia» è la frase che mi sento rivolgere sempre, da gente che non si permetterebbe mai di parlare così a un minatore del Sulcis, a un metalmeccanico di Termini Imerese, a un panettiere di Milano a un orchestrale dell’Opera di Roma, a un attore del Valle.
Siamo in tanti fuori dal mercato, forse ci siamo tutti, voglio dire tutti gli italiani: vogliamo morire abbracciati? Può disprezzare tanto il valore della produzione intellettuale, giudicandola non meritevole di tutela né di sostegno, chi magari in altra sede si straccia le vesti per il degrado culturale del paese (sempre colpa di qualcun altro)? E dove possono trovare spazio i precari da tre euro al pezzo, formarsi nuove professionalità, competenze e intelligenze, se su piazza rimangono solo i colossi? Si fa l’esempio – notevole ma peculiare – del Fatto, che è nato e prospera solo sulle proprie forze. Ma dal direttore in giù, quasi tutti coloro che ne fanno il successo sono cresciuti dentro piccola, grande o grandissima editoria sovvenzionata.
Europa per esempio, piccolo luogo del giornalismo e della politica, negli anni ha anche formato giovani capaci, ha dato loro buona occupazione, in definitiva ha creato valore, anche se non utili per gli editori: era meglio che non fosse successo?
La gramigna da scacciare sono gli abusi, l’assistenzialismo, l’ingrassamento indiretto della politica. Un’operazione di bonifica è già in corso, è negli impegni del parlamento e del governo, ma prima ancora è nell’impegno del sindacato e di chi i giornali li fa davvero.
I fondi per le testate meritevoli pare che siano in via di parziale reintegro, piccola boccata di ossigeno per chi stava per soffocare.
Come però il governo Monti ha cominciato ad affermare, e come tutti sappiamo, la prospettiva non è andare avanti così. La prospettiva è un piano generale di ristrutturazione del settore, nel quale le risorse siano usate per spingere chi ha qualcosa da dire laddove c’è gente ansiosa di ascoltare, replicare, consumare, cioè sulla rete e sulle piattaforme multimediali. Questo al fine di creare un circolo virtuoso, potenzialmente autosostenibile nel tempo e nelle condizioni diverse dettate da un luogo dove la gratuità è dogma e prassi anche a scapito delle prerogative della proprietà intellettuale.
È un’impresa all’ordine del giorno in tutti i paesi, che in Europa e in Italia può svolgersi grazie all’impegno del sindacato secondo le modalità particolari del nostro modello sociale e industriale. L’unica impresa nella quale possono trovare spazio e successo le avventure nuove, partite dal basso, e quelle preesistenti più capaci di innovare e di inventare formule miste di presenza online e su carta.
Vale la pena di provarci, saremo obbligati a provarci, ma da soli non ce la faremo. Noi, che siamo tutti un po’ fogli e un po’ manifesti.
permalink | inviato da stefano menichini il 31/1/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
25 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Un fantasma s'aggira per il Pd
Torna ad aggirarsi nel Pd un fantasma. Sempre lui, sempre l’odiato e temuto papa straniero. Ha assunto tutte le fattezze possibili, come si addice agli spettri. Per lungo tempo è somigliato a Montezemolo, poi a Profumo, per un attimo è apparso Ezio Mauro, ci sono state fugaci visioni di Saviano e Soru, poi qualcuno ha visto Mario Monti prima che si incarnasse in maniera più solida e probabile. Adesso la paura ha il nome e il volto di Corrado Passera.
Quasi sempre si tratta di personaggi dell’establishment economico e finanziario, con forti agganci editoriali, che non appena si esprimono su affari pubblici o mostrano di avere del tempo libero vanno a turbare i pensieri dei dirigenti del Pd.
La stampa ci gioca parecchio, un po’ per piaggeria verso i padroni del vapore ma soprattutto perché a sfiorare i nervi scoperti dei democratici l’effetto e la reazione sono garantiti: per creare il caso basta il più improbabile dei sondaggi online.
I tipici commenti del democratico irritato sono: benvenuto chi entra in politica, però si iscriva a un partito. Vuole candidarsi? Partecipi alle primarie. Partiti personali, uomini della provvidenza? Abbiamo già dato. Non riuscirete a fare a meno del Pd.
Tutte cose giuste. Solo che a sentirle ripetere in ogni intervento e a leggerle in ogni intervista danno l’impressione di una certa ansia. Di una inconfessabile insicurezza che non vorremmo che il Pd avesse, e che soprattutto non vorremmo condizionasse le sue scelte e posizioni.

Per esempio adesso è eclatante il fastidio verso il decreto liberalizzazioni di Monti. Non per quello che c’è o non c’è, ma perché se ne parla in giro troppo bene, e come di una svolta mai realizzata prima dai governi politici. Retropensiero democratico: qui si vuole delegittimarci, noi che siamo guidati dal primo (anzi unico) dei politici liberalizzatori.
Stanno ingigantendo i meriti di Monti (e Passera) oltre il dovuto. E lo fanno oggi per fregarci meglio domani.
Dal fastidio si fa presto a passare all’acidità, qualche giornale di area ci aggiunge il carico ideologico dell’avversione a qualunque cosa o persona odori di liberale, alla fine il messaggio agli elettori rischia di tornare a essere quello della freddezza e della distanza da Monti. «La sua agenda non è la nostra agenda», ha detto Fassina all’assemblea Pd, al termine di un intervento nel quale il decreto liberalizzazioni è stato a stento nominato dal responsabile economico del partito. «Noi non siamo questa cosa qui», ha ripetuto più volte Rosy Bindi, sempre riferita al governo.
Bersani (anche lui in passato turbato più volte dal papa straniero e dai suoi mandanti annidati dentro e sopra la grande stampa borghese) appare per fortuna più sicuro di sé, finalmente determinato a cavalcare la fase politica che offre al Pd evidenti vantaggi, solo a volerli cogliere.
Così il segretario rivendica la primogenitura delle liberalizzazioni senz’astio, mettendosi a disposizione dei miglioramenti del pacchetto, e giustamente schiera il Pd contro le esitazioni e le piccole trappole della sbandata truppa post-berlusconiana.
Pare aver capito, Bersani, che per convincere gli italiani più della denuncia di misteriose manovre occulte conterà la credibilità del Pd sulla frontiera dell’innovazione, la sua capacità di riproporsi nella veste ora più difficile e necessaria: il partito che coglie le sofferenze e anche la diffidenza del paese, per pilotarlo però a condividere le scelte necessarie nell’interesse generale.
Pochi mal di pancia, allora, niente lisciate al pelo della protesta, e nessuna sorda resistenza alle riforme di Monti.
Chiaro che adesso, con la trattativa sul mercato del lavoro partita in maniera tanto difficile, è più difficile fare da motore della stagione montiana. Si avverte nel Pd (come in tutti i partiti, del resto) la voglia di lasciar consumare l’inevitabile scontro tra governo e sindacati senza esporsi né mettersi in mezzo.
Anche stavolta, però, vale ciò che valeva nelle settimane scorse sui tagli di spesa e sulle liberalizzazioni: il Pd non ha nulla da guadagnare da un fallimento di Monti e Fornero. I problemi portati a quel tavolo di trattativa col solito piglio garibaldino dal ministro sono grandi e oggettivi: non superarli in questo momento – per alcuni aspetti irripetibile – vorrebbe dire ritrovarseli addosso, aggravati, quando a governare sarà una maggioranza politica inevitabilmente più condizionata dell’attuale.
Né pare ripronibile l’argomento che s’era affacciato a sinistra all’inizio dell’era Monti: siccome ha un mandato tecnico non può fare impegnative scelte politiche. Figurarsi. Da quel momento è stata rivoluzionata la previdenza, s’è finalmente staccata Eni da Snam, s’è data una bella scrollata alle professioni, è stata rilanciata la centralità della lotta all’evasione, s’è chiusa l’epoca dei favori a Mediaset. Se non sono scelte politiche queste.
Nel Pd di Bersani c’è tutto il know how necessario a risolvere le questioni all’ordine del giorno, tra lavoro e welfare: è l’unico partito che se ne occupi e ne discuta seriamente da sempre, dai riformatori più arditi fino agli uomini di collegamento con la Cgil.
Non c’è bisogno di intromettersi nella trattativa avviata, basta dare i giusti consigli e, nel frattempo, il più forte, convinto e convincente appoggio politico al governo.
L’agenda Monti, come s’è ampiamente visto, non lascia scoperto alcun tema, alcuna emergenza (tranne l’autoriforma della politica e delle istituzioni). Possiamo dire che non è l’agenda del Pd solo perché casomai è, in tutta evidenza, l’agenda del paese. Il leader del partito che, per forza e per peso del consenso, avrà garantito il successo di Monti sarà di qui a un anno l’unico indiscutibile candidato a guidare la nuova Italia che ne uscirà, che ne sta già uscendo. Passa da qui e non è popolata di fantasmi, la strada di Pier Luigi Bersani.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/1/2012 alle 7:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Monti-Fornero davanti al muro dei sindacati
Nella sua corsa a ostacoli, Mario Monti è arrivato davanti al primo vero muro. Che non è quello dei tassisti, né quello degli avvocati o dei notai, e neanche quello dei padroncini dei Tir che vorrebbero paralizzare il paese. Con queste categorie in un modo o nell’altro si risolverà, perché il governo s’è già preso un bel vantaggio nei loro confronti.
Il muro se l’è trovato di fronte Elsa Fornero ieri dopo essersi illusa che le confederazioni sindacali e la Confindustria (ma anche Rete imprese Italia, l’associazione dei medi, piccoli e coop) avrebbero anche solo accettato il metodo di discutere un progetto dettagliato presentato loro dal governo.
Dopo tante polemiche intorno all’articolo 18, Fornero ha spiazzato tutti presentando qualcosa di ben più corposo, sostanziale e rivoluzionario rispetto alla tradizione italiana: la trasformazione della cassa integrazione speciale (vale a dire eterna) in disoccupazione sostenuta da un reddito minimo di reinserimento.
Non si è neanche arrivati a discuterne: sindacati e Confindustria hanno alzato il muro fin dalla questione di metodo. Semplificando molto: dopo anni in cui le parti sociali denunciavano l’assenteismo governativo dalle trattative in materia sociale, ora all’opposto rivendicano a sé la titolarità esclusiva delle discussioni (e degli eventuali accordi) sulla riforma del contratto e degli ammortizzatori sociali.
C’è dietro a questo niet una concezione che esclude dal processo decisionale chiunque non sia rappresentato né da sindacati né da Confindustria (dunque addio alla pretesa di Monti e Fornero di agire in nome e per conto dei giovani non garantiti, ma anche addio alla sovranità del parlamento). E soprattutto c’è il rigetto di un’ipotesi di riforma degli strumenti che proteggono i lavoratori dalla crisi che appare in effetti molto ambiziosa. Difficile da pensare, da mandare giù, da praticare e soprattutto difficile da finanziare.
La galoppata di Monti si trasforma nel faticoso attraversamento di un guado insidioso. E stavolta nessun partito, questo è sicuro, sarà disposto a dargli una mano.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/1/2012 alle 7:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Un governo che ci prova, nel nome dei giovani
Un euro per aprire una società, senza bisogno di andare dal notaio. Una novità fra tante altre, annegata in un decretone sul quale si sprecheranno i superlativi ma che è stato presentato dal governo con grande understatement. Ma la società di giovani con capitale un euro è forse la novità più emblematica, quella che traduce in termini spicci il vero asse di continuità tenuto da Mario Monti in questi due mesi: un governo che cerca di lavorare soprattutto per una generazione ignorata e tradita.
Non sappiamo se e come funzioneranno, le misure annunciate ieri dopo otto ore di lavoro faticoso, mentre nella città echeggiavano i rumori della folle rivolta dei tassisti. Le anticipazioni di stampa dei giorni scorsi ci fanno ora apparire quasi scontate novità piccole e grandi, tutte di enorme rilievo: gli orari delle banche, il maxiconcorso per i farmacisti, la trasparenza dei preventivi dei professionisti, la separazione da Eni della rete del gas, la sostanziale liberalizzazione delle licenze dei taxi.
Possiamo così permetterci perfino il lusso di arricciare il naso, di notare i vuoti.
Le banche, innanzi tutto, che vengono tutelate forse anche per il momento che passano (e fanno anche passare, però). I petrolieri, sui quali ieri i ministri hanno sorvolato. Le poste, totalmente assenti. Il rinvio, senza decisione certa, sull’asta delle frequenze tv (già sufficiente però di per sé a far infuriare Mediaset, e a risvegliare Berlusconi dal torpore politico).
Questo però è lo spazio della politica che si apre. I tecnici stanno facendo il proprio dovere in modo eccezionale, date le premesse e il contesto nazionale. In due mesi hanno rovesciato autentici macigni. Come è successo a dicembre, ora consegnano la staffetta al parlamento, che un mese fa fu il luogo di tranelli ma anche di correzioni sagge.
Che cosa accadrà ora, mentre pezzi di Italia annunciano di volersi sollevare per difendere lo status quo?

Il problema dei partiti è tenere i ritmi indiavolati di un governo che hanno votato quando si trovavano in una situazione di necessità. I politici (del Pdl e qualcuno anche del Pd) che negli ultimi giorni del 2011 speravano che, fatto il lavoro sporco dei tagli, Monti diventasse facilmente rimovibile, in queste ore devono ricredersi. Il governo si muove come fosse un caterpillar col motore di un’auto da corsa, investendo rapidamente un po’ tutti gli angoli del sistema Italia.

Il paese però non rimane fermo, nel frattempo. Montano le ondate furiose di rivolte plebee, più o meno orchestrate. Si organizzano le fila delle lobby potenti e ben rappresentate. Rimangono vigili i sindacati, che da lunedì torneranno protagonisti, chiamati al tavolo della trattativa sul nuovo mercato del lavoro e sul nuovo welfare.
E questo solo per stare ai fenomeni resi visibili dai media e dalla capacità di mobilitazione. Perché si muove anche qualcosa di più profondo, una corrente più potente della rabbia dei tassisti e dell’indignazione degli avvocati: l’idea popolare – del cittadino comune, del lavoratore preso nella sua veste di consumatore, utente, cliente, fin qui vittima sempre e dovunque di meccanismi più grandi di lui – l’idea appunto che alcune cose della sua vita quotidiana possano cambiare veramente. E che per una volta non toccherà a lui pagare di tasca propria.
Ecco, i partiti, nel loro interesse, devono riuscire a cogliere questo poderoso spostamento d’opinione, frutto anche di operazioni come i blitz della Finanza contro gli evasori fiscali.
Soprattutto deve farlo il Partito democratico. Un po’ per miracolo, un po’ per abilità del suo gruppo dirigente, un po’ perché questa era la sua ragione sociale originaria, il Pd si trova a essere, almeno in potenza, il beneficiario massimo di questo sommovimento.
Come s’è detto e scritto tante volte – e pareva retorica – la conservazione non poteva portare nulla di buono a un partito nuovo. Ora stiamo scoprendo che è proprio così, che davvero si ha senso di esistere come Pd solo se si è protagonisti del cambiamento più radicale. Chiaro che, come diceva ieri Bersani, le turbolenze politiche saranno forti. Ma il compito ora è più chiaro: dietro al bulldozer di Mario Monti, c’è un paese diverso da costruire. Perfino un paese più giovane.
permalink | inviato da stefano menichini il 21/1/2012 alle 0:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
19 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
L'Italia che aspetta il decreto
Siamo alla vigilia di un passaggio cruciale, il varo del decreto sulle liberalizzazioni. Ieri il Financial Times, titolando una lunga intervista, definiva Mario Monti «rivoluzionario parentetico», sfruttando una definizione che lo stesso premier dava della propria esperienza: una parentesi. Sapremo domani se la parentesi potrà davvero consegnare all’Italia anche la rivoluzione, ovvero un radicale mutamento delle regole di funzionamento dell’economia, del commercio e dei servizi, incoraggiando l’innovazione e l’impresa e rovesciando l’ottica che vede consumatori e clienti sempre dalla parte delle vittime. Se così sarà, allora la parentesi tecnica avrà conseguito in due mesi più risultati delle recenti legislature politiche.
Può farcela, Monti?
Mettiamo solo per un momento da parte il requisito che lui stesso definisce indispensabile, l’unico che non dipende da noi: il sostegno dell’Europa, per liberarsi (e liberarci) di vincoli di troppo investendo finalmente nella crescita.
Per rimanere al gioco italiano, Monti ha compiuto l’inversione di agenda che gli era stata consigliata, anteponendo il pacchetto delle liberalizzazioni alla delicata trattativa sul nuovo welfare e il mercato del lavoro: scelta oculata che ha alleggerito almeno un fronte, garantendo al governo la predisposizione positiva da parte del Pd.
L’altra garanzia, se non di successo almeno di buona partenza, è nell’ampiezza del pacchetto, che riguarda trasversalmente dall’Eni ai taxi, dai notai alle assicurazioni, dalle banche ai farmacisti (negative invece le rinunce preventive o i rinvii su Poste e ferrovie).
Tanti protestano. Da Roma alla Sicilia la legge viene violata sistematicamente. Ma un gigante silenzioso aspetta a vedere se davvero la sua vita sta per cambiare un po’, finalmente in meglio, e per una volta senza dover pagare di tasca propria: è l’Italia dei cittadini, degli utenti, dei consumatori, del reddito fisso, del piccolo artigiano o commerciante, dell’imprenditore.
Se Monti convince e conquista la fiducia di questa Italia, allora le rivolte saranno inutili, e la rivoluzione sarà invece possibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 19/1/2012 alle 7:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
18 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Ufficiali felloni e ufficiali eroi
Non è il caso stavolta di scomodare il garantismo, perché l’errore e la colpa di Francesco Schettino sono troppo evidenti, e troppe sono le vittime che esigono una verità rapida. Certo però colpiscono la rapidità e la forza con cui intorno al relitto della Concordia si sono costruiti simboli, narrate storie nazionali (l’8 settembre, addirittura), trasformate le persone in emblemi se non in stereotipi.
Sarà successo per l’evidente suggestione cinematografica (più che storica) del naufragio, ma soprattutto è successo perché a ogni curva della cronaca tiriamo fuori il nostro disperato bisogno di martiri, eroi e reprobi.
E qui ci sono tutti, con un volto, un nome, una voce e una parte nella tragedia. L’ufficiale fellone, l’ufficiale eroe, l’ufficiale tutto d’un pezzo.
Nessun colpevole va salvato nella generalizzazione delle responsabilità, e del resto pare davvero impossibile che Schettino si salvi. Il rischio della riduzione delle persone a simboli è un altro: che la narrazione travolga la realtà e faccia perdere di vista il contesto.
Alcuni enti per esempio non hanno ancora trovato un posto preciso nella storia.
Uno è Costa Crociere, che s’è detta parte lesa ma che in quelle convulse ore di venerdì notte era in contatto frequente col capitano della nave: il presidente del Registro navale italiano, Scerni, è stato costretto ieri alle dimissioni dopo averne messo in dubbio il ruolo in un’intervista al Secolo XIX goffamente smentita. Ci sarà qualcosa da capire anche sul sistema dei controlli e delle stesse Capitanerie di porto, se risultasse vero che la prassi degli accostamenti turistici è così estesa in tutta Italia, e secondo Repubblica s’è verificata ben 52 volte in un anno solo davanti al Giglio.
Abbiamo un gran bisogno di persone autorevoli e rette, come quella sera s’è dimostrato essere il capitano De Falco, e sicuramente altri. E abbiamo bisogno di verità. Di diavoli e di santi, invece, sulla terra e sul mare non sentiamo affatto necessità.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/1/2012 alle 7:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Solo i nostalgici vedono il ritorno di B.
La nostalgia per quando c’era Berlusconi assume forme diverse. Alcune innocue, altre perfino tenere, qualcuna potenzialmente dannosa.
Stanno rinunciando coloro che nei primi tempi, più per vezzo o per tigna che per convinzione, avevano tentato una campagna di riabilitazione dei costumi privati e della frivolezza pubblica dell’epopea berlusconiana, da contrapporre alla presunta noia e tetraggine della banda Monti. La fine della festa l’ha decretata un editoriale di Giuliano Ferrara nel quale s’è preso atto che, chiuso il circo dei divertimenti del re, lo sbraco linguistico e comportamentale dei vassalli non è più sopportabile né difendibile.
Resiste (anzi tracimerà dopo il declassamento europeo di ieri) quella particolare forma di revisionismo che usa i persistenti guai italiani per dimostrare ex post che «la crisi non era colpa di Berlusconi». Senza accettare l’evidenza: il passato governo non è caduto perché lo si considerasse responsabile della crisi, bensì in quanto palesemente inabile a reagirvi.
La forma più insidiosa di nostalgia, però, è di coloro i quali non sanno muoversi e ragionare in un sistema politico non più berlusconicentrico. E per una volta non parliamo degli antiberlusconiani di professione (che come previsto sono subito passati a triturare i successori, perché lettori o elettori chiedono loro solo di opporsi sempre comunque a chiunque), bensì del giornalismo politico medio. Il quale s’è precipitato, dopo il voto su Cosentino, ad annunciare i nuovi piani di palazzo Grazioli: rilancio dell’alleanza con la Lega, licenziamento di Monti, rapide e vittoriose elezioni anticipate.
Scenario lunare, per chi conosca davvero lo stato del Pdl (per non dire della Lega), i sondaggi di Berlusconi e la sua ovvia convenienza a tenere Monti al suo posto, senza più sovraesporsi personalmente. Scenario lunare ma anche dannoso, nel momento in cui torna a trasmettere un segnale di incertezza e instabilità sul medio termine, quando l’Italia ha chiaramente bisogno, mai come adesso, dell’esatto contrario.
permalink | inviato da stefano menichini il 14/1/2012 alle 8:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Giornata amara, che non cambia l'agenda Monti
È stata una giornata nera per la democrazia?
Andiamoci piano. Non cadiamo nelle trappole, distinguiamo e soprattutto non perdiamo di vista il quadro generale. Che è il seguente: si giocano due partite parallele in Italia. Una riguarda l’autoriforma della politica e l’altra riguarda i grandi cambiamenti possibili che il governo Monti sta per varare per l’economia reale e per la vita di tutti i giorni.
L’autoriforma della politica, il suo ritrovare una sintonia col paese, s’è confermata ieri un percorso molto difficile. C’è un unico nesso proponibile tra la sentenza della Corte costituzionale e il voto della camera contro l’arresto di Cosentino. Ed è questo: la Consulta restituisce al parlamento la piena potestà sulla riforma elettorale nel giorno in cui lo stesso parlamento mostra ancora di funzionare secondo la logica e gli schieramenti dell’era berlusconiana. In entrambi i casi (ma è pienamente vero solo nel primo) vengono disinnescate il peso e l’attesa dell’opinione pubblica più militante.
Non essendo il parlamento un tribunale, non diremmo che il mancato arresto di Cosentino sia un atto di denegata giustizia: questa farà il suo corso, in ogni caso. Nei modi in cui s’è svolto, però, il voto è una copertura data a un parlamentare per motivi esclusivamente politici, come conferma lo psicodramma che si è aperto nella Lega. Questo non può piacere agli italiani, anche se non è la prima volta che accade.
Neanche il rigetto dei referendum può far piacere ai cittadini, come certo non piace a noi di Europa che quei referendum avevamo promosso e difeso. Ma il dispiacere non nasce da un vulnus democratico, che non c’è, bensì dai dubbi sulla volontà e sulla capacità di riforma di questo parlamento una volta libero della minaccia referendaria.
Gran parte dell’onere di dissipare i dubbi spetta al Pd, il cui popolo nell’estate scorsa espresse chiaramente le proprie intenzioni e preferenze, travolgendo anche le esitazioni del gruppo dirigente. 

Le intenzioni sulla cancellazione del Porcellum sono tutte buone, confermate ieri sia dal Pd che dal Pdl e avallate non dalla Corte costituzionale (come sembrava in un primo tempo, e come sarebbe decisamente irrituale) ma da un comunicato congiunto di Napolitano e dei presidenti delle camere che, nel difendere l’operato della Consulta dall’ennesima aggressione scomposta di Di Pietro, collocano però la palla al centro del campo parlamentare, dicendo che la partita va giocata.
Da adesso in poi assisteremo sul tema a una serie di manovre molto complicate (qui si sentirà l’assenza della pressione referendaria), tutte riferite solo in parte alla necessità di fare una buona legge elettorale, e in realtà prodromiche alle alleanze in vista della fine della legislatura.
Tutto ciò però è solo una parte dell’agenda politica. Importantissima, ma non la più importante.
Per capirci, è chiaro che della convulsa giornata di ieri Mario Monti abbia valutato soprattutto una notizia: il successo dell’asta dei Bot a sei e dodici mesi, collocati con rendimenti dell’1,5 per cento, e il contemporaneo calo netto dello spread. Ossigeno puro. Conferma di fiducia. Incoraggiamento.
È qui che si gioca la partita più immediata sul futuro dell’Italia.
E la madre di tutte le battaglie è il piano di liberalizzazioni che il governo sta predisponendo, a quanto si capisce con uno spettro che finalmente va dalle categorie ai grandi poteri. È bastata la diffusione di una bozza perché il paese venisse percorso da brividi di rivolta o di speranza: come ha detto il democratico Lirosi, Monti ha suscitato aspettative molto alte. La guerra dei taxi è solo la punta emergente dell’iceberg, ognuno sarà in grado di valutare cambiamenti nella propria sfera di vita quotidiana (quanto ai taxi: la rivolta selvaggia di ieri a Napoli e poi a Roma e a Milano li mette in una posizione disperata. Su questa linea non basterà l’appoggio dello strano trio Bossi, Alemanno e de Magistris a salvarli).
La domanda allora è quanto le vicende di ieri potranno influire sull’agenda Monti. Pdl e Lega hanno detto di voler sfruttare il voto su Cosentino per alzare il proprio potere negoziale sulle (o meglio, contro le) liberalizzazioni. Si illudono. Il voto e la maggioranza di ieri sono scorie del passato. La partita nel 2012 la vince chi ha le idee migliori e il consenso per farle passare.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/1/2012 alle 7:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
La terza guerra dei taxi
Una cosa è sicura: non è quella dei taxi la più importante delle liberalizzazioni. E non sono certo i tassisti il potere forte da piegare per vincere la guerra di un mercato più aperto, più libero, più conveniente per i consumatori.
I tassisti hanno però questa specialissima capacità di porre se stessi al centro degli scontri politici più accesi, con i toni più aggressivi, con l’atteggiamento più oltranzista. E dopo le mobilitazioni storiche contro Rutelli-Tocci a Roma (quando ebbero dalla loro anche un certo Veltroni, allora segretario Ds) e contro Bersani ministro, eccoci di nuovo al redde rationem.
Sempre con gli stessi metodi: al semplice annuncio di un intervento nel loro settore, le sigle e i sindacati (con la confusione tra i due concetti tipica delle corporazioni) convocano adunate, promettono serrate, lanciano editti. E naturalmente si rifanno vivi con partiti o pezzi di partiti: l’area grigia fra la categoria e la politica è popolata di personaggi e di patti elettorali, sempre un po’ più spudorati di quanto avvenga per altre corporazioni meno plebee.
Le relazioni con la politica, la presenza sul territorio, l’essere diventati un emblema. Ecco perché la battaglia sui taxi sarà così importante per Monti e per Passera, che pure stanno per mettere mano a ben altri potentati: per esempio i distributori di carburante e le assicurazioni, solo per citarne due che i tassisti dovrebbero conoscere bene e non considerare particolarmente amici.
I tassisti possono avanzare delle ragioni ma stavolta rischiano. A causa di pochi di loro, sono appesantiti da una pessima fama, soprattutto a Roma, fatta di minacce fra colleghi e truffe ai clienti. E poi ora si candidano come campioni di una resistenza al cambiamento che invece gli utenti chiedono.
In vista della loro serrata di lunedì 23, è stata lanciata in rete l’idea di una protesta degli utenti (su Twitter la chiamano #menotaxipertutti). Una cosa del genere non è mai riuscita. Fin qui politici e amministratori liberalizzatori sono sempre stati lasciati soli (e sconfitti). Vediamo se al professor Monti andrà meglio. Noi speriamo di sì.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/1/2012 alle 6:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Diario
10 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
alemanno roma
I nani che governano una città con problemi giganti
Oggi – con la manifestazione della comunità cinese di Roma – si celebra il vero, profondo fallimento di Gianni Alemanno sindaco, e di molti altri politici, amministratori e governanti che come lui hanno provato a cavalcare con disinvoltura la tigre dell’insicurezza metropolitana sul crinale delle reciproche diffidenze etniche.
Il giudizio di fallimento non si basa sull’utopia che le comunità nelle metropoli occidentali siano destinate a convivere felicemente, e che i sindaci dovrebbero accompagnare questo processo virtuoso invece di strumentalizzare la paura. Non si tratta di questo, bensì del suo esatto opposto.
Da ciò che si comincia a capire sul contesto della rapina di Tor Pignattara (Carlo Bonini su Repubblica) emerge uno spaccato di città sommersa che ridicolizza le semplificazioni basate sulla coppia italiani versus immigrati, riproposte dai manifesti affissi dal Pdl sui «romani che hanno perso la pazienza» (con il governo, nelle loro intenzioni, non con il sindaco).
In realtà la metropoli è il luogo in cui prospera una rete di commercio al nero, scorre denaro invisibile, i cinesi si stringono in una rete chiusa che mette in conto le aggressioni da parte dei maghrebini, e tutti insieme vittime e predatori non considerano l’autorità della legge e non prevedono di ricorrervi. Indignazione e protesta di questi giorni sono sacrosante ma sono solo il livello emerso della realtà: emerso solamente per l’atrocità insopportabile dell’omicidio.
Non so se ci rendiamo conto di quanto sia complicato un quadro di convivenza del genere, e di quale competenza e attenzione ci sia bisogno anche solo per comprenderlo, figurarsi per governarlo.
Qui è il fallimento della dottrina Alemanno, ammesso che si possa chiamare così la promessa del 2008: «Espelleremo trentamila irregolari». Qui è la inadeguatezza, oltre alla irresponsabilità, sua e degli imprenditori della paura come è stato lui.
Nani, arrivati per caso a governare città con problemi da giganti.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/1/2012 alle 10:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
7 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Sul lavoro qualcosa è cambiato nel Pd
La convocazione per giovedì prossimo del forum del Pd sul lavoro, per aggiornare e fissare la linea alla vigilia della discussione sulla riforma Fornero, è la cosa migliore che Stefano Fassina abbia fatto da diverso tempo. Non se ne poteva più di un confronto interno che a ogni tornante veniva stoppato con l’affermazione: su questo punto il partito ha già una posizione, chi è in minoranza parla a titolo personale.
Tutto è cambiato nel mondo e in Italia da quando, quasi un anno fa, il Pd ha elaborato il proprio programma. La crisi ha travolto ogni punto di vista, anche quello di chi l’aveva prevista e denunciata per primo.
Ieri, da Parigi, Monti ci ha fatto sinistramente capire che tutto ciò che abbiamo fatto e stiamo cercando di fare come paese potrebbe non essere sufficiente. Eppure l’Italia non può fermarsi. Le linee di resistenza di tutti i soggetti – partiti, corpi intermedi, lobbies – sono destinate a esser messe alla prova. Chiunque assuma posizioni rigide rischia di perdere male.
Il fatto incoraggiante, parlando del Pd, è che le rigidità sono appunto state spezzate in tempo utile. Quando il forum di partito si riunirà, un pezzo della discussione sul contratto unico sarà già stato istruito e sarà forse più facile raggiungere una posizione davvero unitaria. Siamo orgogliosi, come giornale, di aver dato una piccola mano a far emergere ciò che evidentemente era già maturo.
Tra Natale e la Befana (mentre ancora ieri i grandi giornali descrivevano chissà quali rese dei conti interne) abbiamo verificato che tra Ichino e Franco Marini, Bersani e Veltroni, Damiano e Morando, c’è più intesa che disaccordo. Ed è un fatto importante, perché pur nella reciproca autonomia è cruciale che i sindacati – per ora gelidi verso le intenzioni della Fornero – sappiano con certezza qual è la linea prevalente nei partiti, soprattutto nel Pd.
Forse non eravamo così illusi, quando speravamo che i democratici potessero adesso, e non in chissà quale roseo futuro, essere il motore del radicale cambiamento che serve all’Italia e in particolare agli italiani più giovani. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/1/2012 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
5 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Di chi è nemico questo governo
Chissà se almeno stavolta le chattering classes progressiste si tapperanno la bocca, e la pianteranno con la stupida litania neoqualunquista che era meglio quando ci stava Berlusconi, o che alla fine il governo di prima è come quello di adesso, anzi quello di adesso è peggio secondo la vetusta vulgata di sinistra che l’avversario che si presenta bene è più pericoloso di quello sfacciato.
Ma quale avversario. Il governo che vuole cancellare l’odiosa tassa sull’immigrazione è avversario solo della peggior specie di destra che ci sia in Europa oggi dopo gli amici ungheresi di Berlusconi. Gli insulti e le minacce scaricate su Cancellieri e Riccardi dall’ex ministro degli interni (quanto l’abbiamo blandito, questo altro “avversario che si presenta bene”) illustrano bene dove sia in questo momento la parte giusta, il nuovo fronte della ragione e della solidarietà contro il populismo imprenditore della paura.
S’è sentita la voce di Livia Turco, in difesa delle intenzioni del governo: ci sarebbe bisogno di un coro un po’ più ampio e convinto ma pazienza, abbiamo capito che nel Pd non fa fino appoggiare con una vera battaglia politica il governo che si sostiene in parlamento. Le dichiarazioni devono contenere sempre un “ma”, un “vedremo”, qualche condizione, la giusta dose di freddezza.
E invece il governo Monti, a partire dalla nomina di Riccardi e dalla anomala ampia tipologia della sua delega, s’è presentato come quello intenzionato a rovesciare la logica dominante nelle politiche dell’immigrazione. Vista, descritta e speriamo sostenuta come un fattore della crescita del paese, non come un’orrenda minaccia.
Dirò di più, a costo di far venire il mal di pancia a qualche governatore molto di sinistra e molto preoccupato di proteggere le proprie costituencies.
Se mettiamo insieme le politiche per la liberalizzazione del commercio, le resistenze della rete dei piccoli negozi (che farebbe meglio a seguire i modelli di modernizzazione proposti magistralmente ieri da Dario Di Vico sul Corriere), i flussi demografici e la volontà di piena integrazione degli immigrati nel tessuto economico, abbiamo il quadro di come si accompagna responsabilmente una società nelle sue inevitabili trasformazioni: come in tutte le capitali occidentali, e come è già in tante parti d’Italia, l’allargamento delle possibilità di consumo e di servizio è legato proprio alla presenza di nuovi tipi di posti di lavoro e di lavoratori, da sottrarre preventivamente allo sfruttamento e alla clandestinità.
E se a sinistra ci fosse ancora qualcuno che teme il successo delle parole d’ordine razziste di Maroni e compagnia, ricordiamoci per favore Milano. Era solo sette mesi fa, e scoprivamo che gli italiani si erano rotti delle assurdità della propaganda xenofoba, e che finalmente i progressisti erano stati capaci di battere con l’arma del ridicolo ciò che ridicolo è.
Salvini allora, Maroni oggi, loro sì sempre la stessa razza. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/1/2012 alle 18:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
4 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Carbone, dolcetti... e Bersani
Pensierini sparsi prima della Befana, utili anche a decidere chi nella calza merita di trovare carbone, e chi i dolcetti.
La trattativa sulle nuove regole del mercato del lavoro sarà difficile, ma procederà. Tutti i soggetti coinvolti sono in definitiva dei pragmatici e non è stato casuale ieri il riferimento fatto da Napolitano (di nuovo lui) all’accordo del 28 giugno 2011: quell’intesa unitaria, duramente contestata dalla Fiom, fu il primo passo di Susanna Camusso al vertice della Cgil. La difesa dell’unità sindacale riconquistata allora è preziosa e non è convenienza di Monti rimetterla in discussione. Ieri è bastato un tweet partito dalla Cgil per gettare l’allarme a proposito degli incontri separati che Fornero intende avere in prima battuta con le confederazioni. In realtà, come ha detto Bersani, è importante che unitario sia l’approdo, e questo accadrà solo se tutti avranno fiducia in se stessi più che nel marcamento reciproco.
A proposito di Napolitano, belle le foto mentre a Napoli fa la fila al botteghino del cinema. Photo opportunity organizzata, certo. Un filo di retorica, può darsi. Ma sono cose che quando le fanno i politici scandinavi suscitano ammirazione e invidia. Dunque.
Al presidente dell’Istat, Giovannini, era stato chiesto di chiarire il mistero del confronto fra gli stipendi dei parlamentari italiani e quelli dei loro colleghi europei. Con notevole ritardo la sua commissione ha presentato un rapporto che, se possibile, ha peggiorato la situazione e ha aumentato la confusione. Sicché ora forse non sappiamo se gli onorevoli italiani guadagnano troppo, però sospettiamo che guadagni troppo (anche in confronto ai suoi colleghi europei) il presidente Giovannini: 25 mila euro lordi al mese.
La dichiarazione fatta anni fa da Alemanno (a Roma non c’è crimine organizzato, ma i giovani sono malamente ispirati da Romanzo criminale) gli è già costata tanto, da quando Roma è diventata davvero il set di una guerra di mala. Ora che abbiamo anche l’ex terrorista nero gambizzato, la sceneggiatura è completa. Manca solo la parte per il sindaco ex picchiatore che voleva diventare sceriffo e non riesce a fare neanche il pompiere.
Bersani che alza la voce contro Grillo, intimandogli di stare attento a come usa le parole su Equitalia, visto che girano le pallottole: l’ottimo augurio per un 2012 di riscossa della buona politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 4/1/2012 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Liberale o no, facciamola questa rivoluzione
La lettera di Giorgio Napolitano a Reset su Luigi Einaudi – di cui parla oggi con cognizione di causa Federico Orlando – offre alla discussione interna al Pd una elevata cornice, ideologica nel senso migliore del termine. Da oggi, chi sta nel Pd con idee liberali può sentirsi meno solo. E lo sguardo retrospettivo dell’attuale capo dello stato verso i decenni del rigetto del liberalismo da parte della sinistra italiana non può che incoraggiare a lasciar cadere le ultime timidezze: l’interpretazione del nuovo partito come incontro finale dei cattolici democratici e dei post-marxisti è davvero troppo poco, e non produce una vera cultura riformista moderna.
Ci sono state reazioni negative alla lettera, alcune argomentate e altre frutto di pura e semplice stizza. Se ne capisce bene il motivo. Nessuno si accalorerebbe per la riapertura dell’ennesima disputa storiografica o per un astratto conflitto sulle radici ideali del centrosinistra.
Il punto è terribilmente concreto, riguarda l’oggi e il domani della politica italiana, come certo Napolitano aveva ben presente mentre scriveva a Reset (peraltro diversi mesi dopo la sollecitazione ricevuta dal direttore Bosetti).
In questo senso, buttarla sulla storia delle idee può essere insidioso.
Dietro una certa opinione corrente nel Pd sul governo Monti (lo appoggiamo, ma noi siamo un’altra cosa e quando governeremo faremo altre cose) c’è infatti un corposo pregiudizio ideologico.
Pregiudizio che ha cominciato a sollevarsi anche prima dell’apparire di Monti, non appena s’è capito che dal berlusconismo si rischiava di uscire non “da sinistra” (nella versione tradizionale del termine) bensì con svariate soluzioni più o meno moderate, tecnocratiche, “liberiste” nell’interpretazione più negativa del concetto.
Con queste premesse, sarebbe fin troppo facile vincere la partita interna al Pd richiamando la base a suggestioni di appartenenza e identità: “loro”, i liberali, sono una cosa, “noi” ex socialisti e cattolici democratici siamo un’altra. Dunque le cose che vogliono fare “loro” sono accettabili soltanto in una logica d’emergenza, in attesa di riprendere la giusta via, la “nostra” via verso la giustizia sociale (in genere un sincretismo fra Keynes, encicliche papali e testi sacri del marxismo).
Napolitano conosce bene l’argomento, dunque nella lettera a Reset mette in guardia dall’errore già compiuto di fissare questa alterità fra “noi” e “loro”. Conosce bene però anche i suoi polli (con rispetto parlando) e sa che a buttarla sulle idee generali si facilita il compito di chi preferisce arroccarsi, come infatti puntualmente successo: «Stava nel Pci e pensava che fosse il Pli», gli ha replicato sulla rete Massimo D’Antoni, un economista che scrive sull’Unità.
Allora la lettera a Reset va messa insieme agli altri interventi recenti del presidente della repubblica, che tutti contengono almeno un messaggio diretto al mondo della sinistra sindacale e politica dal quale proviene, e dal quale fatica tanto a farsi capire.
Si scopre così che per affrontare l’emergenza italiana, secondo Napolitano, non è neanche necessario spingersi fino alle antiche buone ricette dei liberali alla Einaudi (lotta ai monopoli, minima invadenza dello stato nell’economia, pari opportunità in partenza per chiunque), perché anche chi volesse restare con i piedi e la testa piantati nel proprio percorso identitario dovrebbe riconoscersi fino in fondo nella sfida di questi mesi.
Ecco perché dai discorsi presidenziali spuntano Di Vittorio e il Pci degli anni Settanta, politiche di austerità e di crescita elaborate a sinistra, dalla parte del mondo del lavoro. Grandi leadership politiche e sindacali che non si limitarono a trattare con “gli altri” ma condussero la propria gente fuori dai recinti della tradizione, per proporsi come motori e non freni dell’apertura della società italiana alle nuove stagioni.
Abbiamo letto in più occasioni di un Napolitano stupito delle resistenze democratiche a entrare pienamente nella partita della transizione italiana, con i prezzi che questa partita richiede ma anche il ruolo centrale che garantisce a chi saprà giocarla al meglio. Pare di capire che il vecchio dirigente riformista del Pci, dato atto al Pd di grande senso di responsabilità e generosità, si sarebbe però aspettato maggiore capacità di visione da parte degli eredi della sua stessa storia.
Con l’ottimismo dei primi giorni di un anno nuovo, penso che alla fine il capo dello stato avrà almeno in parte soddisfazione. Non ci si arriverà attraverso revisioni ideologiche (che pure sono importanti per far capire che davvero siamo a un tornante storico), ma nel duro quotidiano confronto con la realtà, che è poi il terreno che un pragmatico come Pier Luigi Bersani pratica meglio.
Avessimo dovuto prestar fede alle apodittiche affermazioni di principio e di teoria economica, non saremmo dove siamo adesso. Muri che sembravano insormontabili e come tali venivano presentati, come il rapido completo passaggio al metodo contributivo per le pensioni, sono stati scavalcati in meno di un mese. Con sofferenze e correzioni, certo, ma oggi nessuno si azzarderebbe a proporre di tornare indietro: il che vorrà dire qualcosa, si dovrà trarre qualche lezione da questo bagno di realtà.
Così potrà andare sulla rottura delle incrostazioni corporative e monopolistiche che alterano il mercato; sulla nascita di un contratto di lavoro giusto per tutti e non solo per alcuni; sull’estensione di tutele fuori dalla cerchia dei garantiti di sempre; sulla riscrittura di quel welfare nel quale Napolitano vede tante «degenerazioni parassitarie»; sulla sburocratizzazione della macchina pubblica.
Non sappiamo se alla fine la chiameremo liberale, socialista o semplicemente democratica. È chiaro però che, almeno potenzialmente, quella che abbiamo di fronte è una rivoluzione. E le rivoluzioni è sempre meglio farle che subirle. 
permalink | inviato da stefano menichini il 3/1/2012 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


sfoglia dicembre        febbraio