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Politica
30 novembre 2011
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monti
Ma dove stavano tutti questi così bravi?
Adesso che la nomina dei sottosegretari ha completato (fatte salve tutte le possibili critiche e riserve) la squadra di governo più competente, esperta e affidabile della storia recente, diventa inevitabile farsi qualche domanda antipatica sul tema.
Intanto c’è il fatto che in queste settimane l’Italia sta scoprendo di avere gente in gamba disposta a prendersi una bella gatta da pelare, e questo riabilita in parte un establishment nazionale di cui si è usi parlare malissimo, dimenticando che nessun paese moderno può funzionare per un solo giorno senza avere un ceto trasversale di comando che a livello pubblico e privato governa, amministra, pianifica, prende decisioni, le trasmette e le applica, si assume responsabilità.
C’è poi da dire che il tema della momentanea separazione, o meglio inversione di ruoli, fra tecnica e politica, può apparire sotto un’altra luce.
Conosciamo quasi tutti i sottosegretari nominati ieri. Ebbene nessuno di loro scende da Marte, quasi tutti (lasciamo da parte quelli più dichiaratamente affini a qualche partito) hanno trascorso una vita professionale lavorando per la politica: dando consulenze, elaborando progetti, trasformando promesse elettorali o compromessi parlamentari in leggi. Se oggi li riscopriamo così bravi, capaci, onesti e affidabili, perché la politica che fino a ieri li impiegava s’è dimostrata tanto inefficace?
Forse il rischio vero, per i partiti, non è nel fallimento dei tecnici del governo Monti, bensì nel loro eventuale successo. Perché se costoro dovessero riuscire dove hanno fallito elefantiaci governi composti a ogni livello da professionisti della politica, si scoprirebbe che il problema-Italia non è tanto nel valore della classe dirigente nel suo insieme, e neanche (non solo) nelle regole farraginose del governo e del parlamento, bensì proprio nella cattiva qualità della irrinunciabile democrazia dei partiti. E se questi ultimi nel frattempo non si fossero radicalmente autoriformati, questa esperienza potrebbe essere l’anticamera della messa in discussione della democrazia tout court
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Politica
29 novembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani
Pd e Pdl allo specchio
Abbiamo convissuto per anni col Berlusconi double-face, quello che smentisce la mattina quanto aveva detto la sera, che afferma un giorno l’esatto opposto del giorno precedente.
Dunque nessuna sorpresa nel doppio Berlusconi che alla domenica pare aizzare il Pdl alla lotta, come se le elezioni fossero questione di settimane e dunque il governo Monti destinato a fine precoce; e al lunedì, mansueto, invita i suoi a concedere al suo successore tutto il tempo necessario, perché sta lavorando bene e ha davanti a sé un compito difficile.
In entrambe le vesti è un Berlusconi particolarmente inefficace, poco convincente. Al posto dei suoi sostenitori ne sospetteremmo (e infatti lo fanno, dovessimo giudicare dalla freddezza dei giornali amici), come di uno che sta alzando una cortina fumogena dietro la quale svignarsela.
La sostanza, per quanto riguarda il Pdl e le sue prospettive, è scoraggiante. L’erosione elettorale nei sondaggi è lenta ma la perdita di senso politico è veloce e visibile: nel sofferto rapporto col governo Monti si consuma l’ambiguità di un contenitore che non sa più chi rappresentare ed è impossibilitato a usare l’unica arma facile, quella della demagogia.
In questa crisi, e nel doppio Berlusconi, ci si può però anche specchiare. Il Pd dovrebbe osservare gli sbandamenti dell’avversario per scegliere invece le traiettorie giuste, lungo la strada che provvisoriamente percorrono insieme.
Al governo va data la stessa fiducia che in questo momento gli dà la stragrande maggioranza degli italiani, come hanno detto Bersani e Letta a Monza sabato scorso. Gli elettori condannerebbero chiunque dovesse porre questioni artificiose e strumentali, o tradire l’impegno a sostenere una politica fatta anche di sacrifici. Vale per il Pdl come per il Pd. E se il governo dovesse veramente durare più di un anno, e fare la metà di ciò che si è impegnato a fare, nessuno dei tre poli si ripresenterà al paese esattamente com’è adesso. La sfida per i democratici è di farsi trovare all’appuntamento più maturi, forti e convincenti di ora. 
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Politica
25 novembre 2011
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monti sarkozy merkel bce
L'effetto Monti per ora colpisce Sarkò
L’effetto Monti c’è, è evidente. E se lo spread non se ne accorge, se n’è accorto Nicolas Sarkozy. A dimostrazione di quanto personalità e credibilità possano valere sulla scena internazionale (non era del resto questa una delle rivendicazioni di Berlusconi?), è bastata l’apparizione a Strasburgo dell’ex commissario europeo perché cambiassero le parti nel dramma.
Sia dietro le quinte che nel proscenio della conferenza stampa, ieri è stato evidente come la nazione sotto i riflettori, quella in difficoltà, non fosse più l’Italia bensì la Francia. Con un presidente in pre-campagna elettorale fortemente innervosito anche perché poco prima s’era trovato davanti una Merkel spalleggiata da Mario Monti sul tema cruciale del ruolo della Bce e della sua autonomia. Il tema della riforma della banca è controverso, sta di fatto che Monti ha fatto fronte comune con Mario Draghi e con la Cancelliera, obbligando Sarkozy al dietrofront.
Non è riuscito il reciproco: Merkel resiste ancora duramente al varo degli eurobond (che pure ormai i mercati considerano come inevitabili, tanto da penalizzare le aste dei bund tedeschi), però anche qui la voce di Monti s’è sentita. Nell’indicazione di un percorso (da intraprendere dal consiglio europeo del 9 dicembre) che fissi i primi elementi di un’unione fiscale: accadesse davvero, sarebbe un insperato effetto della crisi finanziaria.
Il gioco dei veti è ancora forte e spinge anche Strasburgo fra gli appuntamenti falliti. Né c’è alcunché di salvifico nel riconquistato ruolo dell’Italia: semplicemente, è stato compiuto un passo politico fuori dallo stallo precedente, e tutti ne tengono conto. Monti s’è potuto anche permettere di ricordare l’errore franco-tedesco del 2003 (complice Tremonti), quando si concessero deroghe al patto di stabilità.
Annotazione finale, amara: in questo momento Merkel e Sarkozy sanno delle misure prospettate loro da Monti per l’Italia molto più di quanto ne sappiamo noi e ne sappia il parlamento. È un danno collaterale della cessione di sovranità cui siamo stati costretti dai nostri errori, ma è una situazione in questi termini inaccettabile.
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Politica
24 novembre 2011
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pd fassina bersani
Che cosa c'è dietro al caso Fassina
Con la richiesta di dimissioni di Stefano Fassina avanzata dal gruppo di Enzo Bianco, una importante questione politica viene ora trattata da questione personale, rendendone più facile la neutralizzazione. Bersani non può prendere in considerazione l’attacco al responsabile economico del partito, per di più non condiviso neanche da tutta l’attuale minoranza.
In un certo senso era stato lo stesso Fassina, giorni fa, a sfidare i malumori dicendo che avrebbe risposto solo a chi gli avesse chiesto apertamente di lasciare l’incarico: orgogliosa e giusta rivendicazione. E se non altro Enzo Bianco questo ha fatto: ha avanzato un’esplicita dichiarazione di sfiducia, motivata con la insostenibilità della linea di Fassina a fronte del mutato quadro politico e del sostegno al governo Monti.

La richiesta di dimissioni non andrà avanti. Meglio per Fassina e per l’unità del Pd, e meglio anche per un altro motivo: perfino se la sfiducia fosse stata accolta, non avrebbe toccato il nodo politico sovrastante, che è ben più corposo.

Fassina è il titolare di una linea di politica economica certificata diversi mesi fa da alcune assise di partito e assunta dal segretario. A prescindere da quello che è accaduto nel frattempo nel mondo (ovvero: di tutto), Fassina ha stiracchiato parecchio quella linea e si è esposto spesso e generosamente, su molti temi, con posizioni rispettabili ma destinate a essere travolte dai fatti.
Mettendone in fila alcune: la liquidazione delle politiche proposte da Bce e Ue come mera aggressione neoliberista al nostro modello sociale; l’adesione alle manifestazioni Fiom contro la revisione del modello contrattuale; l’avversione alla norma sul pareggio di bilancio nella Costituzione; l’opposizione alla patrimoniale e perfino alla reintroduzione dell’Ici; la resistenza a qualsiasi revisione del sistema previdenziale; da ultimo, la presa di distanza da Monti fino ad auspicarne la caduta entro pochi mesi per votare nella primavera 2012.
Alcune di queste posizioni sono state poi corrette dall’interessato (come quelle sul fisco), altre no anche se appaiono ormai superate dagli eventi.

Il problema non è Fassina, che dà voce a quella componente della maggioranza bersaniana che non ha mai accettato l’idea di un Pd partito di centrosinistra e non solo di sinistra.
Il problema, più generale, è quanto danno faccia al Pd il presentarsi come rimorchio recalcitrante di una fase che, se porterà qualcosa di buono, lascerà qualcuna delle riforme liberali che in Italia non ci sono mai state (se non ai tempi della terza via prodiana) e delle quali c’è tanto bisogno.
Fassina dovrebbe fare proprio il timore espresso giorni fa da D’Alema: se non ci candidiamo come Pd alla leadership della stagione che si apre, altri poi ne coglieranno i frutti. Se non saremo in grado di proporci come i più legittimi continuatori del tentativo riformista promosso dal presidente del consiglio e dal capo dello stato, potremo al massimo aspirare al ruolo di portatori d’acqua.

Portatori d’acqua. Questo è il destino, minoritario, al quale si autocondanna chi si attesta su una estremità delle possibili opzioni progressiste, liquidando altezzosamente un decennio di ricerca di allargamento culturale ed elettorale (appunto, la Terza via) come vile resa al neoliberismo.

Coerentemente col disegno originario di andare presto al voto con Di Pietro e Vendola, questa linea assegna al Pd, nel mutato scenario, solo la parte di contrappeso di sinistra alle scelte di Monti. Ma questo è quello che farà la Cgil. Il Pd non può perdere l’irripetibile opportunità di rivolgersi con proposte adeguate a tutta la società italiana, compreso il confuso elettorato in fuga dal centrodestra, per collocarsi nel luogo dell’egemonia: al centro. Non nel senso politico-geometrico della parola, ma nel senso di grande corpo centrale del paese, la pancia e il cuore dell’Italia.
Per fortunata coincidenza, proprio sabato a Monza il Pd si rivolgerà a una parte di questo centro d’Italia: i lavoratori autonomi, individuali, le micro imprese. Parleranno a Monza sia Bersani che Fassina ed Enrico Letta: sarà interessante ascoltarli.

C’è poi il tema della cultura politica che emerge in questi frangenti.
Prima che qualcuno chiedesse di far fuori lui, Fassina aveva già fatto fuori gente del calibro di Nicola Rossi e Pietro Ichino, liquidandone le idee come “estranee” alle deliberazioni del partito. Approccio burocratico, non rispettoso delle persone e delle biografie, evocativo di altre stagioni di centralismo democratico, e anche imprudente nei tempi moderni, che sono caratterizzati da rapidi mutamenti di orientamenti e anche di maggioranze all’interno dello stesso partito.

Proprio perché occorre superare questa cultura della marginalizzazione, ieri è apparso un errore l’attacco contro un dirigente, sapendo per di più che le sue idee non saranno forse maggioritarie nel Pd ma in questo momento lo condizionano, aiutate da una lettura della crisi sociale ed economica che fa apparire la rivoluzione liberale come un lusso che non possiamo permetterci, e che traduce in inaccettabili eresie di destra concetti cruciali come competizione, merito, rischio, mobilità sociale.
È di più ampio respiro la battaglia da aprire nel Pd, per convincere e per conquistarne le coscienze, più che le posizioni di vertice. Il consenso fortissimo verso Napolitano, Monti e verso il loro programma dovrebbe essere la bussola di questo scontro politico, ma non il paravento dietro al quale muoversi: Bersani agisce, sceglie i suoi dirigenti, le fa giuste o sbagliate, si corregge o prevale, comunque sulla base di un mandato democratico.
Se si vorrà far evolvere il Pd in una direzione più liberal certo i prossimi mesi offriranno tante opportunità, ma è il consenso interno che bisogna innanzi tutto sudarsi. Come fece quel tale, l’esecrato Tony Blair, tuttora l’unico leader di sinistra che abbia governato una democrazia occidentale per dieci anni ininterrotti.
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Politica
23 novembre 2011
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Un Romanzo criminale per Alemanno
Al sindaco Alemanno Romanzo criminale non è mai piaciuto. Non so perché. Lui diceva che i cattivi ragazzi a Roma venivano influenzati dall’epopea romanzata della banda della Magliana, e che quello era il motivo per il quale i piccoli regolamenti di conti finivano tra lame e pistolettate. Non scherzava, l’ha detto sul serio, e spesso. Cercava di sostenere – la prima volta che lo fece era stato eletto da meno di un anno – che Roma non aveva un problema di malavita organizzata, ma solo di bande giovanili suggestionabili.
Chissà come sarà arrabbiato oggi, il sindaco. Oggi che la città è davvero tornata set di una nuova serie di Romanzo criminale. Girata con le pistole vere, però. Da Prati a Ostia, dai Parioli a San Basilio, e proprio qui sotto la nostra redazione, in pieno centro storico, solo poche sere fa. La storiella delle bande giovanili non regge più. I morti si accumulano, tutti freddati per strada, forse non dentro un’unica vicenda criminale ma certo in uno scenario di violenza metropolitana che, di questo passo, potrebbe finire per coinvolgere anche degli innocenti: spero di sbagliarmi, ma quando le armi sparano in pieno giorno nel traffico tutto diventa possibile.
È colpa del sindaco? Neanche per sogno. Bisogna chiamarsi Alemanno, e avere la sua disgraziata cultura politica, per pensare di scaricare sugli avversari politici la responsabilità diretta di crimini efferati, come fece lui in piena campagna elettorale sul cadavere vilipeso di Giovanna Reggiani.
La colpa del sindaco è casomai proprio quella promessa di sicurezza impossibile da mantenere, l’inganno ai danni di una comunità che venne surriscaldata contro i rom, e ora si trova sotto il tiro incrociato di ben altra criminalità organizzata.
Altro che prendersela con Romanzo criminale (stupidaggine che stavolta, scommetto, Alemanno non riproporrà): l’unica realtà virtuale che fa male è quella proposta ai cittadini dai politici populisti e demagoghi, quando entra in cortocircuito con la vita vera della quale i demagoghi conoscono così poco.
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Politica
22 novembre 2011
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Per il Pd un mercato del lavoro pieno di mine
Si avvicina il momento di dare corpo all’impegno assunto da tutti i partiti ad appoggiare Monti nella sua ricetta per l’Italia. Ognuno dovrà mandare giù qualche boccone amaro e la cosa, oltre si spera a essere utile per definire un equilibrato pacchetto di interventi d’emergenza, sarà importante anche per dare una bella picconata alla demagogia che ci ha accompagnato in tutti gli ultimi anni.
È una soddisfazione amara vedere il Pdl acconsentire senza troppe storie alla ritorno dell’Ici: è ancora fresca la memoria di quel duello televisivo con Prodi, nel 2006, quando col sorriso di chi sa che la sta sparando grossa Berlusconi piazzò il colpo a sorpresa, l’ultimo della campagna elettorale della rimonta che amputò la vittoria dell’Unione. «Avete capito bene, toglierò l’Ici», ghignò il Cavaliere. Vanamente il centrosinistra rispose che sarebbe stata una misura folle: inutile per la crescita, deleteria per i conti.
S’è visto chi avesse ragione. Oggi si torna indietro (e certo non è una bella notizia, pur sempre la reintroduzione di una tassa) e possiamo sperare che per un bel po’ nessuno azzardi più simili giocate di poker sulla pelle del paese.
Siccome saranno comunque obbligati a farlo – dalla crisi, dalle circostanze, dal professor Monti – tutti tolgono e ricollocano i propri paletti. Ieri Bersani ha invitato a «non drammatizzare sull’articolo 18» se non altro perché «nel 95 per cento delle aziende non si applica». Che è una giusta osservazione, oltre che il principale argomento di Pietro Ichino quando chiede al Pd maggiore pragmatismo nell’affrontare i nodi del mercato del lavoro.
Questo sarà il principale terreno minato per il Pd, uscito dal turbine dell’appoggio a Monti con l’obbligo (e la convenienza, a leggere i sondaggi) di compiere scelte difficili. Da Sacconi non cessano le provocazioni e il continuo tirare la corda da parte di Marchionne non aiuta a bonificare il campo di discussione, sul quale la Fiom spara da par suo (quello della Fiat sarebbe «fascismo aziendalistico»). La capacità democratica di fare politica e fare mediazione ad alto livello sarà presto messa a dura prova.
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Diario
21 novembre 2011
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#308 i sei giorni che hanno cambiato l'Italia (Sky)

... poi praticamente l'Italia si sveglia sotto casa mia, a Trastevere
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Politica
19 novembre 2011
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governo monti d'alema pd
Il Pd vincerà se ci crederà più degli altri
Massimo D’Alema due sere fa ha indicato ai deputati del Pd quale pericolo vede nella fase apertasi col governo Monti. Ritornando indietro alle proprie esperienze, teme che il partito venga chiamato a dare il sangue per un’operazione di risanamento, mentre l’area moderata (e in generale il centrodestra) si riorganizza e si presenta poi all’incasso.
Schema conosciuto. Fantasma antico (quell’essere i postcomunisti «figli di un dio minore», utili ma sempre considerati inabili alla guida diretta del paese) che si ripresenta. La conseguente raccomandazione dalemiana: non comportarsi da svogliata intendenza di Monti, bensì assumere la leadership di questa nuova stagione, presentandosi anzi come i suoi interpreti più autentici e avanzati.
Molto giusto. Lo scriviamo da giorni: non ci sarebbe nulla di peggio, per il Pd, che passare per quelli trascinati in catene dall’emergenza a sostenere un governo poco amato e misure non condivise. Chiaro che ogni passo di Monti andrà valutato in sé, misurandone il grado di equità e innovazione. Ma il messaggio all’Italia dev’essere che i democratici difenderanno il tentativo fino alla fine, come chiede un paese a rischio di default, stremato da polemiche e divisioni, ora tornato a fidarsi (pensate che miracolo) di una persona, di una istituzione, addirittura di un governo.
Si parla molto di spine da staccare, di chi lo farà per primo, cose così. Il professor Monti, che sta tirando fuori notevoli qualità comunicative, ha liquidato la questione ricordando ai partiti che alla spina, in questi giorni, hanno collegato un polmone artificiale. Metafora calzante, ahiloro e ahinoi.
La verità è che, almeno per un bel po’ di tempo, chi dovesse tirare troppo la spina fino a staccarla rimarrebbe senz’aria, e poi prenderebbe anche una bella scossa (elettorale). Quindi staranno tutti buoni. Magari inquieti, ma allineati.
Il problema del Pd sarà un altro: risultare credibile come il partito delle riforme liberali di Monti. Perché questo ruolo venga riconosciuto dagli italiani, dovranno crederci per primi i democratici. Questo da domani sarà il nostro tema.
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Giornali
18 novembre 2011
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Noi e gli orfanelli di Berlusconi
Non si dica che la democrazia è sospesa e che il governo Monti nasce senza opposizione. Perché, quanto a questo necessario ingrediente democratico, si può opinare sulla qualità ma la quantità è garantita.
Di opposizione ce ne sarà sia in parlamento – tra leghisti che leggono come macelleria sociale ciò che facevano fino all’altroieri da ministri, e frattaglie di destra animate da una inquietudine che esploderà – che nelle piazze. Addirittura ieri il governo ha avuto il battesimo delle uova spiaccicate sui muri del senato da parte di lucidi Cobas e studenti in confusione: prima ancora di essersi insediato, neanche fosse davvero una giunta golpista. Sia nella scelta dell’arma che nella motivazione, chiaramente lettori di Giuliano Ferrara.
Ciò che soprattutto è garantito è che Monti potrà vantarsi di avere una sua personale stampa d’opposizione. Il sostegno da parte dei grandi gruppi editoriali è forte, ma il circuito mediatico è una strana bestia dove spesso le copie vendute, più che contarsi, si pesano. E dove magari ci sono giornali leggeri che pesano più dei grandi giornaloni.
Ecco allora schierato, fin dal primo giorno anzi fin dalla vigilia, il fronte trasversale di quelli che chiamerei gli orfani di Berlusconi: sinistra e destra unite dall’obbrobrio per il governo di transizione, in realtà alleate nel riempire con l’avversione a Monti il vuoto lasciato dal Cavaliere come tabù da difendere o come totem da abbattere.
Una svolta interessante, che ci aiuta anche a definire, per differenza, il ruolo che Europa nel suo piccolo cercherà per sé nella stagione che si apre. 

Quel che colpisce maggiormente dell’accoglienza negativa riservata a Monti dai nostalgici a vario titolo sono gli argomenti. Che illuminano retrospettivamente il ruolo che certi giornali hanno ricoperto fino a pochi giorni fa, nel regime politico precedente.
Per esempio basta confrontare i giornali della destra non famigliare (Il Tempo, Libero) con quelli affidati alle cure editoriali di Paolo Berlusconi, cioè Giornale e Foglio. Si scoprirà che, per questi ultimi, l’asserita vocazione liberale doveva essere davvero leggera, se non ha resistito al cambio della guardia a palazzo Chigi. Tutto ciò  che chiedevano al loro editore di fare in economia (perfino col tono della fronda, quando il premier soccombeva davanti a Tremonti), nel momento stesso in cui viene enunciato come programma da Mario Monti diventa «nulla», sono «ovvietà politicamente inadeguate all’emergenza» (Ferrara), presto potrebbe diventare macelleria sociale dovesse accendersi una rivalità col noto liberale Calderoli.
In chiave anti-tecnocratica l’agile Foglio arruola di corsa intellettuali, commentatori e testimonial internazionali. Alcuni, come Piero Sansonetti, s’erano già distinti nel soccorso azzurro; di altri (dal Nyt al Guardian fino addirittura a Barbara Spinelli) si soprassiede sulla circostanza di averli fino all’altroieri considerati l’anima della cospirazione mondialista contro l’Italia di Berlusconi.
Il massimo si raggiunge però nella lode speciale dedicata all’arcinemico Marco Travaglio, ripreso e ammirato da Ferrara per il ruvido trattamento che sa riservare al professor Monti. Qui gli estremi si toccano e forse si specchiano, speriamo non fino al punto di dover leggere sul Foglio anche l’elogio dell’editoriale travagliesco sul Fatto di ieri. «Da Patonza a Passera» è infatti il manifesto di un antiberlusconismo che, per stupirci, vuole dimostrare di sapersi benissimo ricollocare nell’universo post-berlusconiano.
Solo che, anche in questo caso, la manovra è rivelatrice. Perché il gioco di parole volgare, finalmente, non parla più dell’oggetto della satira, il vecchio sporcaccione di Arcore, bensì di colui che la satira la scrive. È come se, accantonato Berlusconi, l’istinto spinga Travaglio a rilanciare la vocazione oppositrice rifugiandosi comunque in qualche recesso delle parti intime femminili.

La promessa che fa Antonio Padellaro di voler vigilare sul nuovo potere politico è degna di rispetto, anzi da condividere. Contro il governo Monti però l’attacco è preventivo, prescinde da programmi e scelte, si infiamma quando trova possibili conflitti d’interesse laddove – com’è sempre stato da quando esiste la politica – ci sono competenze che dal privato si riversano sul pubblico. Condotta alle sue estreme conseguenze, l’intransigenza contro chiunque abbia combinato qualcosa nella propria professione avrebbe una sola conseguenza: che la politica possono farla solo i funzionari di partito.
Dice di molto di come siamo ridotti male quanto a cultura politica che a sinistra, e in genere nel panorama della stampa politica, il Fatto sia l’unico indiscutibile (e invidiabile) caso editoriale di successo.
Naturalmente il fronte trasversale dell’opposizione a Monti è più ricco e attinge anche ad altri argomenti oltre che a Patonza-Passera. Per esempio il manifesto ha deciso subito, giorni fa, che dal berlusconismo si stava uscendo in favore di nemici più antichi e conosciuti: i banchieri cattolici. Al momento dell’insediamento di Monti, però, c’è un sussulto, anche qui un impulso che viene dal passato: il giornale allora di Luigi Pintor nel 1994 decise, soffrendo, che baciare il rospo del governo Dini sarebbe stato meglio che tenersi Berlusconi. In un veloce flash-back Marco Revelli torna a calarsi in quel contesto e decide (coraggiosamente, vista l’aria che tira dalle sue parti) di ripetere oggi l’atto metaforico, condendolo con tanti dubbi sulla rottura della consuetudine democratica operata da Napolitano, ma anche con una dichiarazione estetica: quella dell’intellettuale torinese che in qualche modo si riconosce nello stile dei suoi colleghi neo-ministri.
Veniamo a noi, però.
Come i lettori di Europa sanno, la nascita di un governo di transizione è un obiettivo che ci convinceva da mesi e per il quale, per il pochissimo che contiamo, ci siamo battuti.
Il Partito democratico ha avuto per un certo periodo un’altra linea, che era logica ed è stata a tratti anche convincente: davvero l’attuale parlamento non sembrava un luogo che meritasse di essere difeso, dove si potessero compiere scelte adeguate alla gravità della crisi. Della linea delle inevitabili elezioni anticipate, che abbiamo rispettato perché realistica, erano alfieri coerenti, fino a pochissimi giorni fa, i cugini de l’Unità.
Non stiamo in parlamento, non facciamo scelte politiche. Ma il fatto che le cose stiano andando in un modo diverso (avendo Bersani saputo compiere col suo gruppo dirigente scelte lucide e generose al momento giusto), carica in un certo senso anche noi di una responsabilità maggiore.
Al lavoro, tutto sommato facile, di stiracchiare sul bordo riformista la foto di Vasto, si sostituisce un impegno più rischioso ma che in caso di successo riserva un premio più alto.
Che cosa significa lavorare (criticamente) dentro l’avventura del governo Monti, perché oltre a salvare l’Italia dal baratro raggiunga almeno una frazione degli obiettivi di modernizzazione che si è prefisso ieri? Significa scommettere che, quando la fase dell’emergenza sarà conclusa, il Pd si ripresenti più di ogni altro come l’interprete credibile della stessa esigenza di cambiamento enunciata da Monti (che noi chiamiamo rivoluzione sociale e liberale). E come il partito depositario naturale della speranza che in questi giorni torna a percorrere il paese senza più argini, finalmente, fra elettori dell’una e dell’altra parte.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/11/2011 alle 0:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
16 novembre 2011
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L'Italia migliore con Monti
Il commento più preciso, adatto, consono ieri l’ho trovato su Twitter, come è d’obbligo questi tempi. Suonava più o meno così: «Ragazzi, non mi sento all’altezza di questo governo».

È vero, questa è la sensazione a caldo dell’incredibile prima giornata col governo Monti.

Presto cominceremo ad avere dimestichezza con i ministri del professore, passeremo a scrutinarli, svelarne le mosse e i difetti, criticarli se necessario. E naturalmente lo stupore di oggi è tutto dovuto a due fattori: in primis al confronto stridente fra la qualità (non personale, professionale) del gruppo di persone che giurava ieri davanti a Napolitano, e la squadra che era stata radunata nello stesso luogo tre anni fa da Berlusconi; in secondo luogo alla rapidità con la quale la sostituzione si è realizzata, un capolavoro di prontezza politica e di agilità nelle strettoie costituzionali che poteva essere realizzato solo da Giorgio Napolitano.

(Fatecelo scrivere, tra parentesi: l’unica rivalsa che vogliamo prenderci oggi è su quanti – anche nelle opposizioni, dal Fatto a Di Pietro e non solo – negli ultimi anni hanno mugugnato e perfino svillaneggiato contro le prudenze e le presunte concessioni che il Quirinale faceva a Berlusconi. Ora certo si capisce meglio quanto fosse forte il filo tenuto con Gianni Letta, ma soprattutto quanto al capo dello stato premesse preservare per sé un ruolo super partes che sapeva di dover spendere, prima o poi, al momento delicato del collasso della maggioranza).

Torniamo però al punto del disorientamento.

Abbiamo talmente assimilato l’idea che l’Italia sia stata avvelenata e corrotta nel profondo negli anni dell’epopea berlusconiana, che di fronte alle donne e agli uomini di Monti avvertiamo quasi la paura che potrebbero non farcela non per propri errori o limiti, o per i bastoni fra le ruote della politica, ma perché dovranno mettere le mani in un paese troppo compromesso. «Non all’altezza», come dicevano su Twitter.
È un pensiero sbagliato, da combattere. Non solo perché allude a un elitismo inaccettabile che il professor Monti per primo – per quanto non privo di autostima – respingerebbe. Ma soprattutto perché l’attesa positiva e perfino la stanchezza del paese sono in realtà le grandi risorse che possono trasformare questa avventura in un successo. 

Può darsi che per una volta – non gli capita spesso – le cosidette parti sociali abbiano interpretato, non sappiamo quanto consapevolmente e sinceramente, un profondo senso comune degli italiani. È stato quando, l’altroieri, hanno detto al presidente incaricato più o meno così: ognuno di noi ha qualche paletto fermo da mettere, ognuno ha qualche proposta da fare a danno di qualcun altro, ma ci rendiamo conto che nell’emergenza dovremo affidare al nuovo governo un margine ampio di compromesso sociale. Dunque, siamo disposti a rinunciare, a venirci incontro, a enfatizzare i punti di accordo su quelli di disaccordo.
Non sono concessioni: è la precondizione, più volte riaffermata dal presidente della repubblica, per fermare l’Italia sull’orlo del baratro che le si para dinanzi, per rigirarla e rimetterla in movimento nella direzione della crescita.

È tutto da vedere quanto le disponibilità affermate diventeranno concrete al momento delle scelte: ogni diffidenza è autorizzata. Però abbiamo anche noi l’impressione che il tempo delle barricate a difesa di interessi e privilegi possa essere se non finito, almeno sospeso. Indebolito dalla crisi di cui tutti si sentono parte e vittime. Un po’ esaurito, come s’è esaurita (almeno apparentemente) la voglia delle figure politiche e pubbliche di litigare davanti a tutti, in televisione, alzando il livello della voce e abbassando quello degli argomenti.
Ecco, a un paese spaventato e stanco possono parlare con efficacia i ministri di Mario Monti, anche se s’è capito subito che la comunicativa non è il loro pregio principale (anche questo però potrebbe trasformarsi in un vantaggio: non è scontato, ma potrebbe essere).

Sulla rete, che è un po’ il concentrato delle passioni e anche dei pregiudizi più incongrui, il governo appena nato è già stato battezzato come il gabinetto dei banchieri, degli emissari del Vaticano, dei professori altezzosi. Ci sarà stampa di destra e di sinistra che alimenterà questa campagna di discredito, senza fermarsi davanti ad alcuna delle più ridicole ipotesi complottistiche. 

Sarebbe facile mettere tutti a tacere riproponendo, fino a esaurimento, il paragone fra il governo nato ieri e la situazione nella quale ci trovavamo solo venti giorni fa. Con quel governo, quelle competenze, quella certificata incapacità di affrontare non dico la crisi di sistema, ma neanche l’emergenza quotidiana (la fine fatta da Giulio Tremonti è l’emblema: in quali mani eravamo finiti).

Il confronto però è risposta già banale, già superata dai fatti, e comunque insufficiente.
La più convincente replica alle critiche è intanto nelle vere biografie delle persone scelte da Monti e da Napolitano. Perché sono tutte biografie complesse, e tutte molto dense di politica. Non confondiamo questo passaggio, per fare un esempio, con l’epoca dei professori ai quali venne per un periodo affidata la Rai, tanti anni fa. Lì davvero c’era estraneità, elitismo, alterità e distanza, alla fine incompetenza specifica. Qui c’è gente che, nelle rispettive carriere, s’è dovuta misurare molte volte con la concretezza delle scelte, con la complessità della mediazione politica (perfino a livello internazionale), con la necessità del compromesso. Il loro presidente del consiglio, del resto, è l’emblema esattamente di questo.

Ci si chiede: e la politica? Questa sospensione di sovranità democratica?
Tutte le risposte giuste sono già state date, in queste ore.

Intanto, proprio grazie alla situazione che s’è determinata, il parlamento sarà da domani (anzi già da oggi, al senato) un luogo straordinariamente più importante non solo di quanto sia stato negli ultimi due anni e mezzo, ma anche di quanto fosse nelle legislature scorse.
Sarà il luogo della formazione di maggioranze non scontate né predeterminate. Sarà il luogo di leggi e di riforme non delegabili al governo. Sarà il luogo dove incuberanno le nuove coalizioni. Insomma, l’opposto di un’arena dove solo due attività erano consentite: spingere tasti e insultarsi a vicenda.

Poi appunto ci sono i partiti. Questo è un discorso che andrà ripreso, e che per la parte che ci riguarda più da vicino – la parte del Pd – si presenta pieno di inevitabili novità, di sfide affascinanti, di una possibile rilanciata ambizione maggioritaria. 

Di fronte al paese di cui parlavamo prima, l’Italia stremata e per ciò stesso disponibile e “in attesa”, è però il sistema dei partiti nel suo complesso che ha – proprio dal governo Monti – la sua opportunità. Ora, se vuole e se sa, avrà tempo, modo e motivazione per autoriformarsi e per riproporsi alla prova elettorale del 2013 in condizioni accettabili.
I discorsi sulla fine della Seconda repubblica o sulla chiusura dell’epoca bipolare sono astrazioni politologiche: la sostanza sarà nella riorganizzazione dei campi di centrosinistra e centrodestra e nella competizione (riapertasi, ma col centrosinistra in vantaggio di credibilità) sul fronte della responsabilità verso i bisogni dei cittadini.
permalink | inviato da stefano menichini il 16/11/2011 alle 19:58


Politica
16 novembre 2011
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La strada giusta, con Amato/Letta o senza
Ieri i partiti hanno giocato al risiko del governo, come era in parte inevitabile, a dimostrazione che effettivamente non esiste un autentico spirito di coesione fra Pdl e Pd: troppo ansioso di sanare presto la ferita della sconfitta il primo, timoroso di farsi compromettere in un abbraccio mortale il secondo.
Il risiko in circostanze come le attuali può diventare un gioco pericoloso, e a tratti ieri si è diffusa la paura che potesse saltare tutto.
In realtà non c’è mai stato un rischio concreto, come ha dimostrato un serafico Mario Monti a fine giornata e come si confermerà stamane quando il presidente incaricato salirà al Quirinale per sciogliere la riserva e consegnare la lista dei ministri a colui che per Costituzione li nomina.
La confusione nasce soprattutto dalla persistente sottovalutazione della forza della quale gode Napolitano in questa fase, sulla scorta di un consenso popolare senza precedenti. Il potere di convincimento del capo dello stato si trasmette al suo presidente incaricato, sul cui successo punta oggi qualcosa come il 78 per cento degli italiani, di ogni fede politica.
Questa moral suasion “rafforzata” si è esercitata su Bersani per vincere le resistenze alla nomina di ministri politici, con esito fino a ieri sera incerto. Le obiezioni Pd non sono infondate (la necessità di dover ricorrere a due antichi mediatori come Letta e Amato potrebbe rendere meno “nuova” la novità Monti), però Napolitano mette davanti a tutto l’operatività governativa nei tornanti parlamentari e nelle relazioni internazionali.
Un governo di non totale discontinuità sarebbe più esposto agli attacchi delle torme di guastatori di destra e sinistra. Fino a un certo punto però. Bisogna aver fiducia in sé e negli italiani. Soprattutto il Pd deve aver fiducia. Tutti i sondaggi seri lo collocano ormai intorno al 30 per cento proprio come premio per la scelta compiuta dopo le dimissioni di Berlusconi, il cui partito invece perde senza sosta e perderà di più dopo la rottura con la Lega. Questa è la strada da seguire, rischiarata dal cono di luce del Quirinale. Frenare non serve e non conviene.
permalink | inviato da stefano menichini il 16/11/2011 alle 8:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 novembre 2011
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monti bersani pd sondaggi
Pd, devi starci pienamente
C’è un sondaggio, compiuto nella settimana della crisi e delle dimissioni di Berlusconi, che dà il Pd al 29,3 per cento, il Pdl sotto al 25, il calo di leghisti e dipietristi, il boom del Terzo polo con l’Udc oltre il 10.
È un sondaggio molto positivo per il Pd, il quale gode – secondo La Stampa che ha commissionato la ricerca – del ruolo di sostenitore principale della soluzione del governo d’emergenza, mentre escono penalizzati non solo il partito dell’ex premier ma anche quelli delle ex maggioranza e opposizione che sono apparsi più riluttanti a dare un governo nuovo al paese. Di qui, forse, la resipiscenza di Di Pietro in queste ore.
Gli spostamenti di consensi sono sostanziosi e anche sorprendenti, sta di fatto che sondaggi del genere e anche il clima in generale “condannano” felicemente il Pd al ruolo di motore della nuova fase politica.
Paradosso fortunato. Conosciamo i dubbi che c’erano nel Pd nel momento di abbandonare la linea “elezioni subito”. E anche fra gli elettori democratici qualcuno avrà sorriso nel sentire Bersani sabato notte dire, più o meno: «Berlusconi l’abbiamo mandato via noi».
Ma Bersani – Europa lo scrisse nel suo primo giorno da segretario – è un uomo fortunato. Lo è anche quando non tutto gira come aveva pianificato lui.
L’importante a questo punto è sapere una cosa: le elezioni, quando ci saranno, non saranno vinte da chi è in testa ai sondaggi oggi. Saranno vinte da chi saprà muoversi meglio nella nuova stagione, accettando anche di farsene cambiare.
Tutti in realtà hanno una chance, perfino Berlusconi. Le operazioni di ristrutturazione del centrodestra sono già avviate, tra Fini, Alemanno, Casini.
Dai numeri della Stampa, e dal clima che si respira, il Pd deve prendere l’incoraggiamento a stare nella fase politica, a sostegno di Monti, in modo attivo e positivo, con pieno coinvolgimento. Sarebbe sbagliato dare l’impressione – qua e là affiora – di aver fatto un terribile sacrificio, di dover subire un passaggio gravido di rischi, di volersi tenere alla larga (pur magari approvandole) dalle misure difficili dell’austerità e dalle riforme liberali che Monti tenterà, e sulle quali altri saranno lesti a mettere il cappello.
permalink | inviato da stefano menichini il 14/11/2011 alle 23:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 novembre 2011
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monti governo berlusconi bersani pd
Cambia tutto, fate saltare il blocco mentale
Siamo ancora molto legati alla stagione politica che si sta rapidamente chiudendo. Non pensavamo che sarebbe successo veramente e non siamo pronti, neanche quelli che ci lavoravano, neanche quelli che ci speravano.
Oggi Berlusconi lascia, si dimette. Per tanti, noi per primi, sarà un giorno di grande festa.
Una festa però di quelle che lasciano frastornati, incerti su come ci si risveglierà l’indomani.
Ci saranno molte difficoltà politiche da gestire dalla settimana prossima e per i mesi – prevedibilmente non così pochi – lungo i quali si dipanerà l’azione del governo Monti.
Ma soprattutto ci sono blocchi psicologici da superare, gomitoli di diffidenza e sfiducia che si sono aggrovigliati negli anni del bipolarismo avvelenato.
Capita così che ogni possibile pessimismo avvolga l’attesa per la lista dei ministri di Monti. I giornali fanno il proprio dovere, confezionano totonomine in quantità industriale: inevitabilmente però lo fanno attingendo ai serbatoi conosciuti della politica o al massimo del parastato, usando fonti che sono tutte dentro ai partiti. Ed ecco un fiorire di ex ministri di Berlusconi o di Prodi, di funzionari politicamente targati, di personalità in ascesa o in attesa nei rispettivi partiti.
Una volta di più, come negli ultimi mesi, si sottovaluta Giorgio Napolitano. E ora si sottovaluta anche Mario Monti. Non ci si rassegna ad accettare la circostanza – non solo positiva, ma tant’è – dell’enorme potere contrattuale del quale i due anziani leader dispongono.
Quasi l’85 per cento di italiani favorevoli al governo dell’ex rettore della Bocconi, oltre il 90 di consenso e fiducia verso il capo dello stato. Sono numeri da paura, mentre i partiti giacciono invariabilmente, nel loro complesso, in fondo alla classifica di credibilità. 
Non è bello, anche noi vorremmo una politica autonoma e forte. Ma è così. Del resto Napolitano, e adesso anche Monti, sono politica. La parte più apprezzata, in questo momento. Si rassegnino le verginelle foglianti che oggi piangeranno a Milano: se volevano tutelare il primato della politica dovevano combatterne lo sputtanamento che ne ha fatto il loro capoazienda per diciassette anni, invece di riderci su come se fosse il liberatorio atto situazionista contro una società di parrucconi.
Il peso del consenso presidenziale verrà gettato sul piatto della composizione del governo, come ha già fatto Napolitano nella gestione della fase più rischiosa della crisi. Avremo delle sorprese, davvero non sappiamo quali ma le avremo. Il capo dello stato conosce gli italiani, sa come la pensano e sa che Monti, per il lavoro duro che lo aspetta, dovrà continuare a essere circondato da un clima positivo nel paese prima ancora che nel parlamento.
Che le cose stiano così l’hanno capito anche i partiti, sia quelli che si oppongono che quelli aderiscono al tentativo.
Quando ci si dice disponibili ad appoggiare un governo senza big della politica lo si fa per calcolo (perché farsi coinvolgere in un esecutivo da austerità?) ma anche per anticipare e coprire una scelta che sarà obbligata. E che non riguarderà solo i nomi dei ministri: il programma del futuro governo sarà poco trattabile, sembrano un po’ patetici quelli che oggi da una parte e dall’altra alzano il dito. Patrimoniale sì o no, pensioni sì o no... sbaglierò ma l’unica materia sulla quale davvero i partiti avranno margini di manovra sarà la nuova legge elettorale.
Chiaro che la finestra favorevole non rimarrà aperta a lungo, per Monti. Per questo il grosso del lavoro verrà svolto già nei primi mesi.
Il sistema dei partiti non può che uscire terremotato da questo passaggio.
Le convulsioni alle quali assistiamo nel Pdl, al di là degli improbabili tentativi in corso di evitare in extremis le forche caudine del governo Monti, sono tipiche di uno sfaldamento profondo. L’uscita di Berlusconi dalla scena politica è il vero tema nella testa di tutti. Alcuni fra loro possono gestire il trauma (magari lo auspicavano) e altri no. Nell’immediato l’urgenza è non lasciar andare via la Lega, pronta a cavalcare nelle praterie incustodite dell’elettorato ex berlusconiano. Ma la faglia sarà più larga, e i mesi del governo Monti saranno proprio quelli della ristrutturazione radicale del centrodestra, alla quale chiaramente Casini si candida da protagonista sapendo che Silvio Berlusconi sarà un macigno difficile da rimuovere.
Nel Pd vediamo uno strano atteggiamento, come se questo passaggio (addirittura, la fine del Cavaliere in politica!) vada ridimensionato nella sua portata strategica, poco più che una parentesi neanche tanto piacevole lungo un percorso che si pensava diverso.
Sì, capiamo le ragioni di questo atteggiamento. Un esito come l’attuale non faceva parte dell’orizzonte strategico del Pd. Anche prima di Bersani, sia Franceschini che Veltroni mettevano nel conto una lunga marcia nel berlusconismo, fino al 2013. Così ora, più che la voglia di fare e di partecipare sembra prevalere la preoccupazione per il prezzo da pagare a sinistra per eventuali politiche di risanamento impopolari. Ci si tiene alla larga. Fino al punto di presentarsi negli insidiosi talk-show serali (vero covo della nuova opposizione) con il volto dello scetticismo, quasi della sopportazione.
È un atteggiamento da rovesciare all’opposto.
Gli italiani – anche quelli di sinistra, anzi soprattutto quelli di sinistra – sapranno riconoscere e premieranno i partiti che da questo bagno d’umiltà sapranno farsi attraversare, cambiare, dimostrando di saper sostenere e non sopportare le misure necessarie alla salvezza del paese.
Dunque la scelta di appoggiare il governo Monti dovrebbe oggi essere rivendicata, esaltata perfino con un filo di orgoglio patriottico. Occorrerà poi mettersi in sintonia politica e programmatica con essa, facendo tesoro dell’esperienza di queste ore quanto all’affidabilità degli alleati (avete visto quanto rapidamente Di Pietro è rientrato in partita? Ci si può fidare? Avete notato quanto sia rimasto prudente e defilato Nichi Vendola?) e quanto al baricentro di proposte per la famosa ricostruzione.
Conosciamo questo partito, sappiamo che il tempo che nel centrodestra verrà speso per ristrutturarsi sul modello del Ppe potrebbe essere impiegato nel centrosinistra in una titanica lotta per cambiare il segretario del Pd o il candidato premier. Meglio non nascondersi certe realtà. Del resto Bersani, per usare una sua frase tipica, non le ha sempre fatte giuste e almeno tre scelte importanti recenti le ha più subìte che guidate (referendum elettorale, adesione all’agenda europea, rinuncia alle elezioni anticipate). Possiamo dirlo noi, perché con lealtà (che il segretario ha riconosciuto) queste obiezioni le abbiamo mosse in tempo reale.
Ma se nel Pd c’è un problema, Bersani ne è solo la punta esposta per il fatto di essere il segretario.
Il deficit di rinnovamento è generale. La subalternità alle mosse di avversari e alleati, e alle critiche dei media, è male diffuso. La scarsa fiducia in se stessi, poi, è addirittura epidemica. Il Pd rimane il partito di un grande popolo di militanti, con una testa troppo piccola quanto a potere di leadership. E parliamo di gruppo dirigente, ripeto, non certo del solo segretario.
Quanto alla linea politica ed economica, certo toccherà battersi per portare nell’attività di governo le grandi ragioni dell’equità e della giustizia sociale (che noi sappiamo però essere stella polare anche dell’ex uomo di Goldman Sachs, sissignori), ma non si potrà mai più arretrare dalla cultura del mercato aperto che sarà il marchio di garanzia di Mario Monti. Già il Pd pecca di tendenza al conservatorismo adesso, che ha dovuto confrontarsi solo con il liberismo a chiacchiere di Berlusconi: sarebbe un delitto ripresentarsi con le stesse stimmate all’indomani di un’eventuale buona prova – così tutti ce l’aspettiamo, con la doverosa prudenza – di un governo che abbia davvero cominciato a intaccare protezionismi, corporativismi, assistenzialismi.
Insomma, c’è un sacco di lavoro da fare, una marea di insidie.
Può anche andare malissimo, le condizioni del paese del resto non autorizzano ottimismi. Ma vivaddio lo sblocco del sistema era atteso come un momento di liberazione, e allora sarà il caso di liberarsi davvero. Dai blocchi politici, e soprattutto dai blocchi psicologici. 
permalink | inviato da stefano menichini il 12/11/2011 alle 9:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 novembre 2011
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Pd, finalmente il momento di battersi su tutti i fronti
L’operazione Monti è forte. Non solo può offrirci l’uscita d’emergenza dall’incendio finanziario, il paracadute nella caduta economica. Può fare di più. Può avviare lo scardinamento dell’Italia delle corporazioni, spezzare la spirale settaria, mettere ai margini chi vive della rendita avvelenata della contrapposizione ideologica, bonificare il terreno dove si svolgerà comunque presto un confronto elettorale che deve essere diverso da quelli inconcludenti del passato.
Per questo l’operazione Monti ha tanti nemici, che di fretta e con furia si mobilitano, si organizzano, cercano di fermare il virtuoso processo politico e istituzionale messo in moto dal presidente Napolitano.
Sono nemici trasversali, perché trasversale è stata in questi anni la convenienza a porre veti, a coltivare orti conclusi, a sparare dalle nicchie della conservazione contro chiunque e qualsiasi cosa cercasse di muoversi e cambiare.
Non c’è solo l’oltranzismo berlusconiano che si raduna domani a Milano, non lontano dal teatro Lirico dove Mussolini tenne il suo ultimo discorso: fu un successo, tanta gente, l’ultima raffica di propaganda prima della fine.
L’interesse di Ferrara, di Feltri e di Sallusti è dichiaratamente interesse di famiglia e di casta, sono spinti dall’horror vacui di chi vede materializzarsi anche prima del previsto la chiusura di un’epoca.
Non sanno se dopo il Berlusconi che dà il via libera a Monti arriverà il Berlusconi che ritira armi, bagagli e denari dall’agone politico: questo è l’incubo, ben più che il prevalere di chissà quali tecnocrazie.
La cosa grave, avendo preso in passato sul serio alcuni di loro, è che l’insurrezione miri oggi a fermare l’unica soluzione politica che aprirebbe spiragli di autentica rivoluzione liberale in Italia: tutti da conquistare, verificare, difendere, ma evidentemente legati in questa fase alla personalità e al successo dell’ex commissario europeo che fece piangere il monopolio di Bill Gates. Quanta impostura, allora, in diciassette anni di sproloqui liberali contro l’establishment: era solo un altro potere costituito che si difendeva, punto.
Questo tipo di destra va sconfitta. Può far danni, trascinerà dalla propria parte fette del Pdl, in queste ore vuole e può far saltare il tentativo di Napolitano.
Poi c’è la Lega, più prevedibile e trasparente nelle sue motivazioni e nei suoi calcoli, che peraltro colpiscono in prospettiva molto più gli ex alleati dell’ex governo che non altri: i leghisti intuiscono la possibilità di recuperare consenso perduto e, di più, di cannibalizzare il rintronato Pdl. Rivederli all’opposizione non deve spaventare nessuno: possono ricrescere un po’, ma saranno tornati ai margini da dove provengono, e senza un giovane Bossi a guidarli.
Lo sbarramento che si alza da sinistra – sinistra si fa per dire – è figlio diretto dei mali antichi e recenti: il massimalismo ideologico, il conservatorismo burocratico, il giustizialismo amorale. Esaltati da un calcolo elettoralistico che, messo a confronto con la situazione drammatica del paese, svela con buon anticipo quali serpi il Pd si stesse allevando affianco, e quanti pericoli ci fossero (anzi, ci sono tuttora) nell’andare rapidamente al voto facendo unico affidamento sul vantaggio risicato e virtuale di un centrosinistra attraversato dagli equivoci.
Mentre lo scontro contro le retroguardie berlusconiane viene facile e immediato, questo è il fronte che maggiormente deve impegnare il Pd. Per la propria stessa salvezza e prospettiva, oltre che per puntellare doverosamente lo sforzo del Quirinale.
Qui è Rodi, Bersani, qui si salta.
Qui arriva la battaglia difficile che finora non c’è mai stato bisogno di impegnare, dietro lo schermo della comune ovvia avversione a Berlusconi. Qui bisogna dimostrare che l’idea di un’Italia aperta e liberale non era solo un condimento in un menù onnicomprensivo.
Che si sanno tirare fuori, con le unghie, con la rabbia, con l’orgoglio, le ragioni dell’innovazione annunciata, elaborata e anche praticata in tanti anni non di accademia, ma di governo riformista.
Si metteranno a repentaglio alleanze che sembravano già apparecchiate, l’improvvisata foto di Vasto, il vago nuovo Ulivo? E chi lo sta facendo per primo, non forse quel Di Pietro peraltro lesto a tradire l’impegno assunto con un milione e duecentomila italiani per l’abrogazione del Porcellum? Si anticipa a oggi una resa dei conti che si sarebbe consumata comunque, prima o poi, magari quando ci si fosse trovati nelle strette e nelle responsabilità dello stare al governo, dunque troppo tardi, con troppi rischi e sotto troppi ricatti. Meglio, diecimila volte meglio così. E meglio adesso, quando il veto dipietrista mette in luce l’altra ambiguità sua e della setta giustizialista: loro davvero, non noi, hanno bisogno che Berlusconi non si tiri indietro, che rimanga sulla scena. Il fronte della sedizione trasversale anti-Napolitano si nasconde dietro l’invocazione del voto popolare (col Porcellum!) ma mette insieme tutti quelli che sul berlusconismo hanno lucrato posizioni politiche e altro.
Contro questa armata Brancaleone si può contare sul fatto che gli italiani in queste ore stanno compensando la paura del default con una attesa positiva nei confronti della svolta che Napolitano (di cui si fidano come di nessun altro) può proporre loro. Il Pd deve finalmente rivolgersi a quell’Italia non solo di sinistra che torna a sperare in un confronto politico civile: c’è perfino un’opportunità elettorale, nel momento in cui il centrodestra sbanda, si divide, si estremizza sotto gli occhi disorientati di tanti suoi elettori di buon senso.
Certo poi non sarà una passeggiata, semmai comincerà, il cammino a sostegno di un governo Monti, e a seguire lo sviluppo di questa esperienza in una proposta politica ed elettorale da presentare presto al paese. Sarà un percorso di guerra disseminato di agguati, cecchini, ostacoli difficili da superare, scelte complicate da far digerire alle proprie costituencies, battaglie per imporre dentro un quadro di risanamento la propria visione dell’equità e della giustizia sociale.
Ci vorranno convinzione, saldezza di posizioni, solidarietà interna e, sissignore, anche quella capacità comunicativa della quale si ha tanto snobistico timore, in assenza della quale il popolo democratico rischia di non capire, di venire ingannato da messaggi avvelenati, di sentirsi respinto dalle risse da talk-show che – si è visto da subito, dalla prima sera – saranno un’arma del partito unico sfascista: guai a cadere nelle provocazioni, cerchiamo di essere un minimo professionali e avvertiti.
Sarà dura, allora. Ma lo sapevamo che non sarebbe stata facile, no? Se fosse stata facile, poteva provarci gente meno brava e determinata di noi.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/11/2011 alle 23:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
9 novembre 2011
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Monti, e il dopo comincia subito
È successo in poche ore ciò che Berlusconi ha sempre temuto: al primo vero passo indietro del fondatore, il Pdl è imploso. È bastata una mattinata sotto i colpi della speculazione internazionale, con le opposizioni abili a muoversi e un presidente della repubblica fermo a difesa dell’interesse del paese, e quello che non era un partito ma una costruzione improvvisata è venuto giù di schianto.
Il crollo del Pdl sembra aver spalancato la strada a una soluzione della crisi di governo rapida (quando già sembravamo avviati a ogni tipo di manovre) e almeno sulla carta fortissima. Una soluzione alla quale Giorgio Napolitano ha apposto un suggello che ne esalta l’esperienza, le doti di statista e l’assoluta e incontrastata leadership sull’attuale (e futura) fase politica.
La nomina di Mario Monti a senatore a vita non è solo il frutto di consultazioni già svolte de facto nel centrodestra e nel centrosinistra: contiene in sé tutte le risposte alle possibili obiezioni che saranno mosse al momento dell’incarico, verosimilmente lunedì prossimo. Perché allora Monti sarà un politico, non più un tecnico, di diretta fiducia presidenziale oltre che di indiscussa caratura internazionale, una personalità non riutilizzabile né ingombrante (nel caso, per il centrosinistra) quando arriverà il momento di andare alle elezioni.
Il fatto che Monti fosse il primo dei nomi fatti in questi giorni dal Pd varrà da vincolo anche per questo partito, quando sarà chiamato a condividere scelte, magari difficili, di stampo schiettamente liberale. Non potrà che avvantaggiarsene, anche nel caso che Vendola e Di Pietro si tengano le mani libere: le aspettative nel paese sono perché le riforme si facciano, e i consensi che potrebbero eventualmente (ma non credo) scivolare via sarebbero ampiamente compensati, con guadagno.
La partita naturalmente non è chiusa, ma la determinazione mostrata ieri dal capo dello stato lascia pochi margini ai dubbi.
Onestamente dal suo punto di vista, Bossi si è già collocato all’opposizione, con un ritorno alle origini della Lega che ha però una sola vittima designata: il Pdl, la cui strada si fa ancora più stretta.
I venti giorni di melina che martedì sera sembravano una gran trovata si sono ridotti a quattro. Da qui a lunedì.
Gli ultimi giorni di Berlusconi a palazzo Chigi. E del berlusconismo al potere.
permalink | inviato da stefano menichini il 9/11/2011 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


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