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Giornali
14 novembre 2012
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"Europa", meno carta e molto più web
Da domani i lettori di Europa troveranno in edicola – nelle città nelle quali usciamo ancora in edicola – un giornale diverso. Nuovo. Più agile. Pensiamo più elegante nella forma grafica. Con un paio di novità, alcuni contenuti importanti in più rispetto alla copia che avete in mano in questo istante.
Indubbiamente, però, sarà anche un giornale più leggero: la carta sarà di qualità migliore dell’attuale ma le pagine saranno di meno. Quattro, al massimo sei. Dense, ricche, con il meglio delle firme che ci hanno accompagnato nei quasi dieci anni della nostra vita. Ma di meno.
Il fatto è che il momento preannunciato da molto tempo è arrivato, o meglio quasi arrivato. Mentre ci leggete, Europa s’è messa in marcia per la sua migrazione verso la rete.
Come tanti altri giornali piccoli, medi e grandi di tutto il mondo, andiamo là dove i lettori ormai cercano le notizie in misura crescente. Dove scorre il più potente flusso di informazioni. Dove le notizie possono essere contestualizzate e proposte ricorrendo agli strumenti più immediati e moderni. Dove si accende e vive il dibattito e il confronto con i lettori.
Nel nostro caso – piccolo giornale politico che non ha mai avuto dati di vendita alti – andiamo là dove già da molti mesi abbiamo trovato molti più lettori e molto più interesse di quello suscitato nel faticoso e dispendioso sforzo quotidiano di raggiungere tutte le edicole d’Italia.
La migrazione sarà progressiva, durerà poche settimane. Quando sarà terminata (entro Natale, con traguardi intermedi significativi in occasione delle primarie) continuerete a trovare la vostra copia cartacea sia pure nella versione ridotta. Ma avrete sulla rete all’indirizzo www.europaquotidiano.it un giornale online continuamente aggiornato, molto più ricco di contenuti di quanto Europa sia mai stata da quando l’abbiamo fondata nel 2003.
Saremmo ipocriti se cercassimo di far credere che questo passo sia stato intrapreso di assoluta spontanea volontà.
Come tanti altri nell’informazione nel mondo in questa fase, dobbiamo adeguarci a un cambiamento epocale che come sua prima conseguenza reca una contrazione drammatica delle vendite, dei ricavi da diffusione e pubblicità, purtroppo dei posti di lavoro.
È in atto una rivoluzione tecnologica che, come tutte le rivoluzioni industriali, modifica i costumi, i consumi, le abitudini, interviene pesantemente sulla domanda e sull’offerta.
L’ondata si abbatte sui più grandi gruppi editoriali, sulle testate più famose e potenti, sulle redazioni più rinomate e orgogliose. Dal New York Times al Pais, dal Guardian a Newsweek, nessuno è risparmiato, con gradi diversi di emergenza. La rivoluzione digitale e le nuove pratiche di fruizione dell’informazione si affiancano alla crisi economica generale: l’effetto è decuplicato. Nessuna azienda regge difendendo i propri equilibri tradizionali.
Per noi questo passaggio epocale ha una traduzione specifica. Altri fattori, locali e specifici intervengono a complicare il quadro.
Le risorse pubbliche per il sostegno all’editoria minore politica, di idee, cooperativa (sostegno sacrosanto, che difenderemo sempre) vengono tagliate sistematicamente e brutalmente da anni. La Fnsi ha lanciato il suo grido di dolore. Settanta testate che rischiano di chiudere. Quattromila persone di perdere il lavoro. Se si ritiene, come Beppe Grillo, che questa sia una buona notizia, vuol dire che si ha del mercato dell’informazione una concezione oligopolista, darwiniana, roba che neanche l’estrema destra più neoliberista.
La riduzione generale e brusca delle risorse arriva a coincidere con una stagione nella quale ogni eccesso di spesa appare insopportabile all’opinione pubblica, soprattutto se di mezzo ci stanno la politica e i suoi strumenti, giornali compresi anzi spesso giornali per primi.
Si costruisce tanta demagogia su questo sentimento, però ci sono molte buone ragioni. È doveroso farci i conti. Perché una cosa è sostenere piccole testate che non potrebbero sopravvivere non avendo accesso alle risorse pubblicitarie. Un conto è pretendere di andare avanti con attività totalmente diseconomiche, non sostenibili e difficilmente giustificabili.
C’è una ragione antica e nobile nello sforzo dei giornali politici e di partito per raggiungere le edicole di ogni città e paese, pur sapendo che saranno poche le copie vendute. Ma oltre un certo limite questo sforzo si fa spreco. Diventa indifendibile. Finisce per dar ragione alle critiche più distruttive, tanto più in considerazione appunto dell’esplosione di nuove e meno dispendiose forme di giornalismo.
Anche per questo Europa ha deciso dal luglio scorso di tagliare drasticamente tiratura e diffusione. Una scelta dolorosa, che ci è costata l’abbandono di molte regioni d’Italia e la perdita di contatto con affezionati lettori: è stata anche un’assunzione di responsabilità nei confronti della collettività, mentre agli italiani si impongono sacrifici duri. Quella scelta ha avuto un seguito nell’ulteriore abbattimento dei costi di produzione grazie all’accordo sindacale che consente ora riduzione bilanciata di stipendi e orari di lavoro con la formula dei contratti di solidarietà.
Nella crisi siamo fortunati, perché gli antichi promotori di Europa, gli eredi della Margherita, hanno deciso di darci un ultimo sostegno al momento di chiudere la spaventosa vicenda delle malversazioni della loro cassa.
È grazie a questo sostegno che partiamo fiduciosi per il nostro trasloco. Grazie alla disponibilità di corpo redazionale e azienda. Grazie all’interesse che verso di noi manifestano tanti lettori vecchi e nuovi. Grazie all’incoraggiamento e all’aiuto che ci viene dal Partito democratico, che riconosce Europa come strumento libero e autonomo ma appartanente al suo stesso mondo, senza mai aver avuto la pretesa di orientarci o condizionarci. Nei prossimi giorni avremo occasione di raccontare il seguito di questo progetto. La sua parte migliore: non più ciò che si perde o che non si può più fare, ma ciò che si acquista, il molto che si potrà fare di più e di meglio (sempre se ne saremo capaci).
Fra tre mesi compiremo dieci anni: una bella età per un giornale tradizionale, l’anno uno della nuova Europa
permalink | inviato da stefano menichini il 14/11/2012 alle 9:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Giornali
16 marzo 2012
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La ritirata dei giornali
È impossibile e anche scorretto giudicare da fuori i termini di una vertenza in un altro giornale, soprattutto se si tratta di una testata, il Riformista, per alcuni aspetti simile a Europa (tra l’altro sono nate a pochi mesi una dall’altra). Nella sua crudezza va però sottolineata la frase d’apertura dell’editoriale di oggi di Emanuele Macaluso: «Le certezze sulla possibilità di continuare non vanno affermate solo in una conferenza stampa ma nel concreto, gestendo il giornale e quindi trovando i mezzi per pagare quotidianamente tipografia, carta, stipendi».
La verità di questa affermazione (da parte di un grande giornalista che è stato direttore dell’Unità in una fase storica importante) non sminuisce il valore dello sforzo generoso dei bravi giovani colleghi che vogliono salvare la testata. È semplicemente la constatazione di un fatto – anche i media devono fare i conti con la materialità della loro condizione – che talvolta viene sottovalutato da chi promuove imprese editoriali (soprattutto se si tratta della politica) e non solo da loro.
Il momento storico dice senza equivoco che la carta stampata non è alla fine, ma deve restringersi. Negli Usa le aziende che nella crisi hanno in assoluto perso di più sono gli editori di giornali; quelle che sono cresciute di più sono gli editori on line. La via è tracciata, sono i lettori che l’hanno scelta. Non conduce a una sostituzione ma impone a tutti (e tutti lo stanno facendo, ovunque) di riequilibrare investimenti e risorse. E anche di riequilibrare il sostegno pubblico a questo particolarissimo settore.
Con pazienza va contrastata la vulgata – un po’ liberista, un po’ qualunquista – sui giornali che meritano di morire se non possono vivere senza aiuti. Non c’è una sola democrazia occidentale nella quale l’editoria (tutta, anche quella che si vanta del contrario) non sia sostenuta dal pubblico, in ragione del suo ruolo specifico nella vita associata. Tra Iva ridotta o azzerata, proprietà statale dei network radiotelevisivi e contributi diretti e indiretti, l’Italia è addirittura in fondo alle classifiche internazionali.
Il problema, inserito nei sacrifici imposti a ogni settore, non è quindi se sostenere, ma come sostenere. Con quante risorse, con quanta maggiore trasparenza, con quale politica generale di sviluppo e riconversione.
Il governo sta affrontando questi nodi. Imprese e sindacato li conoscono bene. L’urgenza è enorme: i casi Liberazione, Riformista, manifesto, Padania sono la punta dell’iceberg della crisi delle testate più grandi.
Presto racconteremo come questa vicenda globale si traduca nella piccola specifica storia di Europa. Noi poi dobbiamo affrontarla con la difficoltà ulteriore nata dal caso Lusi, che tocca l’immagine della comunità politica che promosse l’impresa e intacca le sue basi materiali. Abbiamo già detto che le cose dovranno cambiare radicalmente: per rispetto dell’opinione pubblica – visto che le risorse vengono principalmente da lì – e per rispetto verso noi stessi e verso il nostro lavoro.
Per oggi rimane l’urgenza della solidarietà ai colleghi in difficoltà impellente.
Le dimensioni planetarie della crisi non assolvono dagli specifici errori di gestione, però avvertono che nessuno si salva da solo. I piccoli soffrono di più, ma neanche nell’editoria vale l’illusione too big to fail. 
permalink | inviato da stefano menichini il 16/3/2012 alle 20:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
16 febbraio 2012
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I predicatori a caccia di giornali
Vorrei che del predicozzo di Celentano solo un passaggio destasse scandalo. Il pezzo in cui invoca la chiusura di Avvenire e Famiglia cristiana. Scandalo non perché siano giornali cattolici, cioè il motivo principale (oltre al desiderio di salvare il posto) per cui Lei s’è indignata e data una mossa. Scandalo per il tic di voler zittire qualcuno.
Occhio, che non è lo scivolone isolato di un venerato maestro retrocesso da tempo (secondo la legge di Edmondo Berselli) al ruolo di solito stronzo. Perché negli ultimi tempi fra i predicatori che vanno per la maggiore il vizietto di chiudere i giornali è piuttosto diffuso.
A memoria, di quelli noti, posso citare Beppe Grillo e Marco Travaglio. Sulla loro scia, in rete, una discreta folla di invasati minori si dedica all’anatema. Europa fra i bersagli preferiti.
Due sono gli argomenti, chiamiamoli così: vanno chiusi i giornali che hanno pochi lettori, e soprattutto vanno chiusi se sopravvivono con i fondi pubblici per l’editoria. E mai un simile attacco proviene da neoliberisti consapevoli, gente che davvero vorrebbe chiudere qualsiasi impresa che campa grazie al sostegno dello stato.
Le uniche spiegazioni per tanto accanimento sono l’intolleranza verso idee non condivise, un riflesso reazionario anti-intellettuale e, per qualcuno, l’inconfessabile voglia di sfoltire il mercato a proprio vantaggio (infatti Unità e manifesto, entrambi in difficoltà, si sono risentiti per la caccia che il Fatto ha aperto contro di  loro).
Suonerà buona notizia per i tagliatori di testate che la crisi (e la scure di Tremonti) stia effettivamente buttando in mezzo alla strada tanti giornalisti. Gli dispiacerà invece sapere che il governo sta varando un piano per favorire il passaggio dall’edicola al web, cosa che permetterà a molti di noi di continuare a disturbarli con le nostre idee, senza pesare quanto oggi sulle casse pubbliche.
E comunque, da Celentano in giù, per i savonarola di successo vale sempre la massima: una stupidaggine rimane una stupidaggine anche se la ascolta o la legge tanta gente. Figurarsi, anche il Mein Kampf era un best seller.
permalink | inviato da stefano menichini il 16/2/2012 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
31 gennaio 2012
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Il trasloco dei piccoli giornali
L’ipotesi che ha prospettato Giuliano Ferrara è pessima per il Foglio in sé, e pessima per il Foglio che è in noi.
Chiudere i battenti, cessare le pubblicazioni, cancellare una testata che ha fatto un pezzo della storia degli ultimi cruciali quindici anni di storia italiana. Un evento che non si concretizzerà, ma la cui eventualità pone  davanti al problema di come affrontare un tornante cruciale per chi fa piccoli giornali per proporre idee, politica, posizioni, analisi. Qualcuno è già finito fuori strada, come Liberazione, c’è chi si dichiara sul ciglio, come il manifesto, altri hanno situazioni di crisi conclamate e altri ancora ci sono ma non lo fanno sapere. Europa non sta tanto meglio.
Non ho voglia né bisogno di riaprire il dossier di quanto il Foglio possa piacere o dispiacere, dell’opinione che si può avere del suo direttore, delle parti alterne e cangianti che ha giocato fin dalla fondazione nella commedia berlusconiana (tendente al dramma per il paese). Per chi ha gusto del giornalismo e della scrittura applicati alla politica, questo è un modello, che può solo fare tanta maggiore rabbia quanto più tradisce (e l’ha fatto) la promessa all’imprevedibilità e al disincanto: perché l’amicizia che perdona tutto al Cavaliere si ammette, ma neanche un romanticismo patologico giustifica tante campagne sballate e sconfitte, ultima quella per le elezioni contrapposte al golpe del “preside” Monti, ora corretta in un più mansueto e responsabile accompagnamento critico del riformismo professorale.
Ma tant’è, ognuno ha i suoi incantamenti. Per ricordarmelo, tengo appesa nella stanza la riproduzione di una prima pagina di Europa con titoli e foto su Veltroni versione Grande Timoniere. Ci piaceva quel Pd lì, ora ci adattiamo e applichiamo le nostre poche idee a un Pd meno immaginifico, pragmatico talvolta fino all'eccesso ma magari chissà speriamo più vincente. Ognuno s’incanta e ripiega con ciò che ha.

Il Foglio non deve chiudere, va da sé. Per la qualità controversa delle idee e delle parole che produce, per la leva impareggiabile (Europa esclusa) di giovani talenti che educa, promuove e smista, per l’urticante presenza di un direttore e dei suoi cinici coetanei e complici, per smentire i quali occorre sempre migliorare se stessi, esercizio che solo gli stolti si risparmiano.
Dopo di che non credo che il Foglio chiuderà (intanto mi interrogo su quanta parte del suo problema risieda nel più generale disarmo, politico e non solo, che Silvio Berlusconi sta imponendo ai vari comparti del suo sistema di potere e di battaglia), però so che il suo problema è il problema di tanti altri, che pur non essendosi dati alle spese pazze ed essendosi meritati nome, rispetto e ruolo, ciò nonostante non reggono l’urto della crisi, e tutti scrutano con scarsa lucidità e flebili speranze nelle prospettive offerte dall’ormai mitologico trasloco dall’edicola al web.
Il paradosso è quasi ovunque lo stesso.
Più o meno condivisibile che sia, la produzione intellettuale e giornalistica di molte di queste testate è riconosciuta, circola, rimbalza, crea opinione e contrasto. Insomma, funziona. Ma non remunera. Quelli che per leggere sono disposti a recarsi in edicola e spendere sono pochi, mentre la stragrande maggioranza di quelli che usufruiscono dei contenuti (magari di qualità, elaborati da strutture redazionali regolari dunque onerose per quanto leggere) lo fanno gratis sulla rete, e ormai ritengono la gratuità un diritto acquisito. Pur di averla garantita – si trattasse anche solo di spendere un euro – sono disposti a scambiarla con meno qualità, con contenuti più improvvisati, meno professionali, tanto il consumo è rapido e l’offerta pressoché illimitata.
La strada che porta a un sistema nel quale la carta e l’edicola siano presidio residuale (ma certificazione di qualità e solidità) è tracciata, ineludibile.
Da solo però nessuno di noi piccoli può percorrerla, moriremmo tutti nella transizione perché nasciamo con altre strutture, altri pesi, sostenibili (e a stento) solo con i ricavi della diffusione. Certo, la pubblicità cresce a vista d’occhio sulla rete ma seguendo le stesse implacabili regole che hanno consentito ai grandi giornali di drogare la concorrenza e schiacciarci tutti, uno dopo l’altro, nel mercato tradizionale.
Si sa che sopravviviamo per il sostegno pubblico: come usarlo per la riconversione è il tema di oggi e dell’immediato futuro.
Non credo che la massa dei moralizzatori con i loro opinion leader se ne renda conto, ma la campagna contro i contributi pubblici all’editoria politica, cooperativa e di partito è il frutto più avvelenato – a me talvolta pare perfino l’unico – di quell’odioso neoliberismo selvaggio che in altri campi porta le medesime persone a sfilare indignate nelle piazze.
«Se non sai vivere nel mercato, è giusto che tu muoia» è la frase che mi sento rivolgere sempre, da gente che non si permetterebbe mai di parlare così a un minatore del Sulcis, a un metalmeccanico di Termini Imerese, a un panettiere di Milano a un orchestrale dell’Opera di Roma, a un attore del Valle.
Siamo in tanti fuori dal mercato, forse ci siamo tutti, voglio dire tutti gli italiani: vogliamo morire abbracciati? Può disprezzare tanto il valore della produzione intellettuale, giudicandola non meritevole di tutela né di sostegno, chi magari in altra sede si straccia le vesti per il degrado culturale del paese (sempre colpa di qualcun altro)? E dove possono trovare spazio i precari da tre euro al pezzo, formarsi nuove professionalità, competenze e intelligenze, se su piazza rimangono solo i colossi? Si fa l’esempio – notevole ma peculiare – del Fatto, che è nato e prospera solo sulle proprie forze. Ma dal direttore in giù, quasi tutti coloro che ne fanno il successo sono cresciuti dentro piccola, grande o grandissima editoria sovvenzionata.
Europa per esempio, piccolo luogo del giornalismo e della politica, negli anni ha anche formato giovani capaci, ha dato loro buona occupazione, in definitiva ha creato valore, anche se non utili per gli editori: era meglio che non fosse successo?
La gramigna da scacciare sono gli abusi, l’assistenzialismo, l’ingrassamento indiretto della politica. Un’operazione di bonifica è già in corso, è negli impegni del parlamento e del governo, ma prima ancora è nell’impegno del sindacato e di chi i giornali li fa davvero.
I fondi per le testate meritevoli pare che siano in via di parziale reintegro, piccola boccata di ossigeno per chi stava per soffocare.
Come però il governo Monti ha cominciato ad affermare, e come tutti sappiamo, la prospettiva non è andare avanti così. La prospettiva è un piano generale di ristrutturazione del settore, nel quale le risorse siano usate per spingere chi ha qualcosa da dire laddove c’è gente ansiosa di ascoltare, replicare, consumare, cioè sulla rete e sulle piattaforme multimediali. Questo al fine di creare un circolo virtuoso, potenzialmente autosostenibile nel tempo e nelle condizioni diverse dettate da un luogo dove la gratuità è dogma e prassi anche a scapito delle prerogative della proprietà intellettuale.
È un’impresa all’ordine del giorno in tutti i paesi, che in Europa e in Italia può svolgersi grazie all’impegno del sindacato secondo le modalità particolari del nostro modello sociale e industriale. L’unica impresa nella quale possono trovare spazio e successo le avventure nuove, partite dal basso, e quelle preesistenti più capaci di innovare e di inventare formule miste di presenza online e su carta.
Vale la pena di provarci, saremo obbligati a provarci, ma da soli non ce la faremo. Noi, che siamo tutti un po’ fogli e un po’ manifesti.
permalink | inviato da stefano menichini il 31/1/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Giornali
18 novembre 2011
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Noi e gli orfanelli di Berlusconi
Non si dica che la democrazia è sospesa e che il governo Monti nasce senza opposizione. Perché, quanto a questo necessario ingrediente democratico, si può opinare sulla qualità ma la quantità è garantita.
Di opposizione ce ne sarà sia in parlamento – tra leghisti che leggono come macelleria sociale ciò che facevano fino all’altroieri da ministri, e frattaglie di destra animate da una inquietudine che esploderà – che nelle piazze. Addirittura ieri il governo ha avuto il battesimo delle uova spiaccicate sui muri del senato da parte di lucidi Cobas e studenti in confusione: prima ancora di essersi insediato, neanche fosse davvero una giunta golpista. Sia nella scelta dell’arma che nella motivazione, chiaramente lettori di Giuliano Ferrara.
Ciò che soprattutto è garantito è che Monti potrà vantarsi di avere una sua personale stampa d’opposizione. Il sostegno da parte dei grandi gruppi editoriali è forte, ma il circuito mediatico è una strana bestia dove spesso le copie vendute, più che contarsi, si pesano. E dove magari ci sono giornali leggeri che pesano più dei grandi giornaloni.
Ecco allora schierato, fin dal primo giorno anzi fin dalla vigilia, il fronte trasversale di quelli che chiamerei gli orfani di Berlusconi: sinistra e destra unite dall’obbrobrio per il governo di transizione, in realtà alleate nel riempire con l’avversione a Monti il vuoto lasciato dal Cavaliere come tabù da difendere o come totem da abbattere.
Una svolta interessante, che ci aiuta anche a definire, per differenza, il ruolo che Europa nel suo piccolo cercherà per sé nella stagione che si apre. 

Quel che colpisce maggiormente dell’accoglienza negativa riservata a Monti dai nostalgici a vario titolo sono gli argomenti. Che illuminano retrospettivamente il ruolo che certi giornali hanno ricoperto fino a pochi giorni fa, nel regime politico precedente.
Per esempio basta confrontare i giornali della destra non famigliare (Il Tempo, Libero) con quelli affidati alle cure editoriali di Paolo Berlusconi, cioè Giornale e Foglio. Si scoprirà che, per questi ultimi, l’asserita vocazione liberale doveva essere davvero leggera, se non ha resistito al cambio della guardia a palazzo Chigi. Tutto ciò  che chiedevano al loro editore di fare in economia (perfino col tono della fronda, quando il premier soccombeva davanti a Tremonti), nel momento stesso in cui viene enunciato come programma da Mario Monti diventa «nulla», sono «ovvietà politicamente inadeguate all’emergenza» (Ferrara), presto potrebbe diventare macelleria sociale dovesse accendersi una rivalità col noto liberale Calderoli.
In chiave anti-tecnocratica l’agile Foglio arruola di corsa intellettuali, commentatori e testimonial internazionali. Alcuni, come Piero Sansonetti, s’erano già distinti nel soccorso azzurro; di altri (dal Nyt al Guardian fino addirittura a Barbara Spinelli) si soprassiede sulla circostanza di averli fino all’altroieri considerati l’anima della cospirazione mondialista contro l’Italia di Berlusconi.
Il massimo si raggiunge però nella lode speciale dedicata all’arcinemico Marco Travaglio, ripreso e ammirato da Ferrara per il ruvido trattamento che sa riservare al professor Monti. Qui gli estremi si toccano e forse si specchiano, speriamo non fino al punto di dover leggere sul Foglio anche l’elogio dell’editoriale travagliesco sul Fatto di ieri. «Da Patonza a Passera» è infatti il manifesto di un antiberlusconismo che, per stupirci, vuole dimostrare di sapersi benissimo ricollocare nell’universo post-berlusconiano.
Solo che, anche in questo caso, la manovra è rivelatrice. Perché il gioco di parole volgare, finalmente, non parla più dell’oggetto della satira, il vecchio sporcaccione di Arcore, bensì di colui che la satira la scrive. È come se, accantonato Berlusconi, l’istinto spinga Travaglio a rilanciare la vocazione oppositrice rifugiandosi comunque in qualche recesso delle parti intime femminili.

La promessa che fa Antonio Padellaro di voler vigilare sul nuovo potere politico è degna di rispetto, anzi da condividere. Contro il governo Monti però l’attacco è preventivo, prescinde da programmi e scelte, si infiamma quando trova possibili conflitti d’interesse laddove – com’è sempre stato da quando esiste la politica – ci sono competenze che dal privato si riversano sul pubblico. Condotta alle sue estreme conseguenze, l’intransigenza contro chiunque abbia combinato qualcosa nella propria professione avrebbe una sola conseguenza: che la politica possono farla solo i funzionari di partito.
Dice di molto di come siamo ridotti male quanto a cultura politica che a sinistra, e in genere nel panorama della stampa politica, il Fatto sia l’unico indiscutibile (e invidiabile) caso editoriale di successo.
Naturalmente il fronte trasversale dell’opposizione a Monti è più ricco e attinge anche ad altri argomenti oltre che a Patonza-Passera. Per esempio il manifesto ha deciso subito, giorni fa, che dal berlusconismo si stava uscendo in favore di nemici più antichi e conosciuti: i banchieri cattolici. Al momento dell’insediamento di Monti, però, c’è un sussulto, anche qui un impulso che viene dal passato: il giornale allora di Luigi Pintor nel 1994 decise, soffrendo, che baciare il rospo del governo Dini sarebbe stato meglio che tenersi Berlusconi. In un veloce flash-back Marco Revelli torna a calarsi in quel contesto e decide (coraggiosamente, vista l’aria che tira dalle sue parti) di ripetere oggi l’atto metaforico, condendolo con tanti dubbi sulla rottura della consuetudine democratica operata da Napolitano, ma anche con una dichiarazione estetica: quella dell’intellettuale torinese che in qualche modo si riconosce nello stile dei suoi colleghi neo-ministri.
Veniamo a noi, però.
Come i lettori di Europa sanno, la nascita di un governo di transizione è un obiettivo che ci convinceva da mesi e per il quale, per il pochissimo che contiamo, ci siamo battuti.
Il Partito democratico ha avuto per un certo periodo un’altra linea, che era logica ed è stata a tratti anche convincente: davvero l’attuale parlamento non sembrava un luogo che meritasse di essere difeso, dove si potessero compiere scelte adeguate alla gravità della crisi. Della linea delle inevitabili elezioni anticipate, che abbiamo rispettato perché realistica, erano alfieri coerenti, fino a pochissimi giorni fa, i cugini de l’Unità.
Non stiamo in parlamento, non facciamo scelte politiche. Ma il fatto che le cose stiano andando in un modo diverso (avendo Bersani saputo compiere col suo gruppo dirigente scelte lucide e generose al momento giusto), carica in un certo senso anche noi di una responsabilità maggiore.
Al lavoro, tutto sommato facile, di stiracchiare sul bordo riformista la foto di Vasto, si sostituisce un impegno più rischioso ma che in caso di successo riserva un premio più alto.
Che cosa significa lavorare (criticamente) dentro l’avventura del governo Monti, perché oltre a salvare l’Italia dal baratro raggiunga almeno una frazione degli obiettivi di modernizzazione che si è prefisso ieri? Significa scommettere che, quando la fase dell’emergenza sarà conclusa, il Pd si ripresenti più di ogni altro come l’interprete credibile della stessa esigenza di cambiamento enunciata da Monti (che noi chiamiamo rivoluzione sociale e liberale). E come il partito depositario naturale della speranza che in questi giorni torna a percorrere il paese senza più argini, finalmente, fra elettori dell’una e dell’altra parte.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/11/2011 alle 0:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
8 luglio 2011
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Un Fatto abusivo su Berlinguer
Si tranquillizzino quelli che si preoccupano per il futuro dell’antiberlusconismo di stampo giustizialista quando non ci sarà più Berlusconi.
Non rimarranno disoccupati, coloro per i quali il casellario giudiziario è il prisma attraverso il quale leggere l’Italia, e che ritengono che ogni politico o uomo di potere siano a priori colpevoli di qualcosa, finché non riescono a dimostrarsi innocenti.
Al Fatto, per esempio, hanno deciso di riposizionarsi per tempo.
Per loro, quando Berlusconi non ci sarà più non cambierà granché: la politica è comunque un oceano di corruzione, nessun partito fa eccezione e il Pd – in quanto futuro probabile principale partito di governo – merita fin d’ora un bel trattamento demolitorio. Ed ecco allora ieri la prima pagina, titoli, commenti, articoli: «Questione morale addio», «La diversità perduta», «Berlinguer chi era costui?», «Mazzetta rossa la trionferà».
Magari si trattasse del prezioso ruolo del watch-dog che non fa sconti ad alcuna parte politica. Questa è intimidazione a mezzo stampa. È la negazione di una qualità politica differente che, passando dalle sfuriate di Beppe Grillo, finisce per sovrapporsi alla principale tesi dei giornali berlusconiani: se a destra sono peccatori, a sinistra lo sono altrettanto.
«C’è una differenza semplicemente quantitativa», garantisce Paolo Flores d’Arcais.
Il tema è serio. Dalla Puglia alla Liguria al Piemonte ci sono indagini che coinvolgono per reati gravi personaggi in vari modi vicini al Pd. Il Sud è pieno, per ammissione generale, di zone opache. È vero, come rimarca Bersani, che i democratici coinvolti lasciano sempre i propri posti e che la magistratura non viene mai attaccata per il lavoro che fa: ma questo è un buon costume del dopo, non assolve dal malcostume del prima.
Ogni scrutinio dev’essere accettato. Il Fatto però – in sintonia con il mainstream liquidazionista di gran parte dell’opinione pubblica progressista – compie un salto di qualità molto meno accettabile. Eleva a sistema, nel Pd, la presunta corruzione di alcuni. La associa a un nome e un cognome, quelli di Massimo D’Alema.
Per fornire gravità storica alla degenerazione, denuncia il tradimento di Enrico Berlinguer (1981, intervista sulla questione morale e rottura politica con Craxi), tirando in ballo Napolitano come avversario dell’epoca e facendo intendere che nel dissenso di allora possano rintracciarsi i germi di un relativismo etico dell’attuale capo dello stato.
Che a Padellaro Napolitano sia poco simpatico è risaputo: affari loro. Però Padellaro al Fatto è fra i pochi con l’età giusta per poter contestualizzare, a volerlo fare, il dissenso fra Napolitano e Berlinguer in uno scontro politico denso di ragioni. Fa ridere, se non fosse paradossale e sostanzialmente diffamatoria, la riproposizione odierna di quella antica “diversità” da parte di uno come Flores che è stato trotzkista, craxiano, nuovista e girotondino, quindi tutto tranne che berlingueriano anzi esattamente l’opposto.
Il giornale del «sono tutti uguali» ha tanta nostalgia della diversità berlingueriana, anche se nessuno da quelle parti ha il dna giusto per rivendicarla. Scagliarla contro il corrotto Pd di oggi è abusivo e storicamente folle. Ma comunque è una nostalgia mal riposta.
Nonostante l’iconizzazione successiva della figura del segretario del Pci, davvero la proclamazione e l’esasperazione della diversità andò allora di pari passo col riconoscimento di una sconfitta storica, della fine di una speranza e di una strategia, della chiusura di un ciclo che si volle dichiarare esaurito per l’amoralità degli altri piuttosto che per i limiti propri. Da allora, ogni battuta d’arresto a sinistra ha sempre alimentato frustrazione e ha accresciuto il senso di un’ingiustizia subìta, invece di stimolare la lucidità necessaria a cogliere gli errori di analisi sulla società.
I leader democratici si considerano oggi diffamati e offesi dal Fatto, hanno le loro ragioni.
Quel giornale – quella cultura, quel luogo comune diffuso – sono portatori però di qualcosa di peggio: sono i portatori non sani della sconfitta permanente, dell’incapacità e non volontà di capire il mondo nei suoi dati strutturali, nei mutamenti dei pensieri profondi più difficili da cogliere e da affrontare di quanto non sia la debolezza dei politici.
Al Fatto sono bravissimi a occuparsi dei Morichini della terra, e c’è tantissima gente che solo di questo vuole leggere e sapere: bene, o tempora o mores.
Ma a quel giornale, per alimentare il successo del momento, bastano i verbali dei pm, non c’è bisogno di scomodare Berlinguer, la fine del compromesso storico, l’impotenza del riformismo socialista. Evidentemente non è roba adatta a loro. 
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Giornali
12 febbraio 2011
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Giornali che si intruppano
SSi sta verificando in Italia un caso macroscopico di eterodirezione della politica, che potrà solo produrre effetti negativi.
No, non è la solita storia di Repubblica e del Pd, che almeno sono nei rispettivi campi entità quantitativamente comparabili. Più attuale, interessante e d'impatto sulla scena è la vicenda del Foglio, giornale deliberatamente d’elìte, che si mette alla testa non solo di un partito da dieci milioni di voti, ma di un intero governo e di tutta la catena mediatica della maggioranza.
La salvezza di Berlusconi (e dell’intero centrodestra, incapace di costruirsi un futuro proprio) viene così affidata a un one-man-show che ieri si dispiegava in un’intervista fatta da Giuliano Ferrara a se stesso travestito da Berlusconi, pubblicata non solo sul Foglio ma su Libero (direttori Feltri-Belpietro; per capire lo stile d’elìte, quelli che hanno sbattuto Marrazzo in prima pagina pochi giorni fa a oltre un anno dalle dimissioni), poi sul Giornale e infine replicata sulle reti Mediaset (Tg1,Matrix...).
Per giustificare la scesa in campo, Ferrara si sceglie un avversario speculare, De Benedetti e il gruppo di azionisti (azionisti? ma non avevano chiuso bottega nel '46?) che collegati alla procura di MIlano starebbero tentando il golpe, più o meno "morale" o "moralista", espropriando le prerogative della politica e attentando alla democrazia.
Se siamo arrivati a questo finale – comunque, per carità, per ora migliore di quello del Caimano – vuol dire che Berlusconi sta davvero messo male. E che le sue prospettive sono pessime, anche senza ripetere la battuta che vuole Ferrara davvero uguale a Eugenio Scalfari solo per la sfiga che porta alle cause politiche che sposa. Infatti questa storia può solo creare danni agli interessati.
Berlusconi che si spalma su Ferrara e sulle sue iniziative teatrali vuol dire un potente istinto maggioritario che si ritrae in una nicchia, perdendo connessione col popolo e con la dinamica politica (come dimostra il flop della "frustata" economica, anch'essa suggerita dal Foglio e annunciata in una lettera al Corriere da Ferrara anche allora sotto mentite spoglie).
Dal canto suo, però, Giuliano Ferrara che si intruppa con Sallusti e Belpietro vuol dire una fiamma di intelligenza e di anticonformismo che si spegne, dopo aver anche provato a rischiarare il buio dell'uscita dalla stagione di Berlusconi ponendosi e ponendo domande che in trincea, come nella pseudo-intervista, inevitabilmente scompaiono.
La prima notizia è buona per il Pd, gli ricorda che se non si farà a sua volta eterodirigere (lo sappiamo che il rischio c'è, non è un'invenzione del nemico) ci sono praterie di consenso popolare che l’estremismo e il minoritarismo berlusconiano potrebbero lasciare sguarnite.
La seconda notizia è pessima, e ricorda invece a noi che su ogni fronte la militarizzazione cancella lo spirito critico: per quante piazze e teatri, palasport e studi televisivi si possano riempire, un giornale dovrebbe sempre cercare di non scomparirci dentro.
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Giornali
11 novembre 2010
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La gabbia che mi fece innamorare
Questo mi ricorda il motivo vero per il quale ho iniziato questo mestiere, qual era la cosa che mi fece davvero innamorare. La gabbia tipografica, i caratteri, l'impaginazione, i titoli, gli spazi. davvero è arte. E qui torna arte. Thanks to nomfup.


permalink | inviato da stefano menichini il 11/11/2010 alle 20:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
11 ottobre 2010
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Giornalisti nel tritacarne
Di tutti, verrebbe voglia di salvare proprio quello che l’ha fatta più grossa. Perché Nicola Porro, il vicedirettore del Giornale che ha scatenato il putiferio Marcegaglia, rischia di essere alla fine la vittima di una vicenda della quale è un attore di passaggio. Verrebbe da dire che la sua colpa va contestualizzata, se monsignor Fisichella non avesse di recente trasformato questo termine in una parolaccia.
Due livelli di contesto. Quello generale dei rapporti fra giornalismo e mondo della comunicazione, politica o d’impresa: un retrobottega nel quale scambi, minaccee promesse sono merce quotidiana, a detrimento della trasparenza dell’informazione. Non vale per tutti, ma vale per i più e soprattutto, vale per i più grossi: è sui media importanti che lo scambio ha valore. E a molti livelli: dal rapporto preferenziale fra cronista e politico (che rende al primo in termini di notizie e al secondo per la famosa visibilità, incentivando le bufale), al rapporto più importante fra direttori, editori, poteri economici e politici: nella vicenda Marcegaglia abbiamo un esempio tutto sommato banale di come funziona.
Sono «cose normali in un paese anormale», scrive sul Corriere Ostellino. Se ci invita lui, liberale ed ex direttore, a non fare i moralisti, ci fidiamo: sa di che parla.
Il secondo livello di contesto è il Giornale. Qui Porro pecca  solo per eccesso di zelo nell’assecondare la vena da pitbull dei suoi direttori (che a lui s’addice poco). Vittima collaterale della guerra di sterminio scatenatasi intorno a un giornale trasformato in fabbrica di dossier, come scrive Repubblica.
È davvero così, da anni. Ma c’è differenza fra le campagne del Giornale e il micidiale anno trascorso da Repubblica su Noemi e sulla D’Addario? Certo, da una parte c’è un committente politico (per quanto ormai trascinato oltre le sue intenzioni e i suoi interessi) e dall’altra no: ma cambia poco, nel risultato finale. Allora verrebbe da dire: la verità dei fatti, che troppo spesso per il Giornale è una variabile marginale, da Telekom al caso Boffo.
Purtroppo però proprio la verità è la principale vittima dello scadimento del diritto di cronaca in mera demolizione dell’avversario. È irrilevante, la verità. Sempre relativa, e di parte. Non aiuta più a distinguere chi ha ragione e chi ha torto, i fatti gravi e quelli veniali.
L’unica speranza è che si spaventino, i giornalisti, ora che cominciano a essere vittime del tritacarne che hanno messo in moto. Ma ci vorranno altri Porro prima che la macchina si fermi.
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Giornali
8 ottobre 2010
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Il Giornale, e il veleno che rimane
È difficile ancorarsi a dati certi, quando in una vicenda che arriva a investire beni supremi come la libertà di informazione si confrontano il modo di Henry John Woodcock di fare il magistrato e il modo di Vittorio Feltri di fare il giornalista. La tentazione più forte sarebbe girarsi dall’altra parte sperando che la buriana passi presto: impossibile scegliere fra il magistrato più esibizionista di tutti (e il meno concreto: in quindici anni un paio di centinaia di indagati tutti prosciolti, in maggioranza potenti e Vip di varia natura) e un direttore già ripetutamente sanzionato per violazioni della deontologia professionale.
Invece è impossibile sottrarsi alla valutazione, per il semplice motivo che ormai qualsiasi cosa il Giornale faccia, o venga fatta contro il Giornale, condiziona pesantemente il clima e addirittura gli eventi nella maggioranza e nel governo. È perfino ovvio che la partita tra Berlusconi e Fini non sarebbe andata come è andata, se i segugi di Feltri e Sallusti non avessero interpretato a modo loro i desideri dell’editore.
L’impressione, ancora di più dopo il caso Marcegaglia, è proprio questa: di un mandato originario al quale Feltri ha adempiuto ferocemente, innescando però poi una reazione a catena che nessuno, neppure Berlusconi, riesce più a controllare. Qualsiasi cosa esca sul Giornale, non può che essere ascritta a una strategia di character assassination. Qualsiasi messaggio mandino i dirigenti del Giornale, non può che far pensare a imminenti linciaggi a mezzo stampa.
Se Nicola Porro, persona normalmente ragionevole, è in buona fede nella sua ricostruzione a proposito degli scambi telefonici con l’assistente della Marcegaglia, non può però chiedersi con finto stupore «Come ha fatto Arpisella a equivocare su uno scherzo?»: lo chieda a Boffo o a Fini, se quando c’è di mezzo il Giornale viene voglia di scherzare.
Le voci si rincorrono, su Berlusconi che vuole liberarsi del quotidiano, su Feltri che vorrebbe fare altrettanto, su cordate e scalate. Scappare, resistere, colpire, salvarsi. Il Giornale è metafora perfetta del centrodestra berlusconiano: un luogo impazzito, in piena sindrome da assedio, che per difendersi spara all’impazzata intorno a sé contro chiunque somigli a un nemico.
Peppe D’Avanzo su Repubblica descrive i media berlusconiani come una flotta da guerra. Ci può stare, a patto di riconoscere due cose: che le navi della flotta si muovono più come torpedini kamikaze che come corazzate inaffondabili; e che nel teatro di battaglia fatto di veleni, gossip, delegittimazioni personali e sovrapposizioni fra indagini giudiziarie e giornalistiche, anche testate come Repubblica e il Fatto si sono mosse senza scrupoli.
L’esito finale è che quando parliamo di libertà di stampa e diritto di cronaca non sappiamo più bene di che cosa parliamo, essendo stati questi sacri concetti usati come schermo per pure e semplici campagne di demolizione dell’avversario.
Domani il Giornale pubblicherà la sua inchiesta sul gruppo Marcegaglia, tenuta nel cassetto per intercessione di Confalonieri. Difficile che contenga novità sconvolgenti. Ma una cosa è sicura: Sallusti la tira fuori per dimostrare di non essere succube di pressioni censorie, e nel farlo spinge ancor di più il proprio giornale nella spirale autodistruttiva. Sarebbero affari solo suoi, se non fosse vera la profezia di Giuliano Ferrara: tutto ciò avrà serie conseguenze culturali e politiche. Veleno nell’aria, nell’acqua e nella carta, che non andrà via neanche quando non ci sarà più l’avvelenatore capo.
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Giornali
23 settembre 2010
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Anche tu ministro di St. Lucia
Volete scrivere una lettera (magari a Vittorio Feltri) sulla carta intestata del governo di Santa Lucia?
Prego andate qui e poi cliccate su letterheads. Non c'è bisogno di scomodare i servizi segreti. Ed è proprio così che è nato l'ultimo mirabolante scoop di Libero e del Giornale.
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Giornali
22 settembre 2010
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Come ti vendo una bufala su Profumo
I dirigenti del Pd hanno un sacco di difetti, perfino più di quelli che gli vengono addebitati. Ma non sono completamente stupidi. Dunque possiamo garantire per loro: nessuno s’è mai neanche fatto sfiorare dal pensiero che Alessandro Profumo possa diventare un leader democratico, o anche soltanto che possa entrare in politica.
Per chi lo conosca appena, poi, l’idea è comica: Profumo si districa tanto bene fra i numeri della finanza, quanto si perde nei meandri della politica. È un fatto noto, comprovato da come si è chiusa l’avventura al vertice di Unicredit, e soprattutto ben presente all’interessato: quando ancora il Pd starà vagando in cerca di leadership, Profumo sarà di nuovo a disegnare strategie bancarie in qualche ricco angolo del mondo.
Gli unici che evidentemente non conoscono Profumo e hanno tempo da perdere su queste panzane sono i giornalisti. Purtroppo anche di giornali importanti, e influenti presso l’opinione pubblica progressista, tipo Repubblica o il Fatto.
Così può accadere che da una associazione di idee da bar (Profumo non è più a Unicredit, Profumo ha votato alle primarie del Pd, nel Pd si discute di leadership esterne al partito) possa nascere fra giornalisti l’idea di lanciare il ballon d’essai di Profumo papa straniero.
Ecco allora una frasetta aggiunta in fondo a un pezzo di cronaca, tre domande ai primi deputati che passano, un paio di risposte allibite, e l’evidente baggianata arriva a meritare un titolo in grande evidenza su Repubblica e addirittura un’intera pagina (indignata e sarcastica, si intende) sul Fatto.
In largo Fochetti, non paghi, mobilitano la sezione online, ormai potentissima fonte primaria di notizie, affamata di contatti e instancabile propalatrice di appelli. E così Profumo leader diventa un sondaggio: diecimila voti in poche ore, forse sì, perché no, però tiri fuori il programma, un banchiere mai. Click gratuiti, in ogni senso possibile del termine.
Il guaio è che in questo modo la frittura d’aria si trasforma in notizia, trasmessa da media teoricamente autorevoli a lettori già abbastanza spaesati e propensi a considerare i capi dell’opposizione capaci di ogni abiezione.
Da ieri, col contributo determinante di Mauro e Padellaro, e a tutto danno della credibilità dei poveri democratici, Alessandro Profumo è per l’opinione corrente candidato alla guida del Pd e al governo del paese: c’è da giurarci che qualcuno nel partito prenderà la cosa sul serio, magari per usarla contro il rivale di giornata.
I politici succubi e subalterni dei media (cioè la maggioranza assoluta) sono personaggi mediocri. Ma è incredibile quanti guai possano fare quando incrociano un’informazione mediocre come loro.
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Giornali
11 agosto 2010
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Fini si salverà (perché a destra sono amorali)
Azzardiamo un pronostico: non ce la fanno a far fuori Fini. Come già invariabilmente in tutte le occasioni in cui i falchi alla Vittorio Feltri e alla Maurizio Belpietro hanno dettato la linea del centrodestra, anche stavolta lo condurranno in un vicolo cieco.
Non lo scriviamo perché pensiamo che Fini sia immacolato, anzi, né tanto meno per simpatia politica verso il capo dei dissidenti: Europa è stato forse l’unico organo di stampa di area democratica a ripetere spesso che l’avventura finiana (e casiniana) va intesa come pericolosa concorrenza del Pd, non come sua disinteressata alleanza.
Il problema è che Berlusconi, sorretto dai laudatores alla Stracquadanio e dai sicari a mezzo stampa, ha negli anni abituato gli elettori del Pdl a standard di etica pubblica e privata talmente bassi, da renderli insensibili alle campagne moralizzatrici. Non bisogna farsi fuorviare dalle sottoscrizioni del Giornale: fossero anche vere, e diventassero anche centinaia di migliaia, le firme di Feltri raggiungeranno il medesimo effetto degli appelli di Repubblica contro Berlusconi.
Zero.
Del resto, sono loro di destra che per anni ci hanno spiegato con sorrisini di compiacenza che i giornali in Italia non li legge nessuno, che i direttori non hanno il polso del paese reale, che l’italiano medio non si informa e comunque non si scandalizza facilmente.
Questa circostanza è particolarmente vera per l’Italia di centrodestra, e dopo aver a lungo favorito Berlusconi, ora può favorire il suo peggior nemico.
Paradossalmente, ma non tanto, lo scandalo Tulliani colpisce più nell’opinione pubblica di sinistra, fra coloro che pensavano o speravano in un Fini decisivo per liberarsi di Berlusconi: si preoccupano, ora, senza però considerare che i loro dirimpettai di destra hanno molto più pelo sullo stomaco.
Su Europa troverete in questi giorni analisi interessanti su come la secessione finiana, per di più incattivita dall’attacco in corso, si stia estendendo in Puglia, Sicilia, Campania, presto nel Lazio, in genere nel Centro Sud. Sono eletti e amministratori locali che si spostano, per affinità antiche e per più attuali calcoli di convenienza sul dopo-Berlusconi. Non si faranno frenare dalle storie su cognati arrivisti. Anche perché loro ne hanno migliaia, di cognati così.
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Giornali
10 agosto 2010
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Consigli inutili da giornali illustri
Siamo tutti d’accordo: Berlusconi è un populista inabile a governare, Fini ha dei parenti impresentabili e s’è messo a capo di un’armata Brancaleone, il Pd ha dei leader col carisma di un tonno. La classe politica è quella che è, dei suoi livelli inferiori non parliamo per carità di patria.
Non è però che i grandi giornali, così giustamente severi con la politica e preoccupati per i destini del paese, si stiano sforzando granché per dare una mano. Prendiamo solo gli ultimi solenni editoriali dei tre maggiori quotidiani d’informazione: nessuno di loro brilla per illuminanti e risolutivi consigli ai disorientati politici.
Ferruccio de Bortoli non ha difficoltà a respingere nel nome del bene collettivo sia il pericolo del voto anticipato al buio, che l’ardua strada di un esecutivo tecnico o di transizione. Sarà però rimasto insoddisfatto anche lui – come noi, forse anche come Berlusconi – quando per esclusioni successive ha finito per indicare come unica soluzione della crisi un ambizioso rilancio del programma di governo previo nuovo alto accordo nel centrodestra: molto responsabile come posizione, ma non esattamente lo scenario più a portata di mano, a meno che de Bortoli e il Corriere non abbiano bacchette magiche da regalare.
Altrettanto si potrebbe dire per Ilvo Diamanti.
Repubblica è specializzata nell’individuare e denunciare le debolezze del Pd (per la serie: ti piace vincere facile), ma quanto a consigli illuminanti non è formidabile neanche lei. Così ieri, dopo aver messo in fila tutte le ben note aporie democratiche e aver previsto elezioni a breve, Diamanti si ritrova di fronte al medesimo busillis di Bersani: come si fa a battere Berlusconi? Non è così difficile, credete a Repubblica: basta mettere tutti insieme dall’estrema sinistra all’Udc e poi scegliere un leader con le primarie fra Bersani medesimo, Vendola, Casini, Tabacci, Rutelli, Di Pietro, Letta, Chiamparino e possibilmente qualcun altro. Elementare, no? Bisogna essere stupidi a non averci pensato prima.
Stupidi oppure colpevoli, come sentenziava domenica sulla Stampa Barbara Spinelli.
Qui siamo davvero al paradosso. Illimitata libertà di pensiero ma utilità zero.
Figurarsi che per la Spinelli il problema italiano (e la colpa storica della sinistra) sarebbe che di Berlusconi non sono stati a sufficienza denunciati il disprezzo delle leggi, il controllo sulle tv, il conflitto d’interessi, le collusioni sospette, la dubbia moralità personale.
Apparentemente ignara che in Italia non si parli d’altro da sedici anni (essendo stati fondati sulla questione partiti, giornali, movimenti d’opinione, e svoltesi cinque campagne elettorali e alcune dozzine di oceaniche manifestazioni di popolo), la Spinelli pensa che, per inconfessabili motivi, non se ne sia parlato ancora abbastanza. E questa è l’esortazione che dalla Stampa rivolge agli ignavi dell’opposizione: svelate agli italiani i segreti su Berlusconi, sì che capiscano, si illuminino, si ravvedano. Ma insomma, che ci vuole?
Portiamo molto rispetto per de Bortoli, Diamanti, Spinelli. Ora però, come Berlusconi e Bersani anche se per motivi molto diversi dai loro, cominciamo ad avere qualche dubbio che la grande stampa indipendente possa aiutare l’Italia a uscire dai guai in cui si è cacciata.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/8/2010 alle 17:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
28 maggio 2010
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apple kindle ipad
Primo giro sull'iPad
Che devo dirvi? Non sono un tecnico, né uno smanettone più di tanto. Questo coso dove scrivo - su una tastiera comodissima per dimensione tasti, da impratichirsi per il resto - è sostanzialmente un grosso iPhone senza la scocciatura di essere anche un telefono. Movimenti, funzioni, applicazioni, sono gli stessi, ma naturalmente su una dimensione che rende per esempio l'attività di scrivere (non piccola cosa ammetterete) molto più agevole (arrivati a questa quinta riga anzi quasi divertente).
Io non ho ancora questa microsim per il 3G, dunque navigo usando il wireless del giornale, e siamo a velocità notevoli. Col 3G non so dire, né tantomeno so dire adesso dei costi di navigazione. Chiaro che tutto ciò che faccio qui per giocare, stando dove sto adesso (o a casa) lo farei più comodamente sul Mac. In compenso ho la netta impressione che questo coso manderà in archivio il portatile piccolo che uso per scrivere e spedire i pezzi quando sto fuori, ma anche per questo devo attendere verifica quando avrò su il 3G: come sapete l'Italia non è un paese per wireless...
Pare ottimale per: musica, video, giochi, foto, navigazione Internet. Risoluzione e luminosità dello schermo sono straordinarie (anche nel senso che non è troppo luminoso). La rotazione automatica si può bloccare, utilità che nel mio vecchio iPhone non c'era. 
Ma sappiamo tutti qual è la scommessa: davvero sostituisce giornali e libri? No. Però se siamo bravi ci dà la possibilità di leggerne molti di più. Ho scaricato le applic di Repubblica, Nyt, Guardian, Foglio: più o meno buone (Rep obiettivamente molto buona, non foss'altro perché mentre sfogli il giornale ti offre anche gli aggiornamenti dell'online) ma a me personalmente - posso parlare solo per la vita che faccio, e per quanta connettività ho a disposizione già ora - serviranno solo quando starò in vacanza. Se però penso a quanto mi sguercio per leggere Internet sul Blackberry, questo è il paradiso.
Non è leggerissimo, si sapeva, ma sopportabile. Forse per i libri elettronici (dovendo proprio, però per le cose non pubblicate in Italia è un sistema essenziale) continuerò a preferire il Kindle di Amazon che mi hanno regalato a Natale e sul quale ho già letto tre libri: più leggero e non retro-illuminato, che è una salvezza per gli occhi. Poi non tollero i monopoli, e come non amavo Telecom (uno dei primi utenti Omnitel) né Windows, non permetterò ad Apple di egemonizzare la mia vita elettronica. 
Non si scalda, consiglio la sua bella (e costosetta) custodia, ma rimane la schifezza di tutti i touchscreen: una marea di luride ditate, che sono l'unica cosa che rimane di tutta la poesia quando lo spegni. 
In conclusione (nel frattempo la tastiera s'è confermata notevole, anche per le lettere accentate che come sapete sono sempre un po' pallose da mettere. Poi consiglio fortemente di battere tasti usando con energia le unghie, funziona benissimo, il che è bel vantaggio per le ragazze)? In conclusione costa una cifra non congrua con la crisi economica, e neanche la gestione sarà gratuita. Dunque prima della seconda/terza edizione secondo me non diventa oggetto di massa come è ormai l'iPhone. 
Posso solo dire che a me servirà, e forse vale il prezzo in prospettiva, a parte i discorsi che conosciamo sull'avere oggetti hitech di culto, e tutta la pubblicità gratuita che gli stanno facendo gli editori dei giornali alla canna del gas.
Ça va sans dire: presto anche Europa su iPad, come già su ogni altra piattaforma. Baci

PS. dimenticavo: no, non ha la porta USB né la telecamera. Della seconda cosa me ne frego, ormai fra un device e un altro ho più telecamere che persone od oggetti da riprendere. quanto all'USB, questo è per ora un sistema talmente proprietario che "parla" solo con iTunes di Apple e quello che può passare di lì come foto, video, musica, libri, podcast, testi ecc ecc. That's all folks
permalink | inviato da stefano menichini il 28/5/2010 alle 17:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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