.
Annunci online


Politica
10 aprile 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Ma un leader ci vorrà sempre
Non date per estinto il partito personale, avverte colui che il concetto l’ha inventato cioè Mauro Calise. Tesi importante, visto che dalla crisi di berlusconismo e bossismo il Pd pensa di poter uscire come l’unico vero partito sulla scena, emendato da tentazioni personalistiche, con radicamento territoriale e regole democratiche perfettibili ma inesistenti altrove.
Bersani può dire di aver puntato giusto: ha scommesso sulla crisi della forma tipica del partito della Seconda repubblica (oltre che sui suoi uomini simbolo) e ne ha fatto il tratto caratteristico della presenza sulla scena (da “uomo normale”). Non c’è bisogno di ricordare i molti passaggi nei quali la sua immagine di normalità è stata ricercata e proposta. Gli ultimi eventi (articolo 18) hanno premiato il lavoro del leader mediatore che interviene in prima persona solo in extremis, che cuce più che strappare.
Tutto vero ma guai a illudersi sul ritorno ai partiti di massa, di nuovo fondati sulla difesa di interessi distinti e in conflitto fra loro, guidati da gruppi dirigenti collegiali e intercambiabili. «Cose che valevano per l’ottocento e il novecento», taglia corto Calise, e lo dice all’Unità: la prevalenza e velocità dei media, l’individualismo, la frammentazione degli interessi continueranno a premiare la personalizzazione della politica.
È un avviso da considerare. Ci sono dati della modernità non revocabili. Uno di questi è il bisogno degli elettori di far coincidere la proposta politica col nome, il volto e la credibilità di chi la avanza. Forse con Berlusconi e Bossi (in attesa che fallisca qualcun altro) è finita un’era di populismo e demagogia, fattore degenerativo del dibattito pubblico e della vita interna dei partiti. Ma la necessità di proporre leadership forti non è venuta meno.
Essenziale è che cambino i fattori che definiscono la forza: non più la ricchezza, l’estetica, l’arroganza del politicamente scorretto, bensì la competenza, lo spessore internazionale, il rispetto delle regole, ovviamente l’onestà. Anche da questo punto di vista il governo Monti ha alzato l’asticella da superare.

permalink | inviato da stefano menichini il 10/4/2012 alle 7:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
6 aprile 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Lega, non è più il tempo delle avventure
La crisi letale ha le fattezze rubizze di un faccendiere, il volto congestionato dalla rabbia di una vicepresidente del senato detta la Badante, la faccia da schiaffi di un erede noto come la Trota (schiaffi nel senso di quelli che avrà rimediato da suo padre nelle ultime ore). Una roba a metà fra Balzac, commedia all’italiana (che beffa) e tragedia shakespeariana.
Ma la Lega Nord – simbolo della Seconda repubblica, dopo Berlusconi – è spinta in questo sprofondo da un doppio fallimento, molto più grave e irrimediabile delle ruberie di un Belsito.
Bossi ha fallito catastroficamente nella sua missione nel nome del Nord contro l’Italia. Il potente soffio rivoluzionario che spirava tra il ’90 e il ’92 s’è spento un po’ alla volta, come la voce del capo. E in chiusura del ciclo, il massimo che la Lega consegna alla sua inesistente Padania è un pugno di discreti amministratori, non a caso alla ricerca di una via d’uscita per sé ora che l’epopea collettiva finisce nel nulla.
Il secondo fallimento, dalle conseguenze anche più profonde, è quello del partito personale. Bossi molla umiliato, Berlusconi svanisce tipo gatto del Cheshire. E poi Grillo non sfonda, Di Pietro e Vendola rimangono a metà, i sindaci più ambiziosi restano parcheggiati o impantanati, nomi nuovi appaiono e scompaiono in un amen, inevitabile risorge il proporzionale: insomma, si chiude l’era delle piccole o grandi avventure legate alla singola personalità.
È un paradosso, perché invece il momento (paragonato spesso al ’92-’93) è di nuovo di grave crisi dei partiti, la capacità di leadership personale continua a contare per l’opinione pubblica (come spiegare altrimenti il caso Monti, il consenso per Napolitano?), proprio ora dovrebbe aprirsi lo spazio per i newcomers. Invece niente.
L’unica spiegazione è che, un po’ come accadde col ventennio fascista, abbiamo fatto indigestione di uomini simbolo. Il vuoto lasciato da un duce venne allora colmato da grandi masse, organizzate in partiti capaci di nuove narrazioni: un passaggio storico irripetibile. Che cosa verrà adesso?
Il Pd, pur con tanti problemi, è la forza centrale del campo politico anche perché con Bersani ha investito su un altro modello. Il vuoto intorno però fa spavento, il futuro offre molte più incognite che certezze. Grazie anche, pensate un po’, a gente come la Trota. 
permalink | inviato da stefano menichini il 6/4/2012 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 aprile 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Articolo 18, è finita come doveva finire
Ora aspettiamo, senza grande fiducia, i commenti magari anche un po’ autocritici di tutti coloro che sull’articolo 18 avevano predetto qualsiasi catastrofe: la morte del Pd, la sua scissione, la crisi di governo, la fine dell’esperienza di Monti, le mobilitazioni di piazza, il riacutizzarsi di tensioni, magari perfino l’esplodere della violenza.
Fino all’altroieri, ancora durante il viaggio asiatico del presidente del consiglio: ogni frase e ogni battuta dissezionate, per ricavarne le tracce di uno scontro, di un divorzio inevitabile, di un irrigidimento reciproco che poteva portare solo a un vincitore e a uno sconfitto.
Non è andata così, non andrà così. Innanzitutto per il bene dell’Italia, che un pezzo alla volta sta cambiando davvero: la crisi morde, trascina ancora giù i mercati e l’economia, fa male alle persone. Ma il paese si mette nelle condizioni di reagire, di mettere a posto i fondamentali e girare pagina dell’agenda. La pagina prossima, parlando di lavoro, non potrà che essere quella dell’oppressione fiscale che lo appesantisce e che rende l’occupazione improba per chi deve offrirla e per chi la sta cercando.
È solo la logica delle cose che ha finito per dar ragione a chi, come noi, aveva scommesso fin dall’inizio sull’esito positivo della riforma del mercato del lavoro. Anche nei giorni in cui tutti, su tutte le sponde, si facevano trascinare dalla drammatizzazione, abbiamo tenuto fermi pochi punti di analisi, che valgono del resto fin dalla nascita del governo Monti e continueranno a valere ancora per un bel po’.
Pur nel suo valore emblematico, l’articolo 18 corretto e perfezionato ieri non ha mai smesso di essere solo una parte di un’operazione molto più ampia. L’ha ricordato spesso il capo dello stato, che in questa vicenda ha svolto una funzione essenziale di ispirazione, copertura politica, smussatura degli angoli.
Ma in realtà nessuno di coloro che erano destinati ad avere l’ultima parola – il governo e la maggioranza parlamentare – ha mai avuto il minimo interesse a far saltare su questa singola mina la riforma Fornero, che poi avrebbe trascinato con sé l’intera esperienza montiana.
Chi temeva (o sperava?) che il Pdl di Berlusconi e Alfano avrebbe approfittato della situazione per menare un colpo a Bersani, non ha capito in quale fase siamo. A parte l’investimento che il Pdl fa, al pari degli altri, sulla permanenza di Monti, c’è il discorso dello stato del paese: davvero pensiamo che esistano politici che abbiano voglia, in questo momento, di intestarsi una battaglia per licenziamenti più facili? Davvero vediamo in giro tutte queste Thatcher e questi Reagan, che del resto non avuto autentici emuli italiani neanche quando il centrodestra poteva spadroneggiare?
Una parte della sinistra italiana continua a battagliare contro un nemico inventato, costruito a tavolino per poter giustificare la propria paura del cambiamento.
Questa stessa parte della sinistra, minoritaria ma capace di influenzare il mainstream mediatico, aveva dato corpo all’immagine di un Pd messo alle corde, condannato a soccombere davanti a una prova che coinvolgeva la sua base sociale ed elettorale: o succube del perfido neoliberismo bancario, o risucchiato all’opposizione dai suoi legami col sindacato e dalla competizione più estremista.
Non si può negare che il Pd abbia ballato, per tic antichi e per subalternità all’immagine che gli altri dipingono di questo partito che invece, evidentemente, comincia a svolgere davvero il ruolo per il quale è stato pensato, voluto, fondato.
Prima ancora che cominciasse la trattativa con le parti sociali sulla riforma Fornero, in piena bagarre sulle liberalizzazioni, abbiamo scritto su Europa che la linea di Bersani di rimettersi in ogni caso all’esito del tavolo aperto a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria era comprensibile, ma timida. E che anzi il Pd, per le competenze che ha e per la sua specifica vocazione, avrebbe potuto mettersi a disposizione per dare i giusti consigli e risolvere i nodi più intricati: era il 25 gennaio, a distanza di settanta giorni possiamo dire di averci visto giusto.
Ma non per capacità divinatorie, bensì in coerenza con un investimento sul Pd come motore della stagione riformista in corso, come partito che si candida alla responsabilità di governo di domani esercitando fin da oggi il ruolo di perno del sistema politico.
Pier Luigi Bersani esce protagonista e vincitore da questa partita perché l’ha giocata con questo spirito. L’uomo, al quale spesso si negano virtù carismatiche, ha però speso tutte le sue doti di pragmatismo. Su questa vicenda, finalmente, può a buon diritto rivendicare una leadership, di cui è componente essenziale (e non a caso ricordata) l’autonomia del partito rispetto alle confederazioni sindacali.
Certo Bersani sperava che la soluzione potesse essere più facile, che Cgil e governo potessero intendersi prima e da soli. Non è successo per limiti reciproci, che però nessuno ha voluto esasperare: Camusso ha sempre tenuto la posizione confederale al di qua della linea di non ritorno (e infatti Landini e Cremaschi sono rimasti all’opposizione interna anche nei giorni più caldi); e Monti ha confermato di essere un vero premier politico, capace della flessibilità nel momento giusto, anzi perfino prima del momento giusto: la correzione sull’articolo 18 è arrivata prima dello sbarco in parlamento per un elementare motivo di prudenza che ha fatto premio sulle petizioni di principio.
Tanto, il professore della Bocconi uno “storico” risultato di metodo l’ha ottenuto comunque: ha chiuso l’era della concertazione, ha tolto alle organizzazioni dei padroni e dei lavoratori il loro tradizionale potere di veto e ha riportato la decisione politica ultima laddove deve stare per dettato costituzionale. Cioè nella dialettica fra governo e forze parlamentari. A giudicare dalle prime reazioni, chi ha preso peggio questa novità non sono neanche i sindacati bensì alcune (non tutte) organizzazioni imprenditoriali: hanno da ripensare su molte cose.
Tra le molte lezioni che questa vicenda ci lascia, c’è una dura sconfitta dell’oltranzismo e del populismo.
Abbiamo attraversato quasi vent’anni di storia italiana durante i quali sembrava che dovessero sempre averla vinta quelli che la sparavano più grossa, quelli che rimanevano più compatti intorno alle proprie bandiere, quelli che dichiaravano la sacralità delle proprie posizioni e in nome di questa sacralità si sentivano autorizzati a ogni esasperazione polemica.
Se mai c’è stato qualcuno anche nel Pd tentato da questa forma vecchia della battaglia politica, ha sicuramente imparato molto in questi quattro mesi. E un contributo alla chiarezza l’ha dato quel monumento alla demagogia e all’opportunismo che si chiama Antonio Di Pietro: dal primo all’ultimo momento, per fortuna, l’abbiamo sempre trovato sulle posizioni sbagliate, a dire le cose più orrende, nel momento peggiore.
Ora è davvero una storia finita, quella dell’alleanza con questo profittatore delle disgrazie altrui: un’alleanza che, lo dicemmo fin dal primo giorno nel 2008, non si sarebbe mai dovuta stringere.
La storia del Pd seguirà altri percorsi, non più facili ma più limpidi, più coerenti, e sicuramente più vincenti. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/4/2012 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Monti lancia un avviso per il dopo-Monti
La drammatizzazione ricercata negli ultimi giorni da molti giornali e da qualche politico si stempera, com’era facilmente prevedibile e come avevamo previsto.
Non perché la situazione del paese non sia grave: recessione dichiarata, disoccupazione crescente, aumento dei prezzi, pressione fiscale, flusso del credito al minimo, ora anche la nuova fiammata dello spread. I segnali positivi delle ultime settimane sembrano dimenticati. Le tragedie individuali di lavoratori, imprenditori, artigiani assurgono a rango di simbolo.
Eppure non s’accende la miccia accesa da chi vorrebbe far esplodere l’Italia sull’esempio greco. La tensione c’è, i sindacati organizzano la protesta. Tutto però rimane allo stato di dialettica politica. I varchi per risolvere le questioni più dure sono ancora aperti.
La lettera di Monti al Corriere ripropone lo schema di rapporto fra governo e partiti già enunciato spesso. Fa presente – lo notavamo su Europa nel giorno del discorso di Seoul – che c’è una comunicazione verso l’esterno che non va confusa con quella domestica. E qui Monti inserisce la vera criticità, quella della quale dovrebbero farsi carico tutti invece di dedicarsi a elucubrazioni sull’ideologia sommersa dei professori, sul loro dna di destra, sul pensiero unico bocconiano o sul disprezzo per la democrazia nascosto dietro le parole sullo scarso consenso dei partiti (tutte cose lette non solo su manifesto o Fatto ma anche su Repubblica e Unità, su Giornale e Libero).
L’unico problema che ci si dovrà porre per il dopo-Monti, e che proprio Monti ricorda, è come fare a mantenere l’efficacia delle decisioni e l’indispensabile credito internazionale miracolosamente recuperati da novembre a oggi. È un problema di persone, certo, ma soprattutto di politiche, e di consapevolezza dei limiti che il paese non ha affatto superato, della necessità di completare e applicare riforme struturali che sono appena ai primi passi.
I segretari dei partiti della maggioranza hanno ogni diritto di battersi sulle proprie posizioni già adesso, in ogni occasione in cui questo sia possibile. Sanno però di avere margini di manovra limitati: la rottura, teoricamente sempre possibile in politica, stavolta non è consentita.
Qualunque partito decidesse di far saltare il tavolo, fosse anche per ottimi motivi, verrebbe immediatamente additato come il responsabile di un ritorno all’indietro: alla stagione dei calcoli di parte, dei veti, degli interessi politici a breve anteposti al bene generale. L’opinione pubblica, per molti motivi intrecciati fra loro, ha già una forte predisposizione negativa: sarebbe implacabile nella condanna (e davvero qui destra e sinistra non c’entrano). Non parliamo neanche dei giudizi internazionali.
Pier Luigi Bersani sa tutto questo e, pur scontando enormi difficoltà ambientali, si sta dimostrando abile a tenere insieme la fedeltà all’operazione Monti e l’autonomia del proprio partito.
Sulla vicenda più difficile di tutte, la riforma del mercato del lavoro, quello che era stato annunciato, presentato e in parte gestito come un bagno di sangue per il Pd potrebbe trasformarsi nel suo opposto: una prova di forza ed equilibrio politico dalla quale uscire come il vero partito-perno del sistema, centrale per far passare le riforme, anche quelle più difficili.
Tutto si giocherà sulla manovra parlamentare, appoggiata a una mobilitazione sociale non isterica: dalla Cei alla stessa Cgil, passando per Cisl e Uil e il mondo delle imprese minori, tutti coloro che hanno segnalato i problemi della riforma hanno però anche respinto le istanze di assoluta conservazione dell’esistente. È una ragionevolezza alla quale Monti e Fornero non possono voltare le spalle, e che il Pd può interpretare in maniera concreta lasciando ad altri – a Di Pietro, purtroppo a Vendola, alle varie schegge dell’antipolitica in competizione fra loro – la parte non simpatica e fine a se stessa degli urlatori.
In questo modo di afferma e si costruisce, qui e adesso, il diritto a presentarsi domani agli elettori come una forza di governo giusta e responsabile.
Guarda caso, esattamente ciò che suggerisce Monti nella lettera al Corriere: nella vicenda italiana attuale, tutti devono cambiare un po’, i partiti non potranno uscirne uguali a come vi sono entrati. Ben prima che li usasse Monti, però, questi erano gli argomenti di chi, nel Pd, si batteva per l’ipotesi del governo di transizione anche per contrastare l’illusione (presente nel Pd e nel centrosinistra) di una autosufficienza elettorale, politica e programmatica già acquisita.
I fatti hanno dimostrato che no, non eravamo pronti. Che non è stata solo generosità, quella di Bersani nel cedere e nel condividere il peso del governo della crisi. Non è vero che il centrosinistra, sia pure unto dalla volontà popolare, sarebbe stato in grado di fare meglio di quanto è stato fatto da novembre a oggi: la parte che stanno recitando Di Pietro e a tratti anche Vendola lo conferma. Per dire tutta la verità: i leader sindacali non avrebbero concesso a un ministro di centrosinistra (probabilmente un loro ex collega) ciò che hanno concesso a Fornero, per il semplice motivo che non gli sarebbe stato richiesto.
Bene allora se Bersani impedisce che si commettano ora (in vista del Piano nazionale delle riforme di Monti) gli errori che si stavano per commettere nel 2011 quando nel Pd ci si irrigidiva sulla intangibilità del sistema pensionistico, sulla intoccabilità dell’articolo 18, sulla impraticabilità del pareggio di bilancio in Costituzione: affermazioni perentorie destinate a essere travolte da un processo politico più forte.
Molto più fruttuoso, politicamente, stare dentro questa stagione come protagonisti, anzi possibilmente come problem-solver, come potrebbe essere sull’articolo 18. Non è solo un ruolo obbligato, per cause di forza maggiore: sono le fondamenta del nuovo Pd, competitivo nel 2013 contro chiunque. Allora non è così sorprendente, né episodico, che su queste basi Bersani abbia ricostruito l’unità interna. 
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
30 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Napolitano in soccorso
È il governo del presidente: nella buona e quindi anche nella cattiva sorte. Con Mario Monti, Giorgio Napolitano ha condiviso fin qui l’ondata di consenso e di aspettative positive. L’opinione diffusa continua a essere largamente favorevole, ora però i due presidenti devono condividere anche l’inevitabile rimbalzo negativo. Emergono le conseguenze (sottovalutate) delle misure drastiche sulle pensioni; l’aumento delle tasse colpisce nelle buste paga; la crisi di liquidità morde le piccole imprese e i lavoratori autonomi. La sofferenza sociale è trasversale, ma diventa dramma e anche tragedia personale per artigiani, commercianti, le figure individuali più esposte.
Non c’è contraddizione fra il consenso che i sondaggi concedono ancora a Monti, e la palpabile crescente insoddisfazione. Il premier gode della mancanza di alternative, della credibilità comunque superiore rispetto agli altri attori politici, del confronto vantaggioso con un passato impossibile da rimpiangere. Anche per questo Bersani s’è innervosito per le battute asiatiche del premier: perché (eclissatosi oltretutto Berlusconi) l’impatto negativo dal paese arriva solo addosso a lui.
Per questo si rende necessaria l’interposizione di Napolitano. Ha voluto lui questa situazione, senza mai nascondere che la crisi economica fosse terribile, ma ora che comincia ad alzarsi l’insofferenza (non solo quella organizzata dai sindacati), è il momento per il capo dello stato di spendere in difesa del governo, del quadro politico e quindi indirettamente dei partiti l’enorme patrimonio di credibilità accumulato negli anni.
Ecco allora partire dal Quirinale l’appello all’accordo fra le parti sociali, ecco il riferimento ai giovani, ecco il varco riaperto alla modifica in parlamento delle norme sui licenziamenti. Ed ecco l’ombrello offerto ai partiti perché conducano avanti riforme elettorali e istituzionali neanch’esse destinate a suscitare entusiasmi popolari 
permalink | inviato da stefano menichini il 30/3/2012 alle 9:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
29 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
monti pd pdl napolitano
Monti l'Asiatico
Avranno anche loro grossi problemi, ma India, Corea, Cina e Giappone messi in fila rappresentano una cassaforte di liquidità impressionante, sei volte le riserve di tutta l’area euro. Mercati finanziari ancora aggressivi e in espansione. E anche se dalle dichiarazioni ufficiali ai fatti c’è una distanza da colmare, se Monti tornerà dal suo viaggio avendo rimesso l’Italia nel mirino asiatico, questo sarà un considerevole successo.
Oltre tutto, come scriviamo oggi su Europa, Monti è stato ricevuto nelle capitali asiatiche più da ambasciatore dell’euro, rafforzato dal viatico di Obama, del Wsj, della business community occidentale, che da premier italiano. E anche questo ruolo pare esser stato assolto con qualche risultato.
A fronte di queste dimensioni dell’impegno montiano, le nevrosi romane sul suo rapporto con i partiti appaiono fuori luogo. Non perché Monti non possa essere contestato, o perché gli si possano consentire atteggiamenti di superiorità. Il problema è che i partiti, dal giorno del voto di fiducia, hanno imboccato una strada che non consente grandi scarti. E quanto più Monti ha successo, tanto meno chi lo appoggia può scartare.
Non è un caso che negli ultimi giorni Pd e Pdl si siano rimbeccati su chi volesse segretamente aprire la crisi e andare alle urne: stavano entrambi precostituendo (Casini lo fa da mesi) l’argomento polemico contro l’avversario eventualmente colpevole di far saltare l’operazione “salva Italia” impersonificata da Monti stesso. Insomma: forse sono innervositi dal successo del premier, certo ci tengono ad apparire i suoi più saldi sostenitori.
Vista la malizia comunicativa del personaggio, non c’è da dubitare che al suo ritorno dall’Asia Monti troverà il modo, in tandem col capo dello stato, di mettere anche questo ulteriore risultato diplomatico sulla bilancia.
Sulla bilancia di che cosa? Parlando di ambizioni personali, di qualcosa di più elevato della presidenza del consiglio italiana. Parlando di equilibri politici, di un assestamento del paese su un modello liberale dal quale sia difficile discostarsi per chiunque venga dopo.
permalink | inviato da stefano menichini il 29/3/2012 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
28 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Riforma elettorale, sconfitta inevitabile
Per diciotto anni, a ogni elezione, almeno una certezza gli italiani l’hanno avuta: un minuto dopo la chiusura dei seggi elettorali, o al massimo qualche ora dopo, si sapeva chi avrebbe governato nella legislatura successiva.
Non sarà mai più così, se l’accordo confermato ieri dai segretari dei partiti di maggioranza reggerà nei prossimi mesi, fino al perfezionamento di una nuova legge. Le premesse perché l’operazione riesca, nonostante lo scetticismo diffuso, ci sono. In particolare c’è, esplicito, l’apprezzamento e il sostegno del capo dello stato: Napolitano aveva prospettato più volte esattamente questa divisione di compiti nell’ultimo scorcio di legislatura fra governo, parlamento e partiti.
La fine del maggioritario all’italiana così come l’abbiamo conosciuto dal 1994 ha il sapore amaro di una sconfitta, di un fallimento collettivo. Credo che agli italiani piacesse – magari ad alcuni per mero spirito agonistico – l’abitudine di individuare rapidamente vincitori e vinti. L’opposto dei fumosi, controversi e (apparentemente) sempre uguali turni elettorali della Prima repubblica.
Ma non è colpa di Alfano, Bersani e Casini se ci avviamo a un sistema che di nuovo, probabilmente, rinvierà alle trattative dopo il voto la formazione delle maggioranze di governo, o quanto meno la definizione dei pesi interni alle stesse e del nome del premier.
I tre segretari si trovano solo ad apporre il sigillo a un sistema che è fallito da sé. Qualcuno dirà che è finito la sera delle dimissioni di Berlusconi: non si sarà sbagliato di molto. In realtà, il fallimento s’è trascinato anno dopo anno, in un contrasto sempre più solo muscolare, nel quale contava solo chi aveva un paio di parlamentari in più.
Ora s’accenderà battaglia, soprattutto da parte di chi si sente minacciato dalla soglia di sbarramento. Ma la vigilanza più alta dovrà riguardare altro: che torni il diritto autentico di scelta dei parlamentari. E che le ampie coalizioni possano essere una variabile possibile, una delle soluzioni, in qualche modo decise dagli elettori: non l’unico inevitabile esito. 
permalink | inviato da stefano menichini il 28/3/2012 alle 9:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
È il contrario della crisi
I lettori di giornali – e a maggior ragione il presidente Monti – dovrebbero da oggi valutare le notizie politiche facendo la tara della campagna elettorale per le amministrative virtualmente iniziata. Certe fiammate polemiche tra Pd e Pdl, la querula auto-riproposizione del Terzo polo come vero “partito di Monti”, le ricorrenti sparate di Di Pietro: tutto va inquadrato dentro quella che i partiti considerano inevitabilmente la mission principale.
Per mettere al riparo il lavoro del governo e del parlamento in questa fase è meglio smussare gli angoli. Per esempio l’osservazione fatta dal premier sulla possibilità di mollare «nel caso l’Italia non fosse pronta per le riforme» va intesa come una ipotetica del terzo tipo: in realtà il paese sta dimostrando un’eccezionale tenuta e anzi reattività positiva alla cura da cavallo propinata dal governo, come Monti stesso ricorda sempre agli interlocutori stranieri. Né ci si può lamentare più di tanto dell’Italia politica, se la maggioranza è ancora lì dopo che per quattro mesi i partiti hanno dovuto accettare misure che, ognuno per parte propria, andavano contro i rispettivi programmi ed elettorati.
Ieri poi il Pd ha compiuto un piccolo capolavoro, che Monti (e Napolitano) avranno silenziosamente apprezzato: invece di cedere alle tentazioni (e alle proposte) di aprire nel paese e nelle piazze una vertenza sul lavoro, tutte le componenti si sono strette intorno all’obiettivo di correzioni parlamentari sull’articolo 18. La riforma ne risulterà più equilibrata e, anche se la Cgil non si placherà, il Pd avrà allo stesso tempo rinforzato la posizione del governo e rilanciato se stesso come perno dell’alleanza.
Fresco di citazioni berlingueriane, Bersani ha compiuto nel Pd una tipica operazione centrista che anche molti ex dc avranno potuto riconoscere come parte del proprio bagaglio. La convergenza delle ali è stata piena, compreso il ripudio delle logiche correntizie. Come s’addice a un partito in campagna elettorale; a un partito comunque primo nei sondaggi nazionali; e a un partito che sa di dover continuare a difendere davanti alla propria gente scelte non facili. 
permalink | inviato da stefano menichini il 27/3/2012 alle 10:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
La parabola del Narciso e della cozza
A qualcuno fa rabbia, ai più fa tristezza, la parabola di un uomo che esordì sulla ribalta nazionale con la sfida coraggiosa alla grande e potente Dc di Giulio Andreotti e Salvo Lima, e chiude la carriera con una piccola ripicca contro Fabrizio Ferrandelli, candidato sindaco di anni trentadue.
Dalla fine poco gloriosa dell’epopea di Leoluca Orlando si possono però trarre due lezioni politiche che vanno oltre l’episodio palermitano, di portata limitata.
La prima riguarda l’esaurirsi della stagione del narcisismo. Ne abbiamo avuto segnali, a partire dal sostanziale ritiro dalle scene del Narciso numero uno. Ma Berlusconi è stato la punta più alta di un fenomeno che si è intrecciato col maggioritario all’italiana, finendo per rappresentarne una delle caratteristiche più moleste.
Non solo il governo dei Monti e Fornero ma anche i partiti dei Bersani e Alfano nascono dagli eccessi dei Narcisi: i quali sono piaciuti e hanno fatto sognare, ma in definitiva hanno incarnato leadership fragili. Troppo legate alla persona, ai suoi umori e alle sue alterne fortune, per reggere l’urto della crisi, del tempo delle scelte. La personalità del leader in politica continuerà a essere irrinunciabile, ma non potrà più gonfiarsi ed essere portata in giro fra partiti e partitini senza suscitare fastidio. Ne terranno conto i giovani emergenti.
La seconda lezione è in realtà una ripetizione: sulla inaffidabilità di Di Pietro e della sua gente. È cosa arcinota, abbiamo già scritto che il Pd farebbe di tutto pur di non dover più contare su questa alleanza (il discorso su Vendola è diverso, casomai riguarda la prima parte di questo articolo). Purtroppo ci sono già passati altri prima di Bersani: di Di Pietro è quasi impossibile liberarsi. L’opportunismo gli consente di stringere patti d’acciaio, violarli il giorno dopo, lanciare le accuse più folli e poi ripresentarsi da amicone come se nulla fosse.
Non si fa scaricare, Di Pietro, resta attaccato come una cozza allo scoglio di coalizione che lo nutre. Finirà per farci piacere un sistema elettorale proporzionale solo perché forse lì si potrà mettere in un canto il suo narcisismo infedele.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/3/2012 alle 6:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
23 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
A chi conviene la drammatizzazione?
La temperatura è scesa di botto. Abbiamo vissuto mercoledì un giorno di dramma, ieri la situazione s’è stabilizzata: difficile, complicata, conflittuale, ma non quella tregenda di cui abbiamo letto ieri su molte prime pagine.
La partita sulla riforma del mercato del lavoro è aperta. Oggi il governo varerà un provvedimento ampio e innovativo, pieno di contributi portati in due mesi dalle parti sociali, e lo consegnerà al parlamento. Qui la maggioranza si misurerà sulle modifiche che, in particolare sui licenziamenti economici, sono considerate necessarie da settori diversi della società e della politica.
Sarebbe stato da ingenui aspettarsi che Monti modificasse il proprio testo già ieri: c’è una logica, nel consegnare la responsabilità al parlamento. Rientra nella dialettica istituzionale. Casomai sarebbe stato improprio cambiare le carte sulla base di pressioni e trattative sotterranee, che pure ovviamente ci sono.
Sarà però utile tornare alla drammatizzazione di mercoledì. Un po’ opera di politici e sindacalisti, un po’ dei media. Epicentro del terremoto virtuale, sempre il Pd, del quale subito si è evocata la scissione, la fine, la morte sull’altare del tema più caldo per i suoi elettori. Certo ha giocato la pigrizia di chi facendo i giornali prova a ricreare nell’era Monti il clima surriscaldato che abbiamo alle spalle.
Si avverte però anche la voglia neanche tanto sottile di liquidare l’anomalia Pd separandolo in una presunta sinistra sociale e una presunta destra liberale, che se esistessero davvero sarebbero entrambe minoritarie e perdenti. Il Pd è molto di più. In questa occasione, rappresenta la speranza per il mondo del lavoro di ammodernarsi senza lasciare nessuno indietro, anzi includendo la galassia degli esclusi.
Sul mercato politico nessuno è in grado adesso di garantire analoga centralità nel dibattito e nello sforzo riformista. Che lo si attacchi da fuori per questo motivo, si capisce bene. Ma se qualcuno all’interno volesse rinunciare a una simile straordinaria chance, questo si spiegherebbe solo con la irriducibilità del ben noto filone tafazzista della sinistra italiana. 
permalink | inviato da stefano menichini il 23/3/2012 alle 8:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
22 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
articolo 18 monti fornero pd camusso cgil
La soluzione non è lontana
Se c’è una logica in quanto è accaduto nelle ultime ore, non dovrebbe essere difficile trovare una soluzione per consegnare all’Italia (e in particolare ai giovani e alle donne) la buona riforma del mercato del lavoro del ministro Fornero. Il punto di rottura è talmente focalizzato e specifico, a fronte di cambiamenti che investono l’intero mondo del lavoro, che il danno in caso di fallimento non vale il rischio degli irrigidimenti.
Qui non sono in ballo i cosiddetti equilibri politici, qui conta la sostanza. La forzatura vera di Monti non è stata neanche sull’articolo 18, bensì sull’abrogazione del metodo consociativo che ha fin qui deresponsabilizzato la politica, attribuendo alle parti sociali un potere di veto (la famosa “firma”, che stavolta non ci sarà) inaccettabile in una società molto più complessa e ampia di quanto siano le loro rappresentanze.
Questa è l’acquisizione strategica del governo, in aggiunta alle modifiche elencate da Fornero. Questa è la novità che non potrà non essere colta dai famosi interlocutori internazionali. Questa è un’altra delle conquiste di Monti che sarebbe stata impensabile in passato, sia al tempo degli accordi separati di Sacconi che al tempo dei ministri sindacalisti.
Ma se questo è il vero cambio di paradigma, la restituzione al parlamento del potere sovrano non può essere finzione. Sono stati per primi Napolitano e Monti a valorizzare questo ritorno di centralità: saranno conseguenti.
Lasciamo perdere gli scenari di crisi della maggioranza: è fantapolitica. Il Pd contribuirà a migliorare in senso “tedesco” il capitolo licenziamenti e poi farà sua una riforma che in gran parte nasce dalle sue stesse elaborazioni: chi altri in Italia s’è occupato di lavoro? Alfano?
Lo scontro con la Cgil della durissima Camusso di ieri può perfino risultare salutare: se il dissenso si incanalerà tutto nella confederazione, senza altri sbocchi estremistici; e se ognuno riscoprirà il gusto di fare il proprio lavoro. Forse sono davvero finiti i tempi dei programmi fotocopia, fossero quelli di Berlusconi e Confindustria o quelli della sinistra e dei sindacati. 
permalink | inviato da stefano menichini il 22/3/2012 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Riforma Fornero, la strada da prendere
Si sapeva che sarebbe stata la partita più difficile. E lo è, anche mettendo da parte le liturgie che in queste occasioni fanno sempre riscaldare la temperatura nelle ultimissime ore, conducono sull’orlo della rottura, impongono rinvii e congelamenti delle discussioni.
Impossibile dire, ieri sera, se il confronto sul nuovo mercato del lavoro potrà chiudersi positivamente fra le parti sociali, come appare a tutti essenziale. La giornata decisiva sarà domani, con l’ultimo incontro con il governo. Ma già oggi tante cose si capiranno dalla cruciale riunione dello stato maggiore della Cgil.
In un quadro così delicato, ieri Monti ha messo sul tavolo una posizione che rappresenta una novità in questo campo. Potrebbe rivelarsi solo una mossa tattica, per spingere i sindacati a firmare, ma l’annuncio che la riforma sarà portata in ogni caso in parlamento, limitandosi ad “allegare” le opinioni delle parti sociali, vuol dire restituire alla politica e ai partiti la responsabilità ultima per un cambiamento di regole che in effetti riguarda tutto il paese, comprese intere fasce sociali che nessuno rappresenta ai tavoli di palazzo Chigi.
Il governo non ha forzato la mano. Ha detto la sua, ha trattato, ha corretto le posizioni, ha dato il tempo necessario. Sono state fatte gaffes evitabili, il messaggio di fondo però è rimasto coerente, quello di inizio mandato: siamo qui per cambiare nel nome soprattutto di giovani e donne. L’ha ripetuto ieri Fornero (che anche per questa esposizione risulta essere il ministro più conosciuto e apprezzato), disegnando il mercato del lavoro di un paese molto diverso dall’Italia che abbiamo conosciuto.
La riforma appare ampia. Mette sulle aziende il giusto carico, per i costi del lavoro a tempo determinato e degli ammortizzatori.
Là dove tocca l’articolo 18, la Cgil non accetta la linea Fornero ed è improbabile che ci ripensi nelle prossime ore. Il che, considerata la determinazione di Monti a procedere in ogni caso in parlamento, metterà il Pd di fronte a una scelta difficile. Bersani s’era già sbilanciato positivamente cinque giorni fa, dopo il vertice dei segretari.
È vero, Monti rischia. Il Pd però ci sarà ancora quando Monti non sarà più premier: si può dire che rischia anche di più. Secondo noi, non può non imboccare la strada aperta, finalmente, verso un’altra Italia del lavoro, così come ieri sera la descriveva Elsa Fornero. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/3/2012 alle 9:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Quei maledetti sondaggi
I sondaggi non sono la Bibbia e certo non devono guidare la politica, come invece è accaduto. Vanno però usati, capiti, non rifiutati come strumento del demonio.
Il Pd sbaglia quando reagisce con nervosismo ai sondaggi (in particolare di Repubblica o de la7) che oltre a misurare lo stallo dei suoi consensi segnalano la crescita dell’opinione favorevole a un improbabile “partito di Monti”. Ieri Demos per il giornale di Ezio Mauro lo cifrava addirittura al 24 per cento: primo partito, scavalcando un Pd che cederebbe all’ipotetica lista talmente tanti voti da farsi perfino superare dal derelitto Pdl.
Resistendo alla tentazione di maledire Repubblica (che certo non risparmia nulla a Bersani), il dato va comparato con quello contemporaneo (e ovviamente non ostile) dell’Unità.
Perché anche per Tecnè sull’Unità l’attuale primo posto del Pd (26 per cento, come le Europee 2009) è solo teorico, vista la marea del 46 per cento di area del nonvoto. E perché fra le due ricerche c’è un evidente punto in comune: la sfiducia verso i partiti (non verso la politica) invece di diminuire aumenta; e chi si allontana di più è (per Tecnè) proprio quell’elettorato deluso, de-ideologizzato e permeabile a suggestioni tecniche che (per Demos) correrebbe a votare Monti indifferente al suo essere più di destra o di sinistra, e perfino passando sopra a riforme non condivise come quella dell’articolo 18.
Non piace, ma è un dato che va capito. Non nasce da una dislocazione sull’asse sinistra-destra. Sicuramente si gonfia per gli scandali e le campagne anti-partiti. Svela però anche una forte domanda di decisione pratica dei problemi, di leadership, di capacità di affrontare e sciogliere i nodi del paese senza farsi immobilizzare dai veti.
Per evitare che la profezia si auto-avveri non serve arrabbiarsi coi sondaggi, occorre prendere di petto i punti deboli che essi rivelano. Su tutti i temi in agenda non è un problema di linea scelta, quasi sempre quella giusta per il bene del paese (e capita come tale dagli elettori): è un problema di chi riesce a interpretarla con maggiore credibilità. E non è una partita chiusa. 

permalink | inviato da stefano menichini il 20/3/2012 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
17 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
articolo 18 monti pd bersani camuso cgil
Qui comincia il Monti Due
È come se fossimo al Monti Due, in questa specie di mini-legislatura inserita nella sedicesima legislatura. Il governo che doveva essere a sovranità limitata (e così era considerato da molti, soprattutto nel Pdl ma anche nel Pd) ha conquistato sul campo una sovranità piena. Come Napolitano voleva fin dall’inizio, come Monti non era riuscito a ottenere dai partiti fino alla maratona di giovedì sera.
Tutte le intese di merito raggiunte a palazzo Chigi andranno verificate nel concreto: ci vorranno atti del governo e atti parlamentari, e prima di ogni altra cosa la chiusura della trattativa sul lavoro fra le parti sociali. Non sarà facile.
Su articolo 18 e dintorni, è impensabile che Bersani si sia esposto a dire dei sì politici senza aver avuto un via libera dalla Cgil. Ora però è proprio nella confederazione di corso Italia che si apre la faglia più rischiosa. Si sapeva da mesi che per Susanna Camusso sarebbe arrivata questa difficile prova: era inevitabile la sua frenata di ieri (certo non può portare in Cgil un agreement firmato dai partiti), ora merita di essere sostenuta col silenzio, o come fa oggi indirettamente Bonanni su Europa.
Durissima sarà anche la partita sulla giustizia, con alte grida che già si alzano contro chissà quali regali fatti da Bersani a Berlusconi tramite Alfano. Isterie. Su ognuno dei temi (intercettazioni, corruzione, concussione, responsabilità civile) il Pd ha posizioni note, da molto tempo. Ed è Bersani che s’è dovuto imporre per sbloccare le resistenze Pdl contro la legge sulla corruzione.
La controprova delle virtù risanatrici di Monti (risanatrici delle finanze e dell’etica nella gestione) dovrà presto essere fornita sulla Rai: è impensabile che il premier deluda un impegno che lui stesso ha pubblicamente assunto.
Questo ampio rinnovato investimento politico servirà a Monti e all’Italia per superare in relativa sicurezza la fase tribolata delle elezioni amministrative. I partiti hanno dato, chi più volentieri chi meno, un’altra prova di responsabilità. Che li lascia liberi di contendere nell’immediato, ma certo rende loro più complicato il problema di prospettiva: far funzionare la formula di maggioranza attuale, e far funzionare Monti, alza ulteriormente l’asticella di coloro che fra un anno dovranno convincere gli elettori di avere in mano una formula migliore, e di saper fare meglio del Professore. 
permalink | inviato da stefano menichini il 17/3/2012 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Una foto con un altro Nichi
Quante differenze, da Vasto alla foto di lunedì del dibattito fra Bersani e Vendola.
Innanzi tutto, il terzo della foto. Lunedì era Federico Rampini, che si propone oggi come testimone da sinistra della crisi del capitalismo, dopo esser stato negli anni ’90 intellettuale di riferimento di D’Alema in chiave Terza via, quando della globalizzazione si celebravano le virtù progressive. Ma più che colui che nella foto di lunedì c’era, salta agli occhi chi non c’era, ovvero Di Pietro.
Forse il dibattito sul libro di Rampini non era considerato alla portata del capo dell’Idv. In realtà, l’occasione è stata utile a Bersani per sottolineare anche visivamente che per il Pd, nell’ambito del centrosinistra, c’è un interlocutore naturale e uno che lo è molto meno.
Questa è infatti l’altra e più rilevante novità: l’intesa evidente fra Bersani e Vendola, dopo periodi di rapporti alterni. E fra i due, chi è cambiato di più è il secondo.
Appaiono remoti i tempi in cui si candidava aggressivamente alla leadership del centrosinistra sfidando il Pd. Anche per Vendola le primarie una volta indispensabili («come il bambino che ascolta la conchiglia e sente il rumore del mare, sono il rumore della vita») sono passate in secondo piano. Le voleva «subito» nel maggio 2011, poi entro l’autunno, poi sono sfumate, adesso le evita perfino a Taranto, nella sua stessa regione.
È la presa d’atto di un ruolo importante che Sel può e deve svolgere, un’area di riformismo radicale alleata del Pd ma in un contesto (post-elettorale) di maggioranza più ampia, e alle condizioni che Bersani ripete spesso: si decide e si rispettano le decisioni assunte.
Nell’attesa, non belligeranza e l’accordo a non trattarsi male quando arriverà la riforma del mercato del lavoro. Sempre eccessivo, Nichi fa balenare addirittura la tentazione di ritirarsi dalla vita politica. Questo no, questo sarebbe troppo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 14/3/2012 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


sfoglia marzo