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Diario
4 dicembre 2012
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Profumo di moderazione a sinistra
Matteo Renzi si è messo in modalità off, e si può capire anche se più probabilmente, conoscendo il tipo, si tratta di uno di quegli stand-by che basta sfiorarli e tornano in accensione piena.
Chi invece non s’è dato neanche un giorno di pausa dopo il risultato del ballottaggio è Pier Luigi Bersani. Dal candidato premier del centrosinistra sono arrivati fin dalle primissime ore un paio di messaggi molto chiari sul percorso di avvicinamento alle elezioni di primavera. Segnali destinati contemporaneamente, diciamo, al mercato interno e al mercato estero.
Avendone avute molte avvisaglie, non stupisce l’invito all’inclusione rivolto a 360 gradi, da Renzi a Vendola, dal civismo a Monti, insomma tutti. Non è più questa la novità. Del resto i sondaggi continuano a spingere in alto il Pd e lo spirito di massimo allargamento ne risulta incoraggiato. Da notare in proposito l’insistenza con la quale l’Unità batte sulla necessità di promuovere il ruolo di Renzi nel Pd e sul progetto di assorbimento organico nel partito sia di Sel che delle istanze centriste alla Tabacci.
C’è però anche dell’altro nel preannuncio del tour internazionale di Bersani e nel suo impegno a non «raccontare favole » nell’imminente campagna elettorale. Il candidato premier si corazza preventivamente contro l’immagine – che sa insidiosa – di leader della “solita” alleanza di centrosinistra che fa facili promesse di spesa pubblica e di allentamento del rigore finanziario. Non voglio dire che l’entusiasmo col quale Nichi Vendola ha offerto a Bersani i propri voti – con successo, a stare alle prime analisi dei flussi – sia destinato a essere subito raffreddato.
C’è da scommettere per esempio che il centrosinistra di Bersani sarà il più netto che si ricordi sui temi della cittadinanza e dei diritti civili: nell’epoca di Obama è anche tempo di abbandonare prudenze e di tatticismi, peraltro giustificati fin qui, nelle varie declinazioni dell’Ulivo, da un potere di interdizione delle componenti cattoliche che appare molto indebolito nella nuova stagione. Questo è uno degli effetti collaterali dell’esplosione del fenomeno Renzi (cattolico molto liberale), salutato anche per questo motivo con una certa simpatia dalla sinistra democratica. La prospettiva di un centrosinistra più disinibito sui temi eticamente sensibili è compensata, agli occhi dei cattolici, dal venir meno di un altro feticcio: è finito il tempo della rincorsa securitaria alla destra sulla questione dell’immigrazione. Non sappiamo se la crisi della Lega sia la causa o l’effetto, e non si può mai dare per irreversibili certe tendenze, sta di fatto che ormai anche su questo punto tutte le aree politiche parlano più di regolarizzazioni e di diritti di cittadinanza, che non di quote e respingimenti.
Basti considerare il ruolo di una personalità come Riccardi nella riorganizzazione del centro; il percorso della destra finiana; e addirittura la moderazione di Maroni e della sua Lega post-padana.
Sul lato dei diritti, dunque, la sinistra, Vendola e oltre, non troverà alcun disagio nel nuovo assetto della coalizione. Il discorso è diverso sulle materie economiche.
Qui intorno al nome, al ruolo e al lavoro di Monti si è giocata una partita un tantino ipocrita. Il governo è stato ripetutamente pizzicato per le sue “distrazioni” sociali; ministri come Fornero sono stati ridotti a punching-ball; si è fatto passare il messaggio che il centrosinistra al potere raddrizzerà la barra della solidarietà.
Tutto giusto, tutto comprensibile, tutto vero. Il lavoro sarà la priorità assoluta di Bersani, che del resto ha la Cgil dominante nella propria costituency. C’è modo e modo, però. Infatti già nei dibattiti delle primarie, come vedremo presto nel tour internazionale del segretario Pd, nessuno promette «le favole» di un ritorno al passato sul mercato del lavoro o sulle pensioni.
Quando ieri Vendola ricordava di essere ancora impegnato col referendum a restaurare «in tutta la sua integra bellezza» l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, citava una posizione di bandiera da far valere nella futura trattativa («alla luce del sole»), certo non a paletti invalicabili visto che essi sono stati valicati ormai senza ritorno, col voto del Pd e sotto l’osservazione internazionale della quale Bersani è pienamente consapevole.
Passano da qui, dall’esame di rigore al quale il candidato premier sa di doversi sottoporre, le sue chances di essere apprezzato fuori dall’Italia come successore di Monti. Perché purtroppo, anche se tanti amano gonfiare le parole, il visto democratico ricevuto massicciamente domenica non è tutto nell’epoca della globalizzazione. Chiedere a François Hollande per conferma.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/12/2012 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
25 novembre 2012
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primarie bersani renzi vendola puppato tabacci pd
Un bel regalo, una sfida sana
È bello e giusto, ce l’hanno anche suggerito, ma non possiamo farlo come titolo di questa edizione straordinaria di Europa: «Il Pd ha già vinto le primarie».
Non possiamo farlo per il semplice motivo che l’abbiamo già fatto. Più di due mesi fa, il 21 settembre, quando la campagna che si chiude oggi (o fra una settimana) era ai suoi primi passi.
Erano passi difficili, duri, un cammino che sembrava in salita.
Polemiche, dubbi, paure. Le fastidiose schermaglie sulle regole. Pressioni sul segretario Bersani perché non si esponesse inutilmente, non mettesse a rischio il partito. Attacchi a Matteo Renzi per aver lanciato una sfida distruttiva. Ironie su Nichi Vendola: solo nel 2011 era la grande promessa e ormai sembrava inabissato.
Non è neanche giusto oggi infierire sui molti che questa giornata straordinaria non avrebbero voluto celebrarla.
Semplicemente, non avevano colto il cambio di stagione. Reagivano in maniera difensiva all’incognita delle primarie perché legati a uno schema rigido di avvicinamento alle elezioni di primavera. Come gli allenatori che considerano solo la propria squadra e non si curano delle condizioni del campo e delle mosse degli avversari.
Qui è il grande merito che va riconosciuto, comunque vadano le cose nel conteggio di stasera, soprattutto a Pier Luigi Bersani e a Matteo Renzi.
Hanno motivazioni diverse, obiettivi diversi, anche idee sensibilmente diverse su importanti punti politici. Almeno per oggi vanno considerati fino in fondo antagonisti fra loro, e con gli altri tre candidati. In comune però Bersani e Renzi hanno di aver obbligato l’intera scena politica nazionale a uno scarto straordinariamente positivo.
Non c’è solo il beneficio per il Pd e per il centrosinistra. Che è evidente, certificato da sondaggi molto seri, assolutamente costanti e coincidenti. C’è l’effetto a catena sugli altri partiti, obbligati a definirsi pena la marginalizzazione.
E c’è – come sottolinea sempre Bersani – il gran regalo fatto alla democrazia nel suo insieme: mesi e anni a scrivere di scandali, ruberie, sprechi, del distacco e anzi del rancore dei cittadini verso la politica. E poi, una domenica di fine novembre, ecco lo spettacolo di partecipazione al quale stiamo assistendo. Anzi, del quale siamo tutti protagonisti: cosa ben diversa dall’essere spettatori o tifosi.
Qui c’è un’altra intuizione: che i partiti, in questa fase, non sarebbero stati in grado di guarirsi da sé, guarire il sistema, riconnettersi alla società infuriata. Ne è prova ciò che in parlamento sta accadendo – o meglio, non sta accadendo – intorno alla riforma elettorale, per non dire delle altre riforme mancate del sistema politico.
Dunque è giusto per i partiti riconoscere i propri limiti e consegnarsi agli italiani.
Come avverrà nel marzo prossimo per una cruciale tornata elettorale. Come il centrosinistra ha avuto la forza, la preveggenza e il coraggio di fare per il proprio campo. Come, a quanto pare, è impossibile fare nel devastato centrodestra post-berlusconiano (oppure a quanto pare, peggio per loro, tuttora berlusconiano). Come infine non sono in grado di fare né i sedicenti ultrà della democrazia dal basso di M5S; né i partiti e i movimenti aggregati in quell’area centrale che sarebbe tanto importante se non fosse frenata al tempo stesso dalla immaturità dei newcomers montezemoliani e dall’obsolescenza dell’eterna Udc.
Se qualcuno avesse pianificato a tavolino questo brillante autunno del Pd, sarebbe un genio.
Sappiamo che non è andata così, sappiamo che s’è proceduto per strappi, ripensamenti, improvvisazioni, slanci individuali. Badate però che alla fine i conti tornano, nulla capita per caso.
Il Pd può trovarsi in questa felice circostanza grazie all’incrocio fra alcune sue virtù fondative e un decisivo innesto recente.
Grazie a coloro che l’hanno fondato, e grazie a Bersani che lo dirige da tre anni, il Pd è un partito vero. Molto distante dalla perfezione, e afflitto dai mali di tutti i partiti del mondo in questo tornante storico, ha però una solidità intrinseca. È un progetto che corrisponde a un pezzo grande d’Italia: né l’uno né l’altra sono provvisori. Solo così si spiega come mai solo il Pd (che ha avuto i suoi guai, e grossi) rimanga in piedi nella frantumazione delle sigle della Seconda repubblica.
In questa solidità, che ha sconfinato spesso nella staticità, ha fatto breccia un potente moto di innovazione.
Guardate i nomi e i volti delle donne e degli uomini che in queste settimane hanno invaso i dibattiti in tv (realizzando, per inciso, un colpo di comunicazione politica dal valore inestimabile). Guardate le tre firme che oggi su Europa hanno accettato, su nostra richiesta, di “rappresentare” la visione per l’immediato domani dei candidati principali. Guardate chi ha organizzato in tutta Italia quelle manifestazioni sempre stracolme – il vero fatto nuovo, un’attenzione spasmodica per le proposte di tutti i candidati di queste primarie.
Ebbene, questi nomi, questi volti, queste firme, sono già i nuovi dirigenti del centrosinistra. È in atto un drastico ricambio di ceto politico. Non senza immaturità e delusioni. E certo non senza che ci siano (e ci saranno, vedrete) forti resistenze da parte della nomenklatura precedente. Ma ciò che doveva accadere perché il Pd tenesse il passo del cambio di Repubblica, sta accadendo.
Abbiamo già scritto, non c’è bisogno di ribadire oggi, che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il coraggio di Renzi e senza la lungimiranza di Bersani. Puppato, Vendola e Tabacci, ognuno di loro ha portato un mattone a questo edificio. Non ce ne vogliano gli ultimi due, ma il popolo che oggi si metterà in fila ai seggi li considera già dentro un solo partito, più grande e plurale: sarà uno dei temi del dopo primarie.
Fra Bersani e Renzi, oggi o domenica prossima, uno perderà. Entrambi però usciranno da questo confronto con una statura da leader che non avevano prima e che, al di là delle esagerazioni dei tifosi più sfegatati, è ormai reciprocamente riconosciuta.
Il patrimonio accumulato dal centrosinistra potrà essere speso al servizio del paese se loro due e l’intero nuovo gruppo dirigente sapranno sciogliere rapidamente le ruggini delle primarie e gettarsi alla conquista dei consensi necessari a governare: oggi ai seggi avremo tante persone in più rispetto alle previsioni. Ma per quante esse siano, per cambiare l’Italia occorre conquistare il cuore e il cervello di un popolo tanto più vasto e ancora tanto diffidente.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/11/2012 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 marzo 2012
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Monti lancia un avviso per il dopo-Monti
La drammatizzazione ricercata negli ultimi giorni da molti giornali e da qualche politico si stempera, com’era facilmente prevedibile e come avevamo previsto.
Non perché la situazione del paese non sia grave: recessione dichiarata, disoccupazione crescente, aumento dei prezzi, pressione fiscale, flusso del credito al minimo, ora anche la nuova fiammata dello spread. I segnali positivi delle ultime settimane sembrano dimenticati. Le tragedie individuali di lavoratori, imprenditori, artigiani assurgono a rango di simbolo.
Eppure non s’accende la miccia accesa da chi vorrebbe far esplodere l’Italia sull’esempio greco. La tensione c’è, i sindacati organizzano la protesta. Tutto però rimane allo stato di dialettica politica. I varchi per risolvere le questioni più dure sono ancora aperti.
La lettera di Monti al Corriere ripropone lo schema di rapporto fra governo e partiti già enunciato spesso. Fa presente – lo notavamo su Europa nel giorno del discorso di Seoul – che c’è una comunicazione verso l’esterno che non va confusa con quella domestica. E qui Monti inserisce la vera criticità, quella della quale dovrebbero farsi carico tutti invece di dedicarsi a elucubrazioni sull’ideologia sommersa dei professori, sul loro dna di destra, sul pensiero unico bocconiano o sul disprezzo per la democrazia nascosto dietro le parole sullo scarso consenso dei partiti (tutte cose lette non solo su manifesto o Fatto ma anche su Repubblica e Unità, su Giornale e Libero).
L’unico problema che ci si dovrà porre per il dopo-Monti, e che proprio Monti ricorda, è come fare a mantenere l’efficacia delle decisioni e l’indispensabile credito internazionale miracolosamente recuperati da novembre a oggi. È un problema di persone, certo, ma soprattutto di politiche, e di consapevolezza dei limiti che il paese non ha affatto superato, della necessità di completare e applicare riforme struturali che sono appena ai primi passi.
I segretari dei partiti della maggioranza hanno ogni diritto di battersi sulle proprie posizioni già adesso, in ogni occasione in cui questo sia possibile. Sanno però di avere margini di manovra limitati: la rottura, teoricamente sempre possibile in politica, stavolta non è consentita.
Qualunque partito decidesse di far saltare il tavolo, fosse anche per ottimi motivi, verrebbe immediatamente additato come il responsabile di un ritorno all’indietro: alla stagione dei calcoli di parte, dei veti, degli interessi politici a breve anteposti al bene generale. L’opinione pubblica, per molti motivi intrecciati fra loro, ha già una forte predisposizione negativa: sarebbe implacabile nella condanna (e davvero qui destra e sinistra non c’entrano). Non parliamo neanche dei giudizi internazionali.
Pier Luigi Bersani sa tutto questo e, pur scontando enormi difficoltà ambientali, si sta dimostrando abile a tenere insieme la fedeltà all’operazione Monti e l’autonomia del proprio partito.
Sulla vicenda più difficile di tutte, la riforma del mercato del lavoro, quello che era stato annunciato, presentato e in parte gestito come un bagno di sangue per il Pd potrebbe trasformarsi nel suo opposto: una prova di forza ed equilibrio politico dalla quale uscire come il vero partito-perno del sistema, centrale per far passare le riforme, anche quelle più difficili.
Tutto si giocherà sulla manovra parlamentare, appoggiata a una mobilitazione sociale non isterica: dalla Cei alla stessa Cgil, passando per Cisl e Uil e il mondo delle imprese minori, tutti coloro che hanno segnalato i problemi della riforma hanno però anche respinto le istanze di assoluta conservazione dell’esistente. È una ragionevolezza alla quale Monti e Fornero non possono voltare le spalle, e che il Pd può interpretare in maniera concreta lasciando ad altri – a Di Pietro, purtroppo a Vendola, alle varie schegge dell’antipolitica in competizione fra loro – la parte non simpatica e fine a se stessa degli urlatori.
In questo modo di afferma e si costruisce, qui e adesso, il diritto a presentarsi domani agli elettori come una forza di governo giusta e responsabile.
Guarda caso, esattamente ciò che suggerisce Monti nella lettera al Corriere: nella vicenda italiana attuale, tutti devono cambiare un po’, i partiti non potranno uscirne uguali a come vi sono entrati. Ben prima che li usasse Monti, però, questi erano gli argomenti di chi, nel Pd, si batteva per l’ipotesi del governo di transizione anche per contrastare l’illusione (presente nel Pd e nel centrosinistra) di una autosufficienza elettorale, politica e programmatica già acquisita.
I fatti hanno dimostrato che no, non eravamo pronti. Che non è stata solo generosità, quella di Bersani nel cedere e nel condividere il peso del governo della crisi. Non è vero che il centrosinistra, sia pure unto dalla volontà popolare, sarebbe stato in grado di fare meglio di quanto è stato fatto da novembre a oggi: la parte che stanno recitando Di Pietro e a tratti anche Vendola lo conferma. Per dire tutta la verità: i leader sindacali non avrebbero concesso a un ministro di centrosinistra (probabilmente un loro ex collega) ciò che hanno concesso a Fornero, per il semplice motivo che non gli sarebbe stato richiesto.
Bene allora se Bersani impedisce che si commettano ora (in vista del Piano nazionale delle riforme di Monti) gli errori che si stavano per commettere nel 2011 quando nel Pd ci si irrigidiva sulla intangibilità del sistema pensionistico, sulla intoccabilità dell’articolo 18, sulla impraticabilità del pareggio di bilancio in Costituzione: affermazioni perentorie destinate a essere travolte da un processo politico più forte.
Molto più fruttuoso, politicamente, stare dentro questa stagione come protagonisti, anzi possibilmente come problem-solver, come potrebbe essere sull’articolo 18. Non è solo un ruolo obbligato, per cause di forza maggiore: sono le fondamenta del nuovo Pd, competitivo nel 2013 contro chiunque. Allora non è così sorprendente, né episodico, che su queste basi Bersani abbia ricostruito l’unità interna. 
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 marzo 2012
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Una foto con un altro Nichi
Quante differenze, da Vasto alla foto di lunedì del dibattito fra Bersani e Vendola.
Innanzi tutto, il terzo della foto. Lunedì era Federico Rampini, che si propone oggi come testimone da sinistra della crisi del capitalismo, dopo esser stato negli anni ’90 intellettuale di riferimento di D’Alema in chiave Terza via, quando della globalizzazione si celebravano le virtù progressive. Ma più che colui che nella foto di lunedì c’era, salta agli occhi chi non c’era, ovvero Di Pietro.
Forse il dibattito sul libro di Rampini non era considerato alla portata del capo dell’Idv. In realtà, l’occasione è stata utile a Bersani per sottolineare anche visivamente che per il Pd, nell’ambito del centrosinistra, c’è un interlocutore naturale e uno che lo è molto meno.
Questa è infatti l’altra e più rilevante novità: l’intesa evidente fra Bersani e Vendola, dopo periodi di rapporti alterni. E fra i due, chi è cambiato di più è il secondo.
Appaiono remoti i tempi in cui si candidava aggressivamente alla leadership del centrosinistra sfidando il Pd. Anche per Vendola le primarie una volta indispensabili («come il bambino che ascolta la conchiglia e sente il rumore del mare, sono il rumore della vita») sono passate in secondo piano. Le voleva «subito» nel maggio 2011, poi entro l’autunno, poi sono sfumate, adesso le evita perfino a Taranto, nella sua stessa regione.
È la presa d’atto di un ruolo importante che Sel può e deve svolgere, un’area di riformismo radicale alleata del Pd ma in un contesto (post-elettorale) di maggioranza più ampia, e alle condizioni che Bersani ripete spesso: si decide e si rispettano le decisioni assunte.
Nell’attesa, non belligeranza e l’accordo a non trattarsi male quando arriverà la riforma del mercato del lavoro. Sempre eccessivo, Nichi fa balenare addirittura la tentazione di ritirarsi dalla vita politica. Questo no, questo sarebbe troppo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 14/3/2012 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 marzo 2012
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pd pdl bersani alfano vendola monti
Anche il Pd è preoccupato per quel quid
Ha ragione Enrico Letta a preoccuparsi perché «appena lo spread scende un po’, si ricomincia coi giochini irresponsabili». Già la settimana scorsa è stata animata da polemiche tipiche di quando si correva ignari verso l’abisso. Sia su questioni inventate (l’accusa al Pd di voler discutere di poltrone Rai) che su questioni serissime (la tragedia nigeriana, la detenzione dei marò in India), gli orfani di Berlusconi hanno cercato di alzare polveroni dietro i quali rifiatare, rispetto a una crisi di partito e di coalizione che appare irrecuperabile.
Ora c’è il rischio che la fiammata di pochi giorni divenga regola. E che accendere focolai divenga, per qualcuno nel Pdl, la strategia elettorale in vista di un drammatico turno amministrativo.
È chiaro – a molti anche dentro al Pdl – che l’agenda Monti è ancora troppo importante per permettersi il lusso di farla saltare.
Anche in questo senso (non solo come diversivo rispetto a Rai e giustizia) vanno lette le parole di Alfano a Orvieto, l’improvvisa enfasi sui temi del lavoro: la trattativa fra governo e parti sociali è vicina alla svolta. C’è la possibilità che anche questa biglia di Monti finisca in buca: una riforma di contratti e ammortizzatori sociali che, per quanto differita nel tempo, possa cambiare (sulle regole, le dinamiche reali saranno da verificare) il panorama del lavoro italiano.
Se Fornero riuscisse – e riuscire stavolta significa avere il consenso di tutti i sindacati – il governo figlio di nessuno troverebbe molti padri. Un esito ottimo per il paese, pessimo per chi pensa di poter recuperare spazio per sé solo nello sfascio: come reagiranno costoro?
C’è il timore nel Pd che Alfano non abbia il quid per tenere il Pdl fermo e unito sulla linea della responsabilità. C’è l’impressione che si ballerà ancora nelle prossime settimane, nonostante lo stato di salute del paese non permetta certi divertimenti. Per questo si vuole stringere il segretario del Pdl ai suoi doveri, in un vertice politico formale. Ed è importante che ieri da Vendola sia stata ribadita la non belligeranza a sinistra: sarebbe dura per il Pd sostenere il governo venendo preso fra due fuochi. 
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Politica
29 febbraio 2012
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pd veltroni vendola noTav bersani
Il Pd fatto a fette
Forse sarebbe stato meglio che Veltroni non avesse dovuto fare ieri una conferenza stampa per difendersi dall’attacco portatogli da Vendola dalle colonne di Oggi appoggiandosi strumentalmente alle posizioni dell’Unità.
Forse sarebbe stato meglio che il Pd in quanto tale, senza aspettare il diretto interessato, suo primo segretario, rispondesse al leader di Sel che i democratici non sono disposti a farsi tagliare a fette: da una parte quelli buoni e “di sinistra”, potabili per un’alleanza (per parafrasare Vendola) «sulle posizioni dell’Unità», e dall’altra quelli che in realtà sarebbero solo una variante della destra (la cultura e il loden come unica differenza rispetto a Bossi e a Berlusconi).
Non è solo che Veltroni «non è di destra» (D’Alema) e che «nel Pd si discute liberamente e Veltroni è all’interno di questa dialettica» (Migliavacca). Ci mancherebbe altro. Bersani dovrebbe mettere in chiaro che il suo partito non è terreno di conquista, e spedire qualcuno della sua segreteria, prima che in piazza con Landini, a rispondere al numero due di Vendola, Migliore, che ancora ieri pronosticava una scissione dem nell’eventualità che il Pd dovesse cambiare linea.
È curioso che di tante virtù dei partiti del passato venga trascurata proprio quella secondo la quale è il partito nel suo insieme che va difeso dalle aggressioni esterne. Anche perché Bersani sa bene che la virulenza di alcune posizioni sedicenti “di sinistra”, a cavallo tra Sel e Fiom, oggi sulla Tav e domani sull’eventuale accordo sul mercato del lavoro, non risparmieranno neanche lui. 
permalink | inviato da stefano menichini il 29/2/2012 alle 20:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
17 settembre 2011
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I tre di Vasto e le elezioni
I tre di Vasto sembrano sicuri: si vota in primavera. Non credo che lo dicano perché si fidano del Bossi di giornata, che stamattina potrebbe averci già ripensato oppure non ricordare cosa ha detto ieri sul Monviso.
Forse vedono uno smottamento a destra nelle parole di Pecorella, nelle trame di Scajola, nella dissociazione di Pisanu, soprattutto nell’egemonia di Maroni sulla Lega. E ritengono che se anche Berlusconi giura al Foglio di non voler mollare, ormai ci sia nella sua maggioranza una corrente sufficientemente forte da costringerlo a farlo: perché condannato su Mills, o perché sfregiato dalle indagini, o perché demolito dal downgrading delle agenzie internazionali. La prova generale potrebbe essere il voto segreto in aula sull’arresto di Milanese: e i pericoli per l’affittacamere di Tremonti non vengono certo solo dai leghisti.
C’è una precipitazione evidente. L’avevamo preannunciata: passata la manovra finanziaria potrà esserci il liberi tutti. Infatti una nuova emergenza sui mercati, possibile ogni giorno, è perfino considerata come alleata del governo.
E l’esecutivo di transizione, che pure dominava come preferenza nei recenti discorsi di leader democratici d’ogni tendenza (Bindi, Veltroni, Franceschini, Gentiloni)?
Ieri a Vasto il tema era scomparso. Ma la convenienza a bruciare le tappe dell’alleanza elettorale neo-ulivista (perfino Canzone popolare di Fossati...), fino al rischio di farla risultare quasi neo-unionista, è evidente per Vendola e Di Pietro, nel momento migliore della loro competition con un Pd frenato dal caso Penati. Meno chiara per il Pd medesimo, sapendo che Bersani non è il tipo da far calcoli su un eventuale logoramento personale nel lungo periodo.
In realtà i giochi rimangono aperti. Allora diciamo che il Pd fa bene a farsi trovare pronto all’evenienza elettorale. Ma anche che, visto lo stato del paese, dovrà reprimere la tentazione di andare a vincere le elezioni fra otto mesi con un vantaggio risicato, una legge elettorale odiosa e alleati con un potere di contrattazione illimitato.
permalink | inviato da stefano menichini il 17/9/2011 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


Politica
15 settembre 2011
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Buone notizie dal referendum (D'Alema compreso)
Dal fronte referendario arrivano buone notizie. È regolare, massiccio, l’afflusso di firme ai tavoli allestiti in tutta Italia. Parisi smentisce le cifre ottimistiche pubblicate (addirittura 400 mila firme già raccolte) ma c’è fiducia nella possibilità di raggiungere l’obiettivo. Ci sono situazioni – fra le altre Torino – per le quali si può parlare di vero boom.
In più, molte Feste democratiche chiudono i battenti, però i tavoli si trasferiscono nelle città trovando un pubblico altrettanto desideroso di liberarsi dal Porcellum.
Tra le notizie positive va annoverata la dichiarazione di D’Alema: «Le firme le stiamo raccogliendo noi in parte notevole, e altri prendono i meriti. Noi facciamo la campagna e come spesso succede i promotori dei referendum si prendono i rimborsi. È una posizione comoda, ma va bene».
D’Alema ha ragione su tutta la linea. Perché ormai i distinguo dei vertici del Pd sono travolti dall’attivismo di federazioni, circoli, singoli militanti, tutti impegnati ai tavoli. Sembra così lontano il luglio scorso: Bersani che diceva che promuovere un referendum elettorale era «da pazzi», la Cgil che appoggiava un quesito di contenuto opposto (di cui arbitrariamente si attribuiva l’idea al medesimo D’Alema), Orfini che criticava i dirigenti democratici pro-Mattarellum perché «così si divide il partito».
In effetti, il partito non è diviso: lavora tutto per il referendum Parisi, come sottolinea D’Alema, e generosamente offre i meriti (e i rimborsi) dell’eventuale successo a Di Pietro e a Vendola, non avendo accettato il venale consiglio di chi (come Europa) suggeriva di entrare a pieno titolo nella campagna.
Ma noi non lo dicevamo per i soldi: era solo l’ingenuo desiderio di vedere il Pd allineato con la propria gente (lo stesso desiderio che ci ha portato ad allestire un tavolo in redazione, con un buon ancorché simbolico risultato). Più raffinato, al solito, il calcolo di D’Alema: che ha fatto pensare di essere contrario al referendum (per illudere Casini) mentre in realtà, come si capisce solo oggi, ne auspicava e anzi organizzava il successo.
permalink | inviato da stefano menichini il 15/9/2011 alle 8:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3)


Politica
2 luglio 2011
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Pd e Vendola? Meglio due cose distinte
Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, vorrebbe che Partito democratico e Sel formassero anche in Italia un’unica famiglia politica, «com’è in Europa».
Ora, a parte il fatto che in Europa il Pd non fa esattamente parte del Pse bensì è associato al gruppo parlamentare socialista e democratico (sembrerà un cavillo, ma a suo tempo ai poveretti della Margherita parve essere un cavillo importante), ciò che può apparire fattibile in Europa non lo è in Italia, e anche Rossi può facilmente constatarlo proprio in questi giorni.
Fra Cgil e Fiom, nello scontro che vede Susanna Camusso sostenere un durissimo attacco anche personale, Nichi Vendola s’è dichiarato con Landini, e il redivivo Fausto Bertinotti ci ha messo un carico pesantissimo: «L’accordo è un esito catastrofico, un’operazione sconvolgente, il sindacato diventa cinghia di trasmissione per estendere le condizioni peggiorative dei lavoratori».
Nelle stesse ore, Sel ha anche aderito alla domenica di protesta NoTav in Val di Susa: nell’evidente tentativo di non perdere posizioni all’estrema sinistra, il partito di Vendola si è aggregato a Grillo e al suo movimento 5 Stelle che saranno i protagonisti della giornata. Dal lunedì nero di Chiomonte (che aveva visto Vendola prendere le parti degli occupanti contestando l’operato della polizia) poco è cambiato: un imprenditore è stato malmenato all’ingresso del cantiere (non dagli anarchici insurrezionalisti bensì dai famosi “cittadini valsusini”) e il leader della protesta Perino promette «niente bravate» ma anche l’assedio permanente al cantiere della Maddalena.
Ammetterà Rossi che se il Pd fosse oggi nell’alleanza organica con Sel che lui auspica, qualche problema ci sarebbe: sui contratti e sulla Tav, Vendola sta con chi imbratta i muri dei circoli democratici, oppure con chi chiama il Pd “PdmenoL”.
Sia paziente, il compagno presidente della Toscana, faccia maturare i tempi. E faccia soprattutto maturare Vendola, al quale fa sicuramente meglio esser messo davanti alle sue contraddizioni, invece che blandito e corteggiato.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/7/2011 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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1 luglio 2011
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pd bersani manovra fiom cgil di pietro vendola tremonti
C'è chi vince da fermo e chi va in affanno
Può darsi che la linea del Pd di Bersani possa essere definita come attendista, attenta a non sbilanciarsi da nessuna parte e quindi capace, in questa fase, di raccogliere flussi di consenso diversi, provenienti da differenti aree dello scontento italiano.
Occorre però anche dire che gli eventi provvedono a evidenziare gli squilibri altrui, i soggetti che di fronte alla crisi e alle scelte che essa impone non si dimostrano all’altezza del bene collettivo, a prescindere che siano partiti di sinistra o di centrodestra, singoli leader, organizzazioni sindacali.
Per esempio, quello che è successo sulla Tav si sta replicando a seguito dell’accordo sulla nuova contrattazione.
La maggioranza della Fiom – non paga delle sconfitte subìte in fabbrica o forse proprio a causa di quelle – si colloca deliberatamente in una posizione estrema, rompe con la Cgil e mette in difficoltà i soggetti politici che naturalmente (Vendola) o per calcolo (Di Pietro) avevano scommesso sul rapporto preferenziale con Landini. Senza esporsi, senza fare sforzi, il Pd si ritrova invece in sintonia con la stragrande maggioranza del mondo sindacale finalmente tornato all’unità.
Per di più, questo accade nel momento in cui anche l’asse preferenziale di Cisl e Uil col governo, per il tramite del divisivo e conflittuale ministro Sacconi, tramonta nel nome della priorità del rapporto fra le parti sociali (ma anche di una fredda valutazione di Bonanni e Angeletti sulle prospettive politiche del governo).
Sul versante opposto, appunto quello del governo, lo sbandamento è talmente clamoroso da non dover essere sottolineato. Difficile che anche Tremonti, nonostante gli endorsement del capo dello stato, esca bene dalla vicenda della manovra. Comunque una novità come la tassazione al 20 per cento delle rendite finanziarie suona plateale riconoscimento della giustezza delle proposte tradizionali del centrosinistra in materia fiscale: anche qui, la palla rotola sui piedi di Bersani senza che lui si sia dovuto scalmanare per conquistarla.
(Se questo quadro incoraggiante è vero, suona assurdo che il Pd, nato nel bipolarismo e nel maggioritario, voglia cercare guai e dividersi per colpa di una nostalgia proporzionalistica che Bersani non condivide e che è irresponsabile gettargli sul percorso).
permalink | inviato da stefano menichini il 1/7/2011 alle 7:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
29 giugno 2011
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vendola bersani pd tav
Nichi sulla frontiera
Facile, automatico, pigro, il cortocircuito politicista è scattato non appena, sulla Tav, Bersani ha preso una posizione e Vendola ha preso la posizione opposta.  Dunque il Pd vuole rompere a sinistra e volgersi verso Casini, e anche verso Fini. E giù le polemiche.
C’è questo semplice principio che si fa fatica ad accettare: che un grande partito si senta libero – anzi si senta in dovere – di assumere le posizioni che ritiene giuste senza prima misurare la temperatura degli alleati, o addirittura dei potenziali alleati visto che non esiste ancora una coalizione definita.
Se Bersani lunedì, prima di esprimersi sui lanciatori di pietre della libera repubblica della Maddalena di Chiomonte, avesse dovuto concordare la linea con Vendola e misurare le parole che invece sono state giustamente molto dure e nette, forse i fautori dell’unità a sinistra a ogni costo sarebbero stati più tranquilli. Il Pd però avrebbe abdicato al proprio compito e al proprio dovere.
Piuttosto c’è un insegnamento da trarre dalla manifestazione ostile rapidamente convocata dal “popolo viola” sotto le finestre della direzione democratica a Roma (come sotto quelle del sindaco di Torino e altrove: a Mantova con assalti ai circoli Pd). È un insegnamento che riguarda il futuro, quel futuro post-berlusconiano sul quale tanti si interrogano: adesso sappiamo meglio come potrà essere.
Sappiamo che una quota di radicalismo di sinistra non si integrerà mai, non accetterà mai le scelte di un centrosinistra di governo come non l’ha fatto in passato (e a ragione, dal suo punto di vista: per esempio la Tav, nel bene e nel male, è anche figlia di Prodi).
Questo non è un problema del Pd, anzi vale da conferma della sua linea. Casomai potrebbe esserlo per il tipo di riformismo di cui Vendola è portatore, e che senza dubbio dovrà avere uno spazio nel futuro centrosinistra. Perché alla fine ci si troverà Nichi, lungo quella frontiera con l’estremismo. La sua opzione nonviolenta è antica e fuori discussione, ma per il resto ci saranno tante scelte non facili da fare. Come gli è capitato, recentemente, sulle tariffe dell’acqua pugliese.
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Politica
28 giugno 2011
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vendola bersani tav pd
Nichi, così esci dal cantiere
Sono le reazioni ai fatti concreti, più che le politologie, che distinguono le vere possibili leadership di governo rispetto alle velleità scritte sulla carta o affidate alle parole.
Senza voler sostenere che la partita sia chiusa, ieri s’è capito una volta di più che Bersani è un uomo di governo, mentre Nichi Vendola è continuamente a rischio di slittare verso il proprio passato; e Antonio Di Pietro è definitivamente più furbo che rigoroso.
Quello che è successo ieri mattina a Chiomonte può essere amaro e sarà sicuramente il frutto di tanti errori. Ma non è un evento rispetto al quale si possano avere dubbi sulla parte da prendere. La resistenza è stata lungamente preparata e lo scontro fisico è stato deliberatamente cercato da parte dei giovani dei centri sociali (“i torinesi”, li chiamano i valsusini, anche quelli no- Tav) che da settimane sequestravano illegalmente un’area pubblica.
Non è la fine del mondo, non è il G8 e non è il nuovo terrorismo, si è semplicemente verificato un incidente che gli occupanti volevano, più per rilanciare il proprio ruolo che per risolvere la vertenza Tav. Rispetto alla quale tante cose nel tempo sono cambiate, il movimento piemontese e molti suoi sindaci hanno assunto posizioni differenziate, e le opere veramente importanti sono distanti dal piazzale della Maddalena difeso ieri come fosse Fort Alamo.
È offensivo anche solo azzardare un parallelo fra gli scontri di ieri e la cosiddetta “primavera italiana” del voto amministrativo e dei referendum.
Anzi: gli scontri, nella loro logica estrema e minoritaria, sono la negazione e il rovesciamento del moto maggioritario che sta scuotendo la società e la politica italiane.
Puntualmente, nella logica minoritaria si riconosce in pieno Beppe Grillo e si specchia, tentato, Vendola. Di Pietro gioca con le parole. Il Pd di Bersani, con i suoi amministratori e anche con le posizioni diversificate al proprio interno, è tutto da un’altra parte. Dalla parte di una politica che si confronta, discute (vent’anni di discussioni, sulla Tav!) e se serve si corregge (come è accaduto) ma alla fine decide, opera e si impone alle resistenze, soprattutto se strumentali e militarizzate.
Ho molti dubbi che l’apertura del cantiere di Chiomonte sia un passo decisivo per la realizzazione dell’Alta velocità. In compenso ci ha chiarito ulteriormente le idee su come, e con chi, si possa realizzare l’alternativa di centrosinistra. 
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Politica
18 febbraio 2011
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pd fli bersani bindi vendola fini berlusconi
Pd e Fli, tormenti d'opposizione
Si sa che per una grande squadra è impossibile giocare bene contro avversari duri, fallosi, incapaci di buoni schemi ma conoscitori di tutti i trucchi. Se è così per club pieni di campioni, non stupisce che contro il premier più falloso della storia le fragili opposizioni italiane proprio non riescano a dare bello spettacolo. Così è in queste ore per il Pd e per Fli.

Per quanto riguarda i democratici, il discorso è presto fatto. La loro più recente convulsione – intorno all’ipotesi di leadership di Rosy Bindi – è solo l’ennesimo cortocircuito fra una non-notizia ( o meglio una notizia che non riguardava il Pd) e la spasmodica nevessità dei media di gettare sempre nuovi nomi, facce e geometrie elettorali in pasto a un’opinione pubblica (in particolare sulla rete) insoddisfatta e affamata.
Bindi non s’è candidata e non è stata effettivamente candidata, peraltro in assenza di elezioni. Semplicemente, Nichi Vendola ha alzato uno schermo dietro al quale nascondere la fastidiosa notizia della fine della propria forsennata corsa alla guida del centrosinistra. C’è riuscito benissimo, utilizzando un nome che nel Pd suscita molto amore ma anche un dubbio antico. 

Bindi è infatti esattamente quella personalità che ha sempre voluto essere, fin dagli inizi della sua bella vita politica: una donna disinteressata alle mediazioni, poco propensa a sacrificare le proprie posizioni alla maggioranza, spesso in minoranza nei partiti che ha attraversato e contribuito a far nascere. Insomma, il simbolo di ciò che a sinistra è ricchezza e talvolta problema: lo spirito critico.
Il suo ruolo nel Pd richiede ora comportamenti diversi, e dopo alcuni inciampi dei primi tempi la presidente del partito ci presta attenzione. Sarebbe un’ottima candidata nel caso di una coalizione limitata al centrosinistra. Non è un nome probabile per lo schema in questo momento proposto da Bersani, cioè un’alleanza più ampia. Paradossalmente, Repubblica.it l’ha invece offerta ai suoi utenti proprio in questa veste: migliaia di contatti, 77 per cento di adesioni a un’ipotesi affascinante ma inesistente.
Vendola merita solo un’ultima annotazione: la sua mossa contiene dosi di calcolo veramente forti, compresa l’indicazione di una donna (che è anche un simbolo) in questo momento. La sua corsa verso le primarie contro Bersani finisce qui, con l’ultimo botto mediatico e l’ultimo dispettuccio a un partito che dovrebbe essere alleato. Speriamo che da questo momento si dedichi a cose più utili.

Paragonate a quelle del Pd, le difficoltà di Fini sono molto più gravi, come riconosce lui stesso oggi sul Secolo. Senza però farsi distrarre dai facili sarcasmi che si abbatteranno sul Fli che perde un parlamentare al giorno, c’è una frase di Fini che merita attenzione.
Quando scrive che il progetto di Fli deve convincere «gli elettori e non gli eletti», la sua è una osservazione reticente (il primo obiettivo, fallito, è stato proprio reclutare eletti per far cadere Berlusconi) ma giusta. Quando si consumò la rottura nel Pdl, l’evento interessava non solo per la possibilità di ribaltone, quanto perché prospettava agli elettori di Berlusconi l’idea di un nuovo centrodestra costituzionale, alternativo a quello del Cavaliere.
Cade questa ipotesi solo per l’abbandono di Pontone o di Menardi? Naturalmente no. Fini non si rafforza certo né all’esterno né all’interno (dove paga per l’autoritarismo che ha sempre contraddistinto il suo governo del partito), il contenitore però ormai esiste e va utilizzato. Con un occhio più alla società, e ai punti di collasso del ghiacciaio berlusconiano, che all’impossibile competizione con Berlusconi nella compravendita di posti di sottopotere. Il quadro dirigente post-missino non è mai stato eccellente, ma se la gara sul territorio è con gli altri ex rimasti nel Pdl, non dovrebbe essere un compito proibitivo.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/2/2011 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 gennaio 2011
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Per oggi Bersani ha ricevuto un aiutino
L’agenda della direzione Pd si è affollata di talmente tanti temi, che oggi Bersani avrà solo da scegliere. E così, grazie anche a qualche aiutino delle ultime ore, potrà divincolarsi dal tema antipatico delle reazioni negative all’appello per il “patto repubblicano”.
Soprattutto Berlusconi, con l’incredibile uscita di ieri a proposito del caso Fiat, offre al Pd una via d’uscita dagli imbarazzi che oggettivamente il referendum di Mirafiori gli sta procurando.
Bersani deve confrontarsi col governo, non sedersi ai tavoli di trattativa con Marchionne, dunque il gioco da giocare oggi è per lui relativamente facile: non solo il presidente del consiglio e i suoi ministri non muovono un dito per i destini dell’auto in Italia. Ma addirittura Berlusconi arriva alla inaudita autorizzazione preventiva alla Fiat a «lasciare il paese» in caso di vittoria del No a Mirafiori. Un comportamento inammissibile a qualunque latitudine. Frutto non solo di superficialità ma anche di calcolo: il centrodestra insorse alla notizia della fuga della Fiat da Termini Imerese (giugno 2009) e certo non si schierò con l’azienda su Pomigliano, un anno dopo. Dunque ora abbassa la cresta, la destra che tuonava contro i poteri forti, e spera di lucrare dai tormenti della sinistra intorno allo stabilimento simbolo della storia del movimento operaio.
Troppo smaccata anche la strumentalizzazione operata ieri da Nichi Vendola ai cancelli di Mirafiori, perché oggi Bersani non la ritorca contro il suo pseudo-avversario nelle pseudo-primarie in vista di pseudo-elezioni. Contro il presidente itinerante della Regione Puglia si potrebbe anche alzare un po’ la voce. Vendola ha sempre solo una cosa da offrire a chi non ha un posto di lavoro o rischia di perderlo: se stesso. Una volta di più, ieri s’è intravisto quel parallelismo fra la sua concezione della leadership e quella di Berlusconi.
Bersani è lontano da queste auto-esaltazioni personalistiche e fa bene a non tentarle neanche. Degli aiutini che ha ricevuto in vista della direzione, s’è detto. Oggi la parte difficile per lui sarà convincere, dentro e fuori il Pd, che la concretezza che dirà di voler opporre alla vanità altrui non sia, a sua volta, solo un esercizio retorico.
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Politica
6 gennaio 2011
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Nel Pd finalmente uno scontro che vale
All’interno dei partiti esplodono spesso conflitti che non riguardano minimamente scelte importanti per i cittadini, non dicono nulla di chi li anima, servono solo a regolare rapporti di forza e di potere interni. È il rischio corso da Fini nel corpo-a-corpo con Berlusconi; è quanto accade in maniera sorda ma violenta dentro alla Lega; è la sindrome che ciclicamente travolge il Pd e lo trascina un po’ più lontano dalla vita reale.
La maledizione della autoreferenzialità potrebbe spezzarsi finalmente sulla Fiat, su Marchionne, sul sindacato. Di nuovo è il Pd il teatro principale dello scontro, ma stavolta chi soffre per l’unità infranta può consolarsi: ci si batte per qualcosa che ha un senso, perché il contratto di Mirafiori è ormai diventato il paradigma di come affrontare i mutamenti strutturali della produzione e del lavoro.
Siamo pienamente nella parabola storica delle molte sinistre d’Italia, nel cuore dell’identità stessa di un partito progressista e del lavoro. Precipita la questione sulla quale i riformisti hanno provato le loro timide rotture con la tradizione (fin dai tempi del Pci), sulla quale s’è attestata la battaglia di resistenza della sinistra neo-comunista, oggi riproposta da un fronte filo-Fiom che va da Di Pietro ai giovani leoni ex dalemiani, da Vendola ai popolari più marcatamente ex sinistra dc, rimettendo insieme compagni “litigati” come il manifesto, Cofferati, Bertinotti.
Rischia di saltare in mano a Bersani il tentativo di tenere insieme posizioni che divergono per motivi di fondo, non tattici. Certo, succede anche perché si fanno sentire gli opposti collateralismi con Cisl e Cgil. Ma Veltroni torna a dire che «imprenditori e lavoratori sono legati da un unico destino»: lo fa sulla Stampa, appoggiando Marchionne (con distinguo sui diritti di rappresentanza), rilanciando le proposte di Ichino, ricordando il Lingotto 2007 e preparando in modo non banale il Lingotto 2011.
Non è una questione da nulla, se su un tema così duro torna a farsi sentire nel Pd una posizione non auto-consolatoria né difensiva, disposta ad accettare la sfida dell’innovazione, perduta negli anni ’90. Possono finire spiazzate sia le zuffe generazionali che le dispute statutarie. Può aprirsi sul versante sinistro un conflitto di merito, dal quale emerga chi conosce condizioni e interessi reali dei lavoratori, rispetto a chi si limita a narrarli.
Altre volte simili battaglie sono state dichiarate e non date: il Pd è la marmellata che è proprio per questo motivo. Vedremo, stavolta.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/1/2011 alle 7:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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