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Diario
6 dicembre 2012
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casini montezemolo udc pd
La crisi precoce del nuovo centro
Non sono solo i numeri dei sondaggi, ancora così bassi quando siamo ormai nella lunga campagna elettorale. È tutto il rumore di fondo, per non citare le voci di dentro, che conferma la crisi precoce del cantiere del nuovo centro.
Non lo diciamo con soddisfazione, anzi. Il Pd a trazione bersaniana ha fin qui operato secondo uno schema di gioco che prevedeva il rafforzamento di un terzo polo per comodità definito «moderato» insieme al quale completare all’indomani delle elezioni l’arco della futura maggioranza di governo.
Ci sono però miracoli ai quali non arriva neanche la proverbiale abilità dalemiana nell’organizzare le forze altrui oltre che le proprie.
In questo caso, il miracolo che non sta riuscendo è rendere competitiva in un mercato elettorale esigente e diffidente un’offerta politica indelebilmente marchiata Casini-Fini (vecchie glorie in tempi di cambiamento galoppante) oppure Montezemolo (un newcomer terribilmente old ed esitante fino all’esasperazione), senza poter usufruire di alcuna benedizione da parte dell’unico denominatore comune di vaglia, cioè Mario Monti.
In più mettiamoci l’incongruenza programmatica fra i liberisti di Giannino, i cattolici sociali cislini e quelli tradizionalisti alla Buttiglione, i martiniani alla Olivero, gli economisti liberali da sempre e i finiani liberali recenti: tutte persone di prima qualità non inclini a consegnarsi le une alle altre.
Intendiamoci, in tutti i partiti ci sono convivenze irrisolte. Nel Pd però, per esempio, il mescolamento è cominciato anni fa, si svolge in un contenitore ormai stabilizzato e adesso è incoraggiato dalla prospettiva del successo. Nessuna di queste condizioni aiuta il varo della Lista per l’Italia, già attraversata da troppe linee di scissione: gli elettori non ne sanno nulla, ma certe fragilità e incompiutezze le intuiscono perfettamente.
Esiste nel Pd un piano B per assimilare la parte più interessante di questo mondo nel recinto del centrosinistra. Può essere utile e vincente. A patto però di non perseguire il modello perfidamente noto come “partito dei contadini” (gli storici comodi alleati dei comunisti polacchi): gli elettori si sono fatti esigenti, non è più tempo di liste civetta. Altro discorso sarebbe se Bersani annunciasse che in questi mesi si farà il primo passo verso una rifondazione del Pd con confini allargati, sull’antico progetto prodiano-veltroniano.
Un’idea ambiziosa con poco tempo per rendersi credibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/12/2012 alle 18:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 agosto 2011
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Un referendum che sveglia la politica
È partito un treno, e non ci saranno calcoli capaci di fermarlo. Il referendum per abolire il Porcellum, nato per la determinazione di pochi nel Pd, irrompe sulla scena politica e ne riscrive in parte l’agenda. Ciò che tanti auspicavano, ma che palesemente il parlamento con i suoi tempi e le sue regole non riesce a fare, può accadere per spinta popolare: la legge porcata del 2006 può essere cancellata in favore del ritorno a un sistema, il Mattarellum, che avrà avuto difetti, ma aveva un enorme pregio: dava un volto ai candidati, stabiliva un rapporto diretto tra loro e gli elettori.
Prodi, Veltroni, Livia Turco oggi su Europa, Castagnetti, Chiti, il sindaco di Bologna: per il referendum, dietro Parisi e Ceccanti, cominciano a muoversi in molti. Al “caminetto” democratico di domani si prevede un’offensiva di convincimento verso Bersani, anche a opera di Franceschini. È necessaria, e deve avere successo. Tra l’altro, a una forte domanda da parte di chi vorrebbe firmare non corrisponde, per fragilità organizzativa, una adeguata macchina di tavoli e certificatori. Europa, che sente propria questa battaglia, pubblicherà ogni giorno la lista, ma non basta. Il tema dovrebbe interrogare anche i radicali, esperti del ramo: avranno pure un’idea diversa di maggioritario ma lo scontro è questo, e fuori dall’impegno c’è solo un tanto peggio tanto meglio alieno alla loro prassi.
Ieri una frase di Buttiglione ha chiarito dove nascono i dubbi di un pezzo di Pd: chi vuole questo referendum, ha detto il professore Udc, non vuole l’accordo con noi.
Ora, a parte che su altri temi anche più decisivi del sistema elettorale è il Terzo polo che non sta mostrando grande interesse a intese con il Pd, Casini ha spesso dato disponibilità per un maggioritario di collegio a doppio turno, che è il sistema preferito anche dai democratici. A parole, però, perché in realtà l’iniziativa dell’Udc ha sempre privilegiato il proporzionale (proprio a partire dal Porcellum). Allora diciamo che mettere un po’ di pepe addosso a Casini e Buttiglione non gli potrà far male, sarà utile a tirar fuori anche loro da un tatticismo ormai insopportabile.
permalink | inviato da stefano menichini il 31/8/2011 alle 8:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
15 dicembre 2010
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Da dove ricominciare, dopo la sconfitta
L’Italia è sembrata ieri, per lunghe ore, pericolosamente vicina a quel paese in fallimento che molti temono (con la notevole eccezione del balzo in borsa dei titoli Mediaset). Un paese appeso politicamente ai cambi d’umore o di convenienza di un pugno di parlamentari fra quelli che di solito vivacchiano ai margini della scena. E abbandonato, nel cuore della Capitale, alla violenza di gruppi giovanili più aggressivi del solito, ma certo arginati nella maniera meno professionale che si sia vista da molti anni.
I blindati in fiamme in piazza del Popolo suggeriscono paragoni con le drammatiche sequenza finali del Caimano, un inquietante corto circuito fra tensione sociale nel paese e ostinata difesa delle postazioni di potere da parte di un autocrate in declino.
È solo una suggestione, per fortuna, per quanto lungimirante sia stato Nanni Moretti. In realtà, il processo democratico è ancora tutto aperto, e anzi può volgere positivamente per gli sconfitti della giornata di ieri se solo si torna a dare piena priorità alla costruzione di una alternativa di governo in grado di vincere nel paese, prima ancora che nelle aule parlamentari inquinate dalla compravendita.
Ieri sostanzialmente due ipotesi politiche sono cadute insieme alle mozioni di sfiducia.
La prima è l’avanzata di Fini – e del cosiddetto Terzo polo dietro di lui – all’interno della crisi del centrodestra: l’ondata sta rifluendo, è partita l’opera di logoramento inversa, e anzi il lavorìo berlusconiano ai fianchi di Fli e Udc sarà la dominante delle prossime settimane. Questo non cancella la scommessa di Fini e Casini, ai quali va anzi riconosciuta una tenuta politica (e numerica, per l’Udc) nonostante fossero oggetto di una pressione terribile. Certo però, almeno per ora, spegne molta della loro forza propulsiva.
L’altra ipotesi tramontata – anche se pubblicamente il Pd sostiene il contrario – è quella del governo di transizione. I berlusconiani sul punto hanno ragione: trattasi di uno scenario a questo punto oltre la fantapolitica.
La situazione è dunque nuova. La maggioranza è più debole dell’altro ieri, e patirà in parlamento. Ma due strade alternative si sono chiuse, lasciando la gran parte del problema nelle mani del Pd: più forte o più debole che lo si consideri, il Pd deve cambiare approccio. Sia nell’ottica di elezioni ravvicinate, sia in quella – improbabile – di una stabilizzazione o addirittura di un allargamento della maggioranza.

Il primo compito del quale si devono caricare i democratici è garantire la tenuta dell’opposizione che è nata ieri nelle votazioni di fiducia: mai così forte, ma fin dal primo momento sottoposta alla dura controffensiva berlusconiana.
Per quanto la denuncia del mercato di parlamentari sia sacrosanta, è già tempo di andare oltre. È capitato spesso negli ultimi mesi che centrosinistra da una parte, e Udc, Api e Fli dall’altra si siano mossi in maniera diversa rispetto ai provvedimenti del governo. Nulla di male, fin qui. Da domani però ognuna di queste occasioni potrà essere sfruttata dalla maggioranza per ficcare cunei fra i 311 deputati e i 135 senatori delle opposizioni.
Certo, ci vorrà una grande abilità tattica per tenerli invece sempre tutti insieme, e infliggere altre sconfitte al governo. Ma l’impressione è che ci vorrà anche qualcosa di più della capacità manovriera. Quel qualcosa che non s’è riuscito a far intravedere nella marcia di avvicinamento alle votazioni sulla fiducia, e che magari avrebbe anche aiutato per un loro esito differente: un intento comune di respiro più lungo. Una dichiarazione delle opposizioni non sul venir meno delle differenze fra loro, ma sull’imporsi di una esigenza davvero unitaria: la sconfitta in campo aperto di Berlusconi, in parlamento e fuori, senza il ricorso a trattative separate.
È una strada difficile, eppure è l’unica percorribile. Per tutti.
Lo è per Fini, la cui rottura con Berlusconi non doveva neanche aspettare le asprezze di ieri – il dito medio alzato di Gasparri, gli insulti in Transatlantico, la mezza rissa nell’aula, le dichiarazioni a freddo del presidente del consiglio – per essere considerata insanabile.
Lo è per Casini, che come sempre dal 2007 a oggi vede le avances di Berlusconi più come una insidia che come una compiacenza: anche i sassi sanno che il Cavaliere, se appena potesse, cancellerebbe in un minuto l’autonomia dell’Udc e la personalità del suo segretario.
Fli e Udc insieme non hanno però massa critica sufficiente, e da ieri ne hanno anche di meno.
Ecco allora il ruolo del Pd. L’unità con queste opposizioni centriste e di centrodestra gli deve apparire  ancor più necessaria oggi, che esse sono indebolite e sotto attacco.
Nel giorno della sconfitta sulla fiducia, una qualche astuzia della storia offre ai democratici la possibilità di emendarsi da un loro errore: la timidezza nel rivolgersi apertamente al centro e alla destra costituzionale. Fino a ieri in questo possibile dialogo erano evidenti i rischi di subalternità: Fini era sulla cresta dell’onda, il Pd appariva sempre gregario, impazzava nei salotti la storiella stupida dell’ex missino leader della sinistra.
Da oggi questo può non essere più un problema, se il Pd assume un’iniziativa aperta, esplicita, fissata su alcuni punti, proponendo finalmente se stesso come motore delle nuove iniziative di attacco al governo. Attenzione: se sostenuta dagli argomenti giusti, sui temi giusti anche di natura economica e sociale, sarebbe una mossa che non parlerebbe solo al ceto politico centrista o finiano, ma anche a fasce di elettorato alle quali il Pd sembra aver rinunciato da molto tempo, senza motivo.
È evidente che, perché questo difficile percorso sia anche solo immaginabile, bisogna sentirsi liberi da vincoli esterni. Per non far nomi: non sentirsi ricattati né da Vendola né da Di Pietro.
Non si tratta di immaginare rotture, perché sarebbe contradditorio raccomandare l’unità di tutte le opposizioni, e poi predicare lo sfascio delle uniche alleanze esistenti. Si tratta di trasformare in fatti politici concreti le frasi spesso ripetute da Bersani a proposito dell’autonomia e dell’orgoglio democratici.
Nichi Vendola, tuttora presidente della Regione Puglia, ha trascorso le ultime quarantott’ore a Roma, fuori e dentro il Palazzo, per lanciare in concomitanza con le votazioni sulla fiducia la propria candidatura a palazzo Chigi come capo del centrosinistra, tifando apertamente per le elezioni anticipate più ravvicinate possibile.
Libero lui di assumere una simile iniziativa, dovrebbe sentirsi libero il Pd di denunciare al popolo progressista questo comportamento come ostile, minoritario, incredibilmente autocentrato: nel momento più difficile dello scontro con Berlusconi, il principale assillo di Vendola è stato rimarcare la propria presenza, il proprio ruolo, la propria ambizione personale.
Vendola può muoversi così anche perché gli è stato consentito: non ha mai dovuto misurarsi, lui, con una scelta che implicasse dei prezzi da pagare. I prezzi che invece tocca di pagare a chi, per sconfiggere l’avversario, si avventura sul terreno impervio delle mediazioni e delle innovazioni necessarie, fuori dalla cuccia calda della propria costituency. Se il Pd trascinasse tutta la sinistra su questa strada, per quanto difficile e rischiosa sia, si vedrebbe finalmente chi è disposto a pagare qualcosa di tasca propria per battere Berlusconi.
permalink | inviato da stefano menichini il 15/12/2010 alle 8:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
8 dicembre 2010
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Cinque scenari. E poi c'è il Pd
Cinque le opzioni possibili per la prossima settimana.
1. La caduta secca del governo, che dia strada a una transizione difficile ma potenzialmente innovativa.
2. Una caduta altrettanto secca che invece porti diritti verso le elezioni, in marzo.
3. Una caduta pilotata, verso una riedizione del centrodestra del 2001 (con l’Udc dentro) ma con la novità sconvolgente di un Berlusconi non più premier.
4. La seconda versione della caduta pilotata, con Berlusconi rimesso al suo posto dopo un giro di crisi. Al prezzo però di un bagnetto di sangue fra i suoi fedeli, un riequilibrio di poteri con la Lega e la decapitazione del premio di maggioranza nel sistema elettorale.
5. Infine, la pura e semplice sopravvivenza del Berlusconi IV, grazie a un voto di fiducia risicato (e costoso), che in realtà si limiti a rinviare di qualche mese la prossima crisi.
Di tutte le ipotesi, quella che in queste ore va per la maggiore è la numero 4. Ma solo perché dall’entourage finiano è partito uno spin secondo il quale Fli e Udc potrebbero accettarla come soluzione. C’è poco da fidarsi, però, come Berlusconi sa bene: un minuto dopo le dimissioni, lo scenario potrebbe cambiare sulla base di qualsiasi pretesto, e il ritorno a palazzo Chigi trasformarsi in un miraggio.
In realtà il prezzo di una ricomposizione del centrodestra appare troppo alto per tutti gli interessati. L’obiettivo stretegico di Fini e Casini è sostanzialmente l’opposto e non cambierà: disfarsi del Cavaliere.
La manifestazione di sabato arriva al momento migliore per il Pd, perché gli riconsegna – speriamo non per la parantesi di un pomeriggio – piena autonomia rispetto a un processo politico che lo vede gregario, appeso alle decisioni altrui.
Dopo aver ricevuto una spinta di massa, Bersani può sperare di affrontare meglio tutti gli scenari. Con un paradosso: le opzioni che prevedono la ricomposizione o la sopravvivenza del centrodestra restituirebbero al Pd i tempi di cui ha bisogno per costruirsi come alternativa di governo credibile. Dunque, su un astratto piano politologico, non sarebbero esiti pessimi.
L’effetto depressivo sul popolo di centrosinistra sarebbe però pesante: l’aspettativa a questo punto è alta. E poi il tempo guadagnato potrebbe anche diventare, nel Pd, il tempo di un pericoloso moto centrifugo.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/12/2010 alle 23:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
8 novembre 2010
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fini fli casini udc berlusconi pdl pd bersani
Fini ha fatto una cosa di destra
Perugia segna uno spartiacque della politica italiana. E un momento di chiarificazione, a beneficio di quanti si confondono nel bailamme del giorno per giorno.
Gianfranco Fini domenica ha fatto una cosa di destra. Molto di destra. Una cosa che spalanca davanti a Berlusconi non solo l’incognita di qualche settimana di crisi di governo, ma soprattutto l’evidenza di una leadership finalmente davvero alternativa alla sua. Potenzialmente vincente nel suo stesso campo. Con i caratteri, i simboli e le parole adatte a convincere il popolo berlusconiano: è tempo di cambiare capo.
La notizia è enorme, in tanti devono rifare i propri conti. A destra, al centro, nel centrosinistra. 
Nei prossimi giorni assisteremo a tanti tira-e-molla: i ministri che si dimettono o no, il rimpasto, la fantapolitica di un governo berlusconiano senza Berlusconi, la rabbia cieca dei Feltri e dei Belpietro, la fedeltà pelosa della Lega, i dubbi sul doppio ruolo di Fini, il balletto delle date per la formalizzazione della crisi.
Il punto politico però è quello che Europa aveva identificato fin dai primi segnali dello strappo finiano, fin da luglio, mentre il circo politico-mediatico se la spassava con Fini idolo del centrosinistra. Esaurita la speranza di un passaggio indolore di consegne, messo anzi fuori dalla porta, il presidente della camera decideva di provare a prendere con la forza ciò che non aveva avuto con la fedeltà.
La platea perugina osannante, il nome scritto enorme nel simbolo, il palco colossale, il format “capo che arringa i seguaci”: tutto trasmette all’elettore del centrodestra l’’immagine di forza che costui era abituato ad associare a Berlusconi. E la forza del capo è ciò che gli italiani di destra chiedono alla politica più di ogni altra cosa.
È un’operazione importante perché, per quanto presidenzialista, prova comunque a iniettare valori costituzionali, rispetto delle regole e senso civico nel corpo desensibilizzato del popolo di destra. Post-berlusconiana e antiberlusconiana in senso culturale prima che politico. Certo, però, rimane un’operazione puramente di destra: elevarla al rango di 25 aprile, come fa Repubblica, può confondere le idee. 

Naturalmente il segno e l’indiscutibile efficacia dell’operazione finiana si ripercuotono sull’intero quadro politico, non solo nel devastato campo berlusconiano. Ci sono dei conti da aggiornare, sia nello speranzoso terzo polo che nel centrosinistra.
È evidente l’asse che il presidente della camera ha stabilito col suo predecessore. Per Casini, la prospettiva di fare coalizione con Fli è un po’ un ritorno all’antico: al centrodestra dei primi anni del bipolarismo, senza il grande federatore. Ora i finiani appaiono un po’ più laici e moderni dell’Udc, ma sono dettagli nella prospettiva di succhiare via milioni di voti a un Pdl esangue.
Un po’ diverso il discorso per chi, come l’Api di Rutelli, puntava sulla nascita di Kadima, cioè di un polo centrista post-ideologico parimenti alimentato dai reduci delle fallimentari esperienze Pdl e Pd. Potremmo sbagliare, ma non è esattamente questo il senso di Perugia. Il nuovo centrodestra di Fini e di Casini è, appunto, un centrodestra. Ed è anche bene che sia così, se gli affidiamo la missione di chiudere la stagione berlusconiana a colpi di consenso reale e non di trame di Palazzo. Fare l’ala sinistra liberale del futuro centrodestra alternativo al centrosinistra: questo il percorso di Api? Un percorso difficile.
L’esplosione del nuovo competitor sulla scena dovrenne rianimare, non deprimere, le ambizioni maggioritarie dei democratici.
Fanno bene Bersani e Bindi a rivendicare l’autonomia del partito dalle mosse altrui: la manifestazione dell’11 dicembre cade nel momento giusto, sarà un successo perché darà voce e protagonismo a persone che non vogliono delegare a nessuno il proprio colpo al declinante Berlusconi.
Non basta però. Paradossalmente, Fini può diventare una minaccia mortale: se riuscisse a rifondare con l’Udc un centrodestra forte oltre Berlusconi, il Pd sarebbe condannato all’opposizione per un’altra lunga stagione.
Coltivare il proprio orto è sempre meno sufficiente. Di nuovo la competizione si gioca dove l’elettorato è più mobile, e si gioca ora, nel momento di massima incertezza. Il week-end democratico, fra le assemblee di Roma e di Firenze, non è estraneo a questo discorso: qui su Europa ne faremo – da oggi in poi – l’oggetto principale del nostro lavoro di analisi e di commento.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/11/2010 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
17 settembre 2010
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Perché tanto nervosismo nel Pd
Per Bersani è «un pacco dono a Berlusconi», che detto ora è l’anatema peggiore che si possa scagliare contro chicchessia, non solo nel Pd. A stare alle intenzioni dichiarate dai promotori Veltroni, Fioroni e Gentiloni, all’opposto, la loro iniziativa  ha come obiettivo quello di posizionare meglio il Pd proprio in vista della battaglia finale contro Berlusconi.
Tra le due interpretazioni, una cosa è certa. Il vero pacco dono a Berlusconi sarebbe se una aperta discussione nel Pd degenerasse in una rissa o in una resa dei conti.
Evitare che questo accada è responsabilità di chiunque abbia un peso nel Pd. Pro quota, naturalmente: dunque del segretario del partito come e più di altri.
Siccome Bersani è persona pacata, prudente e della massima apertura mentale e politica, la sua dura reazione non può scaturire dalla lettura del testo di cui si parla.
Lo trovate qui su Europa. Sarà criticabile su molti punti, ma le tesi sono totalmente inscritte nelle ragioni fondanti del Partito democratico. La formula alla quale si affida la speranza di battere Berlusconi è sostanzialmente quella ufficiale. La guida del partito non è in discussione.
Dal nostro punto di vista, chi legge Europa sa che da oltre un anno ci battiamo contro l’errore di contare troppo sul risiko delle alleanze, per sconfiggere la destra, ridimensionando le ambizioni e la centralità stessa del Pd. Salutiamo con entusiasmo che questo punto sia stato finalmente acquisito non dal documento Veltroni, ma dall’intero coordinamento democratico di martedì, e dall’intervista di D’Alema alla Stampa di ieri
Come anche, per il bene della ditta, non si può eludere la domanda che si pongono D’Alema, Veltroni, il documento della nuova (ridimensionata) minoranza, e in generale tutti i simpatizzanti e anche gli osservatori neutrali: come sia possibile che la clamorosa crisi del centrodestra non trovi il Pd pronto a raccoglierne i frutti politici come dovrebbe essere, osiamo dire, suo preciso dovere?
Bersani risponderebbe che lui è lì per questo, che per questo s’è tirato su le maniche. Diciamo però anche che la mela che il segretario aspettava cadesse fra tre anni è maturata quando il famoso cesto che doveva raccoglierla non era neanche intessuto. Come la rete delle alleanze, appunto. E nessuno può contestare questo punto: l’incontro tra Fini e Casini ha reso obsoleta l’originaria strategia bersaniana, già in verità messa in crisi dalle elezioni regionali.
Ma neanche questa osservazione giustifica la reazione del segretario, come di Letta, di Franceschini e dei molti ex popolari che non hanno seguito Fioroni. 

Le spiegazioni sono diverse, a seconda dei personaggi interessati.
L’epicentro del sommovimento si colloca dentro Area democratica, la minoranza del partito, ma più in particolare fra gli ex popolari. L’apertura della faglia ha lasciato sostanzialmente intatti gli aggregati veltroniano ed ex rutelliano da una parte, e il gruppo di Fassino non disposto a farsi trascinare da Veltroni dall’altra. I popolari no, i popolari si sono aperti in due.
In una temperie normale, Franceschini sottoscriverebbe il documento: è la sua linea delle primarie. Su un punto per esempio neanche lui concorderà mai con D’Alema: che la crisi del berlusconismo implichi la crisi del bipolarismo. Ma oggi (a ragione) l’ex successore di Veltroni vede se stesso come bersaglio collaterale di un’iniziativa che gli sottrae la rappresentanza della minoranza e lo spinge suo malgrado a essere assorbito dalla maggioranza. Volendo, è l’effetto ritardato della scelta di far coesistere leadership di un’area e presidenza dei deputati: niente da fare, passano i decenni ma prima o poi il doppio incarico si paga, fra chi è stato democristiano.
Le turbolenze nell’area ex popolare contano e contribuiscono al clima di nervosismo, ma certo il problema principale si apre con Bersani.
Per quanto fosse prevedibile una reazione negativa, la sua ha stupito per asprezza. Evidentemente il segretario non crede alle parole di rassicurazione spese da Veltroni per tutta la giornata di ieri: si sente attaccato nel proprio ruolo, e la cosa gli fa più male dopo il successo di Torino e nel momento in cui si stava lanciando – anche con una campagna di comunicazione – come sfidante di Berlusconi.
Le critiche alla linea politica, sul rapporto con l’Udc e dintorni, erano note e digerite. La “digestione”, anzi, aveva portato a quell’esito unitario dell’ultimo coordinamento, quando tutti avevano condiviso la decisione di tornare a puntare forte sul Pd, in particolare sui temi del lavoro.
Ciò che ha fatto sobbalzare Bersani è l’annuncio che la nuova minoranza si strutturerà in movimento, e poi una cosa che Veltroni ha detto (ieri a Repubblica tv) ma non ha scritto. E cioè che non sarebbe male se l’avversario di Berlusconi, il candidato della futura coalizione per il governo, alla fine fosse una personalità proveniente dal di fuori del mondo politico-partitico.
Questo mette in discussione un’idea che all’inizio Bersani non aveva, ma che nel tempo si è fatta strada nella sua maggioranza, fino a convincerlo: che la guida della coalizione (o almeno la candidatura e il pieno sostegno da parte del Pd) spetti a lui, del resto secondo statuto.
Veltroni, parlando della non autosufficienza del Pd rispetto alle «energie esterne», mina questa convinzione, ed è destinato a trovare appoggio (forse proprio tramite quel “movimento”, sia pure con emme minuscola?). Il fatto curioso è appunto che anche Bersani, senza mai dichiararla, aveva contemplato una possibilità del genere, preferendola all’idea dalemiana della candidatura offerta a Casini.
Ogni confronto sul progetto, sulle proposte, sulle idee migliori per approfittare della crisi di Berlusconi, rischia così di essere travolto dalla questione che ha sempre fatto male al centrosinistra (prima di diventare catastrofica nel centrodestra).
È un rischio evitabile e da evitare assolutamente. Per senso di responsabilità, per opportunità politica, per rispetto di sé e degli elettori. 
permalink | inviato da stefano menichini il 17/9/2010 alle 8:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
12 agosto 2010
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Tre ostacoli per Casini premier
Dunque, l’idea sarebbe quella del governo-Cln con Casini leader. Europa ha verificato che questa è l’idea che si va affermando ai vertici del Pd, dunque prendiamola per buona. Prendiamola sul serio, se non altro, anche perché proviene da D’Alema, cioè da colui che in questi mesi ha sempre anticipato di un paio di giorni le uscite di politica generale di Bersani: insomma, non un passante qualsiasi.
Va da sé che il Pd non era nato per spingere una personalità come Casini a palazzo Chigi, e che non era questa la promessa fatta da Bersani ai tempi delle primarie. Ma come Europa ha scritto molte volte, già a quei tempi e soprattutto a cavallo dell’addio di Rutelli, un simile esito sarebbe in realtà coerente con il ridimensionamento delle ambizioni, inevitabile per un Pd più “di sinistra”.
Non basterà però la generosità democratica perché una così vasta alleanza elettorale prenda davvero corpo nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni. Sono necessarie almeno altre tre condizioni, oltre all’accettazione da parte del Pd del ruolo gregario che i Ds ricoprivano (sacramentando) ai tempi di Prodi.
Intanto, c’è appunto Casini. Vorrà accettare l’offerta, se e quando arriverà?
È vero che il Cln lo chiamò in ballo per primo proprio lui (primi di dicembre 2009), ma da allora molte cose sono cambiate. La secessione finiana, soprattutto, ha reso l’eventuale operazione più difficile, anche se teoricamente più forte elettoralmente. A questo punto, infatti, per Casini è essenziale che i finiani siano con lui dovunque e in qualsiasi schema. Non solo per ovvi motivi di forze esigue da mettere insieme, ma soprattutto perché i due ex alleati del Cavaliere giocano la medesima partita strategica, la leadership del centrodestra deberlusconizzato: per non compromettere tutto, nessuno dei due può farsi passare per complice della sinistra. Solo una dichiarazione congiunta sull’esplodere di un’emergenza democratica e repubblicana autorizzerebbe entrambi alla capriola di un fronte col centrosinistra, con tutti i dubbi del caso sulla reazione del loro elettorato moderato e di destra. Dunque Fini è essenziale: chi vuole Casini leader, deve pensarla in questi termini. Che vuol dire offrire molto, in cambio di questa liberazione da Berlusconi.
La seconda condizione, vitale per il Pd, è che nessuno si stacchi a sinistra. E qui dalle capriole passiamo ai salti mortali, perché invece i dioscuri provenienti dal Polo delle libertà potrebbero chiedere – Casini già l’ha fatto – proprio di scaricare pezzi di centrosinistra, di offrire ai propri elettori incerti almeno la testa di Di Pietro. Nessun democratico dentro di sé piangerebbe a vedere l’ex pm decapitato, ma politicamente la cosa è impensabile: i flussi di voti in uscita dal Pd diventerebbero fiumi, in ogni direzione.
Vendola è, come sanno i ben informati, molto più digeribile per tutti. La sua testa è salva, la sua missione storica è resuscitare e ricondurre in parlamento (anche qui a scapito elettorale del Pd, ma pazienza) un tipo di sinistra che sembrava morta per sempre. Che ce la possa fare grazie al traino di un ex missino e di un ex forlaniano sembrerà assurdo, ma di assurdità nella Seconda repubblica se ne sono viste tante. E a sinistra sono abituati da quindi anni a baciare i rospi dell’emergenza antiberlusconiana.
La terza condizione riguarda i meccanismi elettorali. Sì, certo, anche la legge elettorale nazionale, però occorre riconoscere che modificarla contro la rabbia del Pdl sembra davvero arduo. No, la condizione vera riguarda i meccanismi elettorali di preselezione del candidato premier.
Casini, va da sé, vuol dire rinuncia alle primarie (ce lo vedete che si sottopone a un duello, per dire, con Vendola davanti agli elettori di sinistra? Solo i professori e i sognatori possono immaginare certi scenari), e vuol dire rinuncia alla priorità statutaria che il Pd deve dare al proprio segretario.
La seconda cosa non è difficile, Bersani sarebbe il primo a proporla. Invece la prima rinuncia, in aggiunta a tanti altri strappi, capriole e salti mortali politici, logici e ideologici, andrà “venduta” bene alla base democratica. La contropartita per un simile snaturamento del progetto originario, il voltare le spalle al ricordo dei milioni in fila ai gazebo nel nome di una leadership dell’Udc, dovrà essere alta. Sì, certo, c’è in ballo la liberazione da Berlusconi. Il quale, con la tattica della terra bruciata di questi giorni, rischia di rendere molto più facili per tutti le scelte ardue che abbiamo elencato.
Del resto anche nel Cln, visto che questo è il precedente che si cita, toccò di fare tanti sacrifici politici, alleandosi perfino con pezzi del vecchio regime. Si sa come andò a finire quella vicenda per le sinistre. Però, per chiudere con ottimismo, c’è da dire che nessuno poi se n’è mai pentito davvero.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/8/2010 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
23 giugno 2010
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pd margherita udc api bersani parisi rutelli casini libdem
Si riaffaccia la Margherita per scoprire che...
La riunione dei dirigenti della ex Margherita, tre giorni fa, voleva essere un appuntamento tecnico, legato all’approvazione del bilancio di un partito giuridicamente tuttora vivo. Ha assunto alla fine un valore politico. Che però sarà utile precisare meglio (come ha chiesto di fare Arturo Parisi), perché un paio di indicazioni potrebbero risultare alla fine interessanti.
Si sa quale sia l’aria che tira da quelle parti del Pd: insoddisfazione crescente per come si è sviluppato il progetto nel quale la Margherita s’era riversata con passione solo quattro anni fa. L’insoddisfazione può diventare strumento di pressione per un maggiore peso interno, oppure indurre a una divaricazione ulteriore, o ancora suggerire tentativi di rovesciare le parti fra maggioranza e minoranza in occasione della battaglia per la leadership della coalizione. Tutte possibilità aperte, vedremo.
È passato meno osservato (ma non agli ex diellini Carra e Lusetti, approdati all’Udc) un risvolto più immediato della riunione del Nazareno. Perché sia pure in via indiretta da lunedì pare finita in soffitta l’idea che pure aveva calamitato l’attenzione solo pochi mesi fa: la formalizzazione di un asse Casini-Rutelli dentro un nuovo partito centrista, corteggiato da un Pd “di sinistra” come possibile alleato.
Nel sancire che saranno considerati eredi della Margherita solo coloro le cui scelte successive risultano comunque coerenti coi deliberati strategici di quel partito, si riafferma l’ancoraggio dell’Api al centrosinistra e si pone un discrimine verso Casini. Ripetiamo: in modo indiretto. Ma chi conosce lo stato dei rapporti effettivi fra Udc e Api questa conclusione la ricava anche in maniera diretta.
Colpa del big bang della destra, che non arriva mai e sterilizza i progetti sul dopo-Berlusconi. Ma anche il quadro internazionale (al quale Rutelli è sempre attento) scoraggia: i Libdem inglesi, così amici e così terzaforzisti, sono testé finiti a fare piccola foglia di fico alla manovra più autenticamente conservatrice, perfino in termini ideologici, dai primi anni della Thatcher.
Certo la sinistra è un’enorme delusione, in tutta Europa. Gli altri però sono quasi sempre peggio, anche se riconoscerlo limita non poco i margini di manovra.

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Politica
21 maggio 2010
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pd assemblea bersani tremonti udc manovra
Catenaccio democratico
Si capisce che a Pier Luigi Bersani possa urtare i nervi leggere sul giornale confindustriale Carlo De Benedetti che spiega come e dove tagliare le tasse, come colpire l’evasione e come far ripartire la crescita, affidandosi fiducioso a Tremonti. S’immagini poi quale effetto deve aver fatto quell’editoriale a Massimo D’Alema. E per qualche buona ragione oltre alla reciproca insofferenza personale visto che, per esempio, in cima alle cose da fare De Benedetti mette il taglio del cuneo fiscale, cioè una misura a favore delle imprese già adottata dall’ultimo governo Prodi senza riceverne alcun riconoscimento da Confindustria  (né dagli elettori), e oggi senza meritare la minima preziosa citazione debenedettiana.
Ma tant’è. Del resto, sul Sole 24 Ore l’ex tessera numero uno riesce a parlare lungamente dell’Italia come se davvero fosse guidata (per citare un titolo di Europa di qualche giorno fa) dal «primo governo Tremonti»: il nome dell’effettivo presidente del consiglio non è mai citato. Sgarbo? Delicatezza? Reminiscenza dell’astuta tattica elettorale veltroniana? 
L’ingratitudine fa male. Sentire sul collo il fiato dell’editore di Repubblica poi dev’essere spossante, per chi ha conquistato il Pd promettendo di ripristinare il primato della politica.
Ma non è a parole, e neanche con la gara a chi fa la battuta più acida, che un partito riconquista e dispiega la propria autonomia. Se non vuole farsi dare la linea dagli altri, deve averne una forte sua. E se non vuole trovarsi domani a maneggiare imbarazzato le manovre altrui (taglio del 10 per cento agli stipendi dei manager, sciabolate sui costi della politica, misure sugli statali come da raccomandazioni Ecofin), farà meglio a dire qualcosa già oggi, invece di proiettare il profilo programmatico del Pd verso un dopodomani remoto, come un po’ sta accadendo. 

Pare che non ci si aspetti una partecipazione numerosa alla prima assemblea di Bersani segretario. Sarebbe un brutto segno.
In passato, questi eventi erano passerelle di big chiamate a ratificare decisioni già prese. Appena si chiudevano, le cripto-minoranze del tempo friggevano contro l’assenza di confronto politico. Sarebbe paradossale se a Roma accadesse lo stesso: Bersani ha vinto il congresso promettendo chiarimenti politici; i problemi del Pd da allora sono perfino aumentati; l’attuale minoranza dichiara e declama gravi dissensi di linea. Se nonostante tutto questo oggi non dovesse accadere nulla, sarebbe colpa di tutti.
Soprattutto perché intorno al Pd la situazione è in movimento. Intendiamoci, il cataclisma è continuamente annunciato e continuamente rinviato: Berlusconi lì sta e lì rimane, svuotando le chiacchiere sul dopo, su governi tecnici e Cln. Se qualcuno sta cercando di fare un governo tecnico, questo è Berlusconi medesimo. La linea di comando però è cambiata, scandali e crisi concentrano potere nelle mani di Tremonti: è un fenomeno in prospettiva distruttivo per il governo, magari a danno dello stesso Tremonti, ma intanto ridisloca interessi e poteri. De Benedetti, appunto.
Anche gli italiani se ne accorgono, e ancor più se ne accorgeranno quando il superministro si imporrà come l’arcigno bastonatore della Casta e dei ricchi: propensione già dimostrata. E già s’è vista un’opposizione, allenata ad avversare il paperone sregolato e corrivo, muoversi a disagio contro il tributarista reinventatosi eurocrate, custode del rigore finanziario, moralizzatore, persecutore di sciali.
A fare catenaccio contro un avversario simile si rischiano gli autogol: tocca smentire se stessi (Prodi e Padoa-Schioppa sono già scudi umani del tremontismo), oppure dargli ragione, o giocare senza efficacia sulle contraddizioni interne alla destra. Tutto perché si spera di segnare fra tre anni, al novantesimo: ma a quel punto il Pd potrebbe stare sotto peggio di ora, sempre che la partita non finisca prima.
Non che manchino le idee. Anzi: nonostante lo schema contropedista, il Pd presenta oggi testi che simulano un programma di governo. Di un governo collocato però in una dimensione spazio-temporale astratta, mentre la crisi morde ora e giustifica la domanda di risposte semplici, magari semplicistiche, ma rapide.
L’impressione peggiore che il Pd potrebbe dare all’Italia è quella di non essere pronto. Invece, detto francamente e con apprezzamento per il giro bersaniano nei luoghi della crisi reale, questa è proprio l’impressione che dà, e su questioni cruciali: fisco, lavoro, energia.
Per non dire della pura dimensione politica. Allo spostamento del baricentro governativo verso Tremonti corrisponde – magari senza esiti ma chissà – l’uscita dell’Udc dall’ipotetica area di quello che Bersani chiamava “nuovo centrosinistra”. Il tavolo dell’alternativa perde una gamba che pareva decisiva per sostenere il gioco tattico, anche se non lo è stata poi affatto nella concreta prova elettorale.
Segni di revisione di quella linea non se ne sono visti ancora. Magari il tema sarà rinviato, anch’esso «intempestivo». Accentuando l’impressione di un partito che voleva stare orecchie a terra, e invece galleggia sospeso per aria.

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Politica
14 maggio 2010
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A che serve il Partitino della Nazione
Il nome è di quelli ambiziosi, perché diciamo che uno non può fondare un Partito della Nazione e poi ritrovarsi a guidare un partito di dimensione condominiale. E nel caso di Casini e della annunciata trasformazione dell’Udc, la quantità è anche qualità: con la crisi dei due poli contrapposti e la domanda di novità che sale dal paese, rimanere inchiodati alle sue percentuali (e agli abituali frequentatori delle iniziative neocentriste) equivale già a una bocciatura.
Difficile che sia sufficiente l’opera di restyling. Gli elettori insofferenti della cattiva politica ai quali Casini dice di rivolgersi hanno assistito alla sua campagna per le Regionali, imbarazzante per le variopinte scelte di alleanze. E ora ritrovano l’Udc (dove esiste, come nel Lazio) nella sua versione più nota e meno apprezzata, cioè a mercanteggiare su presidenze e assessorati. Come tutti gli altri, si dirà. Appunto: come tutti gli altri. Dov’è la novità?
Non sappiamo se e come Rutelli vorrà aderire al Partito della Nazione, ma anche i suoi poteri taumaturgici sono limitati di fronte alla mediocre qualità dell’operazione. Rimaniamo ancora a un progetto di mero posizionamento. Non stupisce che nel Pd siano ormai scettici anche gli ex dialoganti; e che Berlusconi possa dire in giro – cosa peraltro non vera – che il futuro partitino è un suo potenziale alleato: tutto rafforza l’impressione che il nuovo contenitore avrà mai un senso solo se altri decideranno di darglielo.
De Benedetti, Montezemolo, Tremonti: grossi nomi e interessi si muovono. La Nazione di Casini è troppo piccola per loro.

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Politica
29 gennaio 2010
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regionali pd pdl udc casini polverini caldoro palese vendola
L'anatra, il ronzino, il gigante. Sono i candidati del Pdl
Questa campagna elettorale per le regionali sembra davvero la fotografia del cattivo stato di salute dei partiti. Noi ci occupiamo assai del Pd, la ditta, ma quello che sta succedendo nel Pdl – dalla Puglia alla Campania, e anche nel Lazio – ha del clamoroso. La gara sembra a perdere: quante maggiori sono le difficoltà del centrosinistra, tanto più arranca il centrodestra. Alla fine qualcuno dovrà vincere, ma vincerà in frenata.
Nel Lazio il Pdl si ritrova a correre, si fa per dire, con una candidata che ormai viene trattata con i guanti solo negli studi di Ballarò e nei salotti dove va a ossequiare il generone capitolino. Per il resto, la Polverini prima ha dovuto riconoscere a Europa di aver fatto carriera sulle ali di un sindacato dalle tessere fasulle, ora deve concedere al Fatto di aver acquistato due appartamenti non solo a prezzi di favore, ma denunciandoli entrambi fiscalmente come prima casa (solo per un disguido, per carità). Nel web la fanno a fette, a destra non la reggono già più.
Insomma, un’anatra zoppa. Se solo la Bonino facesse campagna elettorale a Roma invece che a Berlino, e se in città esistesse un Pd al di fuori delle stanze dove si azzannano ai polpacci fra di loro, l’anatra sarebbe spacciata. Vabbè, continueremo a occuparcene noi giornaletti.
La Puglia è un altro capolavoro. Intendiamoci: se ieri mettevamo dieci condizionali prima di recitare il de profundis per l’amicizia Casini-Bersani, oggi non ci fidiamo della rumorosa rottura del filo che si pareva riannodarsi fra Casini e Berlusconi. L’Udc è come la soia: ogni giorno ha il suo prezzo, tocca aspettare la chiusura dei mercati per sapere come va a finire.
Comunque ieri sera il Pdl si ritrovava di nuovo in sella a Palese, con l’astuzia però di aver fatto sapere al mondo intero che lo considera un ronzino perdente: il complotto a favore di Vendola assume contorni da fiaba. Presto si conoscerà anche il nome del concorrente democratico in un’altra regione data per persa, la Campania. Dovrà opporsi a uno sfidante chiamato Caldoro. Non proprio un’impresa titanica, a occhio e croce.

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Politica
28 gennaio 2010
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casini bersani udc pd vendola poli bortone
Da Pier un colpo duro a Bersani
C’è una logica puramente mercantile nella trattativa al centro della quale s’è piazzato Pier Ferdinando Casini. Il che significa che occorre aspettare la chiusura delle contrattazioni, per sapere chi guadagna e chi perde. Lo spettacolo non è edificante, ma questa è la conseguenza di aver voluto rinverdire nel 2010 la logica delle geometrie variabili. E poi, per essere onesti, anche in pieno bipolarismo abbiamo assistito a momenti defatiganti e poco onorevoli intorno alla definizione delle liste.
Al fixing di ieri sera, il vantaggio apportato all’Udc e al Pdl dalla ritrattazione incrociata sui nomi di Adriana Poli Bortone e Rocco Palese pareva più ipotetico che reale.
Presentare ufficialmente dei candidati, ritirarli, cercarne un terzo, e nello stesso tempo far sapere a tutti che il proprio principale obiettivo è fregare l’interlocutore: trattasi di una manfrina da politichetta che certo non è degna dei paroloni bipolaristi dei berluscones, riduce ulteriormente la portata dell’operazione casiniana (chissà che cosa ne pensano i suoi recenti o futuri amici) e soprattutto consegna splendide carte da giocare a quel campione del populismo democratico che è Nichi Vendola. Siamo a un passo dalla sua incoronazione come unico vero eroe della gente pugliese contro i trafficoni romani.
Detto questo, è chiaro che se l’Udc va col Pdl in Puglia, dopo aver scherzato col Pd in Calabria, potrebbe essere una intera storia a finire ingloriosamente prima ancora di cominciare.
Casini può perpetrare ai danni di Bersani un autentico omicidio politico, lasciandolo nudo di fronte ai plotoni d’esecuzione interni, deprivato della sua unica vera prospettiva. Un gesto talmente enorme, perfino sul piano personale, da apparire ancora inverosimile.
Potremmo consolarci pensando che un simile voltafaccia sarebbe anche la sostanziale fine delle velleità casiniane. Ma stiamo parlando del famoso aglietto.

(da Europa)

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Politica
6 gennaio 2010
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pd bersani pdl d'alema casini fini udc regionali
Domande a Bersani che torna
A grande richiesta, Pier Luigi Bersani torna oggi a parlare in una formale conferenza stampa. È stato un interessante esperimento mediatico il suo, che promette di ripetersi: per alcune settimane il leader dell’opposizione ha privato il circo della politica di frasi, battute o dichiarazioni, e alla fine il circo di commentatori e retroscenisti è diventato isterico.
Bersani ha fatto bene, oggi però avrà da rispondere a qualche domanda che si è accumulata nel tempo. A noi verrebbe da fargliene soprattutto una: come mai nella nuova stagione inaugurata dalla sua segreteria, archiviata la deprecata vocazione maggioritaria del Pd, il centro della scena è stabilmente occupato dall’Udc, che dà le carte di tutte le contese regionali, fa e disfa coalizioni e candidati, apre e chiude forni che neppure Craxi buonanima? La domanda, si intende, è retorica. Era implicito nella linea politica con cui Bersani e D’Alema hanno vinto il congresso – non sappiamo quanti elettori e militanti democratici ne fossero consapevoli – il fatto che fosse finito per il Pd il tempo del protagonismo assoluto. E che, morta e incapace di resurrezione la sinistra extraparlamentare, questo forzato “arretramento” del Pd avrebbe garantito nuovo spazio e nuova vita politica alle forze neocentriste. Questo è stato del resto, nell’andar via, il calcolo di Rutelli, ancorché finora senza esito.
Non è uno scandalo, è una dinamica forse inevitabile che chiedeva di essere governata.
Basta essere consapevoli delle conseguenze.
Guardando alle regionali, la prima conseguenza è che dove il Pd trova infine un candidato accettabile per Casini – in Puglia – questo gli costa un prezzo a sinistra; e dove non lo trova – nel Lazio, anche perché lì il forno più interessante per l’Udc è un altro – deve ripiegare su una candidatura ottima in sé, ma imposta dalle circostanze e da altri alleati. L’unico punto in comune delle due situazioni è una buona probabilità di perdere.
Non se ne può fare una colpa a Bersani.
Bisogna però che nel Pd si sappia che d’ora in poi sarà sempre così. E sarà così moltiplicato cento quando dal livello regionale si passerà alla costruzione di una coalizione da candidare al governo del paese. Il baricentro politico si sposta al centro in molti sensi.
Francesco Boccia in Puglia viene salutato dall’Udc come il frutto di una svolta blairiana del Pd: tanti auguri, sarebbe bello se fosse vero ma certo mentre Vendola affila le armi è paradossale ripensare a quando i voti democratici affluivano verso Bersani nel nome di un ritorno del Pd a posizioni “di sinistra”. Così nel Lazio: Emma Bonino (se sarà lei a correre, come a questo punto è auspicabile) è un punto a favore della sinistra dei diritti civili, ma chissà come reagirà il mondo sindacale (anche qui, una costituency bersaniana) all’idea di sostenere la radicale dell’aumento dell’età pensionabile e del pensionamento eguale per uomini e donne.
Non si lamenta certo Europa, ultimo ridotto blairiano forse del mondo. Vede però il Pd trascinato lungo questo percorso non per una scelta consapevole, bensì a traino degli eventi e soprattutto a beneficio principale di altri soggetti politici.
C’è poi un altro elemento di pericolo.
Di tutti i retroscena che esasperano i personalismi è bene diffidare, però nella geometria variabile di queste elezioni regionali tutti vedono distintamente una triangolazione privilegiata fra D’Alema, Fini e Casini. In altre parole: un laboratorio per un sistema politico post-berlusconiano, nel quale i protagonisti sono tutti personaggi moderati nei toni e nelle politiche che articolano le proprie alleanze a dispetto della logica bipolare, senza farsi male neanche dove vanno a scontrarsi gli uni con gli altri. Oggi nelle Regioni, domani chissà.
Anche qui, nulla di contrario per partito preso. Il fine è il buon governo del paese, il bipolarismo è solo un mezzo eventuale.
Il problema è che – come stanno facendo capire in queste ore – Silvio Berlusconi e la destra rappresentata dal Giornale sono ben vivi, vigilano contro la riuscita di questo esperimento anche dove lo tollerano e faranno di tutto per ripristinare il primato del maggioritario e del Pdl (maggioritario nel maggioritario, scusate il gioco di parole).
Non sappiamo se riusciranno a resistere, perché ora le operazioni di sapore post-bipolare hanno il gusto del nuovo. Quel che è sicuro è che il Pd per parte sua rischia di venire preso nel mezzo, e di uscire stravolto da una stagione nella quale figura formalmente da secondo soggetto forte dello schema bipolare, giocando però nei fatti a rompere il medesimo schema. È possibile che tra Berlusconi e la coppia Casini-Fini, possa davvero godere Bersani? Bentornato al segretario, comunque.

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Politica
22 ottobre 2009
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Il puzzle degli alleati del Pd
A forza di dircelo, ci hanno convinto: il Pd non può fare da solo. Il primo lavoro del segretario sarà dunque tessere la tela del nuovo centrosinistra chiamato al difficile compito di battere la destra.
Certo però che se usciamo con la testa fuori dalle primarie, l’impresa di rimettere insieme i pezzi del centrosinistra, e di metterli poi tutti insieme all’Udc, appare più che difficile. E non tanto per la fatica di armonizzare posizioni diverse. Quanto perché nel frattempo, distratti dallo scontro interno, forse non ci siamo accorti della situazione che s’è creata intorno al Pd.
L’interlocutore principale della linea che per comodità chiamiamo “nuovo cantiere ulivista” (la linea di Bersani) avrebbe dovuto essere la sinistra cosidetta «ragionevole». Non Rifondazione, ma Vendola e la sua Sinistra e libertà. Peccato che Sl non esista praticamente più. Dopo che i Verdi, al solito spaccati e rissosi, hanno deciso di andare da soli, ora i socialisti di Nencini hanno deciso di fare altrettanto. Sl è così tornata a essere il gruppo degli ex di Rifondazione sconfitti da Ferrero: ciò che alle elezioni del 2008 era uno, si è diviso in tre. Contando presumibilmente molto meno di uno.
Poi ci sono i radicali, che si sono ripresi la propria autonomia e neanche tanto amichevolmente visti soprattutto i contrasti con Franceschini nella sua veste di segretario. Alleati ostici ma inevitabili, se non altro perché tuttora “abitano” nei gruppi parlamentari Pd.
Franceschini ha invece trattato bene Di Pietro, ma questo non renderà più facile il rapporto con un partito ultra-personalizzato, avversario di Napolitano e che, per esempio, sulle candidature regionali ha già dichiarato ostracismo alla metà degli attuali governatori del Pd.
Il problema con Casini infine è noto: in qualsiasi momento il centrodestra volesse farlo, sarebbe un gioco da ragazzi destabilizzare l’eventuale alleanza Pd-Udc con incursioni sui temi dei diritti civili (vedasi legge sull’omofobia).
Insomma, rispetto alla tanto contestata semplificazione veltroniana siamo già tornati abbondantemente indietro: quanto a sigle siamo già di nuovo più o meno all’era prodiana. Vediamo se quella stagione deve proprio riaprirsi sotto tutti i punti di vista.

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Politica
7 settembre 2009
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Sgonfiamo la bolla neocentrista
A forza di dire che siamo a un passo dal dopo-Berlusconi, o che ci siamo addirittura già dentro, finisce che uno ci crede davvero. E al povero popolo democratico, già tante volte deluso, manca solo che gli si faccia questa cattiveria: fargli credere che la liberazione dal Cavaliere sia lì, a portata di mano, magari un gentile omaggio da ricevere dopo il congresso. I capi del Pd dovrebbero sgomberare il campo da questa illusione, fare esplodere la bolla invece di contribuire a gonfiarla.
Il centrodestra è nel marasma come non gli era capitato neanche fra il 2001 e il 2006. I segni della crisi della leadership politica di Berlusconi sono evidenti. Europa ha già scritto più volte della disperazione che spinge Feltri al cannibalismo. Ma il comando, inteso in senso puro, assoluto, è ancora nelle mani del presidente del consiglio che lo usa con cinismo e con violenza crescente: dopo quello di Boffo, altro sangue dovrà scorrere prima che la Salò berlusconiana trovi pace.
Anche per questo, non c’è nulla nel panorama politico che giustifichi i calcoli del Pd su alleanze risolutive, o anche solo liberatrici. Innanzi tutto, non ci sono segni di erosione del consenso elettorale del Pdl e della Lega, anzi. I rapporti di forza, bene che vada, sono quelli del 2008.
Il progetto neocentrista di Casini e/o altri è al massimo ago della bilancia teorico in alcune regioni. E i capi dell’Udc ripetono a ogni occasione il disinteresse verso qualsiasi alleanza politica che li assimili al centrosinistra. Ipotizzare “piani esterni”, magari con la benedizione vescovile, come viene fatto dai giornali suscitando le aspettative di chi li legge, causa invece ironie in coloro che ne dovrebbero essere promotori.
Nel Pd questi concetti dovrebbero essere più chiari. Per salvare qualche Regione andrà  fatto ogni sforzo, naturalmente. E certo occorre farsi trovare preparati in caso di collasso berlusconiano, per quanto ipotetico sia. Ma orientare il congresso Pd su simili ipotesi a breve, questo sarebbe il più crudele degli auto-inganni. Per non dire che arretrare dalla vocazione maggioritaria a doversi affidare a Casini, Fini o Montezemolo appare quanto meno depressivo.

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