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Politica
10 febbraio 2012
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Non moriremo statalisti
Leggo sul Foglio che un gruppo di democratici – bersaniani, vengono definiti – elabora un manifesto «per una sinistra cazzuta» con l’obiettivo di allineare il Pd a un rinnovato pensiero socialdemocratico europeo, del quale sarebbero alfieri Hollande ed Ed Miliband.
Ne sono contento: compito dei giovani è lanciare sfide nuove, e anche se questa non suona particolarmente nuova comunque si tratta di una sfida, che il gruppo dirigente del Pd potrà raccogliere.
Guardo poi in tv le maratone di Giulio Tremonti per la presentazione del suo libro, e scopro che François Hollande è il modello anche del nostro ineffabile ex ministro dell’economia, che porta il Ps a esempio di un partito che vuole vendicare la sovranità nazionale contro le tecnocrazie e burocrazie europee, ribaltare i rapporti di forza fra potere statuale e finanza globale, colpire i banchieri arricchiti dalla crisi alle spalle delle famiglie.
E qui mi preoccupo.
Non per la convergenza fra Tremonti e alcuni dei suoi duri oppositori (è lui che deve rispondere, oltre che di molti errori più gravi, di esser stato colonna del governo nelle premesse più liberale della storia d’Italia, alla prova dei fatti il più conservatore, corporativo e neo-statalista), bensì per l’equivoco nel quale temo possano cadere gli amici e compagni Orfini, Fassina e Orlando, e il Pd nel caso dovesse decidere di seguire la loro rotta.
So riconoscere il mainstream, e ci sono molte ottime ragioni per cui il vento che soffia dal Pacifico agli Urali sia pieno di rancore verso l’un per cento ricco, di esasperazione per i danni della finanziarizzazione dell’economia, di voglia di riscatto contro l’impalpabile crudeltà di banchieri e brokers.
Tutti sanno riconoscere queste ragioni, è il motivo per cui un’utopia come la Tobin Tax sta per entrare nei trattati europei. Ma fra la riscoperta della proposta di controllo dei flussi finanziari avanzata del vecchio maestro di Mario Monti, e l’ondata di populismo neo-nazionalista che attraversa destre e sinistre americane ed europee corre un fossato che non dobbiamo neanche sfiorare.
È un punto sul quale già ci siamo incrociati, con alcuni di questi nuovi socialdemocratici del Pd, quando (prima del governo Monti, e anche nei suoi primi tempi) la soluzione tecnica per l’Italia veniva avversata in quanto dettata dagli euroburocrati asserviti alla destra neoliberista franco-tedesca. Non è così l’Europa, non era questo il senso dell’operazione Monti, e ora ne sicuramente convengono tutti. Così come sembra finita la guerra contro l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, animate dal medesimo argomento dell’esproprio della sovranità nazionale in politica economica.
Si dice di Hollande. Io spero che vinca, e spero che non vinca in un duello con Martine Le Pen perché per farlo dovrebbe esasperare promesse elettorali già ora avventurose, sul medesimo terreno del sospetto verso l’Europa e dell’impossibile ritorno al protezionismo che tanto piace anche a Tremonti. Non siamo francesi e non siamo in campagna elettorale, possiamo tifare per il Ps senza illuderci che possa mantenere la tenuta del costoso welfare francese o le 35 ore, mentre è evidente che certi livelli di benessere europeo sono insostenibili di fronte alle economie galoppanti di popoli affamati di ricchezza.
È vero che i progressisti europei, dalla Scandinavia alla Germania, recuperano forti caratterizzazioni sociali. Ci mancherebbe altro, col mondo del lavoro strizzato dalla recessione. Ma già con Ed Miliband siamo a una versione del Labour non più blairiana, molto più vicina alle Unions, ma certo neanche old: quando toccherà a noi governare non daremo illusioni, ha detto Miliband in un discorso recente pubblicato anche da Europa, non è pensabile che si possa tornare alla tradizionale ricetta di sinistra di una crescita gonfiata dalla spesa pubblica.
Questo è il punto: stiamo parlando di un’Europa che ha praticato e introiettato la Terza via, dove la sinistra ha guidato le rivoluzioni liberali o è sempre stata attraversata da questa vena (figuriamoci poi se il confronto si estende ai democratici americani). L’Italia, nel confronto, è un paese che sta provando solo ora, con enormi sforzi, a rendere i mercati più aperti, concorrenziali, “democratici”, intaccando rendite di posizione, corporativismi, sacche di assistenzialismo, micidiali ineguaglianze nel mercato del lavoro. A Berlino e a Londra possono porsi il problema di correggere le storture delle politiche liberiste: qui da noi siamo un giro indietro, che è anche una fortuna visto che le riforme liberali in corso, imprescindibili e sostenute in prima fila dal Pd, possono essere varate senza gli errori e le storture che oggi denunciano il Next Labour e gli eredi di Gehrard Schroeder.
Messi questi paletti, che limitano molto le speranze nelle virtù salvifiche della spesa pubblica e non contemplano alcuna paura di «finire fagocitati dalla svolta tecnocratica» (come teme Enrico Rossi, governatore della Toscana) ma all’opposto confermano il Pd nella necessità di far proprie le riforme di Monti (ciò che del resto si sta verificando), i democratici tornano comunque ad avere ambizioni maggioritarie, di egemonia sull’intero corpo sociale del paese senza appaltare nulla né al centro né a sinistra. Ottima intenzione. Non diteglielo, ma questi giovani turchi cominciano a somigliare a Veltroni. 
permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2012 alle 13:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 novembre 2011
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Vogliono solo arrivare a Natale
L’unico che l’aveva detta vera era stato Alfano, dietro la porta chiusa di un vertice del Pdl nel pomeriggio: dobbiamo a ogni costo arrivare a Natale. Arginare le defezioni nella maggioranza. Approdare a gennaio, quando la caduta del governo non potrà più essere rimediata dalla nascita di un altro esecutivo, ma solo seguita dalla corsa a elezioni a marzo.
C’era solo questo calcolo, politica spiccia di mediocre livello, dietro al tentativo che ieri sera – mentre chiudevamo questa edizione – stava invece portando il governo sugli scogli di una abdicazione definitiva.
Berlusconi voleva provare a salvarsi dal diktat europeo con un decreto che si limitava alla faticosa riscrittura della letterina redatta la settimana scorsa da Brunetta. Ma sul punto di varare il decreto, la giustificata diffidenza di Napolitano e la resistenza di Tremonti sembravano ieri sera avere avuto la meglio.
Se è saltato il decreto, è saltata la manovra salva-governo. Ed è saltato il governo medesimo, verrebbe da concludere obbligatoriamente.
Alla vigilia della scadenza, il G20 di Cannes, alla quale ci si sarebbe dovuti presentare finalmente con le carte in regola. E in chiusura di una giornata convulsa, attraversata da indiscrezioni sulla tentazione di Berlusconi di arrendersi, e da notizie contrastanti su una consistente fuga di parlamentari dal cuore del Pdl.
Cruciale è stato, ed è, il ruolo del capo dello stato.
Napolitano ha dovuto registrare l’incapacità del centrodestra di darsi e di dare alternative a un trascinamento incompatibile con le assolute urgenze del paese. Ha visto infrangersi contro l’intangibilità di Berlusconi la ribadita disponibilità delle opposizioni. Ma ha tenuto fermo il punto: non ci salva con gli artifici, non ci si salva senza che tutte le forze politiche e sociali siano chiamate ad assumersi le proprie responsabilità.
Questo, a quanto è dato di sapere, l’argomento usato contro il ricorso al decreto, che avrebbe tagliato via qualsiasi ipotesi di collaborazione.
Ma al Quirinale ieri sera non potevano non sapere che non è più una questione procedurale: fermare Berlusconi sulla scaletta dell’aereo per Cannes vuol dire fermarlo per sempre. 
permalink | inviato da stefano menichini il 3/11/2011 alle 8:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 agosto 2011
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Le sue mani nelle nostre tasche
Una manovra che, per cercare di «passare inosservata» come la voleva Berlusconi, evita tutta la roba per lui scottante: sfiora appena le pensioni, scongiura la patrimoniale, salva le prime case (ma anche le seconde, le terze, le quarte...), non affonda il colpo sulle professioni, conferma (per ora) l’Iva ai suoi livelli. Certo non dà libertà di licenziamento e non caccia nessuno dalla pubblica amministrazione (come, a credere a Tremonti, raccomandava la Bce), ma rappresenta un duro attacco al cuore dell’Italia che lavora: al ceto medio a reddito fisso, ai suoi livelli di benessere, ai servizi pubblici locali di cui usufruisce.
Né i troppo ricchi né i troppo poveri, e naturalmente mai gli evasori fiscali: chi è chiamato a pagare la salvezza del paese si colloca nel mezzo. Vittima di una manovra a metà fra populista e classista, se pure non nel senso tradizionale.
Delle raccomandazioni europee, la principale, quella decisiva, è ignorata. Neanche una misura appare finalizzata alla crescita, all’apertura dei mercati, all’effettivo contrasto alla stagnazione che nasce dagli oligopoli e dalla convenienza della rendita.
Il martello dell’operazione populista si abbatte sugli enti locali. Sciogliere 34 province e accorpare 1500 comuni sarà difficile: un’operazione che attirerà su di sé attenzione mediatica, polemiche, resistenze (da piegare). Ma sarà alla fine un diversivo, rispetto al massacro di sei miliardi tolti subito e di tre nel 2012: nell’ovvia impossibilità di recuperarli licenziando i dipendenti, si prospetta un’ecatombe di servizi primari al cittadino, manutenzioni, investimenti. Accompagnata da inevitabili nuove tasse locali, alle quali il governo farà finta di essere estraneo.
Una manovra siffatta è figlia di non-scelte, della paralisi dei veti leghisti e degli odi personali. La sua sostanza rimane però, inevitabile: Berlusconi ha messo le mani nelle tasche dei cittadini. Ce le ha affondate, anzi. E nessun artificio retorico lo salverà da questo suggello inglorioso al fallimento della sua carriera politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 13/8/2011 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 agosto 2011
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Almeno Bersani e Casini tengono bene
In una giornata che gli ha procurato stupore, incertezza e una forte preoccupazione, almeno una cosa Giorgio Napolitano ieri l’ha appuntata con sollievo: il mondo politico non è tutto impazzito come Bossi, e lo sbando di cui è preda la maggioranza non è generalizzato.
Dalla pirotecnica audizione di Tremonti la mattina, fino alle visite di Bersani e Casini in serata, il capo dello stato ha registrato che esiste almeno un asse riformista che vuole stare ai fatti e ai numeri, è disponibile a verificare qualsiasi ipotesi purché ragionevole ed equa, e si tiene ben ancorato all’Europa sapendo che per l’Italia non c’è salvezza se perde contatto con i più forti partner (soprattutto nel momento in cui Sarkozy e Merkel mostrano di voler governare coi loro modi e i loro tempi).
È perfino difficile parlare del governo, delle sue convulsioni, del clima da resa dei conti mortale che si intuisce nelle stanze di Berlusconi e Tremonti, come in quelle di Bossi e Maroni. Un premier che rifiuta di associare il proprio ultimo atto politico a qualsiasi tassa; un superministro che, pur con le spalle scoperte, riesce per boria a indispettire leader dell’opposizione disponibili almeno a discutere con lui; un capo leghista imbarazzante, al quale per carità di patria e umana pietà i giornalisti non dovrebbero più porre domande. Ecco, la manovra straordinaria è nelle mani di questi soggetti, tra i quali non esiste solidarietà né comune sentire.
Ancora nessuno sa con certezza che cosa prevarrà nel menu del decreto fra eurotassa per i benestanti, patrimoniale, intervento sulle pensioni, tassazione delle rendite, mercato del lavoro, accorpamento delle festività. È legittimo sospettare che i pesi sulla bilancia possano disporli più Draghi e magari lo stesso Napolitano, piuttosto che governanti così malridotti.
Almeno però – barlume di speranza – nel Pd non c’è più traccia di radicalismi e pulsioni euroscettiche, e il Terzo polo ha accantonato il tatticismo. Non sappiamo se e come supereremo la contingenza, ma è essenziale che nei suoi spasmi non si smarrisca ciò che è vitale per il futuro del paese, cioè un’alternativa al fallimento presente.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/8/2011 alle 8:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
11 agosto 2011
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La verità è che non sanno che fare
L’attesa era fortissima. Ora però ne sappiamo quanto ne sapevamo ieri. Cioè niente.
Non solo noi.
Non ne sa nulla quella inedita e preziosa alleanza dei produttori che è stata inutilmente convocata a palazzo Chigi. Non ne sanno nulla gli operatori finanziari, lasciati a cavarsela nella mostruosa tempesta borsistica. Non ne sanno nulla i partiti. Non ne sanno nulla, figurarsi, i cittadini: come lavoratori, contribuenti, imprenditori, risparmiatori, pensionati, consumatori, in qualsiasi veste abbiano paura per il futuro.
Non sappiamo nulla di come l’Italia potrebbe uscire dall’emergenza per il semplice drammatico motivo che non sa nulla chi dovrebbe fare le scelte. Chi ha promesso di fare «presto e bene». Chi si vantava di aver già avviato tutte le misure necessarie e ieri ha dovuto ammettere che invece «tutto è cambiato» e che la manovra «va completamente ristrutturata».
Non lo dice più solamente Bersani, che il problema principale dell’Italia è la nullità che si trova alla guida del paese.
Il primo degli editoriali del Financial Times di ieri concedeva a Berlusconi un’ultimissima chance di dimostrare che tiene più agli affari pubblici che ai propri. Ma senza nutrire alcuna fiducia: «Ciò che l’Italia sta soffrendo non deriva da un colossale deficit di bilancio, ma da un colossale deficit di leadership politica». E la Borsa di Milano non aveva ancora chiuso, peggiore d’Europa, a meno 6,6 per cento. E il presidente del consiglio non aveva ancora confermato – davanti a Marcegaglia, Mussari, Camusso, Bonanni e gli altri – il proprio stato di stordimento.
Gianni Letta ha annunciato, e senza ironia, l’apertura di almeno tre o quattro tavoli di concertazione: così l’ennesimo dei tanti «momenti della verità» è sfumato, come i precedenti, nel rinvio causato dai veti nella maggioranza.
Oggi alla camera se ne consumerà un altro, dove almeno le opposizioni potranno confrontarsi con Tremonti. Sarà altrettanto deludente, temiamo. Del resto, perfino il prossimo “decisivo” consiglio dei ministri pare evento remoto, avvolto nelle nebbie.
Alla fine, anche chi vorrebbe collaborare, con le migliori intenzioni, potrà trovarsi a prendere atto che nessuna casa che brucia può essere salvata se il pompiere rimane immobile, attanagliato dal terrore e dall’incapacità.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/8/2011 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
9 agosto 2011
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crisi bce berlusconi tremonti draghi trichet pd bersani
Ma noi che diremmo a Draghi?
In queste ore durissime – mentre da Washington a Berlino tanti occhi sono puntati sull’Italia, che come scrive Paul Krugman sul Nyt è seria candidata al prossimo deafult – chi fa politica nel centrosinistra con onestà intellettuale e spirito critico può porsi due domande.
La prima è quanta parte della crisi attuale sia da mettere davvero in carico a Berlusconi, e quanta vada invece spartita da tutto il sistema politico e dai governi della Seconda repubblica.
La seconda domanda è se davvero il centrosinistra – diciamo meglio, il Pd – sarebbe pronto oggi a rispondere, in un quadro politico completamente diverso, al tipo di istanze precise che vengono dalla Bce come condizione per il sostegno finanziario al paese.
Anticipo qui una parte della risposta: con grande difficoltà. E col paradosso di dover pagare per la fine di Berlusconi il prezzo di misure sociali indigeribili per la sua base, o almeno incongrue con quanto il Pd di Bersani ha detto negli ultimi mesi.

Ma riprendiamo dalla prima domanda, alla quale la risposta è tutto sommato facile. Ci facciamo aiutare da un commentatore davvero mai tenero col centrosinistra come Luca Ricolfi, che fissa al 1998 l’ultimo sprazzo di luce riformatrice, di volontà politica di scardinare i blocchi rugginosi del sistema Italia. Dopo il primo governo Prodi, per motivi e con attori diversi, siamo finiti nella palude.
Mi pare una periodizzazione corretta. Che certo coinvolge quell’ultimo pezzo di legislatura ulivista (D’Alema e Amato), prima velleitaria e poi disperata; e poi il biennio unionista 2006-2008, da bocciare quasi senza eccezioni. Ma che soprattutto condanna senza riserve ben otto anni di Berlusconi premier e Tremonti (quasi) ininterrottamente alla guida dell’economia: la storia di un fallimento epocale, moltiplicato proprio dal fattore di cui il centrodestra mena maggior vanto, cioè la continuità della leadership governativa e politica.

Vista in retrospettiva, l’esperienza berlusconiana di governo dell’economia è stata catastrofica soprattutto nella sua nullaggine, nella straordinaria capacità di massimizzare i conflitti (sociali, politici, fra poteri) a fronte di obiettivi riformatori microscopici: pomposamente enunciati, faticosamente e goffamente condotti, raramente applicati, mai verificati nella loro funzionalità.
Le due opposte stagioni di Tremonti – prima campione contro gli euroburocrati «mai eletti» e oggi solerte portaparola di Bruxelles e Francoforte – sono l’emblema di una destra che ha accumulato potere senza avere una dottrina né una politica. Le tabelle sulle voci della spesa pubblica negli ultimi tre anni, elaborate dal Sole 24 Ore, sono fantastiche se si pensa che parliamo del premier-imprenditore: sono cresciuti soprattutto i capitoli per gli ammortizzatori sociali, per la previdenza, per le spese di governo; i tagli più drastici su energia, sostegno al turismo, opere pubbliche, tutela ambientale, beni culturali, trasporti, incentivi alle imprese... cioè su qualsiasi investimento produttivo, scommessa sul futuro, ammodernamento infrastrutturale.
Crisi, recessione e disoccupazione sono state inseguite. E mentre al volgo si raccomandava ottimismo, coloro ai quali toccavano le scelte abdicavano alle responsabilità. È stato così fino all’ultimissimo, fino alla recente goffa manovra che rinviava i sacrifici al dopo-Berlusconi.
Oggi si paga il prezzo, con gli interessi di un discredito internazionale che rende i governanti italiani i meno attendibili di tutti gli inattendibili governanti occidentali.

Le tabelle sulla spesa pubblica “parlano” però anche al Pd. Per due motivi. Il primo è che le migliaia di miliardi versati nella fornace degli ammortizzatori sociali e della previdenza li avrebbe spesi con ogni evidenza anche il centrosinistra, che infatti ha spesso spinto Tremonti a questo inevitabile passo (l’ha annunciato anche Obama, che però parte da ben altro sistema e lo ha accompagnato a una promessa di patrimoniale).

Il secondo motivo investe l’immediato futuro, nel quale Bersani ha offerto la disponibilità per una cogestione della crisi, all’ovvia condizione che chi ha governato il paese fino ad adesso se ne vada.
Il pervicace attaccamento di Berlusconi al potere eviterà di misurare fino a dove questa disponibilità potrebbe spingersi, e questo è un male per il paese ma forse è un bene per il Pd.
Perché, certo, il partito ha un nutrito pacchetto di proposte proprie. Ma dalla Bce e da Draghi (alle cui ricette da Governatore il Pd ha sempre dato appoggio) arrivano, tra le altre, richieste dure e precise su mercato del lavoro e liberalizzazione  nei servizi pubblici, a partire da quelli locali.
Sono istanze “liberiste”, come si dice qui spregiativamente, che i riformisti di centrosinistra erano arrivati a sfiorare prima però di allontanarsene. Sarebbero aggirabili queste richieste, pur con tutta l’eventuale nuova “forza politica” e contrattuale di un governo di larghe intese? Sono nel range della disponibilità di Bersani a fare «anche cose difficili», come ha detto alla camera?
Il fatto che portatori in Italia di ricette così aspre saranno gli impresentabili Berlusconi e Tremonti ci esime dalla verifica. Che prima o poi però arriverà. O almeno, lo speriamo.
permalink | inviato da stefano menichini il 9/8/2011 alle 8:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
6 luglio 2011
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Alfano, Tremonti: due brutte figure parallele
Angelino Alfano e Giulio Tremonti sono le due facce dello stesso drammatico fenomeno: una classe dirigente, che pure avrebbe qualche carta da giocarsi, trascinata da Berlusconi nel proprio decadimento personale e politico.
Il problema li accomuna, insieme a pochi altri che nel Pdl possono immaginare di avere una vita autonoma oltre Berlusconi. I comportamenti dei due ministri sono molto diversi. Alla fine però l’impressione è che l’esito dei tentativi di sopravvivere possa essere lo stesso per entrambi. Negativo.
Alfano esce a pezzi dal tentato blitz sul lodo Mondadori, in un modo perfino imbarazzante per lui. Sua la competenza su questa materia di giustizia civile. Suo il solenne impegno, agli inizi della scalata alla segreteria, a non fare più leggi ad personam. Sua, al Consiglio nazionale Pdl, la roboante invocazione per un partito degli onesti. E suo, per tutta la giornata di ieri, il penoso silenzio come ministro e come segretario.
Non era stato carino Bersani nel liquidarlo, al momento dell’acclamazione, come «segretario di Berlusconi»: purtroppo (e lui lo sa) da questa vicenda Alfano esce proprio così. Per di più, come un segretario goffo e malaccorto.
Quanto a Tremonti, pare che la soffiata all’esterno, affinché il blitz venisse sventato, sia partita proprio da via XX settembre.
Qui vediamo all’opera tutt’altra pasta di ministro che pensa al proprio futuro. Tremonti s’è mosso in modo cinico, spregiudicato, senza farsi problema di causare un’umiliazione a Berlusconi e al proprio governo. Certo però non è stato coraggioso. Non ha avuto la forza di mettersi di traverso, ha preferito far saltare il codicillo salva-Fininvest in modo più subdolo.
Sbaglia però Tremonti se pensa di cavarsela tanto meglio del suo collega della giustizia. La sbandierata «valenza etica» della manovra, già compromessa dalla sparizione dei famosi tagli ai costi della politica, è comunque ridicolizzata. E lui esce da quest’ultima vicenda non come un complice, forse, ma neanche come un eroe. Casomai come uno Iago, come del resto è già considerato all’interno del Pdl.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/7/2011 alle 7:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
1 luglio 2011
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pd bersani manovra fiom cgil di pietro vendola tremonti
C'è chi vince da fermo e chi va in affanno
Può darsi che la linea del Pd di Bersani possa essere definita come attendista, attenta a non sbilanciarsi da nessuna parte e quindi capace, in questa fase, di raccogliere flussi di consenso diversi, provenienti da differenti aree dello scontento italiano.
Occorre però anche dire che gli eventi provvedono a evidenziare gli squilibri altrui, i soggetti che di fronte alla crisi e alle scelte che essa impone non si dimostrano all’altezza del bene collettivo, a prescindere che siano partiti di sinistra o di centrodestra, singoli leader, organizzazioni sindacali.
Per esempio, quello che è successo sulla Tav si sta replicando a seguito dell’accordo sulla nuova contrattazione.
La maggioranza della Fiom – non paga delle sconfitte subìte in fabbrica o forse proprio a causa di quelle – si colloca deliberatamente in una posizione estrema, rompe con la Cgil e mette in difficoltà i soggetti politici che naturalmente (Vendola) o per calcolo (Di Pietro) avevano scommesso sul rapporto preferenziale con Landini. Senza esporsi, senza fare sforzi, il Pd si ritrova invece in sintonia con la stragrande maggioranza del mondo sindacale finalmente tornato all’unità.
Per di più, questo accade nel momento in cui anche l’asse preferenziale di Cisl e Uil col governo, per il tramite del divisivo e conflittuale ministro Sacconi, tramonta nel nome della priorità del rapporto fra le parti sociali (ma anche di una fredda valutazione di Bonanni e Angeletti sulle prospettive politiche del governo).
Sul versante opposto, appunto quello del governo, lo sbandamento è talmente clamoroso da non dover essere sottolineato. Difficile che anche Tremonti, nonostante gli endorsement del capo dello stato, esca bene dalla vicenda della manovra. Comunque una novità come la tassazione al 20 per cento delle rendite finanziarie suona plateale riconoscimento della giustezza delle proposte tradizionali del centrosinistra in materia fiscale: anche qui, la palla rotola sui piedi di Bersani senza che lui si sia dovuto scalmanare per conquistarla.
(Se questo quadro incoraggiante è vero, suona assurdo che il Pd, nato nel bipolarismo e nel maggioritario, voglia cercare guai e dividersi per colpa di una nostalgia proporzionalistica che Bersani non condivide e che è irresponsabile gettargli sul percorso).
permalink | inviato da stefano menichini il 1/7/2011 alle 7:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
22 giugno 2011
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Prendono tempo, perdono voti
La maggioranza ha scelto la linea di minima resistenza. Meglio così per qualcuno di loro, forse. Meglio così per le opposizioni, di sicuro. Peggio per il paese, garantito. Potrebbe non reggere, l’argine eretto ieri in parlamento, ma intanto l’hanno sollevato di qualche centimetro: 317 voti di fiducia. Voti che non stupiscono. È il soccorso estremo prestato non a Berlusconi, bensì a se stessi, da parte di deputati senza speranza di rielezione.
L’opposizione non si scompone, è lontana la delusione del 14 dicembre. Ogni giorno che passa, considerando che non porta mai gloria al governo ma solo nuovi guai, si aggrava l’emorragia elettorale del centrodestra. Berlusconi e Bossi prendono tempo mentre perdono voti, ma così facendo fanno il gioco di un’opposizione che si rafforza quasi senza fare nulla. Già oggi non è più vera, la litania sul Berlusconi che non avrebbe alternativa: dappertutto in Italia si sono trovate e hanno vinto, alternative le più disparate ai candidati berlusconiani. A livello nazionale, si dovesse votare a breve, una vincente e convincente coalizione alternativa si costruirebbe in due settimane.
Non c’è un solo lato della fortezza Berlusconi che tenga. Il governo riesce a innervosire gli italiani su tutto, perfino sulle prove Invalsi sbagliate per gli esami delle scuole medie. Si avvicina il momento della stretta di Tremonti, che sarà ben più percebile della remota riforma fiscale. Lo sconcio della spazzatura a Napoli ricadrà su Berlusconi, che si illude se spera di scaricarlo su de Magistris abbandonando la città: il sindaco gliela scatenerà contro, la città.
Infine, al Nord importerà zero della vicenda ministeri da trasferire, ma ieri la Lega ha perso la faccia di fronte ai militanti, che per lei contano. Hanno profanato «il sacro prato di Pontida», come lo chiama Maroni (a proposito del quale vorremmo invitare a una misura di igiene Bersani, che incalza la Lega così bene: la prossima volta che lo incontra pubblicamente, prima di intavolare discussione gli chieda però esplicita abiura della secessione. Così, come si faceva una volta con la pregiudiziale antifascista).
permalink | inviato da stefano menichini il 22/6/2011 alle 7:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
4 giugno 2011
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Aiutarli a manovrare? No grazie
Un fantasma si aggira per l’Italia. È la manovra da 40 miliardi che l’Europa ci chiede, che Draghi ha severamente rammentato al governo, e che rimane rigorosamente fuori dallo scoppiettante dibattito nel centrodestra su primarie sì, primarie no, primarie dove.
A noi, che ci siamo passati, fa perfino tenerezza l’entusiasmo da neofiti dei pretoriani che si sentono liberi solo perché pronunciano frasi fino a ieri proibite. Sembrano bambini che godono a dire le parolacce. Primarie. Candidati. Competizione. Quando le primarie le faceva il Pd, per la destra erano solo la prova delle divisioni interne del centrosinistra. Ora, per vie misteriose, dovrebbero servire a salvare la leadership di Berlusconi stile ’94, cioè la più autocratica che si conosca (il nesso fra lo strumento e l’effetto desiderato non è chiaro, ma per una volta non dovete chiederne conto a noi).
Torniamo alla manovra, però. Dovrebbe essere l’argomento principe del dibattito pubblico, invece è come se potessimo farne a meno. E quando Tremonti la tirerà fuori, anch’essa sarà triturata nelle polemiche sul ruolo di La Russa, i poteri di Alfano e le ambizioni di Alemanno.
Stia bene attento, per parte sua, il Pd. Il senso di responsabilità è cosa buona e giusta e il centrosinistra, si sa, né è pervaso come nessun altro. Ma qualche perplessità sorge quando leggiamo la disponibilità di D’Alema a farsi carico di una parte dell’onere di dare dispiaceri agli italiani. Si tratterebbe, in volgare, di pagare l’allontanamento di Berlusconi da palazzo Chigi con una compartecipazione alla stangata d’estate.
Ora, a parte che stiamo parlando di nulla (visto che nessuno a destra raccoglie simili offerte), siamo sicuri di volerci prendere questa rogna nella parte di legislatura che rimane, consentendo per di più a Berlusconi di liberarsene e quindi di rimettersi a girare l’Italia per denunciare non solo l’ennesimo ribaltone ma anche il ritorno al potere dei dracula fiscali?
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Diario
10 maggio 2011
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Berlusconi fa harakiri, Tremonti peggio
La giornata è dominata dall’harakiri di Berlusconi, che dall’interno del tribunale di Milano si fa trascinare dall’odio verso i magistrati nell’unico giorno in cui doveva evitarlo. Per rispetto verso i famigliari delle vittime del terrorismo che venivano in quell’istante onorate al Quirinale, o semplicemente per calcolo d’opportunità.
È apparsa abbastanza patetica, oltreché inutile, la sfilata di capi e capetti del Pdl che per tutto il pomeriggio di ieri si sono affannati a mettere una pezza, a proporre improbabili distinguo fra i pm di Milano e gli altri magistrati. Berlusconi è quello che pensa che per entrare in magistratura occorra essere malati di mente: l’ha detto più volte, c’è poco da aggiustare. Peggio per lui se è incorso in un infortunio che adesso i più maligni potrebbero anche addossare a Napolitano.
La verità è che il presidente della repubblica sta forzando molto in difesa dell’ordine della magistratura. La giornata di ieri gliene dava una straordinaria e giustificata occasione. Berlusconi doveva solo riuscire a tacere: non c’è riuscito perché ormai è ottenebrato, privo di lucidità.
Proprio la defaillance berlusconiana accende i riflettori sul suo possibile successore, erede o magari rivale. E vale la pena di soffermarsi un attimo sul Tremonti del comizio leghista di Bologna di domenica. Quello che «se vince la sinistra il prossimo sindaco si chiamerà Alì».
Chissà se il ministro si esprime con tanta volgarità nei seminari dell’Aspen, quando parla a Davos, nelle riunioni dell’Ecofin. Lì si accredita come statista, in Italia passa per filosofo. Ma ora sappiamo che, se dovesse mai chiedere voti, non varrebbe mezzo Calderoli, si farebbe sovrastare intellettualmente da Gasparri. Dovendo improvvisare un mestiere che non è il suo, Tremonti stecca malamente.
È un’altra spia rossa che s’accende nel Pdl.
Se Berlusconi è bollito, chi dovrebbe prendere il suo posto semplicemente non è capace.
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Politica
23 aprile 2011
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Così la destre perde anche se vince
Vittorio Feltri è disperato. E se è disperato Vittorio Feltri, vuol dire che le cose si mettono veramente male. Certo è buffo, il direttore di Libero: dopo aver appiccato per più di un anno il fuoco nell’accampamento del centrodestra, oggi si stupisce del vandalismo generalizzato. Eppure lo dovrebbe sapere: a forza di denunciare ed espellere le quinte colonne, l’epurazione diventa ossessiva e compulsiva.
Ecco allora Feltri, e come lui altri incendiari come Gasparri, angosciarsi per il suicidio di massa del Pdl milanese in piena campagna elettorale; e far finta di non capire da dove parta il siluro lanciato dal superberlusconiano Galan contro il ministro Tremonti, per il tramite del Giornale (Feltri lo sa, e l’ha anche raccontato in altre occasioni: è escluso che Sallusti prenda un’iniziativa come quella dell’intervista a Galan senza avvertirne l’editore).
In realtà, lo stato convulsivo non è più la patologia bensì la condizione fisiologica del Pdl. Nessuno qui dà Berlusconi né per sconfitto né per finito, e il centrosinistra ha archiviato spallate e ribaltoni. Ma la situazione era simile anche un anno fa, quando inatteso scoppiò il bubbone Fini. Evidentemente il centrodestra, bravo a compattarsi negli scontri frontali, si squaglia quando viene lasciato solo a fare i conti con i suoi incubi.
La follia milanese è figlia della fiducia accordata a gente che tra l’altro non c’entra con la storia di Forza Italia, tipo Santanchè, e potrebbe anche concorrere a una sconfitta: è chiaro ormai, Moratti mostra di saperlo, che solo la Lega può farla vincere, con le ovvie conseguenze in termini di ulteriore scivolamento del potere, lontano dai la Russa e dai Formigoni.
Ma ciò che è successo a Roma, nel triangolo Galan-Tremonti-Berlusconi, è gravido di conseguenze perfino peggiori. Aver messo il superministro dell’economia spalle al muro vuol dire che le amministrative saranno devastanti in caso di sconfitta, ma inutili in caso di vittoria, perché in qualsiasi day after lo scontro sarà violento. Come del resto accadde nel 2010, quando la vittoria nelle Regionali non impedì la deflagrazione del caso Fini.
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Politica
22 aprile 2011
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La prevalenza del kamikaze
«Che fai, mi cacci?», chiese Fini a Berlusconi esattamente un anno fa, durante la famosa direzione del Pdl. Si sa come è andata a finire, con una scissione che non ha portato benissimo a Fini, ma ha annunciato il fallimento del progetto berlusconiano.
«Che fai, mi fai cacciare da Sallusti?», avrà chiesto ieri Giulio Tremonti al medesimo Berlusconi, dopo che mesi di punzecchiature s’erano trasformati in un titolone d’apertura sul Giornale, con la richiesta esplicita di far fuori il superministro dell’economia, reo di giocare in proprio e di negare al Pdl i fondi necessari, non a governare bene bensì a vincere le elezioni.
Berlusconi ha risposto a Tremonti diversamente da come fece con Fini: no, non ti caccerò. Anzi, condivido la tua linea di politica economica. La realtà è un’altra: come scrivevamo anche ieri, è proprio il giornale di Sallusti-Santanchè che esprime il pensiero autentico del premier. Del resto, la cacciata di Tremonti non era una trovata giornalistica, bensì la richiesta di uno dei ministri pesanti (per pedigree berlusconiano), Galan, che trovava modo di prendersela anche con Cicchitto e La Russa, accomunati dall’infamante definizione di politici di professione.
È chiaro che, benedetta o no da Berlusconi, questa è la corrente vincente nel Pdl. Una corrente capace anche di imporsi a Letizia Moratti, con conseguenze per lei devastanti, indicando nell’incompatibile Lassini l’eroe da votare nelle comunali milanesi: l’appoggio del foglio berlusconiano va dunque all’uomo che ha fatto fin qui il massimo danno alla candidata Pdl.
Non è una sindrome suicida, anche le somiglia molto, bensì la conseguenza della convinzione che sia letale per Berlusconi qualsiasi cedimento sull’altare delle compatibilità fiscali, economiche, istituzionali (con Napolitano).
Fra i molti tagliati fuori da questa prevalenza del kamikaze c’è chi in gran ritardo si avvia sul percorso di Fini, come Pisanu. C’è chi accetta in silenzio l’emarginazione e una dura perdita di credibilità, come Letta. C’è chi, in confessata confusione, alterna corrività e prese di distanza intellettuali, come Ferrara. E infine c’è chi come Tremonti, immaginandosi garante di equilibri e interessi nazionali e sovranazionali, si arrocca in attesa che Berlusconi si faccia fuori da sé.
Nessuno di loro, francamente, sta facendo una gran figura e un gran servizio al paese.
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Politica
13 aprile 2011
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Anche sull'Europa, giù la cresta
Con buona pace di Radio Londra di Giuliano Ferrara e degli improbabili istigatori alla secessione, in Europa più che rompere i piatti facciamo la parte dei piagnoni inconcludenti, alla fine costretti ad abbassare la cresta. Non ci piaceva ieri di subire l’ostracismo decretato da Parigi con l’acquiescienza di tutte le altre capitali, ci piace ancor meno oggi di vedere la sfilata dei ministri che fanno atto di contrizione, riducendo lo sfogo di Maroni di lunedì a quello che realmente era: la confessione di una impotenza.
Volendo, tutta la storia del berlusconismo si riduce a questo, ed è perciò che su Europa non siamo mai stati convinti della tesi del regime. Dalle ronde nelle città ai milioni di padani armati, dallo sparare agli immigrati all’abolizione della corte costituzionale, dalla subordinazione dei pm al presidenzialismo, dal bavaglio per le intercettazioni telefoniche ai lodi personalizzati: a ogni annuncio stentoreo, per piccole o grandi cose, ha sempre fatto seguito una ritirata più o meno diluita nel tempo, più o meno umiliante, più o meno compresa dal grande pubblico.
A pensarci bene, perfino nel settore dove i danni sono stati invece evidenti, quello dell’informazione, dopo tanti editti e nonostante tanti servilismi Berlusconi deve ancora mandare giù gli stessi talk-show di prima, gli stessi conduttori di prima, gli stessi comici di prima, la stessa Raitre di prima: ci mancherebbe altro che non fosse così, certo. Ma anche questo è un ambito nel quale la velleità censoria, esercitata nei modi più goffi e stupidi, alla fine s’è sempre arresa alla forza della realtà.
È però nella politica economica che diventano macroscopici, clamorosi, l’impotenza, la subalternità ai poteri veramente forti e l’incapacità di realizzare i propri disegni. Giulio Tremonti – in questi giorni in procinto di presentare una manovra per l’ennesima volta «dettata» dall’odiata Europa – è il simbolo di questa resa berlusconiana. Il ministro per l’economia amministra il triste passaggio dal sogno al mondo reale, dalla pretesa all’accomodamento. Per questo, soprattutto per questo, il presidente del consiglio lo detesta.
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Politica
12 aprile 2011
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È vero, c'è un complotto internazionale
L’Europa ha dichiarato l’ostracismo politico all’Italia.
E per quanto i destinatari di tale condanna all’esclusione siano Berlusconi e Bossi, la notizia non può fare piacere a nessuno (anche perché non pare destinata a modificare in nulla lo stallo del quadro politico nazionale).
È una cosa mai accaduta prima, non c’è memoria di situazioni analoghe da quando c’è l’Unione.
Neanche il precedente della brutta Polonia dei fratelli Kaczynski funziona: perfino quel paese pulsante di sentimenti xenofobi e antisemiti aveva più alleati di quanti ne abbia l’Italia di oggi. Senza contare che al brutale isolamento europeo noi dobbiamo aggiungere il gelo americano, che non può essere scaldato né da qualche rara telefonata fra Roma e Washington, né dalla subalternità perfino imbarazzante di Frattini alle direttive di Hillary Clinton: se ne riparlerà, e molto, avvicinandoci al 2 giugno, quando a Roma al fianco di Napolitano per una celebrazione speciale della Festa della Repubblica ci sarà Joe Biden, con Obama impegnato in un tour europeo scrupolosamente disegnato per evitare l’Italia.
L’intenzionalità politica dei maltrattamenti diplomatici inferti a Maroni in questi giorni è troppo evidente. Lui stesso, scosso, l’ha denunciata in modo schietto ancorché autolesionista. Il ministro leghista, vittima del proprio eccesso di furbizia sull’emergenza tunisina, non sa come uscire dal guaio nel quale ha messo se stesso, il governo e il paese. E così l’unica arma dialettica la recupera dal bagaglio più tradizionale della Lega anti-europeista, imitato e anzi scavalcato dal compagno-rivale di partito, Calderoli.
Ma è follia elevata al quadrato, una confessione di rabbiosa impotenza che mette in allarme il Quirinale e offre il fianco alle opposizioni.
Non solo. La reazione anti-Ue capovolge il dato politico macroscopico della legislatura: un governo a guida berlusconiana che, per volontà e imposizione di Tremonti, ha governato l’economia italiana (letteralmente) «sotto dettatura europea». In questo paradosso c’è tutto l’impazzimento del governo italiano. Stiamo parlando di Tremonti e della Lega, cioè dei due poli dell’asse che tiene in piedi e condiziona l’esecutivo, a discapito delle esigenze di propaganda e di spesa del premier.
L’asse si spezza oggi (e Maroni ne annuncia uno, rinnovato, con Berlusconi) lasciando sempre più Tremonti come unico interlocutore dell’odiata – ma indispensabile e inaggirabile – eurotecnocrazia, la stessa contro la quale il ministro dell’economia si batteva in un’altra delle sue molte vite, e che negli ultimi tre anni è stata invece la sponda delle sue politiche di contenimento della spesa pubblica.
Tuttora è così: mentre Maroni, Calderoli e anche Berlusconi si battono contro l’ostilità delle capitali europee, Tremonti gioca proprio lì la sua battaglia per portare Draghi (proprio lui, il Governatore exnemico) al vertice della Banca europea.
Non sappiamo quali conseguenze avrà in Italia questa divaricazione, che peraltro Tremonti ha praticato senza mai dichiarare. Dipendesse dal ministro dell’economia, nessuna conseguenza. Ci penseranno però i giornali vicini al premier a riscaldare gli animi e riaccendere i sospetti: già lo fanno, ogni giorno, scaricando su Tremonti ogni sorta di maldicenza, la più grave delle quali riguarda la manovra che ha portato all’estromissione di Geronzi da Generali.
Torniamo però all’ostracismo europeo. Gli episodi sono ormai innumerevoli. Le motivazioni, oblique e non commendevoli. Berlusconi s’è messo da tempo contro Sarkozy, per motivi anche di rivalità e concorrenza personale. Ora viene ripagato, da un governo se possibile più xenofobo di quello italiano, più opportunista di quello italiano, elettoralmente messo peggio di quello italiano, ma rispetto a quello italiano enormemente più forte in Europa e nei rapporti con Washington.
Quando ancora sanguinava l’offesa della videoconferenza sulla Libia assente il solo Berlusconi, da destra si citava la Germania come nuovo amico: pochi giorni, e anche quel governo (di destra, anzi stesso partito europeo del Pdl) molla Roma al suo destino e ai suoi tunisini.
È evidente: c’è una scommessa internazionale contro Berlusconi, contro l’infrequentabile del bunga-bunga. Ma torna in mente ciò che scrivemmo nei giorni lontani del trionfo di Obama: improvvisamente, Berlusconi apparve allora come la cariatide, l’ultimo testimone di un’epoca chiusa, condannato a rimanere fuori sincrono rispetto agli uomini e ai processi nuovi. Già, c’è qualcosa di più del bunga-bunga. C’è una selezione della specie politica che ci fa fuori, senza speranza di poterci rivalere con un impraticabile nazionalismo.
La colpa, se questa condizione micidiale continuerà, non è più neanche di Berlusconi ma di un ceto politico di centrodestra (Lega e Tremonti inclusi) che preferisce arrivare al cannibalismo piuttosto che tentare una qualsiasi via d’uscita per salvare se stesso e l’Italia. 
permalink | inviato da stefano menichini il 12/4/2011 alle 14:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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