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Diario
19 dicembre 2012
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Paura di votare
Improvvisamente, non hanno più fretta. Non so che cosa Ghisleri abbia detto a Berlusconi, in ogni caso lui deve essersi convinto che passando giorni interi davanti alle telecamere di qualsiasi rete tv (Santoro compreso: evidente l’interesse per il pubblico grillino) le sorti del Pdl possono essere rovesciate. E che si possa ripetere la magia (aiutata dal conflitto di interessi) già tante volte tentata.
La rimonta del 2006 su Prodi è il precedente al quale si guarda (compresa la promessa berlusconiana di allora di abolire l’Ici e quella odierna di abolire l’Imu). Come scrive Paolo Natale su Europa l’autentico rischio 2006 rimane l’inesistenza di una vera maggioranza al senato: rischio che solo una vittoria Pd più ampia di quella prevista potrebbe sventare. Neanche l’apparizione della famosa Lista Monti cambierebbe le cose.
In questo quadro, si capisce perché il Pdl, non avendo niente da perdere tanto meno l’onore, giochi cinicamente con i lavori d’aula sulla legge di stabilità. Dopo aver causato la crisi anticipata della legislatura, ora prova a riallungarne artificialmente la vita. Vedi mai che una settimana in più di occupazione del teleschermo frutti qualche decimo percentuale al mentitore seriale che abbiamo visto all’opera ieri sera.
La verità è che, dopo tanto cianciare di sovranità popolare, il Pd è l’unico partito pronto ad affrontarne il giudizio. Dagli arancioni al Pdl, da Casini a Grillo, l’impreparazione è evidente.
Operazioni improvvisate di aree eterogenee come quella nata intorno a Ingroia. Una coalizione centrista ancora in attesa dell’esito delle riflessioni di Monti. Un centrodestra disperato che torna a dipendere dai giochi di prestigio più frusti. E Grillo, anche lui: la bile con la quale commenta anche le primarie democratiche per i parlamentari, dopo quelle tra Bersani e Renzi, è la prova che l’onda di M5S s’è ormai fatta risacca.

PS. Anche i radicali sono impreparati al voto. Ma vivaddio (e viva Pannella) lo dichiarano, ne denunciano le ragioni, chiedono sostegno senza infingimenti a chi possa candidarsi dando loro qualcosa che ammettono di non avere. È lo stile di trasformare una debolezza in forza. Non sappiamo se funzionerà. Ma temiamo che se Pannella non dovesse salvarsi da questa sua ultima campagna, non ci sarebbe mai più un’altra chance per le idee radicali. La forza consiste anche nel sapersi fermare al momento giusto.
permalink | inviato da stefano menichini il 19/12/2012 alle 8:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
2 dicembre 2012
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Un minuto dopo la vittoria
Abbiamo già scritto tutto. Che è stato un capolavoro. Che comunque finisca, il Pd ha vinto le primarie dal primo giorno in cui le ha indette. Che da questa vicenda esce schiantato il centrodestra, risalta la pochezza di centristi vecchi e nuovi, si scopre la fragilità di Grillo non appena la politica si riconsegna nelle mani dei cittadini.
Abbiamo scritto che la sinistra radicale di Vendola avrà un ruolo ma ha subìto un ridimensionamento. E che solo dopo questa prova di democrazia i partiti, e il Pd in particolare, possono rivendicare il ritorno alla guida diretta del paese senza intermediazioni tecniche.
Abbiamo scritto che Bersani s’è confermato solido, affidabile e popolare come lo si conosce, ma ha tirato fuori doti di coraggio e di propensione al cambiamento che si conoscevano meno, vincendo una scommessa contro la propria maggioranza, dandosi finalmente la statura di vero leader.
E che Renzi è autore di una svolta irreversibile destinata a cambiare tutto nella politica: senza di lui «la cosa bella» (citazione bersaniana) non avrebbe avuto senso. Renzi ha sorpreso l’Italia, il centrosinistra, ha conquistato consensi impensabili per il Pd, sarà protagonista della scena per molti anni: da stasera può uscire o fortissimo, se vince, oppure molto forte e imprescindibile, se appena supera il 40 per cento.
Abbiamo anche scritto delle regole troppo burocratiche e restrittive e infatti sempre smentite dalla realtà, fino allo spettacolo evitabilissimo dei respingimenti per il ballottaggio; e delle forzature operate dai renziani, che partendo da ragioni condivisibili hanno compiuto mosse troppo aggressive, fino alla frenata di ieri.
Che cosa resta da scrivere?
Un augurio di buona domenica al popolo degli elettori e al popolo ammirevole dei volontari. E una rapida proiezione sul domani.
Un minuto dopo aver superato la fatidica soglia del 50 per cento, il vincitore dovrà aver stampata in testa un’altra percentuale: quel 34 per cento che i sondaggi assegnano al Pd grazie al fatto che finora è stato il Pd delle primarie, di Bersani e di Renzi. Se il vincitore non riuscisse a tenere questo profilo e quella quota, tutti gli sconfitti del momento – dalla destra a Grillo – tornerebbero in gioco. Il successo assumerebbe un sapore amaro.
Attenti dunque: già la gestione delle prime ore dopo il risultato dirà se a vincere sarà stato solo un candidato, o davvero tutto il Pd e tutto il centrosinistra.
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Diario
27 novembre 2012
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primarie pd bersani renzi sondaggi
Continuiamo così, facciamoci del bene
Né i commenti a bocce ferme dei due ammessi al ballottaggio, né quelli degli esclusi, né i dati definitivi del primo turno (diversi da quelli della serata, dunque più favorevoli a Bersani) spostano il giudizio dato a caldo nella notte delle primarie.
In generale, il Pd rimane in cima alla cresta di un’onda che ingrossa i suoi consensi, lo impone quasi con violenza all’attenzione dell’opinione pubblica più ampia (il duello televisivo stavolta sarà nel prime time del primo canale generalista) e allarga ulteriormente il gap concorrenziale con le altre forze politiche, non solo il derelitto Pdl ma a questo punto – fatto nuovo – anche il M5S.
Pier Luigi Bersani esce da vincitore dal primo turno non solo per il vantaggio largo. Prima Vendola (lo scorso anno), poi il medesimo Renzi lo avevano sfidato a fare le primarie e poi l’avevano incalzato. Il segretario avrebbe potuto arroccarsi in un fortino che tutta la nomenklatura democratica (come s’è visto) avrebbe volentieri presidiato, e continuare nella tattica di avvicinamento passivo alle elezioni politiche che era stata la sua linea di condotta fin dal 2009.
L’estate scorsa ha deciso di fare l’opposto, sulla base di una lettura corretta non tanto dei rapporti di forza interni bensì della relazione drammatica fra elettori e partiti, fra cittadini e democrazia. Sta vincendo la scommessa. A questo punto non è solo il favorito per palazzo Chigi: è per tutti un leader riconosciuto, dotato di una forma peculiare di carisma e di visione. Insomma ciò che in tre anni di segreteria del Pd (e di scelte spesso troppo statiche) non era riuscito a diventare.
Il suo punto di forza è la morbidezza del linguaggio nei riguardi dei suoi concorrenti. L’ha voluto ribadire ieri facendo riferimento ai contatti con Renzi. Non è buonismo: è un tratto caratteriale misto a calcolo e alla conoscenza di ciò che piace e non piace al popolo del centrosinistra. O meglio, a quella parte che si ritrae davanti al linguaggio diretto e arrembante di Renzi.
È molto difficile che Matteo Renzi diventi il candidato del centrosinistra per guidare il governo: trecentomila voti sono ardui da rimontare. Ma il sindaco di Firenze ha tutte le ragioni per brindare. Anche la sua scommessa è vinta. Ha definito uno standard per la competizione democratica nel suo insieme, in tutto l’arco politico, non solo a sinistra. È conosciuto e seguito anche fuori dall’Italia (alla vigilia si informava sulle sue chances il laburista David Miliband).
In questi ulteriori cinque giorni correrà giustamente per vincere, comunque è ragionevole per lui puntare a chiudere domenica intorno al 40 per cento: francamente una quota impensabile alla vigilia, per uno sfidante che il corpo del Pd aveva esorcizzato come alieno. E pensare che l’entourage del sindaco negli ultimi giorni temeva una disfatta, pensavano di poter rimanere inchiodati al 20 per cento. Perfino loro avevano sottovalutato la domanda di un cambiamento drastico proveniente anche dagli strati più fedeli dell’elettorato.
Il milione abbondante di voti renziani è solo una parte del bottino elettorale che la presenza e le idee di Renzi possono consegnare al partito: come scrivevamo alla vigilia, ciò rende Renzi imprenscindibile. Bersani ha dimostrato in ogni occasione di saperlo. Sul fairplay il segretario verrà ricambiato nei prossimi giorni, anche se ieri s’è capito che Renzi non smette mai di combattere. Del resto, per recuperare deve assaltare: rimane da parte sua la critica all’usato sicuro, continua l’affondo verso il corpo del gruppo dirigente allineato dietro al segretario.
Lesto come sempre, Renzi “usa” da subito il nervosismo eclatante di alcuni big, da Rosy Bindi a Franco Marini, per intaccare l’immagine di rinnovatore che Bersani è riuscito comunque a recuperare.
Allora risalta a maggior ragione il grossolano errore di chi si mette dalla parte del torto tornando a minacciare ritorsioni sulle candidature per le politiche, o rese dei conti congressuali. Scelta autolesionista: sembrano voler dare ragione a chi li descrive come asserragliati in difesa dei propri ruoli. Si capisce meglio ora quanto ci avessimo preso, quando avevamo intuito la volontà innanzi tutto di Bersani di approfittare delle primarie per rimescolare tutte le carte. Il nervosismo nasce più da qui, che dal risultato di Renzi.
È chiaro che quel 35 per cento (al primo turno, destinato a crescere, conquistato dallo sfidante in zone dove il Pd è forte) cambia gli equilibri interni. Soprattutto, diventa irreversibile il protagonismo, al di là degli schieramenti attuali, di una leva di dirigenti giovani: cresciuta nello scontro delle primarie, destinata a crescere ancora nella campagna elettorale nazionale.
Un quadro incoraggiante, nient’affatto scontato fino a pochi mesi fa. Per parafrasare un celeberrimo fustigatore dei costumi della sinistra, c’è da dire: continuiamo così, facciamoci del bene
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Diario
22 novembre 2012
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primarie pd sondaggi bersani renzi
Il Pd e il collasso quantistico
Un’utente di Twitter, Silbi, ha dato la definizione che intuisco essere la più adatta, anche se è fuori dalle mie competenze: il Pd che secondo l’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli tocca ormai il 32,2 per cento (teoricamente il massimo storico, considerando che nel 33,1 del 2008 vanno conteggiati anche i radicali) è secondo lei un «Pd quantistico».
Nella mia ignoranza indovino che significhi che gli italiani si dichiarano oggi per due Pd, su livelli spazio-temporali diversi: quello di Bersani (di ieri, oggi e domani) e quello di Renzi (di oggi e domani), anche se non escluderei che a quella cifra alta contribuiscano anche sognatori di un Pd tendenza Vendola o Tabacci. Insomma un Pd espanso «oltre i confini della realtà », per rimanere in tema.
Comunque vada domenica sera, o domenica 2, il destino di tutti e cinque i concorrenti e di tutti i simpatizzanti ed elettori del centrosinistra dipende dal successo di una delicata e non scontata operazione di riunificazione di quegli universi paralleli: quando Pd e centrosinistra avranno un solo candidato premier, dovranno continuare a valere quanto gli attuali due, tre, quattro Pd virtuali disponibili sul mercato elettorale.
Se il centrosinistra vuole davvero governare l’Italia e non delegare l’incarico una volta di più, non c’è alternativa a tentare questa difficile operazione.
Seguendo l’istinto di duri combattenti d’altre epoche come Mario Tronti (settimane fa auspicava sull’Unità che Bersani, vinte le primarie al primo turno, si liberasse di Renzi e dei suoi indesiderabili sostenitori, alieni rispetto alle tradizioni politico-culturali del Pd) avremmo la certezza di un auto-ridimensionamento elettorale (Silbi, peraltro accesa antirenziana, parla di collasso quantistico) e quindi di riconsegnare il paese, nel migliore dei casi, alle cure dirette del professor Monti. Che poi è, a ben pensarci, ciò che la sinistra della generazione e dell’orientamento di Tronti ha sempre fatto.
Bersani, Renzi e tutti coloro che hanno creduto nelle primarie (compreso Vendola) sono i titolari dell’attuale potenzialità elettorale. Toccherà a loro di confermarla e magari rafforzarla a risultato acquisito. Si spera che gli altri – quelli che «le primarie distruggeranno il partito» – per rientrare in gioco a cose fatte non tentino, loro sì, di distruggere il magnifico lavoro di mobilitazione e di resurrezione delle coscienze che si è realizzato in questi mesi.
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Politica
20 marzo 2012
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Quei maledetti sondaggi
I sondaggi non sono la Bibbia e certo non devono guidare la politica, come invece è accaduto. Vanno però usati, capiti, non rifiutati come strumento del demonio.
Il Pd sbaglia quando reagisce con nervosismo ai sondaggi (in particolare di Repubblica o de la7) che oltre a misurare lo stallo dei suoi consensi segnalano la crescita dell’opinione favorevole a un improbabile “partito di Monti”. Ieri Demos per il giornale di Ezio Mauro lo cifrava addirittura al 24 per cento: primo partito, scavalcando un Pd che cederebbe all’ipotetica lista talmente tanti voti da farsi perfino superare dal derelitto Pdl.
Resistendo alla tentazione di maledire Repubblica (che certo non risparmia nulla a Bersani), il dato va comparato con quello contemporaneo (e ovviamente non ostile) dell’Unità.
Perché anche per Tecnè sull’Unità l’attuale primo posto del Pd (26 per cento, come le Europee 2009) è solo teorico, vista la marea del 46 per cento di area del nonvoto. E perché fra le due ricerche c’è un evidente punto in comune: la sfiducia verso i partiti (non verso la politica) invece di diminuire aumenta; e chi si allontana di più è (per Tecnè) proprio quell’elettorato deluso, de-ideologizzato e permeabile a suggestioni tecniche che (per Demos) correrebbe a votare Monti indifferente al suo essere più di destra o di sinistra, e perfino passando sopra a riforme non condivise come quella dell’articolo 18.
Non piace, ma è un dato che va capito. Non nasce da una dislocazione sull’asse sinistra-destra. Sicuramente si gonfia per gli scandali e le campagne anti-partiti. Svela però anche una forte domanda di decisione pratica dei problemi, di leadership, di capacità di affrontare e sciogliere i nodi del paese senza farsi immobilizzare dai veti.
Per evitare che la profezia si auto-avveri non serve arrabbiarsi coi sondaggi, occorre prendere di petto i punti deboli che essi rivelano. Su tutti i temi in agenda non è un problema di linea scelta, quasi sempre quella giusta per il bene del paese (e capita come tale dagli elettori): è un problema di chi riesce a interpretarla con maggiore credibilità. E non è una partita chiusa. 

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Politica
16 novembre 2011
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La strada giusta, con Amato/Letta o senza
Ieri i partiti hanno giocato al risiko del governo, come era in parte inevitabile, a dimostrazione che effettivamente non esiste un autentico spirito di coesione fra Pdl e Pd: troppo ansioso di sanare presto la ferita della sconfitta il primo, timoroso di farsi compromettere in un abbraccio mortale il secondo.
Il risiko in circostanze come le attuali può diventare un gioco pericoloso, e a tratti ieri si è diffusa la paura che potesse saltare tutto.
In realtà non c’è mai stato un rischio concreto, come ha dimostrato un serafico Mario Monti a fine giornata e come si confermerà stamane quando il presidente incaricato salirà al Quirinale per sciogliere la riserva e consegnare la lista dei ministri a colui che per Costituzione li nomina.
La confusione nasce soprattutto dalla persistente sottovalutazione della forza della quale gode Napolitano in questa fase, sulla scorta di un consenso popolare senza precedenti. Il potere di convincimento del capo dello stato si trasmette al suo presidente incaricato, sul cui successo punta oggi qualcosa come il 78 per cento degli italiani, di ogni fede politica.
Questa moral suasion “rafforzata” si è esercitata su Bersani per vincere le resistenze alla nomina di ministri politici, con esito fino a ieri sera incerto. Le obiezioni Pd non sono infondate (la necessità di dover ricorrere a due antichi mediatori come Letta e Amato potrebbe rendere meno “nuova” la novità Monti), però Napolitano mette davanti a tutto l’operatività governativa nei tornanti parlamentari e nelle relazioni internazionali.
Un governo di non totale discontinuità sarebbe più esposto agli attacchi delle torme di guastatori di destra e sinistra. Fino a un certo punto però. Bisogna aver fiducia in sé e negli italiani. Soprattutto il Pd deve aver fiducia. Tutti i sondaggi seri lo collocano ormai intorno al 30 per cento proprio come premio per la scelta compiuta dopo le dimissioni di Berlusconi, il cui partito invece perde senza sosta e perderà di più dopo la rottura con la Lega. Questa è la strada da seguire, rischiarata dal cono di luce del Quirinale. Frenare non serve e non conviene.
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Politica
14 novembre 2011
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monti bersani pd sondaggi
Pd, devi starci pienamente
C’è un sondaggio, compiuto nella settimana della crisi e delle dimissioni di Berlusconi, che dà il Pd al 29,3 per cento, il Pdl sotto al 25, il calo di leghisti e dipietristi, il boom del Terzo polo con l’Udc oltre il 10.
È un sondaggio molto positivo per il Pd, il quale gode – secondo La Stampa che ha commissionato la ricerca – del ruolo di sostenitore principale della soluzione del governo d’emergenza, mentre escono penalizzati non solo il partito dell’ex premier ma anche quelli delle ex maggioranza e opposizione che sono apparsi più riluttanti a dare un governo nuovo al paese. Di qui, forse, la resipiscenza di Di Pietro in queste ore.
Gli spostamenti di consensi sono sostanziosi e anche sorprendenti, sta di fatto che sondaggi del genere e anche il clima in generale “condannano” felicemente il Pd al ruolo di motore della nuova fase politica.
Paradosso fortunato. Conosciamo i dubbi che c’erano nel Pd nel momento di abbandonare la linea “elezioni subito”. E anche fra gli elettori democratici qualcuno avrà sorriso nel sentire Bersani sabato notte dire, più o meno: «Berlusconi l’abbiamo mandato via noi».
Ma Bersani – Europa lo scrisse nel suo primo giorno da segretario – è un uomo fortunato. Lo è anche quando non tutto gira come aveva pianificato lui.
L’importante a questo punto è sapere una cosa: le elezioni, quando ci saranno, non saranno vinte da chi è in testa ai sondaggi oggi. Saranno vinte da chi saprà muoversi meglio nella nuova stagione, accettando anche di farsene cambiare.
Tutti in realtà hanno una chance, perfino Berlusconi. Le operazioni di ristrutturazione del centrodestra sono già avviate, tra Fini, Alemanno, Casini.
Dai numeri della Stampa, e dal clima che si respira, il Pd deve prendere l’incoraggiamento a stare nella fase politica, a sostegno di Monti, in modo attivo e positivo, con pieno coinvolgimento. Sarebbe sbagliato dare l’impressione – qua e là affiora – di aver fatto un terribile sacrificio, di dover subire un passaggio gravido di rischi, di volersi tenere alla larga (pur magari approvandole) dalle misure difficili dell’austerità e dalle riforme liberali che Monti tenterà, e sulle quali altri saranno lesti a mettere il cappello.
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Politica
20 ottobre 2011
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Come diceva anche D'Alema nel 2008...
A chi nel Pd offriva letture negative del voto in Molise, Massimo D’Alema ha risposto in maniera secca: dicano quello che vogliono, io presiedo una Fondazione e faccio analisi. Intendeva dire che la sua valutazione positiva era fondata su dati oggettivi, non sulle opportunità dello scontro politico interno.
D’Alema ha ragione: presiede Italianieuropei, che è un luogo dove si svolgono studi seri. Talmente seri, che è proprio da una di queste analisi di Italianieuropei – una delle più ampie, articolate e approfondite svolte in tempi recenti – che muove da qualche anno l’intero impegno di Europa per tenere ancorato il Pd al progetto e alle ambizioni originarie, contro i pericoli di riflusso, di ripiegamento, e in sostanza di rassegnazione alla ineluttabilità delle attuali percentuali elettorali.
Era il 14 maggio 2008 e Berlusconi aveva da poco vinto le elezioni. Il gruppo dirigente del Pd venne chiamato da D’Alema in piazza Farnese per ascoltare dai più validi analisti alcune ragioni profonde del voto: non solo i flussi, ma la qualità e le motivazioni del comportamento elettorale degli italiani che, sventurati, si erano appena rimessi nelle mani sbagliate.
Essendo stato gentilmente ospitato, ricordo bene quella sessione, perché mi rimase impressa la fotografia dell’Italia allora scattata da Natale, Calise, Bonomi e altri.
Mi sono chiesto spesso in questi anni che uso abbiano fatto di quelle informazioni i capi del Pd presenti (c’erano tutti, Veltroni armeggiava con le suonerie di un iPhone allora novità assoluta).
Affido la sintesi di quelle analisi allo stesso D’Alema, a un suo commento ad alta voce durante l’incontro: «Non siamo solo noi a essere sganciati dal paese, anche i nostri elettori lo sono».
Era una conclusione perfetta. Gli analisti avevano appena spiegato che la continua deriva a destra dell’elettorato italiano aveva lasciato al Pd (il Pd del 33 per cento!) una rappresentanza che rispetto alla media nazionale era: più anziana, meno presente nei settori più produttivi del paese, più scolarizzata ma meno dinamica nel mondo del lavoro, meno ottimista sui destini propri e del paese.
Gli elettori democratici avevano in comune con i compatrioti berlusconiani almeno una cosa (in realtà, una tra molte altre attinenti ai costumi e agli stili di vita): l’essere pienamente post-ideologici, scarsamente fedeli alle appartenenze partitiche e sindacali, pragmatici ma anche molto sensibili al carisma personale del leader.
La lettura che nel dopo-Veltroni è stata data di queste analisi mira in sostanza al consolidamento di questa situazione, cercando di migliorare su tre assi: recuperare il radicamento perduto nel mondo del lavoro attivo; insidiare la Lega tra i ceti popolari del Nord; offrire, invece che il carisma della leadership, la solidità di un partito tornato a funzionare comme il faut.
Non so se stia funzionando, anche come semplice operazione di consolidamento. Ho paura di no, a parte forse l’operazione sulla Lega e contro la Lega.
I veri luoghi del lavoro continuano a essere frammentati, spesso invisibili, sostanzialmente irraggiungibili in barba a qualche riaffiorante nostalgia fordista, e il Pd rimane nonostante gli sforzi soprattutto un partito dei garantiti e degli inclusi.
In sostanza la base di consenso del Pd rimane invariata (che vuol dire: destinata alla contrazione per ragioni demografiche), ma nel frattempo si sta vistosamente spostando (io direi, guastando) il suo sistema di valori.
Anni di frustrazioni politiche non sono trascorsi invano e ora si sommano al senso di rabbia e di impotenza di fronte a un sistema incapace di autoriformarsi e autorigenerarsi, e all’insicurezza per il proprio status economico personale.
Il risultato – qui si chiude il cerchio con sondaggi e analisi del mercato politico – è quell’enorme maggioranza di italiani, tantissimi elettori del Pd, che secondo Nando Pagnoncelli sono convinti che il centro della crisi italiana siano i privilegi della casta, e che intaccare questi privilegi possa essere una leva positiva per uscire dalla recessione.
Si tratta di una evidente regressione di cultura politica, affine e parente del giustizialismo. E di un grande pericolo per il Pd, che del sistema è considerato in fin dei conti parte (anche perché, qui e lì, lo è davvero): diciamo che questi anni si stanno rivelando i meno indicati, per proporre il modello di partito di massa organizzato come valida alternativa al partito carismatico, a sua volta in obiettiva crisi.
Quel che è successo a Marco Pannella al corteo di sabato scorso, non sarebbe forse successo a qualunque altro volto conosciuto si fosse presentato in piazza come ha fatto lui? È per la sua diversità, che gli hanno sputato addosso, o perché «sono tutti eguali» e solo un bel servizio d’ordine avrebbe evitato qualcosa di simile a Bersani, a Veltroni, a D’Alema, ma perfino a Grillo e a Vendola?
Quel famoso seminario del 2008 lasciò a Veltroni e ad altri l’idea che si dovesse insistere a spezzare la gabbia del consenso tradizionale “di sinistra”; a D’Alema e a un altro pezzo del Pd diede invece la conferma che la via per la rivincita su Berlusconi fossero le alleanze politiche con partiti più capaci di rappresentare i ceti più moderni, per non parlare del feticcio dell’elettorato cosiddetto “cattolico”, il tutto sotto l’ombrello del sistema elettorale tedesco.
Il paradosso di oggi è che, con questo avvelenamento del clima sociale e questo impoverimento dei valori, entrambe le strade potrebbero risultare precluse.
Quel 43 per cento e oltre di elettori che non si dichiarano nei sondaggi, in gran parte delusi dal centrodestra ma non solo, non trovano attraente il Pd e neanche il Pd in combinazione con Casini o con Vendola. Pagnoncelli premette sempre, quando mostra a Ballarò i suoi dati sul centrosinistra vincente, che va posta questa enorme riserva sulle sue previsioni: e in effetti, se il 27 per cento tuttora attribuito al Pdl appare incredibile e “virtuale”, perché invece dovremmo pensare che la stessa cifra attribuita al Pd sia realistica e a portata di mano?
Ecco perché c’è fastidio e allarme nella dirigenza democratica verso ciò che si muove fuori dall’attuale arco dei partiti, o verso ciò che si agita nei partiti fuori dai binari precostituiti: è la consapevolezza di non sapere o di non poter rispondere a una domanda di novità totalmente post-ideologica che era latente già nel 2008, e che l’inutile legislatura berlusconiana ha solo procrastinato, drammatizzandola e riempiendola per di più di quei contenuti anticasta così ingannevoli eppure così sentiti a livello popolare.
La possibilità di recuperare rispetto a questa situazione, non tranquillizzante, è data dalla stessa velocità dei mutamenti politici: noi stessi, solo sei mesi fa, nel pieno della primavera italiana, non avremmo scritto parole così pessimiste.
Occorre riavviare il circuito positivo “milanese”. Fidarsi delle persone, anche delle più distanti, anche dei non-elettori. Dare loro spazi, occasioni: primarie, referendum, che alla fine non sono mai andati male. Non ostacolare ma premiare chi spicca nel Pd per qualità e caratteristiche che sono apprezzate nella politica contemporanea, e anzi trovare altre figure del genere, anche fuori dal partito.
Non incistarsi sulla coppia destra-sinistra, che non spiega più tutto da tanto tempo: davvero siamo sicuri su chi sia più “di sinistra”, nel senso di uomo progressista e di mentalità aperta, fra Mario Draghi e Maurizio Landini?
È una politica di movimento, quella che chiediamo, anche un po’ noiosamente.
Sarebbe stato meglio che, avendo capito come andavano le cose e quali erano i limiti strutturali del centrosinistra riformista, si fosse partiti fin dal primo giorno dopo quel seminario di Italianieuropei del 2008: è andata diversamente, altre scelte sono state fatte, e c’è anche da dire che tante profezie di sventura e di decesso prematuro sono state smentite.
Quindi c’è tempo, c’è ancora tempo, per «riagganciare» davvero questo partito al suo paese. 
permalink | inviato da stefano menichini il 20/10/2011 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
3 marzo 2011
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Dieci milioni di firme, però non si vota più
Aggiorniamo lo scenario politico, ce n’è bisogno. Perché nella sede del Pd si vanno accumulando gli scatoloni con le dieci milioni di firme per le dimissioni di Berlusconi, però intanto nel Palazzo si consolida una certezza: il governo e la legislatura reggeranno ancora un po’. Dunque sarà bene che Bersani moduli bene il messaggio dell’8 e 12 marzo, se non vuole fare la parte di un leader che guida il popolo contro i mulini a vento.
Ieri il segnale decisivo: nello stesso momento in cui alla camera salutava la fiducia sul federalismo municipale come una vittoria storica, la Lega faceva sapere che avrebbe chiesto lo slittamento di quattro mesi dei termini per il completamento dell’iter dei decreti. Ergo: non sarà più a maggio la scadenza che doveva segnare, agli occhi dei leghisti, l’esaurimento del senso della legislatura, bensì a settembre.
L’ipotesi più verosimile è che Bossi (oltre a conoscere i sondaggi sfavorevoli) sappia appunto questo: che un minuto dopo l’approvazione dell’ultimo decreto federalista, la Lega comincerà a vibrare come una bomba pronta a esplodere, impossibilitata a garantire ancora la difesa degli equilibri attuali. Dunque meglio procrastinare, anche smentendo la fretta predicata per anni.
Ieri a Montecitorio Bersani è stato duro coi leghisti, colpendoli dove pensa che faccia loro più male, cioè nella subalternità «al miliardario». È un tormentone efficace, come dimostrano tanti episodi recenti, e che verrà usato al Nord per logorare il Carroccio finché non staccherà la spina, e intanto alle amministrative di primavera.
Anche Bersani però ha un problema. Sia la questione della tenuta interna del Pd, sia la sua agenda esterna (compreso lo spinoso tema del referendum dipietrista: aderire, non aderire, sabotare?) vanno rimodulati su tempi più lunghi.
Il luogo comune era che anche i democratici in fondo non volessero le elezioni subito. La pressione della base però è forte, si pretendono risultati immediati. Bisogna inventarsi qualcosa per dare un senso a quelle dieci milioni di firme, altrimenti l’attesa ci mette un attimo a rovesciarsi in delusione.
permalink | inviato da stefano menichini il 3/3/2011 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
18 novembre 2010
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I sondaggi allontanano le elezioni?
E con questo sono tre. Con Demos e Ilvo Diamanti, sono tre gli istituti di sondaggi fra i più credibili (con Swg di Weber e Ipsos di Pagnoncelli) che annunciano il sorpasso nelle intenzioni di voto del centrosinistra ai danni del centrodestra berlusconiano. Cosa importante, non è un dato isolato ma il fermo immagine di un inarrestabile trend discendente di fiducia e di consensi: verso Berlusconi, verso il governo e verso il Pdl, e che ora comincia a lambire anche la Lega, fin qui designata sicura vincitrice di qualsiasi elezione.
Di istinto, di fronte a un simile quadro, verrebbe da pensare che davvero le elezioni in primavera si fanno improbabili. Della pistola puntata dal premier verso gli avversari vecchi e nuovi non c’è più da dire che è scarica, ma che l’ha in realtà girata verso se stesso.
Ricordiamoci che Berlusconi sarà pure il re delle rimonte, però non ha mai tentato un azzardo. Dunque nei prossimi giorni lo spettacolo della caccia al deputato in vista del voto di fiducia si farà truculento: resistere resistere resistere è l’unica carta effettivamente in mano al presidente del consiglio, che sa che ora dalle urne uscirebbe in ogni caso perdente.
Non che si vedano grandi vincitori, si intende. Quel timido 40 per cento di un centrosinistra primo classificato si traduce in casa Pd con un termine solo: ingovernabilità. Perché è il frutto di un’alleanza non riformista e perché mancherebbe comunque una analoga maggioranza al senato.
Siccome l’errore di battere Berlusconi di un soffio per poi governare male e ricondurlo in auge è stato già fatto, il Pd non celebra i sondaggi. Può usarli però, come li useranno Fini e Casini fino al 13 dicembre, per convincere più parlamentari possibile che la mela tentatrice di Berlusconi è avvelenata: non c’è alcuna rielezione sicura rimanendo da quella parte, e c’è invece del lavoro utile che si può ancora fare in questa legislatura in un quadro politico diverso.
Se noi fossimo oggi parlamentari desiderosi di non tornare a casa troppo presto, ci prepareremmo a dare una bella sfiducia e poi a collaborare per cambiare la legge elettorale. Il pendolo della stabilità, come quello del consenso, non è più sulla verticale del Cavaliere.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/11/2010 alle 23:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 novembre 2010
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Il giorno del non ritorno
Fra qualche anno ci ricorderemo di ieri come della giornata in cui una battuta di Gianni Letta fece star male Silvio Berlusconi, invece del contrario come è sempre successo.
O della giornata in cui il capo dello stato esplicitò che il suo invito a cercare soluzioni per il paese si rivolgeva ormai a chi avrebbe governato «ancora» o «di nuovo»: non più, semplicenente, al governo in carica.
Forse della giornata nella quale, per la prima volta, due diversi sondaggi, entrambi affidabili, mettevano il Pd davanti al Pdl, e anzi addirittura una coalizione di centrosinistra davanti a quella di Bossi e Berlusconi.
Oppure, infine, del giorno spericolato in cui i democratici uscivano dall’abituale riserbo e confezionavano ben due mozioni di sfiducia in poche ore.
Insomma, ognuno sceglierà il proprio ricordo. Ma tutti conconcorderanno nel fissare al 10 novembre il punto di non ritorno, il momento dal quale nessuno nel Palazzo ha più avuto dubbi sulla fine dell’ultimo – azzardiamo – governo Berlusconi.
Tremonti sta sbrigando le ultime faccende, mostrando grande attenzione non soltanto al rigore ma anche, guarda un po’, alla provenienza politica delle richieste da soddisfare. E non incassa più solo Bossi: altro segnale significativo.
Dal coordinamento di martedì sera è uscito ancora il quadro di un Pd disorientato. Consapevole di dover spingere sull’acceleratore della crisi e di dover dare un altolà ad alleati sempre fastidiosi. Ma incerto sulle prospettive. Poco fiducioso nel governo di transizione, diviso tra chi è per tenersi l’alleanza che ha (con Vendola e Di Pietro) e chi invece vorrebbe strattonarla sperando ancora in un patto con Casini, al quale offrire ciò che Fini dovrà tenere per sé: la candidatura per palazzo Chigi.
Le incertezze saranno travolte dalla velocità della crisi. Soprattutto, dalla velocità con cui gli italiani stanno modificando le proprie opinioni di voto. I flussi sono notevoli e dicono che, rimanendo ferma la sinistra, gli italiani si muovono verso la più recente e “nuova” delle alternative a Berlusconi.
È lì che si sarebbe dovuto trovare il Pd in questo momento storico: ad accogliere quel movimento, lo scongelamento del centrodestra. Non è successo. Ma non è tardi per scuotersi, per andare incontro non tanto (o non solo) alle sigle di questo terzo polo in crescita, ma a quei tanti italiani in cerca di una nuova casa.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/11/2010 alle 23:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
28 ottobre 2010
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Forse è più utile un Pd al 24 per cento?
Dicono: bisogna ignorare i sondaggi. Che è giusto, per carità, anzi l’avessero fatto sempre. Infatti Europa ragionava sulla base di voti veri quando, dopo le regionali, avvertiva il quartier generale del rischio di sottovalutare l’esodo di quattro milioni di elettori in due anni. L’esodo non si ferma. E torna uno spettro, anch’esso già raccontato su questo giornale (a fine luglio): quello di «perdere insieme a Berlusconi».
Dicono anche: non è il momento di discutere ma di lavorare, uniti, a partire dalla campagna di porta-a-porta di novembre. Nessun pericolo di polemiche autolesioniste, che infatti non si vedono. Del resto, Veltroni s’è già abbastanza spaventato per le reazioni all’appello dei 75, per voler subito riaprire le danze. E per la segreteria democratica sarebbe facile anche neutralizzare Renzi e Civati: basterebbe evitare le solite recriminazioni da fortino assediato. Si sa che i media adorano i personaggi-contro, una leadership forte convive con questo tipo di fastidi, se li considera tali.
A chi si spaventa per il 24 per cento certificato dall’ottimo Nando Pagnoncelli – dato credibile, minimo storico del Pd – si potrebbe opporre, ma nessuno lo farà, un ragionamento un po’ cinico ma onesto: il Pd regala spazi alla sua sinistra e alla sua destra, restringendosi, per aumentare le possibilità di fare coalizione. Il sondaggio Ipsos conferma: un eventuale eterogeneo fronte antiberlusconiano sarebbe oggi largamente in testa, ma anche una malaugurata riedizione dell’Unione sarebbe più forte di quanto sarebbe stata nel 2008.
Per cui si potrebbe dire che, rassegnato alla crisi del bipolarismo, il Pd lavora per uscirne meglio di Berlusconi grazie al fatto che riesce di nuovo a fare rete meglio di lui: un vantaggio tipico degli anni dell’Ulivo, che poi Berlusconi aveva cancellato.
In fondo si sta realizzando ciò che nella strategia dalemiana avevamo sempre intravisto, per quanto Bersani abbia ovviamente sempre negato di perseguire scientemente l’obiettivo di un ridimensionamento del partito.
Non arriviamo a dire che il 24 per cento sia una buona notizia per qualcuno nel Pd. Certo, però, c’è chi può vederne il lato positivo.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/10/2010 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 ottobre 2010
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bersani vendola pd sel d'alema veltroni ds sondaggi
Il take-over morbido di Nichi
La notizia rallegra il popolo di sinistra, sempre sollevato quando dai leader arrivano segnali di unità. L’incontro fra Bersani e Vendola conferma in realtà un dato acquisito, e cioè che di tutti i possibili alleati dei democratici Sinistra e libertà è quello più prossimo: in definitiva, molti di loro si staccarono dai Ds solo nel 2007, altri hanno consumato (sia pure con quasi vent’anni di ritardo) una loro rottura con i paleocomunisti.
Il precedente in verità non è felicissimo. Bersani già ebbe un pranzo amichevole, con Di Pietro, che sembrava preludio a rapporti di buon vicinato: fu solo l’antipasto di ulteriori e nient’affatto amichevoli insidie da parte dell’ex pm.
Sotto questo punto di vista, Vendola dà più affidamento. O meglio, per non essere ipocriti: mentre Di Pietro pensa di poter sottrarre voti ai democratici tenendoli sempre sotto tiro, il governatore della Puglia segue una propria indole più avvolgente. Sa di avere larghi consensi nel Pd, dunque il suo take-over è del tipo morbido, rassicurante. Questa missione gli piace molto più di quella, rognosa, di cui il Pd avrebbe voluto investirlo: federare la galassia extraparlamentare.
Ostile o amichevole, comunque sempre di take-over si tratta. Bersani sostiene di non preoccuparsi per i sondaggi, e sarà anche vero. Fatto sta che nella marcia di avvicinamento alla resa dei conti con Berlusconi, il Pd amplia il proprio sistema di relazioni ma riduce l’elettorato potenziale.
Con questo dato contradditorio cominciano a fare i conti coloro che teorizzavano il ridimensionamento delle ambizioni democratiche in cambio di alleanze più ampie e vincenti. Il dalemiano Orfini, per esempio, sostiene ora che il Pd «deve dare risposte agli elettori di destra e di sinistra»: in proprio, senza delegarle, riprendendo quella vocazione maggioritaria che non ha inventato Veltroni, bensì appunto D’Alema alla fine degli anni ’90.
È un’intenzione seria, che si realizza facendo delle scelte. Mettiamola così: ora che con Vendola ci si è parati a sinistra (sapendo di avere a fianco un amabile concorrente), è legittimo attendersi dal Pd una decisa offensiva di conquista di elettori moderati e “centristi”.
Almeno, così farebbe il Pci.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/10/2010 alle 23:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
29 settembre 2010
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È un regalo che Berlusconi ha fatto agli altri. Anche al Pd (se saprà meritarselo)
Capiamo le implicazioni della soddisfazione di Giorgio Napolitano per la fiducia accordata al governo: giudizio che travalica i destini di Berlusconi e investe piuttosto gli scenari che si apriranno quando la legislatura tornerà in discussione (e il Quirinale ne difenderà la continuità, a quel punto contro Berlusconi).
Ciò nonostante, stavolta non siamo d’accordo con la lettera delle parole del capo dello stato: no, ieri non è stato reso un favore all’Italia. E, paradossalmente, Berlusconi non ha reso un favore neanche a se stesso. Non è lui che si avvantaggerà di questo apparente rilancio della maggioranza di centrodestra.
Come ha detto in aula Bersani in un intervento straordinariamente efficace: non è una pagina nuova che si apre, è una pagina vecchia che troppo lentamente si chiude.
Non c’è neanche bisogno di spiegarne le ragioni. Se prima era Bossi che teneva in piedi la baracca calcolando le proprie convenienze in attesa del momento giusto per passare oltre, da ieri questa parte se la divideranno Bossi e Gianfranco Fini, cioè il peggior nemico che il Cavaliere abbia in politica.
Berlusconi è definitivamente ostaggio di coloro che puntano a dissanguarlo nel tempo e alla fine a metterlo da parte.
La notizia è pessima per lui (se ne accorgerà presto, forse la già lo pensa, presto leggeremo indiscrezioni su nuovi furibondi sfoghi privati) ma è pessima anche per l’Italia. Nessuno di coloro che chiedevano alla politica uno scatto e una assunzione di responsabilità potrà dirsi soddisfatto. Il discorso berlusconiano di ieri, nel suo replicare lo stesso rosario di promesse del 1994, del 2001 e del 2008, conferma che non ci sono idee nuove nel cassetto, progetti in grado di affrontare le emergenze del paese al loro effettivo livello.
Nel diluire nel tempo la crisi, Berlusconi fa un enorme regalo a tutti coloro che proprio di tempo hanno bisogno.
Il Pd innanzi tutto. Il Pd che può recuperare centralità anche a scapito del progetto terzopolista che ieri è apparso confuso, laterale, lontano dal rappresentare l’alternativa moderata che pretenderebbe di essere.

Come in sostanza ha riconosciuto subito Bossi, la destra che conserva il governo sarà costretta a muoversi lungo un percorso sempre più stretto, tortuoso, pieno di ostacoli e tranelli. Può reggere, per il calcolo incrociato delle convenienze. Può reggere perfino oltre la primavera 2011, per quanto sembri davvero azzardato. Ma non può recuperare smalto. Berlusconi ha ieri ammesso – nell’unico momento di sincerità – che le sue scelte sono guidate solo dai sondaggi negativi: quale miracolo potrebbe consentirgli, nel perdurare di una guerra fredda o calda con Fini, di recuperare?
Restiamo ancora un attimo su questa storia dei sondaggi, di cui parla anche Paolo Natale oggi su Europa. Si gonfia (soprattutto a partire dall’ex elettorato del Pdl) l’area del rigetto generalizzato, del non voto, del rifiuto. È un rifiuto – qui Di Pietro sbaglia grossolanamente i calcoli – che investe tutta la politica chiacchierona, urlatrice, litigiosa, e che penalizza il centrodestra per le sue divisioni, per l’inconsistenza, per il tradimento delle  promesse.
I tribuni rinfocolatori come il capo dell’Italia dei valori possono approfittare marginalmente, rosicchiare un altro po’ della rabbia di sinistra. Non saranno loro però a decidere la contesa.
Come rischia di mancare l’occasione il terzo polo, molto supportato dall’esterno ma fin qui incapace di solennità, di solidi atti politici fondativi.
Ecco allora il Pd. La sua chance. Nella parte di leader dell’opposizione ieri Bersani è stato bravo, preciso, ha anche suscitato emozioni. Sul tasto «Avete avuto paura delle elezioni» converrà battere ancora. Ma questa è solo metà del lavoro. Se nel Pd si mettono d’accordo su quale sia lo spazio nel quale gettarsi – e a noi pare evidente: l’enorme pancia del paese privata di riferimenti e di leadership dall’eclissi berlusconiana – ora c’è il tempo per riconquistare con le idee, le parole e i gesti giusti la centralità, il protagonismo, l’autonomia, insomma l’ambizione di rappresentare la maggioranza degli italiani.
permalink | inviato da stefano menichini il 29/9/2010 alle 20:28


Politica
5 giugno 2009
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Sorpresa, in Europa c'è voglia d'Europa

Chissà se avranno voglia. I leader politici però farebbero bene a dare un’occhiata al sondaggio europeo che viene pubblicato oggi in contemporanea in vari paesi – in Italia in esclusiva da Europa in tandem con Glocus – e che descrive con precisione l’atteggiamento dell’euroelettore verso la Ue. È una interessante sintesi di un dato ben noto (la disapprovazione verso le tante lacune della politica di Bruxelles) e di una sorpresa: gli europei ci credono ancora. All’Europa, alla sua necessità, alle sue istituzioni e anzi a un loro rafforzamento.

Sorpresa nella sorpresa: gli italiani ci credono anche più degli altri. Siamo il paese dell’europeismo scolastico e accademico, retorico e un po’ vuoto. Le elites hanno colto l’occasione della moneta unica come lavacro dei peccati nazionali, ma il doppio schiaffo di carovita e crisi finanziaria ha lasciato il segno: l’Europa è diventata matrigna, e quando le destre hanno cominciato a scaricarle addosso tutte le colpe, è passata nella colonna dei cattivi, con tutte le sue burocrazie costose e le normative astruse.

Con questa storia alle spalle, sarebbe legittimo aspettarsi giudizi crudeli e definitivi sull’Unione. In effetti, dalle risposte al sondaggio esce una valutazione critica. Ma la critica non induce al ripiegamento nazionalistico, strombazzato come il fenomeno politico-sociale del momento. Al contrario, le critiche spngono a chiedere, di nuovo, più Europa...



continua >>
permalink | inviato da stefano menichini il 5/6/2009 alle 7:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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