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Politica
6 settembre 2011
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Il momento più buio
Angela Merkel, angosciata per la propria situazione interna, stacca la spina del sostegno a Grecia e Italia. La credibilità del nostro debito, misurata dallo spread coi titoli pubblici tedeschi, precipita. Le agenzie di rating si preparano a colpire. Lo stesso Mario Draghi non può fare altro che lanciare l’estremo allarme all’Italia: la Bce potrebbe anche rinunciare al salvataggio. E chi guida ora la banca europea, Trichet, lo dice chiaro: ormai ci sono paesi, il nostro fra questi, ai quali l’Europa dovrebbe togliere la sovranità sulle scelte di grande politica economica.
Non siamo mai stati peggio di oggi, e pazienza se il grido al lupo al lupo l’abbiamo già lanciato altre volte. Ora il lupo c’è davvero e ci guarda negli occhi.
I mercati ballano dappertutto, ma Roma e Atene hanno un punto in comune per chi li osserva: la totale assenza di un governo politico della crisi. Ci è stato dato il tempo per provare a raddrizzare la barca, ed è stato sprecato nella più stupefacente giostra di proposte, decisioni, smentite e correzioni che si sia mai vista in un paese pure abbastanza confusionario.
Ieri, per dirne una, è sparita dalla manovra la misura sulla liberalizzazione del commercio, che era considerata una delle poche condivibili e promettenti dell’intera operazione. Cancellata.
Napolitano ha detto che finché c’è fiducia parlamentare non ci sono alternative politiche. Un’ovvietà, con però un suono sinistro: Berlusconi porterà il paese nel baratro pur di non mollare, nella disperata consapevolezza che nessun sondaggio concede a Pdl e Lega possibilità di recupero. È proprio Berlusconi l’asset italiano più negativo nella valutazione internazionale. Ma lui sta lì, inamovibile più per paura che per convinzione.
C’è da aver paura. Oggi la Cgil dà alla crisi una sua risposta. In extremis quasi tutto il Pd si è messo nella scia. Certo, è sempre positivo quando i cittadini prendono parola e posizione. Ma questa è chiaramente la reazione di un giorno, che domani lascia ogni problema irrisolto e anzi aggravato dalla rottura del patto che teneva miracolosamente insieme le confederazioni fra loro e con le parti sociali.
Non esiste una via d’uscita “di parte” da questa situazione, esiste solo un ciclopico sforzo collettivo guidato da chi abbia credibilità intatta e spalle solide. È proprio perché sappiamo questo, che oggi la vediamo davvero buia.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/9/2011 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 agosto 2011
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La Cgil, il rischio di un errore
Ebbene sì, con tutto il rispetto dovuto alla Cgil, si rafforza l’opinione che l’indizione dello sciopero generale contro la manovra che non c’è sia un errore.
Lo scriveva Europa già il 18 agosto: Susanna Camusso, tenendo ferma la critica più spietata al governo, aveva davanti a sé due percorsi diversi. Purtroppo ha scelto quello che le dà forse maggiore seguito a breve termine (ci sarà gente in piazza, di sicuro), ricacciando però la confederazione nella sacca minoritaria dalla quale faticosamente stava tirandosi fuori.
L’unità d’azione e di proposta con gli altri sindacati e con le altre parti sociali sembrava la brillante anticipazione di uno scenario nazionale diverso, la prefigurazione di un’Italia dove davvero gli interessi si mettono insieme, per superare la crisi nel nome delle cose da fare.
Giustamente (ne parla anche Cesare Damiano qui affianco) il Pd aveva colto questa novità e questa potenzialità, che corrisponde al suo modo di intendere la transizione dal berlusconismo e la gestione dell’uscita dalla crisi. E si capisce allora perché un po’ tutti nel partito – chi più aspramente, chi con maggiore diplomazia – si tengano oggi distanti dal surriscaldamento cigiellino in vista del parziale sciopero generale del 6 settembre. Al contrario di Di Pietro, che dalla disponibilità a sostenere Tremonti è già passato ai moti di piazza.
Tra l’altro, la strada che invece la Cgil pare aver imboccato (capofila di ogni possibile protesta, su un modello cofferatiano di sindacato “soggetto politico”, per la gioia del divisivo Sacconi) non garantisce Camusso sul fronte interno. Ieri Rinaldini, l’ex capo della Fiom, protestava perché in attesa dello sciopero non era stata interrotta la consultazione interna sull’accordo di giugno sul nuovo contratto: è ovvio che per la minoranza interna lo sciopero sia il viatico per revocare la scelta più impegnativa assunta da Camusso come segretaria.
In questi mesi, il valore dell’unità sindacale stava andando finalmente al passo con scelte di merito coraggiose, positive. Perché tornare indietro e dare ragione ai propri avversari, interni ed esterni?
permalink | inviato da stefano menichini il 25/8/2011 alle 8:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


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