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Diario
5 dicembre 2012
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L'avversario ideale. Sì, ma per Bersani
Divertente la tesi secondo la quale Berlusconi avrebbe deciso di ricandidarsi dopo l’esito delle primarie del centrosinistra, convinto che «il comunista» Bersani possa essere per lui un avversario più comodo. Una volta di più l’acume di Berlusconi viene sottovalutato.Stavolta però dai suoi amici, non dai suoi avversari.
Perché è sicuro che avere di fronte Renzi avrebbe costretto il Cavaliere a paragoni umilianti. Ma è altrettanto sicuro che dai sondaggi di Ghisleri Berlusconi abbia capito che per lui non è più un problema di avversari, bensì di sopravvivere al confronto con un passato che non tornerà più.
Del resto l’abbiamo scritto spesso nell’ultimo anno: il Pd ha avuto fin qui problemi nel misurarsi con Grillo, e sa che non sarà facile superare l’asticella di credibilità posta in alto da Monti. Ma Berlusconi, un problema? Proprio no.
Anzi. Date a Bersani uno scontro elettorale frontale con l’uomo che per tutti – a cominciare dai suoi stessi elettori e dirigenti di partito – è l’emblema del fallimento, e gli avete regalato ciò che mancava per la campagna elettorale ideale. Magari fosse così. Infatti le residue preoccupazioni elettorali del leader del centrosinistra sono legate alle incognite, non all’oggetto più conosciuto e ormai deprezzato della politica italiana.
Che poi, anche le incognite vanno sciogliendosi col tempo. I sondaggi Ipsos del dopo-ballottaggio sono ottimi per il Pd (36 per cento) e per il centrosinistra (oltre il 42). Danno conforto a noi che sabato scorso avevamo chiesto a Bersani e Renzi: se gestite bene le primissime ore dopo il risultato, l’effetto positivo regalato dalle primarie in questi mesi non svanirà.
Anche grazie allo spettacolo di entusiasmo dei vincenti e di lealtà dei perdenti, l’effetto sull’opinione pubblica per ora non solo non svanisce ma si incrementa.
Casomai comincia a divenire plateale il flop neocentrista, con Casini e Montezemolo in affanno, fra tutt’e due, sotto il 10 per cento.
Qui forse Bersani deve rivedere i piani, attingendo all’ambizione maggioritaria del Pd. Perché tutta quella intelligente e interessante gente che s’è vista alle convention montezemoliane si starà ponendo qualche domanda sull’efficacia dell’operazione di «riorganizzazione dei moderati» che il Pd fin qui ha delegato ad altri. Allora si potrebbe pensare di aprire fin d’ora le porte del centrosinistra ai delusi preventivi dell’ennesimo fallimento terzopolista.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/12/2012 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
4 dicembre 2012
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Profumo di moderazione a sinistra
Matteo Renzi si è messo in modalità off, e si può capire anche se più probabilmente, conoscendo il tipo, si tratta di uno di quegli stand-by che basta sfiorarli e tornano in accensione piena.
Chi invece non s’è dato neanche un giorno di pausa dopo il risultato del ballottaggio è Pier Luigi Bersani. Dal candidato premier del centrosinistra sono arrivati fin dalle primissime ore un paio di messaggi molto chiari sul percorso di avvicinamento alle elezioni di primavera. Segnali destinati contemporaneamente, diciamo, al mercato interno e al mercato estero.
Avendone avute molte avvisaglie, non stupisce l’invito all’inclusione rivolto a 360 gradi, da Renzi a Vendola, dal civismo a Monti, insomma tutti. Non è più questa la novità. Del resto i sondaggi continuano a spingere in alto il Pd e lo spirito di massimo allargamento ne risulta incoraggiato. Da notare in proposito l’insistenza con la quale l’Unità batte sulla necessità di promuovere il ruolo di Renzi nel Pd e sul progetto di assorbimento organico nel partito sia di Sel che delle istanze centriste alla Tabacci.
C’è però anche dell’altro nel preannuncio del tour internazionale di Bersani e nel suo impegno a non «raccontare favole » nell’imminente campagna elettorale. Il candidato premier si corazza preventivamente contro l’immagine – che sa insidiosa – di leader della “solita” alleanza di centrosinistra che fa facili promesse di spesa pubblica e di allentamento del rigore finanziario. Non voglio dire che l’entusiasmo col quale Nichi Vendola ha offerto a Bersani i propri voti – con successo, a stare alle prime analisi dei flussi – sia destinato a essere subito raffreddato.
C’è da scommettere per esempio che il centrosinistra di Bersani sarà il più netto che si ricordi sui temi della cittadinanza e dei diritti civili: nell’epoca di Obama è anche tempo di abbandonare prudenze e di tatticismi, peraltro giustificati fin qui, nelle varie declinazioni dell’Ulivo, da un potere di interdizione delle componenti cattoliche che appare molto indebolito nella nuova stagione. Questo è uno degli effetti collaterali dell’esplosione del fenomeno Renzi (cattolico molto liberale), salutato anche per questo motivo con una certa simpatia dalla sinistra democratica. La prospettiva di un centrosinistra più disinibito sui temi eticamente sensibili è compensata, agli occhi dei cattolici, dal venir meno di un altro feticcio: è finito il tempo della rincorsa securitaria alla destra sulla questione dell’immigrazione. Non sappiamo se la crisi della Lega sia la causa o l’effetto, e non si può mai dare per irreversibili certe tendenze, sta di fatto che ormai anche su questo punto tutte le aree politiche parlano più di regolarizzazioni e di diritti di cittadinanza, che non di quote e respingimenti.
Basti considerare il ruolo di una personalità come Riccardi nella riorganizzazione del centro; il percorso della destra finiana; e addirittura la moderazione di Maroni e della sua Lega post-padana.
Sul lato dei diritti, dunque, la sinistra, Vendola e oltre, non troverà alcun disagio nel nuovo assetto della coalizione. Il discorso è diverso sulle materie economiche.
Qui intorno al nome, al ruolo e al lavoro di Monti si è giocata una partita un tantino ipocrita. Il governo è stato ripetutamente pizzicato per le sue “distrazioni” sociali; ministri come Fornero sono stati ridotti a punching-ball; si è fatto passare il messaggio che il centrosinistra al potere raddrizzerà la barra della solidarietà.
Tutto giusto, tutto comprensibile, tutto vero. Il lavoro sarà la priorità assoluta di Bersani, che del resto ha la Cgil dominante nella propria costituency. C’è modo e modo, però. Infatti già nei dibattiti delle primarie, come vedremo presto nel tour internazionale del segretario Pd, nessuno promette «le favole» di un ritorno al passato sul mercato del lavoro o sulle pensioni.
Quando ieri Vendola ricordava di essere ancora impegnato col referendum a restaurare «in tutta la sua integra bellezza» l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, citava una posizione di bandiera da far valere nella futura trattativa («alla luce del sole»), certo non a paletti invalicabili visto che essi sono stati valicati ormai senza ritorno, col voto del Pd e sotto l’osservazione internazionale della quale Bersani è pienamente consapevole.
Passano da qui, dall’esame di rigore al quale il candidato premier sa di doversi sottoporre, le sue chances di essere apprezzato fuori dall’Italia come successore di Monti. Perché purtroppo, anche se tanti amano gonfiare le parole, il visto democratico ricevuto massicciamente domenica non è tutto nell’epoca della globalizzazione. Chiedere a François Hollande per conferma.
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Diario
2 dicembre 2012
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Bersani, la consacrazione. Renzi ci riproverà
La vittoria di Pier Luigi Bersani era annunciata, ma come ha riconosciuto lui stesso non nelle dimensioni di cui si parla in questa serata di domenica, cioè poco sopra o poco sotto il 60 per cento. Tutte le regioni conquistate tranne la Toscana, tutte le città importanti tranne Firenze. Risultati altissimi al Sud e a Roma (dal 70 per cento in su).
Quel po' di affluenza in meno che c'è stata testimonia forse di qualche scoraggiamento da parte dell'elettorato d'opinione renziano, ma per il resto nessuno dei tentativi operati dal sindaco di Firenze nell'ultima settimana ha avuto successo: sul segretario sono confluiti massicciamente i voti dei candidati esclusi, nessuno dei suoi elettori ha cambiato opzione, sull'impossibilità di portare ai seggi i simpatizzanti motivati negli ultimi giorni s'è scritto in abbondanza.
Non si può escludere che abbia ragione Romano Prodi e che, in extremis, Renzi abbia pagato un po' in casa propria, cedendo al concorrente voti di elettori democratici che si sono infastiditi per le polemiche sulle regole. Se è vero, si vedrà quando saranno disponibili i dati sui voti assoluti.
L'ampia vittoria consegna a Bersani una guida molto solida della coalizione di centrosinistra. I voti delle persone in carne e ossa arrivano a dare sostanza a una leadership che negli ultimi due mesi è visibilmente cresciuta. Il segretario aveva già vinto la sua scommessa con quei tre milioni abbondanti ai seggi del primo turno, con la campagna elettorale sempre affollata, col Pd spinto in alto nei sondaggi, con tutti gli altri attori politici messi ai margini dalla comunicazione e dall'attenzione dell'opinione pubblica.
Mancava l'ultimo tassello, il più importante anche perché in alcuni momenti della campagna – per merito di Renzi – la vittoria del segretario non poteva esser data facilmente per scontata. Per di più cosa importante, il successo al ballottaggio arriva con una base elettorale ancora ampia: la partecipazione è stata buona anche questa domenica, sotto la pioggia e dopo le asprezze.
Per molti motivi, dunque, Bersani non esce delle primarie come c'era entrato, il che gli da ragione dopo le forzature che ha dovuto operare dentro e contro la sua stessa maggioranza.
Dal suo primo discorso al Capranica s'è capito che Bersani da adesso in poi si impegnerà a far risaltare il proprio status di aspirante presidente del consiglio, a proseguire nel rinnovamento interno al partito e a rendere più precisa la linea per la campagna elettorale. Che sarà «nessuna promessa»: ricordare proprio nel momento della festa che il paese è in grave crisi equivale a raffreddare sul nascere i possibili entusiasmi di un tipo di sinistra convinta che ora si possa ripartire con la politica del tassa e spendi.
Neanche il Pd, questa notte, è lo stesso di due mesi fa.
Non solo perché alcuni sondaggi lo proiettano perfino al 34 per cento, ma per la prova di democrazia competitiva che ha saputo affrontare. E soprattutto per ciò che ha saputo fare Matteo Renzi.
Il riconoscimento di vittoria concesso via twitter dal primissimo momento, quando ancora si disponeva solo di un exit poll e di pochi voti veri scrutinati, è l'ultimo contributo in ordine di tempo che il giovane sfidante ha dato al rovesciamento dei riti e delle abitudini della politica, nel centrosinistra e in generale.
È presto ora per dire come saranno gestite, rispettivamente, la vittoria di Bersani e la sconfitta di Renzi.
Sono possibili solo alcune ipotesi.
Per quanto riguarda il segretario, stile e convenienza politica spingono verso la massima inclusione possibile dei perdenti (che assommano comunque a oltre un terzo dell'elettorato di tutto il centrosinistra) e del loro leader, che sarà evidentemente protagonista della scena per molti anni a venire.
Bersani sa bene che quelle percentuali così alte nei sondaggi democratici dipendono dai volti diversi che il Pd ha saputo mostrare in questi mesi. E che tagliando pezzi (come nel calore delle polemiche o nell'entusiasmo della vittoria) si rischia di perdere anche pezzi di elettorato.
Per finire, Renzi e le primarie hanno portato il Pd a competere sul terreno dell'avversario più aggressivo e pericoloso del momento, cioè Beppe Grillo: qualsiasi passo indietro, qualsiasi ripiegamento sui vizi e le pigrizie del Pd “di prima”, tornerebbe a regalare spazi di conquista per il M5S. Sono lì pronti, che non aspettano altro.
Per quanto riguarda Renzi, il discorso è più complesso.
Non c'è motivo di dubitare del suo impegno a sostenere la candidatura di Bersani a palazzo Chigi e la corsa del Pd verso la vittoria elettorale di primavera. Certo qualcosa dipenderà anche dalla disponibilità bersaniana a includere nelle liste elettorati una parte del nuovo ceto politico promosso dal sindaco, e dalla “tenuta” della promessa di ricambio. 
Ma il punto vero è un altro, più di fondo. Riguarda il carattere di Matteo Renzi e la sua scommessa su se stesso a lunga gittata. Che non è la scommessa di un “secondo”, di un vice.
S'è capito benissimo dalle sue prime dichiarazioni. Tutte improntate a lealtà ma insistenti sul punto cruciale: anche ammesso che me lo chiedessero, non mi farò coinvolgere in alcun modo nella cogestione della prossima fase politica.
Questo significa, per lui, «tornare a Firenze»: significa che si terrà fuori dalle elezioni politiche e dalla formazione del governo, aspetterà a vedere come Bersani gioca una partita che (come entrambi hanno sempre detto) a questo punto è tutta del segretario, convinto (immagino) che né il pieno rinnovamento né il governo efficace del paese possano affermarsi senza un radicale cambiamento del Pd.
“Adesso” Renzi non ce l'ha fatta, ha ceduto il passo a un ottimo leader del centrosinistra.
Come ha detto ai suoi sostenitori alla Fortezza ci riproverà, ci riproverà “presto”.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/12/2012 alle 23:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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2 dicembre 2012
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Un minuto dopo la vittoria
Abbiamo già scritto tutto. Che è stato un capolavoro. Che comunque finisca, il Pd ha vinto le primarie dal primo giorno in cui le ha indette. Che da questa vicenda esce schiantato il centrodestra, risalta la pochezza di centristi vecchi e nuovi, si scopre la fragilità di Grillo non appena la politica si riconsegna nelle mani dei cittadini.
Abbiamo scritto che la sinistra radicale di Vendola avrà un ruolo ma ha subìto un ridimensionamento. E che solo dopo questa prova di democrazia i partiti, e il Pd in particolare, possono rivendicare il ritorno alla guida diretta del paese senza intermediazioni tecniche.
Abbiamo scritto che Bersani s’è confermato solido, affidabile e popolare come lo si conosce, ma ha tirato fuori doti di coraggio e di propensione al cambiamento che si conoscevano meno, vincendo una scommessa contro la propria maggioranza, dandosi finalmente la statura di vero leader.
E che Renzi è autore di una svolta irreversibile destinata a cambiare tutto nella politica: senza di lui «la cosa bella» (citazione bersaniana) non avrebbe avuto senso. Renzi ha sorpreso l’Italia, il centrosinistra, ha conquistato consensi impensabili per il Pd, sarà protagonista della scena per molti anni: da stasera può uscire o fortissimo, se vince, oppure molto forte e imprescindibile, se appena supera il 40 per cento.
Abbiamo anche scritto delle regole troppo burocratiche e restrittive e infatti sempre smentite dalla realtà, fino allo spettacolo evitabilissimo dei respingimenti per il ballottaggio; e delle forzature operate dai renziani, che partendo da ragioni condivisibili hanno compiuto mosse troppo aggressive, fino alla frenata di ieri.
Che cosa resta da scrivere?
Un augurio di buona domenica al popolo degli elettori e al popolo ammirevole dei volontari. E una rapida proiezione sul domani.
Un minuto dopo aver superato la fatidica soglia del 50 per cento, il vincitore dovrà aver stampata in testa un’altra percentuale: quel 34 per cento che i sondaggi assegnano al Pd grazie al fatto che finora è stato il Pd delle primarie, di Bersani e di Renzi. Se il vincitore non riuscisse a tenere questo profilo e quella quota, tutti gli sconfitti del momento – dalla destra a Grillo – tornerebbero in gioco. Il successo assumerebbe un sapore amaro.
Attenti dunque: già la gestione delle prime ore dopo il risultato dirà se a vincere sarà stato solo un candidato, o davvero tutto il Pd e tutto il centrosinistra.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/12/2012 alle 18:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
1 dicembre 2012
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Finalmente Grillo insegue
Ormai ci siamo. Poche ore al ballottaggio. L’impressione fortissima però è che l’avventura delle primarie non finirà domani notte con la proclamazione del vincente fra Bersani e Renzi.
No, non ci riferiamo alle possibili code polemiche, alle probabili discussioni del dopovoto conseguenti allo scontro sulle regole, alle recriminazioni figlie della infelice restrizione imposta alla partecipazione al voto nel secondo turno. Queste cose ci saranno, ma non saranno decisive. Ieri – come speravamo e avevamo anche chiesto – la tensione fra i due campi è tornata a essere prevalentemente politica, anche se Renzi è tornato più volte all’attacco chiedendo di aprire le porte del ballottaggio ai molti elettori che hanno chiesto di iscriversi. È un tema che resterà caldo fino all’ultimo e che ritroveremo nei giudizi di domani notte. Ma alla fine non sarà l’elemento dominante.
No, l’avventura delle primarie continuerà perché esse avranno una lunga scia di effetti politici.
Quello che doveva colpire il centrodestra s’è già consumato, denudando l’incapacità di reazione delle truppe ex berlusconiane.
Ora si intravede l’effetto nell’altro campo, quello veramente concorrenziale con il Pd. Ieri Grillo ha emanato un’improvvisa direttiva per convocare di gran fretta le primarie di M5S: saranno già da dopodomani, per tre giorni, solo in orario d’ufficio e online, con l’interessante particolarità di non rendere noti i nomi dei candidati. Una roba talmente assurda da suscitare l’incredula e negativa reazione di molti aderenti al movimento.
È la prima volta che Grillo insegue. E va subito in affanno.
Non è più una tesi di propaganda, né un’analisi politologica: Grillo conferma col suo gesto di vedere il centrosinistra alla controffensiva su quello che considerava un terreno ormai conquistato. Il rapporto diretto con i cittadini elettori. Motivo in più per tenersi strette le primarie di domani. Farle andare bene. E far votare più gente possibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/12/2012 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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30 novembre 2012
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primarie regole renzi bersani pd
Attenti, fin qui era un capolavoro
Oltre tre milioni di persone alle urne domenica 25. Sei milioni davanti alla tv mercoledì sera. Altri milioni di spettatori per ogni tg e talk-show degli ultimi mesi. Più le donne e gli uomini in carne e ossa che hanno affollato le sale della campagna dei cinque candidati.
I cittadini. Gli elettori. Coloro ai quali il centrosinistra ha voluto consegnarsi, e vuole continuare a farlo, e dai quali ha ricevuto una risposta entusiasta. «Una bella cosa », ha ripetuto spesso Bersani.
Come si poteva pensare che, spalancato il portone della sovranità, i cittadini non volessero continuare a varcarlo in questi giorni di ballottaggio, quando il confronto raggiunge, interessa e appassiona tante persone in più? Altri italiani, anche loro reali o potenziali elettori del Pd come quelli delle file del 25 novembre.
Italiani che potrebbero anche fare la differenza, a marzo, fra un successo risicato e una vittoria ampia e decisiva.
Avendo scritto mesi fa che regole troppo rigide non avrebbero fatto l’interesse del Pd, e avendone trovato conferma nell’aggiustamento delle regole stesse fino al trionfo della partecipazione al primo turno, è ovvio che ci piacerebbe avere dopodomani ai seggi più dei tre milioni già visti. Del resto sembravano pensarla tutti così: più gente c’è, meglio è per il centrosinistra. Non meglio per uno dei candidati, come dimostra il successo di Bersani nell’elettorato d’opinione, rimarcato dai suoi.
Ieri all’errore di un regolamento ristretto poi allargato poi definitivamente ristretto s’è aggiunto da parte di Renzi l’errore grave di voler forzare la situazione non solo con un appello per le nuove iscrizioni, bensì con un mezzo raggiro. Una pessima idea (nata dopo un acceso scambio telefonico tra sindaco e segretario), il cui rimbalzo polemico rischia di far dimenticare all’opinione pubblica la felice serata su RaiUno rispedendo il Pd nel purgatorio delle liti permanenti.
Se questa bufera non si placasse, entrambi ci rimetterebbero. Bersani forse vincerebbe con un margine più rassicurante ma con due limitazioni serie: l’ombra delle polemiche e una maggioranza calcolata su una base più ristretta di quella del 25 novembre. Renzi, dopo esser salito al rango di leader, sarebbe ridimensionato a quello antipatico di sfasciacarrozze.
A chi conviene distruggere il capolavoro politico e comunicativo di quel dibattito (seguito dal teledramma Pdl) e di due mesi di miracolo democratico?
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Diario
28 novembre 2012
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Il gioco si fa duro, "adesso". E dopo?
Il ballottaggio non poteva essere un pranzo di gala, infatti non lo è. Non abbiamo scritto per nulla che queste sono primarie vere, una competizione seria e aperta. L’ha confermato subito Matteo Renzi ieri, nel primo dei cinque giorni che ha a disposizione per recuperare 290mila voti: un paio di colpi sotto la cintura dedicati al Bersani ministro che avrebbe avuto responsabilità sia nell’organizzazione di Equitalia che nella privatizzazione dell’Ilva. Due argomenti non proprio scelti a caso, i più roventi che ci siano, il secondo poi con l’aggravante dei rapporti pregressi (e pubblici) fra i Riva e lo stesso Bersani.
Non c’è da drammatizzare. Passiamo dalle «cose belle», scambiate fra i due per sms e raccontate dal segretario, alle accuse esplicite di corresponsabilità con le scelte sbagliate del passato. Le recriminazioni contro la nomenklatura sulle regole per iscriversi al voto e gli errori della classe dirigente degli ultimi anni sono i temi dello sfidante che deve rimontare.
Renzi pensa di dover andare giù duro (alzando le attese per il duello tv di questa sera), e di poterselo anche permettere perché i risultati del primo turno hanno tolto di mezzo l’argomento atomico della sua estraneità al Pd e al centrosinistra.
Se accende la polemica, con quel bagaglio di un milione abbondante di voti nessuno può più accusarlo di muoversi da agente del nemico.
Lo sdoganamento definitivo è venuto dalla stessa Unità che solo un mese fa imputava al sindaco di Firenze comportamenti «fascistoidi», e che ieri nell’editoriale del direttore Claudio Sardo riconosceva Renzi come «secondo vincitore» delle primarie; definiva la conquista del ballottaggio «la consacrazione a una leadership effettiva e popolare »; invitava tutti a «non mettere tra parentesi il risultato di Renzi» e infine prospettava un futuro nel quale la radicalità dello sfidante possa essere ricompresa nel progetto collettivo guidato da Bersani.
Un commento condivisibile al cento per cento. Subito però si apre la domanda: data per scontata la dichiarata e ribadita lealtà post-primarie, se, come e fino a che punto Renzi è riassorbibile nel Pd eventualmente guidato da Bersani? 
Il tema per fortuna non è più di tipo antropologico o etnico, bensì puramente politico. Verosimilmente Renzi non uscirà dal ballottaggio di domenica con meno del 40-44 per cento dei voti espressi: per paradosso, la formula giustamente voluta da Bersani per potersi presentare come leader della maggioranza assoluta del centrosinistra (e avversata inizialmente da Renzi) avrà l’effetto mica tanto collaterale di intestare al sindaco di Firenze una minoranza interna di dimensioni mai viste prima nel Pd.
Un enorme pezzo di elettorato progressista che, a ragione, anche Claudio Sardo considera imprenscindibile. Finiscono in archivio le speranze di Mario Tronti e di molti come lui (anche molto più giovani di lui) di espellere dal Pd l’oggetto estraneo e tutti i suoi sostenitori. Ma questo conta poco: lo si doveva sapere dalla vigilia. Chi dovesse ripetere simili facezie adesso andrebbe ammonito col banale calcolo (non a caso fatto ieri dallo stesso Renzi) della proiezione su scala elettorale nazionale di un 40- 44 per cento delle primarie: vale almeno il 15 per cento, meglio non giocare con simili numeri.
La questione vera è che l’assimilazione piena di Matteo Renzi al Pd eventualmente bersaniano è molto molto problematica. Dovessimo dire oggi, la considereremmo impossibile. E non per incompatibilità personale (anzi, i due si prendono), né per impermeabilità reciproca delle aree di consenso (basti guardare i dati delle regioni a maggiore insediamento democratico).
Il fatto è che Renzi resterà “fuori” – resterà a Firenze, intendiamo – perché la sua partita rimane secca. O si vince o si perde. Vista dal suo punto di vista: se tocca a Bersani, Bersani deve giocarsi la sua corsa verso palazzo Chigi e poi auspicabilmente il suo duro lavoro da premier. Renzi lo sostiene nella campagna elettorale, chiede (e verosimilmente ottiene) una rappresentanza parlamentare congrua anche se non matematicamente proporzionata alla percentuale ottenuta al ballottaggio, partecipa alla vita del Pd, ma non si fa coinvolgere in alcun modo. Né nella gestione di partito, né nel governo. Il suo obiettivo diventa vincere la prossima volta (magari calcolando che, con una legislatura nata precaria, la prossima volta possa non essere così lontana).
Tutto questo non attiene a calcoli particolari. Anzi è verosimile che molti di coloro che ora sostengono Renzi la pensino diversamente da lui su questo punto, e siano disponibili a «farsi coinvolgere» (sia pure non nel modo con cui si fece ricoinvolgere Dario Franceschini nel 2009 dopo esser stato battuto da Bersani per la segreteria: lo citiamo solo perché il paragone col risultato di Franceschini è stato proposto dall’attuale maggioranza per sminuire la portata del dato di Renzi).
Tutto questo attiene alla personalità del sindaco di Firenze, abbastanza unica in questo momento. Come conferma il fatto che ieri sia ripartito all’attacco senza concedere a Bersani più di qualche applauso, siamo di fronte a una macchina da battaglia elettorale che al massimo può ridurre i giri (com’è successo nei primi mesi del governo Monti), ma spegnersi mai.
Questa macchina deve essere posta al servizio del centrosinistra per vincere nella prossima primavera meglio di quanto saprebbe fare il Pd “pre-primarie”. Conviene a tutti, a Bersani più che a ogni altro. Renzi ha il dovere di mettersi a disposizione e lo farà perché lui eredita dalle primarie, insieme a una bella forza, anche molti obblighi e una enorme responsabilità verso una collettività.
Ma assimilarlo, coinvolgerlo oltre un certo limite, magari nei calcoli di qualcuno neutralizzarlo: questo non accadrà. E un’alta tensione intorno al “ragazzetto”, come imprudentemente lo chiamò Franco Marini, d’ora in poi ci sarà sempre.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/11/2012 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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27 novembre 2012
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primarie pd bersani renzi sondaggi
Continuiamo così, facciamoci del bene
Né i commenti a bocce ferme dei due ammessi al ballottaggio, né quelli degli esclusi, né i dati definitivi del primo turno (diversi da quelli della serata, dunque più favorevoli a Bersani) spostano il giudizio dato a caldo nella notte delle primarie.
In generale, il Pd rimane in cima alla cresta di un’onda che ingrossa i suoi consensi, lo impone quasi con violenza all’attenzione dell’opinione pubblica più ampia (il duello televisivo stavolta sarà nel prime time del primo canale generalista) e allarga ulteriormente il gap concorrenziale con le altre forze politiche, non solo il derelitto Pdl ma a questo punto – fatto nuovo – anche il M5S.
Pier Luigi Bersani esce da vincitore dal primo turno non solo per il vantaggio largo. Prima Vendola (lo scorso anno), poi il medesimo Renzi lo avevano sfidato a fare le primarie e poi l’avevano incalzato. Il segretario avrebbe potuto arroccarsi in un fortino che tutta la nomenklatura democratica (come s’è visto) avrebbe volentieri presidiato, e continuare nella tattica di avvicinamento passivo alle elezioni politiche che era stata la sua linea di condotta fin dal 2009.
L’estate scorsa ha deciso di fare l’opposto, sulla base di una lettura corretta non tanto dei rapporti di forza interni bensì della relazione drammatica fra elettori e partiti, fra cittadini e democrazia. Sta vincendo la scommessa. A questo punto non è solo il favorito per palazzo Chigi: è per tutti un leader riconosciuto, dotato di una forma peculiare di carisma e di visione. Insomma ciò che in tre anni di segreteria del Pd (e di scelte spesso troppo statiche) non era riuscito a diventare.
Il suo punto di forza è la morbidezza del linguaggio nei riguardi dei suoi concorrenti. L’ha voluto ribadire ieri facendo riferimento ai contatti con Renzi. Non è buonismo: è un tratto caratteriale misto a calcolo e alla conoscenza di ciò che piace e non piace al popolo del centrosinistra. O meglio, a quella parte che si ritrae davanti al linguaggio diretto e arrembante di Renzi.
È molto difficile che Matteo Renzi diventi il candidato del centrosinistra per guidare il governo: trecentomila voti sono ardui da rimontare. Ma il sindaco di Firenze ha tutte le ragioni per brindare. Anche la sua scommessa è vinta. Ha definito uno standard per la competizione democratica nel suo insieme, in tutto l’arco politico, non solo a sinistra. È conosciuto e seguito anche fuori dall’Italia (alla vigilia si informava sulle sue chances il laburista David Miliband).
In questi ulteriori cinque giorni correrà giustamente per vincere, comunque è ragionevole per lui puntare a chiudere domenica intorno al 40 per cento: francamente una quota impensabile alla vigilia, per uno sfidante che il corpo del Pd aveva esorcizzato come alieno. E pensare che l’entourage del sindaco negli ultimi giorni temeva una disfatta, pensavano di poter rimanere inchiodati al 20 per cento. Perfino loro avevano sottovalutato la domanda di un cambiamento drastico proveniente anche dagli strati più fedeli dell’elettorato.
Il milione abbondante di voti renziani è solo una parte del bottino elettorale che la presenza e le idee di Renzi possono consegnare al partito: come scrivevamo alla vigilia, ciò rende Renzi imprenscindibile. Bersani ha dimostrato in ogni occasione di saperlo. Sul fairplay il segretario verrà ricambiato nei prossimi giorni, anche se ieri s’è capito che Renzi non smette mai di combattere. Del resto, per recuperare deve assaltare: rimane da parte sua la critica all’usato sicuro, continua l’affondo verso il corpo del gruppo dirigente allineato dietro al segretario.
Lesto come sempre, Renzi “usa” da subito il nervosismo eclatante di alcuni big, da Rosy Bindi a Franco Marini, per intaccare l’immagine di rinnovatore che Bersani è riuscito comunque a recuperare.
Allora risalta a maggior ragione il grossolano errore di chi si mette dalla parte del torto tornando a minacciare ritorsioni sulle candidature per le politiche, o rese dei conti congressuali. Scelta autolesionista: sembrano voler dare ragione a chi li descrive come asserragliati in difesa dei propri ruoli. Si capisce meglio ora quanto ci avessimo preso, quando avevamo intuito la volontà innanzi tutto di Bersani di approfittare delle primarie per rimescolare tutte le carte. Il nervosismo nasce più da qui, che dal risultato di Renzi.
È chiaro che quel 35 per cento (al primo turno, destinato a crescere, conquistato dallo sfidante in zone dove il Pd è forte) cambia gli equilibri interni. Soprattutto, diventa irreversibile il protagonismo, al di là degli schieramenti attuali, di una leva di dirigenti giovani: cresciuta nello scontro delle primarie, destinata a crescere ancora nella campagna elettorale nazionale.
Un quadro incoraggiante, nient’affatto scontato fino a pochi mesi fa. Per parafrasare un celeberrimo fustigatore dei costumi della sinistra, c’è da dire: continuiamo così, facciamoci del bene
permalink | inviato da stefano menichini il 27/11/2012 alle 18:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
25 novembre 2012
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primarie bersani renzi vendola puppato tabacci pd
Un bel regalo, una sfida sana
È bello e giusto, ce l’hanno anche suggerito, ma non possiamo farlo come titolo di questa edizione straordinaria di Europa: «Il Pd ha già vinto le primarie».
Non possiamo farlo per il semplice motivo che l’abbiamo già fatto. Più di due mesi fa, il 21 settembre, quando la campagna che si chiude oggi (o fra una settimana) era ai suoi primi passi.
Erano passi difficili, duri, un cammino che sembrava in salita.
Polemiche, dubbi, paure. Le fastidiose schermaglie sulle regole. Pressioni sul segretario Bersani perché non si esponesse inutilmente, non mettesse a rischio il partito. Attacchi a Matteo Renzi per aver lanciato una sfida distruttiva. Ironie su Nichi Vendola: solo nel 2011 era la grande promessa e ormai sembrava inabissato.
Non è neanche giusto oggi infierire sui molti che questa giornata straordinaria non avrebbero voluto celebrarla.
Semplicemente, non avevano colto il cambio di stagione. Reagivano in maniera difensiva all’incognita delle primarie perché legati a uno schema rigido di avvicinamento alle elezioni di primavera. Come gli allenatori che considerano solo la propria squadra e non si curano delle condizioni del campo e delle mosse degli avversari.
Qui è il grande merito che va riconosciuto, comunque vadano le cose nel conteggio di stasera, soprattutto a Pier Luigi Bersani e a Matteo Renzi.
Hanno motivazioni diverse, obiettivi diversi, anche idee sensibilmente diverse su importanti punti politici. Almeno per oggi vanno considerati fino in fondo antagonisti fra loro, e con gli altri tre candidati. In comune però Bersani e Renzi hanno di aver obbligato l’intera scena politica nazionale a uno scarto straordinariamente positivo.
Non c’è solo il beneficio per il Pd e per il centrosinistra. Che è evidente, certificato da sondaggi molto seri, assolutamente costanti e coincidenti. C’è l’effetto a catena sugli altri partiti, obbligati a definirsi pena la marginalizzazione.
E c’è – come sottolinea sempre Bersani – il gran regalo fatto alla democrazia nel suo insieme: mesi e anni a scrivere di scandali, ruberie, sprechi, del distacco e anzi del rancore dei cittadini verso la politica. E poi, una domenica di fine novembre, ecco lo spettacolo di partecipazione al quale stiamo assistendo. Anzi, del quale siamo tutti protagonisti: cosa ben diversa dall’essere spettatori o tifosi.
Qui c’è un’altra intuizione: che i partiti, in questa fase, non sarebbero stati in grado di guarirsi da sé, guarire il sistema, riconnettersi alla società infuriata. Ne è prova ciò che in parlamento sta accadendo – o meglio, non sta accadendo – intorno alla riforma elettorale, per non dire delle altre riforme mancate del sistema politico.
Dunque è giusto per i partiti riconoscere i propri limiti e consegnarsi agli italiani.
Come avverrà nel marzo prossimo per una cruciale tornata elettorale. Come il centrosinistra ha avuto la forza, la preveggenza e il coraggio di fare per il proprio campo. Come, a quanto pare, è impossibile fare nel devastato centrodestra post-berlusconiano (oppure a quanto pare, peggio per loro, tuttora berlusconiano). Come infine non sono in grado di fare né i sedicenti ultrà della democrazia dal basso di M5S; né i partiti e i movimenti aggregati in quell’area centrale che sarebbe tanto importante se non fosse frenata al tempo stesso dalla immaturità dei newcomers montezemoliani e dall’obsolescenza dell’eterna Udc.
Se qualcuno avesse pianificato a tavolino questo brillante autunno del Pd, sarebbe un genio.
Sappiamo che non è andata così, sappiamo che s’è proceduto per strappi, ripensamenti, improvvisazioni, slanci individuali. Badate però che alla fine i conti tornano, nulla capita per caso.
Il Pd può trovarsi in questa felice circostanza grazie all’incrocio fra alcune sue virtù fondative e un decisivo innesto recente.
Grazie a coloro che l’hanno fondato, e grazie a Bersani che lo dirige da tre anni, il Pd è un partito vero. Molto distante dalla perfezione, e afflitto dai mali di tutti i partiti del mondo in questo tornante storico, ha però una solidità intrinseca. È un progetto che corrisponde a un pezzo grande d’Italia: né l’uno né l’altra sono provvisori. Solo così si spiega come mai solo il Pd (che ha avuto i suoi guai, e grossi) rimanga in piedi nella frantumazione delle sigle della Seconda repubblica.
In questa solidità, che ha sconfinato spesso nella staticità, ha fatto breccia un potente moto di innovazione.
Guardate i nomi e i volti delle donne e degli uomini che in queste settimane hanno invaso i dibattiti in tv (realizzando, per inciso, un colpo di comunicazione politica dal valore inestimabile). Guardate le tre firme che oggi su Europa hanno accettato, su nostra richiesta, di “rappresentare” la visione per l’immediato domani dei candidati principali. Guardate chi ha organizzato in tutta Italia quelle manifestazioni sempre stracolme – il vero fatto nuovo, un’attenzione spasmodica per le proposte di tutti i candidati di queste primarie.
Ebbene, questi nomi, questi volti, queste firme, sono già i nuovi dirigenti del centrosinistra. È in atto un drastico ricambio di ceto politico. Non senza immaturità e delusioni. E certo non senza che ci siano (e ci saranno, vedrete) forti resistenze da parte della nomenklatura precedente. Ma ciò che doveva accadere perché il Pd tenesse il passo del cambio di Repubblica, sta accadendo.
Abbiamo già scritto, non c’è bisogno di ribadire oggi, che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il coraggio di Renzi e senza la lungimiranza di Bersani. Puppato, Vendola e Tabacci, ognuno di loro ha portato un mattone a questo edificio. Non ce ne vogliano gli ultimi due, ma il popolo che oggi si metterà in fila ai seggi li considera già dentro un solo partito, più grande e plurale: sarà uno dei temi del dopo primarie.
Fra Bersani e Renzi, oggi o domenica prossima, uno perderà. Entrambi però usciranno da questo confronto con una statura da leader che non avevano prima e che, al di là delle esagerazioni dei tifosi più sfegatati, è ormai reciprocamente riconosciuta.
Il patrimonio accumulato dal centrosinistra potrà essere speso al servizio del paese se loro due e l’intero nuovo gruppo dirigente sapranno sciogliere rapidamente le ruggini delle primarie e gettarsi alla conquista dei consensi necessari a governare: oggi ai seggi avremo tante persone in più rispetto alle previsioni. Ma per quante esse siano, per cambiare l’Italia occorre conquistare il cuore e il cervello di un popolo tanto più vasto e ancora tanto diffidente.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/11/2012 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
22 novembre 2012
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primarie pd sondaggi bersani renzi
Il Pd e il collasso quantistico
Un’utente di Twitter, Silbi, ha dato la definizione che intuisco essere la più adatta, anche se è fuori dalle mie competenze: il Pd che secondo l’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli tocca ormai il 32,2 per cento (teoricamente il massimo storico, considerando che nel 33,1 del 2008 vanno conteggiati anche i radicali) è secondo lei un «Pd quantistico».
Nella mia ignoranza indovino che significhi che gli italiani si dichiarano oggi per due Pd, su livelli spazio-temporali diversi: quello di Bersani (di ieri, oggi e domani) e quello di Renzi (di oggi e domani), anche se non escluderei che a quella cifra alta contribuiscano anche sognatori di un Pd tendenza Vendola o Tabacci. Insomma un Pd espanso «oltre i confini della realtà », per rimanere in tema.
Comunque vada domenica sera, o domenica 2, il destino di tutti e cinque i concorrenti e di tutti i simpatizzanti ed elettori del centrosinistra dipende dal successo di una delicata e non scontata operazione di riunificazione di quegli universi paralleli: quando Pd e centrosinistra avranno un solo candidato premier, dovranno continuare a valere quanto gli attuali due, tre, quattro Pd virtuali disponibili sul mercato elettorale.
Se il centrosinistra vuole davvero governare l’Italia e non delegare l’incarico una volta di più, non c’è alternativa a tentare questa difficile operazione.
Seguendo l’istinto di duri combattenti d’altre epoche come Mario Tronti (settimane fa auspicava sull’Unità che Bersani, vinte le primarie al primo turno, si liberasse di Renzi e dei suoi indesiderabili sostenitori, alieni rispetto alle tradizioni politico-culturali del Pd) avremmo la certezza di un auto-ridimensionamento elettorale (Silbi, peraltro accesa antirenziana, parla di collasso quantistico) e quindi di riconsegnare il paese, nel migliore dei casi, alle cure dirette del professor Monti. Che poi è, a ben pensarci, ciò che la sinistra della generazione e dell’orientamento di Tronti ha sempre fatto.
Bersani, Renzi e tutti coloro che hanno creduto nelle primarie (compreso Vendola) sono i titolari dell’attuale potenzialità elettorale. Toccherà a loro di confermarla e magari rafforzarla a risultato acquisito. Si spera che gli altri – quelli che «le primarie distruggeranno il partito» – per rientrare in gioco a cose fatte non tentino, loro sì, di distruggere il magnifico lavoro di mobilitazione e di resurrezione delle coscienze che si è realizzato in questi mesi.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/11/2012 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
29 ottobre 2011
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bersani renzi big bang pd margherita ds
Bersani-Renzi, è tornata la competition
Bersani ha deposto l’arma (mai brandita da lui, in verità) dell’esclusione a norma di statuto di eventuali competitori. Renzi ha recitato un atto di amore e di appartenenza nei confronti del Pd, per disinnescare in anticipo la più insidiosa (e odiosa) delle accuse: quella di lavorare non in favore ma in danno dei democratici.
Si è così sdrammatizzata la vigilia del confronto a distanza fra il segretario e il suo più serio, esplicito e forte sfidante. Una prima ottima notizia, aspettandone altre da Napoli e Firenze.
Bersani, come già nel 2010, ha scelto la coincidenza degli eventi e quindi si è esposto al paragone. Che è difficile per lui, impegnativo. C’è una attesa fortissima verso il Big Bang. È una manifestazione in stile margheritino, per chi ricorda i Big Talk rutelliani del 2005: per agilità, modernità, innovazione dei contenuti e delle proposte, personalizzazione degli interventi e grande spazio offerto ai giovani e alle “storie di successo”, quegli eventi diedero alla Margherita un vantaggio competitivo verso gli alleati dei Ds, costretti a inseguire.
Renzi era lì, evidentemente imparò. Per molti aspetti, compreso il clima pre-elettorale, la storia si ripete. Dentro a un solo partito, stavolta.
L’effetto può essere doppiamente positivo.
Sarà positivo se Bersani, incalzato e a questo punto con la prospettiva di primarie dall’esito non scontato, darà una spolverata alla linea del suo Pd: fin qui troppo statico, troppo esposto alle scorrerie di alleati ingordi, avvertito come conservatore mentre la crisi travolge ogni certezza.
E sarà positivo se Renzi crescerà, da veloce e inafferrabile peso piuma a peso massimo della politica nazionale, percepito come possibile vincitore non solo nello scontro interno.
Nelle ultime settimane il sindaco di Firenze ha fatto, da questo punto di vista, un evidente salto di qualità, ma l’attesa intorno a lui dipende ancora più che altro dalla generale fame di cose e persone nuove. È una chance enorme che gli si offre. Per coglierla deve dimostrare di essere un vero leader, non più solo un brillante deejay.
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Politica
28 ottobre 2011
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renzi zingaretti bersani pd
Renzi, Zingaretti: ottimo, ma che volete?
È la cosa migliore che ci si potesse aspettare dal Pd, comunque era inevitabile che accadesse. Se qualcuno sperava che nelle austere conferenze di programma potesse esaurirsi l’elaborazione dei democratici, ecco che suona la sveglia della politica contemporanea. Che è fatta di personalità forti, di iniziative di movimento, di comunicazione diretta, di mobilitazioni orizzontali. Ieri il referendum, oggi una raffica di autoconvocazioni e sortite che mirano a smuovere le acque.
Non per rendere più difficile la strada a Bersani, ma per aprirne altre di strade, in direzioni diverse, con destinazioni più promettenti di quanto non sia una risicata vittoria elettorale nel 2012 a rischio di trasformarsi presto in sconfitta politica.
È chiaro però che non si possa essere con Matteo Renzi, Nicola Zingaretti o la coppia Serracchiani-Civati meno esigenti che con il segretario del partito. E se a Bersani viene rimproverata la staticità di linea, chi alza la testa per dire la sua ha un diritto (il diritto di non vedersela tagliare subito nel nome di chissà quale improbabile ortodossia democratica), ma anche il dovere di giocare allo scoperto su contenuti e obiettivi.
Nicola Zingaretti, per esempio. Il principale motivo per cui tutti gli pronosticano una luminosa carriera è la sua indubbia capacità di piazzarsi al centro del campo di forze. I berlingueriani hanno governato il Pci e il Pds-Ds per anni, in questo modo. Ma può funzionare ancora così?
Il suo testo sul Foglio brilla per equilibrio, anche se i veltroniani notano punti in comune col Lingotto. Diciamo che Zingaretti scrive meglio di altri quella che dovrebbe essere la linea di Bersani, liberalizzatore anche lui nonostante le sbandate anti-europeiste e neostataliste della sua segreteria. Su questa strada però l’approdo logico sarebbe la segreteria del Pd, dopo una vittoria (o sconfitta) elettorale: a questo punta Zingaretti? E Roma, di cui nel “manifesto” non parla?
La missione naturale non era restituire il Campidoglio al centrosinistra, che poi considerato lo stato della città pare un dovere civile più che di parte? Domande obbligate, però è anche vero che legare le personalità alle loro collocazioni è un modo per limitarle, come si fa sempre con Renzi.
Già, il sindaco di Firenze. Qui ambizioni e candidature sono dichiarate, non vanno svelate. Per la Leopolda c’è enorme attesa. Effetti speciali garantiti. Sperando che alcune domande non rimangano inevase: il giamburrasca è cresciuto al punto di “fare sistema” intorno a sé? È diventato alla fine un peso massimo, visto che prendersi sulle spalle l’Italia adesso non è un lavoro da agili e sguscianti pesi piuma? E, soprattutto: quale è effettivamente la sua costituency?
È notevole ma non sorprendente leggere (Paolo Natale oggi su Europa) come Renzi vada forte fra dipietristi, leghisti e grillini: la visita ad Arcore è perdonata, funziona la figura dell’outsider che sfida establishment e casta.
Sono questi gli umori che Renzi vuole interpretare? Ora di sicuro farebbero da trampolino vincente per un’avventura personale, ma danno fondamento a una ambizione di governo?
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Politica
7 ottobre 2011
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pd bersani veltroni renzi
Pd, più movimento
Graziano Delrio alla fine è stato eletto presidente dell’Anci. Sergio Mattarella dopo una giornata di tensione è comunque entrato alla Corte costituzionale nonostante varie operazioni di disturbo. I referendum elettorali, sulle ali di oltre un milione di firme, hanno scardinato il sistema politico bloccato. E, guardando più indietro: Giuliano Pisapia dopo i voti sta conquistando anche il cuore dei milanesi, mentre Napoli non è più la capitale dell’avanzata berlusconiana ma casomai la prima tappa della sua ritirata.
Tante vicende diverse, di varia importanza, che vedono alla fine il Pd conquistare posizioni e segnano in generale l’erosione del centrodestra in favore del centrosinistra. Ma a quale prezzo per i democratici? Perché tutto accade con tanta fatica, tante torsioni interne, tante correzioni di rotta, consegnando l’impressione generale di un partito che avanza (e si candida a governare) quasi nonostante se stesso, con evidenti conseguenze su una percentuale elettorale che non migliora come dovrebbe?
A ben vedere, tutte queste vicende hanno qualcosa in comune: la difficoltà e perfino l’impossibilità di governarle dal centro del partito.
Ormai, al terzo segretario che si ritrova nella medesima situazione, dovremmo aver capito che non è solo una questione di persone al comando. Bersani ha compiuto errori, li ha anche riconosciuti (non sempre), ha la tendenza a tenere rigidamente la rotta anche quando si rivela sbagliata, salvo poi virare per la forza dei venti. Ma non può essere considerato lui il problema: sarebbe perfino troppo facile.
Il problema è casomai che proprio con l’elezione di Bersani si è accreditata l’illusione che si potesse tornare al bel tempo antico, quando le decisioni della segreteria del partito si imponevano bene o male a tutti i gangli periferici, ai gruppi parlamentari, alle organizzazioni collaterali, a tutto il gruppo dirigente ristretto o allargato.
Insomma, il ritorno a un principio di autorità dopo la genesi confusa e anarchica, grazie alla solidità dell’uomo Bersani dotato di una ampia maggioranza dopo la direzione un po’ solipsistica di Veltroni.
Non funziona così. Non può più funzionare così, per quanto sia condivisibile anzi vitale l’esigenza di un ritorno al principio di autorità. E Bersani è il primo a saperlo, perché il senso del limite è una delle sue virtù e nei suoi ragionamenti non manca mai il riferimento a un partito che si offre strumento, si affianca e non guida.
Incidenti ed errori – e le conseguenti brutte figure – nascono allora dall’incongruenza fra le nuove regole del gioco democratico e l’ansia di dominarle con atti di volontà. È questo costume di vita e d’azione anche politica frammentato, magari individualista o corporativo, che puntualmente si prende la rivincita sulla nostalgia del punto di vista unificante.
I milanesi e i napoletani scelgono il proprio sindaco contro ogni indicazione, e i sindaci a loro volta scelgono il proprio presidente secondo le dinamiche della loro associazione. I militanti rovesciano l’orientamento del partito sulla legge elettorale, mentre i gruppi parlamentari – straordinari nella tenuta d’opposizione, nonostante certe astruse statistiche – si spezzettano non appena devono compiere scelte proprie e non ostacolare quelle altrui.
In questo panorama confuso c’è chi sa muoversi meglio di altri. È anche questa la fortuna di Matteo Renzi, alla cui politica di movimento (talvolta oscura quanto a finalità ultime, ammesso che ce ne siano) si replica con la rigidità degli statuti, delle scadenze di partito canoniche, delle candidature di segreteria: ogni volta un regalo per lui, che deve solo cavalcare l’onda della voglia diffusa di smentire il centro qualsiasi cosa il centro chieda di fare.
Certo sarebbe una tragedia un partito fatto tutto di Matteo Renzi, però questo rischia di essere il destino del Pd se passa l’idea che la trasgressione sia l’unico modo di imporsi: bella beffa per chi puntava tutto sul ripristino della disciplina. Nessuno saprebbe più mettere ordine tra feudi e correnti, ci siamo già passati.
Non esiste una soluzione facile a questo problema. Certo non è organizzativa (lo diciamo perché sono di tipo organizzativo alcuni prossimi appuntamenti del Pd). Ovviamente è di linea politica e di leadership. Probabilmente Bersani dovrebbe moderare alcuni impulsi da centralismo democratico che talvolta si affacciano intorno a lui, in verità più pittoreschi che impressionanti, ma questo è un fenomeno marginale. Peraltro il pluralismo nel gruppo dirigente, maggioranza e minoranza, è sempre stato rispettato.
La questione è proprio di linea, e da questo punto di vista coincidono i problemi di fatica nel controllo interno e il disorientamento verso un quadro politico in rapida evoluzione, con l’affacciarsi di nuovi soggetti potenzialmente competitivi.
Bersani dovrebbe capovolgere la propria dottrina. Ci vuole più movimento. Più agilità. Capacità di sorprendere invece che essere sorpresi. Costringere gli altri a misurarsi con un Pd che gioca a tutto campo, aggiorna la propria proposta, scarta rispetto alla prevedibilità, si rivolge a quell’Italia dinamica e moderna ma non istintivamente progressista che si sta guardando intorno: oltre il 30 per cento di indecisi sul voto, una grande area del paese che le analisi post-elettorali del 2008 descrivevano come orientata al centrodestra ma senza passione e con fedeltà debole. Un’Italia alla quale le “lodi alla Camusso” dell’Unità, rispettabilissime, suonano remote ed estranee, antiche. Sapete quanti di costoro hanno sottoscritto il referendum di Parisi? Tanti. Sono stati agganciati da una iniziativa di movimento nata nel Pd anche se il Pd a Roma non la voleva: come li si trattiene? Come si rafforza questo provvisorio legame?
Non sarà la panacea, una simile eventuale svolta, non placherà protagonismi e individualismi. Ma metterà finalmente sotto i riflettori il Pd nel suo insieme, cavallo trainante e non a rimorchio del cambio di stagione. Non c’è niente da fare, tocca ricordarlo: come fu nei primi mesi della sua ancor giovane esistenza. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/10/2011 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
2 giugno 2011
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Aspettate a fare le coalizioni
Il via libera della Cassazione è inaspettato, perché segue logica e buonsenso però va contro quasi tutti i precedenti giurisprudenziali. Da ieri pomeriggio, comunque, i referendum prendono di prepotenza un posto nell’agenda della crisi politica aperta dalle elezioni.
Un posto importante, che il Pd fa bene a presidiare annunciando una energica campagna per la partecipazione al voto con l’obiettivo di un difficile quorum. Bersani reagisce prontamente più che per il merito dei quesiti (almeno quello sulla gestione degli acquedotti lascia dei dubbi), per il loro valore politico di insidia ulteriore al governo e di marcamento nei confronti delle altre componenti del centrosinistra.
La partita referendaria va dunque giocata, però non deve distrarre sul campo di gioco principale, anche perché è molto improbabile che l’esito dell'11 e 12 giugno, qualunque esso sia, possa avere effetti decisivi sul quadro politico.
E che cosa accade sul campo di gioco principale, dalla parte del centrosinistra, mentre Pdl e Lega si smarriscono nel labirinto senza uscita delle proprie crisi parallele?

«Qui già tutti si sentono al governo», scherzava Dario Franceschini martedì sera lasciando il ricevimento nei giardini del Quirinale. Attenti allora, perché sia l’idea di aver già vinto, che la foga di accelerare i tempi della vittoria o di costruirla a tavolino, possono spingere a commettere gravi errori.
Il più consapevole del rischio per fortuna sembra essere Bersani, che ha capito meglio di altri il punto chiave delle comunali: si è messa in movimento una forte corrente di opinione che certamente vuole chiudere con Berlusconi e ridimensionare la Lega, ma che si sottrae alla logica radicali/moderati, e non si farà costringere dentro gli schemi fin qui conosciuti della geometria partitica o coalizionale. Neanche quelli apparentemente eterodossi, come dimostra l’infortunio milanese di Nichi Vendola.
Alla larga dunque sia dai marchingegni da governo di transizione (se viene bene, ma darselo come obiettivo...) che dalle fregole sui patti di coalizione da chiudere al più presto.

Come hanno notato alcuni dirigenti leghisti, e come dimostrano tutte le prime analisi dei dati elettorali, il responso del primo turno delle amministrative – già politicamente molto chiaro e interpretato unanimemente da tutti gli osservatori – ha creato a sua volta un ulteriore spostamento, come se si fosse avvertito un generale messaggio di “liberi tutti”. Potrebbe essere il tradizionale effetto band-wagon, in favore di chi si avverte come vincitore, oppure qualcosa di ancora più profondo.
Fatto sta che i candidati anti-governativi hanno beneficiato ai ballottaggi di un premio ulteriore, in alcuni luoghi reso macroscopico dalle contemporanee perdite secche – in termini di voti assoluti – dei loro opponenti di Pdl e Lega.
Non è affatto azzardato immaginare (anzi, alcuni sondaggisti già lo vedono) che la corrente si sia ingrossata ancor di più dopo i ballottaggi, e che stia continuando a farlo in questo preciso momento anche a causa della reazione attonita (o meglio, della assenza di qualsiasi reazione) da parte di Berlusconi e Bossi.
Nessuna sorpresa dunque che il Pd risulti già oggi, almeno virtualmente, il primo partito italiano. Diremmo che è quasi una legge della fisica: l’attrazione esercitata dalla massa più consistente.

Ma passare dalle regole della idrodinamica o del magnetismo alla politica non è affatto automatico. Si fa presto a rovinare tutto.
La corrente va lasciata fluire.
Guai a dare l’impressione di voler mettere il cappello al popolo arancione di Milano, alla massa elettorale di de Magistris, ai “piccoli” e delusi del Nordest, ai novaresi indignati per l’anti-italianità della Lega, ai cagliaritani fiduciosi nel loro neo-Renzi. Insomma, niente di peggio che farsi scoprire nell’atto di “usare” il loro voto (da parte di partiti che neanche hanno fatto tanto per meritarselo), prima di essersi messi in sintonia almeno con le richieste preminenti fra le molte che vengono espresse.
Ecco perché ci interessa l’idea che da postazioni diverse, ben prima che ragionare sulle coalizioni, partano ora iniziative politiche o legislative sui costi e la funzionalità della politica e delle macchine amministrative nazionali e locali. Ce l’ha in mente Bersani, lo farà Renzi, l’hanno annunciato Pisapia, de Magistris e altri loro nuovi colleghi.
Non sono mosse tattiche per smontare Grillo, che tanto si smonta da sé: è il riconoscimento di una domanda forte, alla quale incredibilmente il centrodestra non ha saputo dare alcuna risposta nonostante fosse nelle condizioni per farlo. Evidentemente il loro dna autentico non era quello della rivoluzione liberale, e poi ha contato l’imborghesimento leghista.
Fatto sta che quel fronte rimane aperto, che quella istanza (che è giusta e politica, tutt’altro che antipolitica) rimane sospesa. Aspettiamo a fissare i paletti di confine e a chiudere le porte di unioni, ulivi e terzi poli: c’è prima altro lavoro da fare, e tanta altra gente che può decidere di entrare.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/6/2011 alle 8:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
7 dicembre 2010
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renzi berlusconi bersani pd arcore
Che bella lezione all'odioso Renzi
Matteo Renzi sta sulle scatole a un sacco di gente. Una volta, non sapendo di essere ascoltato, pronunciò una frase poco carina a proposito di Europa, dunque neanche qui è straordinariamente popolare. In politica però (come negli affari e in tante attività umane) la simpatia personale e la modestia sono solo fattori fra gli altri, neanche indispensabili come dimostrano molti esempi noti e vicini.
Bersani per esempio è simpaticissimo. Il che ai nostri occhi lo pone una spanna sopra i suoi colleghi, ma non è automatica garanzia di successo per la causa che rappresenta. Quando nell’aprile scorso, all’assemblea di Confindustria di Parma, disse che sarebbe andato anche a piedi ad Arcore per presentare le proposte del Pd per l’economia, la frase risultò appunto simpatica. Ora, per essere effettivamente andato ad Arcore con uno scopo analogo relativo alla propria funzione, l’antipatico Renzi si sta beccando un bel linciaggio. Politico e, come capita a sinistra quando c’è di mezzo Berlusconi, morale.
È una evidente esagerazione. Una reazione più antipatica del gesto stesso.
Andare ad Arcore non è stata una buona idea e lo sa anche Renzi che infatti, fosse dipeso da lui, non avrebbe dato alla visita la gran pubblicità che è solito dare a ogni cosa che fa. Il sindaco di Firenze ha accettato il basso standard di etichetta istituzionale imposto da Berlusconi alla politica, così come fanno tutti gli amministratori del Pdl (Alemanno e Polverini in testa) che vanno a giorni alterni in processione a palazzo Grazioli.
La reazione è però sproporzionata, a prova del fatto che Renzi è vissuto come potenziale rischio. Bersani su casi del genere di solito sdrammatizza: ieri non l’ha voluto fare, confermando che fra i due c’è una questione aperta. Tanti altri del Pd hanno dato addosso a Renzi chiamando in causa perfino le notti brave di Arcore o sfiorando l’accusa di tradimento, che in questi giorni sembrava finalmente appannaggio esclusivo della destra. Sono stati addirittura riesumati i sospetti sui voti di Verdini regalati a Renzi per le primarie fiorentine: dietrologia di stile sallustiano, nel senso del direttore del Giornale
L’incidente finirà nell’archivio dei complimenti berlusconiani che hanno “macchiato” nel tempo D’Alema, Rutelli, recentemente lo stesso Bersani. Un giorno li ricorderemo sorridendo, aneddoti dell’età dell’odio. Renzi allora sarà un politico importante. Forse del Pd o forse no, dipende anche da che cosa sarà diventato il Pd.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/12/2010 alle 23:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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