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Politica
25 febbraio 2011
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Quel gesto politico sul Trattato è urgente
La Nato fa sapere che la cosa non la riguarda. I tempi di reazione dell’Onu sono al solito da pachiderma. L’Unione europea dev’essere strattonata e quando viene messa di fronte all’emergenza capita che risponda – testimone il ministro Maroni, la denuncia è anche del capo dello stato – con fastidio.
Dunque c’è il rischio che le colonne che si muovono dalle città libiche liberate arrivino a Tripoli per lo scontro finale prima che gli organismi internazionali e i singoli paesi abbiano fatto i gesti minimi per dissociarsi dal regime in crisi.
Se andrà così, nella percezione dei nuovi libici rimarrà l’orgoglio di aver fatto da sé, ma anche il rancore verso le potenze occidentali che prima hanno stretto relazioni d’ogni genere con Gheddafi, e poi hanno esitato a tagliarle anche dopo la degenerazione del regime.
Finché tanti italiani sono su suolo libico, la prudenza è legittima. Chiaro però che servono messaggi d’impatto, come quello lanciato ieri dalla Svizzera congelando i beni della famiglia Gheddafi.
Ecco il senso di ciò che chiedeva ieri Europa, già proposto dai radicali e ieri diventato mozione del Terzo polo alla Camera:  la sospensione del Trattato Italia-Libia, peraltro in queste ore inapplicabile, finché a Tripoli non si sia insediata un’amministrazione diversa.
Sarebbe il segno di una rottura di continuità. C’è poi il dubbio scaturito da alcune frasi di La Russa, ieri, a proposito di forniture di armi «ora sospese». Il ministro ha poi rettificato, dicendo che il Trattato non prevede nulla del genere. Dal dialogo che oggi riporta Giuseppe Sangiorgi su Europa, è chiaro che i libici hanno sempre chiesto armi all’Italia: ci sono clausole recenti non pubbliche? Ragione in più per bloccare tutto, alla luce del sole.
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Politica
8 gennaio 2010
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Polverini, facile da smontare
Peccato che il centrosinistra a Roma sia la landa desolata che è. Renata Polverini imperversa sui manifesti e nelle interviste ma è tutt’altro che quella candidata straordinaria che ci hanno raccontato, anche tanti giornali e giornalisti modaioli di sinistra.
Qui su Europa Gianni Del Vecchio ha cominciato a scriverne ieri, continuiamo a farlo oggi, con ulteriori notizie: per essere questa gran ventata di novità, la segretaria dell’Ugl ha praticato metodi molto tradizionali per farsi strada nel duro e competitivo mondo delle confederazioni. Tessere gonfiate, iscritti inventati, tutti i sistemi del sottobosco sindacale per nascondere una realtà di scarsissima influenza fra i lavoratori. E questo, cosa più grave, non solo per apparire più forti di quanto si è, ma per acquisire il diritto a poltrone che contano nei consigli di gestione di importanti enti.
Insomma, non è sul campo del lavoro che la Polverini ha conquistato per sé e per l’Ugl la visibilità e la credibilità che gli viene accreditata. A meno di non considerare “lavoro” la presenza costante nel talk-show di Floris e quell’ottimo sistema di relazioni pubbliche trasversali che manda in bestia Vittorio Feltri: capacità importanti, utili in campagna elettorale. Ma la garanzia che una Polverini governatore del Lazio faccia pulizia nelle pratiche del sottogoverno, questa francamente dalle sue performances non si ricava.
Il che riporta all’urgenza delle decisioni per scegliere il candidato alternativo. Chiaro che Emma Bonino andrebbe benissimo, anche per evidenziare i gravi limiti della “novità” Polverini: a una promessa di trasparenza basata su precedenti poco raccomandabili, Bonino può opporre una intera vita politica di assoluta trasparenza.
La vicenda della sua candidatura unitaria però zoppica. Per le questioni sollevate ieri da Europa (e non negate da Pannella a Radio radicale), cioè una trattativa con i radicali che il Pd teme sia troppo al rialzo a livello nazionale.
Mentre è interesse di tutti bandire l’inesistente tema “voto cattolico”: pensate che capolavoro sarebbe, consentire ai radicali di dire all’elettorato di sinistra che il Pd ha rifiutato la Bonino per i suoi eccessi di laicità. Ci sarà pure un limite, all’autolesionismo.

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Politica
7 gennaio 2010
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Ok Bonino, ma niente giochetti radicali
Per una volta, non parliamo di un appello dei radicali. Parliamo di un appello ai radicali. Che consiste in una sola domanda: Emma Bonino si candida alla Regione Lazio perché vuole fare davvero quel mestieraccio? È importante saperlo, visto che sta per aprirsi una di quelle trattative interminabili fra il Pd e Pannella (per un accordo a livello nazionale, specificano i radicali), al termine della quale i democratici avranno sicuramente le ossa rotte, qualunque sia stato l’esito.
Allora, meglio sapere prima come stanno le cose. Ci siamo rassegnati all’evidenza che il Pd va a rimorchio degli altri: vorremmo essere sicuri che andando a rimorchio della Bonino ci si avvia verso la Pisana, e non verso una perdita di tempo che i radicali saranno bravi a trasformare in voti.
Ovviamente non è in discussione la voglia di lavorare di una donna che ha fatto alla grande il commissario europeo e il ministro. Non dimentichiamo però quando nel ’99 l’Italia si emozionò per una campagna per Bonino presidente della repubblica, che in realtà aveva come unico obiettivo raggranellare esattamente un mese dopo i voti per spedire i radicali al parlamento europeo, come infatti avvenne addirittura con l’8,7 per cento.
In questa colonna abbiamo fatto giuramento di non scandalizzarci mai. Tutti conoscono le pratiche politiche radicali. Lanciare Emma Bonino nel vuoto del campo del centrosinistra è stata una mossa brillante (che tra l’altro dimostra la superiorità del gruppo dirigente radicale rispetto a quello democratico, e anche la sua maggiore generosità visto che dal Pd nazionale nessuno ritiene di dover rischiare la faccia contro la Polverini).
Ora però succede qualcosa che neanche Pannella poteva prevedere: la candidatura Bonino s’è fatta cosa seria.
Europa sarebbe in prima fila nel sostenerla. Allora però niente giochetti, niente trattative al rialzo continuo, magari col pensiero di farle fallire e poi presentarsi all’incasso con la faccia dei martiri. Da queste parti saremo stupidi, ma coglioni no.

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Politica
22 ottobre 2009
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Il puzzle degli alleati del Pd
A forza di dircelo, ci hanno convinto: il Pd non può fare da solo. Il primo lavoro del segretario sarà dunque tessere la tela del nuovo centrosinistra chiamato al difficile compito di battere la destra.
Certo però che se usciamo con la testa fuori dalle primarie, l’impresa di rimettere insieme i pezzi del centrosinistra, e di metterli poi tutti insieme all’Udc, appare più che difficile. E non tanto per la fatica di armonizzare posizioni diverse. Quanto perché nel frattempo, distratti dallo scontro interno, forse non ci siamo accorti della situazione che s’è creata intorno al Pd.
L’interlocutore principale della linea che per comodità chiamiamo “nuovo cantiere ulivista” (la linea di Bersani) avrebbe dovuto essere la sinistra cosidetta «ragionevole». Non Rifondazione, ma Vendola e la sua Sinistra e libertà. Peccato che Sl non esista praticamente più. Dopo che i Verdi, al solito spaccati e rissosi, hanno deciso di andare da soli, ora i socialisti di Nencini hanno deciso di fare altrettanto. Sl è così tornata a essere il gruppo degli ex di Rifondazione sconfitti da Ferrero: ciò che alle elezioni del 2008 era uno, si è diviso in tre. Contando presumibilmente molto meno di uno.
Poi ci sono i radicali, che si sono ripresi la propria autonomia e neanche tanto amichevolmente visti soprattutto i contrasti con Franceschini nella sua veste di segretario. Alleati ostici ma inevitabili, se non altro perché tuttora “abitano” nei gruppi parlamentari Pd.
Franceschini ha invece trattato bene Di Pietro, ma questo non renderà più facile il rapporto con un partito ultra-personalizzato, avversario di Napolitano e che, per esempio, sulle candidature regionali ha già dichiarato ostracismo alla metà degli attuali governatori del Pd.
Il problema con Casini infine è noto: in qualsiasi momento il centrodestra volesse farlo, sarebbe un gioco da ragazzi destabilizzare l’eventuale alleanza Pd-Udc con incursioni sui temi dei diritti civili (vedasi legge sull’omofobia).
Insomma, rispetto alla tanto contestata semplificazione veltroniana siamo già tornati abbondantemente indietro: quanto a sigle siamo già di nuovo più o meno all’era prodiana. Vediamo se quella stagione deve proprio riaprirsi sotto tutti i punti di vista.

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Politica
4 ottobre 2008
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La seria parodia dei young democrats
Fin dall’età della pietra, la politica delle organizzazioni giovanili dei partiti è stata la parodia di quella dei grandi. Sicché, quando una ventiquattrenne radicale cresciuta alla politica da Marco Cappato si è candidata alle primarie già prenotate da un paio di young democrats di provata fede, si è potuto scrivere che alla parodia dello scontro fra i nipotini di D’Alema, Veltroni e Rutelli si aggiungeva anche la pronipote di Pannella...

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Politica
6 marzo 2008
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pd radicali pannella bonino
... invece l'ultimatum ha funzionato
Invece ha funzionato. A quanto pare, i radicali hanno risposto. Per iscritto. Appena fuori dai tempi concessi da Goffredo Bettini. E hanno accettato. I posti assegnatigli. I soldi datigli. Gli spazi tv.
Se finisce così, è bene, ed è la prova che per Pannella e Bonino questo è un impegno serio, talmente serio da fargli superare anche un obiettivo sacrificio di orgoglio (e solo di questo, perché per il resto non è certo che possano lamentarsi).
Rimango con un dubbio, una riserva, che davvero la storia finisca qui, adesso. Staremo a vedere e a sentire.
Good night and good luck (we need it...)
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Politica
6 marzo 2008
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Ultimatum? Ai radicali?
Se avessi un giornale da dirigere o un blog su cui parlare, e mi trovassi oggi a poter dare un consiglio a Veltroni, e se per caso lui fosse disposto ad ascoltarlo (delle quattro ipotesi solo una è impossibile: indovinate quale), direi: lasciate perdere gli ultimatum. Cercate di risolvere questa grana con Pannella nel modo più indolore possibile...

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Politica
6 marzo 2008
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Problemi per la campagna di Walter
Walter Veltroni avrà anche ragione a denunciare un trattamento iniquo sulla vicenda delle candidature da parte dei giornali (che in verità fin qui non sono stati ingenerosi con lui; e poi non s’era detto che i giornali non contavano più nulla?). Lamentarsi però servirà a poco, l’importante è allontanarsi il più rapidamente possibile dalle secche fastidiose di queste polemiche sulle liste.

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Politica
5 marzo 2008
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Quale Pd c'è dietro quei nomi
Se è vero, come tante volte ha scritto anche Europa, che è in queste elezioni che si sta davvero fondando il Partito democratico, anche la selezione delle candidature deve essere letta come atto fondativo. I nomi scelti da Veltroni, Franceschini, Bettini e dagli altri sono dunque l’identikit del Pd, almeno per come lo vogliono presentare i suoi leader. Tanto più che il tavolo dei capi-componente ha potuto usufruire, per l’ultima volta si spera, del meccanismo del Porcellum: autentico sogno degli estensori di liste elettorali, trasformati in giudici di vita e morte politica.

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Politica
23 febbraio 2008
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Walter fa i botti, Marco fa un passo
La tecnica ormai è chiara, ed è quella giusta. Ogni giorno Walter Veltroni spara una cartuccia, o un paio di cartucce, molto rumorose. Occupa la scena. Parla e fa parlare, di sé, delle sue proposte e – in questa fase – soprattutto dei suoi nomi. In un confronto impari con le esitazioni di Berlusconi, che non può annunciare nulla per due motivi: il programma è quello del 2001, di nomi non può farne perché troppi ostacoli e veti gli impediscono un autentico rinnovamento.

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Politica
12 febbraio 2008
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bonino pd boselli pannella radicali
Quelli che vogliono rimanere fuori
È un peccato che Boselli e gli altri socialisti rifiutino l’ingresso a pieno titolo e a testa alta nelle liste del Partito democratico.
È un peccato ancor maggiore che lo stesso capiti con Emma Bonino, in questo caso con la complicità di un Pd che non si sente con le spalle abbastanza larghe da sostenere anche il peso massimo di Marco Pannella.
È un peccato per loro, ma anche per i democratici.
Chi si trova in questo momento fuori dal Pd, ma con convinzioni riformiste, dovrebbe capire che ci sono momenti nei quali occorre avere il coraggio della rinuncia al proprio particolare e affrontare la sfida di un’avventura maggioritaria.
Nella quale tu non conti più per il piccolo margine delle tue percentuali, ma per le tue idee e le tue capacità dentro numeri ben superiori: i numeri che contano, quelli che decidono chi governa il paese e come.
Il Pd è pieno di leader politici che non sono adesso sul proscenio perché via via negli ultimi dieci anni hanno rinunciato a incarichi di direzione, alla guida di partiti o di correnti e anzi all’esistenza stessa dei propri partiti, per far parte di un progetto più grande e ambizioso. Non si capisce perché Boselli, Angius, Emma Bonino, Cappato, o lo stesso Pannella, non debbano provare a giocare se stessi nel Pd come hanno fatto – citiamo davvero a caso – Fassino, Rutelli, Castagnetti, Parisi, Fioroni, D’Antoni, Zanone, Follini… Socialisti e radicali, per parlare di loro, hanno un’identità e una storia da difendere? Perché, le persone citate non avevano alle spalle identità e storie altrettanto e magari più rilevanti? Non siamo così ingenui da pensare che il Pd sia la terra promessa e che tutti debbano solo aspirare ad abitarci. Ne vediamo tutti i limiti. Lì è però dove si decideranno le sorti del riformismo italiano e dello scontro con la destra, senza dubbio.
Con questa leadership e l’attuale linea, si vede che siamo già lontani anni luce dal compromesso storico bonsai che rischiava di essere l’unica matrice del Pd. Il Lingotto e il discorso di Spello, location da cartolina a parte, rendono già quella foto del nuovo partito ingiallita. Colori però non ce ne sono mai abbastanza.
Chiarite le regole e chiarito che un partito vero risponde a una leadership e non è un’armata Brancaleone, c’è ancora tanto spazio.
Se poi uno proprio non si vuole mischiare, se odia la compagnia troppo numerosa (in effetti, tra i quindici e i venti milioni di italiani…), allora rimanga a casa sua. Non può lamentarsi però se quando parla si rivolge a quattro pareti.
(da Europa)



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Politica
5 febbraio 2008
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Un discorso antipatico sulle alleanze
Fini che non vuole Mastella, l’Udeur che replica «senza di noi rimanevate all’opposizione », l’Udc che avverte «saremo determinanti», Storace che potrebbe essere escluso... È già cominciata la fiera, nella ricostruita Casa delle libertà. Come ha fatto capire Veltroni, mezza campagna elettorale del Pd è già fatta, basterà contare i simboli e i simboletti dell’armata Brancaleone avversaria.
Q u e - sto porta a un ragionamento antipatico ma sincero sul tema delle alleanze del Pd.
Il vantaggio della presentazione autonoma di un grande partito fortemente concentrato sulla propria proposta al paese è stato già quantificato, e forse perfino sottostimato. Sull’altro piatto della bilancia c’è l’istinto – frutto di quindici anni di bipolarismo forzato e delle attuali regole elettorali – a non perdere neanche un voto, cercando quindi di sommare tutto il sommabile, se non in modo esplicito almeno con forme di desistenza (per esempio per il senato, in alcune regioni).
Confidando su questo, partitini e politici che per una stagione intera non hanno fatto altro che attaccare e ingiuriare il Pd, ora si fanno sotto chiedendo di essere aiutati nel nome dell’antiberlusconismo.
Non hanno capito. Le modalità con le quali il Pd si presenterà agli italiani non derivano da una scelta tecnica, e neanche da un mero calcolo elettorale. Sono viceversa l’essenza della nascita di questo partito.
Rappresentano un messaggio agli italiani, una proposta in re ipsa di riforma della politica, dell’intero sistema.
Proprio certe pressioni e proposte non particolarmente dignitose di queste ore spiegano di quale riforma si tratta: una riforma che marginalizzi dal sistema chi, incapace di costruirsi un consenso adeguato, lucra sul proprio valore marginale nel momento elettorale e poi campa di rendita per tutto il resto della legislatura. Se Berlusconi ha deciso che questo sistema gli va bene, nonostante l’esperienza, peggio per lui. Il Pd non gioca più questo gioco. E scommette che per questo verrà premiato dagli italiani.
Parla da sé che un partito come quello di Diliberto si inalberi ora perché la vecchia alleanza è preclusa. Potevano pensarci quando promuovevano i boicotaggi anti-Israele. Quando rendevano visita e omaggio a Hezbollah.
Quando aizzavano le folle contro la Tav. Quando votavano contro le missioni di pace italiane. Quando trescavano col sindacalismo di base contro le leggi sul lavoro. Quando sabotavano le misure per la sicurezza nelle città.
Sono stati coerenti con la propria cultura politica, si dirà. Bene, bravi.
Allora se la coltivino anche alle elezioni.
Rifondazione, per dire, dopo un iniziale sbandamento ha accettato l’impostazione di Veltroni. Perché si sente sufficientemente forte di suo, e perché vuole coltivare un legittimo disegno egemonico sulla sinistra antagonista. Avrebbero senso forme di desistenza con Bertinotti per contendere il premio di maggioranza in alcune regioni? No. Al di là delle valutazioni politiche, c’è una difficoltà tecnica: l’unica strada sarebbe la riesumazione di liste dell’Unione in almeno sette regioni. Insomma, in quasi la metà dell’Italia il Pd farebbe sparire il proprio simbolo dalle schede del senato: l’intero progetto sarebbe compromesso agli occhi degli elettori.
Fin qui il discorso per quanto riguarda gli alleati più remoti. Tra loro è finito anche Fabio Mussi, che tocca con mano l’incongruenza delle proprie scelte e l’inconsistenza della propria linea: pensava di svuotare la scatola secondo lui vuota del Pd, ora reclama alleanze e sgomita con i compagni di strada.
Altrettanto se non più sgradevoli nei confronti del Pd sono stati i socialisti, quelli doc e quelli improvvisati come Angius. Ora la loro conflittualità verbale s’è dissolta: improbabile che Boselli si ricordi di aver chiesto l’abrogazione del Concordato.
Che un patto elettorale con loro sia possibile, mentre quello con i radicali appaia tanto difficile, si spiega solo con bizzarri richiami della foresta internazionalista.
Certo non col valore elettorale aggiunto che il Psi può portare (da questo punto di vista solo Di Pietro ha una dote da aggiungere a compatibilità programmatiche, da verificare, sui temi della sicurezza e delle opere necessarie allo sviluppo). In questi anni socialisti e radicali sono stati parimenti aggressivi sui temi etici (con l’intento dichiarato per alcuni di creare guai al Pd) e vicini sulle scelte economiche.
Per loro, con pari dignità Pannella compreso, la soluzione più limpida sarebbe valutare candidature nel Pd.
Svanirebbero così anche le polemiche su Paola Binetti: il Pd veltroniano, forse proprio perché veltroniano, può tenere insieme diavolo e acqua santa.
Dentro di sé, però, in una logica di maggioranze e minoranze interne. La logica che piaceva anche a Ferrara, prima di promuovere la diciannovesima listarella sanfedista della Cdl.
(da Europa)



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