.
Annunci online


Diario
20 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
pd primarie
Giusto qualche nome per queste primarie
Su Europa ci siamo tenuti alla larga dal sostegno a questo o a quello delle migliaia di candidati alle primarie per le candidature democratiche. Non per prudenza, equilibrismo o furbizia, ma perché in questa vicenda sono in gioco la vita e la passione di tantissime persone tutte degne di amicizia, ammirazione, stima, in definitiva di sostegno.
Diversamente dai Renzi e dai Bersani che hanno corso nelle primarie più grandi, molti dei candidati che si stanno battendo in questi giorni festivi in ogni angolo d'Italia non hanno poi scelto così liberamente di farlo: ci sono stati gettati, da una scelta coraggiosa e politicamente molto forte, che però ha aperto una quantità innumerevoli di linee di rottura dentro la comunità del Pd.
È sicuramente il caso dei parlamentari uscenti. È vero che, essendo valso per loro il criterio di "nomina" per due legislature consecutive, avevano tutti un po' perduto l'antica buona abitudine alla conquista del consenso casa per casa. È anche vero però – garantisco, perché di campagne elettorali nella mia vita ne ho seguite tante – che mai nessuno in passato era stato sottoposto a un sistema così difficile e crudele di riconquista del mandato.
Come tanti altri giornali, Europa naturalmente si occupa dei casi più eclatanti, e delle vicende che vedono protagonisti alcuni dei nostri collaboratori abituali. Mario Adinolfi ci ha raccontato come pensa di farcela nella "tonnara di Roma" facendo campagna fra Natale e Santo Stefano. Abbiamo scritto della storia difficile dei parlamentari ambientalisti (Ermete RealacciFrancesco Ferrante* e Roberto Della Seta) che come Andrea Sarubbi Federica Mogherini hanno deciso di non poter competere (loro esperti di tematiche generali) con candidati molto radicati nel territorio. Siamo per motivi antichi a fianco di Roberto Giachetti, che senza troppe sollecitazioni, al suo solito, s'è buttato anche lui nella fornace della campagna più difficile, quella per le primarie di Roma. È di grande interesse la battaglia parallela (e forse un filo competitiva) lanciata sempre nella capitale da Matteo Orfini e da Stefano Fassina, i due più forti fra i giovani emergenti nel gruppo dirigente nazionale del Pd bersaniano.
Ma, vedete, perfino decidere di raccontare queste storie e non altre implica una forma di discriminazione: dobbiamo farci guidare solo dalla logica giornalistica. E poi c'è il paradosso che simpatizzare eventualmente per Adinolfi e Giachetti, o per Fassina e Orfini, in questo meccanismo, significa parteggiare per candidati fra loro teoricamente concorrenti: può darsi benissimo (soprattutto per la coppia ex renziana) che nelle liste, alla fine, ci sia spazio per uno solo dei due.
Vedete dunque quanto sia difficile muoversi, quando si è un giornale di area, davanti a una vicenda che implica tanta partecipazione politica e anche personale, emotiva.

Essendo questo un blog personale, e non uno spazio di Europa, mi prendo solo qui la libertà di segnalare qualche caso di candidatura che mi pare meritevole. Solo perché ne conosco l'esistenza: ce ne sarebbero migliaia di altrettanto e magari più meritevoli. Semplicemente, non ne so abbastanza.

Per esempio mi piacerebbe che, nel calderone capitolino, ce la facesse Lorenza Bonaccorsi.
La conosco da tanti anni e sono testimone del suo tragitto, visto che la accolsi praticamente ragazzina a lavorare nel comitato per la rielezione di Rutelli al Comune di Roma nel lontanissimo 1997. È una di quelle tante persone che hanno impiegato le proprie capacità professionali al fianco della politica, quindi come lavoro, rimanendo però animate soprattutto da una passione interiore. Dopo aver dato una mano a tanti leader piccoli, medi e grandi (l'ultimo è stato Renzi), ora Lorenzina (scusate, io la conosco così) prova a giocarsela da sé. Meriterebbe di riuscire, sarebbe una grande combattente in parlamento.

Uno che invece conosco solo da lontano è Germano Marubbi, che corre ad Alessandria.
Me l'ha fatto conoscere una collega, che poi è la sua compagna e appassionata sostenitrice, e ho capito che anche il suo tentativo è meritevole di attenzione e sostegno. È un giovane uomo che ha fatto carriera in una società multinazionale occupandosi di numeri, di finanza. Poi ha messo ciò che sapeva fare al servizio di un'amministrazione locale (Novi Ligure) riducendo, udite udite, l'addizionale Irpef e l'Imu, mentre dovunque i Comuni sono costretti ad alzarle: avercene, direi. Ora, anche lui sulla scia di Renzi, prova a lanciarsi nella partita grossa, puntando sulla passione, la competenza e, credo, un bel po' di sventatezza. Non so chi siano i suoi contendenti, saranno sicuramente validi candidati: però qui da Roma terrò d'occhio Marubbi. Se siete delle sue parti, dategli una mano più direttamente.

Anche se certo non ha bisogno di me per farsi notare, in Versilia c'è da seguire Bruna Dini. Siamo un po' sempre sullo stesso tipo di democratico: persone con un lavoro e una competenza (Bruna fa l'imprenditrice, è stata presidente dei giovani di Confindustria toscana) letteralmente travolte dalla passione per la politica. Lei lo è da tempo, l'ho conosciuta prima sulla rete e poi nel retropalco del Circo Massimo il 25 ottobre 2008, quando Veltroni la chiamò a parlare e quindi, per la prima volta, su una grande ribalta. La ricordo tanto emozionata, ancora più bella di quanto già non sia. 
Volendo, Bruna di passione ne ha fin troppa, e infatti abbiamo fatto belle litigate: ho le mie simpatie e antipatie in politica, come tutti, ma non riesco a essere tribale. Lei invece lo è, e mi piace provocarla: sono sicuro che quando Bersani dice di sé di essere solo «moderatamente bersaniano» pensa a lei, come una «estremamente bersaniana». È brava, è forte, conosce la vita e l'economia anche nei loro lati difficili, ha un carattere notevole. Dalle sue parti anche Bruna avrà ottimi competitori, io però spero davvero che ce la faccia.

Infine, siccome sono fatto all'antica, per dovere e per convinzione segnalo anche che a Roma corre Andrea Rosalba Catizone: è nel comitato direttivo del mio circolo (Trastevere) e questo ne farebbe già di default, ai miei occhi, un'ottima candidata. In realtà lo è per molti altri motivi, siamo di nuovo di fronte a una professionista di prim'ordine con un bell'entusiasmo politico: sono contento di citarla fra le mie segnalazioni. Parziali e personalissime.

Spero davvero che mi perdonino le migliaia di altri che non conosco o non cito qui. Spero che poi, passata questa prova, ce la facciamo tutti quanti nella partita che conta.



* al di là dei formalismi, non scherziamo: Francesco è uno dei miei migliori amici di una vita. È un lavoratore pazzesco, che ha fatto cose incredibili nelle battaglie ambientali. Se il Pd riuscisse nel capolavoro di non riportarlo in parlamento, sarebbe puro autolesionismo. Lui avrebbe tante cose ottime da fare in giro, i democratici ci rimetterebbero una grande risorsa. That's all.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2012 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
13 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie pd bersani
Democratici con i botti
Per adesso è soltanto una mossa politica, da riempire di regole e quindi di significato e di conseguenze. Che mossa politica, però...
Bersani prova a replicare il miracolo delle primarie per la coalizione con una acrobazia organizzativa di forte impatto mediatico.
Era abbastanza scontato che il Pd fosse costretto a una forma di «partecipazione popolare» (come l’aveva definita il segretario) che emendasse il partito dalla corresponsabilità nella mancata riforma del Porcellum. Non era affatto scontato – e anzi ha generato scalpore e disorientamento, oltre che sincero entusiasmo – che i democratici provassero a rimettere in piedi la macchina delle primarie in pieno ponte di Capodanno.
Il messaggio è proprio nella data e così è stato speso da subito.
Guardate che operazione di democrazia siamo disposti e siamo in grado di allestire, mentre Grillo epura i suoi dissidenti, Berlusconi annaspa fra pacchi e spacchettamenti, e il centro chissà-quanto-montiano continua ad avere tanti generali senza essere un esercito.
Il messaggio è destinato a passare, e a funzionare. Soprattutto nello stridente contrasto con la falsa democrazia dal basso di M5S.
Se poi funzioneranno anche le primarie per scegliere i candidati al parlamento, questo è un altro discorso, molto legato ad alcuni cruciali particolari che saranno definiti solo lunedì prossimo.
«La ruota deve girare» è il mantra bersaniano in tema di rinnovamento del gruppo dirigente.
Il segretario per primo sa però benissimo che la ruota non gira da sola, né viene mossa dalla spontanea passione popolare. Perché l’esito finale della selezione risulti soddisfacente sia sotto il profilo della qualità, che sotto quello dell’esperienza e dell’equilibrio politico di un partito che negli ultimi mesi è cambiato molto, bisognerà giocare abilmente fra dinamiche locali ed esigenze nazionali, ovviamente difendendo il requisito essenziale: e cioè che la decisione finale spetti davvero agli elettori convocati in giornate così speciali.
È una bella sfida, in grado di tenere il Pd alto nel consenso degli italiani e molto avanti ai concorrenti quanto a capacità di innovazione. È però anche una complicazione, affrontata consapevolmente: del resto le cose difficili sono una costante nel Pd da quando Bersani ha capito che la marcia verso palazzo Chigi non poteva più procedere d’inerzia ma aveva bisogno di salti, di scarti. Di botti, anche a Capodanno.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/12/2012 alle 13:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
4 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Profumo di moderazione a sinistra
Matteo Renzi si è messo in modalità off, e si può capire anche se più probabilmente, conoscendo il tipo, si tratta di uno di quegli stand-by che basta sfiorarli e tornano in accensione piena.
Chi invece non s’è dato neanche un giorno di pausa dopo il risultato del ballottaggio è Pier Luigi Bersani. Dal candidato premier del centrosinistra sono arrivati fin dalle primissime ore un paio di messaggi molto chiari sul percorso di avvicinamento alle elezioni di primavera. Segnali destinati contemporaneamente, diciamo, al mercato interno e al mercato estero.
Avendone avute molte avvisaglie, non stupisce l’invito all’inclusione rivolto a 360 gradi, da Renzi a Vendola, dal civismo a Monti, insomma tutti. Non è più questa la novità. Del resto i sondaggi continuano a spingere in alto il Pd e lo spirito di massimo allargamento ne risulta incoraggiato. Da notare in proposito l’insistenza con la quale l’Unità batte sulla necessità di promuovere il ruolo di Renzi nel Pd e sul progetto di assorbimento organico nel partito sia di Sel che delle istanze centriste alla Tabacci.
C’è però anche dell’altro nel preannuncio del tour internazionale di Bersani e nel suo impegno a non «raccontare favole » nell’imminente campagna elettorale. Il candidato premier si corazza preventivamente contro l’immagine – che sa insidiosa – di leader della “solita” alleanza di centrosinistra che fa facili promesse di spesa pubblica e di allentamento del rigore finanziario. Non voglio dire che l’entusiasmo col quale Nichi Vendola ha offerto a Bersani i propri voti – con successo, a stare alle prime analisi dei flussi – sia destinato a essere subito raffreddato.
C’è da scommettere per esempio che il centrosinistra di Bersani sarà il più netto che si ricordi sui temi della cittadinanza e dei diritti civili: nell’epoca di Obama è anche tempo di abbandonare prudenze e di tatticismi, peraltro giustificati fin qui, nelle varie declinazioni dell’Ulivo, da un potere di interdizione delle componenti cattoliche che appare molto indebolito nella nuova stagione. Questo è uno degli effetti collaterali dell’esplosione del fenomeno Renzi (cattolico molto liberale), salutato anche per questo motivo con una certa simpatia dalla sinistra democratica. La prospettiva di un centrosinistra più disinibito sui temi eticamente sensibili è compensata, agli occhi dei cattolici, dal venir meno di un altro feticcio: è finito il tempo della rincorsa securitaria alla destra sulla questione dell’immigrazione. Non sappiamo se la crisi della Lega sia la causa o l’effetto, e non si può mai dare per irreversibili certe tendenze, sta di fatto che ormai anche su questo punto tutte le aree politiche parlano più di regolarizzazioni e di diritti di cittadinanza, che non di quote e respingimenti.
Basti considerare il ruolo di una personalità come Riccardi nella riorganizzazione del centro; il percorso della destra finiana; e addirittura la moderazione di Maroni e della sua Lega post-padana.
Sul lato dei diritti, dunque, la sinistra, Vendola e oltre, non troverà alcun disagio nel nuovo assetto della coalizione. Il discorso è diverso sulle materie economiche.
Qui intorno al nome, al ruolo e al lavoro di Monti si è giocata una partita un tantino ipocrita. Il governo è stato ripetutamente pizzicato per le sue “distrazioni” sociali; ministri come Fornero sono stati ridotti a punching-ball; si è fatto passare il messaggio che il centrosinistra al potere raddrizzerà la barra della solidarietà.
Tutto giusto, tutto comprensibile, tutto vero. Il lavoro sarà la priorità assoluta di Bersani, che del resto ha la Cgil dominante nella propria costituency. C’è modo e modo, però. Infatti già nei dibattiti delle primarie, come vedremo presto nel tour internazionale del segretario Pd, nessuno promette «le favole» di un ritorno al passato sul mercato del lavoro o sulle pensioni.
Quando ieri Vendola ricordava di essere ancora impegnato col referendum a restaurare «in tutta la sua integra bellezza» l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, citava una posizione di bandiera da far valere nella futura trattativa («alla luce del sole»), certo non a paletti invalicabili visto che essi sono stati valicati ormai senza ritorno, col voto del Pd e sotto l’osservazione internazionale della quale Bersani è pienamente consapevole.
Passano da qui, dall’esame di rigore al quale il candidato premier sa di doversi sottoporre, le sue chances di essere apprezzato fuori dall’Italia come successore di Monti. Perché purtroppo, anche se tanti amano gonfiare le parole, il visto democratico ricevuto massicciamente domenica non è tutto nell’epoca della globalizzazione. Chiedere a François Hollande per conferma.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/12/2012 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
2 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Bersani, la consacrazione. Renzi ci riproverà
La vittoria di Pier Luigi Bersani era annunciata, ma come ha riconosciuto lui stesso non nelle dimensioni di cui si parla in questa serata di domenica, cioè poco sopra o poco sotto il 60 per cento. Tutte le regioni conquistate tranne la Toscana, tutte le città importanti tranne Firenze. Risultati altissimi al Sud e a Roma (dal 70 per cento in su).
Quel po' di affluenza in meno che c'è stata testimonia forse di qualche scoraggiamento da parte dell'elettorato d'opinione renziano, ma per il resto nessuno dei tentativi operati dal sindaco di Firenze nell'ultima settimana ha avuto successo: sul segretario sono confluiti massicciamente i voti dei candidati esclusi, nessuno dei suoi elettori ha cambiato opzione, sull'impossibilità di portare ai seggi i simpatizzanti motivati negli ultimi giorni s'è scritto in abbondanza.
Non si può escludere che abbia ragione Romano Prodi e che, in extremis, Renzi abbia pagato un po' in casa propria, cedendo al concorrente voti di elettori democratici che si sono infastiditi per le polemiche sulle regole. Se è vero, si vedrà quando saranno disponibili i dati sui voti assoluti.
L'ampia vittoria consegna a Bersani una guida molto solida della coalizione di centrosinistra. I voti delle persone in carne e ossa arrivano a dare sostanza a una leadership che negli ultimi due mesi è visibilmente cresciuta. Il segretario aveva già vinto la sua scommessa con quei tre milioni abbondanti ai seggi del primo turno, con la campagna elettorale sempre affollata, col Pd spinto in alto nei sondaggi, con tutti gli altri attori politici messi ai margini dalla comunicazione e dall'attenzione dell'opinione pubblica.
Mancava l'ultimo tassello, il più importante anche perché in alcuni momenti della campagna – per merito di Renzi – la vittoria del segretario non poteva esser data facilmente per scontata. Per di più cosa importante, il successo al ballottaggio arriva con una base elettorale ancora ampia: la partecipazione è stata buona anche questa domenica, sotto la pioggia e dopo le asprezze.
Per molti motivi, dunque, Bersani non esce delle primarie come c'era entrato, il che gli da ragione dopo le forzature che ha dovuto operare dentro e contro la sua stessa maggioranza.
Dal suo primo discorso al Capranica s'è capito che Bersani da adesso in poi si impegnerà a far risaltare il proprio status di aspirante presidente del consiglio, a proseguire nel rinnovamento interno al partito e a rendere più precisa la linea per la campagna elettorale. Che sarà «nessuna promessa»: ricordare proprio nel momento della festa che il paese è in grave crisi equivale a raffreddare sul nascere i possibili entusiasmi di un tipo di sinistra convinta che ora si possa ripartire con la politica del tassa e spendi.
Neanche il Pd, questa notte, è lo stesso di due mesi fa.
Non solo perché alcuni sondaggi lo proiettano perfino al 34 per cento, ma per la prova di democrazia competitiva che ha saputo affrontare. E soprattutto per ciò che ha saputo fare Matteo Renzi.
Il riconoscimento di vittoria concesso via twitter dal primissimo momento, quando ancora si disponeva solo di un exit poll e di pochi voti veri scrutinati, è l'ultimo contributo in ordine di tempo che il giovane sfidante ha dato al rovesciamento dei riti e delle abitudini della politica, nel centrosinistra e in generale.
È presto ora per dire come saranno gestite, rispettivamente, la vittoria di Bersani e la sconfitta di Renzi.
Sono possibili solo alcune ipotesi.
Per quanto riguarda il segretario, stile e convenienza politica spingono verso la massima inclusione possibile dei perdenti (che assommano comunque a oltre un terzo dell'elettorato di tutto il centrosinistra) e del loro leader, che sarà evidentemente protagonista della scena per molti anni a venire.
Bersani sa bene che quelle percentuali così alte nei sondaggi democratici dipendono dai volti diversi che il Pd ha saputo mostrare in questi mesi. E che tagliando pezzi (come nel calore delle polemiche o nell'entusiasmo della vittoria) si rischia di perdere anche pezzi di elettorato.
Per finire, Renzi e le primarie hanno portato il Pd a competere sul terreno dell'avversario più aggressivo e pericoloso del momento, cioè Beppe Grillo: qualsiasi passo indietro, qualsiasi ripiegamento sui vizi e le pigrizie del Pd “di prima”, tornerebbe a regalare spazi di conquista per il M5S. Sono lì pronti, che non aspettano altro.
Per quanto riguarda Renzi, il discorso è più complesso.
Non c'è motivo di dubitare del suo impegno a sostenere la candidatura di Bersani a palazzo Chigi e la corsa del Pd verso la vittoria elettorale di primavera. Certo qualcosa dipenderà anche dalla disponibilità bersaniana a includere nelle liste elettorati una parte del nuovo ceto politico promosso dal sindaco, e dalla “tenuta” della promessa di ricambio. 
Ma il punto vero è un altro, più di fondo. Riguarda il carattere di Matteo Renzi e la sua scommessa su se stesso a lunga gittata. Che non è la scommessa di un “secondo”, di un vice.
S'è capito benissimo dalle sue prime dichiarazioni. Tutte improntate a lealtà ma insistenti sul punto cruciale: anche ammesso che me lo chiedessero, non mi farò coinvolgere in alcun modo nella cogestione della prossima fase politica.
Questo significa, per lui, «tornare a Firenze»: significa che si terrà fuori dalle elezioni politiche e dalla formazione del governo, aspetterà a vedere come Bersani gioca una partita che (come entrambi hanno sempre detto) a questo punto è tutta del segretario, convinto (immagino) che né il pieno rinnovamento né il governo efficace del paese possano affermarsi senza un radicale cambiamento del Pd.
“Adesso” Renzi non ce l'ha fatta, ha ceduto il passo a un ottimo leader del centrosinistra.
Come ha detto ai suoi sostenitori alla Fortezza ci riproverà, ci riproverà “presto”.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/12/2012 alle 23:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
2 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Un minuto dopo la vittoria
Abbiamo già scritto tutto. Che è stato un capolavoro. Che comunque finisca, il Pd ha vinto le primarie dal primo giorno in cui le ha indette. Che da questa vicenda esce schiantato il centrodestra, risalta la pochezza di centristi vecchi e nuovi, si scopre la fragilità di Grillo non appena la politica si riconsegna nelle mani dei cittadini.
Abbiamo scritto che la sinistra radicale di Vendola avrà un ruolo ma ha subìto un ridimensionamento. E che solo dopo questa prova di democrazia i partiti, e il Pd in particolare, possono rivendicare il ritorno alla guida diretta del paese senza intermediazioni tecniche.
Abbiamo scritto che Bersani s’è confermato solido, affidabile e popolare come lo si conosce, ma ha tirato fuori doti di coraggio e di propensione al cambiamento che si conoscevano meno, vincendo una scommessa contro la propria maggioranza, dandosi finalmente la statura di vero leader.
E che Renzi è autore di una svolta irreversibile destinata a cambiare tutto nella politica: senza di lui «la cosa bella» (citazione bersaniana) non avrebbe avuto senso. Renzi ha sorpreso l’Italia, il centrosinistra, ha conquistato consensi impensabili per il Pd, sarà protagonista della scena per molti anni: da stasera può uscire o fortissimo, se vince, oppure molto forte e imprescindibile, se appena supera il 40 per cento.
Abbiamo anche scritto delle regole troppo burocratiche e restrittive e infatti sempre smentite dalla realtà, fino allo spettacolo evitabilissimo dei respingimenti per il ballottaggio; e delle forzature operate dai renziani, che partendo da ragioni condivisibili hanno compiuto mosse troppo aggressive, fino alla frenata di ieri.
Che cosa resta da scrivere?
Un augurio di buona domenica al popolo degli elettori e al popolo ammirevole dei volontari. E una rapida proiezione sul domani.
Un minuto dopo aver superato la fatidica soglia del 50 per cento, il vincitore dovrà aver stampata in testa un’altra percentuale: quel 34 per cento che i sondaggi assegnano al Pd grazie al fatto che finora è stato il Pd delle primarie, di Bersani e di Renzi. Se il vincitore non riuscisse a tenere questo profilo e quella quota, tutti gli sconfitti del momento – dalla destra a Grillo – tornerebbero in gioco. Il successo assumerebbe un sapore amaro.
Attenti dunque: già la gestione delle prime ore dopo il risultato dirà se a vincere sarà stato solo un candidato, o davvero tutto il Pd e tutto il centrosinistra.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/12/2012 alle 18:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
1 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Finalmente Grillo insegue
Ormai ci siamo. Poche ore al ballottaggio. L’impressione fortissima però è che l’avventura delle primarie non finirà domani notte con la proclamazione del vincente fra Bersani e Renzi.
No, non ci riferiamo alle possibili code polemiche, alle probabili discussioni del dopovoto conseguenti allo scontro sulle regole, alle recriminazioni figlie della infelice restrizione imposta alla partecipazione al voto nel secondo turno. Queste cose ci saranno, ma non saranno decisive. Ieri – come speravamo e avevamo anche chiesto – la tensione fra i due campi è tornata a essere prevalentemente politica, anche se Renzi è tornato più volte all’attacco chiedendo di aprire le porte del ballottaggio ai molti elettori che hanno chiesto di iscriversi. È un tema che resterà caldo fino all’ultimo e che ritroveremo nei giudizi di domani notte. Ma alla fine non sarà l’elemento dominante.
No, l’avventura delle primarie continuerà perché esse avranno una lunga scia di effetti politici.
Quello che doveva colpire il centrodestra s’è già consumato, denudando l’incapacità di reazione delle truppe ex berlusconiane.
Ora si intravede l’effetto nell’altro campo, quello veramente concorrenziale con il Pd. Ieri Grillo ha emanato un’improvvisa direttiva per convocare di gran fretta le primarie di M5S: saranno già da dopodomani, per tre giorni, solo in orario d’ufficio e online, con l’interessante particolarità di non rendere noti i nomi dei candidati. Una roba talmente assurda da suscitare l’incredula e negativa reazione di molti aderenti al movimento.
È la prima volta che Grillo insegue. E va subito in affanno.
Non è più una tesi di propaganda, né un’analisi politologica: Grillo conferma col suo gesto di vedere il centrosinistra alla controffensiva su quello che considerava un terreno ormai conquistato. Il rapporto diretto con i cittadini elettori. Motivo in più per tenersi strette le primarie di domani. Farle andare bene. E far votare più gente possibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/12/2012 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
30 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie regole renzi bersani pd
Attenti, fin qui era un capolavoro
Oltre tre milioni di persone alle urne domenica 25. Sei milioni davanti alla tv mercoledì sera. Altri milioni di spettatori per ogni tg e talk-show degli ultimi mesi. Più le donne e gli uomini in carne e ossa che hanno affollato le sale della campagna dei cinque candidati.
I cittadini. Gli elettori. Coloro ai quali il centrosinistra ha voluto consegnarsi, e vuole continuare a farlo, e dai quali ha ricevuto una risposta entusiasta. «Una bella cosa », ha ripetuto spesso Bersani.
Come si poteva pensare che, spalancato il portone della sovranità, i cittadini non volessero continuare a varcarlo in questi giorni di ballottaggio, quando il confronto raggiunge, interessa e appassiona tante persone in più? Altri italiani, anche loro reali o potenziali elettori del Pd come quelli delle file del 25 novembre.
Italiani che potrebbero anche fare la differenza, a marzo, fra un successo risicato e una vittoria ampia e decisiva.
Avendo scritto mesi fa che regole troppo rigide non avrebbero fatto l’interesse del Pd, e avendone trovato conferma nell’aggiustamento delle regole stesse fino al trionfo della partecipazione al primo turno, è ovvio che ci piacerebbe avere dopodomani ai seggi più dei tre milioni già visti. Del resto sembravano pensarla tutti così: più gente c’è, meglio è per il centrosinistra. Non meglio per uno dei candidati, come dimostra il successo di Bersani nell’elettorato d’opinione, rimarcato dai suoi.
Ieri all’errore di un regolamento ristretto poi allargato poi definitivamente ristretto s’è aggiunto da parte di Renzi l’errore grave di voler forzare la situazione non solo con un appello per le nuove iscrizioni, bensì con un mezzo raggiro. Una pessima idea (nata dopo un acceso scambio telefonico tra sindaco e segretario), il cui rimbalzo polemico rischia di far dimenticare all’opinione pubblica la felice serata su RaiUno rispedendo il Pd nel purgatorio delle liti permanenti.
Se questa bufera non si placasse, entrambi ci rimetterebbero. Bersani forse vincerebbe con un margine più rassicurante ma con due limitazioni serie: l’ombra delle polemiche e una maggioranza calcolata su una base più ristretta di quella del 25 novembre. Renzi, dopo esser salito al rango di leader, sarebbe ridimensionato a quello antipatico di sfasciacarrozze.
A chi conviene distruggere il capolavoro politico e comunicativo di quel dibattito (seguito dal teledramma Pdl) e di due mesi di miracolo democratico?
permalink | inviato da stefano menichini il 30/11/2012 alle 18:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
28 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Il gioco si fa duro, "adesso". E dopo?
Il ballottaggio non poteva essere un pranzo di gala, infatti non lo è. Non abbiamo scritto per nulla che queste sono primarie vere, una competizione seria e aperta. L’ha confermato subito Matteo Renzi ieri, nel primo dei cinque giorni che ha a disposizione per recuperare 290mila voti: un paio di colpi sotto la cintura dedicati al Bersani ministro che avrebbe avuto responsabilità sia nell’organizzazione di Equitalia che nella privatizzazione dell’Ilva. Due argomenti non proprio scelti a caso, i più roventi che ci siano, il secondo poi con l’aggravante dei rapporti pregressi (e pubblici) fra i Riva e lo stesso Bersani.
Non c’è da drammatizzare. Passiamo dalle «cose belle», scambiate fra i due per sms e raccontate dal segretario, alle accuse esplicite di corresponsabilità con le scelte sbagliate del passato. Le recriminazioni contro la nomenklatura sulle regole per iscriversi al voto e gli errori della classe dirigente degli ultimi anni sono i temi dello sfidante che deve rimontare.
Renzi pensa di dover andare giù duro (alzando le attese per il duello tv di questa sera), e di poterselo anche permettere perché i risultati del primo turno hanno tolto di mezzo l’argomento atomico della sua estraneità al Pd e al centrosinistra.
Se accende la polemica, con quel bagaglio di un milione abbondante di voti nessuno può più accusarlo di muoversi da agente del nemico.
Lo sdoganamento definitivo è venuto dalla stessa Unità che solo un mese fa imputava al sindaco di Firenze comportamenti «fascistoidi», e che ieri nell’editoriale del direttore Claudio Sardo riconosceva Renzi come «secondo vincitore» delle primarie; definiva la conquista del ballottaggio «la consacrazione a una leadership effettiva e popolare »; invitava tutti a «non mettere tra parentesi il risultato di Renzi» e infine prospettava un futuro nel quale la radicalità dello sfidante possa essere ricompresa nel progetto collettivo guidato da Bersani.
Un commento condivisibile al cento per cento. Subito però si apre la domanda: data per scontata la dichiarata e ribadita lealtà post-primarie, se, come e fino a che punto Renzi è riassorbibile nel Pd eventualmente guidato da Bersani? 
Il tema per fortuna non è più di tipo antropologico o etnico, bensì puramente politico. Verosimilmente Renzi non uscirà dal ballottaggio di domenica con meno del 40-44 per cento dei voti espressi: per paradosso, la formula giustamente voluta da Bersani per potersi presentare come leader della maggioranza assoluta del centrosinistra (e avversata inizialmente da Renzi) avrà l’effetto mica tanto collaterale di intestare al sindaco di Firenze una minoranza interna di dimensioni mai viste prima nel Pd.
Un enorme pezzo di elettorato progressista che, a ragione, anche Claudio Sardo considera imprenscindibile. Finiscono in archivio le speranze di Mario Tronti e di molti come lui (anche molto più giovani di lui) di espellere dal Pd l’oggetto estraneo e tutti i suoi sostenitori. Ma questo conta poco: lo si doveva sapere dalla vigilia. Chi dovesse ripetere simili facezie adesso andrebbe ammonito col banale calcolo (non a caso fatto ieri dallo stesso Renzi) della proiezione su scala elettorale nazionale di un 40- 44 per cento delle primarie: vale almeno il 15 per cento, meglio non giocare con simili numeri.
La questione vera è che l’assimilazione piena di Matteo Renzi al Pd eventualmente bersaniano è molto molto problematica. Dovessimo dire oggi, la considereremmo impossibile. E non per incompatibilità personale (anzi, i due si prendono), né per impermeabilità reciproca delle aree di consenso (basti guardare i dati delle regioni a maggiore insediamento democratico).
Il fatto è che Renzi resterà “fuori” – resterà a Firenze, intendiamo – perché la sua partita rimane secca. O si vince o si perde. Vista dal suo punto di vista: se tocca a Bersani, Bersani deve giocarsi la sua corsa verso palazzo Chigi e poi auspicabilmente il suo duro lavoro da premier. Renzi lo sostiene nella campagna elettorale, chiede (e verosimilmente ottiene) una rappresentanza parlamentare congrua anche se non matematicamente proporzionata alla percentuale ottenuta al ballottaggio, partecipa alla vita del Pd, ma non si fa coinvolgere in alcun modo. Né nella gestione di partito, né nel governo. Il suo obiettivo diventa vincere la prossima volta (magari calcolando che, con una legislatura nata precaria, la prossima volta possa non essere così lontana).
Tutto questo non attiene a calcoli particolari. Anzi è verosimile che molti di coloro che ora sostengono Renzi la pensino diversamente da lui su questo punto, e siano disponibili a «farsi coinvolgere» (sia pure non nel modo con cui si fece ricoinvolgere Dario Franceschini nel 2009 dopo esser stato battuto da Bersani per la segreteria: lo citiamo solo perché il paragone col risultato di Franceschini è stato proposto dall’attuale maggioranza per sminuire la portata del dato di Renzi).
Tutto questo attiene alla personalità del sindaco di Firenze, abbastanza unica in questo momento. Come conferma il fatto che ieri sia ripartito all’attacco senza concedere a Bersani più di qualche applauso, siamo di fronte a una macchina da battaglia elettorale che al massimo può ridurre i giri (com’è successo nei primi mesi del governo Monti), ma spegnersi mai.
Questa macchina deve essere posta al servizio del centrosinistra per vincere nella prossima primavera meglio di quanto saprebbe fare il Pd “pre-primarie”. Conviene a tutti, a Bersani più che a ogni altro. Renzi ha il dovere di mettersi a disposizione e lo farà perché lui eredita dalle primarie, insieme a una bella forza, anche molti obblighi e una enorme responsabilità verso una collettività.
Ma assimilarlo, coinvolgerlo oltre un certo limite, magari nei calcoli di qualcuno neutralizzarlo: questo non accadrà. E un’alta tensione intorno al “ragazzetto”, come imprudentemente lo chiamò Franco Marini, d’ora in poi ci sarà sempre.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/11/2012 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
27 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie pd bersani renzi sondaggi
Continuiamo così, facciamoci del bene
Né i commenti a bocce ferme dei due ammessi al ballottaggio, né quelli degli esclusi, né i dati definitivi del primo turno (diversi da quelli della serata, dunque più favorevoli a Bersani) spostano il giudizio dato a caldo nella notte delle primarie.
In generale, il Pd rimane in cima alla cresta di un’onda che ingrossa i suoi consensi, lo impone quasi con violenza all’attenzione dell’opinione pubblica più ampia (il duello televisivo stavolta sarà nel prime time del primo canale generalista) e allarga ulteriormente il gap concorrenziale con le altre forze politiche, non solo il derelitto Pdl ma a questo punto – fatto nuovo – anche il M5S.
Pier Luigi Bersani esce da vincitore dal primo turno non solo per il vantaggio largo. Prima Vendola (lo scorso anno), poi il medesimo Renzi lo avevano sfidato a fare le primarie e poi l’avevano incalzato. Il segretario avrebbe potuto arroccarsi in un fortino che tutta la nomenklatura democratica (come s’è visto) avrebbe volentieri presidiato, e continuare nella tattica di avvicinamento passivo alle elezioni politiche che era stata la sua linea di condotta fin dal 2009.
L’estate scorsa ha deciso di fare l’opposto, sulla base di una lettura corretta non tanto dei rapporti di forza interni bensì della relazione drammatica fra elettori e partiti, fra cittadini e democrazia. Sta vincendo la scommessa. A questo punto non è solo il favorito per palazzo Chigi: è per tutti un leader riconosciuto, dotato di una forma peculiare di carisma e di visione. Insomma ciò che in tre anni di segreteria del Pd (e di scelte spesso troppo statiche) non era riuscito a diventare.
Il suo punto di forza è la morbidezza del linguaggio nei riguardi dei suoi concorrenti. L’ha voluto ribadire ieri facendo riferimento ai contatti con Renzi. Non è buonismo: è un tratto caratteriale misto a calcolo e alla conoscenza di ciò che piace e non piace al popolo del centrosinistra. O meglio, a quella parte che si ritrae davanti al linguaggio diretto e arrembante di Renzi.
È molto difficile che Matteo Renzi diventi il candidato del centrosinistra per guidare il governo: trecentomila voti sono ardui da rimontare. Ma il sindaco di Firenze ha tutte le ragioni per brindare. Anche la sua scommessa è vinta. Ha definito uno standard per la competizione democratica nel suo insieme, in tutto l’arco politico, non solo a sinistra. È conosciuto e seguito anche fuori dall’Italia (alla vigilia si informava sulle sue chances il laburista David Miliband).
In questi ulteriori cinque giorni correrà giustamente per vincere, comunque è ragionevole per lui puntare a chiudere domenica intorno al 40 per cento: francamente una quota impensabile alla vigilia, per uno sfidante che il corpo del Pd aveva esorcizzato come alieno. E pensare che l’entourage del sindaco negli ultimi giorni temeva una disfatta, pensavano di poter rimanere inchiodati al 20 per cento. Perfino loro avevano sottovalutato la domanda di un cambiamento drastico proveniente anche dagli strati più fedeli dell’elettorato.
Il milione abbondante di voti renziani è solo una parte del bottino elettorale che la presenza e le idee di Renzi possono consegnare al partito: come scrivevamo alla vigilia, ciò rende Renzi imprenscindibile. Bersani ha dimostrato in ogni occasione di saperlo. Sul fairplay il segretario verrà ricambiato nei prossimi giorni, anche se ieri s’è capito che Renzi non smette mai di combattere. Del resto, per recuperare deve assaltare: rimane da parte sua la critica all’usato sicuro, continua l’affondo verso il corpo del gruppo dirigente allineato dietro al segretario.
Lesto come sempre, Renzi “usa” da subito il nervosismo eclatante di alcuni big, da Rosy Bindi a Franco Marini, per intaccare l’immagine di rinnovatore che Bersani è riuscito comunque a recuperare.
Allora risalta a maggior ragione il grossolano errore di chi si mette dalla parte del torto tornando a minacciare ritorsioni sulle candidature per le politiche, o rese dei conti congressuali. Scelta autolesionista: sembrano voler dare ragione a chi li descrive come asserragliati in difesa dei propri ruoli. Si capisce meglio ora quanto ci avessimo preso, quando avevamo intuito la volontà innanzi tutto di Bersani di approfittare delle primarie per rimescolare tutte le carte. Il nervosismo nasce più da qui, che dal risultato di Renzi.
È chiaro che quel 35 per cento (al primo turno, destinato a crescere, conquistato dallo sfidante in zone dove il Pd è forte) cambia gli equilibri interni. Soprattutto, diventa irreversibile il protagonismo, al di là degli schieramenti attuali, di una leva di dirigenti giovani: cresciuta nello scontro delle primarie, destinata a crescere ancora nella campagna elettorale nazionale.
Un quadro incoraggiante, nient’affatto scontato fino a pochi mesi fa. Per parafrasare un celeberrimo fustigatore dei costumi della sinistra, c’è da dire: continuiamo così, facciamoci del bene
permalink | inviato da stefano menichini il 27/11/2012 alle 18:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
25 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie bersani renzi vendola puppato tabacci pd
Un bel regalo, una sfida sana
È bello e giusto, ce l’hanno anche suggerito, ma non possiamo farlo come titolo di questa edizione straordinaria di Europa: «Il Pd ha già vinto le primarie».
Non possiamo farlo per il semplice motivo che l’abbiamo già fatto. Più di due mesi fa, il 21 settembre, quando la campagna che si chiude oggi (o fra una settimana) era ai suoi primi passi.
Erano passi difficili, duri, un cammino che sembrava in salita.
Polemiche, dubbi, paure. Le fastidiose schermaglie sulle regole. Pressioni sul segretario Bersani perché non si esponesse inutilmente, non mettesse a rischio il partito. Attacchi a Matteo Renzi per aver lanciato una sfida distruttiva. Ironie su Nichi Vendola: solo nel 2011 era la grande promessa e ormai sembrava inabissato.
Non è neanche giusto oggi infierire sui molti che questa giornata straordinaria non avrebbero voluto celebrarla.
Semplicemente, non avevano colto il cambio di stagione. Reagivano in maniera difensiva all’incognita delle primarie perché legati a uno schema rigido di avvicinamento alle elezioni di primavera. Come gli allenatori che considerano solo la propria squadra e non si curano delle condizioni del campo e delle mosse degli avversari.
Qui è il grande merito che va riconosciuto, comunque vadano le cose nel conteggio di stasera, soprattutto a Pier Luigi Bersani e a Matteo Renzi.
Hanno motivazioni diverse, obiettivi diversi, anche idee sensibilmente diverse su importanti punti politici. Almeno per oggi vanno considerati fino in fondo antagonisti fra loro, e con gli altri tre candidati. In comune però Bersani e Renzi hanno di aver obbligato l’intera scena politica nazionale a uno scarto straordinariamente positivo.
Non c’è solo il beneficio per il Pd e per il centrosinistra. Che è evidente, certificato da sondaggi molto seri, assolutamente costanti e coincidenti. C’è l’effetto a catena sugli altri partiti, obbligati a definirsi pena la marginalizzazione.
E c’è – come sottolinea sempre Bersani – il gran regalo fatto alla democrazia nel suo insieme: mesi e anni a scrivere di scandali, ruberie, sprechi, del distacco e anzi del rancore dei cittadini verso la politica. E poi, una domenica di fine novembre, ecco lo spettacolo di partecipazione al quale stiamo assistendo. Anzi, del quale siamo tutti protagonisti: cosa ben diversa dall’essere spettatori o tifosi.
Qui c’è un’altra intuizione: che i partiti, in questa fase, non sarebbero stati in grado di guarirsi da sé, guarire il sistema, riconnettersi alla società infuriata. Ne è prova ciò che in parlamento sta accadendo – o meglio, non sta accadendo – intorno alla riforma elettorale, per non dire delle altre riforme mancate del sistema politico.
Dunque è giusto per i partiti riconoscere i propri limiti e consegnarsi agli italiani.
Come avverrà nel marzo prossimo per una cruciale tornata elettorale. Come il centrosinistra ha avuto la forza, la preveggenza e il coraggio di fare per il proprio campo. Come, a quanto pare, è impossibile fare nel devastato centrodestra post-berlusconiano (oppure a quanto pare, peggio per loro, tuttora berlusconiano). Come infine non sono in grado di fare né i sedicenti ultrà della democrazia dal basso di M5S; né i partiti e i movimenti aggregati in quell’area centrale che sarebbe tanto importante se non fosse frenata al tempo stesso dalla immaturità dei newcomers montezemoliani e dall’obsolescenza dell’eterna Udc.
Se qualcuno avesse pianificato a tavolino questo brillante autunno del Pd, sarebbe un genio.
Sappiamo che non è andata così, sappiamo che s’è proceduto per strappi, ripensamenti, improvvisazioni, slanci individuali. Badate però che alla fine i conti tornano, nulla capita per caso.
Il Pd può trovarsi in questa felice circostanza grazie all’incrocio fra alcune sue virtù fondative e un decisivo innesto recente.
Grazie a coloro che l’hanno fondato, e grazie a Bersani che lo dirige da tre anni, il Pd è un partito vero. Molto distante dalla perfezione, e afflitto dai mali di tutti i partiti del mondo in questo tornante storico, ha però una solidità intrinseca. È un progetto che corrisponde a un pezzo grande d’Italia: né l’uno né l’altra sono provvisori. Solo così si spiega come mai solo il Pd (che ha avuto i suoi guai, e grossi) rimanga in piedi nella frantumazione delle sigle della Seconda repubblica.
In questa solidità, che ha sconfinato spesso nella staticità, ha fatto breccia un potente moto di innovazione.
Guardate i nomi e i volti delle donne e degli uomini che in queste settimane hanno invaso i dibattiti in tv (realizzando, per inciso, un colpo di comunicazione politica dal valore inestimabile). Guardate le tre firme che oggi su Europa hanno accettato, su nostra richiesta, di “rappresentare” la visione per l’immediato domani dei candidati principali. Guardate chi ha organizzato in tutta Italia quelle manifestazioni sempre stracolme – il vero fatto nuovo, un’attenzione spasmodica per le proposte di tutti i candidati di queste primarie.
Ebbene, questi nomi, questi volti, queste firme, sono già i nuovi dirigenti del centrosinistra. È in atto un drastico ricambio di ceto politico. Non senza immaturità e delusioni. E certo non senza che ci siano (e ci saranno, vedrete) forti resistenze da parte della nomenklatura precedente. Ma ciò che doveva accadere perché il Pd tenesse il passo del cambio di Repubblica, sta accadendo.
Abbiamo già scritto, non c’è bisogno di ribadire oggi, che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il coraggio di Renzi e senza la lungimiranza di Bersani. Puppato, Vendola e Tabacci, ognuno di loro ha portato un mattone a questo edificio. Non ce ne vogliano gli ultimi due, ma il popolo che oggi si metterà in fila ai seggi li considera già dentro un solo partito, più grande e plurale: sarà uno dei temi del dopo primarie.
Fra Bersani e Renzi, oggi o domenica prossima, uno perderà. Entrambi però usciranno da questo confronto con una statura da leader che non avevano prima e che, al di là delle esagerazioni dei tifosi più sfegatati, è ormai reciprocamente riconosciuta.
Il patrimonio accumulato dal centrosinistra potrà essere speso al servizio del paese se loro due e l’intero nuovo gruppo dirigente sapranno sciogliere rapidamente le ruggini delle primarie e gettarsi alla conquista dei consensi necessari a governare: oggi ai seggi avremo tante persone in più rispetto alle previsioni. Ma per quante esse siano, per cambiare l’Italia occorre conquistare il cuore e il cervello di un popolo tanto più vasto e ancora tanto diffidente.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/11/2012 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
22 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie pd sondaggi bersani renzi
Il Pd e il collasso quantistico
Un’utente di Twitter, Silbi, ha dato la definizione che intuisco essere la più adatta, anche se è fuori dalle mie competenze: il Pd che secondo l’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli tocca ormai il 32,2 per cento (teoricamente il massimo storico, considerando che nel 33,1 del 2008 vanno conteggiati anche i radicali) è secondo lei un «Pd quantistico».
Nella mia ignoranza indovino che significhi che gli italiani si dichiarano oggi per due Pd, su livelli spazio-temporali diversi: quello di Bersani (di ieri, oggi e domani) e quello di Renzi (di oggi e domani), anche se non escluderei che a quella cifra alta contribuiscano anche sognatori di un Pd tendenza Vendola o Tabacci. Insomma un Pd espanso «oltre i confini della realtà », per rimanere in tema.
Comunque vada domenica sera, o domenica 2, il destino di tutti e cinque i concorrenti e di tutti i simpatizzanti ed elettori del centrosinistra dipende dal successo di una delicata e non scontata operazione di riunificazione di quegli universi paralleli: quando Pd e centrosinistra avranno un solo candidato premier, dovranno continuare a valere quanto gli attuali due, tre, quattro Pd virtuali disponibili sul mercato elettorale.
Se il centrosinistra vuole davvero governare l’Italia e non delegare l’incarico una volta di più, non c’è alternativa a tentare questa difficile operazione.
Seguendo l’istinto di duri combattenti d’altre epoche come Mario Tronti (settimane fa auspicava sull’Unità che Bersani, vinte le primarie al primo turno, si liberasse di Renzi e dei suoi indesiderabili sostenitori, alieni rispetto alle tradizioni politico-culturali del Pd) avremmo la certezza di un auto-ridimensionamento elettorale (Silbi, peraltro accesa antirenziana, parla di collasso quantistico) e quindi di riconsegnare il paese, nel migliore dei casi, alle cure dirette del professor Monti. Che poi è, a ben pensarci, ciò che la sinistra della generazione e dell’orientamento di Tronti ha sempre fatto.
Bersani, Renzi e tutti coloro che hanno creduto nelle primarie (compreso Vendola) sono i titolari dell’attuale potenzialità elettorale. Toccherà a loro di confermarla e magari rafforzarla a risultato acquisito. Si spera che gli altri – quelli che «le primarie distruggeranno il partito» – per rientrare in gioco a cose fatte non tentino, loro sì, di distruggere il magnifico lavoro di mobilitazione e di resurrezione delle coscienze che si è realizzato in questi mesi.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/11/2012 alle 18:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
6 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Dalle primarie di Palermo al dopo-Monti
Sarà opinabile su altre cose, ma su un punto Bersani ha ragione: ci vorrebbe una politica più matura, che sappia reagire con razionalità agli imprevisti.
Le primarie di Palermo contengono nel loro esito una logica. E, paradossalmente, potrebbero risultare utili all’aggiustamento di linea che il Pd deve compiere. C’è un nesso anche con i discorsi su Monti e dopo-Monti, riaccesi dall’editoriale di Michele Salvati sul Corriere e dall’ipotesi di accordo sulla riforma elettorale e istituzionale.
Quale sia la logica è presto detto: la vittoria di Ferrandelli taglia la strada a una delle pochissime operazioni di salvataggio che l’esausto Pdl poteva tentare nelle amministrative. Con un simile candidato di centrosinistra diventa quasi impossibile a Palermo per l’Udc cedere alle lusinghe di Alfano, con conseguenze su tutto lo scacchiere delle città.
Naturalmente questa valutazione è politica generale: al di là dell’appoggio dei partiti, Ferrandelli dovrà convincere la sinistra palermitana di essere qualcosa di più e di diverso dall’appendice locale di Lombardo. Passa di qui la sua possibilità di vincere.
Se a Palermo andasse bene, sarebbe però l’ennesima volta in cui gli elettori hanno corretto un errore di valutazione del Pd nella selezione delle candidature, stavolta in compagnia di Sel e Idv.
In questione non c’è alcuna foto, né quella di Vasto né altre: erano già tutte finite in archivio, superate da una dinamica nazionale più grande delle primarie di Palermo. Dalla Sicilia arriva “solo” la conferma di un problema che non si risolve con la volontaristica evocazione del ritorno al primato dei partiti e del rigetto della personificazione. Bersani è correttissimo quando accetta le scelte degli elettori delle primarie, però sarebbe meglio se sapesse anche anticiparle candidando personalità più in linea con la diffusa domanda di discontinuità. Ferrandelli, ancorché giovane, non è certo una verginella a Palermo: ma la carta del rinnovamento lui e Faraone hanno potuto ovviamente giocarla meglio di Rita Borsellino e Leoluca Orlando.
All’indomani delle primarie di Genova titolammo “Una questione di persone”: non certo per dare un giudizio sulle candidate sconfitte (già, tutte donne tra l’altro...), quanto per insistere su alcuni caratteri ormai incancellabili del rapporto fra elettori e governanti.
Si può decidere di sfidare la ventata di contestazione ai partiti, anzi è necessario farlo. La sfida però sarà vincente – e restituirà alla democrazia dei partiti la credibilità perduta – solo se non si permetterà alle dinamiche interne o di coalizione di prevalere sulla spinta al cambiamento. Tutti i confronti fatti in questo periodo con l’analoga stagione del ’92-’93 dovrebbero suggerire maggiore radicalità.
Fra tutti i politici su piazza, Bersani è quello che più spesso riconosce che i partiti hanno un limite, e che larghissima parte della dinamica democratica si svolge fuori di essi. Evidentemente però il Pd fatica a trarre le conseguenze da questa premessa: ha imposto all’Italia lo strumento più forte col quale la società possa incidere nella vita dei partiti, ma se ne fa spesso (non sempre) scavalcare. Poco male, se alla fine Genova e Palermo dovessero rivelarsi nuove Milano: ma sopravviverà il Pd agli stress?
Qui arriva l’altro corno dell’analisi.
Proprio per la prevalenza delle logiche locali e delle qualità personali dei candidati, l’andamento delle diverse primarie non consente di ricavare indicazioni univoche sulle alleanze nazionali. Genova e Palermo, da questo punto di vista, sono totalmente divaricanti.
Tutto però sembra congiurare contro il vecchio “nuovo Ulivo”, che anche dove è vincente impone al Pd il ruolo di portatore d’acqua. Il problema grave è che, per come si stanno mettendo le cose, lo stesso ruolo gregario rischia di toccare al Pd (nonostante sia di gran lunga il primo partito italiano) in ogni altra geometria di coalizione: dalla “semplice” alleanza col Terzo polo fino a quella Grosse koalition che quanto più Bersani esorcizza tanto più gli viene gettata fra i piedi.
È una questione difficilissima da risolvere, un vero e comprensibile fattore di frustrazione per il gruppo dirigente democratico, che sfocia nel nervosismo aperto quando alla riproposizione di un ruolo gregario del Pd si associa l’esaltazione della leadership di Mario Monti e se ne propone «in qualche modo» la proroga.
È uno spettro che è inutile esorcizzare denunciando complotti ed espropri della democrazia. Ci vogliono polso politico e orientamenti netti, come quelli dimostrati sulla Tav reggendo alle pressioni politiche e di piazza. Ci vuole coerenza nei comportamenti davanti all’opinione pubblica, come quella dimostrata rinunciando a sostenere la manifestazione della Fiom.
Nessuno può pronosticare oggi come sarà il sistema politico fra un anno e mezzo. Ancor meno si potrà fare se davvero passasse l’attuale ipotesi di riforma elettorale, che non prevede alcuna indicazione del candidato premier sulle schede. Mai come stavolta, essere gregari o leader non dipenderà dalle tecniche o dalle alchimie, ma solo dalla forza e credibilità proprie. Proprie come partito, e proprie anche come leader. Ricordiamoci la lezione di questi anni, di questi mesi, di questi giorni: la politica contemporanea è soprattutto una questione di persone.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/3/2012 alle 20:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 febbraio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Genova, il Pd si fa battere dalle persone
Anche a Genova finirà bene, con l’importante differenza rispetto a Milano che Marco Doria potrà diventare sindaco della città non contro la pessima eredità amministrativa del centrodestra ma contro una discussa esperienza di centrosinistra.
Dunque, se è lecito giocare con le metafore, le primarie genovesi non sono affatto una catastrofe (non può esserlo, ogni volta che sono gli elettori a pronunciarsi), ma un piccolo cataclisma sì.
Innanzi tutto per il Pd di Genova, che salta pezzo dopo pezzo: hanno gestito male l’ultimo periodo dell’amministrazione Vincenzi, hanno gestito peggio l’operazione ricambio e non si sono resi conto di cosa si stava aprendo sotto i loro piedi.
Ma è impossibile minimizzare Genova come fatto locale. C’è un segnale nazionale, che si collega ad altri e che va compreso in tempo.
Lo riassumiamo così: quando hanno la possibilità di farlo (perché viene loro dato uno strumento, magari un referendum, o perché è in campo una reale possibilità di scelta fra alternative praticabili), gli elettori democratici mostrano di considerare il Pd più una parte del problema “crisi dei partiti”, che non la sua soluzione.
Naturalmente i sondaggi continuano a premiare il Pd, in quanto primo sostenitore del governo e per contrasto con un Pdl in avvitamento. Nascondono però un’insidia, in quel 30-40 per cento di elettori che si dichiarano incerti. Fra i problemi del Pd non c’è certo l’appoggio a Monti: casomai, appunto, per gli italiani il Professore è fisso nella casella “soluzioni”. Né c’entra essere più a destra o a sinistra. Il Pd non perde mai una competizione contro partiti rivali, moderati o radicali, invece la perde spesso contro “persone diverse”.
Ecco allora dov’è l’epicentro del sisma, con le sue scosse per ora locali: la carica di novità precocemente esaurita, l’impressione di un partito omologato a un sistema fallito, qualche scandalo, il sospetto di operazioni restauratrici (sistema elettorale). Ed ecco la reazione dei cittadini: la voglia di fuga appena si apre una via, fin qui sempre democratica, mai antipolitica.
C’è un vuoto che il Pd non riempie, altri lo fanno. Ieri Pisapia o de Magistris, poi i referendum, oggi Doria. Bersani il pragmatico è stato sempre bravo a rimettere il partito nella scia di questi eventi, a non farsene travolgere. Ma anche lui è roso da un dubbio: chi sarà il prossimo che pretenderà di colmare il vuoto? 
permalink | inviato da stefano menichini il 14/2/2012 alle 12:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 ottobre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Come diceva anche D'Alema nel 2008...
A chi nel Pd offriva letture negative del voto in Molise, Massimo D’Alema ha risposto in maniera secca: dicano quello che vogliono, io presiedo una Fondazione e faccio analisi. Intendeva dire che la sua valutazione positiva era fondata su dati oggettivi, non sulle opportunità dello scontro politico interno.
D’Alema ha ragione: presiede Italianieuropei, che è un luogo dove si svolgono studi seri. Talmente seri, che è proprio da una di queste analisi di Italianieuropei – una delle più ampie, articolate e approfondite svolte in tempi recenti – che muove da qualche anno l’intero impegno di Europa per tenere ancorato il Pd al progetto e alle ambizioni originarie, contro i pericoli di riflusso, di ripiegamento, e in sostanza di rassegnazione alla ineluttabilità delle attuali percentuali elettorali.
Era il 14 maggio 2008 e Berlusconi aveva da poco vinto le elezioni. Il gruppo dirigente del Pd venne chiamato da D’Alema in piazza Farnese per ascoltare dai più validi analisti alcune ragioni profonde del voto: non solo i flussi, ma la qualità e le motivazioni del comportamento elettorale degli italiani che, sventurati, si erano appena rimessi nelle mani sbagliate.
Essendo stato gentilmente ospitato, ricordo bene quella sessione, perché mi rimase impressa la fotografia dell’Italia allora scattata da Natale, Calise, Bonomi e altri.
Mi sono chiesto spesso in questi anni che uso abbiano fatto di quelle informazioni i capi del Pd presenti (c’erano tutti, Veltroni armeggiava con le suonerie di un iPhone allora novità assoluta).
Affido la sintesi di quelle analisi allo stesso D’Alema, a un suo commento ad alta voce durante l’incontro: «Non siamo solo noi a essere sganciati dal paese, anche i nostri elettori lo sono».
Era una conclusione perfetta. Gli analisti avevano appena spiegato che la continua deriva a destra dell’elettorato italiano aveva lasciato al Pd (il Pd del 33 per cento!) una rappresentanza che rispetto alla media nazionale era: più anziana, meno presente nei settori più produttivi del paese, più scolarizzata ma meno dinamica nel mondo del lavoro, meno ottimista sui destini propri e del paese.
Gli elettori democratici avevano in comune con i compatrioti berlusconiani almeno una cosa (in realtà, una tra molte altre attinenti ai costumi e agli stili di vita): l’essere pienamente post-ideologici, scarsamente fedeli alle appartenenze partitiche e sindacali, pragmatici ma anche molto sensibili al carisma personale del leader.
La lettura che nel dopo-Veltroni è stata data di queste analisi mira in sostanza al consolidamento di questa situazione, cercando di migliorare su tre assi: recuperare il radicamento perduto nel mondo del lavoro attivo; insidiare la Lega tra i ceti popolari del Nord; offrire, invece che il carisma della leadership, la solidità di un partito tornato a funzionare comme il faut.
Non so se stia funzionando, anche come semplice operazione di consolidamento. Ho paura di no, a parte forse l’operazione sulla Lega e contro la Lega.
I veri luoghi del lavoro continuano a essere frammentati, spesso invisibili, sostanzialmente irraggiungibili in barba a qualche riaffiorante nostalgia fordista, e il Pd rimane nonostante gli sforzi soprattutto un partito dei garantiti e degli inclusi.
In sostanza la base di consenso del Pd rimane invariata (che vuol dire: destinata alla contrazione per ragioni demografiche), ma nel frattempo si sta vistosamente spostando (io direi, guastando) il suo sistema di valori.
Anni di frustrazioni politiche non sono trascorsi invano e ora si sommano al senso di rabbia e di impotenza di fronte a un sistema incapace di autoriformarsi e autorigenerarsi, e all’insicurezza per il proprio status economico personale.
Il risultato – qui si chiude il cerchio con sondaggi e analisi del mercato politico – è quell’enorme maggioranza di italiani, tantissimi elettori del Pd, che secondo Nando Pagnoncelli sono convinti che il centro della crisi italiana siano i privilegi della casta, e che intaccare questi privilegi possa essere una leva positiva per uscire dalla recessione.
Si tratta di una evidente regressione di cultura politica, affine e parente del giustizialismo. E di un grande pericolo per il Pd, che del sistema è considerato in fin dei conti parte (anche perché, qui e lì, lo è davvero): diciamo che questi anni si stanno rivelando i meno indicati, per proporre il modello di partito di massa organizzato come valida alternativa al partito carismatico, a sua volta in obiettiva crisi.
Quel che è successo a Marco Pannella al corteo di sabato scorso, non sarebbe forse successo a qualunque altro volto conosciuto si fosse presentato in piazza come ha fatto lui? È per la sua diversità, che gli hanno sputato addosso, o perché «sono tutti eguali» e solo un bel servizio d’ordine avrebbe evitato qualcosa di simile a Bersani, a Veltroni, a D’Alema, ma perfino a Grillo e a Vendola?
Quel famoso seminario del 2008 lasciò a Veltroni e ad altri l’idea che si dovesse insistere a spezzare la gabbia del consenso tradizionale “di sinistra”; a D’Alema e a un altro pezzo del Pd diede invece la conferma che la via per la rivincita su Berlusconi fossero le alleanze politiche con partiti più capaci di rappresentare i ceti più moderni, per non parlare del feticcio dell’elettorato cosiddetto “cattolico”, il tutto sotto l’ombrello del sistema elettorale tedesco.
Il paradosso di oggi è che, con questo avvelenamento del clima sociale e questo impoverimento dei valori, entrambe le strade potrebbero risultare precluse.
Quel 43 per cento e oltre di elettori che non si dichiarano nei sondaggi, in gran parte delusi dal centrodestra ma non solo, non trovano attraente il Pd e neanche il Pd in combinazione con Casini o con Vendola. Pagnoncelli premette sempre, quando mostra a Ballarò i suoi dati sul centrosinistra vincente, che va posta questa enorme riserva sulle sue previsioni: e in effetti, se il 27 per cento tuttora attribuito al Pdl appare incredibile e “virtuale”, perché invece dovremmo pensare che la stessa cifra attribuita al Pd sia realistica e a portata di mano?
Ecco perché c’è fastidio e allarme nella dirigenza democratica verso ciò che si muove fuori dall’attuale arco dei partiti, o verso ciò che si agita nei partiti fuori dai binari precostituiti: è la consapevolezza di non sapere o di non poter rispondere a una domanda di novità totalmente post-ideologica che era latente già nel 2008, e che l’inutile legislatura berlusconiana ha solo procrastinato, drammatizzandola e riempiendola per di più di quei contenuti anticasta così ingannevoli eppure così sentiti a livello popolare.
La possibilità di recuperare rispetto a questa situazione, non tranquillizzante, è data dalla stessa velocità dei mutamenti politici: noi stessi, solo sei mesi fa, nel pieno della primavera italiana, non avremmo scritto parole così pessimiste.
Occorre riavviare il circuito positivo “milanese”. Fidarsi delle persone, anche delle più distanti, anche dei non-elettori. Dare loro spazi, occasioni: primarie, referendum, che alla fine non sono mai andati male. Non ostacolare ma premiare chi spicca nel Pd per qualità e caratteristiche che sono apprezzate nella politica contemporanea, e anzi trovare altre figure del genere, anche fuori dal partito.
Non incistarsi sulla coppia destra-sinistra, che non spiega più tutto da tanto tempo: davvero siamo sicuri su chi sia più “di sinistra”, nel senso di uomo progressista e di mentalità aperta, fra Mario Draghi e Maurizio Landini?
È una politica di movimento, quella che chiediamo, anche un po’ noiosamente.
Sarebbe stato meglio che, avendo capito come andavano le cose e quali erano i limiti strutturali del centrosinistra riformista, si fosse partiti fin dal primo giorno dopo quel seminario di Italianieuropei del 2008: è andata diversamente, altre scelte sono state fatte, e c’è anche da dire che tante profezie di sventura e di decesso prematuro sono state smentite.
Quindi c’è tempo, c’è ancora tempo, per «riagganciare» davvero questo partito al suo paese. 
permalink | inviato da stefano menichini il 20/10/2011 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
4 giugno 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Aiutarli a manovrare? No grazie
Un fantasma si aggira per l’Italia. È la manovra da 40 miliardi che l’Europa ci chiede, che Draghi ha severamente rammentato al governo, e che rimane rigorosamente fuori dallo scoppiettante dibattito nel centrodestra su primarie sì, primarie no, primarie dove.
A noi, che ci siamo passati, fa perfino tenerezza l’entusiasmo da neofiti dei pretoriani che si sentono liberi solo perché pronunciano frasi fino a ieri proibite. Sembrano bambini che godono a dire le parolacce. Primarie. Candidati. Competizione. Quando le primarie le faceva il Pd, per la destra erano solo la prova delle divisioni interne del centrosinistra. Ora, per vie misteriose, dovrebbero servire a salvare la leadership di Berlusconi stile ’94, cioè la più autocratica che si conosca (il nesso fra lo strumento e l’effetto desiderato non è chiaro, ma per una volta non dovete chiederne conto a noi).
Torniamo alla manovra, però. Dovrebbe essere l’argomento principe del dibattito pubblico, invece è come se potessimo farne a meno. E quando Tremonti la tirerà fuori, anch’essa sarà triturata nelle polemiche sul ruolo di La Russa, i poteri di Alfano e le ambizioni di Alemanno.
Stia bene attento, per parte sua, il Pd. Il senso di responsabilità è cosa buona e giusta e il centrosinistra, si sa, né è pervaso come nessun altro. Ma qualche perplessità sorge quando leggiamo la disponibilità di D’Alema a farsi carico di una parte dell’onere di dare dispiaceri agli italiani. Si tratterebbe, in volgare, di pagare l’allontanamento di Berlusconi da palazzo Chigi con una compartecipazione alla stangata d’estate.
Ora, a parte che stiamo parlando di nulla (visto che nessuno a destra raccoglie simili offerte), siamo sicuri di volerci prendere questa rogna nella parte di legislatura che rimane, consentendo per di più a Berlusconi di liberarsene e quindi di rimettersi a girare l’Italia per denunciare non solo l’ennesimo ribaltone ma anche il ritorno al potere dei dracula fiscali?
permalink | inviato da stefano menichini il 4/6/2011 alle 7:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


sfoglia novembre