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Diario
8 dicembre 2012
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elezioni pd monti bersani pdl berlusconi grillo
Per il voto da definire solo le coalizioni
Il calendario elettorale è definito, fra le regionali del Lazio dei primi di febbraio e l’election-day del 10 marzo. Anche il sistema con il quale si voterà per camera e senato, purtroppo, è quello previsto: Porcellum, come era stato amaramente pronosticato dal giorno stesso della bocciatura del referendum. Rimane solo da capire se e come, nella seconda metà di gennaio, il Pd vorrà e riuscirà a fare le primarie per i propri candidati sulle quali Bersani si è impegnato.
Gli schieramenti che fra 92 giorni si contenderanno il governo non sono del tutto assestati.
Gli unici teoricamente senza problemi sono quelli del M5S, che anzi da ieri conoscono anche i nomi dei probabili parlamentari. L’unica cosa che rimarrà sigillata nel server di Casaleggio è il numero delle preferenze effettive di coloro che hanno conquistato le prime posizioni nella votazione online indetta da Grillo. Tanta anticipazione sui tempi (gli altri partiti chiuderanno le liste ai primi di febbraio) potrebbe rivelarsi foriera di polemiche e cattive sorprese.
La precipitazione berlusconiana ha come unica logica il recupero dell’alleanza con la Lega, tutt’altro che scontata però: regalare il Pirellone a Maroni causerà una scissione nella destra lombarda senza alcuna garanzia di successo, né per le regionali né per il premio al senato. Ammesso che il Carroccio voglia tornare a compromettersi con Berlusconi: ieri Bersani ha promesso che gliela farebbe pagare in campagna elettorale.
Anche il centrosinistra sotto la guida del segretario del Pd è pronto. Con alcune variabili, oltre a quella delle primarie per i candidati. La prima riguarda i confini dell’allargamento al centro dell’alleanza: solo fino alla lista alla quale lavora Tabacci o oltre? E i radicali? La seconda variabile riguarda un tema che non s’è ancora riaperto ma che molti nel Pd tengono caldo: il ruolo di Matteo Renzi.
A sinistra sarà faticosa la cucina del fritto misto di arancioni, neocomunisti e dipietristi con Ingroia nella parte dello chef: facile che si bruci tutto prima di cominciare.
Infine il centro, il luogo meno definito. Berlusconi ha spinto tutti lontano da sé, a cominciare da Monti, ma l’impasto fra Casini e Montezemolo, liberali e cislini non riesce. Lo schiacciamento di quest’area rischia di essere l’unico vero risultato dello strappo operato da Berlusconi. Secondo alcuni, del resto, è l’unica vendetta che voleva veramente prendersi.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/12/2012 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
7 dicembre 2012
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monti berlusconi pdl governo
Questo gesto lo pagheranno
Guardate che, messi come sono, nel Pdl sono capaci di tutto. Perfino di fare macchina indietro rispetto a una giornata convulsa come quella di ieri, quando è sembrato che il governo Monti avesse davanti a sé solo poche ore di vita.
La sesta candidatura di Berlusconi in diciannove anni è l’unica notizia della quale possiamo essere relativamente sicuri. Le primarie del Pdl escono di scena nello stesso modo farsesco con cui erano apparse, lasciando come vittima la dignità di Alfano. La forzatura operata dal Cavaliere ha prodotto ieri l’umiliante parata dell’entusiasmo a mezzo stampa di alcune decine di naufraghi in cerca di ricandidatura. Ma questo è folclore. I rumori di fuoriuscita di pezzi di Pdl indisponibili a una campagna antimontiana e antieuropeista anticipano un fenomeno di imprevedibile consistenza. Casini si prepara ad aprire le porte, Montezemolo alla fine non farà lo schizzinoso.
Non c’è dubbio che la parola e il prestigio di Monti si faranno valere nelle prossime settimane anche in chiave politica: ormai non potranno che suonare di condanna per l’inaffidabilità del Pdl.
Abbiamo al Quirinale un baluardo intatto che accompagnerà l’Italia alle elezioni – presumibilmente a marzo: gli adempimenti tecnici per la presentazione delle liste rendono febbraio troppo vicino – mettendo al riparo la legge di stabilità entro l’anno e poi attenuando gli scossoni di una crisi che andrà spiegata al mondo.
Oggi apprezziamo meglio l’esito del conflitto con la procura di Palermo, e capiamo perché un partito politico-mediatico voleva azzoppare Napolitano nell’ultimo scorcio di mandato: fra i danni che la mossa di Berlusconi arreca all’Italia c’è anche lo scatenamento del fronte estremista grillino, che prospera su spettacoli come quello allestito ieri dal Pdl e tratta il capo dello stato da nemico.
Il Pd non voleva e non vuole le elezioni anticipate, di Napolitano condividerà le scelte sui tempi e l’ansia di mettere il paese in sicurezza. C’è però anche da prendere atto che l’accelerazione non lascia più tempo né modo per neutralizzare l’effetto positivo delle primarie né per costruire proposte concorrenti. I tempi stretti mettono a rischio le primarie per i parlamentari, essenziali per il Pd in vigenza di Porcellum, e questo è un problema. Unico fattore positivo di uno scenario pessimo: si accorcia l’attesa per ridare al paese nuovi equilibri e sperabilmente una nuova stabilità di governo.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/12/2012 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
29 marzo 2012
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monti pd pdl napolitano
Monti l'Asiatico
Avranno anche loro grossi problemi, ma India, Corea, Cina e Giappone messi in fila rappresentano una cassaforte di liquidità impressionante, sei volte le riserve di tutta l’area euro. Mercati finanziari ancora aggressivi e in espansione. E anche se dalle dichiarazioni ufficiali ai fatti c’è una distanza da colmare, se Monti tornerà dal suo viaggio avendo rimesso l’Italia nel mirino asiatico, questo sarà un considerevole successo.
Oltre tutto, come scriviamo oggi su Europa, Monti è stato ricevuto nelle capitali asiatiche più da ambasciatore dell’euro, rafforzato dal viatico di Obama, del Wsj, della business community occidentale, che da premier italiano. E anche questo ruolo pare esser stato assolto con qualche risultato.
A fronte di queste dimensioni dell’impegno montiano, le nevrosi romane sul suo rapporto con i partiti appaiono fuori luogo. Non perché Monti non possa essere contestato, o perché gli si possano consentire atteggiamenti di superiorità. Il problema è che i partiti, dal giorno del voto di fiducia, hanno imboccato una strada che non consente grandi scarti. E quanto più Monti ha successo, tanto meno chi lo appoggia può scartare.
Non è un caso che negli ultimi giorni Pd e Pdl si siano rimbeccati su chi volesse segretamente aprire la crisi e andare alle urne: stavano entrambi precostituendo (Casini lo fa da mesi) l’argomento polemico contro l’avversario eventualmente colpevole di far saltare l’operazione “salva Italia” impersonificata da Monti stesso. Insomma: forse sono innervositi dal successo del premier, certo ci tengono ad apparire i suoi più saldi sostenitori.
Vista la malizia comunicativa del personaggio, non c’è da dubitare che al suo ritorno dall’Asia Monti troverà il modo, in tandem col capo dello stato, di mettere anche questo ulteriore risultato diplomatico sulla bilancia.
Sulla bilancia di che cosa? Parlando di ambizioni personali, di qualcosa di più elevato della presidenza del consiglio italiana. Parlando di equilibri politici, di un assestamento del paese su un modello liberale dal quale sia difficile discostarsi per chiunque venga dopo.
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Politica
13 marzo 2012
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pd pdl bersani alfano vendola monti
Anche il Pd è preoccupato per quel quid
Ha ragione Enrico Letta a preoccuparsi perché «appena lo spread scende un po’, si ricomincia coi giochini irresponsabili». Già la settimana scorsa è stata animata da polemiche tipiche di quando si correva ignari verso l’abisso. Sia su questioni inventate (l’accusa al Pd di voler discutere di poltrone Rai) che su questioni serissime (la tragedia nigeriana, la detenzione dei marò in India), gli orfani di Berlusconi hanno cercato di alzare polveroni dietro i quali rifiatare, rispetto a una crisi di partito e di coalizione che appare irrecuperabile.
Ora c’è il rischio che la fiammata di pochi giorni divenga regola. E che accendere focolai divenga, per qualcuno nel Pdl, la strategia elettorale in vista di un drammatico turno amministrativo.
È chiaro – a molti anche dentro al Pdl – che l’agenda Monti è ancora troppo importante per permettersi il lusso di farla saltare.
Anche in questo senso (non solo come diversivo rispetto a Rai e giustizia) vanno lette le parole di Alfano a Orvieto, l’improvvisa enfasi sui temi del lavoro: la trattativa fra governo e parti sociali è vicina alla svolta. C’è la possibilità che anche questa biglia di Monti finisca in buca: una riforma di contratti e ammortizzatori sociali che, per quanto differita nel tempo, possa cambiare (sulle regole, le dinamiche reali saranno da verificare) il panorama del lavoro italiano.
Se Fornero riuscisse – e riuscire stavolta significa avere il consenso di tutti i sindacati – il governo figlio di nessuno troverebbe molti padri. Un esito ottimo per il paese, pessimo per chi pensa di poter recuperare spazio per sé solo nello sfascio: come reagiranno costoro?
C’è il timore nel Pd che Alfano non abbia il quid per tenere il Pdl fermo e unito sulla linea della responsabilità. C’è l’impressione che si ballerà ancora nelle prossime settimane, nonostante lo stato di salute del paese non permetta certi divertimenti. Per questo si vuole stringere il segretario del Pdl ai suoi doveri, in un vertice politico formale. Ed è importante che ieri da Vendola sia stata ribadita la non belligeranza a sinistra: sarebbe dura per il Pd sostenere il governo venendo preso fra due fuochi. 
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Politica
8 febbraio 2012
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Riforma elettorale, si parte
La notizia potrebbe finire un po’ schiacciata fra il dramma del paese paralizzato dal gelo e le evoluzioni, decisamente più comiche, del sindaco di Roma (ieri è riuscito a prendersela di nuovo con la Protezione civile e poi con l’intero Nord Italia, prima di essere colpito alle spalle da un comunicato sbagliato della sua stessa amministrazione sulla chiusura delle scuole).
La notizia, solo apparentemente meno rilevante per i cittadini, è che finalmente la seconda gamba del tentativo di Napolitano di stabilizzare il paese ha poggiato in terra. Da ieri i partiti sono ingaggiati nel percorso di parallela e contemporanea riforma della legge elettorale e di pezzi del sistema istituzionale (bicameralismo, regolamenti, numero dei parlamentari, poteri dell’esecutivo).
La notizia è ottima per Monti. Domani il presidente del consiglio va negli Stati Uniti, dove riceverà un’investitura da leader europeo e cercherà di conquistare credito e sostegno per l’Italia e per l’Eurozona. Non che Monti avesse nulla di serio da temere in patria, però è evidente che se i partiti, compresi quelli dell’attuale opposizione, si mettono al lavoro sulle riforme della politica, il governo ne guadagna in stabilità e tranquillità.
Già in partenza è caduta una delle carte avvelenate di questa complicata partita: chiaro che un accordo tra Pd e Pdl sarà inaggirabile, però nessuno dei due big mostra di voler tagliare fuori gli altri, come pure era stato paventato dopo l’ultima sortita pubblica di Berlusconi. Né Pdl né Pd faranno regali ai potenziali alleati, e il superamento del bipolarismo non è una via praticabile, però non c’è aria di tagliole contro nessuno anche perché il clima del paese nei confronti dei partiti non è tale da permetterlo.
Bersani ha davanti a sé la road map che chiedeva e ieri ha messo in chiaro qual è la sua unica vera condizione: un anno di tempo per chiudere tutto e poi ognuno per la propria strada. Quello che lui considera un sacrificio ben speso – non andare al voto nel 2012 – non si spingerà fino al suicidio del Pd all’interno di una grosse koalition elettorale insieme alle creature di Berlusconi.
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Politica
4 febbraio 2012
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Berlusconi si arrende alla City
Silvio Berlusconi esce di scena così, con un’intervista che trasuda malinconia a ogni parola, con appena qualche flebile scatto d’orgoglio, l’esibizione di una cicatrice riportata durante un’improbabile partita a hockey con Putin, una debole frecciata sulle persecuzioni giudiziarie e mediatiche subìte.
Quasi non c’è politica, nell’incontro con gli inviati inglesi a palazzo Grazioli, se non un forte rinnovato appoggio al governo Monti, la rituale reinvestitura di Alfano come erede del Pdl, una pacata ricostruzione delle dimissioni di novembre in chiave di grande responsabilità personale.
Il vero fatto politico in realtà è l’intervista in sé e la testata alla quale è concessa. Perché il Financial Times è la quintessenza di quella business community internazionale che ha licenziato Berlusconi secondo ogni ricostruzione, secondo tutti gli osservatori e soprattutto secondo tutti i berlusconiani più accaniti, nostalgici e amareggiati.
In questo senso è come se Guy Dinmore e Giulia Segreti del Ft abbiano ricevuto un atto di resa, corredato da un impegno per il futuro – «non mi ricandiderò alla guida del paese» – che suonerà amaro a tanti sostenitori italiani del Cavaliere ma destinato ad altri interlocutori, a coloro che nel mondo vogliono essere sicuri che l’Italia non si ritufferà nelle turbolenze dell’epopea berlusconiana.
Letta così, l’intervista al Ft fa il paio con l’apparizione di Mario Monti ieri in tv, in quel passaggio nel quale il premier assolve Berlusconi dal disastro dello spread, sottolinea con falsa noncuranza i risultati attuali (377 punti ieri sera) e attribuisce i tassi d’interesse ancora alti sui titoli a lunga scadenza all’incertezza internazionale a proposito di ciò che accadrà in Italia «quando noi avremo finito».
Ecco, ora alla City, a Wall street, a Francoforte sanno che l’unica cosa sicura per «quando loro avranno finito» è che non tornerà Berlusconi. Spiegatelo a quelli del Pdl, che se combinano pasticci come l’altroieri alla camera nessuno apprezza: nel mondo e neanche a palazzo Grazioli.
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Politica
3 febbraio 2012
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Partiti liberi tutti?
I magistrati sul piede di guerra come nei momenti più caldi di Berlusconi al governo. Di nuovo il parlamento si divide sulla giustizia, secondo le linee di frattura degli ultimi anni. È già accaduto su Cosentino: nel pieno dell’attività del governo Monti, in un contesto totalmente cambiato, si accendono flash-back micidiali. Fino al punto di far saltare il banco?
Andiamo piano.
L’emendamento alla legge comunitaria approvato ieri da Pdl e Lega (con qualche sostegno) spinge il giusto principio della responsabilità civile dei magistrati (sancito da un referendum nel 1987) oltre la soglia della logica, introducendo fattispecie assurdamente generiche di ricorso da parte degli imputati.
Per questo il governo era contrario, per questo ora si correrà ai ripari nel passaggio della legge al senato.
La protesta di Pd e Idv, ricacciati nel ruolo di minoranza parlamentare, è sacrosanta. C’è però un problema: quello che è accaduto ieri (e potrà accadere di nuovo in futuro magari a parti invertite) è coerente con lo status non-politico che si è voluto garantire alla maggioranza che sostiene Monti.
Il Pdl va richiamato un minimo di prudenza, sapendo però che il vincolo, per loro come per Pd e Terzo polo, ha riguardato finora per scelta condivisa solo le materie del programma di governo.
Sul resto parlamento libero, per tutti.
Infatti più grave sarebbe se il pacchetto liberalizzazioni venisse stravolto in parlamento, come lobbisti soprattutto del Pdl cercano di fare al senato in questi giorni. Se il governo andasse sotto su uno dei punti del decreto, allora sarebbe un incidente da autentica crisi. Per evitare il resto, l’unica soluzione è stringere i bulloni di un patto politico dichiarato, come Napolitano e Monti hanno sempre chiesto.

PS. A proposito di prudenza e di stare al proprio posto: Monti dovrà applicare il suo rigore al sottosegretario finto-tecnico Polillo, che tra una comparsata tv e un’altra erige un monumento a Berlusconi e ne auspica l’elevazione a capo dello stato. Potrebbe ricordargli quanto sia monotono fare lo stesso lavoro troppo a lungo.
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Politica
17 dicembre 2011
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Così il Pdl fa un gran regalo al Pd
Il messaggio è stato recepito. Lo fa capire Monti intervenendo alla camera con grande efficacia, lo dicono sui giornali uomini del governo come Barca, Catricalà, Malinconico. Lo si verifica nei fatti (ammesso che possa essere considerato «un fatto» l’accoglimento di un ordine del giorno in favore dell’asta competitiva per le frequenze tv). Insomma, chiuso il girone sulla previdenza e in attesa del rodeo sul mercato del lavoro, la partita politica da adesso si gioca tutta sulle liberalizzazioni.
E questa è una grande notizia. Monti è stato evidentemente colpito da due giorni di critiche serrate da parte di tanti che avevano puntato su di lui come l’uomo che infrange «i gessi dell’economia italiana », per usare una sua espressione.
Le critiche sul punto – venute anche, e con passione, da Bersani – devono averlo toccato molto più delle battutine infelici di Berlusconi. A queste ultime ha risposto ieri in modo sarcastico, liquidatorio e con un atteggiamento di sfida travestito da rispetto verso i malpancisti del centrodestra. Alle critiche sui colpi a vuoto nelle liberalizzazioni, invece, Monti ha replicato con un impegno solenne: siamo solo all’inizio, abbiamo fatto l’essenziale per salvare i risparmi degli italiani, ora faremo il resto «non contro qualcuno» ma nell’interesse generale.
Se il dissenso sbracato dei leghisti e quello sordo e nervoso dei berlusconiani dovesse circondare anche misure che sono attese dai cittadini senza distinzione di etichette politiche, il regalo al Pd e al Terzo polo sarebbe completo: potrebbero facilmente intestarsi, dopo la parte amara del risanamento, la parte positiva di novità che semplificano la vita di tutti.
S’è scritto, pigramente, di un governo Monti che agisce sotto dettatura o ricatto di Berlusconi. Il concetto che meglio descrive il Pdl in questo momento in realtà è un altro: impotenza. Potremmo perfino dire disperazione, per alcuni di loro che sanno di non poter staccare la spina a chi li ha relegati al ruolo di supporters malmostosi.
Monti al contrario s’è detto per niente disperato, per sé e per l’Italia: siamo con lui anche in questo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 17/12/2011 alle 15:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
16 dicembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani berlusconi
Il gioco delle parti dei partiti
Ora non credete al tormentone che sicuramente ripartirà. No, Berlusconi non minaccia di far cadere il governo Monti. Berlusconi non ci pensa affatto a far cadere il governo Monti. Berlusconi ha già pagato un prezzo abbastanza alto per dare il via libera al professore, per aver voglia di riaprire la bagarre mettendosi nel ruolo dello sfascista. E infine Berlusconi conosce i sondaggi meglio degli altri, sa quanto sia finito in basso il Pdl, non vuole regalare al centrosinistra una vittoria facile e a Bersani la parte dell’uomo saggio che dopo aver saputo sacrificarsi viene trascinato alle elezioni nonostante l’alto senso di responsabilità.
Lo scenario di una crisi ravvicinata del governo non esiste. Esiste piuttosto – tutti gli interessati a cominciare da Monti lo sapevano benissimo, forse i figuranti dei partiti un po’ meno – il ruolo che i partiti si ritagliano in una stagione che non sarà tanto breve.
Il ruolo più adatto alla Lega e all’Italia dei valori l’abbiamo visto, lo vediamo, anche se è importante sapere che dietro ai paroloni degli opposti (convergenti) populismi ci sono forti tensioni interne, in entrambi i partiti.
Quello del Pdl è il più classico dei doppi giochi. Appena può prende le distanze dal governo, però intanto lo appoggia condizionandone le scelte sugli interessi corporativi, e addirittura accede all’ipotesi di coordinamento parlamentare della nuova maggioranza. Berlusconi vuole solo trasmettere chiara l’idea che Monti è una parentesi, le cui misure di rigore sono tutte reversibili.
Per questo è importante come Bersani ha collocato ieri il Pd. Non solo compatto oggi a favore della manovra (era scontato) ma soprattutto impegnato a stare da protagonista nella partita che si apre su welfare e mercato del lavoro, e a fare da locomotore sulle liberalizzazioni che Monti e Passera hanno detto di voler rilanciare contro ogni resistenza. È un ruolo ben diverso da quello immaginato da chi, nel Pd, su Monti la pensa in modo speculare a Berlusconi, e cioè che sia soltanto una parentesi da superare al più presto. 
permalink | inviato da stefano menichini il 16/12/2011 alle 15:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 dicembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani
Come farsi passare il mal di pancia
C’è un modo positivo, attivo, utile per farsi passare il mal di pancia causato ai democratici dalla manovra di Monti, ed è quanto stanno facendo Bersani, Letta e gli altri per riscrivere le voci meno accettabili. Come sempre, il governo aveva già previsto di concedere ai partiti qualche margine di correzione: la cosa interessante è che Pd e Pdl convergano sul punto più iniquo (la de-indicizzazione di pensioni già basse) e su quello a maggiore impatto, cioè l’Ici sulla prima casa. Vedremo da dove riusciranno a tirar fuori i soldi per le modifiche: su questo l’accordo è più difficile.
Questo tipo di lavoro consentirà al Pd anche di presentare qualche risultato alle piazze sindacali, sapendo che almeno la Cgil non si accontenterà in alcun caso: per loro a essere indigeribile è l’intervento strutturale sulle pensioni, che però è parte qualificante e irrinunciabile dell’operazione.
C’è poi un modo improduttivo e pericoloso di curarsi il mal di pancia. Ed è insistere sul messaggio che il Pd con questo governo non c’entra nulla, che il Pd ci mette i voti in parlamento ma non la volontà né la responsabilità, infine che il Pd è già deluso e medita di staccare la spina appena possibile a un governo elettoralmente compromettente e scoperto a sinistra.
Oltre a essere alla lunga insostenibile, questo atteggiamento rischia di far credere che il Pd stia subendo questa fase (quando invece l’ha promossa) e che non si trovi a proprio agio con l’impostazione data da Monti alla sua azione. Siccome invece è proprio di questo che c’è bisogno, bisognerebbe evitare che una riluttanza di oggi possa essere domani interpretata dagli elettori come impreparazione ad assumere per intero su di sé l’onere di riformare il paese.
Da questo punto di vista sarà importante per i dirigenti nel Pd non generare equivoci. I sindacati hanno le loro ragioni per contestare la manovra. Ci si aspetta che chi invece ha deciso di sostenerla lo faccia dovunque, anche sui giornali e nei confronti dei sindacati stessi.
Abbiamo già visto politici che avversavano nei cortei il governo che appoggiavano in parlamento: s’era deciso di non farlo mai più. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/12/2011 alle 14:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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2 dicembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani
Prudenza va bene, ma non aver paura caro Pd
La linea è: parlate il meno possibile e non mettetevi a pontificare su quello che Monti dovrà fare o non fare lunedì, che cosa vogliamo o non vogliamo noi, se ci sono numeri sacri o numeri profani.
Vale per il Pd e vale per il Pdl. Si tratta di elementare prudenza (in assenza di certezze sulle misure che verranno effettivamente prese) da parte di partiti che dopo il prossimo consiglio dei ministri dovranno fare i conti con qualche provvedimento che in passato avevano escluso di poter appoggiare.
Il Pd pensa di dover stare particolarmente attento, teme che la medicina possa risultare troppo amara, eppure sa di doverla mandare giù. Per questo, fin dall’inizio, Bersani si è veramente vincolato a un solo paletto: l’equità. Cioè al bilanciamento fra misure che riguarderanno anche lavoro dipendente e pensionandi, e più sostanziose misure contro chi ha di più e non ha mai pagato finora le conseguenze della crisi.
Può essere stato tatticamente giusto che i sindacati alzassero un fuoco di sbarramento sull’età pensionabile. Bersani non l’ha fatto. Si sta muovendo in coerenza con le ragioni che hanno portato il Pd prima a chiedere una fase di transizione e poi in prima fila nel sostegno a Monti. Nessuno poteva ignorare le implicazioni di quella scelta (che infatti, com’è noto, è stata dibattuta e controversa).
Bersani giustamente rivendica autonomia di proposta e di opinione. Sa anche però che, col governo Monti, il Pd s’è messo su un binario che non prevede scarti. Basti pensare che solo poche settimane fa c’era chi nel partito osteggiava la legge sul pareggio di bilancio in Costituzione, votata poi all’unanimità mercoledì: istruttiva lezione sui tempi che corrono, davvero inadatti alle rigidità ideologiche.
Al contrario, le parole di Fornero e Passera autorizzano un consiglio: il Pd si prepari a valorizzare, più che le ricette indigeste dell’emergenza, gli impegni a breve che il governo potrebbe prendere per riforme liberali e di equità in economia e nel mercato del lavoro. Sarebbe un atteggiamento più vincente e positivo che non il semplice fare buon viso a cattivo gioco. 
permalink | inviato da stefano menichini il 2/12/2011 alle 8:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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1 dicembre 2011
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monti pd pdl patrimoniale cgil camusso
Il gentile monito del presidente
Saranno acerbi in materia parlamentare alcuni suoi sottosegretari, che ieri a Montecitorio hanno dato vita a innocenti gaffes d’aula, ma certo Mario Monti non è naif dal punto di vista politico.
Molte cose interessanti ha detto ieri il presidente del consiglio a Bruxelles, su una però vale la pena di soffermarsi: i nostri partner europei hanno apprezzato l’ampia fiducia che mi ha dato il parlamento, e apprezzano il consenso popolare assegnatomi dai sondaggi (dei quali, per carità, non farò uso).
Alla faccia della ingenuità del tecnico. A cinque giorni dalla presentazione di un primo pacchetto di misure «impressionanti», Monti lancia un doppio avvertimento ai partiti, ricordando loro chi in questo momento tiene il coltello per il manico (ma funziona meglio l’altra sua immagine: chi ha in mano la spina del polmone artificiale).
Il gentile monito vale erga omnes. Verso il Pdl che si agita intorno a Ici e patrimoniale, e verso il Pd che torna a sentire la pressione dei sindacati sul tema pensionistico.
Nonostante il silenzio del governo, sono in corso manovre preventive delle quali fanno parte le indiscrezioni sugli interventi sulle pensioni d’anzianità. Il fuoco di sbarramento sindacale sulla materia suona un po’ gioco delle parti (i canali di comunicazione col governo sono aperti e attivissimi), però certo colpisce Camusso quando evoca per i 40 anni di contributi addirittura il concetto di «numero sacro»: parole impegnative, diventa difficile poi tornare indietro.
Potremmo sbagliare, ma il governo si appoggerà sull’unico paletto che il Pd davvero pone come irrinunciabile: l’equità. Se Monti saprà far pagare quel famoso 10 per cento di privilegiati, dall’altra parte sarà difficile stringersi intorno a simboli sacri, totem o tabù.
Quello che resta da vedere, già nelle prossime ore, è il grado di concertazione al quale Monti accederà: se cioè aprirà coi partiti (con le parti sociali lo farà di sicuro) una trattativa in vista del consiglio dei ministri decisivo. Per lui, i giorni da qui al 5 sono pieni di possibili ostacoli. Ma l’uomo, s’è capito, non è un agnellino. 
permalink | inviato da stefano menichini il 1/12/2011 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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29 novembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani
Pd e Pdl allo specchio
Abbiamo convissuto per anni col Berlusconi double-face, quello che smentisce la mattina quanto aveva detto la sera, che afferma un giorno l’esatto opposto del giorno precedente.
Dunque nessuna sorpresa nel doppio Berlusconi che alla domenica pare aizzare il Pdl alla lotta, come se le elezioni fossero questione di settimane e dunque il governo Monti destinato a fine precoce; e al lunedì, mansueto, invita i suoi a concedere al suo successore tutto il tempo necessario, perché sta lavorando bene e ha davanti a sé un compito difficile.
In entrambe le vesti è un Berlusconi particolarmente inefficace, poco convincente. Al posto dei suoi sostenitori ne sospetteremmo (e infatti lo fanno, dovessimo giudicare dalla freddezza dei giornali amici), come di uno che sta alzando una cortina fumogena dietro la quale svignarsela.
La sostanza, per quanto riguarda il Pdl e le sue prospettive, è scoraggiante. L’erosione elettorale nei sondaggi è lenta ma la perdita di senso politico è veloce e visibile: nel sofferto rapporto col governo Monti si consuma l’ambiguità di un contenitore che non sa più chi rappresentare ed è impossibilitato a usare l’unica arma facile, quella della demagogia.
In questa crisi, e nel doppio Berlusconi, ci si può però anche specchiare. Il Pd dovrebbe osservare gli sbandamenti dell’avversario per scegliere invece le traiettorie giuste, lungo la strada che provvisoriamente percorrono insieme.
Al governo va data la stessa fiducia che in questo momento gli dà la stragrande maggioranza degli italiani, come hanno detto Bersani e Letta a Monza sabato scorso. Gli elettori condannerebbero chiunque dovesse porre questioni artificiose e strumentali, o tradire l’impegno a sostenere una politica fatta anche di sacrifici. Vale per il Pdl come per il Pd. E se il governo dovesse veramente durare più di un anno, e fare la metà di ciò che si è impegnato a fare, nessuno dei tre poli si ripresenterà al paese esattamente com’è adesso. La sfida per i democratici è di farsi trovare all’appuntamento più maturi, forti e convincenti di ora. 
permalink | inviato da stefano menichini il 29/11/2011 alle 10:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
9 novembre 2011
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Monti, e il dopo comincia subito
È successo in poche ore ciò che Berlusconi ha sempre temuto: al primo vero passo indietro del fondatore, il Pdl è imploso. È bastata una mattinata sotto i colpi della speculazione internazionale, con le opposizioni abili a muoversi e un presidente della repubblica fermo a difesa dell’interesse del paese, e quello che non era un partito ma una costruzione improvvisata è venuto giù di schianto.
Il crollo del Pdl sembra aver spalancato la strada a una soluzione della crisi di governo rapida (quando già sembravamo avviati a ogni tipo di manovre) e almeno sulla carta fortissima. Una soluzione alla quale Giorgio Napolitano ha apposto un suggello che ne esalta l’esperienza, le doti di statista e l’assoluta e incontrastata leadership sull’attuale (e futura) fase politica.
La nomina di Mario Monti a senatore a vita non è solo il frutto di consultazioni già svolte de facto nel centrodestra e nel centrosinistra: contiene in sé tutte le risposte alle possibili obiezioni che saranno mosse al momento dell’incarico, verosimilmente lunedì prossimo. Perché allora Monti sarà un politico, non più un tecnico, di diretta fiducia presidenziale oltre che di indiscussa caratura internazionale, una personalità non riutilizzabile né ingombrante (nel caso, per il centrosinistra) quando arriverà il momento di andare alle elezioni.
Il fatto che Monti fosse il primo dei nomi fatti in questi giorni dal Pd varrà da vincolo anche per questo partito, quando sarà chiamato a condividere scelte, magari difficili, di stampo schiettamente liberale. Non potrà che avvantaggiarsene, anche nel caso che Vendola e Di Pietro si tengano le mani libere: le aspettative nel paese sono perché le riforme si facciano, e i consensi che potrebbero eventualmente (ma non credo) scivolare via sarebbero ampiamente compensati, con guadagno.
La partita naturalmente non è chiusa, ma la determinazione mostrata ieri dal capo dello stato lascia pochi margini ai dubbi.
Onestamente dal suo punto di vista, Bossi si è già collocato all’opposizione, con un ritorno alle origini della Lega che ha però una sola vittima designata: il Pdl, la cui strada si fa ancora più stretta.
I venti giorni di melina che martedì sera sembravano una gran trovata si sono ridotti a quattro. Da qui a lunedì.
Gli ultimi giorni di Berlusconi a palazzo Chigi. E del berlusconismo al potere.
permalink | inviato da stefano menichini il 9/11/2011 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
24 giugno 2011
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C'è un Pdl, oltre Bisignani?
Non accetteremmo mai che la storia del centrosinistra possa essere raccontata a partire dalle intercettazioni dei colloqui telefonici dei dirigenti di partito, dei loro amici, parenti e collaboratori, dei giornalisti, dei faccendieri che abitano anche da quelle parti (anche se mai della razza di un Bisignani. E per favore, ha ragione Mario Rodriguez: non chiamatelo lobbista, che è mestiere serio).
La politica è una stratificazione di livelli: la comunicazione, la discussione e la polemica pubbliche, e poi la manovra, la trattativa segreta, lo scambio, le amicizie, le convenienze, l’intreccio dei rapporti personali, amori e odii. Ciò che accade sul proscenio è la risultante di tutti questi fattori. Se solo l’ultimo diventa dominante – com’è facile, visto che lì i discorsi si fanno più diretti, il turpiloquio acceso, i giudizi taglienti anche se non necessariamente più sinceri – non è solo la privacy che viene invasa: si rischia anche di farsi un’idea distorta della realtà.
È anche per questo motivo che, non appena l’Italia sarà governata da qualcuno che abbia l’autorevolezza, il consenso e la forza politica per farlo (quindi dopo Berlusconi), bisognerà introdurre una disciplina ferrea sull’utilizzo da parte dei magistrati dello strumento delle intercettazioni e sulla loro diffusione, con un’appendice sulla responsabilità dei giornalisti.
Non si può però fingere di ignorare che razza di mondo sommerso si agiti sotto la superficie del Pdl, non solo secondo le intercettazioni ma anche per le deposizioni degli interessati. Certo: lì, come non c’è elemento di reato, così non si può dare alcun giudizio morale. C’è però una domanda da farsi: nel Pdl il livello della convenienza, della relazione personale, dello scambio, del favore o del tradimento è davvero l’ultimo di una stratificazione che comprende anche progetto, manovra politica, dialettica pubblica? O è piuttosto il primo? O è addirittura l’unico?
A seconda della risposta, sapremo anche che cosa rimarrà dell’epopea berlusconiana dopo Berlusconi, che è effettivamente una grande domanda. Forse, però, una domanda superflua.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/6/2011 alle 8:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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