.
Annunci online


Diario
20 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
pd primarie
Giusto qualche nome per queste primarie
Su Europa ci siamo tenuti alla larga dal sostegno a questo o a quello delle migliaia di candidati alle primarie per le candidature democratiche. Non per prudenza, equilibrismo o furbizia, ma perché in questa vicenda sono in gioco la vita e la passione di tantissime persone tutte degne di amicizia, ammirazione, stima, in definitiva di sostegno.
Diversamente dai Renzi e dai Bersani che hanno corso nelle primarie più grandi, molti dei candidati che si stanno battendo in questi giorni festivi in ogni angolo d'Italia non hanno poi scelto così liberamente di farlo: ci sono stati gettati, da una scelta coraggiosa e politicamente molto forte, che però ha aperto una quantità innumerevoli di linee di rottura dentro la comunità del Pd.
È sicuramente il caso dei parlamentari uscenti. È vero che, essendo valso per loro il criterio di "nomina" per due legislature consecutive, avevano tutti un po' perduto l'antica buona abitudine alla conquista del consenso casa per casa. È anche vero però – garantisco, perché di campagne elettorali nella mia vita ne ho seguite tante – che mai nessuno in passato era stato sottoposto a un sistema così difficile e crudele di riconquista del mandato.
Come tanti altri giornali, Europa naturalmente si occupa dei casi più eclatanti, e delle vicende che vedono protagonisti alcuni dei nostri collaboratori abituali. Mario Adinolfi ci ha raccontato come pensa di farcela nella "tonnara di Roma" facendo campagna fra Natale e Santo Stefano. Abbiamo scritto della storia difficile dei parlamentari ambientalisti (Ermete RealacciFrancesco Ferrante* e Roberto Della Seta) che come Andrea Sarubbi Federica Mogherini hanno deciso di non poter competere (loro esperti di tematiche generali) con candidati molto radicati nel territorio. Siamo per motivi antichi a fianco di Roberto Giachetti, che senza troppe sollecitazioni, al suo solito, s'è buttato anche lui nella fornace della campagna più difficile, quella per le primarie di Roma. È di grande interesse la battaglia parallela (e forse un filo competitiva) lanciata sempre nella capitale da Matteo Orfini e da Stefano Fassina, i due più forti fra i giovani emergenti nel gruppo dirigente nazionale del Pd bersaniano.
Ma, vedete, perfino decidere di raccontare queste storie e non altre implica una forma di discriminazione: dobbiamo farci guidare solo dalla logica giornalistica. E poi c'è il paradosso che simpatizzare eventualmente per Adinolfi e Giachetti, o per Fassina e Orfini, in questo meccanismo, significa parteggiare per candidati fra loro teoricamente concorrenti: può darsi benissimo (soprattutto per la coppia ex renziana) che nelle liste, alla fine, ci sia spazio per uno solo dei due.
Vedete dunque quanto sia difficile muoversi, quando si è un giornale di area, davanti a una vicenda che implica tanta partecipazione politica e anche personale, emotiva.

Essendo questo un blog personale, e non uno spazio di Europa, mi prendo solo qui la libertà di segnalare qualche caso di candidatura che mi pare meritevole. Solo perché ne conosco l'esistenza: ce ne sarebbero migliaia di altrettanto e magari più meritevoli. Semplicemente, non ne so abbastanza.

Per esempio mi piacerebbe che, nel calderone capitolino, ce la facesse Lorenza Bonaccorsi.
La conosco da tanti anni e sono testimone del suo tragitto, visto che la accolsi praticamente ragazzina a lavorare nel comitato per la rielezione di Rutelli al Comune di Roma nel lontanissimo 1997. È una di quelle tante persone che hanno impiegato le proprie capacità professionali al fianco della politica, quindi come lavoro, rimanendo però animate soprattutto da una passione interiore. Dopo aver dato una mano a tanti leader piccoli, medi e grandi (l'ultimo è stato Renzi), ora Lorenzina (scusate, io la conosco così) prova a giocarsela da sé. Meriterebbe di riuscire, sarebbe una grande combattente in parlamento.

Uno che invece conosco solo da lontano è Germano Marubbi, che corre ad Alessandria.
Me l'ha fatto conoscere una collega, che poi è la sua compagna e appassionata sostenitrice, e ho capito che anche il suo tentativo è meritevole di attenzione e sostegno. È un giovane uomo che ha fatto carriera in una società multinazionale occupandosi di numeri, di finanza. Poi ha messo ciò che sapeva fare al servizio di un'amministrazione locale (Novi Ligure) riducendo, udite udite, l'addizionale Irpef e l'Imu, mentre dovunque i Comuni sono costretti ad alzarle: avercene, direi. Ora, anche lui sulla scia di Renzi, prova a lanciarsi nella partita grossa, puntando sulla passione, la competenza e, credo, un bel po' di sventatezza. Non so chi siano i suoi contendenti, saranno sicuramente validi candidati: però qui da Roma terrò d'occhio Marubbi. Se siete delle sue parti, dategli una mano più direttamente.

Anche se certo non ha bisogno di me per farsi notare, in Versilia c'è da seguire Bruna Dini. Siamo un po' sempre sullo stesso tipo di democratico: persone con un lavoro e una competenza (Bruna fa l'imprenditrice, è stata presidente dei giovani di Confindustria toscana) letteralmente travolte dalla passione per la politica. Lei lo è da tempo, l'ho conosciuta prima sulla rete e poi nel retropalco del Circo Massimo il 25 ottobre 2008, quando Veltroni la chiamò a parlare e quindi, per la prima volta, su una grande ribalta. La ricordo tanto emozionata, ancora più bella di quanto già non sia. 
Volendo, Bruna di passione ne ha fin troppa, e infatti abbiamo fatto belle litigate: ho le mie simpatie e antipatie in politica, come tutti, ma non riesco a essere tribale. Lei invece lo è, e mi piace provocarla: sono sicuro che quando Bersani dice di sé di essere solo «moderatamente bersaniano» pensa a lei, come una «estremamente bersaniana». È brava, è forte, conosce la vita e l'economia anche nei loro lati difficili, ha un carattere notevole. Dalle sue parti anche Bruna avrà ottimi competitori, io però spero davvero che ce la faccia.

Infine, siccome sono fatto all'antica, per dovere e per convinzione segnalo anche che a Roma corre Andrea Rosalba Catizone: è nel comitato direttivo del mio circolo (Trastevere) e questo ne farebbe già di default, ai miei occhi, un'ottima candidata. In realtà lo è per molti altri motivi, siamo di nuovo di fronte a una professionista di prim'ordine con un bell'entusiasmo politico: sono contento di citarla fra le mie segnalazioni. Parziali e personalissime.

Spero davvero che mi perdonino le migliaia di altri che non conosco o non cito qui. Spero che poi, passata questa prova, ce la facciamo tutti quanti nella partita che conta.



* al di là dei formalismi, non scherziamo: Francesco è uno dei miei migliori amici di una vita. È un lavoratore pazzesco, che ha fatto cose incredibili nelle battaglie ambientali. Se il Pd riuscisse nel capolavoro di non riportarlo in parlamento, sarebbe puro autolesionismo. Lui avrebbe tante cose ottime da fare in giro, i democratici ci rimetterebbero una grande risorsa. That's all.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2012 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
20 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
monti pd elezioni
La fortuna dei moderati si chiama Pd
La politica segue percorsi tortuosi, lungo i quali le cronache del giorno per giorno si perdono.
C’è sempre una curva dietro la quale uno come Berlusconi riesce a piazzare qualche trappola. Alla fine però la logica prevale. Così è con la vicenda del ruolo politico di Mario Monti e dello scenario a cavallo delle elezioni del 24 febbraio.
Perché, come appunto voleva la logica, la parentesi tecnica va a chiudersi col risultato politico che era implicito già mentre la parentesi si apriva: dal novembre 2011 a oggi si è rafforzato un centrosinistra europeista e riformista e si è aggregata un’area centrista che a questo punto taglia fuori il berlusconismo dalla competizione per il governo; stringe col centrosinistra un patto di transizione sul doppio binario della fuoriuscita dalla crisi economica e della riforma delle istituzioni; comincia a crescere per essere prima o poi (meglio prima che poi, nell’interesse del sistema) vera alternativa alla sinistra.
Dove per alternativa intendiamo non più la guerra di civiltà e il regime di delegittimazione reciproca nei quali siamo vissuti per vent’anni, bensì una matura democrazia dell’alternanza.
Si discuterà molto del ruolo esatto che il premier deciderà di ricoprire. Ma a ben guardare era logico che Monti fosse protagonista anche di questa fase. Lo è stato fin qui, sterzando nella guida del paese rispetto alla rotta populista e demagogica che ci aveva resi invisi alla comunità internazionale.
Non può non esserlo nell’ultimo decisivo passaggio elettorale: l’opera va compiuta, e le forze centrali non possono farlo senza evocare la personalità del professore.
Niente da fare: usciamo dalla stagione dei partiti personali ma rimane l’esigenza di leader forti, riconosciuti. È anche la lezione delle primarie e del Pd di Bersani.
Sarà un handicap per i centristi avere un Monti candidato virtuale. La loro campagna ne soffrirà. Questo però non accade per caso. Accade perché la fuoriuscita dei moderati dal lungo equivoco berlusconiano (nel quale hanno voluto vivere per troppi anni) è stata decisiva per spodestare il Cavaliere ma è troppo recente e incompiuta, appesantita da un ricambio insufficiente di ceto politico, per risultare già vincente.
La fortuna dell’Italia – anche di questa Italia che non voterà mai a sinistra – è che invece il Pd è maturato in tempo utile per offrire a tutti una sponda solida in un momento storico pericolosamente magmatico.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2012 alle 12:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
15 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
monti pd d'alema bersani
Monti non deve far paura al Pd
Il Pd non ha motivo per innervosirsi per ciò che Monti deciderà su se stesso. Se si ha fiducia in una persona, ribadita e confortata dai fatti lungo un difficile anno di intensi rapporti, insistere in azioni dissuasive non può che trasmettere un’immagine di insicurezza quasi più psicologica che politica.
Infatti, da qualche giorno Bersani ha modificato l’approccio al tema. Non più «spero che Monti non si schieri», bensì «deciderà lui e comunque sarà la prima persona con la quale dialogherò dopo il voto ». Par di capire che il segretario Pd cominci a mettere in conto l’eventualità di Monti candidato e voglia evitare di farsene spiazzare.
Quanto alle altre reazioni, rispetto alla apodittica frase dalemiana («moralmente discutibile se Monti si schierasse in campo contro di noi») suonano meglio le dichiarazioni di chi dall’ala sinistra (Vendola, Enrico Rossi) si dice contento che Monti a Bruxelles sia uscito allo scoperto confessando l’appartenenza ai conservatori europei: se non altro non tirano in ballo categorie scivolose come la morale.
Meglio rimanere sulla politica.
Abbiamo già scritto che Monti sbaglierebbe a esporsi alla testa del centro minoritario di Casini-Montezemolo, ma solo perché il suo status ne verrebbe istantaneamente diminuito con danno non tanto per lui stesso (alla fine, affari suoi) quanto per ciò che rappresenta agli occhi del mondo.
Non prendiamo in considerazione l’ipotesi che Monti si carichi i naufraghi berlusconiani: è un’idea talmente insensata che perfino Montezemolo la respinge. Ciò che il premier cercherà di fare, non sappiamo come, è allargare l’area di consenso parlamentare alla continuità delle sue politiche.
Certo, Bersani potrebbe sentirsi ferito dalla sfida diretta, dopo la fatica fatta per sostenere Monti davanti all’elettorato diffidente.
Ma occorre guardare oltre. Intanto per sottolineare che il Pd su Monti e con Monti può discutere, mentre gli altri possono solo invocarlo: è una bella differenza. E poi il Pd è già forte su risanamento e crescita: sfidato, dovrebbe alzare i suoi standard, certo non ripiegare sulle «posizioni radicali» paventate da D’Alema. Ne guadagnerebbe, la sua vittoria sarebbe più netta.
Infine, nel caso remoto che Monti divenisse capo di una parte, vorrebbe dire che il berlusconismo a quel punto è estinto e l’Italia è definitivamente nella maturità democratica. Chi ha a cuore, oltre che il proprio, l’interesse generale, dovrebbe gioirne.
permalink | inviato da stefano menichini il 15/12/2012 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
13 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie pd bersani
Democratici con i botti
Per adesso è soltanto una mossa politica, da riempire di regole e quindi di significato e di conseguenze. Che mossa politica, però...
Bersani prova a replicare il miracolo delle primarie per la coalizione con una acrobazia organizzativa di forte impatto mediatico.
Era abbastanza scontato che il Pd fosse costretto a una forma di «partecipazione popolare» (come l’aveva definita il segretario) che emendasse il partito dalla corresponsabilità nella mancata riforma del Porcellum. Non era affatto scontato – e anzi ha generato scalpore e disorientamento, oltre che sincero entusiasmo – che i democratici provassero a rimettere in piedi la macchina delle primarie in pieno ponte di Capodanno.
Il messaggio è proprio nella data e così è stato speso da subito.
Guardate che operazione di democrazia siamo disposti e siamo in grado di allestire, mentre Grillo epura i suoi dissidenti, Berlusconi annaspa fra pacchi e spacchettamenti, e il centro chissà-quanto-montiano continua ad avere tanti generali senza essere un esercito.
Il messaggio è destinato a passare, e a funzionare. Soprattutto nello stridente contrasto con la falsa democrazia dal basso di M5S.
Se poi funzioneranno anche le primarie per scegliere i candidati al parlamento, questo è un altro discorso, molto legato ad alcuni cruciali particolari che saranno definiti solo lunedì prossimo.
«La ruota deve girare» è il mantra bersaniano in tema di rinnovamento del gruppo dirigente.
Il segretario per primo sa però benissimo che la ruota non gira da sola, né viene mossa dalla spontanea passione popolare. Perché l’esito finale della selezione risulti soddisfacente sia sotto il profilo della qualità, che sotto quello dell’esperienza e dell’equilibrio politico di un partito che negli ultimi mesi è cambiato molto, bisognerà giocare abilmente fra dinamiche locali ed esigenze nazionali, ovviamente difendendo il requisito essenziale: e cioè che la decisione finale spetti davvero agli elettori convocati in giornate così speciali.
È una bella sfida, in grado di tenere il Pd alto nel consenso degli italiani e molto avanti ai concorrenti quanto a capacità di innovazione. È però anche una complicazione, affrontata consapevolmente: del resto le cose difficili sono una costante nel Pd da quando Bersani ha capito che la marcia verso palazzo Chigi non poteva più procedere d’inerzia ma aveva bisogno di salti, di scarti. Di botti, anche a Capodanno.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/12/2012 alle 13:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
12 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Davvero per il Corriere Pd e Pdl pari sono?
Capisco lo sforzo per convincere Mario Monti a sciogliere la riserva e a candidarsi in prima persona per la guida del governo: se lo augura il Financial Times, figurarsi se non è giusto che il Corriere della Sera, dove Monti è di casa, ne faccia una campagna appassionata.
Capisco anche che Bersani non possa pretendere di essere esente dalle critiche: nel tempo gliene ha fatte tante anche Europa, in particolare quando intorno a lui prendevano piede posizioni da keynesismo in un paese solo che confondevano i vincoli di bilancio coi soprusi della tecnocrazia europea e rischiavano di mischiarsi alle destre in una confusa e velleitaria resistenza alle cessioni di sovranità.
Ogni critica ha però il suo tempo e deve avere il suo fondamento, non può ignorare le mutate condizioni, i processi politici che si sono consumati, le dichiarazioni impegnative di persone fededegne.
Per questo suona sorprendente da parte del Corriere il ritorno al cerchiobottismo di un’altra era, in un editoriale (Angelo Panebianco di ieri) nel quale di nuovo Bersani e Berlusconi vengono resi speculari, presentati alla stessa stregua come soggetti non raccomandabili per l’elettorato cosiddetto moderato dal punto di vista delle riforme da fare e, distorsione particolarmente grave in queste ore, dal punto di vista dell’affidabilità europeista.
È vero che nel centrosinistra ci sono, come scrive Panebianco, degli «antimontiani». Ma a un grande politologo non può esser sfuggito il dibattito e l’esito delle primarie, con la sconfitta di Vendola e il ribadimento da parte del Pd dell’intangibilità delle riforme montiane. Né può sorvolare a occhi chiusi sull’abisso che separa il Pd dal Pdl quanto a credenziali europee e rigore sui conti pubblici.
È inoltre inesatta la tesi secondo la quale l’Italia sia un luogo anomalo dove «argomenti antiglobalizzazione e antieuro» sono presenti sia a sinistra che a destra. Dovunque in Europa è così, in una logica di estremizzazione tipica dei tempi di crisi. Negli altri paesi, però, queste spinte sono neutralizzate in un confronto bipolare che ha l’europeismo come tratto comune fra gli poli maggiori. L’anomalia italiana è un’altra, e cioè che questa virtù è solida in un campo solo.
Allora, in paziente attesa che l’area centrista sponsorizzata dal Corriere trovi sponsor anche fra gli elettori, sarebbe più prudente per un grande giornale responsabile evitare di picconare quel poco (o molto) di affidabile che c’è ora sulla scena politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 12/12/2012 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
11 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
monti bersani pd elezioni
Che senso avrebbe Monti contro il Pd?
Mario Monti ieri da Oslo invitava gli italiani a respingere «mistificazioni e promesse irrealizzabili». La sera della vittoria nelle primarie Pier Luigi Bersani lanciava la lunga rincorsa elettorale del centrosinistra impegnandosi a vincere «senza raccontare favole, perché poi non si governa».
Se è facile cogliere l’analogia, è perché lo strappo di Berlusconi semplifica lo schema dell’imminente campagna elettorale, con beneficio per chi dovrà scegliere.
Da una parte ci saranno quelli della ricostruzione, dell’Italia a testa alta riconosciuta in Europa, della credibilità, della serietà, del lavoro paziente per riportare in Italia gli investimenti e per mettersi in condizione di spendere ciò che l’Europa ci trasferisce per creare impresa e occupazione.
Dall’altra parte avremo Berlusconi e la Lega giustamente (ma non gratuitamente) ricongiunti: contro l’euro e l’Europa, promettendo l’abolizione dell’Imu e meno tasse per tutti, riscopertisi in extremis difensori delle province e ostili all’incandidabilità dei condannati.
Più oltre ancora ci saranno Beppe Grillo e la sua schiera di simpatici generosi dilettanti allo sbaraglio, selezionati con cura fra i più docili e inoffensivi nel segreto del server di Casaleggio.
In questo quadro è ovvio dove si collochino Bersani e Monti, al di là delle dichiarazioni coincidenti. Sono dallo stesso lato della barricata che tocca erigere per tenere lontani i nostalgici dell’economia creativa (già, perché vuole tornare anche Tremonti...).
L’esito di questo confronto elettorale, con l’aria che tira e con un paese stremato dalla crisi e delle misure adottate per contrastarla, non è affatto scontato. È questa l’incertezza che scontiamo con i miliardi perduti ieri fra cadute di Borsa e innalzamento dello spread.
Ed è tenendo conto di questa prospettiva incerta che si sta ragionando sul ruolo di Monti, su come egli voglia e possa investire politicamente la propria convinzione di dover fermare «mistificazioni e promesse impossibili» e il proprio sdegno verso il voltafaccia di Alfano. Ha senso che il cruciale apporto del Professore venga speso in contrapposizione a Bersani e al centrosinistra? Ha senso che il patrimonio di consenso e credibilità trasversale accumulato da Monti si ridimensioni in un’operazione politico-elettorale degnissima ma molto parziale?
Su Europa, chi ci segue lo sa, non abbiamo mai considerato la candidatura del Pd a palazzo Chigi come un articolo di fede. La guida diretta del paese da parte di un leader democratico (e in generale di un leader di partito) non è mai stata un diritto divino, ma una possibilità da meritarsi e da conquistare dopo diversi fallimenti politici e di governo del centrosinistra, e dopo un colpo a vuoto nell’offrirsi come alternativa pronta e matura al momento della crisi di Berlusconi lo scorso anno.
Negli ultimi mesi si è però finalmente compiuto il processo politico che mancava, al Pd e al leader che gli elettori hanno scelto per guidare la coalizione di centrosinistra.
Una piattaforma di governo riformista s’è definita nella faticosa gestione parlamentare delle misure del governo Monti, tutte approvate dopo le necessarie modifiche.
Un rapporto diretto di fiducia con l’elettorato è stato recuperato grazie al coraggio di Bersani e di Matteo Renzi nel volere a tutti i costi le primarie, anche contro le resistenze interne.
Nello stesso contesto delle primarie quella piattaforma di programma (ancorché generica) è stata accettata ed è diventata punto di riferimento comune di altre forze politiche: si va componendo una coalizione che al momento è l’unica in grado di conquistare la maggioranza sia alla camera che al senato, dunque di garantire stabilità, ma che deliberatamente non vuole in ogni caso essere “autosufficiente”.
Questi adesso sono fatti, non più astratte petizioni di principio sul ripristino della «democrazia dei partiti». Sulla base di questi fatti Bersani è il candidato più forte per palazzo Chigi, progressivamente conosciuto e riconosciuto anche a livello internazionale.
È pensabile, è utile che Monti si ponga in posizione di sfida rispetto all’esito di questo faticoso e non scontato processo, peraltro più volte auspicato da lui stesso e da Napolitano?
È ovvio che Monti sarà padrone assoluto delle proprie scelte. Logica e razionalità suggeriscono però che il suo indispensabile sostegno a un’uscita politica positiva dall’attuale situazione, in continuità sostanziale col suo lavoro, non possa consistere in un’opzione di parte, carica di controindicazioni. Perché sarebbe inevitabilmente minoritaria, quindi sminuente del suo ruolo; perché aprirebbe nel centrosinistra contrasti e contraddizioni tutt’altro che proficui, con rischio di ripiegamenti rispetto alla linea riformista; e perché infine dividerebbe un campo europeista che per vincere ha bisogno di mostrarsi unito.
Si dirà che simili ragionamenti sono mossi dall’interesse partigiano di non ritrovarsi Monti come avversario. Beh, dopo averlo tanto (e a fatica) sostenuto per un anno, è anche ovvio che sia così. Diciamo allora che questo è il caso in cui a un interesse partigiano corrisponde l’interesse generale, e che anche il presidente Monti lo sta probabilmente valutando così.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/12/2012 alle 18:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
8 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
elezioni pd monti bersani pdl berlusconi grillo
Per il voto da definire solo le coalizioni
Il calendario elettorale è definito, fra le regionali del Lazio dei primi di febbraio e l’election-day del 10 marzo. Anche il sistema con il quale si voterà per camera e senato, purtroppo, è quello previsto: Porcellum, come era stato amaramente pronosticato dal giorno stesso della bocciatura del referendum. Rimane solo da capire se e come, nella seconda metà di gennaio, il Pd vorrà e riuscirà a fare le primarie per i propri candidati sulle quali Bersani si è impegnato.
Gli schieramenti che fra 92 giorni si contenderanno il governo non sono del tutto assestati.
Gli unici teoricamente senza problemi sono quelli del M5S, che anzi da ieri conoscono anche i nomi dei probabili parlamentari. L’unica cosa che rimarrà sigillata nel server di Casaleggio è il numero delle preferenze effettive di coloro che hanno conquistato le prime posizioni nella votazione online indetta da Grillo. Tanta anticipazione sui tempi (gli altri partiti chiuderanno le liste ai primi di febbraio) potrebbe rivelarsi foriera di polemiche e cattive sorprese.
La precipitazione berlusconiana ha come unica logica il recupero dell’alleanza con la Lega, tutt’altro che scontata però: regalare il Pirellone a Maroni causerà una scissione nella destra lombarda senza alcuna garanzia di successo, né per le regionali né per il premio al senato. Ammesso che il Carroccio voglia tornare a compromettersi con Berlusconi: ieri Bersani ha promesso che gliela farebbe pagare in campagna elettorale.
Anche il centrosinistra sotto la guida del segretario del Pd è pronto. Con alcune variabili, oltre a quella delle primarie per i candidati. La prima riguarda i confini dell’allargamento al centro dell’alleanza: solo fino alla lista alla quale lavora Tabacci o oltre? E i radicali? La seconda variabile riguarda un tema che non s’è ancora riaperto ma che molti nel Pd tengono caldo: il ruolo di Matteo Renzi.
A sinistra sarà faticosa la cucina del fritto misto di arancioni, neocomunisti e dipietristi con Ingroia nella parte dello chef: facile che si bruci tutto prima di cominciare.
Infine il centro, il luogo meno definito. Berlusconi ha spinto tutti lontano da sé, a cominciare da Monti, ma l’impasto fra Casini e Montezemolo, liberali e cislini non riesce. Lo schiacciamento di quest’area rischia di essere l’unico vero risultato dello strappo operato da Berlusconi. Secondo alcuni, del resto, è l’unica vendetta che voleva veramente prendersi.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/12/2012 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
6 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
casini montezemolo udc pd
La crisi precoce del nuovo centro
Non sono solo i numeri dei sondaggi, ancora così bassi quando siamo ormai nella lunga campagna elettorale. È tutto il rumore di fondo, per non citare le voci di dentro, che conferma la crisi precoce del cantiere del nuovo centro.
Non lo diciamo con soddisfazione, anzi. Il Pd a trazione bersaniana ha fin qui operato secondo uno schema di gioco che prevedeva il rafforzamento di un terzo polo per comodità definito «moderato» insieme al quale completare all’indomani delle elezioni l’arco della futura maggioranza di governo.
Ci sono però miracoli ai quali non arriva neanche la proverbiale abilità dalemiana nell’organizzare le forze altrui oltre che le proprie.
In questo caso, il miracolo che non sta riuscendo è rendere competitiva in un mercato elettorale esigente e diffidente un’offerta politica indelebilmente marchiata Casini-Fini (vecchie glorie in tempi di cambiamento galoppante) oppure Montezemolo (un newcomer terribilmente old ed esitante fino all’esasperazione), senza poter usufruire di alcuna benedizione da parte dell’unico denominatore comune di vaglia, cioè Mario Monti.
In più mettiamoci l’incongruenza programmatica fra i liberisti di Giannino, i cattolici sociali cislini e quelli tradizionalisti alla Buttiglione, i martiniani alla Olivero, gli economisti liberali da sempre e i finiani liberali recenti: tutte persone di prima qualità non inclini a consegnarsi le une alle altre.
Intendiamoci, in tutti i partiti ci sono convivenze irrisolte. Nel Pd però, per esempio, il mescolamento è cominciato anni fa, si svolge in un contenitore ormai stabilizzato e adesso è incoraggiato dalla prospettiva del successo. Nessuna di queste condizioni aiuta il varo della Lista per l’Italia, già attraversata da troppe linee di scissione: gli elettori non ne sanno nulla, ma certe fragilità e incompiutezze le intuiscono perfettamente.
Esiste nel Pd un piano B per assimilare la parte più interessante di questo mondo nel recinto del centrosinistra. Può essere utile e vincente. A patto però di non perseguire il modello perfidamente noto come “partito dei contadini” (gli storici comodi alleati dei comunisti polacchi): gli elettori si sono fatti esigenti, non è più tempo di liste civetta. Altro discorso sarebbe se Bersani annunciasse che in questi mesi si farà il primo passo verso una rifondazione del Pd con confini allargati, sull’antico progetto prodiano-veltroniano.
Un’idea ambiziosa con poco tempo per rendersi credibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/12/2012 alle 18:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
5 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
L'avversario ideale. Sì, ma per Bersani
Divertente la tesi secondo la quale Berlusconi avrebbe deciso di ricandidarsi dopo l’esito delle primarie del centrosinistra, convinto che «il comunista» Bersani possa essere per lui un avversario più comodo. Una volta di più l’acume di Berlusconi viene sottovalutato.Stavolta però dai suoi amici, non dai suoi avversari.
Perché è sicuro che avere di fronte Renzi avrebbe costretto il Cavaliere a paragoni umilianti. Ma è altrettanto sicuro che dai sondaggi di Ghisleri Berlusconi abbia capito che per lui non è più un problema di avversari, bensì di sopravvivere al confronto con un passato che non tornerà più.
Del resto l’abbiamo scritto spesso nell’ultimo anno: il Pd ha avuto fin qui problemi nel misurarsi con Grillo, e sa che non sarà facile superare l’asticella di credibilità posta in alto da Monti. Ma Berlusconi, un problema? Proprio no.
Anzi. Date a Bersani uno scontro elettorale frontale con l’uomo che per tutti – a cominciare dai suoi stessi elettori e dirigenti di partito – è l’emblema del fallimento, e gli avete regalato ciò che mancava per la campagna elettorale ideale. Magari fosse così. Infatti le residue preoccupazioni elettorali del leader del centrosinistra sono legate alle incognite, non all’oggetto più conosciuto e ormai deprezzato della politica italiana.
Che poi, anche le incognite vanno sciogliendosi col tempo. I sondaggi Ipsos del dopo-ballottaggio sono ottimi per il Pd (36 per cento) e per il centrosinistra (oltre il 42). Danno conforto a noi che sabato scorso avevamo chiesto a Bersani e Renzi: se gestite bene le primissime ore dopo il risultato, l’effetto positivo regalato dalle primarie in questi mesi non svanirà.
Anche grazie allo spettacolo di entusiasmo dei vincenti e di lealtà dei perdenti, l’effetto sull’opinione pubblica per ora non solo non svanisce ma si incrementa.
Casomai comincia a divenire plateale il flop neocentrista, con Casini e Montezemolo in affanno, fra tutt’e due, sotto il 10 per cento.
Qui forse Bersani deve rivedere i piani, attingendo all’ambizione maggioritaria del Pd. Perché tutta quella intelligente e interessante gente che s’è vista alle convention montezemoliane si starà ponendo qualche domanda sull’efficacia dell’operazione di «riorganizzazione dei moderati» che il Pd fin qui ha delegato ad altri. Allora si potrebbe pensare di aprire fin d’ora le porte del centrosinistra ai delusi preventivi dell’ennesimo fallimento terzopolista.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/12/2012 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
4 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Profumo di moderazione a sinistra
Matteo Renzi si è messo in modalità off, e si può capire anche se più probabilmente, conoscendo il tipo, si tratta di uno di quegli stand-by che basta sfiorarli e tornano in accensione piena.
Chi invece non s’è dato neanche un giorno di pausa dopo il risultato del ballottaggio è Pier Luigi Bersani. Dal candidato premier del centrosinistra sono arrivati fin dalle primissime ore un paio di messaggi molto chiari sul percorso di avvicinamento alle elezioni di primavera. Segnali destinati contemporaneamente, diciamo, al mercato interno e al mercato estero.
Avendone avute molte avvisaglie, non stupisce l’invito all’inclusione rivolto a 360 gradi, da Renzi a Vendola, dal civismo a Monti, insomma tutti. Non è più questa la novità. Del resto i sondaggi continuano a spingere in alto il Pd e lo spirito di massimo allargamento ne risulta incoraggiato. Da notare in proposito l’insistenza con la quale l’Unità batte sulla necessità di promuovere il ruolo di Renzi nel Pd e sul progetto di assorbimento organico nel partito sia di Sel che delle istanze centriste alla Tabacci.
C’è però anche dell’altro nel preannuncio del tour internazionale di Bersani e nel suo impegno a non «raccontare favole » nell’imminente campagna elettorale. Il candidato premier si corazza preventivamente contro l’immagine – che sa insidiosa – di leader della “solita” alleanza di centrosinistra che fa facili promesse di spesa pubblica e di allentamento del rigore finanziario. Non voglio dire che l’entusiasmo col quale Nichi Vendola ha offerto a Bersani i propri voti – con successo, a stare alle prime analisi dei flussi – sia destinato a essere subito raffreddato.
C’è da scommettere per esempio che il centrosinistra di Bersani sarà il più netto che si ricordi sui temi della cittadinanza e dei diritti civili: nell’epoca di Obama è anche tempo di abbandonare prudenze e di tatticismi, peraltro giustificati fin qui, nelle varie declinazioni dell’Ulivo, da un potere di interdizione delle componenti cattoliche che appare molto indebolito nella nuova stagione. Questo è uno degli effetti collaterali dell’esplosione del fenomeno Renzi (cattolico molto liberale), salutato anche per questo motivo con una certa simpatia dalla sinistra democratica. La prospettiva di un centrosinistra più disinibito sui temi eticamente sensibili è compensata, agli occhi dei cattolici, dal venir meno di un altro feticcio: è finito il tempo della rincorsa securitaria alla destra sulla questione dell’immigrazione. Non sappiamo se la crisi della Lega sia la causa o l’effetto, e non si può mai dare per irreversibili certe tendenze, sta di fatto che ormai anche su questo punto tutte le aree politiche parlano più di regolarizzazioni e di diritti di cittadinanza, che non di quote e respingimenti.
Basti considerare il ruolo di una personalità come Riccardi nella riorganizzazione del centro; il percorso della destra finiana; e addirittura la moderazione di Maroni e della sua Lega post-padana.
Sul lato dei diritti, dunque, la sinistra, Vendola e oltre, non troverà alcun disagio nel nuovo assetto della coalizione. Il discorso è diverso sulle materie economiche.
Qui intorno al nome, al ruolo e al lavoro di Monti si è giocata una partita un tantino ipocrita. Il governo è stato ripetutamente pizzicato per le sue “distrazioni” sociali; ministri come Fornero sono stati ridotti a punching-ball; si è fatto passare il messaggio che il centrosinistra al potere raddrizzerà la barra della solidarietà.
Tutto giusto, tutto comprensibile, tutto vero. Il lavoro sarà la priorità assoluta di Bersani, che del resto ha la Cgil dominante nella propria costituency. C’è modo e modo, però. Infatti già nei dibattiti delle primarie, come vedremo presto nel tour internazionale del segretario Pd, nessuno promette «le favole» di un ritorno al passato sul mercato del lavoro o sulle pensioni.
Quando ieri Vendola ricordava di essere ancora impegnato col referendum a restaurare «in tutta la sua integra bellezza» l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, citava una posizione di bandiera da far valere nella futura trattativa («alla luce del sole»), certo non a paletti invalicabili visto che essi sono stati valicati ormai senza ritorno, col voto del Pd e sotto l’osservazione internazionale della quale Bersani è pienamente consapevole.
Passano da qui, dall’esame di rigore al quale il candidato premier sa di doversi sottoporre, le sue chances di essere apprezzato fuori dall’Italia come successore di Monti. Perché purtroppo, anche se tanti amano gonfiare le parole, il visto democratico ricevuto massicciamente domenica non è tutto nell’epoca della globalizzazione. Chiedere a François Hollande per conferma.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/12/2012 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
2 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Un minuto dopo la vittoria
Abbiamo già scritto tutto. Che è stato un capolavoro. Che comunque finisca, il Pd ha vinto le primarie dal primo giorno in cui le ha indette. Che da questa vicenda esce schiantato il centrodestra, risalta la pochezza di centristi vecchi e nuovi, si scopre la fragilità di Grillo non appena la politica si riconsegna nelle mani dei cittadini.
Abbiamo scritto che la sinistra radicale di Vendola avrà un ruolo ma ha subìto un ridimensionamento. E che solo dopo questa prova di democrazia i partiti, e il Pd in particolare, possono rivendicare il ritorno alla guida diretta del paese senza intermediazioni tecniche.
Abbiamo scritto che Bersani s’è confermato solido, affidabile e popolare come lo si conosce, ma ha tirato fuori doti di coraggio e di propensione al cambiamento che si conoscevano meno, vincendo una scommessa contro la propria maggioranza, dandosi finalmente la statura di vero leader.
E che Renzi è autore di una svolta irreversibile destinata a cambiare tutto nella politica: senza di lui «la cosa bella» (citazione bersaniana) non avrebbe avuto senso. Renzi ha sorpreso l’Italia, il centrosinistra, ha conquistato consensi impensabili per il Pd, sarà protagonista della scena per molti anni: da stasera può uscire o fortissimo, se vince, oppure molto forte e imprescindibile, se appena supera il 40 per cento.
Abbiamo anche scritto delle regole troppo burocratiche e restrittive e infatti sempre smentite dalla realtà, fino allo spettacolo evitabilissimo dei respingimenti per il ballottaggio; e delle forzature operate dai renziani, che partendo da ragioni condivisibili hanno compiuto mosse troppo aggressive, fino alla frenata di ieri.
Che cosa resta da scrivere?
Un augurio di buona domenica al popolo degli elettori e al popolo ammirevole dei volontari. E una rapida proiezione sul domani.
Un minuto dopo aver superato la fatidica soglia del 50 per cento, il vincitore dovrà aver stampata in testa un’altra percentuale: quel 34 per cento che i sondaggi assegnano al Pd grazie al fatto che finora è stato il Pd delle primarie, di Bersani e di Renzi. Se il vincitore non riuscisse a tenere questo profilo e quella quota, tutti gli sconfitti del momento – dalla destra a Grillo – tornerebbero in gioco. Il successo assumerebbe un sapore amaro.
Attenti dunque: già la gestione delle prime ore dopo il risultato dirà se a vincere sarà stato solo un candidato, o davvero tutto il Pd e tutto il centrosinistra.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/12/2012 alle 18:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
30 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie regole renzi bersani pd
Attenti, fin qui era un capolavoro
Oltre tre milioni di persone alle urne domenica 25. Sei milioni davanti alla tv mercoledì sera. Altri milioni di spettatori per ogni tg e talk-show degli ultimi mesi. Più le donne e gli uomini in carne e ossa che hanno affollato le sale della campagna dei cinque candidati.
I cittadini. Gli elettori. Coloro ai quali il centrosinistra ha voluto consegnarsi, e vuole continuare a farlo, e dai quali ha ricevuto una risposta entusiasta. «Una bella cosa », ha ripetuto spesso Bersani.
Come si poteva pensare che, spalancato il portone della sovranità, i cittadini non volessero continuare a varcarlo in questi giorni di ballottaggio, quando il confronto raggiunge, interessa e appassiona tante persone in più? Altri italiani, anche loro reali o potenziali elettori del Pd come quelli delle file del 25 novembre.
Italiani che potrebbero anche fare la differenza, a marzo, fra un successo risicato e una vittoria ampia e decisiva.
Avendo scritto mesi fa che regole troppo rigide non avrebbero fatto l’interesse del Pd, e avendone trovato conferma nell’aggiustamento delle regole stesse fino al trionfo della partecipazione al primo turno, è ovvio che ci piacerebbe avere dopodomani ai seggi più dei tre milioni già visti. Del resto sembravano pensarla tutti così: più gente c’è, meglio è per il centrosinistra. Non meglio per uno dei candidati, come dimostra il successo di Bersani nell’elettorato d’opinione, rimarcato dai suoi.
Ieri all’errore di un regolamento ristretto poi allargato poi definitivamente ristretto s’è aggiunto da parte di Renzi l’errore grave di voler forzare la situazione non solo con un appello per le nuove iscrizioni, bensì con un mezzo raggiro. Una pessima idea (nata dopo un acceso scambio telefonico tra sindaco e segretario), il cui rimbalzo polemico rischia di far dimenticare all’opinione pubblica la felice serata su RaiUno rispedendo il Pd nel purgatorio delle liti permanenti.
Se questa bufera non si placasse, entrambi ci rimetterebbero. Bersani forse vincerebbe con un margine più rassicurante ma con due limitazioni serie: l’ombra delle polemiche e una maggioranza calcolata su una base più ristretta di quella del 25 novembre. Renzi, dopo esser salito al rango di leader, sarebbe ridimensionato a quello antipatico di sfasciacarrozze.
A chi conviene distruggere il capolavoro politico e comunicativo di quel dibattito (seguito dal teledramma Pdl) e di due mesi di miracolo democratico?
permalink | inviato da stefano menichini il 30/11/2012 alle 18:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
28 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Il gioco si fa duro, "adesso". E dopo?
Il ballottaggio non poteva essere un pranzo di gala, infatti non lo è. Non abbiamo scritto per nulla che queste sono primarie vere, una competizione seria e aperta. L’ha confermato subito Matteo Renzi ieri, nel primo dei cinque giorni che ha a disposizione per recuperare 290mila voti: un paio di colpi sotto la cintura dedicati al Bersani ministro che avrebbe avuto responsabilità sia nell’organizzazione di Equitalia che nella privatizzazione dell’Ilva. Due argomenti non proprio scelti a caso, i più roventi che ci siano, il secondo poi con l’aggravante dei rapporti pregressi (e pubblici) fra i Riva e lo stesso Bersani.
Non c’è da drammatizzare. Passiamo dalle «cose belle», scambiate fra i due per sms e raccontate dal segretario, alle accuse esplicite di corresponsabilità con le scelte sbagliate del passato. Le recriminazioni contro la nomenklatura sulle regole per iscriversi al voto e gli errori della classe dirigente degli ultimi anni sono i temi dello sfidante che deve rimontare.
Renzi pensa di dover andare giù duro (alzando le attese per il duello tv di questa sera), e di poterselo anche permettere perché i risultati del primo turno hanno tolto di mezzo l’argomento atomico della sua estraneità al Pd e al centrosinistra.
Se accende la polemica, con quel bagaglio di un milione abbondante di voti nessuno può più accusarlo di muoversi da agente del nemico.
Lo sdoganamento definitivo è venuto dalla stessa Unità che solo un mese fa imputava al sindaco di Firenze comportamenti «fascistoidi», e che ieri nell’editoriale del direttore Claudio Sardo riconosceva Renzi come «secondo vincitore» delle primarie; definiva la conquista del ballottaggio «la consacrazione a una leadership effettiva e popolare »; invitava tutti a «non mettere tra parentesi il risultato di Renzi» e infine prospettava un futuro nel quale la radicalità dello sfidante possa essere ricompresa nel progetto collettivo guidato da Bersani.
Un commento condivisibile al cento per cento. Subito però si apre la domanda: data per scontata la dichiarata e ribadita lealtà post-primarie, se, come e fino a che punto Renzi è riassorbibile nel Pd eventualmente guidato da Bersani? 
Il tema per fortuna non è più di tipo antropologico o etnico, bensì puramente politico. Verosimilmente Renzi non uscirà dal ballottaggio di domenica con meno del 40-44 per cento dei voti espressi: per paradosso, la formula giustamente voluta da Bersani per potersi presentare come leader della maggioranza assoluta del centrosinistra (e avversata inizialmente da Renzi) avrà l’effetto mica tanto collaterale di intestare al sindaco di Firenze una minoranza interna di dimensioni mai viste prima nel Pd.
Un enorme pezzo di elettorato progressista che, a ragione, anche Claudio Sardo considera imprenscindibile. Finiscono in archivio le speranze di Mario Tronti e di molti come lui (anche molto più giovani di lui) di espellere dal Pd l’oggetto estraneo e tutti i suoi sostenitori. Ma questo conta poco: lo si doveva sapere dalla vigilia. Chi dovesse ripetere simili facezie adesso andrebbe ammonito col banale calcolo (non a caso fatto ieri dallo stesso Renzi) della proiezione su scala elettorale nazionale di un 40- 44 per cento delle primarie: vale almeno il 15 per cento, meglio non giocare con simili numeri.
La questione vera è che l’assimilazione piena di Matteo Renzi al Pd eventualmente bersaniano è molto molto problematica. Dovessimo dire oggi, la considereremmo impossibile. E non per incompatibilità personale (anzi, i due si prendono), né per impermeabilità reciproca delle aree di consenso (basti guardare i dati delle regioni a maggiore insediamento democratico).
Il fatto è che Renzi resterà “fuori” – resterà a Firenze, intendiamo – perché la sua partita rimane secca. O si vince o si perde. Vista dal suo punto di vista: se tocca a Bersani, Bersani deve giocarsi la sua corsa verso palazzo Chigi e poi auspicabilmente il suo duro lavoro da premier. Renzi lo sostiene nella campagna elettorale, chiede (e verosimilmente ottiene) una rappresentanza parlamentare congrua anche se non matematicamente proporzionata alla percentuale ottenuta al ballottaggio, partecipa alla vita del Pd, ma non si fa coinvolgere in alcun modo. Né nella gestione di partito, né nel governo. Il suo obiettivo diventa vincere la prossima volta (magari calcolando che, con una legislatura nata precaria, la prossima volta possa non essere così lontana).
Tutto questo non attiene a calcoli particolari. Anzi è verosimile che molti di coloro che ora sostengono Renzi la pensino diversamente da lui su questo punto, e siano disponibili a «farsi coinvolgere» (sia pure non nel modo con cui si fece ricoinvolgere Dario Franceschini nel 2009 dopo esser stato battuto da Bersani per la segreteria: lo citiamo solo perché il paragone col risultato di Franceschini è stato proposto dall’attuale maggioranza per sminuire la portata del dato di Renzi).
Tutto questo attiene alla personalità del sindaco di Firenze, abbastanza unica in questo momento. Come conferma il fatto che ieri sia ripartito all’attacco senza concedere a Bersani più di qualche applauso, siamo di fronte a una macchina da battaglia elettorale che al massimo può ridurre i giri (com’è successo nei primi mesi del governo Monti), ma spegnersi mai.
Questa macchina deve essere posta al servizio del centrosinistra per vincere nella prossima primavera meglio di quanto saprebbe fare il Pd “pre-primarie”. Conviene a tutti, a Bersani più che a ogni altro. Renzi ha il dovere di mettersi a disposizione e lo farà perché lui eredita dalle primarie, insieme a una bella forza, anche molti obblighi e una enorme responsabilità verso una collettività.
Ma assimilarlo, coinvolgerlo oltre un certo limite, magari nei calcoli di qualcuno neutralizzarlo: questo non accadrà. E un’alta tensione intorno al “ragazzetto”, come imprudentemente lo chiamò Franco Marini, d’ora in poi ci sarà sempre.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/11/2012 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
27 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie pd bersani renzi sondaggi
Continuiamo così, facciamoci del bene
Né i commenti a bocce ferme dei due ammessi al ballottaggio, né quelli degli esclusi, né i dati definitivi del primo turno (diversi da quelli della serata, dunque più favorevoli a Bersani) spostano il giudizio dato a caldo nella notte delle primarie.
In generale, il Pd rimane in cima alla cresta di un’onda che ingrossa i suoi consensi, lo impone quasi con violenza all’attenzione dell’opinione pubblica più ampia (il duello televisivo stavolta sarà nel prime time del primo canale generalista) e allarga ulteriormente il gap concorrenziale con le altre forze politiche, non solo il derelitto Pdl ma a questo punto – fatto nuovo – anche il M5S.
Pier Luigi Bersani esce da vincitore dal primo turno non solo per il vantaggio largo. Prima Vendola (lo scorso anno), poi il medesimo Renzi lo avevano sfidato a fare le primarie e poi l’avevano incalzato. Il segretario avrebbe potuto arroccarsi in un fortino che tutta la nomenklatura democratica (come s’è visto) avrebbe volentieri presidiato, e continuare nella tattica di avvicinamento passivo alle elezioni politiche che era stata la sua linea di condotta fin dal 2009.
L’estate scorsa ha deciso di fare l’opposto, sulla base di una lettura corretta non tanto dei rapporti di forza interni bensì della relazione drammatica fra elettori e partiti, fra cittadini e democrazia. Sta vincendo la scommessa. A questo punto non è solo il favorito per palazzo Chigi: è per tutti un leader riconosciuto, dotato di una forma peculiare di carisma e di visione. Insomma ciò che in tre anni di segreteria del Pd (e di scelte spesso troppo statiche) non era riuscito a diventare.
Il suo punto di forza è la morbidezza del linguaggio nei riguardi dei suoi concorrenti. L’ha voluto ribadire ieri facendo riferimento ai contatti con Renzi. Non è buonismo: è un tratto caratteriale misto a calcolo e alla conoscenza di ciò che piace e non piace al popolo del centrosinistra. O meglio, a quella parte che si ritrae davanti al linguaggio diretto e arrembante di Renzi.
È molto difficile che Matteo Renzi diventi il candidato del centrosinistra per guidare il governo: trecentomila voti sono ardui da rimontare. Ma il sindaco di Firenze ha tutte le ragioni per brindare. Anche la sua scommessa è vinta. Ha definito uno standard per la competizione democratica nel suo insieme, in tutto l’arco politico, non solo a sinistra. È conosciuto e seguito anche fuori dall’Italia (alla vigilia si informava sulle sue chances il laburista David Miliband).
In questi ulteriori cinque giorni correrà giustamente per vincere, comunque è ragionevole per lui puntare a chiudere domenica intorno al 40 per cento: francamente una quota impensabile alla vigilia, per uno sfidante che il corpo del Pd aveva esorcizzato come alieno. E pensare che l’entourage del sindaco negli ultimi giorni temeva una disfatta, pensavano di poter rimanere inchiodati al 20 per cento. Perfino loro avevano sottovalutato la domanda di un cambiamento drastico proveniente anche dagli strati più fedeli dell’elettorato.
Il milione abbondante di voti renziani è solo una parte del bottino elettorale che la presenza e le idee di Renzi possono consegnare al partito: come scrivevamo alla vigilia, ciò rende Renzi imprenscindibile. Bersani ha dimostrato in ogni occasione di saperlo. Sul fairplay il segretario verrà ricambiato nei prossimi giorni, anche se ieri s’è capito che Renzi non smette mai di combattere. Del resto, per recuperare deve assaltare: rimane da parte sua la critica all’usato sicuro, continua l’affondo verso il corpo del gruppo dirigente allineato dietro al segretario.
Lesto come sempre, Renzi “usa” da subito il nervosismo eclatante di alcuni big, da Rosy Bindi a Franco Marini, per intaccare l’immagine di rinnovatore che Bersani è riuscito comunque a recuperare.
Allora risalta a maggior ragione il grossolano errore di chi si mette dalla parte del torto tornando a minacciare ritorsioni sulle candidature per le politiche, o rese dei conti congressuali. Scelta autolesionista: sembrano voler dare ragione a chi li descrive come asserragliati in difesa dei propri ruoli. Si capisce meglio ora quanto ci avessimo preso, quando avevamo intuito la volontà innanzi tutto di Bersani di approfittare delle primarie per rimescolare tutte le carte. Il nervosismo nasce più da qui, che dal risultato di Renzi.
È chiaro che quel 35 per cento (al primo turno, destinato a crescere, conquistato dallo sfidante in zone dove il Pd è forte) cambia gli equilibri interni. Soprattutto, diventa irreversibile il protagonismo, al di là degli schieramenti attuali, di una leva di dirigenti giovani: cresciuta nello scontro delle primarie, destinata a crescere ancora nella campagna elettorale nazionale.
Un quadro incoraggiante, nient’affatto scontato fino a pochi mesi fa. Per parafrasare un celeberrimo fustigatore dei costumi della sinistra, c’è da dire: continuiamo così, facciamoci del bene
permalink | inviato da stefano menichini il 27/11/2012 alle 18:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
25 novembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
primarie bersani renzi vendola puppato tabacci pd
Un bel regalo, una sfida sana
È bello e giusto, ce l’hanno anche suggerito, ma non possiamo farlo come titolo di questa edizione straordinaria di Europa: «Il Pd ha già vinto le primarie».
Non possiamo farlo per il semplice motivo che l’abbiamo già fatto. Più di due mesi fa, il 21 settembre, quando la campagna che si chiude oggi (o fra una settimana) era ai suoi primi passi.
Erano passi difficili, duri, un cammino che sembrava in salita.
Polemiche, dubbi, paure. Le fastidiose schermaglie sulle regole. Pressioni sul segretario Bersani perché non si esponesse inutilmente, non mettesse a rischio il partito. Attacchi a Matteo Renzi per aver lanciato una sfida distruttiva. Ironie su Nichi Vendola: solo nel 2011 era la grande promessa e ormai sembrava inabissato.
Non è neanche giusto oggi infierire sui molti che questa giornata straordinaria non avrebbero voluto celebrarla.
Semplicemente, non avevano colto il cambio di stagione. Reagivano in maniera difensiva all’incognita delle primarie perché legati a uno schema rigido di avvicinamento alle elezioni di primavera. Come gli allenatori che considerano solo la propria squadra e non si curano delle condizioni del campo e delle mosse degli avversari.
Qui è il grande merito che va riconosciuto, comunque vadano le cose nel conteggio di stasera, soprattutto a Pier Luigi Bersani e a Matteo Renzi.
Hanno motivazioni diverse, obiettivi diversi, anche idee sensibilmente diverse su importanti punti politici. Almeno per oggi vanno considerati fino in fondo antagonisti fra loro, e con gli altri tre candidati. In comune però Bersani e Renzi hanno di aver obbligato l’intera scena politica nazionale a uno scarto straordinariamente positivo.
Non c’è solo il beneficio per il Pd e per il centrosinistra. Che è evidente, certificato da sondaggi molto seri, assolutamente costanti e coincidenti. C’è l’effetto a catena sugli altri partiti, obbligati a definirsi pena la marginalizzazione.
E c’è – come sottolinea sempre Bersani – il gran regalo fatto alla democrazia nel suo insieme: mesi e anni a scrivere di scandali, ruberie, sprechi, del distacco e anzi del rancore dei cittadini verso la politica. E poi, una domenica di fine novembre, ecco lo spettacolo di partecipazione al quale stiamo assistendo. Anzi, del quale siamo tutti protagonisti: cosa ben diversa dall’essere spettatori o tifosi.
Qui c’è un’altra intuizione: che i partiti, in questa fase, non sarebbero stati in grado di guarirsi da sé, guarire il sistema, riconnettersi alla società infuriata. Ne è prova ciò che in parlamento sta accadendo – o meglio, non sta accadendo – intorno alla riforma elettorale, per non dire delle altre riforme mancate del sistema politico.
Dunque è giusto per i partiti riconoscere i propri limiti e consegnarsi agli italiani.
Come avverrà nel marzo prossimo per una cruciale tornata elettorale. Come il centrosinistra ha avuto la forza, la preveggenza e il coraggio di fare per il proprio campo. Come, a quanto pare, è impossibile fare nel devastato centrodestra post-berlusconiano (oppure a quanto pare, peggio per loro, tuttora berlusconiano). Come infine non sono in grado di fare né i sedicenti ultrà della democrazia dal basso di M5S; né i partiti e i movimenti aggregati in quell’area centrale che sarebbe tanto importante se non fosse frenata al tempo stesso dalla immaturità dei newcomers montezemoliani e dall’obsolescenza dell’eterna Udc.
Se qualcuno avesse pianificato a tavolino questo brillante autunno del Pd, sarebbe un genio.
Sappiamo che non è andata così, sappiamo che s’è proceduto per strappi, ripensamenti, improvvisazioni, slanci individuali. Badate però che alla fine i conti tornano, nulla capita per caso.
Il Pd può trovarsi in questa felice circostanza grazie all’incrocio fra alcune sue virtù fondative e un decisivo innesto recente.
Grazie a coloro che l’hanno fondato, e grazie a Bersani che lo dirige da tre anni, il Pd è un partito vero. Molto distante dalla perfezione, e afflitto dai mali di tutti i partiti del mondo in questo tornante storico, ha però una solidità intrinseca. È un progetto che corrisponde a un pezzo grande d’Italia: né l’uno né l’altra sono provvisori. Solo così si spiega come mai solo il Pd (che ha avuto i suoi guai, e grossi) rimanga in piedi nella frantumazione delle sigle della Seconda repubblica.
In questa solidità, che ha sconfinato spesso nella staticità, ha fatto breccia un potente moto di innovazione.
Guardate i nomi e i volti delle donne e degli uomini che in queste settimane hanno invaso i dibattiti in tv (realizzando, per inciso, un colpo di comunicazione politica dal valore inestimabile). Guardate le tre firme che oggi su Europa hanno accettato, su nostra richiesta, di “rappresentare” la visione per l’immediato domani dei candidati principali. Guardate chi ha organizzato in tutta Italia quelle manifestazioni sempre stracolme – il vero fatto nuovo, un’attenzione spasmodica per le proposte di tutti i candidati di queste primarie.
Ebbene, questi nomi, questi volti, queste firme, sono già i nuovi dirigenti del centrosinistra. È in atto un drastico ricambio di ceto politico. Non senza immaturità e delusioni. E certo non senza che ci siano (e ci saranno, vedrete) forti resistenze da parte della nomenklatura precedente. Ma ciò che doveva accadere perché il Pd tenesse il passo del cambio di Repubblica, sta accadendo.
Abbiamo già scritto, non c’è bisogno di ribadire oggi, che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il coraggio di Renzi e senza la lungimiranza di Bersani. Puppato, Vendola e Tabacci, ognuno di loro ha portato un mattone a questo edificio. Non ce ne vogliano gli ultimi due, ma il popolo che oggi si metterà in fila ai seggi li considera già dentro un solo partito, più grande e plurale: sarà uno dei temi del dopo primarie.
Fra Bersani e Renzi, oggi o domenica prossima, uno perderà. Entrambi però usciranno da questo confronto con una statura da leader che non avevano prima e che, al di là delle esagerazioni dei tifosi più sfegatati, è ormai reciprocamente riconosciuta.
Il patrimonio accumulato dal centrosinistra potrà essere speso al servizio del paese se loro due e l’intero nuovo gruppo dirigente sapranno sciogliere rapidamente le ruggini delle primarie e gettarsi alla conquista dei consensi necessari a governare: oggi ai seggi avremo tante persone in più rispetto alle previsioni. Ma per quante esse siano, per cambiare l’Italia occorre conquistare il cuore e il cervello di un popolo tanto più vasto e ancora tanto diffidente.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/11/2012 alle 18:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


sfoglia novembre