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Politica
1 dicembre 2011
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monti pd pdl patrimoniale cgil camusso
Il gentile monito del presidente
Saranno acerbi in materia parlamentare alcuni suoi sottosegretari, che ieri a Montecitorio hanno dato vita a innocenti gaffes d’aula, ma certo Mario Monti non è naif dal punto di vista politico.
Molte cose interessanti ha detto ieri il presidente del consiglio a Bruxelles, su una però vale la pena di soffermarsi: i nostri partner europei hanno apprezzato l’ampia fiducia che mi ha dato il parlamento, e apprezzano il consenso popolare assegnatomi dai sondaggi (dei quali, per carità, non farò uso).
Alla faccia della ingenuità del tecnico. A cinque giorni dalla presentazione di un primo pacchetto di misure «impressionanti», Monti lancia un doppio avvertimento ai partiti, ricordando loro chi in questo momento tiene il coltello per il manico (ma funziona meglio l’altra sua immagine: chi ha in mano la spina del polmone artificiale).
Il gentile monito vale erga omnes. Verso il Pdl che si agita intorno a Ici e patrimoniale, e verso il Pd che torna a sentire la pressione dei sindacati sul tema pensionistico.
Nonostante il silenzio del governo, sono in corso manovre preventive delle quali fanno parte le indiscrezioni sugli interventi sulle pensioni d’anzianità. Il fuoco di sbarramento sindacale sulla materia suona un po’ gioco delle parti (i canali di comunicazione col governo sono aperti e attivissimi), però certo colpisce Camusso quando evoca per i 40 anni di contributi addirittura il concetto di «numero sacro»: parole impegnative, diventa difficile poi tornare indietro.
Potremmo sbagliare, ma il governo si appoggerà sull’unico paletto che il Pd davvero pone come irrinunciabile: l’equità. Se Monti saprà far pagare quel famoso 10 per cento di privilegiati, dall’altra parte sarà difficile stringersi intorno a simboli sacri, totem o tabù.
Quello che resta da vedere, già nelle prossime ore, è il grado di concertazione al quale Monti accederà: se cioè aprirà coi partiti (con le parti sociali lo farà di sicuro) una trattativa in vista del consiglio dei ministri decisivo. Per lui, i giorni da qui al 5 sono pieni di possibili ostacoli. Ma l’uomo, s’è capito, non è un agnellino. 
permalink | inviato da stefano menichini il 1/12/2011 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 febbraio 2011
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Ma quale "ritorno della politica"
Gran battage pubblicitario, titolo Il ritorno della politica. Come se la politica andasse e venisse a comando, a seconda se Berlusconi dà retta a Giuliano Ferrara o alla Santanché (che poi ormai si sono fusi sul Giornale della domenica, dunque il gioco delle parti è scoperto). Del resto basti dire che lo strombazzato «ritorno della politica» si regge su un unico presupposto: che a Berlusconi venga messo bavaglio e guinzaglio per impedirgli di esprimersi per quello che è, cioè l’antipolitica per eccellenza.
L’appello del presidente Napolitano viene questa volta incorniciato dal centrodestra e interpretato come viatico alla pretesa nuova stagione “politica” che dovrebbe aprirsi domani – Tremonti permettendo – con il piano economico varato dal consiglio dei ministri.
Tutto puzza di elezioni lontano un miglio, a cominciare dall’inverecondo tappetino steso ieri davanti a Berlusconi dal Tg1, compresa la calunnia dell’intervistatore sulle tasse predisposte dai dracula del Pd. Come scrive Europa da giorni: è il Cavaliere che prova a imporre il frame elettorale, la cornice nella quale far muovere la propaganda e nella quale la sua corruzione privata non deve trovare posto. Tutto qui. Il resto è fumo e vanità: il Foglio che ripubblica il discorso di insediamento del 2008 costruisce un altarino al ghost writer Ferrara, ma ci rammenta anche il tradimento e l’inganno che seguirono quella prosopopea costituente.
Napolitano sta, come tutti, nella trincea del giorno per giorno. Aveva chiesto, in pubblico e in privato, che Berlusconi abbassasse le armi contro i magistrati: per un momento lo ha ottenuto, è giusto che lo sottolinei. Gli duole però ancora lo schiaffo subìto quando lo stesso Berlusconi ha ignorato l’appello a chiarire la propria posizione sulle accuse di prostituzione. Berlusconi ha sul Quirinale non un complice – checché ne scrivano sul Fatto – ma un guardiano che conta i giorni di sussistenza della maggioranza parlamentare.
Il federalismo è l’anello, forte e debole insieme, che tiene ancora in piedi la maggioranza: vedremo se in questi giorni le opposizioni riusciranno a spezzarlo, visto che è iniquo e davvero farà salire le tasse. Questa sì, è politica.
permalink | inviato da stefano menichini il 3/2/2011 alle 8:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
2 febbraio 2011
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Troppi spin per Berlusconi
Il comico incidente di palazzo Grazioli dice più di dieci editoriali a proposito delle reali intenzioni di Silvio Berlusconi, della serietà del suo impegno a «tornare a fare politica», come felice annotava Giuliano Ferrara prima di sapere del pasticcio che gli stavano combinando.
Su fisco e liberalizzazione Berlusconi ha fatto una mossa, non ha fatto politica. Quando poi è tornato tra le mura domestiche, attorniato da fedelissimi e fedelissime, ha rivestito i suoi abiti più veri. Scaturiscono da questo il nuovo processo breve e l’adunata anti-pm affidata a Santanchè e Brambilla, smentita (solo questa, però) quando s’è capito che così crollava il castello di carte del “ritorno alla politica”.
Abbiamo già dato, al Berlusconi delle iniziative coinvolgenti. L’ultimo era quello di inizio mandato, che attirò Veltroni nella trappola del dialogo sulla legislatura costituente per poi partire in quarta sul lodo Alfano e lasciare il Pd “dialogante” a farsi spolpare da dipietristi e travaglisti. Queste mosse da gioco delle tre carte sono il massimo della cultura politica dello statista di Arcore: buona fortuna ai suoi badanti di diversi orientamenti filosofici, è chiaro che fuori dai recinti delle sue ville nessuno vuole più sedersi a un tavolo con lui. Ferrara se la prende con gli spin della corte berlusconiana: ma è il suo il vero spin, la manipolazione di ciò che autenticamente Berlusconi è e vuole essere.
La boutade di rilanciare la crescita con una legge di modifica costituzionale lascia allibiti per vacuità, non è nenche un pennone da sollevare in campagna elettorale. Saranno impazienti, nei capannoni di Arzignano e nelle concerie di Prato: finalmente si mette mano a questo micidiale articolo 41, et voilà siamo diventati la Germania.
Scusate, occorre precisare che risorgono anche il Piano casa e il Piano sud. Mancano la riforma della giustizia, il Ponte sullo Stretto e le due aliquote fiscali, e Bersani ha bell’e fatta la campagna elettorale contro il governo più inutile della storia.
Prima però Bersani deve fare bene il suo compito di venerdì prossimo, perché si sono visti giocatori migliori di lui ciccare miseramente calci di rigore come questo.

Di errori che diano a Berlusconi un aiuto immeritato, il Pd ne può commettere tanti. Di linea politica, di comunicazione, di scelte di programma. Alcuni purtroppo ne ha già commessi. L’addio di Nicola Rossi è l’ennesimo segnale doloroso e dannoso, per la qualità dell’uomo e dell’esperto; parla di un partito che invece di includere tende ad escludere: i singoli, i gruppi, e soprattutto gli elettori.
Anche per questo è necessario un deciso cambio di passo e di tono.
Innanzi tutto il Pd deve finalmente cominciare a muoversi e a presentarsi come se fossimo all’inizio di una lunga campagna elettorale. Questo è quello che sta facendo Berlusconi, del resto. Poi può darsi che le elezioni non siano così imminenti: ma egualmente il modo migliore per affrontare la crisi è schierarsi a battaglia come se. Perfino l’ipotesi di un governo senza Berlusconi può realizzarsi meglio, se il Pd non si limta a declamare la “non paura del voto” ma si cala convintamente nella prospettiva elettorale.
Questo ha ripercussioni serie, intanto sul tipo di messaggio da trasmettere. Ai vertici del Pd continua a prevalere – con qualche sinistro autocompiacimento – la noncuranza per le regole della comunicazione. Ieri, con sorpresa, hanno scoperto che sui media e nel paese stava passando l’idea che la sinistra come al solito vuole aumentare le tasse e colpire il patrimonio degli italiani. Concetto facile da trasmettere e da capire, non foss’altro per il motivo che in effetti questo la sinistra ha fatto nel passato.
La replica è stata efficace su un punto (il vero aumento delle tasse è dentro il federalismo leghista) e disarmante su un altro: la verità sulla nostra proposta fiscale è nella mozione approvata dalla camera alla fine del 2010. Reazione burocratica. Peccato, perché se solo diventasse davvero un messaggio forte, convinto, ripetuto fino alla noia e da tutti coloro che si trovano a fare comunicazione, la formula 20-20-20 che riassume la ricetta fiscale del Pd sarebbe a sua volta un concetto efficace: nessuna patrimoniale punitiva, bensì abbattimento delle sperequazioni fra tassazione della rendita e del lavoro.
Da Bersani venerdì ci si aspetta che batta su questi punti, riducendo al minimo gli incisi gergali e dialettali che non rendono proprio l’idea di un autorevole leader nazionale.
L’intero Pd dovrebbe dargli una mano. Le varie sortite sulla patrimoniale erano tutte sensate, sempre articolate, mai semplicistiche e punitive, bene argomentate. Ciò nondimeno, erano sbagliate (infatti vengono corrette). Se Tremonti sostiene che non siamo sul punto di collassare per colpa del debito, non si vede l’utilità di addossarsi questa emergenza e anche l’onere di risolverla: faccia lui, che è stato eletto per questo. Al Pd non mancherà l’occasione di sfoggiare in altri momenti il suo proverbiale senso di responsabilità.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/2/2011 alle 7:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
1 febbraio 2011
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Spezziamo il loro frame per le elezioni
Va smontata, e subito, la manipolazione della realtà che Berlusconi sta preparando per la campagna elettorale, insufflato dal nuovo direttore unico di Giornale e Libero Giuliano Ferrara (peccato per il Foglio, una volta terreno fertile di eresie e fronde: c’eravamo affezionati, ma in fondo quel bel giornale è solo una delle vittime collaterali dell’ultima raffica).
Ci dispiace per loro ma non si svolgerà, sarebbe troppo comodo, una campagna elettorale fra la sinistra del tassa (patrimoniale) e spendi (sprechi pubblici), e il magnifico Berlusconi liberale che salva il paese da lacci, leggi e bigotti moralisti.
Questo Berlusconi liberale non s’è mai visto, è solo un personaggio mitologico. Il Corriere, che generosamente ha ospitato la strabiliante (e velenosa) proposta di collaborazione del premier a Bersani, ha tutte le conoscenze e gli strumenti per raccontare che cosa è stato veramente l’ultimo biennio berlusconiano sul terreno delle liberalizzazioni. Nel caso servisse un memorandum, Europa oggi ne ha approntato uno: va dalla A di Alitalia e assicurazioni fino almeno alla T di taxi, passando da lottizzazioni, professioni, quote latte...
Bersani ha fatto benissimo a sottrarsi all’abbraccio («ma era una proposta fatta solo per dovere», ha ammesso il forzista Quagliarello). Ora però deve procedere a smantellare l’altra metà della cornice che il Berlusconi ferrarizzato (o pannellizzato) vuole approntare in tutta fretta: quella della sinistra delle tasse.

La via d’uscita dal tunnel del debito pubblico, variamente articolata da Pellegrino Capaldo, Giuliano Amato e Walter Veltroni, è una cosa troppo seria e complessa per essere gettata nella fornace di questa fase politica. Un conto è che la esplori Dario Di Vico valutandone i pro e i contro, un conto è che finisca triturata nelle dichiarazioni d’occasione di Gasparri e Cicchitto.
Avrebbe dovuto saperlo Veltroni, leader politico in attività, quando ne ha parlato al Lingotto, anteponendo all’idea di un intervento straordinario sui patrimoni più alti una serie di premesse che ora si sono perdute, macellate dalla propaganda.
La questione è davvero banale: qualsiasi intervento di portata strategica, o che contempli un serio discorso da rivolgere alla Nazione, non ha spazio possibile nell’attuale quadro politico.
Provvedimenti importanti esigono leadership credibili e autorevoli, personali o collettive, che possano farsene portatori. Giuliano Ferrara potrà camminare sulle mani da Testaccio a lungotevere Sanzio, Pannella trascorrere con Berlusconi non due ore ma due giorni e due notti, e Quagliarello tornare il liberale che era da piccolo, ma nessuno di loro potrà cambiare la realtà: Berlusconi sopravvive come capo di una fazione, ma è defunto come leader di una maggioranza degli italiani disposti a concedergli credito in nome del rovesciamento dei difetti del paese.
Altro sarebbe ragionare di misure per la crescita e di riduzione del debito con Giulio Tremonti, che mai c’è piaciuto e mai ci piacerà se non altro per quel vizietto di fare tanta filosofia e poca pratica, ma ha titolo e credibilità personale per affrontare almeno il confronto. 
Non è demonizzazione, questa, sono dati. Loro forse pensano che l’Italia non possa fare a meno di Berlusconi. Noi pensiamo che Berlusconi rappresenti un maleodorante tappo che impedisce il dispiegarsi della libertà degli italiani, della loro possibilità di tornare a crescere e ad avere fiducia in sé, nello Stato e nelle leadership politiche.
La mancanza di alternative deve smettere di essere l’alibi. Intanto è il centrodestra medesimo che rende inservibili alternative che invece lo sarebbero. E poi – in ultimo con l’intervista di D’Alema, ma la cosa è chiara da tempo – tutte le opposizioni sono ormai pronte ai nastri delle elezioni anticipate: l’alternativa la valuteranno gli italiani. Il prossimo che ripete che le opposizioni temono il voto, è un semplice cialtrone. È Berlusconi che rimane aggrappato alla legislatura: la sua ultima.
E una cosa è garantita: non saranno elezioni sulla patrimoniale. Sarà l’ennesimo plebiscito su Berlusconi. Purtroppo per lui, sul Berlusconi uomo e statista, quindi nelle sue due versioni più deficitarie.
Ci saranno le questioni di merito? Certo. La pressione fiscale? Sì, ma perché oggi è più alta che nel ’94. E dovendo proprio parlare di tasse, sapremo che cosa dire su quelle che il federalismo leghista vuole imporre ai Comuni. Insomma si parlerà delle tasse vere, quelle fatte pagare qui e ora da Berlusconi e da Bossi. Non di quelle ipotetiche del banchiere Pellegrino Capaldo.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/2/2011 alle 7:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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