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2 ottobre 2009
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Rutelli e il Pd, l'anima e la ciccia
Questo articolo me l'hanno gentilmente chiesto dal Foglio, è uscito questa mattina.

«Francesco ha torto, però ha anche ragione», dicono. Fossi Bersani, comincerei a preoccuparmi. Proprio adesso, a un passo dal risultato. Perché da Bindi a Marini, da Letta a Fioroni, ex popolari di tutte le correnti e di tutte le mozioni pensano di avere in mano la chiave per entrare nel futuro Pd. E di riprendere lì il gioco del condizionamento del segretario.
Per paradosso e per astuzia (non solo della storia), la chiave l'hanno trovata nel libro di Francesco Rutelli. Di cui non avranno apprezzato neanche una delle cose che sono piaciute a Christian Rocca – la linea liberal, l'emancipazione dalla coppia dc-pci, l'eco degli anni radicali – ma di cui hanno subito colto il punto fondamentale: lo scivolamento a sinistra dell'eventuale Pd di Bersani esigerà un pronto riequilibrio.
E se Rutelli medita se andare a fare questo lavoro fuori dalla casa comune, loro saranno invece lì, dentro casa, pronti dal 26 ottobre a discutere sulla distribuzione delle stanze. La frase chiave era ieri nell'intervista di Franco Marini all'Unità: «Un'area che prende il 40 per cento non deve aver paura, sennò vuol dire che non ha il senso della convivenza in un partito, e della forza che dà il 40 per cento». Più chiaro di così.
Il che ci riporta a Francesco Rutelli, sulle cui prospettive il Foglio mi chiede gentilmente un'opinione: davvero non accetterà come gli altri di stare dentro a quel 40 per cento, nel partito di cui è co-fondatore, sicuramente risparmiato da improbabili purghe socialdemocratiche (cosa che non diremmo con la stessa sicurezza di Veltroni e veltroniani)?
Difficile. Molto più no che sì. E non solo per motivi politici, altrimenti faremmo torto a quelli così simili a lui che non hanno dubbi sul restare: Gentiloni, Realacci, Giachetti... Ma per motivi esistenziali, quindi più forti.
C'è quel fenomeno di cui scrive Rocca: «L'odio belluino di certi elettori e sostenitori del centrosinistra» nei confronti di Rutelli. «Certi elettori»? Dai Rocca, non siamo timidi. Diciamo pure la stragrande maggioranza. Togliamo il belluino, togliamo l'odio, e ammettiamo che Rutelli sta sulle scatole a un discreto 90 per cento del popolo delle feste («Vieni alla Festa dell'Unità del 2010?» è di questi tempi la molestia telefonica preferita del simpatico Ugo Sposetti, l'uomo delle casse diessine). Quest'estate Rutelli di feste ne ha fatte poche, forse solo Genova. Ma era citato in tutte le altre, e non mancava mai l'urlo dalla platea: «Se ne vada».
Del resto lo si sa dalla sera della sconfitta per il Campidoglio: voti di sinistra, Rutelli, non ne avrà più.
Perché, che cosa ha fatto di male? Innanzi tutto, ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita ha scommesso (per convinzione) su un'opzione che era maggioritaria nel paese ma totalmente minoritaria nel Pd, allora in gestazione, e a sinistra. Aver avuto ragione ha solo peggiorato le cose per lui: l'anticlericalismo di sinistra non sopporta le sconfitte, le eleva a ingiustizia cosmica, deve individuare un colpevole, un traditore, una quinta colonna. Rutelli è diventato la quinta colonna, e da quel momento si è avvitato in una spirale davvero minoritaria, ben oltre il necessario. Non che i cattolici ex Margherita l'abbiano aiutato: la sinistra dc non gli ha mai perdonato di aver invaso un terreno – le relazioni con gerarchie e associazionismo – che doveva rimanere monopolio; i teodem gli sono sfuggiti di mano, e del resto bisognava saperlo che nel Pd si sentono in missione solo per conto di Dio.
Chi ha dato un'occhiata a La svolta, avrà notato che di tutta quell'epopea rimane ben poco a parte una rivendicazione di fede personale: i conti col minoritarismo sono stati fatti.
Ma non c'è solo la biopolitica, che fa balenare separazioni. Né solo la subalternità europea alla socialdemocrazia, un cedimento che Rutelli in realtà addebita tutto a Franceschini.
L'abbiamo letto proprio sul Foglio giorni fa: Bersani – scriveva un commentatore dalemiano – dovrebbe restituire l'onore a quelli di Unipol.
Ecco. Dopo l'anima, la ciccia. Perché c'è del vero quando si dice che il Pd è nato nell'estate dei furbetti del quartierino, sull'umiliazione delle ambizioni bancarie delle coop. È stata una lotta fra poteri in gran parte extra-politica, ma stracciare il disegno finanziario dei diessini era precondizione per poterci scendere a patti. Coi comunisti vai d'accordo se prima gli hai menato: evocava più Craxi che Moro, ma questa è stata la via rutelliana alla fusione.
Umiliazione mai perdonata, mai dimenticata. E non solo da D'Alema e Bersani. Le coop sono un popolo, sono le feste, sono un mondo. Anche per questo la scelta di Fassino per Franceschini è suonata blasfema (ma Franceschini non avrebbe mai gestito così Bnl-Unipol). Anche per questo Rutelli non può che guardare con dispetto al gruppo di comando che sta scalando il “suo” Partito democratico.
Che ne sarà di lui allora? Intanto Franceschini può ancora vincere, e allora sarebbe un'altra storia. Se toccasse a Bersani, al posto suo cercherei di tenermi stretto il co-fondatore, però so che la storia personale fra i due non è un granché: dopo Unipol, la competition interministeriale sulle liberalizzazioni ha lasciato strascichi. Se invece fossi uno di sinistra nel Pd (a modo mio lo sono), mi farei passare la viscerale antipatia. Perché s'è capito che il Pd dovrà tornare a cercare fuori da sé il candidato per palazzo Chigi, e allora chi può escludere che domani o dopodomani un nuovo centrino – rimpannucciato, ammodernato e spruzzato di verde – non ti ripresenti da fuori il Rutelli che non hai saputo tenere dentro? Pensa la beffa, povero popolo di sinistra.

(dal Foglio)

permalink | inviato da stefano menichini il 2/10/2009 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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2 ottobre 2009
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«Se svejeranno, prima o poi...»
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30 settembre 2009
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Attenti, così nel Pd perdono tutti
Era prevedibile che, alle ultime curve, la corsa dei candidati democratici si sarebbe fatta bagarre. Era un rischio insito nella scelta stessa del meccanismo congressuale, con le due fasi distinte e tutto il resto. Certo, ci sono stati congressi di partito anche più accaniti di questo: ma accadeva al tempo della Prima repubblica, quando i danni di immagine erano meno immediati.
Era stridente ieri il contrasto fra la tempesta polemica fra dirigenti di opposte mozioni democratiche, e la beata operazione propagandistica di Berlusconi fra le nuove case abruzzesi, nel giorno del compleanno: il giorno-sì del presidente del consiglio sarebbe stato difficile da contrastare comunque (le case sono state effettivamente costruite, per quanto si sia lontani dalla fine del dramma), ma è incredibile come il Pd sia riuscito a trasformarlo in una Caporetto comunicativa.
Che era peraltro già annunciata dai giornali della mattina, con alcune indiscrezioni sulla cervellotica e anacronistica trattativa interna a proposito del dibattito televisivo fra i tre candidati: c’è qualcuno al Nazareno che decisamente si prende troppo sul serio, e non ha capito quali sono le cose importanti di cui occuparsi.
Lo scontro feroce scaturito dalla frase di Filippo Penati è un’altra conferma della confusione che regna, perfettamente trasversale, nel gruppo dirigente di un partito che avrebbe la pretesa e il compito di contrastare Berlusconi nel suo momento di massima difficoltà.
Da una parte c’è chi, incoronando con anticipo Bersani, mostra di considerare irrilevante l’opinione dei cittadini che saranno chiamati alle primarie. Dall’altra si risponde con durezza, saltando però una riflessione che viceversa apparirebbe necessaria: com’è possibile che il segretario in carica ottenga solo poco più di un terzo dei voti degli iscritti, che non sono né apparato né truppe cammellate?
Tutti insieme poi non sembrano preoccupati dallo scenario probabile del 26 ottobre, dopo le primarie: il nuovo leader del Pd, l’ipotetico sfidante di Berlusconi, eletto con una maggioranza risicata, alla testa di un partito amaramente diviso e già sottoposto a spinte centrifughe. 

I sostenitori della necessità del congresso, si ricorderà, portavano come argomento che nel Pd non si fosse mai parlato davvero di politica, e che così finalmente si sarebbe fatta chiarezza. Sta accadendo veramente?
L’unico dato sicuramente positivo fin qui è stata la partecipazione di molti iscritti: segnale di vitalità, ennesima dimostrazione di fiducia che è stato offensivo ridurre a girone eliminatorio. Dopo di che, la scelta è stata fatta più sulle personalità e sulle suggestioni identitarie (alluse, non dichiarate) che su linee nitidamente alternative, ora impossibili da distinguere fuori dal politichese.
Uscite come quella di Penati fanno poi anche peggio: tutta quell’ansia per il dibattito politico pare ridursi ad ansia per il ricambio di potere, allora torniamo a pensare che di tanta retorica congressuale si poteva fare a meno risolvendo le questioni di potere prima e in altro modo.
In extremis arriva poi Rutelli gettando sul tavolo una discriminante pesante: l’impossibilità per il partito di dirsi “di sinistra”. Ecco, già un congresso che avesse avuto un simile tema avrebbe avuto una sua forza. Magari Enrico Letta (che dice al New York Times: «La socialdemocrazia è una risposta del Novecento») non si sarebbe trovato dove si trova. Il congresso sarebbe stato ancor più divisivo, ma più sincero. Con vincitori e vinti. Forse ne sarebbe scaturito un partito anche più di sinistra di come probabilmente accadrà, tutti però avrebbero capito di cosa si tratta.
A noi la parola sinistra non fa paura. L’unica paura è che il 26 le cose possano non essere affatto chiare. E che davanti a Berlusconi si ritrovino tanti perdenti e nessun vero vincitore.

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Politica
28 settembre 2009
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Il Pd tra le macerie della socialdemocrazia europea
Di domande ne sono bastate due, altro che dieci. E si sbaglia Repubblica: Gordon Brown non ha affatto accettato di rispondere con spirito britannico al giornalista della Bbc che in diretta gli chiedeva se fosse vero che sta perdendo la vista, e che si imbottisce di anti-dolorifici e di anti-depressivi. Al contrario, la furia e la frustrazione del Labour sono ormai orientati in pari misura verso i Tories, apparentemente destinati al trionfo in maggio, e verso i media che hanno ricominciato a irridere il partito come quando era Old. Lord Mandelson, il comeback kid di tante battaglie, ieri ha infiammato la conferenza di Brighton come ai bei tempi, e oggi altrettanto saprà fare Brown. Ma i bei tempi non tornano (come scrive Lazzaro Pietragnoli oggi su Europa, c’è perfino chi prevede l’estinzione del Labour come partito di governo) e l’atteggiamento aggressivo dei media rispecchia il senso del declino.
(Per la cronaca: Andrew Marr, il giornalista della Bbc, è stato accusato a Brighton di rovistare nella spazzatura, di fare sponda alle diffamazioni dei bloggers di destra, di violare la privacy del primo ministro. E comunque Gordon ha ammesso di soffrire per la vista, pur non rischiando di perderla, avendo avuto entrambi gli occhi lesionati in gioventù giocando a rugby, ma si è rifiutato di rispondere sugli anti-depressivi).
Tramonta così, fra rabbia e gossip, l’era della sinistra liberale più ardita e iconoclasta. Sembra dire, il New Labour: non c’è speranza per nessuno. Né per i dinosauri del Ps francese, né per i rampanti post-blairiani, né per il partito solido per eccellenza, la gloriosa Spd precipitata al minimo storico. Gran parte di questi e di altri partiti socialdemocratici europei farebbero oggi volentieri cambio con le percentuali del Pd, che in Italia sembrano tanto miserevoli.
Questo fa riflettere, o almeno dovrebbe far riflettere. Aspettiamo un momento, prima di decidere (senza dirlo, per carità) di ritirarci nelle enclaves del voto tradizionale, che si rivelano spesso destinate a essere comunque svuotate, magari da partiti di destra ideologicamente agili, non banalmente conservatori e non orribilmente populisti. 

Quel che colpisce della crisi dei partiti socialdemocratici, è che sfugge a qualsiasi catalogazione. Perdono gli ortodossi come gli innovatori, dal governo e dall’opposizione, al nord e al sud. Potresti pensare che il New Labour paghi per aver cavalcato la tigre della globalizzazione liberista. Ma non puoi pensare la stessa cosa della Spd, che cade dopo anni di Grosse Koalition in un paese che non ha perduto la testa per la finanza facile. E che dire del Ps, che ha resistito oltre ogni ragionevolezza all’autoriforma liberale?
Si dirà (e lo diranno, in una logica domestica): i riformisti perdono alla loro sinistra. È il mantra che in Italia ci sentiamo ripetere dal 2001, nonostante tutte le prove del contrario. Potrebbe non essere affatto la dimostrazione che bisogna andare più a sinistra, o fare alleanze con partiti di sinistra che grandi (la Linke) o pulviscolari (in Francia) risultano peraltro irriducibili a logiche di governo. Casomai, sotto i piedi dei socialdemocratici si apre una faglia: da una parte va il voto della protesta sociale, dell’insofferenza, della rabbia; dall’altra va il voto di chi chiede rassicurazioni a leadership di governo solide. I socialisti evidentemente non vanno bene per nessuna delle due opzioni. Ma se scegliessero di inseguire la prima, oltre che andare contro natura, darebbero l’addio davvero definitivo alle ambizioni di governo.
Massimo D’Alema ripete spesso, guardando al sud del mondo, che i riformisti vincono nei paesi giovani, dove è forte la speranza nel futuro. In India, in Brasile, in Cile. A parte che alcuni di loro non amerebbero definirsi socialisti, l’analisi lascia inalterati i nostri problemi: e noi, ora, in questi paesi anziani e pieni di paura?
La fine ingloriosa dell’era New Labour ci impone di farla finita anche con la retorica liberalsocialista, che pure c’è stata. Ciò che vediamo vincere, nel nord del mondo, è il pragmatismo totalmente post-ideologico di Obama, corretto con ampie visioni valoriali ma soprattutto sorretto da un eccezionale carisma personale: troppo, per noi.
La verità è che non ci sono vie di fuga risolutive, oppure strade solo smarrite che basti ritrovare: chi lo racconta inganna. Non si può tornare indietro, non si può scartare di lato, non ci si può innalzare più di tanto. Non resta che andare avanti, sul percorso post-ideologico che ha già portato il Pd ai primi posti in Europa per consenso popolare. La destra italiana non è un aggregato stabile. Per quanto duri da quindici anni, rimane pervasa da un senso di provvisorietà, di avventura fulminante che però nulla di solido lascia dietro di sé, diversamente dalle destre europee che hanno innestato leadership giovani su corpi antichi, capaci di resistere a ogni ricambio. Dunque non c’è fretta, non ci deve essere l’angoscia della sconfitta.
Per quanto incredibile suoni, oggi è più promettente essere riformisti italiani che tedeschi, o francesi, o inglesi. 

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Politica
25 settembre 2009
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Il Pd che si mette nei guai da solo
Ma come si fa? Il clima intorno ai temi bioetici cambia totalmente. Si aprono esplicite e profonde contraddizioni in quel centrodestra che sembrava una caserma. Il parlamento torna ad essere – alla camera – un luogo dove si può fare politica e si possono anche fare leggi decenti. E il Partito democratico che ti tira fuori? Quarantott’ore di follia intorno a una vicenda a questo punto marginale – un’indagine parlamentare sulla Ru486 – che scaraventa l’intero gruppo dirigente indietro di mesi, anzi di anni, in una polemica gratuita, superata dagli eventi e dalle evoluzioni dello stesso Pd.
Che paurosa esibizione di inadeguatezza collettiva. Chi causa gli incidenti. Chi non li sa governare nel partito. Chi non li sa governare in parlamento. Chi ne approfitta per rafforzarsi nel congresso. Chi li sfrutta per dipingersi come un martire. Due giorni di delirio appesi ai giornali, poi tutto rientra.
Non c’è da stupirsi, se chi lavora alla fuoriuscita dal berlusconismo non faccia molto affidamento sul Pd, o lo consideri al massimo un portatore d’acqua. Così andrà a finire nella migliore delle ipotesi, cioè se qualcuno si incaricherà davvero di rompere lo stallo del sistema politico. Ripensandoci, sono ben coraggiosi i finiani che interloquiscono con i democratici su vari temi, in parlamento e nelle Fondazioni: chissà quali sorprese è capace di riservare loro, l’imprevedibile Pd.
In una situazione nella quale il luogo interessante della politica sembra essere fuori dal partito, non dentro, le spinte centrifughe, per quanto non condivisibili, appaiono comprensibili. Se ne farà travolgere anche Francesco Rutelli, come si dice e si scrive dappertutto?
Nel libro che Rutelli presenterà il prossimo martedì 29 (La svolta. Lettera a un partito mai nato) di una simile decisione non c’è traccia. Anche se si mettono a confronto il progetto originario e la sua realizzazione, fin dalla gestione Veltroni, traendone un giudizio decisamente negativo.

La valutazione discende da molti fattori incrociati fra loro: di vita di partito e di esperienza di governo, di vicende finite male e di personaggi che hanno deluso. Il libro è denso ma, visto che Rutelli è un politico in attività, i giudizi sulle ricadute politiche finali e quelli sulle persone rimangono sospesi. A Veltroni, per esempio, l’errore principale che viene addebitato è di aver ritardato discesa in campo e svolta maggioritaria: avesse accettato le profferte di leadership nel 2005 invece che nel 2007, ora avremmo un altro centrosinistra e forse un’altra Italia.
Una cosa da notare, per tornare alla bioetica e anche alle mosse future, è la relativa marginalità che ne La svolta hanno le polemiche biopolitiche. Il tema della laicità c’è, e c’è il giudizio negativo sul ripiegamento culturale che il Pd rischia di avere su questo terreno, ma la questione non è così centrale. Si direbbe che l’epopea teodem (che alla fine a Rutelli, e non solo al Pd, ha portato più danni che vantaggi) sia proprio esaurita.
È una spia interessante, visti i tanti pigri retroscena su Udc e dintorni: chi pensasse che un eventuale laboratorio del centro possa odorare di acqua santa (e quindi autolimitare le proprie ambizioni), si sbaglia.

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Politica
24 settembre 2009
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L'apparato di Bersani
I ragazzi di Bersani si vedono così. È una clip divertente, ricalca un filone autoironico di sinistra molto in voga da quando è finito il Pci, e vuole dare comunque un'idea rassicurante.
Una cosa simpatica. Poi certo non dicano che NON vogliono rifare il Pds perché – detto con grande leggerezza e senza farne alcun dramma – questo è esattamente il loro spirito.


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Politica
22 settembre 2009
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Ora ci sono due destre
Sentiamo scetticismo intorno alla possibilità che qualcosa accada veramente, nel centrodestra e dintorni, per sbloccare il quadro politico inchiodato intorno alla figura di Berlusconi. Il Pd però farebbe un errore se, per non farsi disturbare nelle sue dinamiche interne (le mozioni si differenziano anche nel giudizio sullo sblocco: chi lo vede possibile, chi lo vede remoto), chiudesse gli occhi di fronte al più sensibile cambio di clima del ciclo berlusconiano.
Perché è vero che l’esaltazione populista e l’aggressività verbale non sono mai state così forti, e che Berlusconi tiene ancora saldo il comando, ma è altrettanto vero che mai come adesso abbiamo visto nel centrodestra e intorno a esso mettersi al lavoro gli anticorpi di una cultura democratica, che sa distinguere fra bene nazionale e destini di un capo e che cerca di cucire ciò che Berlusconi spezza: il dialogo sulle cose da fare, sull’interesse del paese, sui suoi valori unificanti. Effettivamente ora si distinguono «due destre», come le chiama Luciano Lanna.
Non deve sfuggire per esempio ciò che è accaduto nei giorni del lutto per Kabul. Non è sfuggito al Secolo d’Italia, anche se non lo ha nominato così, l’effetto ritardato dell’operazione di pulizia politica che è stata fatta a sinistra: liberati da antichi e obsoleti pregiudizi, i paracadutisti sono stati finalmente riconosciuti come figli di tutta una Nazione, non di un solo pezzo. E intorno alla riconferma della missione – scelta politica, assunzione di responsabilità e omaggio al lavoro svolto fin qui – si è avvertita la saldezza di una autentica maggioranza che (come s’è visto) non coincide con i confini delle coalizioni, ma definisce i contorni di una koinè con valori di base condivisi.
Altri esempi analoghi si potrebbero fare, se l’ossessione berlusconiana non vedesse dietro ognuno di questi casi un pericolo mortale per sé, e il lavorìo delle famose élite golpiste (quando casomai ci sarebbe tanto da fare proprio per ricongiungere élite e popolo).
L’articolazione a destra non sarà moneta spendibile a breve. Però sarebbe paradossale se il Pd, dopo aver pagato caro il conflitto con le sue appendici populiste, sminuisse per insicurezza il valore di ciò che di analogo accade dall’altra parte.

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19 settembre 2009
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Serietà sull'Afghanistan. Il Pd è stato fatto (anche) per questo
Allora non è vero che c’è un destino immodificabile che costringe il centrosinistra sempre nell’angolo, a recitare la parte del fronte confuso, diviso, litigioso e soprattutto estraneo ai sentimenti della Nazione.
Nel duro day after di Kabul, l’Italia si ritrova con un governo in affanno che deve recuperare credibilità sul terreno cruciale della saldezza di nervi e di convinzione politica. Con una opposizione democratica solida e fedele agli impegni internazionali assunti, per quanto difficili e controversi siano. Con la solita rissa tra sfasciatori di professione, nella quale si distingue Di Pietro. E soprattutto con un presidente della repubblica che assume su di sé la responsabilità di guida politica e morale del paese.
Ieri a Tokyo Napolitano riusciva a stento a celare il fastidio per la linea contraddittoria, al limite dell’equivoco, che Bossi e Berlusconi avevano esposto giovedì.
Il Quirinale liquida esitazioni e strizzatine d’occhio alle paure dell’opinione pubblica: la missione in Afghanistan non cambia di peso né di obiettivi. Problemi (enormi) e rischi (altissimi) sono già stati valutati nelle fasi dell’invio dei soldati.
Nello stesso tempo, proprio il capo dello stato fa rilevare che dal primo partito d’opposizione non vengono contestazioni ma anzi un sostegno al presenza e al lavoro dei militari. Ci fa piacere che Napolitano abbia ricavato questa valutazione politica dalla lettura dell’editoriale di Piero Fassino ieri su Europa.
La morte dei sei parà della Folgore è una tragedia irrimediabile. Ma nel grande dolore le loro famiglie chiedono rispetto per la scelta di quei professionisti, che vuol dire non voltare le spalle ai loro commilitoni. È una consolazione, per quanto parziale e confinata all’ambito della politica, che il Pd stia facendo il proprio dovere nazionale e sappia esprimere quel rispetto.
Ci sono scelte politiche del passato – a proposito di alleanze e di identità del partito – di cui si discute molto, le cui conseguenze si possono però apprezzare pienamente solo in momenti duri come questo.

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Politica
16 settembre 2009
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Ma che ci sta a fare il Pd in Europa?
Valeva proprio la pena, di fare il Partito democratico e di raccontare in giro che sarebbe stata la vera novità politica della nuova Europa. Prima uscita pubblica, prima prova, primo abbassamento di penne. Ieri i ventuno europarlamentari democratici si sono allineati alla delegazione socialista, dopo averne condiviso il dibattito interno, e hanno concesso a Miguel Barroso una utile astensione (117, contro 382 voti favorevoli e 219 voti contrari). Visto che nel voto segreto di Strasburgo le astensioni non sono contabilizzate come partecipazione al voto, Barroso può vantare ora una maggioranza larghissima, molto oltre il necessario e il veritiero. Soddisfatti, com’è giusto, Berlusconi e Sarkozy, sponsor del portoghese.
Non vogliamo demonizzare i compromessi politici. I leader della delegazione Pd sostengono che, senza l’astensione da loro «conquistata», Barroso avrebbe avuto più voti a favore perché alcune delegazioni nazionali del Pse l’avrebbero votato.
A parte il fatto che nel segreto dell’urna hanno detto di sì lo stesso in varie decine, mentre obbligare a un appoggio esplicito avrebbe significato un aumento parallelo e forse maggiore dei voti contrari (a vantaggio della chiarezza e coerenza politica), il punto vero è la totale internità degli eletti Pd alle dinamiche, ai calcoli e alle mediazioni del gruppo eurosocialista, e in generale di un’assemblea consociativa come quella europea.
L’astensione di ieri è servita a tenere unito il gruppo Asde (ma i democratici italiani non erano andati lì per rinnovarlo, piuttosto che per tenerlo compatto?) e soprattutto a tenere aperta a livello di governi la contrattazione sulle deleghe nella seconda commissione Barroso: una partita che riguarderà i socialisti che governano e contano, non certo il Pd.
Contro Barroso s’erano espressi nei mesi scorsi con toni fieri sia il capogruppo socialista Schulz, che gli italiani, che altri leader progressisti come Daniel Cohn-Bendit. Quest’ultimo ha votato contro, per parte italiana è finita in astensione (in modo del tutto bipartisan fra le mozioni congressuali). Registriamo il fatto. La prossima volta ci risparmino almeno i proclami sull’innovazione, e buon lavoro agli onorevoli eurodeputati.

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16 settembre 2009
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Presi per il naso, oltretutto
Dall'esame dei tabulati del voto odierno del parlamento europeo su Barroso, emerge chiaramente che alcune decine di eletti socialisti (portoghesi, spagnoli e inglesi soprattutto) hanno votato sì, fuori dall'accordo raggiunto nel gruppo Asde sull'astensione.
Rispetto a quanto scrivevo poche ore fa, è la beffa definitiva.
Per cercare di occultare la propria imbarazzante astensione, i furbacchioni che guidano la delegazione italiana si vantavano stamattina di aver sottratto a Barroso dei voti a favore. Eccome. Gli hanno sottratto dei voti contro in realtà, perché quelli a favore gli sono arrivati comunque.
Bella prova (bipartisan) per i vari Sassoli, Pittella, Cofferati, Serracchiani...
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16 settembre 2009
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Gli eurostrateghi democratici
Ecco, questo è l'esordio degli eletti del Pd a Strasburgo. Una bella prova di combattività ed energia, che culmina con una... astensione su un candidato contro il quale si era detto di tutto.
Mah, valeva proprio la pena di fare il Pd e di fare eleggere questi strateghi. Per la cronaca, Barroso ha ricevuto 382 voti a favore, 117 astenuti e 219 no. Era troppo aspettarsi che fra questi 219 no ci fossero anche i democratici italiani? Era troppo, perché c'era da trattare sui portafogli della Commissione. Ma per favore.

UE: BARROSO 2; SASSOLI (PD), DELEGAZIONE SI ASTERRA'

(ANSA) - STRASBURGO, 16 SET - La delegazione del Pd si asterrà oggi nel voto sul rinnovo del mandato a José Manuel Durao Barroso alla guida della Commissione Ue. Lo ha indicato il 
capodelegazione David Sassoli, sottolineando che la decisione del gruppo dei Socialisti e Democratici "ribadisce" l'opposizione del Pd "al candidato della destra Barroso".      
   "Attraverso l'astensione siamo riusciti a convincere anche quelle delegazioni, che per motivi di solidarietà ai propri governi, hanno espresso una valutazione positiva sul presidente designato", ha indicato Sassoli secondo il quale "l'azione della delegazione del Pd ha contribuito a ridurre il consenso sul presidente Barroso".
   "Il nuovo presidente dovrà ora lavorare alla costituzione di una Commissione che preveda portafogli importanti per i commissari del fronte progressista per dare prova di vero europeismo liberandosi dal peso degli euroscettici. Sarà quindi sulla base del programma e degli impegni che assumerà rispetto 
alle nostre richieste che valuteremo la Commissione Barroso nel suo insieme in occasione del prossimo voto di investitura", ha affermato l'europarlamentare. (ANSA)
permalink | inviato da stefano menichini il 16/9/2009 alle 12:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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15 settembre 2009
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Cosa perde il Pd se perde Rutelli
Francesco Rutelli ha smentito molto recisamente l’ultima delle ipotesi giornalistiche che lo riguardano: che nel libro di imminente uscita sia contenuto l’annuncio del suo «addio al Pd». In effetti sarebbe sembrato un modo un po’ eccentrico di abbandonare un’impresa della quale si è fondatori (Veltroni per esempio il libro di commiato l’ha scritto dopo aver dato un addio alle armi canonico). E poi c’è il nodo politico: per quanto Rutelli sia uomo di movimento e di creatività, fuori dal Pd non si vede alcun luogo dove lui possa combattere la propria battaglia.
L’Udc per adesso è... l’Udc: con tutto il rispetto, per ora ce ne vuole di fantasia per immaginarlo nucleo aggregatore di chissà che cosa.
Rutelli dunque garantisce di voler rimanere, e la logica rafforza questa intenzione.
Il che probabilmente sarà però una delusione per tanta gente nel Pd.
Già, proprio così. Perché basta fare un esperimento in una qualsiasi delle feste che si svolgono su e giù per l’Italia. Citare un paio di nomi chiave (appunto: Rutelli; figurarsi: Binetti), e con puntualità si alzano due, tre, cinque voci dalla platea: se ne vadano! Seguono applausi.
Qualche volta, non sempre, il dirigente sul palco aggiusta un po’ il tiro, ma senza mai spendersi più di tanto: al posto degli applausi si rischiano i fischi.
Questa è l’aria che tira, inutile raccontarsi balle. Una che l’aria che tira nelle platee la annusa sempre, Rosy Bindi, a Rutelli l’ha già detto un paio di volte, di togliersi dai piedi.
Si potrebbe osservare: scarsa generosità (dove sarebbe ora la Bindi se non avesse incontrato la Margherita e Rutelli sulla propria strada?). Si potrebbe replicare, con ottimi argomenti: se la sono cercata (perché in effetti Rutelli e i teocon nel Pd hanno a lungo coltivato una strana vocazione minoritaria). Il problema vero però è un altro: il Pd ci guadagnerebbe davvero, se persone come Rutelli si sentissero costrette ad andar via? Sarebbe saggio, lungimirante, da parte di leader e aspiranti leader, non darsi da fare per evitare un simile esito?
Naturalmente questo è un ragionamento che prescinde dalla persona di Rutelli. Che è un leader sufficientemente adulto da farsi i propri calcoli: scommettendo sul fatto che prima o poi il perno del sistema politico possa collocarsi in una zona fuori dal Pd e dal Pdl, sarebbe comprensibile per un ex candidato premier ed ex vicepresidente del consiglio cercare la strada migliore per coltivare le proprie ambizioni e i propri progetti.
Questo però è esattamente il rischio del Pd: quello di consentire o addirittura agevolare («vada via!») una dinamica centrifuga, regalando più o meno intenzionalmente a soggetti fuori di sé una capacità di attrazione, un ruolo decisivo nella composizione delle alleanze, una libertà di movimento rispetto ad aree d’opinione che potrebbero prima o poi “liberarsi” sul mercato elettorale.
Il paradosso è stato già riproposto da Europa altre volte: nell’ansia di espellere da sé soggetti ritenuti culturalmente o politicamente spuri – tipicamente, sul tema della laicità – il Pd potrebbe finire per consegnarsi domani a un potere di veto che non nasce più al proprio interno (dove può essere battuto, o piegato) ma al proprio esterno, presso i propri alleati. Passare dalla padella della Binetti alla brace di Buttiglione, per capirci.
È un tema, inutile nasconderselo, che interroga in primo luogo il possibile Pd di Pier Luigi Bersani. Interpellato sul tema, Bersani si accalora e respinge con durezza la critica di voler tornare al centro-trattino-sinistra che riporterebbe il Pd alla strategia ma anche ai limiti e ai problemi del Pds-Ds. Il Pd che lui vuole non è più ristretto, ma casomai più compatto, più coeso, più unito al momento delle votazioni parlamentari pur dopo un acceso dibattito interno. E non lo vuole «di sinistra», dice: lo vuole «anche di sinistra».
È una posizione decisiva e rassicurante, l’importante è che il corpo del partito la recepisca come tale e non come un rituale richiamo al pluralismo interno.
Il problema non è il pluralismo, perché da tempo nessuno è tanto forte da imporre un pensiero unico, su niente (basti pensare agli ultimi caotici anni dei Ds, appunto) e dunque il pluralismo è garantito a vita. Il problema è la fisionomia del partito di fronte alla società, i segnali che lancia al cittadino-elettore non fidelizzato: voglio ascoltarti, voglio convincerti, voglio farmi cambiare da te. Oppure al contrario no, non mi interessa mettere in discussione la mia identità, posso dialogare con te ma siamo distinti e diversi.
I messaggi si lanciano in tanti modi, anche attraverso le facce di chi c’è, di chi non c’è, di chi arriva e di chi va via. «Meno siamo meglio stiamo» è un concetto perfetto nella canzone di Renzo Arbore. Per fare un partito di governo, un po’ meno.

permalink | inviato da stefano menichini il 15/9/2009 alle 8:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 settembre 2009
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No alla via giudiziaria al congresso
Le pugliesi si stanno rivelando un guaio colossale per Berlusconi. In compenso, i pugliesi stanno facendo dei gran pasticci dentro il Partito democratico.
L’impressione è che, se potesse, la politica nazionale si scinderebbe volentieri pro-tempore da questa regione grande e magnifica. La diserzione del presidente del consiglio dall’appuntamento annuale della Fiera del Levante è molto significativa, anche perché lì Berlusconi ha sempre ricevuto un’accoglienza entusiastica. Ma abbiamo l’impressione che fare un salto a Bari possa essere diventato problematico anche per i candidati alla segreteria democratica.
Questo ci preoccupa, fedeli alla linea che per approfittare delle difficoltà altrui il centrosinistra dovrebbe prima superare le proprie. È inquietante il modo col quale l’inchiesta pugliese sulla sanità è stata scaraventata contro il dibattito congressuale del Pd, con le due maggiori mozioni che non si sono peritate di scambiarsi accuse e messaggi obliqui.
Non siamo nati ieri, conosciamo il problema. La Puglia è una ricca regione meridionale con un apparato imprenditoriale tanto sviluppato quanto aduso a intrecciarsi con il potere politico in maniera assolutamente bipartisan: Tarantini docet.
Sul versante di centrosinistra, dici Puglia e pensi a Massimo D’Alema, che qui ha un radicamento autentico e un forte sistema di relazioni che è stato messo al servizio dei successi elettorali e poi delle amministrazioni di Nichi Vendola, di Michele Emiliano, di sindaci e presidenti di provincia dei centri più grandi. In zone – come ama sottolineare spesso proprio D’Alema – che non sono certo ideologicamente orientate a sinistra.
Senza remore né carità di partito, gli avversari di D’Alema nel Pd stabiliscono un legame immediato fra questa rete di relazioni e le deviazioni di malaffare, che hanno toccato e toccano anche uomini vicini all’ex ministro degli esteri. Le carriere di alcuni di costoro sono in effetti sorprendenti: nessuno fin qui ha spiegato in maniera convincente come si sia potuto promuovere a senatore un assessore dimissionato perché sotto inchiesta. Quel che è certo è che la candidatura nazionale di Alberto Tedesco a suo tempo è costata al Pd più voti in uscita che in entrata. La reazione di amici e alleati di D’Alema a queste accuse è comprensibilmente energica fino a sfiorare la minaccia di ritorsione. Colpiva ieri che Francesco Boccia, il numero due nazionale di Enrico Letta, arrivasse ad avvertire Franceschini che nel fango pugliese potrebbero presto finirci anche amici suoi, oltre che gli amici di D’Alema. Un bel segnale, un bel sistema.
Europa non ha gli strumenti per rivelare o anticipare il lavoro dei magistrati, riesce a maneggiare solo i risvolti e le radici politiche di vicende come questa. A noi pare chiaro che tutti coloro che contano qualcosa in Puglia, e i candidati alla segreteria nazionale, dovrebbero impegnarsi a tenere il congresso nazionale al riparo da questi veleni. L’impressione che della vicenda si riceve da fuori Bari è di straniamento e anche di rigetto: ne abbiamo definitivamente abbastanza dell’uso a fini interni della questione morale. Se la polemica si inacidisse ulteriormente, passerebbe anche la voglia di scegliere tra le attuali opzioni contrapposte (e già non c’è poi questa gran voglia).
Non ci sono alternative per un partito come il Pd rispetto ad affidarsi alla magistratura (senza ricorrere berlusconianamente a ipotesi complottarde) e ad applicare i propri codici interni con rigore.
Ma la Puglia non è l’emblema dei peccati di una corrente. Arriviamo a dire: magari bastasse questa spiegazione. La Puglia è l’emblema di un problema irrisolto dal centrosinistra nella gestione del potere locale, segnatamente nel campo della sanità ma non solo, da Bari a Napoli, a Reggio Calabria, a Roma, a Genova.
Nichi Vendola ha provato ad affrontarlo col machete, non ha avuto neanche lui successo fino in fondo (ed è inciampato su una reazione appunto da vittima di complotto), però in questo modo ne è uscito discretamente, personalmente pulito e con le chances politiche intatte. Si fa così: si mettono al riparo dai veleni le politiche nelle quali si crede e il progetto di partito al quale tanta gente dà la fiducia e il voto. E poi si colpiscono con durezza solo le persone (di partito, di governo, di potere) provatamente compromesse, a prescindere dall’appartenenza. O c’è una via giudiziaria a vincere il congresso?

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 12/9/2009 alle 11:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
7 settembre 2009
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Sgonfiamo la bolla neocentrista
A forza di dire che siamo a un passo dal dopo-Berlusconi, o che ci siamo addirittura già dentro, finisce che uno ci crede davvero. E al povero popolo democratico, già tante volte deluso, manca solo che gli si faccia questa cattiveria: fargli credere che la liberazione dal Cavaliere sia lì, a portata di mano, magari un gentile omaggio da ricevere dopo il congresso. I capi del Pd dovrebbero sgomberare il campo da questa illusione, fare esplodere la bolla invece di contribuire a gonfiarla.
Il centrodestra è nel marasma come non gli era capitato neanche fra il 2001 e il 2006. I segni della crisi della leadership politica di Berlusconi sono evidenti. Europa ha già scritto più volte della disperazione che spinge Feltri al cannibalismo. Ma il comando, inteso in senso puro, assoluto, è ancora nelle mani del presidente del consiglio che lo usa con cinismo e con violenza crescente: dopo quello di Boffo, altro sangue dovrà scorrere prima che la Salò berlusconiana trovi pace.
Anche per questo, non c’è nulla nel panorama politico che giustifichi i calcoli del Pd su alleanze risolutive, o anche solo liberatrici. Innanzi tutto, non ci sono segni di erosione del consenso elettorale del Pdl e della Lega, anzi. I rapporti di forza, bene che vada, sono quelli del 2008.
Il progetto neocentrista di Casini e/o altri è al massimo ago della bilancia teorico in alcune regioni. E i capi dell’Udc ripetono a ogni occasione il disinteresse verso qualsiasi alleanza politica che li assimili al centrosinistra. Ipotizzare “piani esterni”, magari con la benedizione vescovile, come viene fatto dai giornali suscitando le aspettative di chi li legge, causa invece ironie in coloro che ne dovrebbero essere promotori.
Nel Pd questi concetti dovrebbero essere più chiari. Per salvare qualche Regione andrà  fatto ogni sforzo, naturalmente. E certo occorre farsi trovare preparati in caso di collasso berlusconiano, per quanto ipotetico sia. Ma orientare il congresso Pd su simili ipotesi a breve, questo sarebbe il più crudele degli auto-inganni. Per non dire che arretrare dalla vocazione maggioritaria a doversi affidare a Casini, Fini o Montezemolo appare quanto meno depressivo.

permalink | inviato da stefano menichini il 7/9/2009 alle 23:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
2 settembre 2009
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VeDrò, software senza hardware
Che l’appuntamento organizzato da Enrico Letta a Drò sia uno dei momenti più interessanti e vivaci del dibattito estivo, è ormai cosa assodata. Un numero crescente di partecipanti – oltre quattrocento quest’anno, quinta edizione – grande varietà di esperienze e punti di vista, un dato generazionale importante (anche se ormai stemperato) ma non più esibito come bandiera. Poi c’è l’aspetto politico, e Letta ama che si sappia che dalle sue parti il bipartisan è di casa. Una vocazione di famiglia, si direbbe. L’importante è che si tratti di un bipartisan non ufficiale, fatto non dalle figure canoniche della politica bensì dai partecipanti ai workshop dei quali non puoi immaginare di quale parte siano prima che comincino a parlare (e spesso neanche dopo).
Il nocciolo duro di VeDrò è naturalmente l’area che Letta riunì intorno a sé al tempo delle primarie, e che oggi si è più o meno posta al servizio della candidatura Bersani, pur senza zelo eccessivo. Il congresso del Pd entra comunque marginalmente nelle discussioni, spesso più come battuta che altro. E gli oggetti degli sfottò (oltre agli assenti) sono principalmente i medesimi lettiani, nella parte non facile di ala destra di una mozione che vuole ricollocare il Pd a sinistra: ma, come s’è detto, questo aspetto è stato marginale perfino in questa edizione “congressuale”.
Per dirla tutta, l’atmosfera di VeDrò ricorda quella dei momenti migliori della Margherita: i Big Talk, i seminari, i convegni ossessionati dall’innovazione, dalla concorrenza, dal merito, dalla lotta ai corporativismi. Sembra un secolo fa, era la legislatura 2001-2006. Legislatura d’opposizione, come l’attuale anzi perfino più bloccata dell’attuale. Ma un’opposizione durante la quale fervevano i preparativi per una stagione che si prevedeva di grande rottura positiva. Elettorale, politica e programmatica, con sullo sfondo il traguardo del Partito democratico da far nascere, al quale rimettere tutto questo software liberale nuovo di zecca.
Come è andata a finire, si sa. Appesi a due senatori di maggioranza, la rottura c’è stata ma di tipo molto diverso. La rivoluzione liberale nel Pd è stata annunciata giusto in tempo per essere revocata, perfino dal suo ispiratore Prodi. E oggi i laboratori di VeDrò si animano sapendo però di svolgersi su un pianeta separato dalla realtà (qualcuno direbbe che loro sono la realtà: punti di vista). A Roma si consuma una macelleria di tutt’altra specie. Alle riforme il centrodestra non ci pensa, e chiederle al centrosinistra pare ingeneroso. Ovunque si guardi, non è un bel vedere. E i ragazzi (cresciutelli) di VeDrò producono con spirito tanto bel software per un hardware che purtroppo non è sul mercato.

permalink | inviato da stefano menichini il 2/9/2009 alle 23:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3)


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