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Politica
10 aprile 2012
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Ma un leader ci vorrà sempre
Non date per estinto il partito personale, avverte colui che il concetto l’ha inventato cioè Mauro Calise. Tesi importante, visto che dalla crisi di berlusconismo e bossismo il Pd pensa di poter uscire come l’unico vero partito sulla scena, emendato da tentazioni personalistiche, con radicamento territoriale e regole democratiche perfettibili ma inesistenti altrove.
Bersani può dire di aver puntato giusto: ha scommesso sulla crisi della forma tipica del partito della Seconda repubblica (oltre che sui suoi uomini simbolo) e ne ha fatto il tratto caratteristico della presenza sulla scena (da “uomo normale”). Non c’è bisogno di ricordare i molti passaggi nei quali la sua immagine di normalità è stata ricercata e proposta. Gli ultimi eventi (articolo 18) hanno premiato il lavoro del leader mediatore che interviene in prima persona solo in extremis, che cuce più che strappare.
Tutto vero ma guai a illudersi sul ritorno ai partiti di massa, di nuovo fondati sulla difesa di interessi distinti e in conflitto fra loro, guidati da gruppi dirigenti collegiali e intercambiabili. «Cose che valevano per l’ottocento e il novecento», taglia corto Calise, e lo dice all’Unità: la prevalenza e velocità dei media, l’individualismo, la frammentazione degli interessi continueranno a premiare la personalizzazione della politica.
È un avviso da considerare. Ci sono dati della modernità non revocabili. Uno di questi è il bisogno degli elettori di far coincidere la proposta politica col nome, il volto e la credibilità di chi la avanza. Forse con Berlusconi e Bossi (in attesa che fallisca qualcun altro) è finita un’era di populismo e demagogia, fattore degenerativo del dibattito pubblico e della vita interna dei partiti. Ma la necessità di proporre leadership forti non è venuta meno.
Essenziale è che cambino i fattori che definiscono la forza: non più la ricchezza, l’estetica, l’arroganza del politicamente scorretto, bensì la competenza, lo spessore internazionale, il rispetto delle regole, ovviamente l’onestà. Anche da questo punto di vista il governo Monti ha alzato l’asticella da superare.

permalink | inviato da stefano menichini il 10/4/2012 alle 7:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
6 aprile 2012
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Lega, non è più il tempo delle avventure
La crisi letale ha le fattezze rubizze di un faccendiere, il volto congestionato dalla rabbia di una vicepresidente del senato detta la Badante, la faccia da schiaffi di un erede noto come la Trota (schiaffi nel senso di quelli che avrà rimediato da suo padre nelle ultime ore). Una roba a metà fra Balzac, commedia all’italiana (che beffa) e tragedia shakespeariana.
Ma la Lega Nord – simbolo della Seconda repubblica, dopo Berlusconi – è spinta in questo sprofondo da un doppio fallimento, molto più grave e irrimediabile delle ruberie di un Belsito.
Bossi ha fallito catastroficamente nella sua missione nel nome del Nord contro l’Italia. Il potente soffio rivoluzionario che spirava tra il ’90 e il ’92 s’è spento un po’ alla volta, come la voce del capo. E in chiusura del ciclo, il massimo che la Lega consegna alla sua inesistente Padania è un pugno di discreti amministratori, non a caso alla ricerca di una via d’uscita per sé ora che l’epopea collettiva finisce nel nulla.
Il secondo fallimento, dalle conseguenze anche più profonde, è quello del partito personale. Bossi molla umiliato, Berlusconi svanisce tipo gatto del Cheshire. E poi Grillo non sfonda, Di Pietro e Vendola rimangono a metà, i sindaci più ambiziosi restano parcheggiati o impantanati, nomi nuovi appaiono e scompaiono in un amen, inevitabile risorge il proporzionale: insomma, si chiude l’era delle piccole o grandi avventure legate alla singola personalità.
È un paradosso, perché invece il momento (paragonato spesso al ’92-’93) è di nuovo di grave crisi dei partiti, la capacità di leadership personale continua a contare per l’opinione pubblica (come spiegare altrimenti il caso Monti, il consenso per Napolitano?), proprio ora dovrebbe aprirsi lo spazio per i newcomers. Invece niente.
L’unica spiegazione è che, un po’ come accadde col ventennio fascista, abbiamo fatto indigestione di uomini simbolo. Il vuoto lasciato da un duce venne allora colmato da grandi masse, organizzate in partiti capaci di nuove narrazioni: un passaggio storico irripetibile. Che cosa verrà adesso?
Il Pd, pur con tanti problemi, è la forza centrale del campo politico anche perché con Bersani ha investito su un altro modello. Il vuoto intorno però fa spavento, il futuro offre molte più incognite che certezze. Grazie anche, pensate un po’, a gente come la Trota. 
permalink | inviato da stefano menichini il 6/4/2012 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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