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Politica
10 febbraio 2012
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monti obama pd bersani berlusconi
Monti, il Pd e l'Italia che piace a Obama
Il successo di Mario Monti negli Stai Uniti è stato talmente clamoroso, che qui in Italia ci si è preoccupati, giustamente, di abbassare un po’ i toni retorici. Si fa presto a passare dalla vergogna di essere italiani davanti al mondo, al giustificato compiacimento per il nuovo ruolo, fino all’esagerazione di credersi davvero i salvatori dell’Europa. È evidente che Obama si aggrappa a qualsiasi leader che possa contribuire a stabilizzare la situazione oltre Atlantico: se siamo diventati parte della soluzione invece che del problema, bene. Ma rimaniamo nei nostri panni.
Detto questo, Monti torna oggi a Roma con una forza decuplicata rispetto solo a una settimana fa. C’è da aspettarsi che Napolitano, alla prima occasione, sottolinei questa novità.
La prima verifica del potere contrattuale del governo sarà, al senato, la conversione del decreto sulle liberalizzazioni, che il premier ha chiesto da Washington di lasciare quasi immutato: sul punto avevamo già registrato prima del viaggio l’alleggerimento delle pressioni lobbistiche veicolate dal Pdl. Come, all’opposto, Bersani è parso confermare il via libera del Pd a un accordo sul mercato del lavoro che si spinga fino a ritoccare i criteri di applicazione dell’articolo 18: la mediazione Cisl ha fatto strada.
Naturalmente c’è sempre il paradosso per cui, quanto più Monti si rafforza in Italia e fuori, tanto più possono affiorare le insofferenze dei partiti nei suoi confronti.
Berlusconi non può aver vissuto con piacere le scene dalla Casa Bianca e la copertina di Time confrontata a quella in cui appariva lui. Da qualche tempo però la strategia della freddezza s’è trasformata nel Pdl in strategia dell’appropriazione: hanno capito l’errore madornale che stavano compiendo.
Il Pd occupa già, con più naturalezza, la posizione di “primo sostenitore”, cosa che gli italiani hanno percepito come si vede dai sondaggi. Il suo problema d’ora in poi sarà di non contraddire la scelta, non compromettere il vantaggio. Dipenderà anche dal tipo di Italia che prospetterà per il dopo-Monti: non potrà essere la negazione dell’Italia che piace a Obama.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2012 alle 19:56


Politica
28 maggio 2011
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Nelle mani di Napolitano
È vero che Napolitano vuole tenersi alla larga dalle intemperanze di Berlusconi. E che dunque non ha intenzione, in queste ore a Varsavia, di sfiorare l’argomento delle “rivelazioni” del premier a Obama.
Per noi, che invece ieri gli avevamo chiesto un intervento sollecito ed esplicito, quel che il capo dello stato decide e fa, è deciso ed è fatto bene. Ognuno sa come adempiere ai propri doveri, il presidente lo sa meglio di chiunque altro.
A Deauville, l’Italia che è stata messa in scena era caricaturale, ridicola. A Varsavia – con Napolitano, senza Berlusconi, e per di più all’indomani dell’attentato ai caschi blu in missione di pace – deve vedersi tutto un altro paese. Col presidente americano si parlerà di primavera araba e di Europa, ha preannunciato il Quirinale. Il loro primo incontro, ieri sera, è stato caloroso, cordiale: l’opposto del penoso stalking di Berlusconi.
Anche noi però abbiamo un dovere, che è quello di insistere sul tema della dignità nazionale offesa, tanto più dopo la invereconda conferenza stampa di chiusura del G8, ieri.
Può darsi che il tramonto berlusconiano si esaurisca nella tragedia di un uomo ridicolo. Tragedia, però: dunque non va sottovalutata. E la tesi adombrata da Frattini (sostanzialmente, che il premier non ci stia con la testa) non attenua ma aggrava la preoccupazione.
Allora, anche se Napolitano non vuole occuparsene ora, non c’è dubbio che il rappresentante della Nazione e capo della magistratura non possa ignorare le accuse all’Italia e al suo sistema giudiziario che Berlusconi ha diffuso in maniera ossessiva presso i leader mondiali.
Diciamo dunque che questo estremo gesto di disperazione andrà a sommarsi, nel dossier di Napolitano, ai tanti altri gesti con i quali Berlusconi ha danneggiato il proprio paese.
Da lunedì sera – nel pieno di quella che sarà la drammatica implosione del centrodestra e lungo una settimana peraltro stracolma di contatti internazionali in occasione del 2 giugno “speciale” per i 150 anni – le sorti dell’Italia saranno, come mai prima, nelle mani di Napolitano. È un gran sollievo, un motivo in più di fiducia in una vigilia piena di belle promesse.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/5/2011 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
26 maggio 2011
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Presidente, tocca a Lei
Da Europa non abbiamo mai rivolto appelli al presidente della repubblica. Mai tirato per la giacca, mai sollecitato a interventi che andassero oltre le sue prerogative, mai preteso che dirimesse controversie politiche. Anzi, soprattutto negli ultimi tempi abbiamo dovuto notare come la gravità della crisi italiana forzasse Napolitano a fare e a dire fin troppo.
Ora però siamo convinti che sabato a Varsavia – o già prima, forse già in queste ore – il capo dello stato debba interpretare il proprio compito più tipico di alto rappresentante del paese.
C’è un vulnus gravissimo da sanare. C’è una dignità nazionale da ripristinare, davanti ai leader mondiali e in particolare davanti al presidente americano.
Berlusconi – che ha già tradito le promesse agli italiani, e di questo gli elettori gli stanno presentando il conto – ieri ha tradito anche la Nazione: descritta a Obama come una dittatura, nel corso di un penoso imbarazzante agguato, col volto stravolto dall’ansia, le parole smozzicate di un disperato.
A noi tocca di liberarci con la forza della democrazia e della politica di questo rovinoso personaggio. A Napolitano, dispiace per lui, tocca di ripristinare l’onore d’Italia, con la statura di grande leader morale che proprio Barack Obama gli volle riconoscere.
permalink | inviato da stefano menichini il 26/5/2011 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 maggio 2011
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Il partito americano che non c'è
Se è vero che negli ultimi cinque mesi si sono consumati traumi epocali, innescati dal suicidio di Bouazizi in Tunisia e culminati con l’uccisione di bin Laden ad Abbottabad, perché tanta gente continua a discutere di Occidente e Islam con la testa rivolta all’indietro? Perché c’è chi ha bisogno di ribattere sulla continuità fra Bush e Obama, come se l’ideologia della guerra di civiltà li accomunasse quando invece uno vi è entrato, in reazione all’11 settembre, e l’altro si è dato la missione di uscirne? Perché tanta ansia di tenere vive al Qaeda e la sua minaccia, ridimensionando non solo il ruolo di Osama ma anche i colpi durissimi che la rete del terrore fondamentalista ha preso negli ultimi anni? E perché da sinistra a destra (e anche qui su Europa, il nostro amico e sempre benvenuto Franco Cardini), c’è ancora chi sa pensare all’America solo come un regime costruito sulla violenza e le falsità propalate dai suoi pennivendoli? Come minimo, è la stessa pigrizia che indusse tanti “esperti” a ritenere impossibili, perfino mentre accadevano, i rivolgimenti in Tunisia, in Egitto, e ora in Siria. Come del resto erano impensabili, via via retrocedendo, il presidente nero, la Cina superpotenza capitalista, la caduta del Muro. Invece i muri cadono, e possono anche metterci poco.
Non c’è una regia, e non c’è in corso alcun miracolo progressista. Semplicemente, America e mondo arabo, in parallelo e con tempi e modi diversi, stanno uscendo ognuno con le proprie gambe dall’incubo dell’11 settembre, dal tunnel della guerra di civiltà che s’è rivelata un peso insostenibile.
Per questo è importante capire dove può collocarsi l’Italia, in un flusso che non sarà senza contraddizioni, frenate, ricadute. Su qualcosa occorre scommettere, a qualche grande disegno occorre appendere l’agire politico. E siccome una strada solo nazionale non esiste ecco il senso ora, per un democratico, di battersi coerentemente per quello che chiamiamo il nuovo “partito americano” in Italia.
Un partito americano in Italia c’è sempre stato, dal secondo dopoguerra. Qualche volta era il partito dei liberatori e qualche volta si scriveva con la kappa. Qualche volta tramava e qualche volta varava grandi riforme. L’anomalia odierna è che non esiste più, se non in alcune frange intellettuali oltre che, naturalmente, in ogni angolo e minuto del consumo culturale di massa.
Il più grande traditore di questa costante storica è colui che s’era proposto come l’americano per eccellenza, cioè Berlusconi. E che oggi non è solo il politico europeo peggio considerato a Washington per i noti e abbondanti motivi. È soprattutto il meno dinamico, il più passivo, inevitabilmente tagliato fuori dalla modernità, come è evidente perfino nel luogo da dove aveva lanciato la propria rivoluzione: le sue televisioni.
Il nuovo partito americano cui dar vita in Italia è altra cosa dal passato. È il partito di Obama, il partito della fuoriuscita non solo dal Novecento, ma anche dalla partenza avvelenata del terzo millennio. Il partito di chi vuole vincere le guerre di civiltà, globali e domestiche, nell’unico modo possibile: non facendole, pur determinato a far valere i propri valori e a neutralizzare i propri nemici mortali.
Sono tanti i risvolti possibili di una opzione di questo tipo, dichiarata e praticata. Vorrebbe dire riconquistare uno spazio e un senso in Europa, dove Obama non riesce a trovare interlocutori strategici, non episodici (fino a giudicare il continente, anche per questo e giustamente, residuale).
Vorrebbe dire ripristinare relazioni politiche e commerciali sane e non morbose con le autocrazie orientali, con la Russia di Putin, senza le folli identificazioni personali e ideologiche di Berlusconi.
Vorrebbe dire tenere in casa un fronte aperto contro lo sterminato partito trasversale dei negazionisti, dei complottisti, contro l’antiamericanismo a prescindere che langue (ma sopravvive) a sinistra, mentre prospera in una destra localista, egoista, no-global, anacronisticamente protezionista.
Vorrebbe dire, infine, assumere anche sulle policies interne, comprese quelle bioetiche, l’approccio pragmatico dell’amministrazione americana, che si dà come bussola la convergenza e mai la divisione.
Si dirà che sono vasti programmi, che non tengono conto della realtà italiana, incatenata ancora al macigno berlusconiano. Vero, nulla ha senso senza la previa rimozione del macigno. Ma la scelta della propria identità e del proprio ruolo nazionale non sarà estranea a come si uscirà dal berlusconismo.
E non vorremmo proprio uscirne dalla parte sbagliata. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/5/2011 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
4 maggio 2011
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Panciafichisti al governo
Erano troppo piccole, le bandiere a stelle e strisce con le quali il Foglio, Libero e il Giornale hanno decorato le prime pagine. Dovevano farle più grandi, avvolgervi l’intera edizione. E strillare più forte di quanto abbia fatto Sallusti «siamo tutti americani». Sì, devono inventare qualcosa di più clamoroso per nascondere la realtà opposta, per distrarci dal fatto che il governo da loro appoggiato è, nell’intero Occidente, il più riluttante a dare una mano a Obama.
Sallusti e Ferrara se la prendono con non meglio precisati pacifisti, con chi «non ha la necessaria voglia di battersi». Ma dove si annidano questi panciafichisti, questi renitenti alla leva occidentale? Glielo suggeriamo noi. Si annidano nel governo italiano. Anzi, lo guidano. Sono politici animati da una cultura regressiva, piccole patrie e antiglobalizzazione, egoismo localistico e rigetto delle responsabilità nazionali.
Si chiamano Bossi, Maroni, Calderoli, gente pronta a infiammare le piazze sotto casa esibendo stupide magliette, ma vilmente acquattata di fronte alle conseguenze dei propri atti, e in generale agli obblighi derivanti dalla posizione dell’Italia nel mondo e nel Mediterraneo. Fosse dipeso da loro in Afghanistan non avremmo mai messo in piede, e Saddam e Milosevic sarebbero ancora al proprio posto.
Davanti ai leghisti, invece di rivendicare la bontà degli impegni assunti in Libia, un premier inerte, passivo e screditato si nasconde dietro la pretesa impopolarità della guerra a Gheddafi e con questa scusa accetta, pur di sopravvivere, immaginari limiti politici e temporali alle missioni.
Provvedono un viceammiraglio della Nato, o perfino il ministro Frattini, a smontare la buffonata della mozione “di maggioranza” al voto oggi. Porre limiti di tempo? Lo deciderà Gheddafi quando avremo finito in Libia: sarà quando lui se ne sarà andato.
Quanto ai giornali berlusconiani, Foglio a parte, possono ammainare stelle e strisce. Non dimentichino la rivelazione che proprio loro ci avevano fatto: e cioè che prima di far fuori bin Laden, Obama stava ordendo ben altro complotto. Quello contro Berlusconi. 
permalink | inviato da stefano menichini il 4/5/2011 alle 8:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 maggio 2011
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Qui ci vuole un "partito americano"
È vero, la morte di Osama bin Laden sembra essere più il sigillo a una stagione chiusa da tempo, che l’innesco di un’epoca nuova, in realtà già cominciata soprattutto nei paesi della primavera araba. Spariscono in modi diversi i protagonisti della guerra di civiltà, nella versione che ha aperto il terzo millennio. Le cose e le persone, le opportunità e i rischi, sono dovunque affatto diversi da quelli che ci hanno angosciato per un decennio.
Proprio per questo è giusto chiedersi: chi è oggi, anche in Italia, in grado di stare al passo con questa epoca mutata? Se lamentiamo ogni giorno il ritardo italiano rispetto alle dinamiche mondiali, ci viene subito da volgere lo sguardo, dalla dimensione planetaria ancorché simbolica della morte di Osama, al nostro posticino nel grande quadro.
Ed ecco il contrasto stridente, fastidioso. L’America di Obama chiude il capitolo dell’11 settembre ed è già riposizionata – in maniera pragmatica, non dottrinaria – in uno scenario che cambia anche oltre le sue previsioni. Noi arranchiamo, con un governo che nei prossimi giorni dovrà violentare la logica e la lingua italiana per mantenere una maggioranza sulla linea del pieno intervento nella crisi libica (e non è detto che ci riesca).
La Libia è la grana, fra le molte, che spetta a noi affrontare. Dobbiamo farlo d’intesa con gli alleati, a cominciare dagli americani, e a questo proposito chi aveva scommesso su un Obama pasticcione e confuso dovrebbe ripensarci rapidamente e dimostrare di saper condividere con Washington gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli. Di più: dovrebbe dimostrare di muoversi con convinzione, non sempre facendosi trascinare, strattonare, subendo e imprecando sottovoce, anzi spesso a voce alta.
Berlusconi, anch’egli uomo di un’epoca superata, è chiaramente fuori gioco. Un uomo paralizzato, costretto ieri a commentare Osama dalle scale di un tribunale. Anche su questo il Pd dovrebbe attaccare e proporsi come alternativa: come l’unico partito che, proprio per difendere l’interesse nazionale, possa anche proporsi come il partito europeo e “americano” in Italia.
permalink | inviato da stefano menichini il 3/5/2011 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 aprile 2011
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Almeno la Coppa l'abbiamo difesa?
Una domanda a questo punto si impone: la Coppa del Mondo del 2006 l’abbiamo tenuta, vero? E non è che per caso abbiamo chiesto scusa per la testata di Materazzi a Zidane? Domande paradossali, ma mica tanto: da ieri è ancora più evidente a tutti, amici, avversari e osservatori neutrali, che non c’è limite a quello che può accadere quando la sfacciataggine di Berlusconi incrocia la realpolitik.
Abbiamo alle spalle settimane in cui Pdl e Lega hanno alimentato, facendo ampio uso dei propri giornali, ogni tipo di sentimento antifrancese. Su Sarkozy e contro Sarkozy s’è detto e letto di tutto, senza farci mancare neppure l’ostracismo al camembert e gli sfottò a Carla Bruni.
Poi, nel breve volgere di un vertice fra presidenti, ci siamo riscoperti paese debole, ricattabile, subordinato, e ai toni altezzosi è subentrato l’allineamento su tutti i fronti, da Schengen alla Libia, dal business nucleare a quello caseario. E perché? Perché un’altra potenza che a destra va di moda disprezzare – l’America di Obama – aveva esercitato una leggera pressione perché anche Berlusconi, come già da tempo il ministro Frattini, la smettesse con questa buffonata dell’autonomia italiana.
Sarebbe difficile, e ingiurioso, dover rinunciare a una autentica autonomia. È facile invece rinunciare a una buffonata, anche se le scelte sono terribilmente serie come è serio e difficile da assolvere l’impegno a chiudere i giochi con Gheddafi.
C’è da sperare che le cose vadano bene, e per questo va rafforzata come chiede Napolitano la coesione nazionale (il che significa mettere ai margini la Lega, espropriarla del diritto di veto sulle scelte strategiche del paese). Ma l’Italia non potrà mai più difendere i propri interessi – che possono legittimamente essere diversi, in alcune occasioni, da quelli dei suoi alleati – finché a parlare per suo conto sarà un uomo inadeguato, più che per la decenza personale, per il suo patetico anacronismo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 27/4/2011 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
30 marzo 2011
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Ma da dove nasce questa gran rupture?
Dunque, come Europa titolò una settimana fa, molto più che con la Libia di Gheddafi l’Italia è in guerra con la Francia di Sarkozy. Guerra totale, politica, economica, finanziaria, diplomatica, e su tutti i fronti compreso quello – letterale – che i francesi ricordano con rabbia. Già, perché a Mentone la gendarmeria ha abbassato le sbarre, e sono centinaia i tunisini che vagano per le strade di Ventimiglia, piccola Lampedusa, impossibilitati a sconfinare come fecero nel ’40 gli avanguardisti di Italo Calvino.
Le cronache non ci dicono se l’esclusione dell’Italia dalla videoconferenza dei big europei con Obama sia stata richiesta dal marito della Bruni, da quel Cameron che alle feste racconta barzellette su Berlusconi (non di Berlusconi), dall’abbronzato che secondo Belpietro fa ordire trame anti-italiane alla Cia, o dalla Merkel ancora scocciata per quella telefonata cafona e il mancato saluto in riva al lago.
La versione più probabile è che tutti siano d’accordo nel tenerci alla larga dai momenti che contano, lasciandoci da soli a grattare la rogna fin qui peggiore della crisi nordafricana, cioè l’emergenza profughi. Il che è offensivo per il paese intero – considerando che l’Italia è molto più Napolitano lunedì all’Onu, che Berlusconi sul predellino di corso di porta Vittoria – ma va valutato come un dato.
Possiamo escludere che dalla Casa Bianca all’Eliseo siano tutti lettori di D’Avanzo e amici di Zagrebelski, poi per anni ci hanno insegnato che i leader internazionali le pruderie se le fanno passare facilmente, quando vogliono. Nessuno opera per un regime change in Italia. Più banalmente, l’esperienza insegna che Berlusconi non è politicamente affine alle linee di intervento occidentale; che non lo è, dichiaratamente, sulla Libia; e che non è personalmente affidabile per i rapporti preferenziali con Putin, al quale racconta da anni, in tempo reale, ogni particolare dei vertici occidentali ai quali è invitato.
Non è antiberlusconismo, esterofilia, constatare che siamo politicamente fuori asse, e ne paghiamo le conseguenze. C’è un modo per uscirne: che Berlusconi riesca dare a Gheddafi l’ultima delle pacche sulle spalle, la più forte, e lo spinga davvero all’esilio come Frattini racconta in giro. Ne saremmo felici, anche per il rodimento procurato a Sarkozy. Che a noi non piaceva neanche quando da queste parti, dal Foglio a Fini, la sua rupture non era bullismo ma una gran figata.
permalink | inviato da stefano menichini il 30/3/2011 alle 7:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
9 marzo 2011
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Antiamericani a destra
In origine, ma solo apparentemente, ci fu la propensione di Silvio Berlusconi per gli amici repubblicani Usa, la paura di ritrovarsi cariatide di una stagione antica in un mondo travolto dalla novità Obama, la velocità del cambiamento nelle gerarchie della business community americana rispetto alle relazioni del vecchio Berlusconi.
Tante altre cose vennero di conseguenza. La simpatia per l’autocrazia russa diventò relazione privilegiata, intreccio personale e d’affari, fino ad affidarsi alla protezione di Putin e dei suoi servizi segreti. Il ruolo di cerniera coi regimi mediorientali o est-europei, non più richiesto da Washington, si tramutò in bilateralismo fra uomini forti, chi desidererebbe esserlo e non lo è, come Berlusconi, e chi lo è o lo era, da Lukashenko a Mubarak, da Erdogan a Gheddafi.
Ma questa storia la conosciamo bene e WikiLeaks ci ha svelato quale feedback generasse fra gli americani. Quello che va oltre – anzi, viene prima – e in questi giorni riaffiora, è l’antiamericanismo che si scatena da destra, prendendo il posto, le tesi, le movenze, di quell’antiamericanismo di sinistra costretto in sonno dall’eccezione del primo presidente nero.
Oggi la parte che fu dei nostalgici della Decima che resiste a Nettuno (alla Alemanno, per non dimenticare) è interpretata dai giornali berlusconiani, quelli che ogni tanto sussurrano che i guai di Berlusconi con le prostitute nascono da un complotto della Cia.
Libero sfotte a titoli di scatola contro «il pistolero pistola», Obama che vorrebbe intervenire in Libia ma non può farlo. Il mondo ciellino e quello leghista si ricompattano contro il nuovo imperialismo Usa: l’uno e l’altro diedero già prova con Milosevic e Saddam di quale fosse il loro campo. Da Massimo Fini a Giacalone a Veneziani, gli intellettuali di destra danno l’altolà all’intervento in Libia, un’altra guerra «per il petrolio», travolgendo le timidezze di un’estrema sinistra italiana che non sa se seguire su questa strada Chàvez e Castro.
Veltroni si chiede perché il pacifismo non si muova per gli insorti di Bengasi. Forse si muoverebbe anche, se non lo paralizzasse il dubbio di fare un favore agli Usa. E chissà se è più ostinato l’antiamericanismo muto di questa sinistra disorientata o quello loquace e volgare di una destra antica e sotto sotto razzista. Già perché, oltre che democratico, quel pistola di Obama è anche un po’ abbronzato.
permalink | inviato da stefano menichini il 9/3/2011 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
4 ottobre 2010
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Il cattivo di Obama torna a casa
permalink | inviato da stefano menichini il 4/10/2010 alle 13:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
3 ottobre 2010
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Piccola polemica a margine di Ferrara

Mi pare perfino superfluo rilevare che Internazionale e il suo Festival di Ferrara non sono il male assoluto nella stampa italiana, come ha imprudentemente scritto Christian Rocca, e se per questo neanche il male relativo. Anzi li metterei di corsa nella colonna del bene, oserei del bene relativo. Non mi spingo fino al bene assoluto intanto perché conosco solo qualche assoluto ed è tutto fuori dalla politica e dal giornalismo, di solito si tratta di sentimenti, di musica e di tifo calcistico. E poi perché alcune delle firme che ritrovo su Internazionale non convincono neanche me, compreso Ramadan e compreso Robert Fisk che nel Medio Oriente ci sta da maestro, sì, ma ho conosciuto pochi maestri più unilaterali e parziali di lui: libero lui di esserlo, libero io di fidarmi molto relativamente. Appunto.

Va da sé anche che Rocca non è l’ultima raffica del bushismo, meritevole del contro-linciaggio che gli hanno riservato qui alcuni lettori del Post. Ha una sua peculiare convinzione sull’America e sul mondo, a volte ci ha preso e più spesso no, secondo me: però è uno col cui punto di vista mi piace fare i conti. Stavolta ha fatto un errore trascinato dalle sue idiosincrasie, ha bombardato un luogo di libera discussione solo perché lì parlava anche gente che lui non sopporta.
Forse andrebbe invitato a Ferrara, una volta che si fosse fatto perdonare per la comica demonizzazione del mite Giovanni De Mauro. Così vedrebbe da vicino, e gli piacerebbe, lo spettacolo di migliaia di ragazzi che sciamano da un dibattito all’altro – alcuni davvero ostici – in un’era e a un’età in cui al massimo si sciama da un pub all’altro.

A me questo piacere è toccato quest’anno – ok, il dibattito sulla destra americana non era segnalato dal Post come meritevole, ma si sa che il Post è il male assoluto – e vorrei dare una notizia a Rocca: uno dei suoi nemici personali, Alexander Stille, che convince pochissimo anche me quando fa il grillino in Italia, quando parla di Usa, Obama e dintorni è persona pacata, ragionevole, equilibrata e ben informata.
E se Rocca fosse stato presente a quella discussione di sabato scorso, avrebbe dovuto confrontarsi con una contraddizione, circostanza che farebbe bene a lui perché fa bene a tutti: la tesi che lui propugna spericolatamente in Italia (Obama come Bush, stessa politica estera, stesse guerre, stessa ricette anticrisi eccetera) è identica alla lettera ai deliri di un simpatico ex hippie come Joe Bageant, cantore socialista del white trash, il proletariato bianco anti-sistema che barcolla pericolosamente dai Tea Party al paleo-marxismo.

Anche Bageant (e l’altro anti-elitista del mio dibattito, Thomas Frank, però molto più raffinato, piacione e astuto, non a caso tra i pundits della Fox ed ex columnist del Wall Street Journal) pensa che Obama sia la reincarnazione di Bush (“il bianco più nero che i capitalisti hanno trovato per fregarci”). Come vorrei vederli in un bel dibattito, il barbuto pacifista ex veterano del Vietnam e il fogliante-riottiano Christian Rocca, darsi ragione ai danni del povero Obama, sia pure da posizioni opposte.
Solo Internazionale potrebbe ospitare un incontro così. Nel caso, però, io proporrei al pubblico di lasciarli da soli e chiuderli dentro al teatro finché non rinsaviscono.

permalink | inviato da stefano menichini il 3/10/2010 alle 17:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
7 giugno 2010
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bersani pd labour miliband obama alemanno
Pd, la rivincita sarà local
Dopo essersi molto coperto con la abusata scusa dei debiti ereditati dagli altri, adesso Gianni Alemanno comincia a pagare i debiti direttamente contratti da lui. E da Renata Polverini, bisogna aggiungere, perché l’aumento secco delle tariffe dei taxi a Roma è un impegno preso con la più accanita delle corporazioni amiche proprio alla vigilia delle elezioni regionali, e in funzione di esse. Chiusi in un parcheggio sotterraneo, il sindaco, la candidata e i capi dei tassisti romani rinnovarono sulla pelle dei cittadini il proprio patto. Oggi Alemanno deve onorarlo. Con quale impatto sulla mobilità romana (già disastrata da dissennate politiche di apertura al traffico privato) è facile immaginare.
«All politics is local», diceva il vecchio democratico americano Tip O’Neill. L’esempio di Roma – una delle capitali della crisi del Pd, dopo esserne stata la culla – è utile per capire quanto potrebbe essere facile ricostruire dal basso la rivincita sulla destra. Il governo Pdl di Roma e del Lazio è già allo sfascio: troppo scarso il suo ceto politico. Una sola manifestazione dell’opposizione davanti al Campidoglio è stata subito un successo. Eppure il Pd, come partito, non riesce a ritrovare fiducia in se stesso, tanto meno a suscitarne in una città più disillusa di quanto proverbialmente sia. 

Le cronache delle ultime discussioni sugli organigrammi democratici locali (ripetiamo, qui Roma è presa solo come sempio, ci sono sparsi in Italia casi anche più deprimenti) confermano l’impressione di un partito molto chiuso in se stesso, ossessionato dalle proprie dinamiche interne attuali o anche remote. Un partito che in attesa di ricostruire le proprie catene di comando interne sta concedendo troppo tempo e troppo spazio a una destra in evidente crisi di ossigeno.
C’è un nesso, fra questa situazione, moltiplicata per tante situazioni locali, e la linea nazionale del Pd. Qui dovrebbe ormai essere chiaro che ci sono alcuni possibili strumenti di rivincita su Berlusconi che non funzionano. Il primo è scommettere sulla rottura interna del centrodestra: che c’è, e potrebbe anche condurre prima o poi a una autentica crisi politica e magari di governo, ma senza che il centrosinistra ne possa raccogliere il frutto. Per parafrasare Bersani, più facile che la mela Berlusconi cada in un altro cesto di destra, che in quello del segretario democratico.
Non funziona poi l’idea del “grande centrosinistra”: anche se il Pd fa finta di niente, la sommatoria di tutti gli oppositori di Berlusconi appare adesso ancora più improbabile e indesiderabile della fu Unione. Ed è tutto dire.
Infine dovrebbe essere definitivamente chiaro dove conduce la scorciatoia dell’opposizione mediatica (sia detto nel giorno dell’ennesima sceneggiata santoriana): da nessuna parte. Audience e consenso elettorale, semmai qualcuno avesse pensato il contrario, sono due concetti perfino in contraddizione fra loro.
Eccoci allora tornati in città. «All polics is local», appunto. In fondo il Bersani delle primarie l’aveva anche promesso, con tutti quei discorsi sul ritorno al territorio. Che però si riduce, alla fine, al tentativo di resuscitare nei circoli del Pd lo spirito delle antiche sezioni di partito. Impresa meritoria, ma destinata a risultati modestissimi, come già si vede.
Nei paesi anglosassoni, che hanno certo una struttura sociale diversa dalla nostra, la politica locale (progressista e non solo) cerca di rivitalizzarsi del community organising: in Italia la chiameremmo militanza nel sociale, ripartire dall’esperienza e dalla domanda individuale del singolo simpatizzante, per aggregare intorno a lui una comunità di suoi simili. E questo è il partito, non un suo braccio o una sua struttura collaterale, associativa o sindacale. Su queste communities Obama ha edificato la sua macchina di consensi. Come leggete oggi su Europa dal racconto di Lazzaro Pietragnoli, da qui riparte David Miliband, cioè l’erede più promettente del blairismo in rottura secca col New Labour verticista e accentratore degli spin doctors. Bizzarro, per partiti ai quali si guardava una volta dall’Italia col senso di superiorità di chi ha una larga base militante permanente: non provano a recuperarla, provano a reinventarla. Dovremmo essere bravi a inventare anche qui.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/6/2010 alle 23:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
23 marzo 2010
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Ti prometto la cura del cancro
Umberto Veronesi ha osservato in maniera sobria, tranquilla: «Sconfiggere il cancro in tre anni? Mi pare un po’ ottimistico». L’ha detto mentre faceva una cosa concreta, inaugurava un nuovo day hospital oncologico. «Quelle di Berlusconi – ha aggiunto – mi sembrano parole un po’ colloquiali, spontanee... speriamo che invece rappresentino un impegno vero del governo per la ricerca».
Non si può far passare come una delle tante baggianate di Berlusconi, quell’annuncio fatto durante lo scadente comizio di piazza San Giovanni. Massimo Gramellini ieri sulla Stampa non trovava la forza e la voglia di farci dell’ironia: è un limite invalicabile che è stato valicato. L’Unità domenica faceva i conti in tasca a un governo che sulla ricerca scientifica ha tagliato tutto il tagliabile, altro che impegni concreti.
Da destra, a mo’ di giustificazione, ricordano l’altro annuncio di un altro presidente. Quando nel febbraio 2009 Barack Obama disse al Congresso che avrebbe assunto la guida di una «guerra al cancro». Frase solenne che si è tradotta in aumento ai fondi per la ricerca e che comunque si inseriva nel grande sforzo collettivo «di trovare una cura nell’arco di questo nostro tempo».
Ciò che Obama descrive come terribile obiettivo di una generazione, in bocca a Berlusconi diventa una cosuccia da portare a casa «nei prossimi tre anni del nostro governo». Insomma, in tempo per le elezioni politiche, più o meno come la limatura delle aliquote fiscali. Figurarsi. Sarà perfino umiliante: davvero dovremo chiedere conto ai ministri di Berlusconi delle loro conquiste nella lotta ai tumori?
Davvero quest’uomo ha il potere di sporcare e banalizzare ogni cosa. Perfino quelle che lo riguardano personalmente, e che casomai dovrebbero renderlo capace di un’empatia per una volta non strafottente: lui l’ha avuto, un tumore, con la fortuna di sconfiggerlo. Possibile che non riesca a parlare del male con rispetto, senza usarlo come materia di scadente propaganda? Possibile, possibile.

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Politica
22 marzo 2010
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Così funzionano le democrazie presidenziali
Non è neanche una questione di progressisti che vincono e destre che perdono: inversioni di tendenza importanti, ma meno importanti del buon funzionamento di un sistema.
Nicolas Sarkozy prende una legnata nelle regionali che per lui sono il vero mid-term. La sua leadership è ai minimi. Chiama il premier Fillon, insieme riconoscono di non aver «ascoltato la Francia», di aver smarrito la strada delle riforme, che la crisi economica chiede lo sforzo di tutta la Nazione e quindi anche l’opposizione – tanto più ora che è vincente – va coinvolta.
Così funziona una Repubblica. Esattamente fra sette giorni, se l’esito del mid-term regionale italiano avesse lo stesso segno negativo per il governo, che cosa avremmo? Un premier che va in tv, scarica la colpa sui magistrati, sull’opposizione scorretta, magari sugli alleati sleali, se gli gira perfino sul capo dello stato comunista. Certo, mai su se stesso, sull’assenza di un governo della crisi, sulla caduta della propria leadership non nei confronti dei fedeli di piazza San Giovanni (pochini), ma del paese che governa ormai nove anni tranne una breve parentesi.
Quanto agli Stati Uniti. Ora che in Italia si torna a chiacchierare di presidenzialismo (lo dice Fini: quella di Berlusconi in proposito è solo propaganda), ecco come funziona un sistema presidenziale: il trionfo del potere del parlamento. Cioè del luogo dove la scelta del presidente deve passare attraverso prove di forza, mediazioni, compromessi, pressioni (legali, legalizzate) delle lobbies, proteste o sostegno della piazza, la ricerca di ogni singolo voto, contrattato e fatto pesare. Sicché alla fine la svolta storica dell’Health Care Bill è – in un paese presidenziale – una grande vittoria del parlamento e della politica, oltre che degli elettori che l’hanno sostenuta.
Lasciamo dunque perdere che Francia e Usa segnano successi progressisti. Gli osservatori indipendenti, o le persone di destra intellettualmente oneste, possono immaginare analoghi processi decisionali e democratici nell’Italia di Berlusconi?

permalink | inviato da stefano menichini il 22/3/2010 alle 23:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 febbraio 2010
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La destra, rovinata dal Gran Complotto
Il contagio è compiuto. A dimostrazione che se si può prendere qualcosa dall’avversario, non è mai il meglio.
Sono passati quarant’anni da quando la sinistra si fece travolgere dalla mania del Grande Complotto, e l’intera storia d’Italia cominciò a essere spiegata e raccontata solo come micidiale ordito di forze occulte, potenze straniere, servizi deviati e onnipotenti burattinai. Un veleno che anno dopo anno si è insinuato nel corpo sano di gente raziocinante, finendo per corrompere un’intera comunità fino a non farle più vedere la realtà che mutava, i propri errori, le ragioni altrui, le cose da fare.
Non sappiamo se nel 2010 la gens democratica si sia emancipata da quelle ossessioni: ne dubitiamo, dopo la recente orgia intorno al Cavaliere stragista mafioso. Quel che è certo è che a destra sono ormai molto più ossessionati, accecati, sviati. Convinti che tutto ciò che è accaduto dal ’92 sia da attribuire a un complotto degli amerikani contro i partiti della Prima repubblica, dilatatosi nel tempo fino a oggi, fino alla Cia di Obama, fino all’annus horribilis delle escort.
Gli ingredienti sono, meravigliosamente, gli stessi di una volta, solo mescolati all’inverso. Agenti Usa in trasferta, cene segrete, magistrati compiacenti, poliziotti corrotti, politici pronti a strumentalizzare. Di Pietro, Contrada, il pool di Milano, il Pds, quando e perché nacque Mani pulite, la Fiat che salva se stessa e vende gli altri... E poi la continuazione del complotto, quando il resistente Berlusconi fa saltare il gioco.
Politici esperti e giornalisti bravi, oppure maniaci, si gettano a capo fitto nelle rivelazioni, salutano l’arrivo di foto equivoche e di dossier scottanti. Risponde da par suo Di Pietro, che sui complotti altrui ha edificato una carriera paragonabile solo a quella di Berlusconi: è una trama, lo vogliono far fuori perché è l’Unico Oppositore (bizzarramente, mentre gli unici che vogliono davvero farlo fuori gli crescono accanto e si palesano, ex inquisitori ed ex sessantottini giacobini). 

È una ubriacatura che cancella la storia vera in favore di una fiction gialla. Scompaiono la crisi dei partiti di massa, lo sradicamento della Dc, l’avvento della Lega, il ripiegamento moralista dei post-comunisti, il gonfiarsi della bolla giornalistica intorno alla politica e alle inchieste, il boom delle tele-piazze.
Quel che è dato è reso. Finalmente l’estenuante campagna delle dieci domande a Berlusconi può essere ritorta in dieci domande a Di Pietro. E quanto quella era un surrogato di autentica opposizione politica, tanto questa diventa il surrogato del governare, correggere politiche economiche immobiliste, ragionare (avendo dalla propria la maggioranza del paese) su che cosa sta diventando l’Italia, sempre più pezzi di Italia anche nella spartizione delle satrapie del centrodestra.
Appaiono e scompaiono, a destra, brandelli di dibattito intorno alla forma partito (il Pdl), o alla separazione Nord-Sud, o alla sempre mancata egemonia culturale (in dialetto volgare: perché fanno flop i talk show padano-forzisti). Ce n’è perfino per la Chiesa, di nuovo trascinata sul banco degli accusati per il reato di relativismo culturale, etico, politico.
Temi grossi (anche se magari scaturiti solo da qualche vaga simpatia delle suorine viterbesi per Emma Bonino). Peccato che divengano furente giornalismo e passione politica solo, di nuovo, nella declinazione complottarda. Ed eccoli tutti, emuli di Dan Brown, sulle piste dei segreti vaticani per scoprire la verità dello scandalo Boffo, che da episodio di ordinaria invidia fra giornalisti si gonfia fino a prodromo di una guerra di curia, magari addirittura di un nuovo conclave. Messo nelle mani di Feltri, ci rendiamo conto?
È tardi per recuperare lucidità, e poi noialtri da questa parte non possiamo fare prediche. Nella sinistra dipietrizzata il sospetto è quasi l’unica consolazione rimasta, l’unico ricovero per trovare spiegazioni ad anni di sconfitte e delusioni. Sospetto erga omnes, a cominciare dai propri stessi dirigenti: sconfitti in quanto corrotti, corrompibili o corrivi, mai in quanto leader di una minoranza del paese che fa di tutto per rimanere tale.
Ma dopo esserci dati l’ennesima fustigata, il dato più grave rimane l’altro, l’annebbiamento prima strumentale poi autentico e suicida della destra al potere e dei suoi giornali, strumenti totalmente inutili a capire alcunché.
La tesi del Grande Complotto per tenere i comunisti all’opposizione apparve così esile, quando a sciogliere il Pci provvide la storia e non Gladio. Rimase poco a cui appendersi. A che cosa si appenderanno, a destra, quando il loro Grande Complotto dovrà rassegnarsi a non colpire più Craxi o Andreotti o Berlusconi, per accontentarsi di Sandro Bondi?

permalink | inviato da stefano menichini il 3/2/2010 alle 23:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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