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Diario
6 dicembre 2012
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casini montezemolo udc pd
La crisi precoce del nuovo centro
Non sono solo i numeri dei sondaggi, ancora così bassi quando siamo ormai nella lunga campagna elettorale. È tutto il rumore di fondo, per non citare le voci di dentro, che conferma la crisi precoce del cantiere del nuovo centro.
Non lo diciamo con soddisfazione, anzi. Il Pd a trazione bersaniana ha fin qui operato secondo uno schema di gioco che prevedeva il rafforzamento di un terzo polo per comodità definito «moderato» insieme al quale completare all’indomani delle elezioni l’arco della futura maggioranza di governo.
Ci sono però miracoli ai quali non arriva neanche la proverbiale abilità dalemiana nell’organizzare le forze altrui oltre che le proprie.
In questo caso, il miracolo che non sta riuscendo è rendere competitiva in un mercato elettorale esigente e diffidente un’offerta politica indelebilmente marchiata Casini-Fini (vecchie glorie in tempi di cambiamento galoppante) oppure Montezemolo (un newcomer terribilmente old ed esitante fino all’esasperazione), senza poter usufruire di alcuna benedizione da parte dell’unico denominatore comune di vaglia, cioè Mario Monti.
In più mettiamoci l’incongruenza programmatica fra i liberisti di Giannino, i cattolici sociali cislini e quelli tradizionalisti alla Buttiglione, i martiniani alla Olivero, gli economisti liberali da sempre e i finiani liberali recenti: tutte persone di prima qualità non inclini a consegnarsi le une alle altre.
Intendiamoci, in tutti i partiti ci sono convivenze irrisolte. Nel Pd però, per esempio, il mescolamento è cominciato anni fa, si svolge in un contenitore ormai stabilizzato e adesso è incoraggiato dalla prospettiva del successo. Nessuna di queste condizioni aiuta il varo della Lista per l’Italia, già attraversata da troppe linee di scissione: gli elettori non ne sanno nulla, ma certe fragilità e incompiutezze le intuiscono perfettamente.
Esiste nel Pd un piano B per assimilare la parte più interessante di questo mondo nel recinto del centrosinistra. Può essere utile e vincente. A patto però di non perseguire il modello perfidamente noto come “partito dei contadini” (gli storici comodi alleati dei comunisti polacchi): gli elettori si sono fatti esigenti, non è più tempo di liste civetta. Altro discorso sarebbe se Bersani annunciasse che in questi mesi si farà il primo passo verso una rifondazione del Pd con confini allargati, sull’antico progetto prodiano-veltroniano.
Un’idea ambiziosa con poco tempo per rendersi credibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/12/2012 alle 18:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 ottobre 2011
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Primato della politica svendesi
Ma come sono volatili i principi duri e puri dell’autonomia della politica, che ballano a seconda delle convenienze. Lavora troppo a singhiozzo l’apprezzabile partito trasversale che ha resistito allo spirito del tempo, mantenendo sacro il concetto che politica e affari sono mondi paralleli e ovviamente comunicanti, ma che ognuno deve rispondere innanzi tutto alle proprie regole e alle fonti di legittimità: corpo elettorale per la politica, stakeholders per chi fa affari.
Capita così che la sortita avventurosa di Diego Della Valle e la tardiva foga antigovernativa di Emma Marcegaglia muovano a maggiore indignazione proprio i residui guardiani del mondo berlusconiano. Una beffa, pensando che l’intera loro attività – i partiti che dirigono, i quotidiani e i settimanali dove scrivono, le tv dalle quali parlano – rappresenta un monumento al conflitto d’interessi e alla cancellazione dei confini fra uomo d’affari e uomo di governo.
Il conflitto d’interessi di Berlusconi è stata qualche rara volta un’ammissione messa tra parentesi (pensiamo a Giuliano Ferrara), di solito una circostanza semplicemente negata con faccia di bronzo (tipica, quella di Franco Frattini).
Ora diventa accusa infamante e motivo di derisione per lo scarparo fiorentino o per la signora di Confindustria, per non parlare di Montezemolo e dei suoi treni. Ingrati, questi imprenditori che invece andavano benissimo quando (da veri allocchi, va detto) accettavano da Berlusconi programmi-fotocopia buoni per governo e imprese.
Nello stesso momento in cui gli aspiranti al conflitto d’interessi del futuro vengono inchiodati sul bagnasciuga della politica, eroe eponimo diventa Sergio Marchionne, leader di quella Fiat un tempo odiata dalla destra leghista-berlusconiana. Marchionne: uno che l’autonomia del business la pratica davvero, ma non ha disdegnato di scrivere di proprio pugno il famoso articolo 8 della manovra tremontiana, illudendo l’ex socialista autonomista Sacconi di aver trovato lo scassa-Cgil dei suoi sogni.
Amara però la sorte degli autonomisti a targhe alterne: lo scassa-Cgil si rivela in realtà scassatutto, inarrestabile nella sua traslazione verso Detroit, amico di un breve momento per far dispetto a Marcegaglia ma già con la testa e l’auto altrove. Non l’avessero già ignorato per diciassette anni, hanno dato via davvero per poco il loro primato della politica.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/10/2011 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
4 ottobre 2011
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Pd, non è il tempo di arroccarsi
Per noi non è tanto importante Della Valle. Non è importante Profumo, non è importante Montezemolo e in un certo senso neanche il Governatore Draghi. Per noi è importante il Partito democratico, la sua autonomia, la sua forza e soprattutto, in questo momento, la fiducia in se stesso che sembra venir meno diremmo sul più bello.

La direzione che si è riunita ieri è stata la prima dalla fondazione del Pd in cui ci sia stata una aperta e accesa discussione politica: mai capitato fin qui, con nessun segretario. E anche se tutti hanno parlato di argomenti disparati – il referendum elettorale, il giudizio sulla lettera della Bce al governo italiano, l’opzione (che peraltro non spetta al Pd, purtroppo) tra elezioni anticipate e governo d’emergenza – in realtà il nocciolo della questione, trasversale ai singoli temi, è se il Pd si senta abbastanza solido e sicuro di sé da assumere dei rischi nell’interesse del paese.
È un rischio, rispetto alla propria stretta convenienza, non correre al voto nonostante l’attuale vantaggio nei sondaggi, ma lavorare davvero per una transizione. È un rischio, rispetto alla propria costituency elettorale, riconoscere come fondate e non frutto di cieca furia neoliberista le esigenze di riforma rappresentate da Draghi nella lettera scritta insieme a Trichet (ma già dal Governatore sollevate, più analiticamente, dozzine di volte in passato).
È un rischio, infine, sfidare il bricolage delle alleanze dando ai cittadini il potere di decidere sul sistema elettorale, impegnandosi in un confronto più duro ma più sincero con i partner che vorrebbero superare il maggioritario.
Bersani ieri è stato criticato, anche nella propria maggioranza, per un eccesso di staticità. A stare ai retroscena ci sarebbero dubbi sulla sua leadership in prospettiva elettorale: se ci sono, non possono nascere da un giudizio sulla persona ma casomai da questo difetto politico. Che diventa difetto collettivo, quando il Pd per difendere la propria posizione  sceglie la scorciatoia della denuncia ansiosa e ansiogena di complotti antipolitici annidati dietro ogni angolo. 

Non è un buon segno, quando all’offensiva in campo aperto si preferiscono l’arroccamento ideologico e la caccia all’intruso.
Sull’arroccamento ideologico abbiamo scritto parecchio su Europa in questi giorni: evidentemente non erano assurdità, alla luce del dibattito che s’è svolto ieri in direzione tra Letta, Gentiloni, Fassina, Visco e altri. E che Bersani ha chiuso come altrimenti non poteva, e come ci eravamo permessi di prevedere: il Pd non può essere il partito che respinge al mittente la ricetta di Draghi per l’Italia assimilandola alla furia neoliberista. Tutte quelle osservazioni su qualità e quantità della spesa pubblica, inefficienza e peso della pubblica amministrazione, iniquità del mercato del lavoro e distorsioni della spesa pensionistica fanno parte del bagaglio acquisito dai riformisti. Che infatti si candidano meglio della destra a garantire il pareggio di bilancio e crescita, naturalmente con le proprie ricette e priorità.
Bersani sul punto non ha solo convinzioni acquisite negli anni da ministro di Ciampi e Prodi: sa anche, in Italia, quale sia l’idea in merito del presidente Napolitano. E quale saranno le strettoie da affrontare da parte di qualsiasi governo di ampia maggioranza, prima o dopo le elezioni.

Quanto alla caccia all’intruso. Della Valle in questo weekend s’è già preso i rimbrotti dell’intero arco parlamentare, più Marcegaglia, Fiat e sindacati. Verrebbe da commentare: non una gran mossa politica, a giudicare dalle reazioni.
Bersani però ha detto bene ieri: non è importante se quella denuncia generica sia condivisibile o no, il fatto è che è condivisa. E questo è il problema, in vista del debutto sul mercato politico-elettorale di nuove offerte: rischiano di rispondere a una domanda, che magari non sarà quella di Elkann e Camusso ma di molta molta più gente.
È un’ottica tardo-berlusconiana? Può darsi. Allora diciamo che s’è già visto nel ’94 che l’orgoglio di partito non basta come antidoto e che l’inerzia può risultare suicida. I tre mesi da qui al varo del programma annunciato da Bersani devono essere davvero, come lui stesso dice, caratterizzati da una grande apertura e, come dice Letta, da forti novità «senza tabù». Forse anche il segretario ha capito, ieri, che la parola d’ordine «non vi muovete» propalata dai suoi comunicatori negli ultimi giorni avrebbe una sola vittima sicura: lui stesso.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/10/2011 alle 8:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


Politica
9 settembre 2011
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D'Alema svela la trama
Mai nessuno nel Pd, fra i molti che la coltivano, aveva esposto la teoria del complotto plutocratico così esplicitamente e ruvidamente come ha fatto Massimo D’Alema ieri a Pesaro.
Nulla è stato risparmiato, tranne i nomi dei destinatari della denuncia: D’Alema se l’è presa coi capitalisti, coi padroni, coi banchieri che hanno fatto fallire le banche e ora vogliono approfittare dell’ondata anticasta per far fuori la politica dei partiti; anzi, dell’anticasta sono la regia, in vista della scesa in campo «di un cavaliere bianco», «di un Berlusconi buono».
Dai padroni perfidi al nuovo Berlusconi: in pochi minuti sono state pronunciate tutte le parole magiche che possono smuovere la pancia di un elettore di sinistra.
Mettete dentro questa accusa i cognomi che volete – Montezemolo, Profumo, Mieli, de Bortoli, o anche De Benedetti – e avrete la rappresentazione esatta della preoccupazione più grande che – come abbiamo già raccontato molte volte – alberga ai vertici del Pd. Non quella di non saper disfarsi di Berlusconi o di perdere le elezioni contro l’attuale centrodestra. Ma quella di vedersi soffiare il meritato trofeo sul filo del traguardo, da parte di qualche sedicente newcomer di bell’aspetto e ricco patrimonio.
Il rischio è concreto, il disegno c’è davvero. C’è però anche il timore, da parte nostra, che la veemenza dell’anticapitalista D’Alema supplisca alla capacità politica di stabilire, in anticipo su chiunque altro, l’egemonia della politica e del Pd sulla transizione che si apre.
L’abbiamo già scritto: con il vittimismo non abbiamo sconfitto il Berlusconi cattivo, non eviteremo neanche il Berlusconi buono.
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Politica
26 agosto 2011
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Partito Fiat? Non creiamo altri fantasmi
Da tempo abbiamo capito cosa faranno di mestiere gli antiberlusconiani di stampo giustizialista quando non ci sarà più Berlusconi: daranno la caccia alle indegnità morali di tutti gli altri rimasti sulla scena, a cominciare dal Pd.
Ora cominciamo a intravedere una tentazione per il dopo-Berlusconi anche per gli antiberlusconiani che apprezziamo di più, quelli del primato della politica, ai quali ci sentiamo più vicini anche perché adesso abitano soprattutto nel giornale cugino, l’Unità. E ai quali però vorremmo consigliare di non sostituire l’ossessione del partito azienda Fininvest con l’ossessione del partito azienda Fiat, autocondannandosi fin d’ora a una replica degli stessi concetti, dello stesso schema di battaglia e, temiamo, delle stesse delusioni patite contro il Cavaliere.
Certo, Montezemolo può risultare fastidioso per l’esasperato tatticismo, il calcolo di essere oggi sulla scena tutti i giorni ma di volersi assumere responsabilità dichiarate solo a ridosso delle elezioni. E per parte sua è arrivato il momento che Marchionne interrompa le sue lezioni sull’Italia e, come dice Fassino, dimostri di aver azzeccato la strategia per l’auto, che non ne saremmo così sicuri.
Calcoli e personalismi fanno però parte della politica, innervosirsi è inutile e denuncia una certa insicurezza in se stessi. Vale per il Pd come vale per Casini e Rutelli.
Il modo migliore per neutralizzare un eventuale pericolo Montezemolo (tanto più se lo considera un Berlusconi-bis) non è la demonizzazione che già non funzionò con l’originale: occorre capire per tempo se nel tipo di personaggio e nelle proposte anche radicali che fa non ci sia qualcosa che gli italiani potrebbero apprezzare come novità, e senza stare a domandarsi se sia roba liberista o laburista. Liberista solo a chiacchiere, non è certo per il suo rigore ideologico che Berlusconi ci ha dato legnate per anni.
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Politica
23 agosto 2011
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Che cosa ha detto Napolitano al Pd
L’unico colpo di fortuna da mesi, Berlusconi neanche se lo merita. La fine di Gheddafi fa respirare i mercati, calare il prezzo del greggio e libera un po’ di risorse ora destinate alla partecipazione italiana alla guerra. Fosse stato per Berlusconi, o per la Lega più recentemente, il raìs sarebbe ancora al suo posto oppure l’Italia sarebbe oggi dalla parte degli sconfitti. Ma ci sarà tempo per tornare sull’argomento di una politica estera italiana (fortunatamente) commissariata (dal Dipartimento di stato) come sono commissariati dall’Europa i nostri ministri economici.
Il sollievo libico è molto relativo per noi, i giorni a venire rimangono cruciali e rimane sconvolgente lo spettacolo di una maggioranza di governo sbandata e fuori controllo.
Il capo dello stato a Rimini è stato di una durezza senza precedenti, nella condanna della condotta economica del paese non nell’ultima crisi bensì negli ultimi tre anni, cioè esattamente nell’arco della legislatura. I ciellini hanno tributato a Napolitano ripetute ovazioni, a conferma del fatto che il presidente è ormai l’interprete riconosciuto dell’opinione nazionale di ogni tendenza. Del resto il crollo di Pdl-Lega nei sondaggi conferma che il giudizio del Quirinale sul governo è, appunto, il giudizio di una stragrande maggioranza.
Per lo stesso motivo, il Pd non dovrebbe né sottovalutare né derubricare a mossa tattica la critica che Napolitano ha voluto rivolgere anche all’opposizione. Anche qui, rischia di esserci sintonia fra quel giudizio negativo sulla ritualità delle posizioni espresse contro la manovra, e il fatto che gli italiani non sembrano ancora confidare nel Pd come forte alternativa all’attuale disastro.
Il punto è che un po’ della partita sul dopo-Berlusconi si sta già giocando, con players che non sono soltanto presenti in parlamento. La sortita di Montezemolo (elaborata quanto ai contenuti dall’ottimo Nicola Rossi, una brutta perdita per il Pd) fa sorgere una domanda. 
E se gli italiani trovassero convincenti, più che le ricette che rassicurano le costituencies tradizionali di pensionati e lavoratori dipendenti a basso reddito, lo strappo in avanti di chi propone riforme più drastiche e magari dure, in cambio però di una stagione politica con personaggi nuovi (o sedicenti nuovi).
Oggi Bersani mantiene l’impegno a presentare la ricetta democratica per la crisi. Un gesto serio e autorevole. Il segretario sa però che risultare più credibili di Berlusconi ormai è facile, non basta già più. Il salto di qualità è guardare negli occhi gli italiani, tutti gli italiani, e dire loro anche le verità che possono far loro male: loro lo preferiranno. 
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Politica
9 aprile 2011
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Pd, non puoi scontrarti con i liberal
I giovani precari che sono oggi in piazza a Roma cercano di ribaltare un’agenda politico-mediatica che li vuole condannati a recitare la parte dei neolaureati premiati ieri da Berlusconi: bravi ragazzi ai quali offrire pacche sulle spalle, fervorini ottimisti, consigli sul look, apprezzamenti estetici per le femmine, una barzelletta volgare e zero futuro per tutti.
Berlusconi è la caricatura di se stesso, certo non è un buon esempio né un politico che possa offrire risposte a grandi domande. Tocca ad altri ascoltare, capire, darsi da fare per sbloccare una situazione che il Governatore Draghi considera insostenibile, dissipazione di straordinario «capitale umano» che si disperde nel marasma di lavori e lavoretti senza prospettiva, senza crescita, senza formazione.
È chiaro allora che c’è un problema politico generale, che di nuovo impatta col Pd.
I giovani chiedono soprattutto opportunità, rispetto, tutele, percorsi definiti e chiari, fuoriuscita dalla clandestinità. Non pretendono l’intera gamma delle garanzie di cui bene o male (più male che bene, con la crisi) gode chi è dentro al recinto dei contratti a tempi indeterminato. Soprattutto, vogliono la sostanza e non sono appassionati del dividersi sugli strumenti.
Bisognerebbe evitare di rispondere loro secondo le allergie reciproche della politica o i marcamenti a uomo in prospettiva elettorale.
Ieri sul Corriere Montezemolo, Ichino e Rossi tornavano a rilanciare il contratto unico a tempo indeterminato «a protezione crescente», con tutele in caso di licenziamento. Dall’area bersaniana del Pd si è risposto in malo modo, riesumando l’accusa di neoliberlismo e riproponendo la leva fiscale dell’intervento sugli oneri sociali. Le ricette non sembrano così incompatibili, se appena si accantonassero le recriminazioni ideologiche sugli anni ’90, e si evitasse di considerare ogni idea altrui come invasione di campo da parte di possibili competitors politici.
Il Pd, vista anche la dèbacle socialdemocratica europea, deve rassegnarsi a convivere, fare i conti e le dovute mediazioni con le tesi di un mondo liberal che intanto è al suo stesso interno, e poi è il suo unico possibile alleato di governo.
Sul destino della gioventù italiana vale la pena di giocare una partita di egemonia intelligente, accorta e comprensibile dai soggetti interessati, non la coda di una disputa novecentesca.
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Politica
26 novembre 2010
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Il governo dei polli
Il mondo aspetta con ansia che Julian Assange metta in rete l’ultimo bottino, oltre due milioni di e-mail di diplomatici americani in giro per il mondo. Ci sono democrazie e dittature che temono di vedere rivelati i propri affari sporchi, delicati equilibri destinati a saltare, una rete di relazioni che può collassare.
C’è di mezzo anche l’Italia e non è difficile immaginare, anche interpretando le parole di Frattini, che presto avremo la conferma di quanto poco gli alleati americani ci considerino affidabili, e per quali motivi. Per amor di patria speriamo davvero che i diplomatici Usa si siano limitati a valutazioni «di teatro» (o di teatrino, a proposito dei rapporti di Berlusconi con Putin o Gheddafi). Se dovesse esserci qualcosa di più, per esempio attinente a forniture di armamenti, saremmo nei guai.
Nei guai ci sta fin d’ora il ministro degli esteri, che ieri ha trascinato il governo a lanciare un allarme che sarebbe drammatico, se non suonasse comico: l’Italia è vittima di una campagna internazionale che utilizza ogni argomento e strumento per screditarci.
Berlusconi ha preso le distanze da questo gesto autolesionistico, Frattini ha provato a smentire, ma ormai il danno era fatto.
Il governo conferma di essere attanagliato dalla paura, in preda alla paranoia, ulteriormente indebolito di fronte agli attacchi. Se ci mettiamo anche la preoccupazione del capo dello stato per le sorti dell’euro, abbiamo il quadro ideale per giustificare il ricorso a soluzioni d’emergenza per il governo del paese.
Insomma, hanno dato l’assist ideale a Fini (che torna a chiedere dimissioni, sfiducia, nuovo governo e riforma della legge elettorale) e a Montezemolo, da ieri formalmente in campo con una proposta di lista civica nazionale (anche lui, dopo la riforma elettorale).
In tutto ciò, palazzo Chigi ha trovato il tempo di occuparsi dell’aneddoto riferito da David Cameron ai giornalisti inglesi (e riportato da Europa) a proposito della barzelletta sconcia sui polli raccontata da Berlusconi al G20 e troncata per decenza dagli interpreti. Cameron voleva solo scherzare, è la tesi di palazzo Chigi. In realtà i media inglesi hanno riferito l’aneddoto come divertente, ma non inventato. E se anche lo fosse stato, vorrebbe dire che Berlusconi è diventato una barzelletta vivente, a forza di raccontarne: paradossale che la cosa venga certificata da un comunicato ufficiale della presidenza del consiglio.
permalink | inviato da stefano menichini il 26/11/2010 alle 23:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 novembre 2010
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Bersani sul tetto che scotta
Nel gioco dei corsi e ricorsi storici, che gli studenti irrompano in una crisi politica è un fantastico déjà vu da Prima repubblica, puri anni Settanta compresa l’internazionalizzazione del conflitto giovanile. Peccato che quarant’anni fa gli universitari chiedessero di allargare le maglie dell’accesso alla cultura mentre oggi, da Londra a Roma, cercano di evitare che i tagli alla scuola pubblica chiudano quelle maglie per tanta gente.
Le suggestioni però si fermano qui. Intanto sul punto, decisivo, della violenza. Perfino i politici di destra più pronti a strumentalizzare gli incidenti davanti a palazzo Madama non sono riusciti ad andare più in là di un’accusa di  «squadrismo inconsapevole»: in attesa degli strilli di Belpietro e Sallusti, oggi sui loro giornali, ci teniamo lontani dall’allarme terrorismo per due uova spiaccicate contro una finestra.
L’altro paradosso, possibile solo nel 2010, è che ieri la mina più esplosiva sotto la riforma Gelmini l’abbia piazzata il presidente del consiglio. Reso isterico dall’uno-due di Pisanu («si potrebbe avere un altro premier») e di Montezemolo («è finito l’one-man show»), Berlusconi ha mandato per aria il castello di carte della ricucitura del centrodestra. E la povera (in tutti i sensi) riforma rischia di finirne travolta, perfetta metafora della legislatura.
È interessante che, da Montezemolo fino allo stesso Berlusconi siano state spese ieri tante parole sul sostegno alle giovani generazioni: furbizia ma anche segno di ritrovata centralità, se non altro come mercato elettorale.
Lo conferma Bersani che sale sul tetto di una facoltà occupata.
Il segretario Pd applica lo schema di presenza personale già utilizzato nel tour delle fabbriche in crisi o con l’incursione a palazzo Chigi. Si dirà che così Bersani marca territori vendoliani; che si adatta ai format delle proteste invece di proporne di propri marcati Pd; o che tralascia il tema ineludibile della meritocrazia, per docenti e studenti.
Obiezioni possibili, ma è importante che il faticoso recupero di una credibilità di alternativa si svolga in parte nei luoghi fisici della crisi italiana: è la parte migliore del lavoro di Bersani, speriamo che compensi l’obiettiva debolezza del Pd nel gioco politico di Palazzo.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/11/2010 alle 23:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
7 ottobre 2010
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Il treno di Luchino non fa fermate
Ci sarà a breve un incontro al vertice fra Berlusconi e Montezemolo.
Lo sfidante si presenta allo sfidato? Si ragiona sulla modifica del Porcellum? Sulle regole di fair-play per la campagna elettorale? Niente di tutto questo naturalmente: il presidente di Ntv, Nuovo trasporto viaggiatori, chiede al presidente del consiglio di farsi garante della concorrenza ferroviaria contro gli ostacoli frapposti dalle Fs alla nuova società privata che vorrebbe far partire i propri supertreni nel settembre 2011.
Già, perché il Montezemolo che viene chiamato in politica, che desidera fortemente entrarci, e che lancia proclami sul necessario ricambio, è tuttora un imprenditore con grandi interessi in settori di alta fascia e alta visibilità: la Ferrari e il trasporto su rotaia di qualità.
Montezemolo, nel chiedere a Berlusconi l’incontro ufficiale, dice di affidarsi alla sensibilità di un uomo di industria, campione della concorrenza nel proprio ambito prima di passare alla politica.
Non sappiamo se in questo riconoscimento sia nascosta una perfidia. Di sicuro è palese l’identificazione fra i due personaggi: uno già traslocato in politica, l’altro sul punto di farlo.
Questo quadro dovrebbe far riflettere.
Montezemolo oggi lamenta il rischio che Ntv paghi per la appena abbozzata esposizione politica del suo presidente. Non siamo alla denuncia di Emma Marcegaglia verso le minacce del Giornale (arriveranno anche quelle), però siamo al pieno dispiegarsi, in negativo per Montezemolo, di un tipico conflitto di interessi.
Può la guida della coalizione alternativa a Berlusconi nascere e crescere in simili circostanze? Può essere affidata a un imprenditore il quale, inevitabilmente, ha dossier aperti con l’attuale governo, e ne avrà con il prossimo, chiunque ne sia a capo?
Diamo per scontato che il giorno che Montezemolo dovesse scendere in politica, come primo atto si disferebbe di ogni interesse imprenditoriale.
Di un annuncio del genere però non c’è traccia, mentre la vicenda politica corre. Anzi. Appena la scadenza elettorale è parsa allontanarsi, il presidente di Ntv s’è premurato di fare un passo verso Berlusconi a tutela dei propri interessi, per una partita industriale che è appena agli inizi e che si giocherà – successo o insuccesso – proprio nei mesi nei quali sarà più calda la crisi politica.
Capiamo tutti i calcoli. Sia quelli di opportunità politica sia quelli di prudenza personale, sia soprattutto quelli a tutela di un investimento corposo  che merita di essere difeso. Sulla scena pubblica però, come insegna il caso Fini, è apprezzato in questo momento più chi assume un rischio aperto, che chi si rifugia dietro a un calcolo.
Il Montezemolo di Ntv ci suscita spontanee simpatie da amanti della concorrenza. L’altro Montezemolo, per analoghi motivi liberali, finché rimane quello che è suscita invece spontanea perplessità. Che è un peccato, perché riconosciamo sia la non autosufficienza della politica in questa stagione, sia le qualità dell’uomo e le buone ragioni delle sue sortite politiche.
Diciamo che ci sentiamo come i viaggiatori pendolari del Sud: magari del supertreno di Luchino potremmo avere anche bisogno, però cominciamo a pensare che non passerà mai dalle nostre parti.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/10/2010 alle 23:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
27 settembre 2010
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Bossi spara alle colombe ( e a Berlusconi)
C’è una sola riserva: che da tempo la lucidità politica di Bossi mostra lacune evidenti, anche comprensibili. Se non fosse per quest’ultimo dubbio (che però a sua volta getta una luce obliqua sulla tenuta psicofisica del gruppo di comando del centrodestra), dovremmo affermare che la Lega ha deciso di far saltare i tentativi di Berlusconi per tirare a campare.
Alla vigilia del discorso parlamentare del presidente del consiglio la situazione è straordinariamente precaria ma sono all’opera, allo scoperto, le colombe che fra berlusconiani e finiani cercano di evitare il collasso.Non ci sarebbe nulla di solido e duraturo in una eventuale tenuta della maggioranza, fra domani e dopodomani, tuttavia è giusto concedere credito al partito trasversale della sopravvivenza stentata.
Per le colombe che volano su Montecitorio, Bossi è però come un cacciatore che spara all’impazzata. La patetica e infantile battuta di Lazzate rischia di vanificare gli sforzi di moderazione, riaccendendo gli animi e rinsaldando l’unico collante che tiene insieme gli avversari antichi, recenti e potenziali di Berlusconi: appunto, l’avversione e la paura per la Lega.
È contro Bossi che si mettono insieme Casini e Rutelli. È contro Bossi che si apre nel Pdl la sedizione finiana. È contro Bossi che la marcia di avvicinamento di Montezemolo alla politica lancia il suo squillo di tromba. È contro Bossi che Bersani, almeno a partire dal discorso di Torino, concentra la missione del Pd. Infine è sull’estremismo leghista, oltre che in generale sull’impazzimento della politica, che si accentrano le preoccupazioni dei vescovi.
In attesa di scoprire se esiste alla camera una maggioranza a sostegno di Berlusconi, il Pd prova a verificare se per caso esista una maggioranza contro Bossi: sarà un’altra mina piazzata sul percorso del governo, ammesso che esso superi la conta di domani.
Comunque vada a finire, Bossi non parla più da tempo come ministro, bensì come il capo della Lega ormai tornata in campagna elettorale. Con una novità: che la campagna leghista investe in prima battuta, e anche in prospettiva storica, proprio Berlusconi e il suo derelitto partito.
permalink | inviato da stefano menichini il 27/9/2010 alle 20:22


Politica
24 agosto 2010
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Alleanza per la Costituzione? Ci vuole un leader
Suona assurda, la proposta avanzata dal Fli di un nuovo governo a guida berlusconiana e a maggioranza allargata a Udc, rutelliani e perfino “democratici delusi”. Infatti è assurda, anzi provocatoria: conferma la volontà di Fini di tenere Berlusconi insabbiato in una crisi iper-politicista che ne logori ulteriormente il carisma. «Un film», così Cicchitto definisce la proposta: avrebbe ragione, se non fosse anche lui attore in film altrettanto inverosimili come Dureremo cinque anni oppure Possiamo fare le riforme da soli.
Nella provocazione di Bocchino c’è anche un segnale più sottile: per la prima volta i finiani riconoscono di far parte di una nuova area di centro-centrodestra intenzionata a giocare in quanto tale la partita della crisi oggi, e quella delle elezioni domani.
Per quanto assurdo sia quest’ultimo parto della fantasia dei politici, bisogna però riconoscere che neanche quelli che l’hanno preceduto appaiono fulminanti. Compresa la più recente formula di coalizione elettorale proposta da Dario Franceschini e condivisa a quanto pare da tutto il gruppo dirigente del Pd: l’Alleanza costituzionale.
Intendiamoci, l’idea ha una sostanza. Sui giornali ne leggerete come di un’ammucchiata, un guazzabuglio, un minestrone immangiabile. Ma alla fine la contesa elettorale ha una sua semplicità, riduce chiacchiere e velleità al grado zero (soprattutto con il sistema vigente): chi vuole liberarsi di Berlusconi, nei prossimi quattro- otto mesi dovrà confrontarsi con la necessità di unire le forze. E ormai il fronte di chi, esplicitamente o meno, considera la sconfitta di Berlusconi un ineludibile fattore di sblocco spazia da Vendola a Montezemolo, da Di Pietro a Casini, da Bersani a Fini, a Rutelli, forse anche alla Cei.
Giusto quindi misurarsi col problema e provare a dare alla soluzione un nome adeguato alla funzione: l’alleanza trasversale di tutti coloro che difendono la Costituzione, il sistema di regole e di poteri che Berlusconi alla fine non ha minimamente intaccato ope legis ma tenta ogni giorno di aggirare e violentare. Il fatto però che la proposta di Franceschini sia subito stata respinta dai giri vendoliani e dipietristi, e lasciata a bagnomaria da centristi e finiani, dimostra che ha un lato debole.
Non basta dare all’ammucchiata una funzione storico-politica, perché risulti meno ammucchiata. Questa identità, per quanto emergenziale e provvisoria, deve nei tempi moderni legarsi a una leadership, a un volto, a una personalità che immediatamente riconduca, per autorevolezza e curriculum, all’impegno nel quale si riconoscono forze così diverse.
Questa volta, davvero, la sopravvivenza politica di Berlusconi non dipende solo dal suo talento. Lo avvertiamo a pelle tutti: se appena ci fosse un’alternativa, un’altra leadership da opporgli, stavolta neanche i miracoli lo salverebbero.
Si dirà che è banale e riduttivo ma, credete, alla fine la domanda che conta è una sola. E non appena scatterà il count-down elettorale dovrà avere una risposta rapida: esiste questo leader? Chi è?
permalink | inviato da stefano menichini il 24/8/2010 alle 18:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 agosto 2010
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È così che immaginavamo la sua fine
Sfogliamo il Giornale di Feltri e abbiamo una folgorazione.
Non è forse proprio così che ci aspettavamo la fine di Berlusconi? Non ce lo siamo detti migliaia di volte, che non ci avrebbe lasciati senza prima scatenare il finimondo? Non lo sapevamo da sempre, che quando avesse esaurito le armi della politica avrebbe adoperato qualsiasi altro strumento contundente?
Se la salvezza del Pdl è messa nelle mani di Feltri e di Belpietro, di Previti e del suo avvocato, e dei dossier veri o fasulli che questo circuito produce e pubblica, allora il messaggio di Berlusconi al paese non può essere più chiaro: sul piano politico ho perduto , passo ad altre forme di lotta.
Naturalmente non sarà questo che dirà il premier, quando domani terrà la conferenza stampa ferragostana affiancato dai volti rassicuranti di Maroni e di Alfano.
Ma mai come stavolta la sua lingua sarà biforcuta: le paginate del Giornale sono sicuramente più schiette a proposito delle sue reali intenzioni e del suo effettivo umore.
Dunque è questo che sta succedendo: spiegatelo per favore a coloro che per sudditanza o subalternità continuano a vedere un Berlusconi con tutti gli assi in mano. I suoi somigliano a quelli che secondo Formica erano nella manica del penultimo Craxi assediato dalle procure: carte mediocri, che non fermarono l’assalto di Di Pietro perché tutto intorno al pm s’era creato un ambiente favorevole.
Questo è esattamente l’effetto, forse non calcolato, che le ritorsioni berlusconiane contro Fini stanno suscitando a diversi livelli di opinione pubblica. Non ci spiegheremmo altrimenti Montezemolo, Marcegaglia, la media e piccola produzione, la Cei, la correzione di rotta del Corriere negli ultimi due giorni, i commenti di grandi media internazionali (ignorati in Italia).
Non ci facciamo illusioni e conosciamo l’obiezione: poteri forti ma senza elettorato.
Obiezione accolta, ma ricordiamoci che non siamo ancora alla precipitazione elettorale.
Ciò che conterà in autunno – e definirà campo e rapporti di forze della contesa elettorale – saranno ancora la manovra politica e il clima nel paese.
Sta crescendo a vista d’occhio il grande e trasversale partito di chi, in un modo o nell’altro, vuole chiudere la stagione di Berlusconi.
Cresce anche perché constata l’incapacità del Cavaliere di trovare e indicare soluzioni politiche. Cresce, infine, perché in tanti vogliono sottrarre se stessi e l’Italia alla terrificante minaccia di terra bruciata messa in atto dai berlusconiani più scatenati.
Da ieri questo partito del buonsenso, informe ma sempre più determinato, sa di avere un punto di riferimento importante.
Napolitano ha dato voce all’ansia di chi vuole soluzioni politiche e non massacri a colpi di dossier. Ha ricevuto in cambio il solito trattamento stalinista alla Stracquadanio: vuol dire che ha colpito nel segno.
Non sappiamo e non vogliamo dire se anche dal Colle si stia scrutando l’orizzonte del dopo-Berlusconi. Quel che è certo è che da lassù non lasceranno che a manovrare la crisi siano il presidente del consiglio e i suoi fabbricatori di dossier.
permalink | inviato da stefano menichini il 14/8/2010 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 agosto 2010
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Montezemolo, apparente paradosso per il Pd
Il Pd, almeno ai suoi vertici, ha ormai assimilato l’idea che il suo prossimo candidato al governo – sia per l’improbabile esecutivo di transizione, sia per un governo battezzato dal voto degli italiani – non sarà un democratico. Il Foglio lo chiama autolesionismo, per altri è una dura esigenza alla quale rassegnarsi in nome dell’emergenza.
Per Europa, tanto per chiarire il punto di vista, vanno bene sia l’emergenza che la rassegnazione, basta essere onesti e chiamare le cose con il loro nome: era qui che si voleva portare il Pd, per sfiducia forse giustificata nei suoi mezzi e nelle sue potenzialità, e qui lo si è portato. A un ridimensionamento deliberato.
Chiaro che adesso vincere diventa perfino più importante di quanto lo fosse per Veltroni: allora ci si poteva illudere che su una sconfitta onorevole (come fu) si potesse costruire un autonomo progetto di rivincita; una eventuale malaugurata sconfitta elettorale per di più successiva a una cessione di leadership sarebbe preludio solo di ripiegamento definitivo e di inevitabili rotture.
Ma non saltiamo i passaggi. Ora siamo all’antivigilia di qualsiasi scelta. L’idea che si va affermando ai vertici del Pd è quella di offrire a Casini la guida di una larghissima coalizione nel caso di un’eventuale campagna elettorale anticipata.
Questo è da molto tempo il pensiero di D’Alema, non è detto che Bersani lo condivida del tutto. Anzi, siamo quasi sicuri che il segretario, dovendo sacrificare la leadership propria e del Pd, preferirebbe farlo a favore di qualcuno che non sia segretario di un altro partito, meglio ancora che non sia proprio in politica.
In fondo sarebbe la logica conseguenza del generale riconoscimento di un’emergenza, di fronte alla quale tutti i partiti rinunciano a qualcosa. Film già visto, si dirà, e stridente contraddizione con la rivendicazione tipicamente dalemiana e bersaniana del primato e dell’autonomia della politica. Ma anche soluzione più presentabile al corpo del partito.
Ieri, rimanendo silenzioso e al proprio posto il Governatore Draghi, s’è fatto sentire l’altro eterno candidato al ruolo di leader apolitico e apartitico. E sono bastate poche frasi incisive pubblicate sul sito di Italia Futura perché la destra ricominciasse a trattare Luca di Montezemolo come il capo in pectore della coalizione avversaria.
In effetti il sito montezemoliano, sempre stato corrosivo verso limiti ed errori della politica e dei partiti in generale, ieri ha precisato il tiro e ha sparato diretto contro il governo e contro Berlusconi, accusato di essere inefficace e di accampare scuse per il proprio fallimento. Gli argomenti di Montezemolo sono validi anche presso il vasto pubblico, ed è noto il suo progressivo distacco, volente o nolente, dalla galassia degli affari Fiat. Il carisma elettorale è una enorme incognita, ma il personaggio e il posizionamento appaiono ideali al fine di intercettare la grandissima delusione suscitata da Berlusconi nell’universo produttivo piccolo, medio e grande. E il riaprirsi della grande paura economica sembra attagliarsi al personaggio.
Detto questo, rimarrebbe il solito paradosso di un Pd che, dopo essersi spostatosi a sinistra, candidasse al governo l’ex capo degli industriali. Un paradosso già meno clamoroso per chi conosce storia e cultura del Pci.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/8/2010 alle 17:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 giugno 2010
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Luchino dacci la linea (mica vorremo finire così?)
C’è gente che non vuole bene al Pd. Oltre ai tanti italiani semplicemente indifferenti alla sua esistenza, e agli altrettanti che lo avversano perché votano a destra, il Pd ha un discreto tasso di impopolarità anche fra i suoi reali o potenziali elettori. Quelli che di loro si esprimono lo fanno ormai sulla rete. E qui, leggendo in queste ore le reazioni al voto sulle intercettazioni, parrebbe che il Pd quella legge l’abbia sostenuta se non addirittura voluta. Assurdo.
Noi invece al Pd vogliamo bene, e del resto Europa è nata proprio per questo progetto. Ci sono correnti d’opinione – come quella testé citata sulla legge sulle intercettazioni – che non si spiegano con errori dei democratici.
Si spiegano invece col veleno estremista e giustizialista che corrode da anni il corpo della sinistra italiana e annebbia tanti cervelli. Del resto non stupisce, che nell’Italia di Berlusconi ci sia gente convinta che la dialettica politica sia ormai solo una partita fra guardie e ladri.
Noi non vogliamo difendere il Pd dai matti secondo i quali «fa il palo al governo»: tempo perso. Vogliamo difendere il Pd dal male che si infligge da sé, con questo deliberato auto-ridimensionamento di ruolo e di ambizioni.
Ieri, per esempio, Europa è stato l’unico giornale a dare conto del corposo documento dem in risposta alla manovra di Tremonti. Noi avremmo esagerato, perché l’abbiamo pubblicato integrale. Ma non è bello che altrove non sia uscita una sola riga, neanche su Sole 24 Ore o Unità. Né ce la possiamo prendere con la libera stampa (almeno, non di questi tempi) se i democratici fanno titolo solo per la strenua lotta alle letali infiltrazioni massoniche. Il fatto è che il Pd è giudicato ininfluente sulla scena; le sue posizioni, inessenziali; la sua prospettiva di rinvincita, vaga e rimandata nel tempo.
Se un partito non dà segni di potere e forse neanche volere ribaltare lo stato di cose, è inevitabile che nel moderno sistema della comunicazione venga sorpassato non solo da chi strilla più forte (pazienza) ma anche da chi si propone come semplice fattore di sblocco.
C’è da scommettere, ed è anche giusto che sia così, che la mezza discesa in campo annunciata ieri da Montezemolo soverchierà per giorni qualsiasi iniziativa dell’attuale opposizione politica, compresa la manifestazione del 19 giugno al Palaeur. Proprio per quel motivo: per l’impressione (l’illusione) che la mossa di un vip possa avere un impatto politico maggiore di quelle di un partito del 27 per cento.
L’abbiamo scritto fin dagli esordi della segreteria Bersani, pur salutandone l’approccio non spettacolare alla politica: ci vuole un messaggio. Non è fuffa comunicativa, è l’essenza del dialogo con l’opinione pubblica. Una volta i partiti erano il messaggio in sé, ora è assurdo mimare quei tempi. Un’alternativa di politica economica, parlando di questo, non è una somma di emendamenti: basta che Stefano Fassina piazzi due timidi colpetti fiscali apparentemente innovativi sul Foglio, giornale inconsueto, e già abbiamo dato un po’ più di senso alla storia.
La replica del Pd a Tremonti può essere (coerentemente con l’eterna costituency di questo partito) la muraglia cinese a difesa del pubblico inteso come valori, servizi, dipendenti. Bene: è una cosa, è un messaggio.
Oppure può essere la sfida alla destra a colpire veramente la Casta: province da abolire, auto blu da rottamare, dirigenti da cacciare, consigli d’amministrazione da decapitare. Bene, un altro messaggio, almeno il popolo viola finalmente sarebbe soddisfatto (difficile).
Infine può invece essere la rivoluzione fiscale: taglio delle tasse a imprese, commercianti, artigiani, bruciare Tremonti nello spostare il fisco dalle persone alle famiglie. Un altro messaggio, un altro segno di esistenza in vita, di essere cambiati e voler cambiare, non di limitarsi ad accompagnare col corruccio e l’emendamento il piccolo cabotaggio della destra.
Non arriviamo a dire che le diverse linee siano equivalenti, ma quasi. Basta che se ne scelga una da forzare rispetto al resto. Nell’indistinto si vegeta. E non vorremmo finire a coniugare antico e moderno urlando: Luchino, dacci la linea.

permalink | inviato da stefano menichini il 12/6/2010 alle 8:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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