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Diario
14 dicembre 2012
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monti berlusconi merkel ppe
No, non c'è una destra montiana
Certo che non ci piacerebbe vedere Mario Monti candidato contro Bersani alla guida di una coalizione che va da La Russa a Bonanni, da Brunetta a Olivero, da Montezemolo alla Santanché, sotto la regia di Silvio Berlusconi.
Non ci piacerebbe, crediamo che piacerebbe poco anche al professor Monti, e siamo sicuri che molte cose possono accadere, ma questa mostruosità non diventerà proposta elettorale.
Il saldo della giornata di ieri non è la magica soluzione dei dilemmi del Pdl, con Merkel che installa Monti alla testa della vetusta destra italiana capovolgendone magicamente gli umori populisti in austero rigorismo europeista.
No, è successa un’altra cosa. È successo che il Ppe ha definitivamente retrocesso il berlusconismo a fenomeno deteriore, affermando che per loro l’Italia dovrà continuare sulla linea attuale, con un ruolo di leadership per Monti.
In fondo una cosa analoga l’ha detta anche Hollande, ed è logico: nessuno vuole vedere l’Italia sfuggire dalle responsabilità che ha cominciato ad assumersi. E nessuno in Europa vuole fare a meno del carisma che Monti s’è conquistato.
Per cui ieri Monti non è diventato il capo della destra italiana. Potrà prendere una parte, sì, e cominciamo a credere che lo farà. Non da erede di Berlusconi però.
C’è in questa constatazione il sollievo di chi ha sostenuto gli sforzi del premier da posizioni democratiche; ma anche la speranza di chi non vorrebbe veder bruciato un patrimonio di credibilità costruito anche sulla coerenza, sulla lealtà, sulla serietà personale di un leader che, dovesse per assurdo cedere alle lusinghe, sceglierebbe davvero una compagnia male assortita per il proprio battesimo elettorale.
Detto questo, occorre riconoscere che ieri l’Italia si è trovata catapultata in una dimensione politica che, sparito Berlusconi dalla scena, è assai desiderabile. E alla quale il sistema deve tendere: due coalizioni riformiste ed europeiste, leader non estremisti, soluzioni politiche e di governo alternative ma non visioni del mondo inconciliabili. Queste sono le dinamiche politiche, anche accese, in tutti i paesi occidentali.
Il Pd è pronto per un assetto del genere. Anche adesso. Perché è nato per questo, in una dimensione europea che il centrodestra fin qui non ha mai avuto.
Prima l’Italia ci arriva, meglio è. Che accada nei prossimi quarantacinque giorni, ammetterete, è un po’ improbabile. 
permalink | inviato da stefano menichini il 14/12/2012 alle 7:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 novembre 2011
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monti sarkozy merkel bce
L'effetto Monti per ora colpisce Sarkò
L’effetto Monti c’è, è evidente. E se lo spread non se ne accorge, se n’è accorto Nicolas Sarkozy. A dimostrazione di quanto personalità e credibilità possano valere sulla scena internazionale (non era del resto questa una delle rivendicazioni di Berlusconi?), è bastata l’apparizione a Strasburgo dell’ex commissario europeo perché cambiassero le parti nel dramma.
Sia dietro le quinte che nel proscenio della conferenza stampa, ieri è stato evidente come la nazione sotto i riflettori, quella in difficoltà, non fosse più l’Italia bensì la Francia. Con un presidente in pre-campagna elettorale fortemente innervosito anche perché poco prima s’era trovato davanti una Merkel spalleggiata da Mario Monti sul tema cruciale del ruolo della Bce e della sua autonomia. Il tema della riforma della banca è controverso, sta di fatto che Monti ha fatto fronte comune con Mario Draghi e con la Cancelliera, obbligando Sarkozy al dietrofront.
Non è riuscito il reciproco: Merkel resiste ancora duramente al varo degli eurobond (che pure ormai i mercati considerano come inevitabili, tanto da penalizzare le aste dei bund tedeschi), però anche qui la voce di Monti s’è sentita. Nell’indicazione di un percorso (da intraprendere dal consiglio europeo del 9 dicembre) che fissi i primi elementi di un’unione fiscale: accadesse davvero, sarebbe un insperato effetto della crisi finanziaria.
Il gioco dei veti è ancora forte e spinge anche Strasburgo fra gli appuntamenti falliti. Né c’è alcunché di salvifico nel riconquistato ruolo dell’Italia: semplicemente, è stato compiuto un passo politico fuori dallo stallo precedente, e tutti ne tengono conto. Monti s’è potuto anche permettere di ricordare l’errore franco-tedesco del 2003 (complice Tremonti), quando si concessero deroghe al patto di stabilità.
Annotazione finale, amara: in questo momento Merkel e Sarkozy sanno delle misure prospettate loro da Monti per l’Italia molto più di quanto ne sappiamo noi e ne sappia il parlamento. È un danno collaterale della cessione di sovranità cui siamo stati costretti dai nostri errori, ma è una situazione in questi termini inaccettabile.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/11/2011 alle 8:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
1 novembre 2011
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Il momento della verità
Il passaggio è drammatico, pieno di incognite, ma in definitiva non così complicato. È reso obbligato dal micidiale fuoco incrociato di tre fattori: l’ulteriore emergenza scatenatasi in Europa subito dopo l’annuncio del referendum greco; la violenza dell’attacco speculativo ai titoli pubblici italiani, cioè del paese considerato più a rischio nell’Eurozona; la convinzione diffusa a tutti i livelli che il governo Berlusconi non abbia la forza per assumere le misure richieste dalla Bce.
Non esiste la via d’uscita suggerita da Giuliano Ferrara a Berlusconi: il golpe interno al centrodestra di un decreto che cancelli mesi di resistenze e di veti, facendo del presidente del consiglio il campione della cura lacrime e sangue. Non esiste perché Berlusconi non ha questa forza politica (e probabilmente neanche parlamentare) e perché né Napolitano né Draghi né il direttorio franco-tedesco possono fidarsi di una conversione in legge di tempi ed esito dubbi.
Non è affatto detto che esista, in alternativa, la via d’uscita che il capo dello stato si è incaricato di esplorare, in consultazioni che potrebbero cominciare già oggi.
Nel suo comunicato-bomba, ieri pomeriggio, il Quirinale fa riferimento all’opinione di forze «sociali e politiche» e alla loro disponibilità ad assumersi le responsabilità del momento. Ma a che cosa è legata questa disponibilità, come Napolitano sapeva benissimo quando ha scritto il comunicato? Alla nascita di un nuovo governo (a occhio, diremmo a guida Mario Monti), come hanno detto non solo i partiti – Bersani d’intesa con Casini e Di Pietro – ma anche per la prima volta in questi termini tutto il cartello da Confindustria all’Abi.
È un’ipotesi remota, stante la resistenza ostinata di Berlusconi. C’è però l’incognita: la possibilità che si renda necessario un voto parlamentare, che potrebbe perfino essere richiesto dall’Europa come certificazione della volontà politica italiana a fare sul serio.
A parte che la Lega non ha mai accettato di piegarsi ai diktat europei, pochi istanti dopo il comunicato di Napolitano l’ex coordinatore di Forza Italia Antonione ha annunciato l’uscita dal Pdl. È un segno. La resa che Berlusconi non vuole offrire spontaneamente potrebbe essergli strappata a forza. Anche se dopo sarebbe tutto più difficile.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/11/2011 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 ottobre 2011
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Il momento cruciale (ma se Napolitano...?)
Quando chiudiamo questa edizione del giornale, siamo in bilico fra la crisi del governo e chissà quale altro pasticcio elaborato non per far uscire l’Italia dalla crisi ma solo per tenere inchiodato Berlusconi al suo posto. Un intero paese è schiavo dell’unica ossessione del suo premier: reggere all’assedio non più solo delle opposizioni, dei giudici, della stampa e dei mercati, ma ormai anche all’ostilità palese dei leader mondiali. Quei leader che ci possono stare antipatici – sono tra l’altro tutti espressione della destra europea – e si comportano in maniera inaccettabile, ma hanno in mano le chiavi di un aiuto che l’Italia non può più darsi da sola.
Non c’è un solo governo normale che, di fronte al bivio fra una decisione politica necessaria e il veto posto da un alleato, non cerchi fuori da sé la soluzione. La maggioranza di centrodestra italiana è l’anormalità assoluta di una coalizione che antepone a tutto neanche la propria salvezza politica – che sarebbe ancora possibile nonostante tutto – ma l’esclusiva angoscia personale del suo capo.
La provocazione che oggi lancia il nostro Montesquieu è la semplice rivelazione di quanto il re sia nudo: basterebbe che l’Italia venisse rappresentata nei vertici mondiali dal suo presidente della repubblica, invece che dall’attuale presidente del consiglio, e già le cose sarebbero molto diverse.
Non sarebbe risolto tutto il problema, certo, ma quello fondamentale e preliminare della credibilità del paese sì. Nessuno si azzarderebbe a sogghignare. Nessuno emetterebbe diktat. Nessuno ci mancherebbe di rispetto. Naturalmente il debito pubblico non diminuirebbe per ciò stesso di un solo centesimo, ma il giudizio sulla stabilità e l’affidabilità nazionale cambierebbe, gettando le premesse per ogni passaggio successivo.
È una provocazione, dicevamo, ma illumina il quadro: fa capire fino a che punto il problema sia l’Italia in generale, e fino a che punto il problema sia l’Italia di Berlusconi.
In questo scorcio – ore concitate e confuse – si è di nuovo intravisto un nucleo di opposizione che è ormai maggioranza reale nel paese e si dice pronto ad assumersi la responsabilità delle scelte necessarie. È importante dare atto a Bersani, a Casini e agli altri di essere presenti al momento topico: non abbiamo molto altro in cui sperare. 
permalink | inviato da stefano menichini il 25/10/2011 alle 17:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 aprile 2011
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È vero, c'è un complotto internazionale
L’Europa ha dichiarato l’ostracismo politico all’Italia.
E per quanto i destinatari di tale condanna all’esclusione siano Berlusconi e Bossi, la notizia non può fare piacere a nessuno (anche perché non pare destinata a modificare in nulla lo stallo del quadro politico nazionale).
È una cosa mai accaduta prima, non c’è memoria di situazioni analoghe da quando c’è l’Unione.
Neanche il precedente della brutta Polonia dei fratelli Kaczynski funziona: perfino quel paese pulsante di sentimenti xenofobi e antisemiti aveva più alleati di quanti ne abbia l’Italia di oggi. Senza contare che al brutale isolamento europeo noi dobbiamo aggiungere il gelo americano, che non può essere scaldato né da qualche rara telefonata fra Roma e Washington, né dalla subalternità perfino imbarazzante di Frattini alle direttive di Hillary Clinton: se ne riparlerà, e molto, avvicinandoci al 2 giugno, quando a Roma al fianco di Napolitano per una celebrazione speciale della Festa della Repubblica ci sarà Joe Biden, con Obama impegnato in un tour europeo scrupolosamente disegnato per evitare l’Italia.
L’intenzionalità politica dei maltrattamenti diplomatici inferti a Maroni in questi giorni è troppo evidente. Lui stesso, scosso, l’ha denunciata in modo schietto ancorché autolesionista. Il ministro leghista, vittima del proprio eccesso di furbizia sull’emergenza tunisina, non sa come uscire dal guaio nel quale ha messo se stesso, il governo e il paese. E così l’unica arma dialettica la recupera dal bagaglio più tradizionale della Lega anti-europeista, imitato e anzi scavalcato dal compagno-rivale di partito, Calderoli.
Ma è follia elevata al quadrato, una confessione di rabbiosa impotenza che mette in allarme il Quirinale e offre il fianco alle opposizioni.
Non solo. La reazione anti-Ue capovolge il dato politico macroscopico della legislatura: un governo a guida berlusconiana che, per volontà e imposizione di Tremonti, ha governato l’economia italiana (letteralmente) «sotto dettatura europea». In questo paradosso c’è tutto l’impazzimento del governo italiano. Stiamo parlando di Tremonti e della Lega, cioè dei due poli dell’asse che tiene in piedi e condiziona l’esecutivo, a discapito delle esigenze di propaganda e di spesa del premier.
L’asse si spezza oggi (e Maroni ne annuncia uno, rinnovato, con Berlusconi) lasciando sempre più Tremonti come unico interlocutore dell’odiata – ma indispensabile e inaggirabile – eurotecnocrazia, la stessa contro la quale il ministro dell’economia si batteva in un’altra delle sue molte vite, e che negli ultimi tre anni è stata invece la sponda delle sue politiche di contenimento della spesa pubblica.
Tuttora è così: mentre Maroni, Calderoli e anche Berlusconi si battono contro l’ostilità delle capitali europee, Tremonti gioca proprio lì la sua battaglia per portare Draghi (proprio lui, il Governatore exnemico) al vertice della Banca europea.
Non sappiamo quali conseguenze avrà in Italia questa divaricazione, che peraltro Tremonti ha praticato senza mai dichiarare. Dipendesse dal ministro dell’economia, nessuna conseguenza. Ci penseranno però i giornali vicini al premier a riscaldare gli animi e riaccendere i sospetti: già lo fanno, ogni giorno, scaricando su Tremonti ogni sorta di maldicenza, la più grave delle quali riguarda la manovra che ha portato all’estromissione di Geronzi da Generali.
Torniamo però all’ostracismo europeo. Gli episodi sono ormai innumerevoli. Le motivazioni, oblique e non commendevoli. Berlusconi s’è messo da tempo contro Sarkozy, per motivi anche di rivalità e concorrenza personale. Ora viene ripagato, da un governo se possibile più xenofobo di quello italiano, più opportunista di quello italiano, elettoralmente messo peggio di quello italiano, ma rispetto a quello italiano enormemente più forte in Europa e nei rapporti con Washington.
Quando ancora sanguinava l’offesa della videoconferenza sulla Libia assente il solo Berlusconi, da destra si citava la Germania come nuovo amico: pochi giorni, e anche quel governo (di destra, anzi stesso partito europeo del Pdl) molla Roma al suo destino e ai suoi tunisini.
È evidente: c’è una scommessa internazionale contro Berlusconi, contro l’infrequentabile del bunga-bunga. Ma torna in mente ciò che scrivemmo nei giorni lontani del trionfo di Obama: improvvisamente, Berlusconi apparve allora come la cariatide, l’ultimo testimone di un’epoca chiusa, condannato a rimanere fuori sincrono rispetto agli uomini e ai processi nuovi. Già, c’è qualcosa di più del bunga-bunga. C’è una selezione della specie politica che ci fa fuori, senza speranza di poterci rivalere con un impraticabile nazionalismo.
La colpa, se questa condizione micidiale continuerà, non è più neanche di Berlusconi ma di un ceto politico di centrodestra (Lega e Tremonti inclusi) che preferisce arrivare al cannibalismo piuttosto che tentare una qualsiasi via d’uscita per salvare se stesso e l’Italia. 
permalink | inviato da stefano menichini il 12/4/2011 alle 14:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
30 marzo 2011
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Ma da dove nasce questa gran rupture?
Dunque, come Europa titolò una settimana fa, molto più che con la Libia di Gheddafi l’Italia è in guerra con la Francia di Sarkozy. Guerra totale, politica, economica, finanziaria, diplomatica, e su tutti i fronti compreso quello – letterale – che i francesi ricordano con rabbia. Già, perché a Mentone la gendarmeria ha abbassato le sbarre, e sono centinaia i tunisini che vagano per le strade di Ventimiglia, piccola Lampedusa, impossibilitati a sconfinare come fecero nel ’40 gli avanguardisti di Italo Calvino.
Le cronache non ci dicono se l’esclusione dell’Italia dalla videoconferenza dei big europei con Obama sia stata richiesta dal marito della Bruni, da quel Cameron che alle feste racconta barzellette su Berlusconi (non di Berlusconi), dall’abbronzato che secondo Belpietro fa ordire trame anti-italiane alla Cia, o dalla Merkel ancora scocciata per quella telefonata cafona e il mancato saluto in riva al lago.
La versione più probabile è che tutti siano d’accordo nel tenerci alla larga dai momenti che contano, lasciandoci da soli a grattare la rogna fin qui peggiore della crisi nordafricana, cioè l’emergenza profughi. Il che è offensivo per il paese intero – considerando che l’Italia è molto più Napolitano lunedì all’Onu, che Berlusconi sul predellino di corso di porta Vittoria – ma va valutato come un dato.
Possiamo escludere che dalla Casa Bianca all’Eliseo siano tutti lettori di D’Avanzo e amici di Zagrebelski, poi per anni ci hanno insegnato che i leader internazionali le pruderie se le fanno passare facilmente, quando vogliono. Nessuno opera per un regime change in Italia. Più banalmente, l’esperienza insegna che Berlusconi non è politicamente affine alle linee di intervento occidentale; che non lo è, dichiaratamente, sulla Libia; e che non è personalmente affidabile per i rapporti preferenziali con Putin, al quale racconta da anni, in tempo reale, ogni particolare dei vertici occidentali ai quali è invitato.
Non è antiberlusconismo, esterofilia, constatare che siamo politicamente fuori asse, e ne paghiamo le conseguenze. C’è un modo per uscirne: che Berlusconi riesca dare a Gheddafi l’ultima delle pacche sulle spalle, la più forte, e lo spinga davvero all’esilio come Frattini racconta in giro. Ne saremmo felici, anche per il rodimento procurato a Sarkozy. Che a noi non piaceva neanche quando da queste parti, dal Foglio a Fini, la sua rupture non era bullismo ma una gran figata.
permalink | inviato da stefano menichini il 30/3/2011 alle 7:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 novembre 2009
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d'alema pd pse merkel ashton schulz
Il bidone eurosocialista a D'Alema
Il sarcasmo sarebbe troppo facile, e alla fine non colpirebbe neanche l’aspetto più importante della vicenda europea. Sì, è vero, i socialisti tirano a Massimo D’Alema il più clamoroso dei bidoni, dimostrando di non avere in gran cale il suo curriculum, la sua credibilità e i suoi sforzi per presentare sotto una buona luce agli italiani il decrepito club del Pse.
È una amara lezione per tutti, appesantita dalla beffarda (ancorché sensata) motivazione con la quale Martin Schulz, eroe delle Feste dell’Unità per i suoi scontri col Cavaliere, ha giustificato l’esclusione dell’italiano: non è candidato da governi socialisti «ma dal governo Berlusconi».
Così non solo D’Alema rimane in Italia dopo esser stato frontrunner per una carica di enorme prestigio, ma ci rimane con appiccicata addosso l’eterna, insopportabile e ingiusta etichetta di amico di Berlusconi.
Che, come si vede, gli ha guastato la carriera senza mai apportargli alcun vantaggio.
Questa è la lettura italiana della vicenda: suonerà parziale ma è doverosa, anche perché implica una riflessione sul ruolo del Pd in questo Asde che in pochi mesi s’è rivelato un vero purgatorio anche per coloro che l’avevano fortemente voluto come approdo europeo, contro obiezioni e resistenze che si confermano fondate.
Il problema però, come si diceva, va molto oltre la bocciatura di D’Alema. Lo affronta al meglio oggi in un suo primo commento su Europa Giampiero Gramaglia, già direttore dell’Ansa ed esperto di politica internazionale. Il leader italiano finisce triturato da una macchina che, da Londra a Parigi a Berlino, ha come obiettivo quello di ridurre definitivamente il peso delle istituzioni europee sovragovernative. Nessun candidato forte, da Tony Blair in giù, aveva scampo in una logica del genere. Si vede soprattutto la mano di Angela Merkel nelle scelte di ieri, compresa quella della baronessa Ashton (suggerita con la obliqua motivazione della presenza femminile): mezzo secolo dopo Adenauer, un altro Cancelliere tedesco provvede a chiudere il libro dei sogni federalisti, per assicurare ai governi tutto il potere che non hanno mai perduto.

(da Europa)

permalink | inviato da stefano menichini il 20/11/2009 alle 9:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


Politica
26 giugno 2009
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berlusconi merkel g8 obama frattini
Berlusconi è contento ma il G8 si sgonfia
Il nocciolo della questione è in una frase: «Io non cambio, gli italiani mi vogliono così».
Si chiude il capitolo inverosimile di un Berlusconi che si emancipa dalla propria macchietta. Svanisce l’irrealistica ipotesi che si potesse uscire dalla vicenda delle escort «anche ammettendo le proprie debolezze e spiegandole, imponendo un terreno nuovo, di sincerità e di garbo, e cercando di voltare pagina» (parole di Giuliano Ferrara).
Berlusconi non solo non volta pagina ma rivendica passato e presente. Lo fa con le battute quotidiane su veline e minorenni, e con le sue sentenze: «È tutta spazzatura, chi mi attacca perderà lettori e pubblicità».
Non è così. Berlusconi si illude e si fa illudere da sondaggisti che lo hanno già indotto all’errore alla vigilia delle europee. E comunque è sviante continuare a riferirsi agli italiani, al loro consenso, ai loro gusti: non si voterà più per i prossimi dodici mesi, e i problemi di Berlusconi non saranno di tipo elettorale. In una democrazia moderna – piaccia o non piaccia – il voto è la suprema e prima fonte di legittimazione, ma non l’unica.
Non sappiamo se sia vero che Angela Merkel diserterà il G8 dell’Aquila. Sappiamo che oggi a Trieste, per il G8 diplomatico ospitato dall’incolore Frattini, non c’è Hillary Clinton (che con Frattini ha un conto aperto), non ci sono gli iraniani (per ragioni che viaggiano al sopra alla Farnesina) e, grazie all’assenza degli americani e alla presenza degli amici russi, non ci sono cose serie da discutere su Afghanistan, Pakistan, e sullo stesso Iran.
Non servono né la palla di vetro né le scosse giudiziarie o gossippare, per predire che anche il G8 dell’Aquila sarà un flop salvato solo dalle visite fra le macerie del terremoto. L’agenda della governance finanziaria è stata già svuotata da Obama e rinviata al G20.
Come si fa a non cogliere il ridimensionamento di questo turno italiano, e le sue ragioni? Ora sarà anche vero che «gli italiani lo vogliono così» (e alle elezioni non sembrava esattamente così): ma con un Pil che scende del 5 per cento, tutta la stampa internazionale ostile, i leader mondiali che se ne stanno alla larga e l’establishment nazionale disperato, perfino i gusti degli italiani potrebbero non risultare così decisivi.

permalink | inviato da stefano menichini il 26/6/2009 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
4 aprile 2009
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La vergogna nazionale
La scena di Berlusconi che telefona facendo aspettare Angela Merkel e fregandosene della cerimonia di apertura del vertice Nato con Obama ha già fatto il giro del mondo. Per tutti i giornali online è in questo momento la notizia d'apertura, se la batte con i casseurs tedeschi che si scontrano con la polizia.
Effettivamente, una bella lotta fra giganti: Berlusconi e il black block.
I corrispondenti italiani raccontano la scena della sala stampa internazionale che assiste sui megaschermi alla telefonata di Berlusconi: una vergogna assoluta.
A me i leader mondiali non fanno particolare impressione, né ho il mito delle cerimonie. Ma i rituali hanno anche un senso, e i famosi rapporti interpersonali fra leader di cui Berlusconi parla sempre si basano anche sul rispetto di questi riti. Non c'è dubbio che questa sceneggiata avrà qualche ripercussione nell'opinione personale della Merkel - e di tutti gli altri - su questo presuntuoso che tra l'altro stava cercando di farsi bello risolvendo personalmente con Erdogan una questione internazionale delicata (la nomina del nuovo segretario generale della Nato).
Il fatto che non ci sia riuscito (quali argomenti avrà usato: il valore del regalo di nozze che fece alla figlia di Erdogan?) aggrava il quadro e lo rende ancora più ridicolo.
Poi è intervenuto Obama, la situazione si è sbloccata, Rassmussen è passato. E Silvio nostro s'è preso il merito. Goffi, approssimativi ma furbi, così sono considerati gli italiani nel mondo: dagli torto...
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Politica
31 marzo 2009
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berlusconi merkel sarkozy brown obama g20
Berlusconi al G20. Per farli ridere
I potenti della Terra convergono su Londra dai venti angoli del pianeta industrializzato. Sudafrica, Indonesia, Messico, Argentina, Sud Corea compresi. Obama si gioca la credibilità di leader globale. Gordon Brown la patente di riformatore del capitalismo. Sarkozy (perfino minaccioso) le ambizioni di nuova grandeur europea. Hu Jintao è seduto sul vulcano di milioni di neoricchi a rischio di neopovertà. Angela Merkel deve fermare gli angloamericani, e questo per un tedesco è sempre spiacevole. Putin rimpiange il petrolio a 150 dollari al barile, ed era solo ieri.
Devono dimostrare che la politica può davvero restaurare le regole per far ripartire economia e finanza. Rischiano di dimostrare solo la propria impotenza come governo mondiale, e tornare all’antico bricolage nazionale.
E Berlusconi? Vediamo. Ieri era impegnato a palazzo Grazioli in un lungo vertice con i capi del centrodestra, ministri compresi. Argomento, la lottizzazione in Rai: chi va al Tg1, chi ai gr, chi a Raidue, chi alla fiction (il settore che sta più a cuore al presidente per i noti motivi).
Prima aveva tenuto un mortale discorso scritto chissà da chi al G8 del lavoro. Solo perché gliel’hanno chiesto i giornalisti, ha mostrato di accorgersi (lunedì non era accaduto) del fatto che gli Usa abbiano chiamato la Fiat a salvare la Chrysler: «Una bella soddisfazione», ha detto.
A Londra dovrà sforzarsi di più. Si aspettano da lui che faccia ridere la compagnia.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2009 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


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