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Politica
22 novembre 2011
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Per il Pd un mercato del lavoro pieno di mine
Si avvicina il momento di dare corpo all’impegno assunto da tutti i partiti ad appoggiare Monti nella sua ricetta per l’Italia. Ognuno dovrà mandare giù qualche boccone amaro e la cosa, oltre si spera a essere utile per definire un equilibrato pacchetto di interventi d’emergenza, sarà importante anche per dare una bella picconata alla demagogia che ci ha accompagnato in tutti gli ultimi anni.
È una soddisfazione amara vedere il Pdl acconsentire senza troppe storie alla ritorno dell’Ici: è ancora fresca la memoria di quel duello televisivo con Prodi, nel 2006, quando col sorriso di chi sa che la sta sparando grossa Berlusconi piazzò il colpo a sorpresa, l’ultimo della campagna elettorale della rimonta che amputò la vittoria dell’Unione. «Avete capito bene, toglierò l’Ici», ghignò il Cavaliere. Vanamente il centrosinistra rispose che sarebbe stata una misura folle: inutile per la crescita, deleteria per i conti.
S’è visto chi avesse ragione. Oggi si torna indietro (e certo non è una bella notizia, pur sempre la reintroduzione di una tassa) e possiamo sperare che per un bel po’ nessuno azzardi più simili giocate di poker sulla pelle del paese.
Siccome saranno comunque obbligati a farlo – dalla crisi, dalle circostanze, dal professor Monti – tutti tolgono e ricollocano i propri paletti. Ieri Bersani ha invitato a «non drammatizzare sull’articolo 18» se non altro perché «nel 95 per cento delle aziende non si applica». Che è una giusta osservazione, oltre che il principale argomento di Pietro Ichino quando chiede al Pd maggiore pragmatismo nell’affrontare i nodi del mercato del lavoro.
Questo sarà il principale terreno minato per il Pd, uscito dal turbine dell’appoggio a Monti con l’obbligo (e la convenienza, a leggere i sondaggi) di compiere scelte difficili. Da Sacconi non cessano le provocazioni e il continuo tirare la corda da parte di Marchionne non aiuta a bonificare il campo di discussione, sul quale la Fiom spara da par suo (quello della Fiat sarebbe «fascismo aziendalistico»). La capacità democratica di fare politica e fare mediazione ad alto livello sarà presto messa a dura prova.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/11/2011 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
5 ottobre 2011
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Primato della politica svendesi
Ma come sono volatili i principi duri e puri dell’autonomia della politica, che ballano a seconda delle convenienze. Lavora troppo a singhiozzo l’apprezzabile partito trasversale che ha resistito allo spirito del tempo, mantenendo sacro il concetto che politica e affari sono mondi paralleli e ovviamente comunicanti, ma che ognuno deve rispondere innanzi tutto alle proprie regole e alle fonti di legittimità: corpo elettorale per la politica, stakeholders per chi fa affari.
Capita così che la sortita avventurosa di Diego Della Valle e la tardiva foga antigovernativa di Emma Marcegaglia muovano a maggiore indignazione proprio i residui guardiani del mondo berlusconiano. Una beffa, pensando che l’intera loro attività – i partiti che dirigono, i quotidiani e i settimanali dove scrivono, le tv dalle quali parlano – rappresenta un monumento al conflitto d’interessi e alla cancellazione dei confini fra uomo d’affari e uomo di governo.
Il conflitto d’interessi di Berlusconi è stata qualche rara volta un’ammissione messa tra parentesi (pensiamo a Giuliano Ferrara), di solito una circostanza semplicemente negata con faccia di bronzo (tipica, quella di Franco Frattini).
Ora diventa accusa infamante e motivo di derisione per lo scarparo fiorentino o per la signora di Confindustria, per non parlare di Montezemolo e dei suoi treni. Ingrati, questi imprenditori che invece andavano benissimo quando (da veri allocchi, va detto) accettavano da Berlusconi programmi-fotocopia buoni per governo e imprese.
Nello stesso momento in cui gli aspiranti al conflitto d’interessi del futuro vengono inchiodati sul bagnasciuga della politica, eroe eponimo diventa Sergio Marchionne, leader di quella Fiat un tempo odiata dalla destra leghista-berlusconiana. Marchionne: uno che l’autonomia del business la pratica davvero, ma non ha disdegnato di scrivere di proprio pugno il famoso articolo 8 della manovra tremontiana, illudendo l’ex socialista autonomista Sacconi di aver trovato lo scassa-Cgil dei suoi sogni.
Amara però la sorte degli autonomisti a targhe alterne: lo scassa-Cgil si rivela in realtà scassatutto, inarrestabile nella sua traslazione verso Detroit, amico di un breve momento per far dispetto a Marcegaglia ma già con la testa e l’auto altrove. Non l’avessero già ignorato per diciassette anni, hanno dato via davvero per poco il loro primato della politica.
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Politica
26 agosto 2011
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Partito Fiat? Non creiamo altri fantasmi
Da tempo abbiamo capito cosa faranno di mestiere gli antiberlusconiani di stampo giustizialista quando non ci sarà più Berlusconi: daranno la caccia alle indegnità morali di tutti gli altri rimasti sulla scena, a cominciare dal Pd.
Ora cominciamo a intravedere una tentazione per il dopo-Berlusconi anche per gli antiberlusconiani che apprezziamo di più, quelli del primato della politica, ai quali ci sentiamo più vicini anche perché adesso abitano soprattutto nel giornale cugino, l’Unità. E ai quali però vorremmo consigliare di non sostituire l’ossessione del partito azienda Fininvest con l’ossessione del partito azienda Fiat, autocondannandosi fin d’ora a una replica degli stessi concetti, dello stesso schema di battaglia e, temiamo, delle stesse delusioni patite contro il Cavaliere.
Certo, Montezemolo può risultare fastidioso per l’esasperato tatticismo, il calcolo di essere oggi sulla scena tutti i giorni ma di volersi assumere responsabilità dichiarate solo a ridosso delle elezioni. E per parte sua è arrivato il momento che Marchionne interrompa le sue lezioni sull’Italia e, come dice Fassino, dimostri di aver azzeccato la strategia per l’auto, che non ne saremmo così sicuri.
Calcoli e personalismi fanno però parte della politica, innervosirsi è inutile e denuncia una certa insicurezza in se stessi. Vale per il Pd come vale per Casini e Rutelli.
Il modo migliore per neutralizzare un eventuale pericolo Montezemolo (tanto più se lo considera un Berlusconi-bis) non è la demonizzazione che già non funzionò con l’originale: occorre capire per tempo se nel tipo di personaggio e nelle proposte anche radicali che fa non ci sia qualcosa che gli italiani potrebbero apprezzare come novità, e senza stare a domandarsi se sia roba liberista o laburista. Liberista solo a chiacchiere, non è certo per il suo rigore ideologico che Berlusconi ci ha dato legnate per anni.
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Politica
1 marzo 2011
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Da Fassino un segnale anche per il Pd
Non c’era ragione vera di deprimersi prima, non sarebbe prudente ora esaltarsi.
In qualsiasi altro momento la vittoria di Piero Fassino tra gli elettori di centrosinistra della sua città sarebbe stata un fatto scontato. Oggi non è esagerato dire, come ha fatto lui, che il risultato di domenica salva l’istituto delle primarie e ha un grande significato per il Pd a livello nazionale. Per un motivo semplice: perché restituisce fiducia in uno strumento che rischiava di essere delegittimato e abbandonato; e perché – dal cuore di una città del Nord – testimonia di una disponibilità forte a farsi mobilitare, ad accettare le proposte del Pd, a individuare gli uomini e le linee d’attacco migliori in vista dello scontro elettorale di maggio, la nuova spallata a Berlusconi.
Basta sondare gli umori della Lega e guardare alle manovre belusconiane dentro la Rai e nei giornali, per capire il valore che si dà al voto nei Comuni.
Torino è un buon colpo per Fassino e anche per Bersani. Ma è solo un passo, per entrambi.
I trentamila elettori di Fassino hanno respinto il liquidazionismo generazionale e hanno fatto giustizia dei luoghi comuni sulla sinistra torinese. Quando Chiamparino e lo stesso Fassino appoggiavano il Sì all’accordo Fiat, sapevano di avere a che fare con una città che è non più solo fabbrica, anzi. E certo non è mai stata solo Fiom.
Questa è una lezione anche per il Pd e per alcune sue correnti interne, più nostalgiche che autenticamente di sinistra. Ai tempi del referendum l’attuale sindaco e il suo possibile successore sono stati trattati con sufficienza, a stento tollerati. Si dimenticava (certo non poteva dimenticarlo Fassino, il segretario che traghettò dai Ds al Pd) che la sinistra in Italia non vince se non sfidando le proprie costituencies tradizionali a rimettersi in discussione e in gioco, con rispetto e credibilità.
Per Bersani il voto di Torino non è solo un conforto, è anche una indicazione di linea.
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Politica
13 gennaio 2011
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Per oggi Bersani ha ricevuto un aiutino
L’agenda della direzione Pd si è affollata di talmente tanti temi, che oggi Bersani avrà solo da scegliere. E così, grazie anche a qualche aiutino delle ultime ore, potrà divincolarsi dal tema antipatico delle reazioni negative all’appello per il “patto repubblicano”.
Soprattutto Berlusconi, con l’incredibile uscita di ieri a proposito del caso Fiat, offre al Pd una via d’uscita dagli imbarazzi che oggettivamente il referendum di Mirafiori gli sta procurando.
Bersani deve confrontarsi col governo, non sedersi ai tavoli di trattativa con Marchionne, dunque il gioco da giocare oggi è per lui relativamente facile: non solo il presidente del consiglio e i suoi ministri non muovono un dito per i destini dell’auto in Italia. Ma addirittura Berlusconi arriva alla inaudita autorizzazione preventiva alla Fiat a «lasciare il paese» in caso di vittoria del No a Mirafiori. Un comportamento inammissibile a qualunque latitudine. Frutto non solo di superficialità ma anche di calcolo: il centrodestra insorse alla notizia della fuga della Fiat da Termini Imerese (giugno 2009) e certo non si schierò con l’azienda su Pomigliano, un anno dopo. Dunque ora abbassa la cresta, la destra che tuonava contro i poteri forti, e spera di lucrare dai tormenti della sinistra intorno allo stabilimento simbolo della storia del movimento operaio.
Troppo smaccata anche la strumentalizzazione operata ieri da Nichi Vendola ai cancelli di Mirafiori, perché oggi Bersani non la ritorca contro il suo pseudo-avversario nelle pseudo-primarie in vista di pseudo-elezioni. Contro il presidente itinerante della Regione Puglia si potrebbe anche alzare un po’ la voce. Vendola ha sempre solo una cosa da offrire a chi non ha un posto di lavoro o rischia di perderlo: se stesso. Una volta di più, ieri s’è intravisto quel parallelismo fra la sua concezione della leadership e quella di Berlusconi.
Bersani è lontano da queste auto-esaltazioni personalistiche e fa bene a non tentarle neanche. Degli aiutini che ha ricevuto in vista della direzione, s’è detto. Oggi la parte difficile per lui sarà convincere, dentro e fuori il Pd, che la concretezza che dirà di voler opporre alla vanità altrui non sia, a sua volta, solo un esercizio retorico.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/1/2011 alle 7:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
11 gennaio 2011
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fiat mirafiori marchionne fiom cgil pd bersani landini d'alema fassino
Lo spazio stretto del Pd sulla Fiat
Ieri il segretario del Pd ha incontrato i leader di tre federazioni sindacali. Sì, tre. Non solo della Fiom ma anche della Fim e della Uilm. Folla di media all’arrivo di Landini al Nazareno, un po’ di disattenzione per l’incontro con Farina e Contento. Oggi i titoli saranno tutti sulla Fiom che chiede ai democratici di uscire dalle ambiguità, sul Pd che si barcamena, su Vendola pronto domani a picchettare i cancelli di Mirafiori (come da prassi istituzionale di ogni presidente della Regione Puglia, si sa).
Nessuno stupore né scandalo, il circo politico-mediatico funziona così. Date le premesse, Bersani non avrebbe potuto dire a Landini altro da quello che gli ha detto, e cioè che secondo il Pd l’esito del referendum deve essere rispettato, e che alla Fiom conviene firmare il contratto in caso di vittoria dei Sì. Parole al vuoto, con Landini, ma è una posizione che aiuta Bersani a tenersi in asse con Susanna Camusso: la linea del segretario Pd coincide alla lettera con quella della Cgil.
Purtroppo la posizione più equilibrata rispetto alle complicate dinamiche sindacali non corrisponde automaticamente alla posizione più forte e utile al Pd. La linea di Bersani rischia di essere considerata deludente da chi sta con la Fiom contro Marchionne (figurarsi poi dopo la kermesse di Vendola), e di rimanere lontana rispetto all’universo del mondo del lavoro, di cui la Fiom rappresenta una esigua minoranza anche tenendo conto solo dei sindacalizzati.
Questo è il nocciolo del problema del Pd adesso. Le vicende Mirafiori e Pomigliano l’hanno risucchiato nel teatro di una tipica dialettica tra forze di sinistra, nella quale le mosse possono essere più o meno corrette,  ma allontanano dalla centralità rispetto alla proposta complessiva per l’Italia. Prendersela con la latitanza del governo è giusto e aiuta, ma non rimette il Pd dove dovrebbe essere: a guidare i processi, non a subirli.
Una controprova? Quando D’Alema definisce «non del Pd» la posizione di Fassino in favore dell’accordo, pur condivendola e ritenendola giusta per un aspirante sindaco, fotografa la contraddizione che limita lo spazio dei democratici. Poi magari a Fassino fa anche un favore, visti i tempi.
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Politica
6 gennaio 2011
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Nel Pd finalmente uno scontro che vale
All’interno dei partiti esplodono spesso conflitti che non riguardano minimamente scelte importanti per i cittadini, non dicono nulla di chi li anima, servono solo a regolare rapporti di forza e di potere interni. È il rischio corso da Fini nel corpo-a-corpo con Berlusconi; è quanto accade in maniera sorda ma violenta dentro alla Lega; è la sindrome che ciclicamente travolge il Pd e lo trascina un po’ più lontano dalla vita reale.
La maledizione della autoreferenzialità potrebbe spezzarsi finalmente sulla Fiat, su Marchionne, sul sindacato. Di nuovo è il Pd il teatro principale dello scontro, ma stavolta chi soffre per l’unità infranta può consolarsi: ci si batte per qualcosa che ha un senso, perché il contratto di Mirafiori è ormai diventato il paradigma di come affrontare i mutamenti strutturali della produzione e del lavoro.
Siamo pienamente nella parabola storica delle molte sinistre d’Italia, nel cuore dell’identità stessa di un partito progressista e del lavoro. Precipita la questione sulla quale i riformisti hanno provato le loro timide rotture con la tradizione (fin dai tempi del Pci), sulla quale s’è attestata la battaglia di resistenza della sinistra neo-comunista, oggi riproposta da un fronte filo-Fiom che va da Di Pietro ai giovani leoni ex dalemiani, da Vendola ai popolari più marcatamente ex sinistra dc, rimettendo insieme compagni “litigati” come il manifesto, Cofferati, Bertinotti.
Rischia di saltare in mano a Bersani il tentativo di tenere insieme posizioni che divergono per motivi di fondo, non tattici. Certo, succede anche perché si fanno sentire gli opposti collateralismi con Cisl e Cgil. Ma Veltroni torna a dire che «imprenditori e lavoratori sono legati da un unico destino»: lo fa sulla Stampa, appoggiando Marchionne (con distinguo sui diritti di rappresentanza), rilanciando le proposte di Ichino, ricordando il Lingotto 2007 e preparando in modo non banale il Lingotto 2011.
Non è una questione da nulla, se su un tema così duro torna a farsi sentire nel Pd una posizione non auto-consolatoria né difensiva, disposta ad accettare la sfida dell’innovazione, perduta negli anni ’90. Possono finire spiazzate sia le zuffe generazionali che le dispute statutarie. Può aprirsi sul versante sinistro un conflitto di merito, dal quale emerga chi conosce condizioni e interessi reali dei lavoratori, rispetto a chi si limita a narrarli.
Altre volte simili battaglie sono state dichiarate e non date: il Pd è la marmellata che è proprio per questo motivo. Vedremo, stavolta.
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Politica
22 ottobre 2010
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È Vendola che deve inseguire, non il contrario
Scrivono sul Corriere della Sera che Bersani avrebbe deciso che per i prossimi mesi serve un Pd un po’ più di lotta e un po’ meno di governo. Motivo: bisogna arginare il flusso di voti in uscita a sinistra e prepararsi a contenere le velleità di Nichi Vendola alle primarie.
Non sappiamo se l’indiscrezione sia vera, anche perché noi eravamo rimasti al Bersani che si veste da premier ombra e promuove un giro di incontri con le parti sociali per metterle d’accordo: roba più di governo che di lotta.
Nel caso che il Corriere avesse ragione, non sarebbe una buona notizia per il Pd. Per carità, la mobilitazione porta-a-porta dei sabati novembrini sarà un momento cruciale, anche di gratificazione per gli iscritti che vogliono fare la propria parte. Ma cedere alla “sindrome-Fiom” – cioè alla paura di farsi portar via pezzi di elettorato politicizzato e di sinistra – può rivelarsi letale per i democratici.
Per due motivi che ieri erano rintracciabili negli interventi paralleli di Vendola a Firenze e di Franceschini a Cortona.
Il Vendola di Firenze non è un avversario che si possa battere sul proprio campo. Il suo livello è immaginifico allo stato puro, tutto sogno e narrazione, proposta di immedesimazione fra leader e popolo, berlusconismo dei buoni. Un Bersani “di sinistra” che si facesse attirare su questo terreno potrebbe solo reagire con un po’ di buonsenso socialdemocratico: ci si perderebbe, e perderebbe.
Franceschini dalla parte opposta avverte Bersani che non saranno solo i 75 a battersi per frenare la rincorsa a sinistra. AreaDem sarà pure ormai sostanzialmente entrata nella maggioranza del partito, ma su una linea peculiare: patto con il Terzo polo di tipo politico, di governo, non solo per la legge elettorale; rifiuto del ritorno a logiche di classe; la sfida della globalizzazione marchiata Marchionne accettata senza ostilità preventiva.
Sono in tanti, nel Pd, quelli che pensano che al Vendola di San Giovanni e di Firenze si debba rispondere obbligando lui a inseguire sfide difficili di governo. E assumendosi lui il rischio di perdere pezzi della sua sinistra movimentista e inquieta. Non il contrario. Soprattutto per quanto riguarda la perdita dei pezzi.
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31 marzo 2009
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Marchionne e Berlusconi, due Italie

Come la chiama Berlusconi? «La trincea del lavoro». E se ne ritiene il comandante in capo, lo stratega, lo scopritore di talenti da lanciare all’assalto, alla gloria.

Oggi meriterebbe di commentare una sola notizia, una vera giornata di gloria per la «trincea del lavoro» italiano. E Berlusconi non c’entra niente. Anzi, si potrebbe dire che la gloria (tutta da conquistare, per carità, e con enormi difficoltà) arride per ora a qualcosa e a qualcuno che la destra italiana ha sempre considerato estraneo, certo non amico: la Fiat, Marchionne, l’enorme sforzo di riconvertire ecologicamente l’auto. Per questo obiettivo – appena un po’ più strategico del digitale terrestre – arrivano finalmente gli aiuti pubblici, come inutilmente aveva chiesto il Pd per tutto lo scorso anno: ma arrivano dalla Casa Bianca, come riconoscimento esplicito di una capacità di management che si vede meglio da Washington e Detroit che da Roma. Speriamo di sbagliare, ma dall’asse romano-padano ci aspettiamo più sussulti protezionistici, che sostegno a questa enorme opportunità.

Dopodiché, c’è Berlusconi, c’è la politica. Il prodotto nazionale che non esporteremo mai...



continua >>
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2009 alle 10:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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