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Politica
5 ottobre 2011
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Primato della politica svendesi
Ma come sono volatili i principi duri e puri dell’autonomia della politica, che ballano a seconda delle convenienze. Lavora troppo a singhiozzo l’apprezzabile partito trasversale che ha resistito allo spirito del tempo, mantenendo sacro il concetto che politica e affari sono mondi paralleli e ovviamente comunicanti, ma che ognuno deve rispondere innanzi tutto alle proprie regole e alle fonti di legittimità: corpo elettorale per la politica, stakeholders per chi fa affari.
Capita così che la sortita avventurosa di Diego Della Valle e la tardiva foga antigovernativa di Emma Marcegaglia muovano a maggiore indignazione proprio i residui guardiani del mondo berlusconiano. Una beffa, pensando che l’intera loro attività – i partiti che dirigono, i quotidiani e i settimanali dove scrivono, le tv dalle quali parlano – rappresenta un monumento al conflitto d’interessi e alla cancellazione dei confini fra uomo d’affari e uomo di governo.
Il conflitto d’interessi di Berlusconi è stata qualche rara volta un’ammissione messa tra parentesi (pensiamo a Giuliano Ferrara), di solito una circostanza semplicemente negata con faccia di bronzo (tipica, quella di Franco Frattini).
Ora diventa accusa infamante e motivo di derisione per lo scarparo fiorentino o per la signora di Confindustria, per non parlare di Montezemolo e dei suoi treni. Ingrati, questi imprenditori che invece andavano benissimo quando (da veri allocchi, va detto) accettavano da Berlusconi programmi-fotocopia buoni per governo e imprese.
Nello stesso momento in cui gli aspiranti al conflitto d’interessi del futuro vengono inchiodati sul bagnasciuga della politica, eroe eponimo diventa Sergio Marchionne, leader di quella Fiat un tempo odiata dalla destra leghista-berlusconiana. Marchionne: uno che l’autonomia del business la pratica davvero, ma non ha disdegnato di scrivere di proprio pugno il famoso articolo 8 della manovra tremontiana, illudendo l’ex socialista autonomista Sacconi di aver trovato lo scassa-Cgil dei suoi sogni.
Amara però la sorte degli autonomisti a targhe alterne: lo scassa-Cgil si rivela in realtà scassatutto, inarrestabile nella sua traslazione verso Detroit, amico di un breve momento per far dispetto a Marcegaglia ma già con la testa e l’auto altrove. Non l’avessero già ignorato per diciassette anni, hanno dato via davvero per poco il loro primato della politica.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/10/2011 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
1 ottobre 2011
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Il Pd, tra la Marcegaglia e l'Unità
Per fortuna è finito il tempo delle fotocopie. Quando un imprenditore trapiantato in politica poteva trascinare le platee confindustriali con sceneggiate clownesche e promesse mirabolanti. E loro ci cadevano come allocchi, attratti per avidità e annebbiamento ideologico nella trappola dello sviluppo rapido e senza vincoli, del guadagno facile, delle regole cancellate, delle tasse leggere.
L’impresa italiana ha pagato cara l’infatuazione per Berlusconi (anche se il prezzo non fu mai alto come quello pagato dai lavoratori). E che sia così si capisce anche dal tentativo di fare rete e alleanza con l’intero mondo della produzione. Confindustria ne ha guadagnato in credibilità (era decisamente lesionata), in forza politica e in apertura mentale: il manifesto presentato ieri è altra cosa rispetto alle giaculatorie del passato, che potevi sempre sintetizzare con due frasette facili. Basta tasse, basta sindacati.
Lungi dalla perfezione, il manifesto della Marcegaglia è un testo importante, oltre la critica feroce rivolta al governo. Come contenuti potremmo considerarlo l’espansione della famosa lettera della Bce resa pubblica giovedì, con l’aggiunta di un impegnativo capitolo fiscale che chiede in sostanza l’introduzione della patrimoniale.
Il senso politico è chiaro, fin dalla nascita in luglio di questo nuovo patto di produttori: offrire la piattaforma di riforme economiche da affidare alla transizione post-berlusconiana. Una sponda essenziale per il Pd, che ci si era appoggiato in estate (quando era facile, perché i sindacati ci stavano tutti dentro) ed è tornato a farlo ieri con Bersani: più coraggiosamente, visto che la posizione della Cgil è ora più distante.
Ma non ci sono altre strade.

È un po’ la stessa questione suscitata all’interno del Pd dalla pubblicazione della lettera a firma Draghi e Trichet. Dove il problema non è l’adesione supina a un elenco di richieste – certo in quel documento messe giù in maniera abbastanza brutale: ma del resto erano le condizioni ultimative per decidere un difficile aiuto finanziario internazionale – bensì la scelta se giocare o meno, e con chi, la partita delle ineludibili riforme del mercato del lavoro, del sistema previdenziale, del prelievo fiscale, del welfare, della governance finanziaria.
Bersani, con i suoi trascorsi ministeriali, il curriculum di liberalizzatore, l’esperienza del raccordo stretto col mondo dell’impresa diffusa (i famosi tour in coppia con Enrico Letta) non può avere dubbi sulla necessità, soprattutto per l’Italia, di far scaturire la crescita dall’apertura dei mercati, dal rafforzamento della concorrenza e dal rispetto rigoroso dei vincoli di finanza pubblica. Non si è stati al governo con Ciampi e con Prodi per niente.
La crisi genera paure, richieste di protezione, e potenzialmente spinge alla regressione rispetto alle ambizioni dei periodi buoni. È una tentazione alla quale resistere, più e meglio di quanto stia resistendo il sindacato (e non solo la Cgil, perché le confederazioni tendono all’arroccamento in diversi luoghi e a difesa di diversi interessi, ma sempre di arroccamento si tratta).
Il Pd comunque non è un sindacato, il che consente oggi a Bersani di considerare l’insieme delle proposte del manifesto Marcegaglia. Per esempio, il niet sulla riforma delle pensioni è già stato rimosso, nelle more del posizionamento democratico rispetto alle manovre alternative a quelle di Tremonti.
Il Pd ricorda giustamente di avere una propria road map di fuoriuscita dalla crisi e dalla recessione. Ma anch’essa va aggiornata, ammesso che fosse sufficiente quando le varie conferenze interne l’hanno definita, visto che è datata al primo semestre di quest’anno: da allora molte cose sono cambiate, e tutte in peggio per il paese.
Ci sarà un approccio pragmatico, questo è sicuro e già si capisce.
Ci sarà anche una considerazione relativa al quadro politico: folle, ai limiti della irresponsabilità, lasciare che l’interlocuzione con questo patto di produttori possa essere ripresa dagli aspiranti eredi di Berlusconi, o comunque da un riorganizzato centrodestra più moderato dell’attuale.
Certo non possono prevalere gli atteggiamenti da catarsi ideologica, apocalitticamente riassunti in alcuni titoli dell’Unità a proposito della lettera di Draghi («Ecco il discrimine fra destra e sinistra», «Il solito errore liberista») che denotano solo insicurezza e grande bisogno di copertine rassicuranti.
I giorni migliori per l’Italia, per parafrasare uno slogan del Pd, non si preparano allestendo nuovi improbabili conflitti sociali (nei quali chissà dove troveremmo schierati i giovani senza lavoro e senza protezione), ma una larga e saggia condivisione di misure che incidano nel profondo delle incrostazioni nazionali. Tranquilli tutti: Bersani non condurrà i militanti del Pd, Unità infilata in tasca, a occupare i ministeri di qualche odiato governo dei padroni.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/10/2011 alle 7:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
11 agosto 2011
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La verità è che non sanno che fare
L’attesa era fortissima. Ora però ne sappiamo quanto ne sapevamo ieri. Cioè niente.
Non solo noi.
Non ne sa nulla quella inedita e preziosa alleanza dei produttori che è stata inutilmente convocata a palazzo Chigi. Non ne sanno nulla gli operatori finanziari, lasciati a cavarsela nella mostruosa tempesta borsistica. Non ne sanno nulla i partiti. Non ne sanno nulla, figurarsi, i cittadini: come lavoratori, contribuenti, imprenditori, risparmiatori, pensionati, consumatori, in qualsiasi veste abbiano paura per il futuro.
Non sappiamo nulla di come l’Italia potrebbe uscire dall’emergenza per il semplice drammatico motivo che non sa nulla chi dovrebbe fare le scelte. Chi ha promesso di fare «presto e bene». Chi si vantava di aver già avviato tutte le misure necessarie e ieri ha dovuto ammettere che invece «tutto è cambiato» e che la manovra «va completamente ristrutturata».
Non lo dice più solamente Bersani, che il problema principale dell’Italia è la nullità che si trova alla guida del paese.
Il primo degli editoriali del Financial Times di ieri concedeva a Berlusconi un’ultimissima chance di dimostrare che tiene più agli affari pubblici che ai propri. Ma senza nutrire alcuna fiducia: «Ciò che l’Italia sta soffrendo non deriva da un colossale deficit di bilancio, ma da un colossale deficit di leadership politica». E la Borsa di Milano non aveva ancora chiuso, peggiore d’Europa, a meno 6,6 per cento. E il presidente del consiglio non aveva ancora confermato – davanti a Marcegaglia, Mussari, Camusso, Bonanni e gli altri – il proprio stato di stordimento.
Gianni Letta ha annunciato, e senza ironia, l’apertura di almeno tre o quattro tavoli di concertazione: così l’ennesimo dei tanti «momenti della verità» è sfumato, come i precedenti, nel rinvio causato dai veti nella maggioranza.
Oggi alla camera se ne consumerà un altro, dove almeno le opposizioni potranno confrontarsi con Tremonti. Sarà altrettanto deludente, temiamo. Del resto, perfino il prossimo “decisivo” consiglio dei ministri pare evento remoto, avvolto nelle nebbie.
Alla fine, anche chi vorrebbe collaborare, con le migliori intenzioni, potrà trovarsi a prendere atto che nessuna casa che brucia può essere salvata se il pompiere rimane immobile, attanagliato dal terrore e dall’incapacità.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/8/2011 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
10 febbraio 2011
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Più che una frusta, un boomerang
Ieri sul sito del Wall Street Journal, il quotidiano della business community ora proprietà di Murdoch, Berlusconi era in prima pagina. Ma non per il piano di rilancio dell’economia italiana, che si è confermato alla fine esaurirsi nell’ipotetica modifica di tre articoli della Costituzione. No, Berlusconi interessava al Wsj per la notizia del possibile rinvio a giudizio (seguiva anche sondaggio on line, che per quel che vale vedeva un 78 per cento di favorevoli all’incriminazione).
Può darsi che la notizia sia considerata di scarso rilievo: già, che importa agli italiani dell’opinione dei media finanziari esteri? Allora però come valutare la scena alla quale abbiamo assistito ieri mattina, con Tremonti che, chiamato a dare appoggio e sostanza al “piano” appena illustrato dal presidente del consiglio, esordisce dicendo: «Starò poco, devo prendere un treno»?
Va bene, ci siamo capiti. E hanno capito anche gli uomini-chiave dell’economia italiana, che nei giorni scorsi sul Sole 24 Ore avevano ripetuto all’unisono: dell’articolo 41 ci importa poco, speriamo in misure concrete. Hanno avuto la loro risposta. Bonanni, sceso dal viaggio in treno con Tremonti, ha espresso delusione. Emma Marcegaglia, sempre più in vista, ha ribadito le critiche della vigilia
Alla fine, l’operazione orchestrata da Giuliano Ferrara (che nel frattempo, intuita la malaparata, ha preferito lanciarsi a caccia di azionisti) si risolve in un boomerang politico: torna sotto i riflettori la nota ostilità fra Berlusconi e Tremonti, la posizione del premier ne esce ulteriormente indebolita, il suo isolamento appare evidente.
Voler intentare causa allo Stato non è da presidente del consiglio, pare lo sfogo di chi si prepara all’esilio. Sono segnali di debolezza sul fronte processuale. Comparando l’incontro con la stampa di Berlusconi con quello, contemporaneo, di Bruti Liberati, era perfino inquietante il senso di maggior forza che emanava da quest’ultimo.
La proposta più seria per uscire dal pantano è la spinta per andare a elezioni. Può darsi che cominci ad arrendersi all’idea (che non è fantastica ma è l’unica rimasta, in assenza di uno scatto nel centrodestra) anche il capo dello stato, che in questo clima con Berlusconi non vuole neanche parlare.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2011 alle 8:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
8 febbraio 2011
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E Monti smontò l'operazione "ritorno alla politica"
La campagna «per il ritorno alla politica», o meglio per restituire una verginità a Silvio Berlusconi, naufraga prima ancora di produrre la prima leggina. E del resto non poteva andare diversamente considerato l’obiettivo, oggettivamente fuori dalle umane possibilità.
Non c’è stato neanche bisogno di leggere l’ordine del giorno del consiglio dei ministri di domani, nel quale campeggiano solenni riforme di articoli della Costituzione (tanto gratuite quanto velleitarie, visto l’iter richiesto) mentre per i provvedimenti sostanziali (quelli dove bisogna mettere poste di bilancio) siamo ancora agli esami preliminari, e comunque nulla che richieda un autentico impegno da parte di Tremonti. Trappole per i gonzi.
Convinto che una sponda con l’establishment fosse essenziale per dichiarare la nuova verginità di Berlusconi, Giuliano Ferrara ci aveva provato con le buone e con le cattive.
Prima sul Foglio aveva blandito il Corriere, poi sul Giornale (scelta opinabile, visti i precedenti) aveva colpito Emma Marcegaglia. Ha ricevuto due rispostine che chiudono la partita.
La presidente di Confindustria ha rivendicato i titoli della propria gestione, peraltro con gioco facile. Ferrara aveva provato a metterla in imbarazzo usando Marchionne, nel momento in cui Marchionne deve scusarsi in Italia e in America: tempismo non fantastico.
Ma soprattutto Mario Monti, sabato sul Corriere, ha demolito con un editoriale-capolavoro la folgorazione berlusconiana sulla via delle liberalizzazioni e dell’impegno per la crescita.
Con citazioni puntuali e vagonate di sarcasmo, l’ex commissario europeo alla concorrenza smonta l’improvvisazione ferrarian-berlusconiana, ridicolizza l’idea di modificare l’articolo 41 della Costituzione, sfida il governo a cancellare le controriforme antiliberali di questa legislatura (quelle che hanno vanificato il lavoro di Prodi e Bersani sulle professioni, e in particolare sulle tariffe minime degli avvocati).

Non è difficile capire perché l’establishment abbia reagito freddamente alla trovata di Berlusconi. Agli occhi di chi chiede da almeno due anni di associare all’austerity tremontiana qualche misura in grado di farsi trovare pronti al momento della ripresa, deve essere sembrato offensivo tanto zelo da parte di un presidente del consiglio che comincia ad agitarsi (su sollecitazione di uno spin doctor) solo perché inguaiato dalla propria incontinenza privata.
Troppo scoperto l’opportunismo, troppo smaccata la mossa, né il ministero dell’economia s’è sforzato di dare nerbo all’operazione. L’ha capito lo stesso Ferrara, che ieri, controreplicando alla Marcegaglia, si limitava a sperare che Berlusconi non si faccia spaventare dalla propria stessa temerarietà.
Altroché spaventarsi: Berlusconi è stato indotto a impegnarsi per riportare la crescita del Pil a 4-5 punti in pochi anni. Le risate degli osservatori di cose economiche si sentono ancora. Sul Sole 24 Ore domenica sfilavano gli imprenditori chiamati a rapportare questo obiettivo allo strumento dell’articolo 41: risposte imbarazzate.
E del resto nelle ultime quarantott’ore lo stesso Berlusconi ha rimesso le cose nella giusta priorità. Che per lui significa processo breve, legge sulle intercettazioni telefoniche, addirittura divieto per i magistrati di ricorrere alla Consulta contro le leggi: l’unica ripresa che il premier concepisce, è la ripresa della guerra contro i giudici. L’operazione “ritorno alla politica” è stata una parentesi, interessante forse solo per gli studiosi di comunicazione.
Quanto al professor Monti, noi sapremmo benissimo da quale postazione potrebbe dare continuità al suo lavoro, alle sue idee, alla sua incrollabile coerenza liberale. Ma non lo diciamo, anzi, neanche lo pensiamo, perché la simpatia di un direttore di giornale – piccolo o grande, progressista o no – non sembra portare bene ai personaggi pubblici.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/2/2011 alle 7:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
18 ottobre 2010
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Pd, esci dall'angolo con una proposta
Leggendo i giornali, seguendo i commenti in rete, o anche interpellando dirigenti democratici d’ogni tendenza, la posizione di Bersani dopo il glorioso sabato della Fiom sembrerebbe difficile. Imbarazzata, difensiva. Il segretario del Pd è criticato comunque: perché estraneo a quella piazza rossa o perché succube di quella piazza rossa, o perché non sapendo scegliere fra le due posizioni ha finito per scontarle entrambe.
In effetti la sua intervista a Repubblica, bilanciata e con buoni argomenti, appariva debole se confrontata col gioco facile degli altri: il gioco di Vendola che, come prevedeva Europa alla vigilia, s’è presentato alla Fiom come faceva Berlusconi con la Confindustria, dicendo questa gente è la mia gente. Oppure il gioco di Casini, che vuole trarre il massimo profitto dal risucchio a sinistra imposto al laburista Bersani dalle proteste operaie.
Vendola e Casini: due alleati chiave della strategia bersaniana. Con i quali si possono fare pranzi e patti, basta sapere che pranzi e patti non sospendono le regole della concorrenza.
Eppure non sarebbe difficile per Bersani e per il Pd sottrarsi alla tenaglia. Un po’ facendo come hanno fatto ieri, cioè entrando nell’agenda del governo sul cruciale tema fiscale. Ma soprattutto facendo il proprio mestiere di partito, al quale è richiesto non di dare valutazioni sulle azioni altrui, bensì di offrire una soluzione valida all’unico assillo che accomuna Cgil e Cisl, Vendola e Casini, Marchionne e Landini, Marcegaglia e Camusso: l’assenza dell’interlocutore essenziale. L’assenza di un vero governo.

Questo è lo snodo cruciale di questa stagione italiana, che rischia di sfuggire nei rivoli delle polemiche fra Bonanni ed Epifani, Bersani e Casini, Vendola e Boccia. La riforma del contratto, i due livelli, il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, gli aiuti alle imprese, la defiscalizzazione del lavoro: su ognuno di questi temi, ognuno degli attori sociali ha una sua posizione, ha richieste da fare e interessi da difendere. Tutti però sanno che non avranno alcunché, per il semplice motivo che la sponda politica sta smottando: non c’è un vero governo che si proponga come arbitro, mediatore o proponente; non c’è una vera maggioranza parlamentare per le riforme; non c’è una leadership in grado di assumere una posizione netta, costruire blocchi, sostenere un conflitto.
Agli occhi delle parti sociali il governo ha tre volti. Quello arcigno di Tremonti, irrangiungibile, chiuso nel suo treno blindato di tagli orizzontali. Quello di Sacconi, inabile a fare il proprio mestiere e capace ormai solo di trascinare una ideologica campagna per la divisione sindacale. E infine quello pallido dei ministri, interlocutori privi di ogni potere, ridotti a elemosinare, personaggi impossibilitati a tener fede a qualsiasi impegno assunto nei propri ambiti.
Questo è l’enorme problema di Bonanni e Angeletti, trafitti in effige a San Giovanni: hanno scommesso sulle velleità riformiste di un centrodestra che invece si squaglia. È il problema di Marcegaglia, che nel collasso berlusconiano ha rischiato di finire travolta personalmente. È il problema della Cgil, che conosce i rischi di far crescere una protesta senza poterle dare sbocco.
Di più, lo scioglimento del governo, la fuga di Berlusconi da promesse e responsabilità, ricade su ogni frammento del mondo produttivo: ne abbiamo raccontato i rimbalzi sugli artigiani, sui commercianti, seguiamo l’ansia delle partite Iva bastonate dalla crisi senza cuscinetti di protezione.
Il mondo del lavoro nel suo insieme al quale Bersani giustamente dice da tempo di volersi rivolgere è lì davanti a lui, unito nel disorientamento che può evolvere in rabbia, e già produce fortissima disaffezione.
Non c’è una soluzione miracolistica da offrire. Bersani ieri rivendicava l’indispensabilità del Pd per ogni soluzione. Giusto. Ma a Casini, a Vendola, a Fini va fatta pesare soprattutto questa terribile urgenza. Nell’agenda di una alternativa d’emergenza a Berlusconi non può più esserci solamente la riforma elettorale, come è previsto fin qui nella linea dei democratici (qualcosa del genere sta dicendo D’Alema, se ben capiamo).
Da piazza San Giovanni a Roma a piazza Duomo a Milano, gli italiani d’ogni colore almeno capirebbero (e forse sosterrebbero) una proposta alta, solenne, che si impegnasse a restituire un governo degno di questo nome a un paese che ne ha un disperato bisogno. Tirarsi fuori, o sabotare, sarebbe veramente difficile per chiunque.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/10/2010 alle 23:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
11 ottobre 2010
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Giornalisti nel tritacarne
Di tutti, verrebbe voglia di salvare proprio quello che l’ha fatta più grossa. Perché Nicola Porro, il vicedirettore del Giornale che ha scatenato il putiferio Marcegaglia, rischia di essere alla fine la vittima di una vicenda della quale è un attore di passaggio. Verrebbe da dire che la sua colpa va contestualizzata, se monsignor Fisichella non avesse di recente trasformato questo termine in una parolaccia.
Due livelli di contesto. Quello generale dei rapporti fra giornalismo e mondo della comunicazione, politica o d’impresa: un retrobottega nel quale scambi, minaccee promesse sono merce quotidiana, a detrimento della trasparenza dell’informazione. Non vale per tutti, ma vale per i più e soprattutto, vale per i più grossi: è sui media importanti che lo scambio ha valore. E a molti livelli: dal rapporto preferenziale fra cronista e politico (che rende al primo in termini di notizie e al secondo per la famosa visibilità, incentivando le bufale), al rapporto più importante fra direttori, editori, poteri economici e politici: nella vicenda Marcegaglia abbiamo un esempio tutto sommato banale di come funziona.
Sono «cose normali in un paese anormale», scrive sul Corriere Ostellino. Se ci invita lui, liberale ed ex direttore, a non fare i moralisti, ci fidiamo: sa di che parla.
Il secondo livello di contesto è il Giornale. Qui Porro pecca  solo per eccesso di zelo nell’assecondare la vena da pitbull dei suoi direttori (che a lui s’addice poco). Vittima collaterale della guerra di sterminio scatenatasi intorno a un giornale trasformato in fabbrica di dossier, come scrive Repubblica.
È davvero così, da anni. Ma c’è differenza fra le campagne del Giornale e il micidiale anno trascorso da Repubblica su Noemi e sulla D’Addario? Certo, da una parte c’è un committente politico (per quanto ormai trascinato oltre le sue intenzioni e i suoi interessi) e dall’altra no: ma cambia poco, nel risultato finale. Allora verrebbe da dire: la verità dei fatti, che troppo spesso per il Giornale è una variabile marginale, da Telekom al caso Boffo.
Purtroppo però proprio la verità è la principale vittima dello scadimento del diritto di cronaca in mera demolizione dell’avversario. È irrilevante, la verità. Sempre relativa, e di parte. Non aiuta più a distinguere chi ha ragione e chi ha torto, i fatti gravi e quelli veniali.
L’unica speranza è che si spaventino, i giornalisti, ora che cominciano a essere vittime del tritacarne che hanno messo in moto. Ma ci vorranno altri Porro prima che la macchina si fermi.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/10/2010 alle 23:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Giornali
8 ottobre 2010
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Il Giornale, e il veleno che rimane
È difficile ancorarsi a dati certi, quando in una vicenda che arriva a investire beni supremi come la libertà di informazione si confrontano il modo di Henry John Woodcock di fare il magistrato e il modo di Vittorio Feltri di fare il giornalista. La tentazione più forte sarebbe girarsi dall’altra parte sperando che la buriana passi presto: impossibile scegliere fra il magistrato più esibizionista di tutti (e il meno concreto: in quindici anni un paio di centinaia di indagati tutti prosciolti, in maggioranza potenti e Vip di varia natura) e un direttore già ripetutamente sanzionato per violazioni della deontologia professionale.
Invece è impossibile sottrarsi alla valutazione, per il semplice motivo che ormai qualsiasi cosa il Giornale faccia, o venga fatta contro il Giornale, condiziona pesantemente il clima e addirittura gli eventi nella maggioranza e nel governo. È perfino ovvio che la partita tra Berlusconi e Fini non sarebbe andata come è andata, se i segugi di Feltri e Sallusti non avessero interpretato a modo loro i desideri dell’editore.
L’impressione, ancora di più dopo il caso Marcegaglia, è proprio questa: di un mandato originario al quale Feltri ha adempiuto ferocemente, innescando però poi una reazione a catena che nessuno, neppure Berlusconi, riesce più a controllare. Qualsiasi cosa esca sul Giornale, non può che essere ascritta a una strategia di character assassination. Qualsiasi messaggio mandino i dirigenti del Giornale, non può che far pensare a imminenti linciaggi a mezzo stampa.
Se Nicola Porro, persona normalmente ragionevole, è in buona fede nella sua ricostruzione a proposito degli scambi telefonici con l’assistente della Marcegaglia, non può però chiedersi con finto stupore «Come ha fatto Arpisella a equivocare su uno scherzo?»: lo chieda a Boffo o a Fini, se quando c’è di mezzo il Giornale viene voglia di scherzare.
Le voci si rincorrono, su Berlusconi che vuole liberarsi del quotidiano, su Feltri che vorrebbe fare altrettanto, su cordate e scalate. Scappare, resistere, colpire, salvarsi. Il Giornale è metafora perfetta del centrodestra berlusconiano: un luogo impazzito, in piena sindrome da assedio, che per difendersi spara all’impazzata intorno a sé contro chiunque somigli a un nemico.
Peppe D’Avanzo su Repubblica descrive i media berlusconiani come una flotta da guerra. Ci può stare, a patto di riconoscere due cose: che le navi della flotta si muovono più come torpedini kamikaze che come corazzate inaffondabili; e che nel teatro di battaglia fatto di veleni, gossip, delegittimazioni personali e sovrapposizioni fra indagini giudiziarie e giornalistiche, anche testate come Repubblica e il Fatto si sono mosse senza scrupoli.
L’esito finale è che quando parliamo di libertà di stampa e diritto di cronaca non sappiamo più bene di che cosa parliamo, essendo stati questi sacri concetti usati come schermo per pure e semplici campagne di demolizione dell’avversario.
Domani il Giornale pubblicherà la sua inchiesta sul gruppo Marcegaglia, tenuta nel cassetto per intercessione di Confalonieri. Difficile che contenga novità sconvolgenti. Ma una cosa è sicura: Sallusti la tira fuori per dimostrare di non essere succube di pressioni censorie, e nel farlo spinge ancor di più il proprio giornale nella spirale autodistruttiva. Sarebbero affari solo suoi, se non fosse vera la profezia di Giuliano Ferrara: tutto ciò avrà serie conseguenze culturali e politiche. Veleno nell’aria, nell’acqua e nella carta, che non andrà via neanche quando non ci sarà più l’avvelenatore capo.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/10/2010 alle 20:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 settembre 2010
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Berlusconi, che uccide e si suicida
Quando si racconterà come è finita la legislatura che doveva rivoluzionare l’Italia, si dirà che la colpa è stata di un improbabile ministro di una repubblica di Bananas. O di un ragazzotto rampante e vorace imparentato con un politico imprudente. Oppure, avvicinandosi di più alla realtà, di due direttori di giornali scatenati nella concorrenza, nell’obbedienza politica, nel rancore personale, e nella animalesca propensione alla character assassination.
Tolta questa assortita compagnia, non si vede chi si avvantaggi dalla precipitazione di eventi che al 99 per cento porterà la settimana prossima a una crisi di governo senza soluzione precostituita.
È evidente che la situazione è sfuggita di mano a Berlusconi, e a coloro che nel Pdl ancora si occupano di politica e non di faide.
Mettere Fini spalle al muro, umiliarlo con tutti gli strumenti immaginabili (fino alle foto nude), esasperare l’aggressione contro la sua discutibile famiglia, tutto ciò porta a un esito politico obbligato: l’autoscioglimento della maggioranza, la caduta del governo, l’apertura di una fase che per Berlusconi è piena di rischi mortali.
Non sappiamo che cosa dirà oggi Fini della casa a Montecarlo.
Sappiamo però che cosa dirà di Berlusconi: che è diventato un pericolo per la democrazia.
Per scongiurare un pericolo democratico ogni misura straordinaria è ammessa. Ogni alleanza, ogni formula, ogni cartello. È Berlusconi (anzi, i giornalisti nelle cui mani s’è messo) che sta edificando il patto costituzionale che cercherà di formare un governo dopo il suo e che poi – marciando diviso per colpire unito – cercherà di batterlo nelle urne e di farlo uscire dalla storia.
Non c’è più nessuno disposto a scommettere che fra cinque giorni a Montecitorio la maggioranza sia ancora tale, con i deputati di Fli ancora dentro o passati all’opposizione. Non solo da destra non si può contare sugli autonomisti di Lombardo, tenuti a un minimo di coerenza con la precaria soluzione escogitata dal loro leader in Sicilia. Ma è folle fare affidamento su una legione straniera di parlamentari: la legione straniera è per definizione mercenaria, e può esserlo per soldi (Berlusconi ne sta promettendo e forse già pagando tanti) ma anche per calcolo di sopravvivenza: semplicemente, dopodomani Berlusconi per costoro potrebbe anche non essere la garanzia migliore di rielezione.
Insomma, questo tentativo non sta in piedi.
Fini potrebbe essere tentato di staccare la spina già oggi, passando dall’atteggiamento furbo e opportunista di chi vuole farsi cacciare dalla maggioranza, a quello più aggressivo di chi dichiara apertamente di voler cacciare lui da palazzo Chigi un nemico mortale e sleale.
Tutti i calcoli di queste ore (Berlusconi avrà 316 voti? riuscirà a riprendere il controllo delle commissioni parlamentari? potrà sostenere che esiste una maggioranza contraria a governi di transizione?) sono destinati a essere travolti dalla forza di un conflitto elementare, selvatico, che non fa differenza fra 305, 316 e 340: coloro che vogliono liberarsi di Berlusconi contro coloro che gli rimangono aggrappati per paura del vuoto che li attende nel dopo.
Le parole di Emma Marcegaglia, proprio in una giornata come ieri, suonano come de profundis per i tentativi di resistenza. Mettendo in fila i discorsi della presidente di Confindustria nell’ultimo anno si legge il declino e poi il crollo della fiducia verso il galante premier che voleva farla ministro.
Tutto questo non vuol dire che Berlusconi sia sconfitto. Vuol solo dire – ma non è poco – che anche la sua promessa di cinque anni di governo stabile s’è rivelata fallace.
E poi vuol dire che nel suo campo la razionalità politica è stata travolta.
Non è un fenomeno solo della destra, né solo italiano. La linea della maggioranza, giorno per giorno e da almeno un anno, la fanno due direttori di giornale che sono, alla lettera, irresponsabili rispetto ai destini del centrodestra. Nel senso che non devono rispondere delle conseguenze delle proprie scelte, delle proprie campagne.
La sconfitta di Berlusconi è anche qui, e qui può diventare definitiva: ha perduto il controllo della reazione a catena da lui stesso innescata.
Se le opposizioni sapranno afferrare qualche anello di questa catena, stavolta la follia che ha fatto la fortuna e l’unicità di Berlusconi potrebbe perderlo definitivamente.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/9/2010 alle 8:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 maggio 2009
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Imprenditori imprevidenti
Non staremo qui a farla lunga nella difesa del parlamento. Che si difende da sé, grazie al presidente Fini e alle opposizioni, e farà bene a farlo con buoni argomenti perché non è che l’opinione che ne hanno gli italiani sia così elevata. Non c’è neanche bisogno di Berlusconi: il presidente eversore va sul velluto quando sbertuccia le due camere pletoriche, che da una ventina d’anni almeno ammettono di esserlo ma non riescono ad autoriformarsi.
Non staremo neanche a insistere sul disegno berlusconiano, che è poi un banale diversivo rispetto alla crisi economica che non riesce a domare. Come spiega oggi su Europa Guelfo Fiore, più grosso è il botto che Berlusconi fa, più grossa è la magagna che vuole coprire. Avesse voluto davvero semplificare il sistema, ha avuto molte occasioni per farlo: dell’inefficienza della politica, come della lottizzazione Rai, Berlusconi è parte in causa. Quello suo di ieri era solo cerone, nascosto dentro al fazzoletto.
Un discorso invece meritano le centinaia di entusiasti che ieri a Roma si sono scatenati in ovazioni per i passaggi più trucidi del discorso presidenziale.
Che quella sia la sua Italia, non c’è dubbio, dunque nessuna sorpresa. La dottoressa Marcegaglia (che ieri ha riscattato qualche tenerezza di troppo degli ultimi mesi con discorso di verità sulla crisi, e con uno scatto d’orgoglio personale contro il patetico machismo del premier) dovrebbe però spiegare ai propri associati che nel loro futuro non c’è sempre e solo Berlusconi. Che prima o poi la ruota gira, e che dunque capiterà loro di avere a che fare con qualche altra specie di politica e di governi.
Negli ultimi anni, quando gli è toccato di governare, il centrosinistra ha mostrato maturità, comprensione, attenzione verso le ragioni dell’impresa. Era il suo dovere. Ha anche pagato un prezzo per questo, se è vero che sull’altare delle compatibilità ha perso per esempio tanto voto operaio. Può anche darsi che il prossimo centrosinistra vincente – e ci sarà, non dubitino che ci sarà – non abbia tanta voglia di pagare prezzi per conto di platee imprenditoriali così unilaterali. Anzi, senza «può darsi»: è sicuro che sarà così.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 21/5/2009 alle 23:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


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