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Politica
16 dicembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani berlusconi
Il gioco delle parti dei partiti
Ora non credete al tormentone che sicuramente ripartirà. No, Berlusconi non minaccia di far cadere il governo Monti. Berlusconi non ci pensa affatto a far cadere il governo Monti. Berlusconi ha già pagato un prezzo abbastanza alto per dare il via libera al professore, per aver voglia di riaprire la bagarre mettendosi nel ruolo dello sfascista. E infine Berlusconi conosce i sondaggi meglio degli altri, sa quanto sia finito in basso il Pdl, non vuole regalare al centrosinistra una vittoria facile e a Bersani la parte dell’uomo saggio che dopo aver saputo sacrificarsi viene trascinato alle elezioni nonostante l’alto senso di responsabilità.
Lo scenario di una crisi ravvicinata del governo non esiste. Esiste piuttosto – tutti gli interessati a cominciare da Monti lo sapevano benissimo, forse i figuranti dei partiti un po’ meno – il ruolo che i partiti si ritagliano in una stagione che non sarà tanto breve.
Il ruolo più adatto alla Lega e all’Italia dei valori l’abbiamo visto, lo vediamo, anche se è importante sapere che dietro ai paroloni degli opposti (convergenti) populismi ci sono forti tensioni interne, in entrambi i partiti.
Quello del Pdl è il più classico dei doppi giochi. Appena può prende le distanze dal governo, però intanto lo appoggia condizionandone le scelte sugli interessi corporativi, e addirittura accede all’ipotesi di coordinamento parlamentare della nuova maggioranza. Berlusconi vuole solo trasmettere chiara l’idea che Monti è una parentesi, le cui misure di rigore sono tutte reversibili.
Per questo è importante come Bersani ha collocato ieri il Pd. Non solo compatto oggi a favore della manovra (era scontato) ma soprattutto impegnato a stare da protagonista nella partita che si apre su welfare e mercato del lavoro, e a fare da locomotore sulle liberalizzazioni che Monti e Passera hanno detto di voler rilanciare contro ogni resistenza. È un ruolo ben diverso da quello immaginato da chi, nel Pd, su Monti la pensa in modo speculare a Berlusconi, e cioè che sia soltanto una parentesi da superare al più presto. 
permalink | inviato da stefano menichini il 16/12/2011 alle 15:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
15 dicembre 2011
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Di che si lamenta il Pd
Il Pd è entrato nella partita della manovra Monti lamentandone la scarsa equità, ne esce con Bersani «stupefatto» per la debolezza del governo sulle liberalizzazioni.
È una parabola interessante, che segnala due cose. La prima è che i democratici si considerano soddisfatti dell’esito finale su temi scottanti: pensioni, fisco, casa.
Attenzione, non diamo oggi per scontato ciò che l’altro ieri pareva impensabile. Certo, la crudele norma che bloccava l’indicizzazione delle pensioni minime è stata bloccata. Ma se solo due settimane fa aveste prospettato ai responsabili del Pd del settore i cambiamenti che Fornero ha portato a casa sulle pensioni d’anzianità, avreste ricevuto repliche indignate. Sulle pensioni non si poteva e non si doveva fare nulla. Oggi il Pd vota la riforma e se ne dice soddisfatto, tranne che sul punto dei cosiddetti lavoratori precoci.
È la conferma di un atteggiamento pragmatico che del resto Bersani aveva già quando al governo c’era Berlusconi. Un macigno è stato rimosso e il Pd ha dato una mano. Potrebbe rivendicare l’onore di una riforma che ha tanti oneri ma restituisce al sistema un minimo di equità inter-generazionale. Non lo farà per colpa di rigidità auto-imposte (che se fossero state seguite pedissequamente troverebbero oggi il Pd allineato alla Lega), ma è il risultato che conta.
Quanto alle liberalizzazioni, Bersani ha ragione a lamentarsi, in particolare con Monti che dovrebbe essere un campione del ramo. Anche qui però prendiamo la parte positiva. Un Pd affamato di liberalizzazioni non potrà che essere coerente quando (presto) arriveranno i nodi del nuovo welfare e del nuovo mercato del lavoro: metteteci tutta la concertazione che volete, la direzione di marcia non potrà che essere la medesima della riforma delle pensioni.
Il rammarico è che il rinvio dell’assemblea nazionale (giustificato e inevitabile) farà sì che il 20 gennaio anche su questi temi ci si troverà più a registrare, e forse correggere le novità, che a promuoverle. Pazienza. L’importante è che nella trincea della conservazione non ci si possa più tornare. 
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Politica
10 dicembre 2011
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monti manovra ici bagnasco
I falsi miti non abbassano le tasse
È molto positivo che il cardinal Bagnasco abbia dichiarato la disponibilità della Chiesa ad aprire il dossier delle esenzioni fiscali sui propri beni immobiliari, per disinnescare una campagna che sta oscurando ogni altra discussione sui provvedimenti della manovra.
La concomitanza con tanti e duri sacrifici richiesti ai comuni cittadini surriscalda l’argomento e rende quasi impossibili ragionamenti a mente fredda. Come quello – che invece dovrebbe risultare facile – secondo il quale la legge esistente consente già oggi di discriminare fra immobili (delle chiese o di altri) finalizzati o meno a scopi sociali. Per cui i probabili casi di violazione della legge e di evasione certo non fanno onore a chi se ne renda colpevole, ma semplicemente andrebbero perseguiti dalla legge.
L’idea di un censimento del patrimonio immobiliare vaticano su territorio italiano non dovrebbe turbare nessuno e non dovrebbe apparire come un’impresa improba o punitiva.
L’Italia normale nella quale vorremmo vivere non è solo un paese dove tutti pagano le tasse o almeno rischiano grosso se non lo fanno; è anche un paese nel quale le discussioni autentiche non vengano sempre aggirate sollevando polveroni polemici basati più su suggestioni che su informazioni precise.
La creazione dei miti (come quello di Monti protettore dei tesoretti svizzeri) non è mai funzionale al cambiamento, al contrario: aiuta solo chi vuole mantenere le cose come stanno.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/12/2011 alle 14:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
9 dicembre 2011
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Contro Monti demagoghi e vecchia sinistra
Nelle ultime ore ho avuto, tra dibattiti televisivi e scambi di commenti sulla rete, un’accesa discussione con Michele Emiliano a partire dallo scontro sulla manovra di Monti e sul giudizio complessivo sull’operazione che ha condotto alla nascita di questo governo.
Dovendo discutere, dal mio punto di vista, dei rischi del populismo e della demagogia, meglio farlo con il sindaco di Bari che con altri che in questa fase condividono le sue posizioni estreme.
Non solo Emiliano è un buon sindaco ed è un dirigente del Pd (almeno finché riterrà possibile farne parte), è anche un uomo diretto («senza arruffapopoli non si va da nessuna parte!», mi scriveva ieri su twitter) ed è una personalità interessante perché sta cercando di farsi strada in due direzioni: oggi intestandosi la protesta degli amministratori locali contro il decreto salva-Italia; in prospettiva provando a costruire un polo politico autonomo, imperniato su alcuni uomini forti del Sud che si emancipino dalle attuali appartenenze. Con Emiliano potrebbe farne parte naturalmente de Magistris, la speranza è di coinvolgere in politica e poi nell’operazione il pm Ingroia, candidandolo sindaco di Palermo.
Tutti magistrati o ex magistrati, come si vede, che si lanciano lungo la strada già battuta dal più noto di loro. Non a caso in questo momento il più fiero ed esposto nemico del governo Monti è proprio Antonio Di Pietro, su posizioni dettate ogni giorno dal Fatto di Padellaro e Travaglio.
Tanti pensieri potrebbero sorgere da questo rilancio del partito dei pm in politica.
C’è chi pensa che nessuna riforma o autoriforma del sistema politico potrà riportare la legalità nei Palazzi, e che quindi ci si debba definitivamente mettere nelle mani degli uomini della legge e dei sindaci sceriffi.
Si potrebbe però anche vedere in loro l’urgenza di succhiare quel che rimane della stagione berlusconiana, lavorando ancora su popolo di sinistra che non si libera del senso di scandalo e di diffidenza, prima che la politica si stabilizzi, si normalizzi, e la ventata giustizialista rientri insieme a tutti i suoi eroi.
Così, mentre in alcuni settori del Pd, intorno al Pd e sulle pagine di Unità e manifesto si trincera una opposizione a Monti da sinistra old style, gli argomenti del populismo vengono agitati più efficacemente da quest’altro fronte del rifiuto. È un’alleanza spuria e innaturale, che vede insieme i gauchisti e i guardiani di una nuova ortodossia partitica da una parte, e dall’altra i nemici giurati del primato della politica (e del Pd).
Non c’è neanche da dire che, dovendo scegliere, ci attacchiamo ancora alla difficile scommessa di un riformismo democratico e liberale al quale potrebbe aprire la strada la transizione montiana. Alla fine, come vedete, è sempre un problema di Terza via. 
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Politica
8 dicembre 2011
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monti manovra pd di pietro
Tagliamo anche Di Pietro
Chi sta salvando dalla scure dei tagli l’adeguamento della pensione di tutti gli anziani italiani a rischio di povertà? 
Di Pietro e i suoi scatenati seguaci, quelli che pochi giorni fa votavano la fiducia e oggi accusano il professor Monti di essere «garante degli evasori fiscali, dei mafiosi e della criminalità organizzata»? 
Nossignori. Come al solito, com’è sempre nei momenti difficili, i demagoghi e gli urlatori di professione si sono tenuti alla larga dalle stanze dove, faticosamente e con risultati ancora parziali, la maggioranza di Monti ha cominciato a smussare i punti più acuti e dolorosi (ingiustamente dolorosi) del decreto salva-Italia. Già al primo giorno di confronto parlamentare, la misura che aveva indotto a piangere la Fornero ha perduto parte del suo impatto negativo, riorientandosi verso altri e ben più fortunati percettori di pensioni-baby o superpensioni.
È solo l’inizio, la manovra può ancora migliorare. Il Pd è impegnato nello sforzo. Il Pdl idem, anche se con un atteggiamento equivoco: l’ordine di scuderia per tutti i berlusconiani è di marcare grande freddezza verso le misure di austerità (di cui sono in realtà i primi responsabili). Il Terzo polo si è messo nella scia delle modifiche, dopo aver tentato di passare per più montiano di Monti.
Non potrà rimanere senza conseguenze questa vicenda, che si svolge sotto gli occhi di un’Italia confusa, ansiosa, incerta tra fiducia e pessimismo.
Di Pietro ha già giocato tante altre volte col fuoco, ha già infranto altri patti, ha già tradito amicizie e alleanze. È un raider, la specie più pericolosa in momenti in cui si pretende responsabilità. Il Pd l’ha tenuto accanto a sé (facendogli nel 2008 un regalo immeritato e inutile) per trattenere un pezzo dell’Italia della rivolta antipartitica.
Le alleanze non sono il tema di oggi, ma è oggi che vanno denunciati i demolitori di professione. Per poterli scaricare domani: scaricare loro, conquistando invece la fiducia degli elettori (anche dipietristi) che in cambio dei sacrifici vogliono equità e risultati, non i paroloni vuoti di un demagogo. 
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Politica
7 dicembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani
Come farsi passare il mal di pancia
C’è un modo positivo, attivo, utile per farsi passare il mal di pancia causato ai democratici dalla manovra di Monti, ed è quanto stanno facendo Bersani, Letta e gli altri per riscrivere le voci meno accettabili. Come sempre, il governo aveva già previsto di concedere ai partiti qualche margine di correzione: la cosa interessante è che Pd e Pdl convergano sul punto più iniquo (la de-indicizzazione di pensioni già basse) e su quello a maggiore impatto, cioè l’Ici sulla prima casa. Vedremo da dove riusciranno a tirar fuori i soldi per le modifiche: su questo l’accordo è più difficile.
Questo tipo di lavoro consentirà al Pd anche di presentare qualche risultato alle piazze sindacali, sapendo che almeno la Cgil non si accontenterà in alcun caso: per loro a essere indigeribile è l’intervento strutturale sulle pensioni, che però è parte qualificante e irrinunciabile dell’operazione.
C’è poi un modo improduttivo e pericoloso di curarsi il mal di pancia. Ed è insistere sul messaggio che il Pd con questo governo non c’entra nulla, che il Pd ci mette i voti in parlamento ma non la volontà né la responsabilità, infine che il Pd è già deluso e medita di staccare la spina appena possibile a un governo elettoralmente compromettente e scoperto a sinistra.
Oltre a essere alla lunga insostenibile, questo atteggiamento rischia di far credere che il Pd stia subendo questa fase (quando invece l’ha promossa) e che non si trovi a proprio agio con l’impostazione data da Monti alla sua azione. Siccome invece è proprio di questo che c’è bisogno, bisognerebbe evitare che una riluttanza di oggi possa essere domani interpretata dagli elettori come impreparazione ad assumere per intero su di sé l’onere di riformare il paese.
Da questo punto di vista sarà importante per i dirigenti nel Pd non generare equivoci. I sindacati hanno le loro ragioni per contestare la manovra. Ci si aspetta che chi invece ha deciso di sostenerla lo faccia dovunque, anche sui giornali e nei confronti dei sindacati stessi.
Abbiamo già visto politici che avversavano nei cortei il governo che appoggiavano in parlamento: s’era deciso di non farlo mai più. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/12/2011 alle 14:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
6 dicembre 2011
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La rivolta degli smemorati
Non è possibile essere così falsamente smemorati – quindi in mala fede – come quelli che oggi titolano o commentano lamentando la stangata di Monti, additando i professori come cinici affamatori del popolo, dispiacendosi con facile gioco di parole alle spalle del ministro Fornero perché «c’è da piangere».
Che cosa pensavate, che si stesse scherzando? O magari che l’emergenza finanziaria fosse davvero un’astuta invenzione per far fuori Berlusconi, dopo di che avremmo potuto ricominciare come prima? 
Certo che c’è da piangere, ma questa non è la conseguenza bensì la premessa della nascita del governo Monti. Come ripete lui stesso: non sarebbe seduto lì, al posto che solo un mese fa occupava Berlusconi, se non ci fosse stato bisogno di qualcuno che si assumesse la responsabilità di compiere le scelte difficili che nessuno ha saputo affrontare: i partiti, ma anche i sindacati, le imprese, le categorie associate.
C’è un filo di ipocrisia allora, lasciatelo dire, nelle mobilitazioni sindacali di questi giorni. Per carità, le confederazioni devono tutelare il proprio ruolo (è soprattutto per questo che si sono infuriate: per la mancata concertazione preventiva) e magari daranno anche una mano a correggere i punti sbagliati della manovra, che ci sono. Ma la parte che recitano è ormai sempre la stessa, perfino nella divisione al proprio interno: stucchevole.
La manovra del governo Monti è tutt’altro che perfetta, risente anche di correzioni dell’ultima ora un po’ posticce. L’impatto che ha avuto è però prodigioso, ed era la prima cosa che le si chiedeva: un effetto sui mercati che fa rifiatare la finanza pubblica e privata; una proiezione dell’Italia sulla scena europea tale da far dire ai leader politici (ieri in parlamento): vai Monti, ora fatti valere con Merkozy. E lui ha promesso di farlo, anche perché lui può farlo.
I partiti confessano di essere in difficoltà.
Faceva una certa impressione, ieri pomeriggio, ascoltare i discorsi alla camera di Cicchitto e Franceschini in rapida sequenza, perché erano veramente speculari, anche nella apprezzabile sincerità quando ricordavano a Monti che Pdl e Pd stavano assumendosi seri rischi nei confronti dei rispettivi elettorati.
Entrambi i capigruppo, fino all’altro ieri contrapposti, segnalavano di non potersi riconoscere del tutto nella manovra ma di aderire alla necessità superiore di appoggiarla. Franceschini con un di più: il Pd ha qualche necessità di modifica superiore al Pdl.
La partita che si gioca da oggi riguarda, nel campo democratico, la possibilità di apportare modifiche almeno sui punti dell’indicizzazione delle pensioni e dell’aggiornamento delle rendite catastali, sapendo però che il cantiere della manovra non può assolutamente essere riaperto del tutto in parlamento.
Il Pd ha tutte le ragioni del mondo sul punto del congelamento dell’indicizzazione delle pensioni, che dell’intera architettura di Monti è davvero il buco nero. Una solenne ingiustizia, talmente palese da potersi giustificare solo con una disperata esigenza di cassa. E va notato che lo stesso Pd non chiede di rinunciarvi, ma solo di alzare il tetto dell’esenzione salvando diversi milioni di posizioni.
Vedremo come si sviluppa la vicenda, sapendo che neanche il governo Monti può sottrarsi alla regola aurea di tutte le finanziarie, per quanto blindate: portarle in parlamento sapendo in anticipo che occorrerà concedere qualcosa ai partiti.
Se però la dialettica parlamentare ha le sue regole, e nel caso specifico l’equità sociale reclama una correzione, qualcosa va detto sull’atteggiamento generale tenuto dai partiti nelle ore a cavallo del varo della manovra Monti, e soprattutto a manovra presentata.
Proprio in considerazione dell’asperità del percorso proposto dal Professore, ci si chiede quanto potrà durare e quanto potrà essere utile il distacco esibito ieri alla camera da Pdl e Pd.
Un conto è sottolineare – una volta, due volte, tre volte – che si stanno facendo rinunce rispetto al prioprio programma. Un’altra cosa è mostrarsi agli italiani con le facce appese dei condannati a chissà quale tortura: il messaggio, neanche tanto cifrato, è che rispetto ai sacrifici richiesti dal governo c’è una corresponsabilità limitata. E che sotto sotto i partiti continuano a pensare che loro avrebbero saputo e potuto fare meglio del professor Monti.
La seconda cosa è semplicemente non vera, altrimenti non si capirebbe perché è successo tutto quello che è successo: che ha rappresentato l’ammissione di un fallimento non soltanto (macroscopico) del governo Berlusconi, ma anche dei governi che l’hanno preceduto, e della non maturità delle attuali opposizioni ad assumersi l’intero carico del risanamento e delle riforme.
La prima cosa – la corresponsabilità limitata – è invece, più che non vera, pericolosa. Dovrebbe essere chiaro dopo la giornata parlamentare di ieri, segnata dallo sconclusionato discorso del più scarso tra i dirigenti leghisti (Reguzzoni) e dal passaggio all’opposizione di Di Pietro (dovremmo definirlo ri-passaggio: sul governo di transizione l’Italia dei valori è già... transitata più volte, e in varie direzioni opposte).
Non ci si difenderà dalle scorribande populiste di queste improvvisate opposizioni tenendo, rispetto al governo, un’algida distanza amichevole. Né sarà più semplice – parlando del Pd – la gestione dei rapporti con la Cgil e la prevedibile protesta sociale.
Non ci vuole uno scienziato di politica e di comunicazione, per cogliere la debolezza di una posizione che riduca tutto alla rinuncia, al sacrificio, all’accantonamento dei propri obiettivi. Di fronte a una linea così fragile, partiti in debito d’ossigeno come l’Idv e la Lega possono giocare pesantemente all’attacco.
Insisto su un punto che Europa ha già sollevato, e mi sento di poterlo fare a maggior ragione dopo la prova di Monti sia come redattore della manovra che come suo comunicatore: occorre circondare di fiducia e oserei dire di calore l’operato suo e dei suoi ministri (maxime la straordinaria ministra Fornero, sapendo che sul mercato del lavoro sarà esposta su una frontiera durissima, per lei e per noi), puntando sulla fiducia che innanzi tutto gli italiani hanno mostrato di avere nei loro confronti.
Lo scambio proposto da Monti – serietà e salvezza dell’Italia contro sacrifici – può funzionare, nonostante tutte le lacrime che scopriamo un po’ ipocritamente di dover versare, e nonostante le imperfezioni inevitabili quando si lavora fra due schieramenti politici avversi fino a ieri e nel prossimo futuro.
Il pericolo per il paese, in questo momento, non è certo nelle stanze dei tecnici del governo, ma nelle stanze ancor meglio riscaldate degli smemorati a gettone che cinicamente giocano sulla sofferenza e incitano alla rivolta. 
permalink | inviato da stefano menichini il 6/12/2011 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 dicembre 2011
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monti manovra pd sindacati
Vai Monti!
Il commento è paradossale, considerata la fonte, però è anche il più realistico. Per il segretario Uil Angeletti, l’incontro-monstre di domani tra le parti sociali e il governo «sarà un rito, avremo solo informazioni carenti». Paradossale, perché sono stati i sindacati a imporre al premier (che non la voleva) la liturgia della lunga tavola apparecchiata a palazzo Chigi. Realistica, perché proprio la pletora di oltre 70 organizzazioni convocate fa capire che nell’occasione il governo farà appena un gesto di cortesia.
Altro discorso vale per gli incontri di oggi con Pdl, Terzo polo e Pd, durante i quali emergerà meglio la sostanza della manovra che lunedì si trasformerà nel primo decretone del governo Monti.
A maggiori informazioni non corrisponderà però tanto potere in più per i partiti. L’impressione è che, qualunque sia il contenuto della manovra, il governo sia determinato a spianare ogni resistenza. Due settimane concesse al parlamento per convertire il decreto e soprattutto, fra lunedì e martedì prossimi, un’offensiva comunicativa da far impallidire Berlusconi tra discorsi parlamentari, conferenze stampa per italiani e stranieri e apparizioni nel prime time televisivo.
E poi, appena fatta la manovra, via a Bruxelles per il fine settimana che potrebbe decidere delle sorti dell’euro e dell’Europa: giornate nelle quali l’Italia potrebbe perfino giocare da protagonista.
Verrebbe da dire: vai Monti. Questa è la marcia che serve, l’unica possibile, e questo è il momento, prima che l’Italia dei veti e delle corporazioni (già rimessasi all’opera) possa mettersi di traverso.
E lo diciamo. Vai Monti.
Anche perché, come Europa documenta oggi, tutte ma proprio tutte le misure di cui si parla in questi giorni rientrano pienamente nel bagaglio di idee, proposte, ragionamenti, ipotesi, progetti che negli anni hanno avuto legittimo corso nel centrosinistra riformista, anche se magari non si sono sempre imposti come maggioritari.
Siamo sicuri: non ci sarà nulla da cui prendere le distanze perché alieno, nulla da subire come una condanna, nulla di cui lavarsi le mani (operazione del resto difficile una volta che i provvedimenti saranno stati votati in parlamento, come sarà, sia pure dopo prevedibili e concordati aggiustamenti).
La durezza equa di Monti sarà una durezza nella quale il Pd potrà e dovrà riconoscersi pienamente. Meglio abituarsi fin d’ora all’idea.
permalink | inviato da stefano menichini il 3/12/2011 alle 0:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
2 dicembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani
Prudenza va bene, ma non aver paura caro Pd
La linea è: parlate il meno possibile e non mettetevi a pontificare su quello che Monti dovrà fare o non fare lunedì, che cosa vogliamo o non vogliamo noi, se ci sono numeri sacri o numeri profani.
Vale per il Pd e vale per il Pdl. Si tratta di elementare prudenza (in assenza di certezze sulle misure che verranno effettivamente prese) da parte di partiti che dopo il prossimo consiglio dei ministri dovranno fare i conti con qualche provvedimento che in passato avevano escluso di poter appoggiare.
Il Pd pensa di dover stare particolarmente attento, teme che la medicina possa risultare troppo amara, eppure sa di doverla mandare giù. Per questo, fin dall’inizio, Bersani si è veramente vincolato a un solo paletto: l’equità. Cioè al bilanciamento fra misure che riguarderanno anche lavoro dipendente e pensionandi, e più sostanziose misure contro chi ha di più e non ha mai pagato finora le conseguenze della crisi.
Può essere stato tatticamente giusto che i sindacati alzassero un fuoco di sbarramento sull’età pensionabile. Bersani non l’ha fatto. Si sta muovendo in coerenza con le ragioni che hanno portato il Pd prima a chiedere una fase di transizione e poi in prima fila nel sostegno a Monti. Nessuno poteva ignorare le implicazioni di quella scelta (che infatti, com’è noto, è stata dibattuta e controversa).
Bersani giustamente rivendica autonomia di proposta e di opinione. Sa anche però che, col governo Monti, il Pd s’è messo su un binario che non prevede scarti. Basti pensare che solo poche settimane fa c’era chi nel partito osteggiava la legge sul pareggio di bilancio in Costituzione, votata poi all’unanimità mercoledì: istruttiva lezione sui tempi che corrono, davvero inadatti alle rigidità ideologiche.
Al contrario, le parole di Fornero e Passera autorizzano un consiglio: il Pd si prepari a valorizzare, più che le ricette indigeste dell’emergenza, gli impegni a breve che il governo potrebbe prendere per riforme liberali e di equità in economia e nel mercato del lavoro. Sarebbe un atteggiamento più vincente e positivo che non il semplice fare buon viso a cattivo gioco. 
permalink | inviato da stefano menichini il 2/12/2011 alle 8:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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29 novembre 2011
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monti manovra pd pdl bersani
Pd e Pdl allo specchio
Abbiamo convissuto per anni col Berlusconi double-face, quello che smentisce la mattina quanto aveva detto la sera, che afferma un giorno l’esatto opposto del giorno precedente.
Dunque nessuna sorpresa nel doppio Berlusconi che alla domenica pare aizzare il Pdl alla lotta, come se le elezioni fossero questione di settimane e dunque il governo Monti destinato a fine precoce; e al lunedì, mansueto, invita i suoi a concedere al suo successore tutto il tempo necessario, perché sta lavorando bene e ha davanti a sé un compito difficile.
In entrambe le vesti è un Berlusconi particolarmente inefficace, poco convincente. Al posto dei suoi sostenitori ne sospetteremmo (e infatti lo fanno, dovessimo giudicare dalla freddezza dei giornali amici), come di uno che sta alzando una cortina fumogena dietro la quale svignarsela.
La sostanza, per quanto riguarda il Pdl e le sue prospettive, è scoraggiante. L’erosione elettorale nei sondaggi è lenta ma la perdita di senso politico è veloce e visibile: nel sofferto rapporto col governo Monti si consuma l’ambiguità di un contenitore che non sa più chi rappresentare ed è impossibilitato a usare l’unica arma facile, quella della demagogia.
In questa crisi, e nel doppio Berlusconi, ci si può però anche specchiare. Il Pd dovrebbe osservare gli sbandamenti dell’avversario per scegliere invece le traiettorie giuste, lungo la strada che provvisoriamente percorrono insieme.
Al governo va data la stessa fiducia che in questo momento gli dà la stragrande maggioranza degli italiani, come hanno detto Bersani e Letta a Monza sabato scorso. Gli elettori condannerebbero chiunque dovesse porre questioni artificiose e strumentali, o tradire l’impegno a sostenere una politica fatta anche di sacrifici. Vale per il Pdl come per il Pd. E se il governo dovesse veramente durare più di un anno, e fare la metà di ciò che si è impegnato a fare, nessuno dei tre poli si ripresenterà al paese esattamente com’è adesso. La sfida per i democratici è di farsi trovare all’appuntamento più maturi, forti e convincenti di ora. 
permalink | inviato da stefano menichini il 29/11/2011 alle 10:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 settembre 2011
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Chi ci difende dall'infamia, presidente Napolitano?
La posizione di Giorgio Napolitano è, in questa fase, di comprensibile difficoltà.
Nessuno meglio di lui – per di più in contatto costante con Draghi – è consapevole del rischio mortale che sta correndo l’Italia. Nessuno meglio di lui, con le relazioni e con l’esperienza che ha, si rende conto di quanto negativamente pesi il fattore Berlusconi in questa crisi.
Nessuno meglio di Napolitano, infine, sa che il quadro politico attuale è del tutto inadeguato ad affrontare la situazione, a compiere le scelte difficili che quasi quotidianamente vengono auspicate dallo stesso Quirinale, e a reggere alle pressioni degli egoismi corporativi, del malessere sociale e della speculazione finanziaria.
Oggi però da Montecitorio uscirà l’ennesimo voto di fiducia, il quarantanovesimo della legislatura. Siamo in un regime parlamentare, dunque il capo dello stato può fare riferimento solo alla sussistenza di una maggioranza parlamentare: l’attuale, per quanto mercenaria, regge. Anzi, dopo l’allineamento della Lega si confermerà anche nel salvataggio di Milanese.
È però anche vero che da mesi il presidente della repubblica si è proposto come garante di un minimo di correttezza istituzionale e di affidabilità di governo. In questo sforzo ha compiuto anche oggettivi strappi alla regola (che nessuno gli ha contestato) come l’appello a modificare la manovra mentre era già al voto del senato: può farlo, il suo impegno gli garantisce grande e trasversale consenso nel paese.
Due cose allora ci si potrebbero attendere a questo punto.
La prima è l’avvio, a manovra approvata, di una verifica dello stato di salute effettivo della maggioranza in vista di inevitabili ulteriori interventi di finanza pubblica.
Il secondo è una forma di sanzione dell’incredibile inaccettabile comportamento di Berlusconi, che ieri da un podio europeo s’è permesso – con somma vigliaccheria – di addossare alle opposizioni (lui che governa da anni) la colpa della crisi del paese, aggiungendo l’infame accusa di dare sostegno alla speculazione contro l’Italia.
Non abbiamo neanche per un secondo creduto che Berlusconi volesse seguire gli inviti di Napolitano a stabilire una clima e una prassi di collaborazione davanti all’emergenza. Ma da qui all’agguato, al plateale scarico di responsabilità proprie, ce ne corre.
Come ci possiamo difendere, presidente Napolitano?
permalink | inviato da stefano menichini il 14/9/2011 alle 8:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 settembre 2011
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Chi vorrà prendere questa croce?
La situazione è talmente grave ed estrema – figurarsi, un presidente della repubblica costretto a intervenire per modificare un provvedimento mentre è all’esame del parlamento: è davvero saltata ogni minima regola – che passa perfino la voglia di fermarsi a rimarcare la follia insita nell’ultima mossa disperata del governo.

In mezza giornata la manovra che solo lunedì era «chiusa» è stata stravolta. E sono stati cancellati capisaldi intorno ai quali Tremonti, Bossi e Berlusconi s’erano arroccati per settimane, facendo perdere all’Italia un’enormità di tempo, di denaro, di credibilità.
Avevano detto che non si poteva ritoccare l’Iva: l’hanno alzata. Avevano detto che non volevano appesantire l’Irpef: lo fanno, anche se solo contro lo 0,03 per cento dei contribuenti. Avevano detto che le pensioni non si toccavano: aumenta l’età minima di pensionamento per le donne.

Avevano anche detto, promesso, che non avrebbero fatto ricorso alla fiducia: l’hanno messa ieri. Ma di questo ci occupiamo più avanti.

Ecco poi, mentre si affastellano misure che fino a ieri venivano escluse drasticamente, che ne spariscono altre sulle quali invece s’era giurato: quelle sui costi della politica, sulle liberalizzazioni, sulla lotta all’evasione fiscale.

Il fatto più grave: tutti i draconiani provvedimenti decisi ieri, intorno ai quali s’erano svolte fin qui battaglie campali, appaiono già oggi un argine fragile, quasi inconsistente, di fronte all’ondata che si profila all’orizzonte.
Non siamo padroni del nostro destino. I padroni sono a Francoforte, a Berlino. E ci colpiranno ancora, perché hanno deciso che non è più una questione di misure più o meno incisive: è la questione di un ex-grande paese da ridurre alla ragione con le cattive perché i suoi vizi antichi e la sua classe di governo attuale rappresentano un pericolo per l’Europa intera.

Esiste un’alternativa a questa prospettiva catastrofica? Quale ruolo giocano e possono giocare le opposizioni politiche e sociali, di cui ieri s’è vista tanta parte nelle piazze italiane?

Per quanto possa apparire brutale, va detto che la scelta di mettere la fiducia al senato, contestata dalle opposizioni, in realtà le solleva da un passaggio gravoso.
Se dare un giudizio sulle misure economiche è quasi impossibile, vista la loro volatilità e varietà, ciò che centrosinistra e Terzo polo possono affermare facilmente è che non si può concedere alcuna fiducia a Berlusconi. Il loro senso di responsabilità è stato ampiamente messo alla prova: ora, al momento di applicarlo a un voto parlamentare, lo stato politico catastrofico  della maggioranza li libera dall’imbarazzo. È un sollievo per loro (ed è l’esito che era ampiamente prevedibile), ma non è una buona notizia per gli italiani.

Analogamente, nella società: ieri la Cgil ha riempito le sue piazze, dando voce a una esasperazione che va oltre i confini del sindacato della Camusso. Di tante cose della manovra che vanno e vengono, l’unica che viene difesa coi denti è quell’intervento sul mercato del lavoro che ormai si giustifica solo con motivi politici e ideologici: al governo serve avere la Cgil come avversaria irriducibile. L’ossessione di Sacconi rischia però di ritorcersi contro: nella sua follia, il governo ha infatti tradito su Iva e pensioni l’intesa raggiunta con Cisl e Uil. Sicché la manovra alla fine avrà contro tutte le confederazioni, e un clima sociale surriscaldato. Se serviva qualche altro fattore per avvicinarci alla Grecia, eccoci serviti. 

Ci sono possibili alternative, segnali positivi da raccogliere?
L’iniziativa assunta lunedì sera dal capo dello stato, al termine di una giornata drammatica per i mercati, è stata talmente straordinaria da far ritenere che Napolitano non si fermerà qui. Ammesso che si possa mettere un punto nella vicenda della manovra, non appena quel punto sarà stato messo si può immaginare che il Quirinale voglia prendere di petto l’inadeguatezza del quadro politico.
Quello sarà il momento della verità. Non solo perché potrebbe sciogliersi la matassa di rancori, recriminazioni e vere e proprie incompatibilità nella quale si è avvolto il centrodestra. Ma anche perché emergerà un altro problema, fin qui reso invisibile dall’ostinazione di Berlusconi nel rimanere al proprio posto: chi vorrebbe, oggi, essere in quel posto?
Quale personalità – politica o tecnica, conta poco – sana di mente e dotata di amor proprio, vorrebbe caricarsi una croce che l’incompetenza altrui ha reso pesante al limite delle umane possibilità?

Qualche giorno fa, seduto accanto a Bersani per un dibattito, ho avuto la netta impressione che il segretario del Pd stesse per esprimere esattamente questo concetto, prima che l’opportunità ne frenasse comprensibilmente lo slancio di sincerità. E parliamo del leader di un partito che secondo ogni sondaggio vincerebbe oggi le elezioni, quindi di un uomo che con quella prospettiva anche personale deve aver fatto i conti.

Ecco, forse quello che spaventa di più adesso è proprio la sproporzione fra la gravità della crisi nazionale, e la forza che i singoli attori possono mettere in campo. Chi è consapevole di questo drammatico gap ragiona su una transizione condivisa (prima o dopo il passaggio elettorale) dalla quale nessuno possa tirarsi fuori per lucrare sulle difficoltà collettive.
Non c’è dubbio che Napolitano si spenderebbe per una soluzione del genere, e con lui la grande maggioranza degli italiani vi guarderebbe con speranza. Ma se confrontiamo questo scenario ipotetico con la realtà attuale – così frammentata, dove i due schieramenti non dialogano, dove non c’è neanche unità d’azione fra i partiti dell’opposizione e dove è venuta meno anche la preziosissima alleanza fra sindacati e parti sociali – ci rendiamo conto che oltre a essere pesante di per sé, il presente rischia di compromettere la nostra unica possibile via d’uscita nel prossimo futuro.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/9/2011 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 settembre 2011
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Chi vorrà prendere questa croce?
La situazione è talmente grave ed estrema – figurarsi, un presidente della repubblica costretto a intervenire per modificare un provvedimento mentre è all’esame del parlamento: è davvero saltata ogni minima regola – che passa perfino la voglia di fermarsi a rimarcare la follia insita nell’ultima mossa disperata del governo.

In mezza giornata la manovra che solo lunedì era «chiusa» è stata stravolta. E sono stati cancellati capisaldi intorno ai quali Tremonti, Bossi e Berlusconi s’erano arroccati per settimane, facendo perdere all’Italia un’enormità di tempo, di denaro, di credibilità.
Avevano detto che non si poteva ritoccare l’Iva: l’hanno alzata. Avevano detto che non volevano appesantire l’Irpef: lo fanno, anche se solo contro lo 0,03 per cento dei contribuenti. Avevano detto che le pensioni non si toccavano: aumenta l’età minima di pensionamento per le donne.

Avevano anche detto, promesso, che non avrebbero fatto ricorso alla fiducia: l’hanno messa ieri. Ma di questo ci occupiamo più avanti.

Ecco poi, mentre si affastellano misure che fino a ieri venivano escluse drasticamente, che ne spariscono altre sulle quali invece s’era giurato: quelle sui costi della politica, sulle liberalizzazioni, sulla lotta all’evasione fiscale.

Il fatto più grave: tutti i draconiani provvedimenti decisi ieri, intorno ai quali s’erano svolte fin qui battaglie campali, appaiono già oggi un argine fragile, quasi inconsistente, di fronte all’ondata che si profila all’orizzonte.
Non siamo padroni del nostro destino. I padroni sono a Francoforte, a Berlino. E ci colpiranno ancora, perché hanno deciso che non è più una questione di misure più o meno incisive: è la questione di un ex-grande paese da ridurre alla ragione con le cattive perché i suoi vizi antichi e la sua classe di governo attuale rappresentano un pericolo per l’Europa intera.

Esiste un’alternativa a questa prospettiva catastrofica? Quale ruolo giocano e possono giocare le opposizioni politiche e sociali, di cui ieri s’è vista tanta parte nelle piazze italiane?

Per quanto possa apparire brutale, va detto che la scelta di mettere la fiducia al senato, contestata dalle opposizioni, in realtà le solleva da un passaggio gravoso.
Se dare un giudizio sulle misure economiche è quasi impossibile, vista la loro volatilità e varietà, ciò che centrosinistra e Terzo polo possono affermare facilmente è che non si può concedere alcuna fiducia a Berlusconi. Il loro senso di responsabilità è stato ampiamente messo alla prova: ora, al momento di applicarlo a un voto parlamentare, lo stato politico catastrofico  della maggioranza li libera dall’imbarazzo. È un sollievo per loro (ed è l’esito che era ampiamente prevedibile), ma non è una buona notizia per gli italiani.

Analogamente, nella società: ieri la Cgil ha riempito le sue piazze, dando voce a una esasperazione che va oltre i confini del sindacato della Camusso. Di tante cose della manovra che vanno e vengono, l’unica che viene difesa coi denti è quell’intervento sul mercato del lavoro che ormai si giustifica solo con motivi politici e ideologici: al governo serve avere la Cgil come avversaria irriducibile. L’ossessione di Sacconi rischia però di ritorcersi contro: nella sua follia, il governo ha infatti tradito su Iva e pensioni l’intesa raggiunta con Cisl e Uil. Sicché la manovra alla fine avrà contro tutte le confederazioni, e un clima sociale surriscaldato. Se serviva qualche altro fattore per avvicinarci alla Grecia, eccoci serviti. 

Ci sono possibili alternative, segnali positivi da raccogliere?
L’iniziativa assunta lunedì sera dal capo dello stato, al termine di una giornata drammatica per i mercati, è stata talmente straordinaria da far ritenere che Napolitano non si fermerà qui. Ammesso che si possa mettere un punto nella vicenda della manovra, non appena quel punto sarà stato messo si può immaginare che il Quirinale voglia prendere di petto l’inadeguatezza del quadro politico.
Quello sarà il momento della verità. Non solo perché potrebbe sciogliersi la matassa di rancori, recriminazioni e vere e proprie incompatibilità nella quale si è avvolto il centrodestra. Ma anche perché emergerà un altro problema, fin qui reso invisibile dall’ostinazione di Berlusconi nel rimanere al proprio posto: chi vorrebbe, oggi, essere in quel posto?
Quale personalità – politica o tecnica, conta poco – sana di mente e dotata di amor proprio, vorrebbe caricarsi una croce che l’incompetenza altrui ha reso pesante al limite delle umane possibilità?

Qualche giorno fa, seduto accanto a Bersani per un dibattito, ho avuto la netta impressione che il segretario del Pd stesse per esprimere esattamente questo concetto, prima che l’opportunità ne frenasse comprensibilmente lo slancio di sincerità. E parliamo del leader di un partito che secondo ogni sondaggio vincerebbe oggi le elezioni, quindi di un uomo che con quella prospettiva anche personale deve aver fatto i conti.

Ecco, forse quello che spaventa di più adesso è proprio la sproporzione fra la gravità della crisi nazionale, e la forza che i singoli attori possono mettere in campo. Chi è consapevole di questo drammatico gap ragiona su una transizione condivisa (prima o dopo il passaggio elettorale) dalla quale nessuno possa tirarsi fuori per lucrare sulle difficoltà collettive.
Non c’è dubbio che Napolitano si spenderebbe per una soluzione del genere, e con lui la grande maggioranza degli italiani vi guarderebbe con speranza. Ma se confrontiamo questo scenario ipotetico con la realtà attuale – così frammentata, dove i due schieramenti non dialogano, dove non c’è neanche unità d’azione fra i partiti dell’opposizione e dove è venuta meno anche la preziosissima alleanza fra sindacati e parti sociali – ci rendiamo conto che oltre a essere pesante di per sé, il presente rischia di compromettere la nostra unica possibile via d’uscita nel prossimo futuro.
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Politica
6 settembre 2011
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Il momento più buio
Angela Merkel, angosciata per la propria situazione interna, stacca la spina del sostegno a Grecia e Italia. La credibilità del nostro debito, misurata dallo spread coi titoli pubblici tedeschi, precipita. Le agenzie di rating si preparano a colpire. Lo stesso Mario Draghi non può fare altro che lanciare l’estremo allarme all’Italia: la Bce potrebbe anche rinunciare al salvataggio. E chi guida ora la banca europea, Trichet, lo dice chiaro: ormai ci sono paesi, il nostro fra questi, ai quali l’Europa dovrebbe togliere la sovranità sulle scelte di grande politica economica.
Non siamo mai stati peggio di oggi, e pazienza se il grido al lupo al lupo l’abbiamo già lanciato altre volte. Ora il lupo c’è davvero e ci guarda negli occhi.
I mercati ballano dappertutto, ma Roma e Atene hanno un punto in comune per chi li osserva: la totale assenza di un governo politico della crisi. Ci è stato dato il tempo per provare a raddrizzare la barca, ed è stato sprecato nella più stupefacente giostra di proposte, decisioni, smentite e correzioni che si sia mai vista in un paese pure abbastanza confusionario.
Ieri, per dirne una, è sparita dalla manovra la misura sulla liberalizzazione del commercio, che era considerata una delle poche condivibili e promettenti dell’intera operazione. Cancellata.
Napolitano ha detto che finché c’è fiducia parlamentare non ci sono alternative politiche. Un’ovvietà, con però un suono sinistro: Berlusconi porterà il paese nel baratro pur di non mollare, nella disperata consapevolezza che nessun sondaggio concede a Pdl e Lega possibilità di recupero. È proprio Berlusconi l’asset italiano più negativo nella valutazione internazionale. Ma lui sta lì, inamovibile più per paura che per convinzione.
C’è da aver paura. Oggi la Cgil dà alla crisi una sua risposta. In extremis quasi tutto il Pd si è messo nella scia. Certo, è sempre positivo quando i cittadini prendono parola e posizione. Ma questa è chiaramente la reazione di un giorno, che domani lascia ogni problema irrisolto e anzi aggravato dalla rottura del patto che teneva miracolosamente insieme le confederazioni fra loro e con le parti sociali.
Non esiste una via d’uscita “di parte” da questa situazione, esiste solo un ciclopico sforzo collettivo guidato da chi abbia credibilità intatta e spalle solide. È proprio perché sappiamo questo, che oggi la vediamo davvero buia.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/9/2011 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 agosto 2011
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La Cgil, il rischio di un errore
Ebbene sì, con tutto il rispetto dovuto alla Cgil, si rafforza l’opinione che l’indizione dello sciopero generale contro la manovra che non c’è sia un errore.
Lo scriveva Europa già il 18 agosto: Susanna Camusso, tenendo ferma la critica più spietata al governo, aveva davanti a sé due percorsi diversi. Purtroppo ha scelto quello che le dà forse maggiore seguito a breve termine (ci sarà gente in piazza, di sicuro), ricacciando però la confederazione nella sacca minoritaria dalla quale faticosamente stava tirandosi fuori.
L’unità d’azione e di proposta con gli altri sindacati e con le altre parti sociali sembrava la brillante anticipazione di uno scenario nazionale diverso, la prefigurazione di un’Italia dove davvero gli interessi si mettono insieme, per superare la crisi nel nome delle cose da fare.
Giustamente (ne parla anche Cesare Damiano qui affianco) il Pd aveva colto questa novità e questa potenzialità, che corrisponde al suo modo di intendere la transizione dal berlusconismo e la gestione dell’uscita dalla crisi. E si capisce allora perché un po’ tutti nel partito – chi più aspramente, chi con maggiore diplomazia – si tengano oggi distanti dal surriscaldamento cigiellino in vista del parziale sciopero generale del 6 settembre. Al contrario di Di Pietro, che dalla disponibilità a sostenere Tremonti è già passato ai moti di piazza.
Tra l’altro, la strada che invece la Cgil pare aver imboccato (capofila di ogni possibile protesta, su un modello cofferatiano di sindacato “soggetto politico”, per la gioia del divisivo Sacconi) non garantisce Camusso sul fronte interno. Ieri Rinaldini, l’ex capo della Fiom, protestava perché in attesa dello sciopero non era stata interrotta la consultazione interna sull’accordo di giugno sul nuovo contratto: è ovvio che per la minoranza interna lo sciopero sia il viatico per revocare la scelta più impegnativa assunta da Camusso come segretaria.
In questi mesi, il valore dell’unità sindacale stava andando finalmente al passo con scelte di merito coraggiose, positive. Perché tornare indietro e dare ragione ai propri avversari, interni ed esterni?
permalink | inviato da stefano menichini il 25/8/2011 alle 8:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


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