.
Annunci online


Politica
21 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Un governo che ci prova, nel nome dei giovani
Un euro per aprire una società, senza bisogno di andare dal notaio. Una novità fra tante altre, annegata in un decretone sul quale si sprecheranno i superlativi ma che è stato presentato dal governo con grande understatement. Ma la società di giovani con capitale un euro è forse la novità più emblematica, quella che traduce in termini spicci il vero asse di continuità tenuto da Mario Monti in questi due mesi: un governo che cerca di lavorare soprattutto per una generazione ignorata e tradita.
Non sappiamo se e come funzioneranno, le misure annunciate ieri dopo otto ore di lavoro faticoso, mentre nella città echeggiavano i rumori della folle rivolta dei tassisti. Le anticipazioni di stampa dei giorni scorsi ci fanno ora apparire quasi scontate novità piccole e grandi, tutte di enorme rilievo: gli orari delle banche, il maxiconcorso per i farmacisti, la trasparenza dei preventivi dei professionisti, la separazione da Eni della rete del gas, la sostanziale liberalizzazione delle licenze dei taxi.
Possiamo così permetterci perfino il lusso di arricciare il naso, di notare i vuoti.
Le banche, innanzi tutto, che vengono tutelate forse anche per il momento che passano (e fanno anche passare, però). I petrolieri, sui quali ieri i ministri hanno sorvolato. Le poste, totalmente assenti. Il rinvio, senza decisione certa, sull’asta delle frequenze tv (già sufficiente però di per sé a far infuriare Mediaset, e a risvegliare Berlusconi dal torpore politico).
Questo però è lo spazio della politica che si apre. I tecnici stanno facendo il proprio dovere in modo eccezionale, date le premesse e il contesto nazionale. In due mesi hanno rovesciato autentici macigni. Come è successo a dicembre, ora consegnano la staffetta al parlamento, che un mese fa fu il luogo di tranelli ma anche di correzioni sagge.
Che cosa accadrà ora, mentre pezzi di Italia annunciano di volersi sollevare per difendere lo status quo?

Il problema dei partiti è tenere i ritmi indiavolati di un governo che hanno votato quando si trovavano in una situazione di necessità. I politici (del Pdl e qualcuno anche del Pd) che negli ultimi giorni del 2011 speravano che, fatto il lavoro sporco dei tagli, Monti diventasse facilmente rimovibile, in queste ore devono ricredersi. Il governo si muove come fosse un caterpillar col motore di un’auto da corsa, investendo rapidamente un po’ tutti gli angoli del sistema Italia.

Il paese però non rimane fermo, nel frattempo. Montano le ondate furiose di rivolte plebee, più o meno orchestrate. Si organizzano le fila delle lobby potenti e ben rappresentate. Rimangono vigili i sindacati, che da lunedì torneranno protagonisti, chiamati al tavolo della trattativa sul nuovo mercato del lavoro e sul nuovo welfare.
E questo solo per stare ai fenomeni resi visibili dai media e dalla capacità di mobilitazione. Perché si muove anche qualcosa di più profondo, una corrente più potente della rabbia dei tassisti e dell’indignazione degli avvocati: l’idea popolare – del cittadino comune, del lavoratore preso nella sua veste di consumatore, utente, cliente, fin qui vittima sempre e dovunque di meccanismi più grandi di lui – l’idea appunto che alcune cose della sua vita quotidiana possano cambiare veramente. E che per una volta non toccherà a lui pagare di tasca propria.
Ecco, i partiti, nel loro interesse, devono riuscire a cogliere questo poderoso spostamento d’opinione, frutto anche di operazioni come i blitz della Finanza contro gli evasori fiscali.
Soprattutto deve farlo il Partito democratico. Un po’ per miracolo, un po’ per abilità del suo gruppo dirigente, un po’ perché questa era la sua ragione sociale originaria, il Pd si trova a essere, almeno in potenza, il beneficiario massimo di questo sommovimento.
Come s’è detto e scritto tante volte – e pareva retorica – la conservazione non poteva portare nulla di buono a un partito nuovo. Ora stiamo scoprendo che è proprio così, che davvero si ha senso di esistere come Pd solo se si è protagonisti del cambiamento più radicale. Chiaro che, come diceva ieri Bersani, le turbolenze politiche saranno forti. Ma il compito ora è più chiaro: dietro al bulldozer di Mario Monti, c’è un paese diverso da costruire. Perfino un paese più giovane.
permalink | inviato da stefano menichini il 21/1/2012 alle 0:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
19 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
L'Italia che aspetta il decreto
Siamo alla vigilia di un passaggio cruciale, il varo del decreto sulle liberalizzazioni. Ieri il Financial Times, titolando una lunga intervista, definiva Mario Monti «rivoluzionario parentetico», sfruttando una definizione che lo stesso premier dava della propria esperienza: una parentesi. Sapremo domani se la parentesi potrà davvero consegnare all’Italia anche la rivoluzione, ovvero un radicale mutamento delle regole di funzionamento dell’economia, del commercio e dei servizi, incoraggiando l’innovazione e l’impresa e rovesciando l’ottica che vede consumatori e clienti sempre dalla parte delle vittime. Se così sarà, allora la parentesi tecnica avrà conseguito in due mesi più risultati delle recenti legislature politiche.
Può farcela, Monti?
Mettiamo solo per un momento da parte il requisito che lui stesso definisce indispensabile, l’unico che non dipende da noi: il sostegno dell’Europa, per liberarsi (e liberarci) di vincoli di troppo investendo finalmente nella crescita.
Per rimanere al gioco italiano, Monti ha compiuto l’inversione di agenda che gli era stata consigliata, anteponendo il pacchetto delle liberalizzazioni alla delicata trattativa sul nuovo welfare e il mercato del lavoro: scelta oculata che ha alleggerito almeno un fronte, garantendo al governo la predisposizione positiva da parte del Pd.
L’altra garanzia, se non di successo almeno di buona partenza, è nell’ampiezza del pacchetto, che riguarda trasversalmente dall’Eni ai taxi, dai notai alle assicurazioni, dalle banche ai farmacisti (negative invece le rinunce preventive o i rinvii su Poste e ferrovie).
Tanti protestano. Da Roma alla Sicilia la legge viene violata sistematicamente. Ma un gigante silenzioso aspetta a vedere se davvero la sua vita sta per cambiare un po’, finalmente in meglio, e per una volta senza dover pagare di tasca propria: è l’Italia dei cittadini, degli utenti, dei consumatori, del reddito fisso, del piccolo artigiano o commerciante, dell’imprenditore.
Se Monti convince e conquista la fiducia di questa Italia, allora le rivolte saranno inutili, e la rivoluzione sarà invece possibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 19/1/2012 alle 7:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Giornata amara, che non cambia l'agenda Monti
È stata una giornata nera per la democrazia?
Andiamoci piano. Non cadiamo nelle trappole, distinguiamo e soprattutto non perdiamo di vista il quadro generale. Che è il seguente: si giocano due partite parallele in Italia. Una riguarda l’autoriforma della politica e l’altra riguarda i grandi cambiamenti possibili che il governo Monti sta per varare per l’economia reale e per la vita di tutti i giorni.
L’autoriforma della politica, il suo ritrovare una sintonia col paese, s’è confermata ieri un percorso molto difficile. C’è un unico nesso proponibile tra la sentenza della Corte costituzionale e il voto della camera contro l’arresto di Cosentino. Ed è questo: la Consulta restituisce al parlamento la piena potestà sulla riforma elettorale nel giorno in cui lo stesso parlamento mostra ancora di funzionare secondo la logica e gli schieramenti dell’era berlusconiana. In entrambi i casi (ma è pienamente vero solo nel primo) vengono disinnescate il peso e l’attesa dell’opinione pubblica più militante.
Non essendo il parlamento un tribunale, non diremmo che il mancato arresto di Cosentino sia un atto di denegata giustizia: questa farà il suo corso, in ogni caso. Nei modi in cui s’è svolto, però, il voto è una copertura data a un parlamentare per motivi esclusivamente politici, come conferma lo psicodramma che si è aperto nella Lega. Questo non può piacere agli italiani, anche se non è la prima volta che accade.
Neanche il rigetto dei referendum può far piacere ai cittadini, come certo non piace a noi di Europa che quei referendum avevamo promosso e difeso. Ma il dispiacere non nasce da un vulnus democratico, che non c’è, bensì dai dubbi sulla volontà e sulla capacità di riforma di questo parlamento una volta libero della minaccia referendaria.
Gran parte dell’onere di dissipare i dubbi spetta al Pd, il cui popolo nell’estate scorsa espresse chiaramente le proprie intenzioni e preferenze, travolgendo anche le esitazioni del gruppo dirigente. 

Le intenzioni sulla cancellazione del Porcellum sono tutte buone, confermate ieri sia dal Pd che dal Pdl e avallate non dalla Corte costituzionale (come sembrava in un primo tempo, e come sarebbe decisamente irrituale) ma da un comunicato congiunto di Napolitano e dei presidenti delle camere che, nel difendere l’operato della Consulta dall’ennesima aggressione scomposta di Di Pietro, collocano però la palla al centro del campo parlamentare, dicendo che la partita va giocata.
Da adesso in poi assisteremo sul tema a una serie di manovre molto complicate (qui si sentirà l’assenza della pressione referendaria), tutte riferite solo in parte alla necessità di fare una buona legge elettorale, e in realtà prodromiche alle alleanze in vista della fine della legislatura.
Tutto ciò però è solo una parte dell’agenda politica. Importantissima, ma non la più importante.
Per capirci, è chiaro che della convulsa giornata di ieri Mario Monti abbia valutato soprattutto una notizia: il successo dell’asta dei Bot a sei e dodici mesi, collocati con rendimenti dell’1,5 per cento, e il contemporaneo calo netto dello spread. Ossigeno puro. Conferma di fiducia. Incoraggiamento.
È qui che si gioca la partita più immediata sul futuro dell’Italia.
E la madre di tutte le battaglie è il piano di liberalizzazioni che il governo sta predisponendo, a quanto si capisce con uno spettro che finalmente va dalle categorie ai grandi poteri. È bastata la diffusione di una bozza perché il paese venisse percorso da brividi di rivolta o di speranza: come ha detto il democratico Lirosi, Monti ha suscitato aspettative molto alte. La guerra dei taxi è solo la punta emergente dell’iceberg, ognuno sarà in grado di valutare cambiamenti nella propria sfera di vita quotidiana (quanto ai taxi: la rivolta selvaggia di ieri a Napoli e poi a Roma e a Milano li mette in una posizione disperata. Su questa linea non basterà l’appoggio dello strano trio Bossi, Alemanno e de Magistris a salvarli).
La domanda allora è quanto le vicende di ieri potranno influire sull’agenda Monti. Pdl e Lega hanno detto di voler sfruttare il voto su Cosentino per alzare il proprio potere negoziale sulle (o meglio, contro le) liberalizzazioni. Si illudono. Il voto e la maggioranza di ieri sono scorie del passato. La partita nel 2012 la vince chi ha le idee migliori e il consenso per farle passare.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/1/2012 alle 7:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
La terza guerra dei taxi
Una cosa è sicura: non è quella dei taxi la più importante delle liberalizzazioni. E non sono certo i tassisti il potere forte da piegare per vincere la guerra di un mercato più aperto, più libero, più conveniente per i consumatori.
I tassisti hanno però questa specialissima capacità di porre se stessi al centro degli scontri politici più accesi, con i toni più aggressivi, con l’atteggiamento più oltranzista. E dopo le mobilitazioni storiche contro Rutelli-Tocci a Roma (quando ebbero dalla loro anche un certo Veltroni, allora segretario Ds) e contro Bersani ministro, eccoci di nuovo al redde rationem.
Sempre con gli stessi metodi: al semplice annuncio di un intervento nel loro settore, le sigle e i sindacati (con la confusione tra i due concetti tipica delle corporazioni) convocano adunate, promettono serrate, lanciano editti. E naturalmente si rifanno vivi con partiti o pezzi di partiti: l’area grigia fra la categoria e la politica è popolata di personaggi e di patti elettorali, sempre un po’ più spudorati di quanto avvenga per altre corporazioni meno plebee.
Le relazioni con la politica, la presenza sul territorio, l’essere diventati un emblema. Ecco perché la battaglia sui taxi sarà così importante per Monti e per Passera, che pure stanno per mettere mano a ben altri potentati: per esempio i distributori di carburante e le assicurazioni, solo per citarne due che i tassisti dovrebbero conoscere bene e non considerare particolarmente amici.
I tassisti possono avanzare delle ragioni ma stavolta rischiano. A causa di pochi di loro, sono appesantiti da una pessima fama, soprattutto a Roma, fatta di minacce fra colleghi e truffe ai clienti. E poi ora si candidano come campioni di una resistenza al cambiamento che invece gli utenti chiedono.
In vista della loro serrata di lunedì 23, è stata lanciata in rete l’idea di una protesta degli utenti (su Twitter la chiamano #menotaxipertutti). Una cosa del genere non è mai riuscita. Fin qui politici e amministratori liberalizzatori sono sempre stati lasciati soli (e sconfitti). Vediamo se al professor Monti andrà meglio. Noi speriamo di sì.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/1/2012 alle 6:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
5 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Di chi è nemico questo governo
Chissà se almeno stavolta le chattering classes progressiste si tapperanno la bocca, e la pianteranno con la stupida litania neoqualunquista che era meglio quando ci stava Berlusconi, o che alla fine il governo di prima è come quello di adesso, anzi quello di adesso è peggio secondo la vetusta vulgata di sinistra che l’avversario che si presenta bene è più pericoloso di quello sfacciato.
Ma quale avversario. Il governo che vuole cancellare l’odiosa tassa sull’immigrazione è avversario solo della peggior specie di destra che ci sia in Europa oggi dopo gli amici ungheresi di Berlusconi. Gli insulti e le minacce scaricate su Cancellieri e Riccardi dall’ex ministro degli interni (quanto l’abbiamo blandito, questo altro “avversario che si presenta bene”) illustrano bene dove sia in questo momento la parte giusta, il nuovo fronte della ragione e della solidarietà contro il populismo imprenditore della paura.
S’è sentita la voce di Livia Turco, in difesa delle intenzioni del governo: ci sarebbe bisogno di un coro un po’ più ampio e convinto ma pazienza, abbiamo capito che nel Pd non fa fino appoggiare con una vera battaglia politica il governo che si sostiene in parlamento. Le dichiarazioni devono contenere sempre un “ma”, un “vedremo”, qualche condizione, la giusta dose di freddezza.
E invece il governo Monti, a partire dalla nomina di Riccardi e dalla anomala ampia tipologia della sua delega, s’è presentato come quello intenzionato a rovesciare la logica dominante nelle politiche dell’immigrazione. Vista, descritta e speriamo sostenuta come un fattore della crescita del paese, non come un’orrenda minaccia.
Dirò di più, a costo di far venire il mal di pancia a qualche governatore molto di sinistra e molto preoccupato di proteggere le proprie costituencies.
Se mettiamo insieme le politiche per la liberalizzazione del commercio, le resistenze della rete dei piccoli negozi (che farebbe meglio a seguire i modelli di modernizzazione proposti magistralmente ieri da Dario Di Vico sul Corriere), i flussi demografici e la volontà di piena integrazione degli immigrati nel tessuto economico, abbiamo il quadro di come si accompagna responsabilmente una società nelle sue inevitabili trasformazioni: come in tutte le capitali occidentali, e come è già in tante parti d’Italia, l’allargamento delle possibilità di consumo e di servizio è legato proprio alla presenza di nuovi tipi di posti di lavoro e di lavoratori, da sottrarre preventivamente allo sfruttamento e alla clandestinità.
E se a sinistra ci fosse ancora qualcuno che teme il successo delle parole d’ordine razziste di Maroni e compagnia, ricordiamoci per favore Milano. Era solo sette mesi fa, e scoprivamo che gli italiani si erano rotti delle assurdità della propaganda xenofoba, e che finalmente i progressisti erano stati capaci di battere con l’arma del ridicolo ciò che ridicolo è.
Salvini allora, Maroni oggi, loro sì sempre la stessa razza. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/1/2012 alle 18:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
28 dicembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
La fase 2 parte subito
Lo speravamo, l’avevamo scritto come auspicio prenatalizio: che il governo Monti si desse da fare violando la tradizionale pausa festiva, dando agli italiani il segnale di un’attenzione all’altezza della perdurante emergenza. Dunque ci sarà oggi il consiglio dei ministri, anche se sarà un consiglio più politico che esecutivo: nessuna misura, nessun provvedimento, “solo” l’enunciazione con un certo dettaglio dell’agenda di gennaio.
Dunque oggi Monti definisce più precisamente una roadmap che, a leggere i giornali, sembrava dover essere onnicomprensiva. Invece sarebbe meglio distinguere tempi e temi.
Per esempio, sulle liberalizzazioni: certo il governo avrà voglia di prendersi una rivincita sui veti subiti a proposito di taxi e farmacie, ma come nell’ultimo dibattito parlamentare ha fatto notare Bersani, ci sono anche altre materie ben più corpose sulle quali intervenire aprendo il mercato.
Così ci si può aspettare che oggi si cominci a parlare di gas, di assicurazioni, di carburanti, di trasporti, di professioni. Tutti interventi che, al di là di essere sacrosanti e anzi tardivi, hanno due pregi aggiuntivi non da poco.
Il primo è che danno la possibilità di una comunicazione efficace ai cittadini, ai quali si possono descrivere cambiamenti e semplificazioni della loro vita quotidiana (domani poi Monti avrà la conferenza stampa di fine d’anno, un tipo d’evento che ha dimostrato di saper gestire bene).
L’altro considerevole vantaggio è che le liberalizzazioni nei settori pesanti sono anche nel carnet delle richieste dei sindacati, ai quali dopo l’incidente sull’articolo 18 c’è la possibilità di dimostrare nei fatti quali siano le priorità dell’agenda. Nessuno si illude che il punto dolente della riforma del mercato del lavoro non arrivi, presto, a riacutizzare lo scontro fra Monti e le confederazioni. A maggior ragione, però, il premier ha bisogno di arrivarci forte politicamente di acquisizioni su altri fronti, a scapito di qualche corpo sociale o potere più forte.
L’importante – per chi teme giustamente le dilazioni della politica dei due tempi – è che la Fase due del governo Monti cominci davvero subito. La pazienza degli italiani regge, ma non merita dilazioni. Quella dei mercati poi, s’è visto, non esiste proprio. 
permalink | inviato da stefano menichini il 28/12/2011 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 dicembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Spread di Natale
Lo spread torna a salire, come anche il rendimento dei Btp che raggiunge quote di nuovo pericolose. Il Natale non porta a Mario Monti sollievo dal punto di vista dei mercati, mentre la destra può di nuovo infiammarsi: vedete, dicono, quanto sia stato ingiusto scaricare su Berlusconi la responsabilità della crisi finanziaria.
Lo sfogo può essere compreso ma è privo di qualsiasi fondamento. Retrospettivamente appare ancora più evidente che il governo Berlusconi – senza essere la causa prima della crisi – era però immobilizzato davanti alla furia della speculazione. Monti non ha risolto il problema con un tocco magico ma almeno guida un governo che ha la libertà di movimento e il sistema di relazioni per reagire. Bisogna vedere se saprà farlo e se gli strumenti a sua disposizione sono sufficienti.
La frustrazione dei berlusconiani è tanto più forte perché non vedono montare intorno a Monti la tensione negativa che spinse Berlusconi fuori da palazzo Chigi. Invece di lamentarsene, dovrebbero rifletterci: non per gli avversari, ma per l’intero paese Berlusconi era diventato un macigno da rimuovere e il polo del malcontento.
Intorno a Monti non si avverte rancore, ma le prime tracce della disillusione sì. I dati macroeconomici sommati agli effetti della manovra non aiutano. Ci vuole, in tempi rapidi, un messaggio pienamente positivo.
Non sappiamo se sia vera la voce di un consiglio dei ministri convocato tra Natale e Capodanno per far partire un’ondata di liberalizzazioni, da tradurre e presentare come semplificazione della vita dei cittadini e riduzione dei costi di tante attività.
Vera o meno, sarebbe una buona idea. Tra l’altro, giusto un anno fa di questi tempi, il consiglio dei ministri si prendeva una vacanza di un mese pieno: veti incrociati e scontri interni sconsigliavano addirittura di far incontrare i ministri fra loro. Anche sotto questo profilo è importante marcare differenze. 
permalink | inviato da stefano menichini il 24/12/2011 alle 17:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
17 dicembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Così il Pdl fa un gran regalo al Pd
Il messaggio è stato recepito. Lo fa capire Monti intervenendo alla camera con grande efficacia, lo dicono sui giornali uomini del governo come Barca, Catricalà, Malinconico. Lo si verifica nei fatti (ammesso che possa essere considerato «un fatto» l’accoglimento di un ordine del giorno in favore dell’asta competitiva per le frequenze tv). Insomma, chiuso il girone sulla previdenza e in attesa del rodeo sul mercato del lavoro, la partita politica da adesso si gioca tutta sulle liberalizzazioni.
E questa è una grande notizia. Monti è stato evidentemente colpito da due giorni di critiche serrate da parte di tanti che avevano puntato su di lui come l’uomo che infrange «i gessi dell’economia italiana », per usare una sua espressione.
Le critiche sul punto – venute anche, e con passione, da Bersani – devono averlo toccato molto più delle battutine infelici di Berlusconi. A queste ultime ha risposto ieri in modo sarcastico, liquidatorio e con un atteggiamento di sfida travestito da rispetto verso i malpancisti del centrodestra. Alle critiche sui colpi a vuoto nelle liberalizzazioni, invece, Monti ha replicato con un impegno solenne: siamo solo all’inizio, abbiamo fatto l’essenziale per salvare i risparmi degli italiani, ora faremo il resto «non contro qualcuno» ma nell’interesse generale.
Se il dissenso sbracato dei leghisti e quello sordo e nervoso dei berlusconiani dovesse circondare anche misure che sono attese dai cittadini senza distinzione di etichette politiche, il regalo al Pd e al Terzo polo sarebbe completo: potrebbero facilmente intestarsi, dopo la parte amara del risanamento, la parte positiva di novità che semplificano la vita di tutti.
S’è scritto, pigramente, di un governo Monti che agisce sotto dettatura o ricatto di Berlusconi. Il concetto che meglio descrive il Pdl in questo momento in realtà è un altro: impotenza. Potremmo perfino dire disperazione, per alcuni di loro che sanno di non poter staccare la spina a chi li ha relegati al ruolo di supporters malmostosi.
Monti al contrario s’è detto per niente disperato, per sé e per l’Italia: siamo con lui anche in questo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 17/12/2011 alle 15:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
15 dicembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Di che si lamenta il Pd
Il Pd è entrato nella partita della manovra Monti lamentandone la scarsa equità, ne esce con Bersani «stupefatto» per la debolezza del governo sulle liberalizzazioni.
È una parabola interessante, che segnala due cose. La prima è che i democratici si considerano soddisfatti dell’esito finale su temi scottanti: pensioni, fisco, casa.
Attenzione, non diamo oggi per scontato ciò che l’altro ieri pareva impensabile. Certo, la crudele norma che bloccava l’indicizzazione delle pensioni minime è stata bloccata. Ma se solo due settimane fa aveste prospettato ai responsabili del Pd del settore i cambiamenti che Fornero ha portato a casa sulle pensioni d’anzianità, avreste ricevuto repliche indignate. Sulle pensioni non si poteva e non si doveva fare nulla. Oggi il Pd vota la riforma e se ne dice soddisfatto, tranne che sul punto dei cosiddetti lavoratori precoci.
È la conferma di un atteggiamento pragmatico che del resto Bersani aveva già quando al governo c’era Berlusconi. Un macigno è stato rimosso e il Pd ha dato una mano. Potrebbe rivendicare l’onore di una riforma che ha tanti oneri ma restituisce al sistema un minimo di equità inter-generazionale. Non lo farà per colpa di rigidità auto-imposte (che se fossero state seguite pedissequamente troverebbero oggi il Pd allineato alla Lega), ma è il risultato che conta.
Quanto alle liberalizzazioni, Bersani ha ragione a lamentarsi, in particolare con Monti che dovrebbe essere un campione del ramo. Anche qui però prendiamo la parte positiva. Un Pd affamato di liberalizzazioni non potrà che essere coerente quando (presto) arriveranno i nodi del nuovo welfare e del nuovo mercato del lavoro: metteteci tutta la concertazione che volete, la direzione di marcia non potrà che essere la medesima della riforma delle pensioni.
Il rammarico è che il rinvio dell’assemblea nazionale (giustificato e inevitabile) farà sì che il 20 gennaio anche su questi temi ci si troverà più a registrare, e forse correggere le novità, che a promuoverle. Pazienza. L’importante è che nella trincea della conservazione non ci si possa più tornare. 
permalink | inviato da stefano menichini il 15/12/2011 alle 14:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 febbraio 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Nessun momento magico, marchiamoli stretti su questi temi
La mossa era chiara. Non sappiamo quanto fosse da attribuire a Berlusconi, e quanto invece a Tremonti e a Bossi, che infatti ieri tenevano il fronte romano mentre il presidente del consiglio da Bruxelles tornava a sproloquiare contro i pm. La mossa era vendere il federalismo fiscale come un fatto compiuto. Addirittura come una svolta epocale, un momento magico della storia d’Italia, «una grande avventura». E tutto grazie a un decreto legislativo che in realtà era stato approvato di fretta solo per riparare all’ennesimo inciampo parlamentare.
Improbabile. Perfino sospetto nella sua esagerazione. E infatti, in camera caritatis, non troverete un leghista disposto a confermare che da quel decreto possa venire chissà quale rivoluzione. Problemi, tanti. Tasse in più, di sicuro. Certo, non «la più grande riforma strutturale mai avviata in Italia», come dice Tremonti.
L’enfasi aveva due obiettivi. Uno a cortissimo raggio, che sarebbe fallito subito: porre Napolitano nell’imbarazzo di respingere una simile Ottava meraviglia, rischiando di passare per nemico del federalismo. Figurarsi. Il capo dello stato non ha esitato a imporre il dietrofront e di riportare in parlamento il decreto, mettendoci su anche una durissima accusa di scorrettezza istituzionale.
Il centrodestra fa passare questo per un intoppo procedurale: dietro in realtà c’è la conferma che il Quirinale non concede più nulla alle forzature. Altra conferma: se Napolitano ha rapporti civili con il governo, non è certo col premier.
Sarebbe però riduttivo fermarsi qui. Tremonti e Bossi, si vede, hanno una agenda propria, distinta da quella di Berlusconi in attesa di divenire confliggente. C’è scritto sopra federalismo (questo e gli altri decreti) e poi elezioni anticipate, entro l’estate. Le opposizioni, Pd in testa, l’hanno capito e fanno benissimo a mostrarsi pronte e attrezzate, anzi vogliose, di arrivare al voto.

Occore seguire le piste di Umberto Bossi, per quanto non sia più per molti motivi lucido come una volta. Nel momento in cui il capo della Lega annuncia «il federalismo è fatto», sa benissimo che il federalismo è tutt’altro che fatto. Infatti in realtà sta suggerendo altro: la Lega è vicina a dichiarare raggiunto l’obiettivo, che equivale a chiudere la legislatura.
Altro che «ritorno alla politica», altro che cantiere delle grandi riforme liberali che si riapre, come Giuliano Ferrara suggerisce e Berlusconi ripete. Dai leghisti, su questi temi, non è venuta negli ultimi giorni una sola parola di sostegno. Riforma dell’articolo 41 della Costituzione? Figurarsi. Il tema non gli interessa. Non ci credono più di quanto ci crediamo noi. Cioè zero.
Nelle prossime settimane Bossi e Calderoli, nello scetticismo di Maroni, si daranno un gran da fare per chiudere qualcuno dei dossier sul cosidetto federalismo (molto indicativa la sprezzante frase pronunciata ieri dal presidente della Corte costituzionale, De Siervo: «Al massimo si tratta di autonomia impositiva dei comuni». Buona fortuna Lega, quando le tue riforme finiranno sotto il vaglio della Consulta...). Che ce la facciano o no, per loro la legislatura finisce quando finisce questa fatica.
Verrebbe allora da dire che il Pd deve sintonizzarsi sul tono enfatico di Tremonti e Calderoli ieri mattina. Se loro cominciano a lanciare messaggi da bilancio (fantasmagorico) di fine legislatura, altrettanto (alla rovescia) dovranno fare le opposizioni, come ieri Bersani all’assemblea del Pd.
È importantissimo marcare stretto quel tipo di impostazione propagandistica, e quei temi. Fisco, federalismo, liberalizzazioni. Bersani è perfettamente in grado di farlo. Da Veltroni e dal Lingotto le spinte maggiori (anche se non tutte calibrate a dovere, come per la sventurata e strumentalizzata storia della patrimoniale) sono venute su questi temi.
Dire che il federalismo senza il Pd non si fa è giustissimo, ed evidente per chi abbia seguito l’iter dei provvedimenti a cavallo fra parlamento e Anci. L’importante è che il messaggio non sia indirizzato tanto e solo al partito della Lega, nella logica di scambio «dateci la testa di Berlusconi e avrete ciò che volete».
No, bisogna puntare più alto. Quel messaggio deve arrivare agli elettori della Lega, agli elettori del Nord in generale. E comprendere tutti i temi di un’economia più aperta, più concorrenziale, più moderna. Il fallimento di Berlusconi, da qui alle elezioni, andrà presentato come il fallimento di una leadership personale che non ha dato ciò che aveva promesso, riconoscendo però che molte delle promesse non erano in sé sbagliate, come non lo erano le domande che intercettavano. Vale per la devoluzione dei poteri, per la liberalizzazione, per la riforma di un fisco ingiusto.
È qui che rinasce l’ambizione democratica a farsi maggioranza nel paese.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/2/2011 alle 8:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
16 giugno 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Liberale a chi?
Ci hanno creduto, e neanche tanto, solo al Foglio, certe volte teneri nei loro entusiasmi. Che il governo e addirittura Tremonti fossero diventati improvvisamente liberali. Eppure qualche dubbio sarebbe obbligato, ascoltando il ministro proclamare la via costituzionale alle liberalizzazioni. Per non dire del presidente del consiglio, che ha sempre qualche rivoluzione da recapitare a commercianti, artigiani e categorie amiche, peccato che la Costituzione, addirittura, lo fermi sul più bello.
Scuse, anche un po’ patetiche. Smontate magistralmente ieri da Irene Tinagli sulla Stampa. Poche righe per ricordare che paesi con sistema costituzionali assai diversi fra loro, e alle prese con manovre economiche ben più pesanti della nostra, anche nella crisi sanno tener ferma la barra di una politica liberale: quote intangibili di investimenti in innovazione, ricerca, università, scuola; riforma e non solo tagli nella pubblica amministrazione; crescita come obiettivo irrinunciabile.
Qui la situazione è nota, e sarebbe anche più evidente se le Marcegaglia o i Catricalà trovassero coraggio quando parlano davanti al governo, e non nascondessero dietro ai giri di parole la realtà di una potente rimonta del corporativismo. C’è a chi è chiesto di lavorare alle 5 del mattino, c’è chi si vede bloccare lo stipendio per anni, e poi ci sono le professioni e i cripto-monopoli ai quali il governo ha restituito in meno di due anni le esclusive e le prerogative che a fatica Prodi aveva cercato di scalfire.
A Roma, mentre Caltagirone si pappa l’Acea un pezzetto dopo l’altro, Alemanno si è spiaggiato sulla difficoltà di mantenere le promesse fatte agli amici tassisti in cambio del loro attivismo elettorale: la destra non solo vive di corporativismo, ma se ne fa soffocare.
Ieri, per contrasto, Bersani è ripartito sui temi sui quali funziona meglio: liberalizzazioni nei mercati della benzina, del gas, per le farmacie, per l’accesso alle professioni, nel credito. C’è un’iniziativa sulla banda larga, infrastruttura essenziale alla crescita troncata dai tagli del governo. Insomma, finalmente il Pd mette in scena un revival che non è polveroso. E che non pretende di essere ostacolato dalla Costituzione del ’46.

permalink | inviato da stefano menichini il 16/6/2010 alle 23:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


sfoglia dicembre        febbraio