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Politica
10 aprile 2012
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Ma un leader ci vorrà sempre
Non date per estinto il partito personale, avverte colui che il concetto l’ha inventato cioè Mauro Calise. Tesi importante, visto che dalla crisi di berlusconismo e bossismo il Pd pensa di poter uscire come l’unico vero partito sulla scena, emendato da tentazioni personalistiche, con radicamento territoriale e regole democratiche perfettibili ma inesistenti altrove.
Bersani può dire di aver puntato giusto: ha scommesso sulla crisi della forma tipica del partito della Seconda repubblica (oltre che sui suoi uomini simbolo) e ne ha fatto il tratto caratteristico della presenza sulla scena (da “uomo normale”). Non c’è bisogno di ricordare i molti passaggi nei quali la sua immagine di normalità è stata ricercata e proposta. Gli ultimi eventi (articolo 18) hanno premiato il lavoro del leader mediatore che interviene in prima persona solo in extremis, che cuce più che strappare.
Tutto vero ma guai a illudersi sul ritorno ai partiti di massa, di nuovo fondati sulla difesa di interessi distinti e in conflitto fra loro, guidati da gruppi dirigenti collegiali e intercambiabili. «Cose che valevano per l’ottocento e il novecento», taglia corto Calise, e lo dice all’Unità: la prevalenza e velocità dei media, l’individualismo, la frammentazione degli interessi continueranno a premiare la personalizzazione della politica.
È un avviso da considerare. Ci sono dati della modernità non revocabili. Uno di questi è il bisogno degli elettori di far coincidere la proposta politica col nome, il volto e la credibilità di chi la avanza. Forse con Berlusconi e Bossi (in attesa che fallisca qualcun altro) è finita un’era di populismo e demagogia, fattore degenerativo del dibattito pubblico e della vita interna dei partiti. Ma la necessità di proporre leadership forti non è venuta meno.
Essenziale è che cambino i fattori che definiscono la forza: non più la ricchezza, l’estetica, l’arroganza del politicamente scorretto, bensì la competenza, lo spessore internazionale, il rispetto delle regole, ovviamente l’onestà. Anche da questo punto di vista il governo Monti ha alzato l’asticella da superare.

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Politica
6 aprile 2012
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Lega, non è più il tempo delle avventure
La crisi letale ha le fattezze rubizze di un faccendiere, il volto congestionato dalla rabbia di una vicepresidente del senato detta la Badante, la faccia da schiaffi di un erede noto come la Trota (schiaffi nel senso di quelli che avrà rimediato da suo padre nelle ultime ore). Una roba a metà fra Balzac, commedia all’italiana (che beffa) e tragedia shakespeariana.
Ma la Lega Nord – simbolo della Seconda repubblica, dopo Berlusconi – è spinta in questo sprofondo da un doppio fallimento, molto più grave e irrimediabile delle ruberie di un Belsito.
Bossi ha fallito catastroficamente nella sua missione nel nome del Nord contro l’Italia. Il potente soffio rivoluzionario che spirava tra il ’90 e il ’92 s’è spento un po’ alla volta, come la voce del capo. E in chiusura del ciclo, il massimo che la Lega consegna alla sua inesistente Padania è un pugno di discreti amministratori, non a caso alla ricerca di una via d’uscita per sé ora che l’epopea collettiva finisce nel nulla.
Il secondo fallimento, dalle conseguenze anche più profonde, è quello del partito personale. Bossi molla umiliato, Berlusconi svanisce tipo gatto del Cheshire. E poi Grillo non sfonda, Di Pietro e Vendola rimangono a metà, i sindaci più ambiziosi restano parcheggiati o impantanati, nomi nuovi appaiono e scompaiono in un amen, inevitabile risorge il proporzionale: insomma, si chiude l’era delle piccole o grandi avventure legate alla singola personalità.
È un paradosso, perché invece il momento (paragonato spesso al ’92-’93) è di nuovo di grave crisi dei partiti, la capacità di leadership personale continua a contare per l’opinione pubblica (come spiegare altrimenti il caso Monti, il consenso per Napolitano?), proprio ora dovrebbe aprirsi lo spazio per i newcomers. Invece niente.
L’unica spiegazione è che, un po’ come accadde col ventennio fascista, abbiamo fatto indigestione di uomini simbolo. Il vuoto lasciato da un duce venne allora colmato da grandi masse, organizzate in partiti capaci di nuove narrazioni: un passaggio storico irripetibile. Che cosa verrà adesso?
Il Pd, pur con tanti problemi, è la forza centrale del campo politico anche perché con Bersani ha investito su un altro modello. Il vuoto intorno però fa spavento, il futuro offre molte più incognite che certezze. Grazie anche, pensate un po’, a gente come la Trota. 
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Politica
5 gennaio 2012
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Di chi è nemico questo governo
Chissà se almeno stavolta le chattering classes progressiste si tapperanno la bocca, e la pianteranno con la stupida litania neoqualunquista che era meglio quando ci stava Berlusconi, o che alla fine il governo di prima è come quello di adesso, anzi quello di adesso è peggio secondo la vetusta vulgata di sinistra che l’avversario che si presenta bene è più pericoloso di quello sfacciato.
Ma quale avversario. Il governo che vuole cancellare l’odiosa tassa sull’immigrazione è avversario solo della peggior specie di destra che ci sia in Europa oggi dopo gli amici ungheresi di Berlusconi. Gli insulti e le minacce scaricate su Cancellieri e Riccardi dall’ex ministro degli interni (quanto l’abbiamo blandito, questo altro “avversario che si presenta bene”) illustrano bene dove sia in questo momento la parte giusta, il nuovo fronte della ragione e della solidarietà contro il populismo imprenditore della paura.
S’è sentita la voce di Livia Turco, in difesa delle intenzioni del governo: ci sarebbe bisogno di un coro un po’ più ampio e convinto ma pazienza, abbiamo capito che nel Pd non fa fino appoggiare con una vera battaglia politica il governo che si sostiene in parlamento. Le dichiarazioni devono contenere sempre un “ma”, un “vedremo”, qualche condizione, la giusta dose di freddezza.
E invece il governo Monti, a partire dalla nomina di Riccardi e dalla anomala ampia tipologia della sua delega, s’è presentato come quello intenzionato a rovesciare la logica dominante nelle politiche dell’immigrazione. Vista, descritta e speriamo sostenuta come un fattore della crescita del paese, non come un’orrenda minaccia.
Dirò di più, a costo di far venire il mal di pancia a qualche governatore molto di sinistra e molto preoccupato di proteggere le proprie costituencies.
Se mettiamo insieme le politiche per la liberalizzazione del commercio, le resistenze della rete dei piccoli negozi (che farebbe meglio a seguire i modelli di modernizzazione proposti magistralmente ieri da Dario Di Vico sul Corriere), i flussi demografici e la volontà di piena integrazione degli immigrati nel tessuto economico, abbiamo il quadro di come si accompagna responsabilmente una società nelle sue inevitabili trasformazioni: come in tutte le capitali occidentali, e come è già in tante parti d’Italia, l’allargamento delle possibilità di consumo e di servizio è legato proprio alla presenza di nuovi tipi di posti di lavoro e di lavoratori, da sottrarre preventivamente allo sfruttamento e alla clandestinità.
E se a sinistra ci fosse ancora qualcuno che teme il successo delle parole d’ordine razziste di Maroni e compagnia, ricordiamoci per favore Milano. Era solo sette mesi fa, e scoprivamo che gli italiani si erano rotti delle assurdità della propaganda xenofoba, e che finalmente i progressisti erano stati capaci di battere con l’arma del ridicolo ciò che ridicolo è.
Salvini allora, Maroni oggi, loro sì sempre la stessa razza. 
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Politica
11 maggio 2011
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Gli sbandati del Nord berlusconiano
Dedicato a quelli che: «Non bisogna accettare il terreno di Berlusconi, le amministrative non devono diventare un referendum su di lui». 
Belle intenzioni. Provate voi a imporvi in un’agenda mediatica che Berlusconi ieri ha riempito, nel giro di pochi minuti, di questi concetti: a) bisogna togliere poteri al capo dello stato per darne al presidente del consiglio; b) bisogna riempire le procure di spazzatura; c) i leader della sinistra non si lavano.
Così fa lui. Conosce la sua gente, sa che per attirarne la sopita attenzione nelle vigilie elettorali deve spararle grossissime, deve bucare il muro di disinteresse con parole e accuse che “strappino” rispetto al tran-tran quotidiano.
Scandalizzarsi ha allora poco senso: è la reazione, prevedibile, a una azione proditoria.
Più che di Berlusconi, allora, merita occuparsi di quel grigio gregge che ancora lo circonda. Dai personaggi noti che nel tollerare e condividere questo stile hanno perduto se stessi e il rispetto altrui (i Letta, gli Schifani, i Tremonti, gli Alfano), ai tanti minori che magari hanno conosciuto altre epoche e altri metodi ma per convenienza o viltà rimangono appesi al capo.
Non ne ricaveranno gran guadagno: come Europa scrive da mesi, e come ormai è chiaro a tutti, almeno al Nord Berlusconi ha già venduto il proprio partito alla Lega, che raccoglie il flusso di voti ma abbassa le sbarre quando vede avvicinarsi pezzi di ceto politico locale. La condizione di molti ex missini, ex socialisti ed ex democristiani transitati da Forza Italia è già ora quella di sbandati, gente senza casa e senza protezione. Essi vivono adesso ciò che toccherà a tanti altri quando Berlusconi non ci sarà più. La loro ansia si trasmette ai più diversi e distanti terminali nazionali, da Scajola a La Russa a Galan.
Altro che Pdl più unito dopo la scissione finiana. Il dopo-voto amministrativo vedrà aprirsi faglie nella maggioranza lungo direttrici fin qui sconosciute.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/5/2011 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
18 marzo 2011
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Uno statista, un popolo, un alieno
Quante volte Ignazio La Russa avrà sognato, nella sua giovinezza sanbabilina, una notte tricolore nella quale arringare la folla dall’Altare della Patria, in piazza Venezia, in diretta tv? Amara le nemesi, per lui e per Alemanno: dover lasciare quella piazza gremita sotto i fischi, contestati da quegli stessi italiani patriottici che di solito, affollando i vicini Fori Imperiali per la sfilata del 2 giugno, rimangono freddi per i politici di sinistra e incoraggiano quelli di destra.
È incastonata di episodi così, tutti dello stesso segno, questa festa del 17 marzo, celebrazione nella quale non tutti credevano (alcuni, sventurati, talmente poco da chiederne l’annullamento) e che invece ieri ha magicamente assunto un significato autentico, nazionale, nell’incontro – intorno ai luoghi simbolo del Risorgimento – fra quattro soggetti: il capo dello stato, il popolo, le amministrazioni locali, la scuola pubblica. Sì, anche la scuola pubblica, per una volta nel suo vero ruolo di motivatrice ed educatrice.
Di che cosa è cosparso questo quadro di ritrovata unità nazionale, oltre che della partecipazione popolare e della solenne riflessione del capo dello stato, vera summa del suo settennato? Delle eccezioni che, diciamo la verità, hanno dato ulteriore senso a una celebrazione che poteva rischiare la retorica.
Eccezioni nei confronti delle quali è suonata una ripulsa maggioritaria: gli stupidi commenti di noti capi leghisti; l’assenza dall’aula di Montecitorio dei parlamentari del Carroccio; la diserzione di sindaci e governatori verdi dalle feste cittadine; il tavolino provocatoriamente allestito dallo sciocco Salvini in piazza Duomo a Milano, travolto dal disprezzo della folla e infine rimosso dalla polizia.
E poi l’eccezione più clamorosa: un livido presidente del consiglio inseguito per tutta Roma da fischi e urla di disapprovazione. Sempre spiazzato, sempre laterale, sempre in ritardo, costretto a lasciare dal retro la basilica della messa ufficiale, infine circondato alla camera da ministri leghisti di cui è ostaggio, e che ostentatamente non si univano al coro dell’Inno di Mameli. 

Berlusconi una volta di più, in un’occasione di celebrazione nazionale, è apparso un estraneo alla festa. Invitato e presente solo per etichetta, con la testa evidentemente affollata di pensieri cupi, negativi, vendicativi. Il portatore, neanche tanto sano, del virus leghista della divisione del paese. Un ex leader della Nazione, oggi stretto fra gli accorgimenti legali che smentiscono la sbandierata disponibilità a rispondere in tribunale delle accuse contro di lui, e l’impossibile bricolage di un rimpasto che apre più buchi di quanti ne rappezzi.
È capitato molte altre volte, ma mai in maniera così clamorosa. Ed è sempre un caso di rovesciamento della medaglia, come per il Berlusconi amato dalle donne, che per i propri eccessi si mette contro la maggioranza di esse.
Così, la conclamata estraneità di Berlusconi rispetto ai riti della Repubblica, alla sua storia, alle sue liturgie, tanto spesso esaltata da Giuliano Ferrara come virtù massima del Cavaliere, si capovolge nel suo contrario. Diventa incapacità di mettersi in sintonia con un sentimento e una aspettativa che col Palazzo hanno poco a che fare, e sono invece schiettamente popolari, trasversali, adagiano sul più soffice senso comune dell’italiano che si compiace del tricolore, rispolvera i miti scolastici, è felice di riscoprirli nelle parole di Napolitano, nella mimica di Benigni.
C’è dunque un dato caratteriale, inestirpabile, che in queste ricorrenze stacca Berlusconi dalla sua pretesa popolarità.
Adesso però c’è anche qualcos’altro, qualcosa che ieri aleggiava nell’aria da piazza Venezia al Gianicolo, dall’Esedra a Montecitorio. Ma anche a Torino, a Milano, perfino a Varese e a Bergamo. C’è che in definitiva la Lega e le sue istanze separatiste sono, sono sempre state e sempre saranno minoranza estrema. Nel paese, nei suoi sentimenti, al Nord come dappertutto.
E allora un leader, anzi di più un intero progetto politico, che hanno legato la propria sopravvivenza ai calcoli, alle mosse e ai tatticismi di Umberto Bossi, sono destinati a scivolare essi stessi in una dimensione minoritaria, evidente dietro i falsi e inattuali numeri parlamentari.
Berlusconi così non è più solo un alieno, l’invitato sbagliato alla festa. È l’ologramma di un progetto che voleva rovesciare e cambiare il paese (e poteva farlo) e invece s’è messo fuori gioco. Basta una festa, una celebrazione, un momento in sé formale, per smascherare l’inconsistenza e la minorità dell’armamentario di tiggiuni, giornali e videoappelli.
Il tricolore ai balconi e nelle piazze sventola oggi contro la destra di governo. La Russa può anche piangere, perché l’intera sua vita politica oggi perde di significato.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/3/2011 alle 8:25


Politica
17 marzo 2011
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Uno statista, un popolo, un alieno
Quante volte Ignazio La Russa avrà sognato, nella sua giovinezza sanbabilina, una notte tricolore nella quale arringare la folla dall’Altare della Patria, in piazza Venezia, in diretta tv? Amara le nemesi, per lui e per Alemanno: dover lasciare quella piazza gremita sotto i fischi, contestati da quegli stessi italiani patriottici che di solito, affollando i vicini Fori Imperiali per la sfilata del 2 giugno, rimangono freddi per i politici di sinistra e incoraggiano quelli di destra.
È incastonata di episodi così, tutti dello stesso segno, questa festa del 17 marzo, celebrazione nella quale non tutti credevano (alcuni, sventurati, talmente poco da chiederne l’annullamento) e che invece ieri ha magicamente assunto un significato autentico, nazionale, nell’incontro – intorno ai luoghi simbolo del Risorgimento – fra quattro soggetti: il capo dello stato, il popolo, le amministrazioni locali, la scuola pubblica. Sì, anche la scuola pubblica, per una volta nel suo vero ruolo di motivatrice ed educatrice.
Di che cosa è cosparso questo quadro di ritrovata unità nazionale, oltre che della partecipazione popolare e della solenne riflessione del capo dello stato, vera summa del suo settennato? Delle eccezioni che, diciamo la verità, hanno dato ulteriore senso a una celebrazione che poteva rischiare la retorica.
Eccezioni nei confronti delle quali è suonata una ripulsa maggioritaria: gli stupidi commenti di noti capi leghisti; l’assenza dall’aula di Montecitorio dei parlamentari del Carroccio; la diserzione di sindaci e governatori verdi dalle feste cittadine; il tavolino provocatoriamente allestito dallo sciocco Salvini in piazza Duomo a Milano, travolto dal disprezzo della folla e infine rimosso dalla polizia.
E poi l’eccezione più clamorosa: un livido presidente del consiglio inseguito per tutta Roma da fischi e urla di disapprovazione. Sempre spiazzato, sempre laterale, sempre in ritardo, costretto a lasciare dal retro la basilica della messa ufficiale, infine circondato alla camera da ministri leghisti di cui è ostaggio, e che ostentatamente non si univano al coro dell’Inno di Mameli. 

Berlusconi una volta di più, in un’occasione di celebrazione nazionale, è apparso un estraneo alla festa. Invitato e presente solo per etichetta, con la testa evidentemente affollata di pensieri cupi, negativi, vendicativi. Il portatore, neanche tanto sano, del virus leghista della divisione del paese. Un ex leader della Nazione, oggi stretto fra gli accorgimenti legali che smentiscono la sbandierata disponibilità a rispondere in tribunale delle accuse contro di lui, e l’impossibile bricolage di un rimpasto che apre più buchi di quanti ne rappezzi.
È capitato molte altre volte, ma mai in maniera così clamorosa. Ed è sempre un caso di rovesciamento della medaglia, come per il Berlusconi amato dalle donne, che per i propri eccessi si mette contro la maggioranza di esse.
Così, la conclamata estraneità di Berlusconi rispetto ai riti della Repubblica, alla sua storia, alle sue liturgie, tanto spesso esaltata da Giuliano Ferrara come virtù massima del Cavaliere, si capovolge nel suo contrario. Diventa incapacità di mettersi in sintonia con un sentimento e una aspettativa che col Palazzo hanno poco a che fare, e sono invece schiettamente popolari, trasversali, adagiano sul più soffice senso comune dell’italiano che si compiace del tricolore, rispolvera i miti scolastici, è felice di riscoprirli nelle parole di Napolitano, nella mimica di Benigni.
C’è dunque un dato caratteriale, inestirpabile, che in queste ricorrenze stacca Berlusconi dalla sua pretesa popolarità.
Adesso però c’è anche qualcos’altro, qualcosa che ieri aleggiava nell’aria da piazza Venezia al Gianicolo, dall’Esedra a Montecitorio. Ma anche a Torino, a Milano, perfino a Varese e a Bergamo. C’è che in definitiva la Lega e le sue istanze separatiste sono, sono sempre state e sempre saranno minoranza estrema. Nel paese, nei suoi sentimenti, al Nord come dappertutto.
E allora un leader, anzi di più un intero progetto politico, che hanno legato la propria sopravvivenza ai calcoli, alle mosse e ai tatticismi di Umberto Bossi, sono destinati a scivolare essi stessi in una dimensione minoritaria, evidente dietro i falsi e inattuali numeri parlamentari.
Berlusconi così non è più solo un alieno, l’invitato sbagliato alla festa. È l’ologramma di un progetto che voleva rovesciare e cambiare il paese (e poteva farlo) e invece s’è messo fuori gioco. Basta una festa, una celebrazione, un momento in sé formale, per smascherare l’inconsistenza e la minorità dell’armamentario di tiggiuni, giornali e videoappelli.
Il tricolore ai balconi e nelle piazze sventola oggi contro la destra di governo. La Russa può anche piangere, perché l’intera sua vita politica oggi perde di significato.
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Politica
3 marzo 2011
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Dieci milioni di firme, però non si vota più
Aggiorniamo lo scenario politico, ce n’è bisogno. Perché nella sede del Pd si vanno accumulando gli scatoloni con le dieci milioni di firme per le dimissioni di Berlusconi, però intanto nel Palazzo si consolida una certezza: il governo e la legislatura reggeranno ancora un po’. Dunque sarà bene che Bersani moduli bene il messaggio dell’8 e 12 marzo, se non vuole fare la parte di un leader che guida il popolo contro i mulini a vento.
Ieri il segnale decisivo: nello stesso momento in cui alla camera salutava la fiducia sul federalismo municipale come una vittoria storica, la Lega faceva sapere che avrebbe chiesto lo slittamento di quattro mesi dei termini per il completamento dell’iter dei decreti. Ergo: non sarà più a maggio la scadenza che doveva segnare, agli occhi dei leghisti, l’esaurimento del senso della legislatura, bensì a settembre.
L’ipotesi più verosimile è che Bossi (oltre a conoscere i sondaggi sfavorevoli) sappia appunto questo: che un minuto dopo l’approvazione dell’ultimo decreto federalista, la Lega comincerà a vibrare come una bomba pronta a esplodere, impossibilitata a garantire ancora la difesa degli equilibri attuali. Dunque meglio procrastinare, anche smentendo la fretta predicata per anni.
Ieri a Montecitorio Bersani è stato duro coi leghisti, colpendoli dove pensa che faccia loro più male, cioè nella subalternità «al miliardario». È un tormentone efficace, come dimostrano tanti episodi recenti, e che verrà usato al Nord per logorare il Carroccio finché non staccherà la spina, e intanto alle amministrative di primavera.
Anche Bersani però ha un problema. Sia la questione della tenuta interna del Pd, sia la sua agenda esterna (compreso lo spinoso tema del referendum dipietrista: aderire, non aderire, sabotare?) vanno rimodulati su tempi più lunghi.
Il luogo comune era che anche i democratici in fondo non volessero le elezioni subito. La pressione della base però è forte, si pretendono risultati immediati. Bisogna inventarsi qualcosa per dare un senso a quelle dieci milioni di firme, altrimenti l’attesa ci mette un attimo a rovesciarsi in delusione.
permalink | inviato da stefano menichini il 3/3/2011 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 settembre 2010
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Bossi spara alle colombe ( e a Berlusconi)
C’è una sola riserva: che da tempo la lucidità politica di Bossi mostra lacune evidenti, anche comprensibili. Se non fosse per quest’ultimo dubbio (che però a sua volta getta una luce obliqua sulla tenuta psicofisica del gruppo di comando del centrodestra), dovremmo affermare che la Lega ha deciso di far saltare i tentativi di Berlusconi per tirare a campare.
Alla vigilia del discorso parlamentare del presidente del consiglio la situazione è straordinariamente precaria ma sono all’opera, allo scoperto, le colombe che fra berlusconiani e finiani cercano di evitare il collasso.Non ci sarebbe nulla di solido e duraturo in una eventuale tenuta della maggioranza, fra domani e dopodomani, tuttavia è giusto concedere credito al partito trasversale della sopravvivenza stentata.
Per le colombe che volano su Montecitorio, Bossi è però come un cacciatore che spara all’impazzata. La patetica e infantile battuta di Lazzate rischia di vanificare gli sforzi di moderazione, riaccendendo gli animi e rinsaldando l’unico collante che tiene insieme gli avversari antichi, recenti e potenziali di Berlusconi: appunto, l’avversione e la paura per la Lega.
È contro Bossi che si mettono insieme Casini e Rutelli. È contro Bossi che si apre nel Pdl la sedizione finiana. È contro Bossi che la marcia di avvicinamento di Montezemolo alla politica lancia il suo squillo di tromba. È contro Bossi che Bersani, almeno a partire dal discorso di Torino, concentra la missione del Pd. Infine è sull’estremismo leghista, oltre che in generale sull’impazzimento della politica, che si accentrano le preoccupazioni dei vescovi.
In attesa di scoprire se esiste alla camera una maggioranza a sostegno di Berlusconi, il Pd prova a verificare se per caso esista una maggioranza contro Bossi: sarà un’altra mina piazzata sul percorso del governo, ammesso che esso superi la conta di domani.
Comunque vada a finire, Bossi non parla più da tempo come ministro, bensì come il capo della Lega ormai tornata in campagna elettorale. Con una novità: che la campagna leghista investe in prima battuta, e anche in prospettiva storica, proprio Berlusconi e il suo derelitto partito.
permalink | inviato da stefano menichini il 27/9/2010 alle 20:22


Politica
16 settembre 2010
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Da Adro a Palermo, cose che si muovono
Mettiamo insieme due fatti che più lontani non si può. Non solo perché uno si svolge ad Adro, Franciacorta, provincia di Brescia, e l’altro nel palazzo dei Normanni di Palermo. Ma perché corrispondono a due logiche molto diverse: un evento che più partitico non si può (il varo del nuovo governo regionale di Raffaele Lombardo) e un evento che dai partiti deve tenersi lontano, proprio perché è un atto di ribellione civica e patriottica contro l’invadenza del partito Lega nord nella vita di una comunità.
Eppure c’è un filo conduttore. Si comincia a intravedere – nei fatti, non nelle tattiche a tavolino – l’Italia che si mette insieme per liberarsi dall’asse di ferro tra Berlusconi e Bossi. L’Italia che cerca di sottrarsi all’opprimente ricatto leghista sul governo, e che si ribella all’arroganza con la quale spadroneggiano sul territorio gli amministratori leghisti (ma non erano diventati modelli da cui imparare, anche per la sinistra sfiduciata e subalterna?).
Crescono in queste ore le adesioni alla manifestazione di protesta che sabato mattina si svolgerà nei pressi della scuola pubblica marchiata dal simbolo di Bossi. L’impressione è che stavolta, andando a rompere le scatole ai bambini, agli studenti, alle famiglie, i leghisti abbiano davvero esagerato. E che la Gelmini abbia compromesso la propria già scarsa credibilità, chinando la testa dopo un’iniziale timida presa di distanza.
Il presidio di Adro sarà civico e i partiti devono ovviamente rimenerne fuori (pena vanificare il senso stesso della cosa). Ma se sarà possibile rintracciare fra i cittadini presenti persone di sinistra, di centrosinistra, di centro, e anche di quella destra nazionale e costituzionale che ha rotto con Berlusconi proprio per la sua sudditanza a Bossi, allora vorrà dire che il sabato di Adro, comunque importante, sarà stato un evento di valore politico ancora più grande.
Palermo è un’altra cosa, certo. La Sicilia però è da sempre laboratorio nazionale, pur con tutte le sue atipicità. E la nuova maggioranza di Lombardo, includendo Fini, Casini e il Pd, e tenendo fuori tutto il Pdl e la parte dell’Udc meno presentabile, somiglia terribilmente a quell’alleanza per la costituzione di cui finora si era solo vagheggiato.
permalink | inviato da stefano menichini il 16/9/2010 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
8 aprile 2010
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Nel Pd serve un Mattarellum
Conosciamo il ritornello, perché purtroppo nel centrosinistra sono specialisti sia nel montare dibattiti inutili, che nello smontarli. Così adesso va di moda dire che le riforme istituzionali non sono fra le priorità, non interessano agli italiani, non danno da mangiare agli affamati, non sono importanti come le misure necessarie ad affrontare la crisi economica.
Tutto giusto se si trattasse di andare adesso a caccia di voti, mentre invece le elezioni sono distanti e parrebbe il momento giusto per dare un’aggiustata al funzionamento della politica.
E poi, qui nessuno nega la crisi economica né l’inerzia governativa nel contrastarla, però (come spiegano oggi a Europa osservatori autorevoli) c’è un gap fra i dati macroeconomici tutti negativi e la percezione che gli italiani hanno della situazione: non così drammatica, non come durante altre crisi. Comunque non tale da suggerire agli elettori l’esistenza di un rapporto fra le proprie difficoltà e l’inerzia del governo.
Questo per dire che, invece, le riforme istituzionali contano. E che è importante che il Pd si dia una linea chiara e forte. Berlusconi la ignorerà? Motivo in più per non aspettare che nel centrodestra si consumi il balletto di questi giorni, con la Lega a fare la prima della classe e il Pdl a soffrire.
In particolare, com’è noto, Berlusconi adora l’attuale legge elettorale, la porcata che gli consente di scegliere uno a uno i parlamentari fedeli senza sottoporli al giudizio degli elettori («Non lo cambieremo perché è il sistema più congeniale al Pdl», diceva ieri una fonte berlusconiana: definizione perfetta).
Questo è il punto debole, non il punto forte, della fin qui generica posizione del centrodestra. Il Pd può incalzare, come già Bersani comincia a fare. Il maggioritario coi collegi, il Mattarellum, è una formula largamente rimpianta dalle persone serie. Comprese quelle che, nel Pd, non vedono l’ora di poter selezionare al proprio interno, fra i tanti polemisti di professione soprattutto giovani, coloro che hanno titolo per parlare perché almeno una volta hanno vinto un duello elettorale, dai tanti che sono entrati in politica o in parlamento senza mai incrociare un avversario o un elettore in carne e ossa.

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Politica
24 marzo 2010
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Il futuro è lo scontro Lega-Pd
Più Bossi insiste nel ridimensionarla, più la questione appare enorme. Sì è vero possiamo vincere tutto al Nord, dice il capo della Lega, e poi è nelle cose che superiamo prima o poi il Pdl, ma non preoccupatevi perché siamo gente leale, non ci saranno conseguenze sul governo romano, Berlusconi può stare tranquillo.
Berlusconi forse sì: il futuro comunque non gli appartiene e può non preoccuparlo. Ma a tutti gli altri – a cominciare da una gran parte del centrodestra – la prospettiva di un’ampia vittoria leghista alle regionali appare come un incubo. Per un motivo semplice: il voto alla Lega non è più un voto di protesta, che transita nel momento della rabbia e poi rientra. Oggi Europa spiega come già ora nel Veneto i flussi Pdl-Lega siano unidirezionali, senza reciprocità Infine non è detto che la prossima volta ci sia ancora, pronto al recupero, lo stesso alveo Pdl dal quale tanti voti rischiano ora di fuoriuscire.
Una crescita elettorale ampia e non reversibile; il controllo di tante amministrazioni al di sopra del Po; un accresciuto potere politico di condizionamento e anzi di veto verso il governo nazionale. Questi tre fattori insieme renderebbero improvvisamente più vicino, concreto, l’antico progetto di Bossi e Miglio. Non la secessione formale, ma la trasformazione del Nord Italia, dal punto di vista dei rapporti politici col centro, in una specie di Catalogna o di Scozia.
È paradossale ripensando al ’94, ma la vittoria strategica di Bossi rischia di essere l’unico lascito concreto del ciclo berlusconiano altrimenti vuoto di riforme. Bossi è così soft proprio perché si rende conto della posta in palio e non vuole comprometterla.
Poi sarà lui, al momento che gli parrà opportuno, a dichiarare chiusa e vinta la partita. I poteri forti del Nord, Casini e Fini (ieri il Secolo d’Italia era lucido sul tema) l’hanno capito. Altri nel centrodestra sono in bambola. Il dato del Pd nelle regioni padane sarà importantissimo: non si tratta più di «porre un argine», concetto giusto ma che rinvia a una situazione d’emergenza, bensì ormai di definire i rapporti di forza del confronto fisiologico che si svolgerà negli anni a venire.

permalink | inviato da stefano menichini il 24/3/2010 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
9 aprile 2009
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L'unità nazionale finisce. A destra
È la situazione più paradossale per giornate come queste. Il presidente del consiglio all’Aquila si prodiga fra terremotati e telecamere, comunque rappresentando l’impegno del governo e della politica nel suo insieme. A Roma il Palazzo lo tradisce, lo colpisce alle spalle.
Ma non perché la vituperata opposizione si sottragga all’obbligo della solidarietà. Anzi: ieri un decreto importante è stato infine convertito in legge proprio grazie ai voti delle minoranze. È la maggioranza che va in frantumi, esplode in un vortice di agguati parlamentari, rancori, accuse reciproche. Finiscono per farne le spese addirittura – proprio adesso – le forze dell’ordine, coinvolte nelle polemiche da ministri in guerra fra loro. Maroni chiama vicino a sé il capo della polizia, che si lascia andare a un attacco al parlamento da stato libero di Bananas. La Russa fa insorgere i sindacati dei poliziotti per spericolati confronti fra loro e i carabinieri. Ogni prudenza e ogni vincolo sembrano caduti.
La giornata di ieri annuncia che dopo il congresso del Pdl qualcosa s’è rotto definitivamente a destra. Il nuovo partito è meno controllabile dei due precedenti, ha fame di autosufficienza, non vuole cedere ai ricatti. La Lega teme che l’era della rendita di posizione possa finire. Allora scalcia, rende i colpi, minaccia: senza il voto delle opposizioni, ieri avrebbe fatto cadere il decreto anti-stupri depurato delle ronde e della detenzione prolungata dei clandestini. Nella furia, confuso, Maroni definisce indulto il ritorno a una legge che reca i nomi nobili (per lui) di Bossi e Fini.
È un quadro che certo premia il lavoro parlamentare del Pd e dell’Udc (mentre conferma che Di Pietro ha pulsioni illiberali che andranno ricordate in campagna elettorale), ma lascia poco da gioire. Dietro Berlusconi col casco da pompiere si intravede una crisi politica che in questo momento è il peggiore servizio che il centrodestra possa rendere al paese, soprattutto se coinvolge i ministri impegnati per dovere d’ufficio nell’emergenza abruzzese.

(da Europa)
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Politica
18 settembre 2008
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La mia costola leghista
Questo pezzo me l'hanno gentilmente chiesto dal Foglio ed è uscito oggi. Parla della Lega e di come la sinistra l'ha vista, la vede, e purtroppo se ne fa usare...


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Politica
19 luglio 2008
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Non aiutiamo questa Lega
Questo è uscito su Europa, per capirci, prima che Bossi dicesse che lui da Berlusconi non si staccherà mai comunque, che i magistrati vanno limitati, e soprattutto prima di mandare a fare in culo a modo suo l'Inno di Mameli (postilla del 20/7).

Diciamo che, messo così, il gioco è un po’ troppo scoperto. Certo, la reazione di Veltroni ai reiterati e scomposti attacchi di Berlusconi al Pd e alla magistratura è sacrosanta, e tatticamente si capisce che in questo momento la rappresaglia più efficace che viene in mente è quella che colpisce gli interessi della Lega, e che quindi può inserire un cuneo fra Bossi e il Pdl.
Questa attività di movimento va sempre bene, basta sapere che non si tratta di una strategia sulla quale investire più di tanto...

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Politica
22 aprile 2008
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Tra governo padano e Campidoglio
Non è né brutto né bello, il governo annunciato da Bossi e smentito nel solito modo da Berlusconi. È semplicemente la fotocopia nelle persone e nella politica di quello del ’94, con l’esclusione dell’Udc e di An, partiti nel frattempo andati altrove o semplicemente ingoiati. C’è un Tremonti molto diverso, certo, che nel suo moderatismo segnala però un dato casomai peggiorativo rispetto al passato: la destra assai vincente è in realtà anche assai stanca e sfiduciata rispetto al paese, priva di velleità di cambiamento. Non cerca conflitti sociali (e non li avrà, probabilmente) e in compenso garantisce che nessuna cura shock sarà proposta all’Italia. Vedremo. Può anche darsi che le tante cose dette in questi anni sulla necessità di far saltare le gabbie che imprigionano il paese fossero vuoti slogan liberisti. A noi non pareva, comunque ora la prova dovrà darla il neo-morbido Tremonti: non lo invidiamo. Anche perché, almeno a parole, la Lega ripone invece aspettative di cambiamento radicale nel suo ritorno al governo in grande spolvero (Calderoli vicepremier...). Fin qui, il segno dominante del 13 aprile è soprattutto il suo...

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permalink | inviato da stefano menichini il 22/4/2008 alle 9:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3)


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