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Politica
10 marzo 2012
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Un appello a quelli degli appelli
Vorrei chiedere una cosa a Camilleri, Margherita Hack, Dario Fo, Tabucchi, don Gallo, Carlo Lucarelli, Fiorella Mannoia, Erri De Luca, Celestini, Franca Rame, e poi Rodotà, Gallino, Zagrebelsky, Moni Ovadia, Furio Colombo (senatore del Pd), Fabrizio Gifuni, Valerio Magrelli, Marco Revelli e altri, fra i quali Franco Berardi detto Bifo.
Vorrei chiedere loro se quando hanno aderito a un appello di MicroMega intitolato La società civile con la Fiom sapevano che, grazie a quell’appello e alle loro firme, Paolo Flores d’Arcais sarebbe salito ieri sul palco di San Giovanni. E che ci sarebbe salito per dire, fra le altre cose, che Bersani, accomunato a Berlusconi, Marcegaglia e Marchionne, «ha la faccia come il culo» perché accusa «la Fiom di fare politica».
Non sarebbe male se questi campioni del ceto medio riflessivo si assumessero la responsabilità delle firme che concedono spesso: del resto, sono persone molto sensibili all’etica della responsabilità.
La manifestazione è stata importante, il discorso di Landini attento a colpire i bersagli della protesta (governo e Fiat, come da un secolo a questa parte) evitando i punti della divisione sindacale e dell’assenza del Pd dalla piazza.
Poi la giornata è stata segnata dai fischi a Scudiere della Cgil (che hanno svelato lo stato dei rapporti fra metalmeccanici e confederazione) e dall’infuocata arringa del direttore di MicroMega (gruppo Repubblica) ed editorialista del Fatto.
Il problema non è tanto Flores. Il problema è che questa parte della auto-nominatasi società civile (che avrà altri momenti di mobilitazione, già la settimana prossima) deve sapere dove sta riversando il rancore accumulato contro Berlusconi, e con quali conseguenze.
Criticare il governo – per quanto sia così evidente la discontinuità col passato e ciò che di buono sta facendo per l’Italia – è legittimo. Ma insistere a rovesciare denigrazione sull’intero sistema politico, colpendo poi soprattutto il Pd e Bersani, potrà solo riportarci là da dove siamo appena usciti. Flores d’Arcais magari ne sarebbe contento. De Benedetti non lo so. Ma, prendo a caso, Fiorella Mannoia? 
permalink | inviato da stefano menichini il 10/3/2012 alle 8:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
2 luglio 2011
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Pd e Vendola? Meglio due cose distinte
Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, vorrebbe che Partito democratico e Sel formassero anche in Italia un’unica famiglia politica, «com’è in Europa».
Ora, a parte il fatto che in Europa il Pd non fa esattamente parte del Pse bensì è associato al gruppo parlamentare socialista e democratico (sembrerà un cavillo, ma a suo tempo ai poveretti della Margherita parve essere un cavillo importante), ciò che può apparire fattibile in Europa non lo è in Italia, e anche Rossi può facilmente constatarlo proprio in questi giorni.
Fra Cgil e Fiom, nello scontro che vede Susanna Camusso sostenere un durissimo attacco anche personale, Nichi Vendola s’è dichiarato con Landini, e il redivivo Fausto Bertinotti ci ha messo un carico pesantissimo: «L’accordo è un esito catastrofico, un’operazione sconvolgente, il sindacato diventa cinghia di trasmissione per estendere le condizioni peggiorative dei lavoratori».
Nelle stesse ore, Sel ha anche aderito alla domenica di protesta NoTav in Val di Susa: nell’evidente tentativo di non perdere posizioni all’estrema sinistra, il partito di Vendola si è aggregato a Grillo e al suo movimento 5 Stelle che saranno i protagonisti della giornata. Dal lunedì nero di Chiomonte (che aveva visto Vendola prendere le parti degli occupanti contestando l’operato della polizia) poco è cambiato: un imprenditore è stato malmenato all’ingresso del cantiere (non dagli anarchici insurrezionalisti bensì dai famosi “cittadini valsusini”) e il leader della protesta Perino promette «niente bravate» ma anche l’assedio permanente al cantiere della Maddalena.
Ammetterà Rossi che se il Pd fosse oggi nell’alleanza organica con Sel che lui auspica, qualche problema ci sarebbe: sui contratti e sulla Tav, Vendola sta con chi imbratta i muri dei circoli democratici, oppure con chi chiama il Pd “PdmenoL”.
Sia paziente, il compagno presidente della Toscana, faccia maturare i tempi. E faccia soprattutto maturare Vendola, al quale fa sicuramente meglio esser messo davanti alle sue contraddizioni, invece che blandito e corteggiato.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/7/2011 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
11 gennaio 2011
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fiat mirafiori marchionne fiom cgil pd bersani landini d'alema fassino
Lo spazio stretto del Pd sulla Fiat
Ieri il segretario del Pd ha incontrato i leader di tre federazioni sindacali. Sì, tre. Non solo della Fiom ma anche della Fim e della Uilm. Folla di media all’arrivo di Landini al Nazareno, un po’ di disattenzione per l’incontro con Farina e Contento. Oggi i titoli saranno tutti sulla Fiom che chiede ai democratici di uscire dalle ambiguità, sul Pd che si barcamena, su Vendola pronto domani a picchettare i cancelli di Mirafiori (come da prassi istituzionale di ogni presidente della Regione Puglia, si sa).
Nessuno stupore né scandalo, il circo politico-mediatico funziona così. Date le premesse, Bersani non avrebbe potuto dire a Landini altro da quello che gli ha detto, e cioè che secondo il Pd l’esito del referendum deve essere rispettato, e che alla Fiom conviene firmare il contratto in caso di vittoria dei Sì. Parole al vuoto, con Landini, ma è una posizione che aiuta Bersani a tenersi in asse con Susanna Camusso: la linea del segretario Pd coincide alla lettera con quella della Cgil.
Purtroppo la posizione più equilibrata rispetto alle complicate dinamiche sindacali non corrisponde automaticamente alla posizione più forte e utile al Pd. La linea di Bersani rischia di essere considerata deludente da chi sta con la Fiom contro Marchionne (figurarsi poi dopo la kermesse di Vendola), e di rimanere lontana rispetto all’universo del mondo del lavoro, di cui la Fiom rappresenta una esigua minoranza anche tenendo conto solo dei sindacalizzati.
Questo è il nocciolo del problema del Pd adesso. Le vicende Mirafiori e Pomigliano l’hanno risucchiato nel teatro di una tipica dialettica tra forze di sinistra, nella quale le mosse possono essere più o meno corrette,  ma allontanano dalla centralità rispetto alla proposta complessiva per l’Italia. Prendersela con la latitanza del governo è giusto e aiuta, ma non rimette il Pd dove dovrebbe essere: a guidare i processi, non a subirli.
Una controprova? Quando D’Alema definisce «non del Pd» la posizione di Fassino in favore dell’accordo, pur condivendola e ritenendola giusta per un aspirante sindaco, fotografa la contraddizione che limita lo spazio dei democratici. Poi magari a Fassino fa anche un favore, visti i tempi.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/1/2011 alle 7:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
13 ottobre 2010
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pd bersani fiom landini epifani cgil cisl
Che cosa rischia sabato il Pd
Vendola va sabato in piazza con la Fiom con la stessa agilità con la quale (sembra un secolo fa) Berlusconi si presentava alle assise di Confindustria: casa sua, gente sua, potrei fotocopiare il vostro programma, cose del genere.
Qui c’è tutta la differenza con il Pd, e meno male. I democratici non possono andare da nessuna parte brandendo fotocopie. Un partito che abbia davvero ambizioni di governo, che si faccia carico del famoso interesse generale, non fotocopia: scrive l’originale.
Questo sarà particolarmente vero per i dirigenti democratici che vorranno ritrovarsi a Roma con i metalmeccanici della Fiom, alcuni dei quali presumibilmente non teneri verso il Pd (e non parliamo delle possibili provocazioni, di cui una lettera anonima di minacce a Bersani potrebbe essere l’odioso preannuncio).
La federazione di Landini è da mesi in un vicolo cieco di minoritarismo, e si ritrova isolata a fare i conti con una crisi di settore durissima, con piani industriali penalizzanti per i lavoratori, con un governo che spinge sulla divisione sindacale e con le altre federazioni in rotta di collisione.
Ribellismi e violenze sono figli delle scelte sbagliate, confessano disperazione, condannano alla sconfitta. Riprendere voce nel contesto democratico di una manifestazione può anche essere il modo di uscire dall’angolo. Questa almeno è la scommessa di Epifani, al suo passo d’addio alla Cgil.
Nei confronti di altri estremismi (si può dire? piccolo borghesi), di tipo dipietrista, viola, grillino, stare alla larga è per il Pd un dovere di chiarezza. Quando ci sono di mezzo i lavoratori, per quanto dura sia la dialettica, non ci si può tirare indietro. Sarebbe sbagliato regalare la Fiom alla sua stessa deriva.
Bersani però deve mettere davanti a tutto l’interesse della sua ditta. Sul nuovo contratto di lavoro sarebbe meglio se il Pd avesse una sua linea da contrapporre al conservatorismo sindacale. Non è così, non ancora almeno: un ritardo che causa ambiguità e indebolisce la rivendicazione di autonomia del partito. Su molti altri temi, e in molte zone d’Italia, la sovrapposizione fra Pd e Cgil è evidente e rende difficili i rapporti col resto del mondo sindacale e produttivo.
Il problema non va sottovalutato. Già si sobbalza nel leggere notizie (non smentite) di gruppi parlamentari misti con l’attuale sinistra extraparlamentare. La restaurazione piena di un collateralismo peraltro mai davvero abbandonato sarebbe per il Pd il colpo mortale.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/10/2010 alle 23:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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