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Politica
7 gennaio 2012
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Sul lavoro qualcosa è cambiato nel Pd
La convocazione per giovedì prossimo del forum del Pd sul lavoro, per aggiornare e fissare la linea alla vigilia della discussione sulla riforma Fornero, è la cosa migliore che Stefano Fassina abbia fatto da diverso tempo. Non se ne poteva più di un confronto interno che a ogni tornante veniva stoppato con l’affermazione: su questo punto il partito ha già una posizione, chi è in minoranza parla a titolo personale.
Tutto è cambiato nel mondo e in Italia da quando, quasi un anno fa, il Pd ha elaborato il proprio programma. La crisi ha travolto ogni punto di vista, anche quello di chi l’aveva prevista e denunciata per primo.
Ieri, da Parigi, Monti ci ha fatto sinistramente capire che tutto ciò che abbiamo fatto e stiamo cercando di fare come paese potrebbe non essere sufficiente. Eppure l’Italia non può fermarsi. Le linee di resistenza di tutti i soggetti – partiti, corpi intermedi, lobbies – sono destinate a esser messe alla prova. Chiunque assuma posizioni rigide rischia di perdere male.
Il fatto incoraggiante, parlando del Pd, è che le rigidità sono appunto state spezzate in tempo utile. Quando il forum di partito si riunirà, un pezzo della discussione sul contratto unico sarà già stato istruito e sarà forse più facile raggiungere una posizione davvero unitaria. Siamo orgogliosi, come giornale, di aver dato una piccola mano a far emergere ciò che evidentemente era già maturo.
Tra Natale e la Befana (mentre ancora ieri i grandi giornali descrivevano chissà quali rese dei conti interne) abbiamo verificato che tra Ichino e Franco Marini, Bersani e Veltroni, Damiano e Morando, c’è più intesa che disaccordo. Ed è un fatto importante, perché pur nella reciproca autonomia è cruciale che i sindacati – per ora gelidi verso le intenzioni della Fornero – sappiano con certezza qual è la linea prevalente nei partiti, soprattutto nel Pd.
Forse non eravamo così illusi, quando speravamo che i democratici potessero adesso, e non in chissà quale roseo futuro, essere il motore del radicale cambiamento che serve all’Italia e in particolare agli italiani più giovani. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/1/2012 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
22 novembre 2011
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Per il Pd un mercato del lavoro pieno di mine
Si avvicina il momento di dare corpo all’impegno assunto da tutti i partiti ad appoggiare Monti nella sua ricetta per l’Italia. Ognuno dovrà mandare giù qualche boccone amaro e la cosa, oltre si spera a essere utile per definire un equilibrato pacchetto di interventi d’emergenza, sarà importante anche per dare una bella picconata alla demagogia che ci ha accompagnato in tutti gli ultimi anni.
È una soddisfazione amara vedere il Pdl acconsentire senza troppe storie alla ritorno dell’Ici: è ancora fresca la memoria di quel duello televisivo con Prodi, nel 2006, quando col sorriso di chi sa che la sta sparando grossa Berlusconi piazzò il colpo a sorpresa, l’ultimo della campagna elettorale della rimonta che amputò la vittoria dell’Unione. «Avete capito bene, toglierò l’Ici», ghignò il Cavaliere. Vanamente il centrosinistra rispose che sarebbe stata una misura folle: inutile per la crescita, deleteria per i conti.
S’è visto chi avesse ragione. Oggi si torna indietro (e certo non è una bella notizia, pur sempre la reintroduzione di una tassa) e possiamo sperare che per un bel po’ nessuno azzardi più simili giocate di poker sulla pelle del paese.
Siccome saranno comunque obbligati a farlo – dalla crisi, dalle circostanze, dal professor Monti – tutti tolgono e ricollocano i propri paletti. Ieri Bersani ha invitato a «non drammatizzare sull’articolo 18» se non altro perché «nel 95 per cento delle aziende non si applica». Che è una giusta osservazione, oltre che il principale argomento di Pietro Ichino quando chiede al Pd maggiore pragmatismo nell’affrontare i nodi del mercato del lavoro.
Questo sarà il principale terreno minato per il Pd, uscito dal turbine dell’appoggio a Monti con l’obbligo (e la convenienza, a leggere i sondaggi) di compiere scelte difficili. Da Sacconi non cessano le provocazioni e il continuo tirare la corda da parte di Marchionne non aiuta a bonificare il campo di discussione, sul quale la Fiom spara da par suo (quello della Fiat sarebbe «fascismo aziendalistico»). La capacità democratica di fare politica e fare mediazione ad alto livello sarà presto messa a dura prova.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/11/2011 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
9 aprile 2011
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Pd, non puoi scontrarti con i liberal
I giovani precari che sono oggi in piazza a Roma cercano di ribaltare un’agenda politico-mediatica che li vuole condannati a recitare la parte dei neolaureati premiati ieri da Berlusconi: bravi ragazzi ai quali offrire pacche sulle spalle, fervorini ottimisti, consigli sul look, apprezzamenti estetici per le femmine, una barzelletta volgare e zero futuro per tutti.
Berlusconi è la caricatura di se stesso, certo non è un buon esempio né un politico che possa offrire risposte a grandi domande. Tocca ad altri ascoltare, capire, darsi da fare per sbloccare una situazione che il Governatore Draghi considera insostenibile, dissipazione di straordinario «capitale umano» che si disperde nel marasma di lavori e lavoretti senza prospettiva, senza crescita, senza formazione.
È chiaro allora che c’è un problema politico generale, che di nuovo impatta col Pd.
I giovani chiedono soprattutto opportunità, rispetto, tutele, percorsi definiti e chiari, fuoriuscita dalla clandestinità. Non pretendono l’intera gamma delle garanzie di cui bene o male (più male che bene, con la crisi) gode chi è dentro al recinto dei contratti a tempi indeterminato. Soprattutto, vogliono la sostanza e non sono appassionati del dividersi sugli strumenti.
Bisognerebbe evitare di rispondere loro secondo le allergie reciproche della politica o i marcamenti a uomo in prospettiva elettorale.
Ieri sul Corriere Montezemolo, Ichino e Rossi tornavano a rilanciare il contratto unico a tempo indeterminato «a protezione crescente», con tutele in caso di licenziamento. Dall’area bersaniana del Pd si è risposto in malo modo, riesumando l’accusa di neoliberlismo e riproponendo la leva fiscale dell’intervento sugli oneri sociali. Le ricette non sembrano così incompatibili, se appena si accantonassero le recriminazioni ideologiche sugli anni ’90, e si evitasse di considerare ogni idea altrui come invasione di campo da parte di possibili competitors politici.
Il Pd, vista anche la dèbacle socialdemocratica europea, deve rassegnarsi a convivere, fare i conti e le dovute mediazioni con le tesi di un mondo liberal che intanto è al suo stesso interno, e poi è il suo unico possibile alleato di governo.
Sul destino della gioventù italiana vale la pena di giocare una partita di egemonia intelligente, accorta e comprensibile dai soggetti interessati, non la coda di una disputa novecentesca.
permalink | inviato da stefano menichini il 9/4/2011 alle 7:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
5 ottobre 2010
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Idee di destra? Magari ci fossero
David Cameron mette i Tories, appena tornati al potere dopo anni di umiliazioni, davanti al compito improbo di una riforma del welfare che penalizzerà tanti. Sarkozy ha sfidato i sindacati con una dura quanto indifferibile riforma delle pensioni, e ora naviga ai minimi della popolarità in un paese scosso dagli scioperi. La Merkel guida la Germania nell’unico tentativo riuscito fin qui di riavvio della crescita economica.
Queste sono le prove della destra europea. Ma non si dica che la destra italiana non abbia anch’essa le sue «scadenze importanti» sulle quali verificarsi come governo.
Ne parlava ieri Maroni: si tratta del rinnovo delle presidenze delle commissioni parlamentari (cruciali: per imbarazzare Fini). E poi della nomina del ministro dell’industria, nella persona di un lobbysta Mediaset.
Questo mentre un tema strategico – il nuovo contratto unico per tutti i lavoratori, garantiti e non – come denuncia Pietro Ichino langue per l’inerzia di Sacconi, uno tanto bravo a provocare sconquassi fra i sindacati quanto timido a fare ciò che spetta a lui di fare.
Questo è il problema con la destra italiana. È inutile che Giuliano Ferrara metta giù la solita lagna sul pregiudizio etico ed estetico che premia la sinistra senza meriti e punisce la destra nonostante abbia prodotto le uniche idee nuove da Roosevelt in poi: ma di che cosa parla, e di chi parla, in Italia? Lo sa bene anche lui che il berlusconismo chiude con un fallimento realizzativo senza precedenti, a fronte delle opportunità che ha avuto.
Berlusconi – tutto chiacchiere e depliant – sta per portarci all’ennesimo referendum. Forse presto, più probabilmente tardi, comunque dipende dai sondaggi e non certo dal sacro fuoco riformista.
Sta ancora lì per colpa nostra e di gente un po’ opportunista come Fini e Casini. Alla fine, questa storia stucchevole e politicista del governo di transizione, grande alleanza e roba così, dovrebbe trovare un interprete capace di spiegarla al popolo (soprattutto quello di destra) facile e netta: scusate il ritardo e le cavolate fatte finora, liberiamoci di questo ingombro con ogni mezzo politico necessario, e poi passiamo alle cose serie. Fossero pure cose di destra.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/10/2010 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 agosto 2010
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Perché il Pd deve battersi per i collegi
Su un punto Bersani non transige, lo ha ripetuto duramente anche ieri, e ha ragione: nel Pd si discuterà sempre molto liberamente, ma è obbligatorio farlo nell’interesse comune di quella che lui chiama “la ditta”. 
Non c’è dubbio allora su dove sia l’interesse del Pd – in aggiunta all’interesse della democrazia italiana – nella discussione sulla legge elettorale. Guardando alla sua storia e alle sue caratteristiche, al meglio che il Pd sa dare in termini di classe dirigente, il partito di Bersani dovrebbe gettare tutto se stesso nella battaglia per il ritorno al sistema dei collegi uninominali, riaperta dall’appello (primi firmatari Ichino e Baldassarri) pubblicato anche da Europa.
Le possibilità che la legge elettorale possa cambiare prima della fine di questa legislatura sono poche ma ci sono (come spiega oggi Europa all’interno occupandosi della Lega).
Comunque, occorre battersi: su questa esigenza le opposizioni sono unite e non può esserci dubbio su dove penda l’opinione degli italiani, ai quali nel 2006 il centrodestra sottrasse in maniera brutale il potere di scegliere i propri rappresentanti (questo a proposito di chi  cambierebbe le leggi solo per alterare l’esito del voto, come blatera ogni giorno Bossi).
Si discuta allora sul modello, specchio del sistema politico al quale si vorrebbe arrivare. D’Alema torna a puntare sul sistema tedesco, che secondo lui avrebbe maggiore coerenza con la realtà italiana e il pregio di aprire varchi nel centrodestra.
La seconda cosa è da vedere, la prima rischia invece di essere un’analisi di corto respiro: l’opportunità di fare spazio a un terzo polo vale nella contingenza di liberarsi di Berlusconi (e forse neanche, vedasi ipotesi di ampia Alleanza per la Costituzione). Quando non ci sarà più Berlusconi, tornerà a essere fortemente desiderabile uno schema di alternanza fra un centrosinistra riformista e un centrodestra costituzionale, impegnati a sfidarsi città per città, collegio per collegio, in un confronto sulle capacità dei singoli candidati nel quale – per di più – l’Ulivo ha sempre avuto un vantaggio, addirittura scientificamente rilevabile.
permalink | inviato da stefano menichini il 31/8/2010 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 marzo 2008
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Quale Pd c'è dietro quei nomi
Se è vero, come tante volte ha scritto anche Europa, che è in queste elezioni che si sta davvero fondando il Partito democratico, anche la selezione delle candidature deve essere letta come atto fondativo. I nomi scelti da Veltroni, Franceschini, Bettini e dagli altri sono dunque l’identikit del Pd, almeno per come lo vogliono presentare i suoi leader. Tanto più che il tavolo dei capi-componente ha potuto usufruire, per l’ultima volta si spera, del meccanismo del Porcellum: autentico sogno degli estensori di liste elettorali, trasformati in giudici di vita e morte politica.

continua >>
permalink | inviato da stefano menichini il 5/3/2008 alle 14:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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