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Diario
4 dicembre 2012
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Profumo di moderazione a sinistra
Matteo Renzi si è messo in modalità off, e si può capire anche se più probabilmente, conoscendo il tipo, si tratta di uno di quegli stand-by che basta sfiorarli e tornano in accensione piena.
Chi invece non s’è dato neanche un giorno di pausa dopo il risultato del ballottaggio è Pier Luigi Bersani. Dal candidato premier del centrosinistra sono arrivati fin dalle primissime ore un paio di messaggi molto chiari sul percorso di avvicinamento alle elezioni di primavera. Segnali destinati contemporaneamente, diciamo, al mercato interno e al mercato estero.
Avendone avute molte avvisaglie, non stupisce l’invito all’inclusione rivolto a 360 gradi, da Renzi a Vendola, dal civismo a Monti, insomma tutti. Non è più questa la novità. Del resto i sondaggi continuano a spingere in alto il Pd e lo spirito di massimo allargamento ne risulta incoraggiato. Da notare in proposito l’insistenza con la quale l’Unità batte sulla necessità di promuovere il ruolo di Renzi nel Pd e sul progetto di assorbimento organico nel partito sia di Sel che delle istanze centriste alla Tabacci.
C’è però anche dell’altro nel preannuncio del tour internazionale di Bersani e nel suo impegno a non «raccontare favole » nell’imminente campagna elettorale. Il candidato premier si corazza preventivamente contro l’immagine – che sa insidiosa – di leader della “solita” alleanza di centrosinistra che fa facili promesse di spesa pubblica e di allentamento del rigore finanziario. Non voglio dire che l’entusiasmo col quale Nichi Vendola ha offerto a Bersani i propri voti – con successo, a stare alle prime analisi dei flussi – sia destinato a essere subito raffreddato.
C’è da scommettere per esempio che il centrosinistra di Bersani sarà il più netto che si ricordi sui temi della cittadinanza e dei diritti civili: nell’epoca di Obama è anche tempo di abbandonare prudenze e di tatticismi, peraltro giustificati fin qui, nelle varie declinazioni dell’Ulivo, da un potere di interdizione delle componenti cattoliche che appare molto indebolito nella nuova stagione. Questo è uno degli effetti collaterali dell’esplosione del fenomeno Renzi (cattolico molto liberale), salutato anche per questo motivo con una certa simpatia dalla sinistra democratica. La prospettiva di un centrosinistra più disinibito sui temi eticamente sensibili è compensata, agli occhi dei cattolici, dal venir meno di un altro feticcio: è finito il tempo della rincorsa securitaria alla destra sulla questione dell’immigrazione. Non sappiamo se la crisi della Lega sia la causa o l’effetto, e non si può mai dare per irreversibili certe tendenze, sta di fatto che ormai anche su questo punto tutte le aree politiche parlano più di regolarizzazioni e di diritti di cittadinanza, che non di quote e respingimenti.
Basti considerare il ruolo di una personalità come Riccardi nella riorganizzazione del centro; il percorso della destra finiana; e addirittura la moderazione di Maroni e della sua Lega post-padana.
Sul lato dei diritti, dunque, la sinistra, Vendola e oltre, non troverà alcun disagio nel nuovo assetto della coalizione. Il discorso è diverso sulle materie economiche.
Qui intorno al nome, al ruolo e al lavoro di Monti si è giocata una partita un tantino ipocrita. Il governo è stato ripetutamente pizzicato per le sue “distrazioni” sociali; ministri come Fornero sono stati ridotti a punching-ball; si è fatto passare il messaggio che il centrosinistra al potere raddrizzerà la barra della solidarietà.
Tutto giusto, tutto comprensibile, tutto vero. Il lavoro sarà la priorità assoluta di Bersani, che del resto ha la Cgil dominante nella propria costituency. C’è modo e modo, però. Infatti già nei dibattiti delle primarie, come vedremo presto nel tour internazionale del segretario Pd, nessuno promette «le favole» di un ritorno al passato sul mercato del lavoro o sulle pensioni.
Quando ieri Vendola ricordava di essere ancora impegnato col referendum a restaurare «in tutta la sua integra bellezza» l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, citava una posizione di bandiera da far valere nella futura trattativa («alla luce del sole»), certo non a paletti invalicabili visto che essi sono stati valicati ormai senza ritorno, col voto del Pd e sotto l’osservazione internazionale della quale Bersani è pienamente consapevole.
Passano da qui, dall’esame di rigore al quale il candidato premier sa di doversi sottoporre, le sue chances di essere apprezzato fuori dall’Italia come successore di Monti. Perché purtroppo, anche se tanti amano gonfiare le parole, il visto democratico ricevuto massicciamente domenica non è tutto nell’epoca della globalizzazione. Chiedere a François Hollande per conferma.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/12/2012 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 febbraio 2012
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Non moriremo statalisti
Leggo sul Foglio che un gruppo di democratici – bersaniani, vengono definiti – elabora un manifesto «per una sinistra cazzuta» con l’obiettivo di allineare il Pd a un rinnovato pensiero socialdemocratico europeo, del quale sarebbero alfieri Hollande ed Ed Miliband.
Ne sono contento: compito dei giovani è lanciare sfide nuove, e anche se questa non suona particolarmente nuova comunque si tratta di una sfida, che il gruppo dirigente del Pd potrà raccogliere.
Guardo poi in tv le maratone di Giulio Tremonti per la presentazione del suo libro, e scopro che François Hollande è il modello anche del nostro ineffabile ex ministro dell’economia, che porta il Ps a esempio di un partito che vuole vendicare la sovranità nazionale contro le tecnocrazie e burocrazie europee, ribaltare i rapporti di forza fra potere statuale e finanza globale, colpire i banchieri arricchiti dalla crisi alle spalle delle famiglie.
E qui mi preoccupo.
Non per la convergenza fra Tremonti e alcuni dei suoi duri oppositori (è lui che deve rispondere, oltre che di molti errori più gravi, di esser stato colonna del governo nelle premesse più liberale della storia d’Italia, alla prova dei fatti il più conservatore, corporativo e neo-statalista), bensì per l’equivoco nel quale temo possano cadere gli amici e compagni Orfini, Fassina e Orlando, e il Pd nel caso dovesse decidere di seguire la loro rotta.
So riconoscere il mainstream, e ci sono molte ottime ragioni per cui il vento che soffia dal Pacifico agli Urali sia pieno di rancore verso l’un per cento ricco, di esasperazione per i danni della finanziarizzazione dell’economia, di voglia di riscatto contro l’impalpabile crudeltà di banchieri e brokers.
Tutti sanno riconoscere queste ragioni, è il motivo per cui un’utopia come la Tobin Tax sta per entrare nei trattati europei. Ma fra la riscoperta della proposta di controllo dei flussi finanziari avanzata del vecchio maestro di Mario Monti, e l’ondata di populismo neo-nazionalista che attraversa destre e sinistre americane ed europee corre un fossato che non dobbiamo neanche sfiorare.
È un punto sul quale già ci siamo incrociati, con alcuni di questi nuovi socialdemocratici del Pd, quando (prima del governo Monti, e anche nei suoi primi tempi) la soluzione tecnica per l’Italia veniva avversata in quanto dettata dagli euroburocrati asserviti alla destra neoliberista franco-tedesca. Non è così l’Europa, non era questo il senso dell’operazione Monti, e ora ne sicuramente convengono tutti. Così come sembra finita la guerra contro l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, animate dal medesimo argomento dell’esproprio della sovranità nazionale in politica economica.
Si dice di Hollande. Io spero che vinca, e spero che non vinca in un duello con Martine Le Pen perché per farlo dovrebbe esasperare promesse elettorali già ora avventurose, sul medesimo terreno del sospetto verso l’Europa e dell’impossibile ritorno al protezionismo che tanto piace anche a Tremonti. Non siamo francesi e non siamo in campagna elettorale, possiamo tifare per il Ps senza illuderci che possa mantenere la tenuta del costoso welfare francese o le 35 ore, mentre è evidente che certi livelli di benessere europeo sono insostenibili di fronte alle economie galoppanti di popoli affamati di ricchezza.
È vero che i progressisti europei, dalla Scandinavia alla Germania, recuperano forti caratterizzazioni sociali. Ci mancherebbe altro, col mondo del lavoro strizzato dalla recessione. Ma già con Ed Miliband siamo a una versione del Labour non più blairiana, molto più vicina alle Unions, ma certo neanche old: quando toccherà a noi governare non daremo illusioni, ha detto Miliband in un discorso recente pubblicato anche da Europa, non è pensabile che si possa tornare alla tradizionale ricetta di sinistra di una crescita gonfiata dalla spesa pubblica.
Questo è il punto: stiamo parlando di un’Europa che ha praticato e introiettato la Terza via, dove la sinistra ha guidato le rivoluzioni liberali o è sempre stata attraversata da questa vena (figuriamoci poi se il confronto si estende ai democratici americani). L’Italia, nel confronto, è un paese che sta provando solo ora, con enormi sforzi, a rendere i mercati più aperti, concorrenziali, “democratici”, intaccando rendite di posizione, corporativismi, sacche di assistenzialismo, micidiali ineguaglianze nel mercato del lavoro. A Berlino e a Londra possono porsi il problema di correggere le storture delle politiche liberiste: qui da noi siamo un giro indietro, che è anche una fortuna visto che le riforme liberali in corso, imprescindibili e sostenute in prima fila dal Pd, possono essere varate senza gli errori e le storture che oggi denunciano il Next Labour e gli eredi di Gehrard Schroeder.
Messi questi paletti, che limitano molto le speranze nelle virtù salvifiche della spesa pubblica e non contemplano alcuna paura di «finire fagocitati dalla svolta tecnocratica» (come teme Enrico Rossi, governatore della Toscana) ma all’opposto confermano il Pd nella necessità di far proprie le riforme di Monti (ciò che del resto si sta verificando), i democratici tornano comunque ad avere ambizioni maggioritarie, di egemonia sull’intero corpo sociale del paese senza appaltare nulla né al centro né a sinistra. Ottima intenzione. Non diteglielo, ma questi giovani turchi cominciano a somigliare a Veltroni. 
permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2012 alle 13:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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