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Diario
8 dicembre 2012
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elezioni pd monti bersani pdl berlusconi grillo
Per il voto da definire solo le coalizioni
Il calendario elettorale è definito, fra le regionali del Lazio dei primi di febbraio e l’election-day del 10 marzo. Anche il sistema con il quale si voterà per camera e senato, purtroppo, è quello previsto: Porcellum, come era stato amaramente pronosticato dal giorno stesso della bocciatura del referendum. Rimane solo da capire se e come, nella seconda metà di gennaio, il Pd vorrà e riuscirà a fare le primarie per i propri candidati sulle quali Bersani si è impegnato.
Gli schieramenti che fra 92 giorni si contenderanno il governo non sono del tutto assestati.
Gli unici teoricamente senza problemi sono quelli del M5S, che anzi da ieri conoscono anche i nomi dei probabili parlamentari. L’unica cosa che rimarrà sigillata nel server di Casaleggio è il numero delle preferenze effettive di coloro che hanno conquistato le prime posizioni nella votazione online indetta da Grillo. Tanta anticipazione sui tempi (gli altri partiti chiuderanno le liste ai primi di febbraio) potrebbe rivelarsi foriera di polemiche e cattive sorprese.
La precipitazione berlusconiana ha come unica logica il recupero dell’alleanza con la Lega, tutt’altro che scontata però: regalare il Pirellone a Maroni causerà una scissione nella destra lombarda senza alcuna garanzia di successo, né per le regionali né per il premio al senato. Ammesso che il Carroccio voglia tornare a compromettersi con Berlusconi: ieri Bersani ha promesso che gliela farebbe pagare in campagna elettorale.
Anche il centrosinistra sotto la guida del segretario del Pd è pronto. Con alcune variabili, oltre a quella delle primarie per i candidati. La prima riguarda i confini dell’allargamento al centro dell’alleanza: solo fino alla lista alla quale lavora Tabacci o oltre? E i radicali? La seconda variabile riguarda un tema che non s’è ancora riaperto ma che molti nel Pd tengono caldo: il ruolo di Matteo Renzi.
A sinistra sarà faticosa la cucina del fritto misto di arancioni, neocomunisti e dipietristi con Ingroia nella parte dello chef: facile che si bruci tutto prima di cominciare.
Infine il centro, il luogo meno definito. Berlusconi ha spinto tutti lontano da sé, a cominciare da Monti, ma l’impasto fra Casini e Montezemolo, liberali e cislini non riesce. Lo schiacciamento di quest’area rischia di essere l’unico vero risultato dello strappo operato da Berlusconi. Secondo alcuni, del resto, è l’unica vendetta che voleva veramente prendersi.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/12/2012 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
1 dicembre 2012
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Finalmente Grillo insegue
Ormai ci siamo. Poche ore al ballottaggio. L’impressione fortissima però è che l’avventura delle primarie non finirà domani notte con la proclamazione del vincente fra Bersani e Renzi.
No, non ci riferiamo alle possibili code polemiche, alle probabili discussioni del dopovoto conseguenti allo scontro sulle regole, alle recriminazioni figlie della infelice restrizione imposta alla partecipazione al voto nel secondo turno. Queste cose ci saranno, ma non saranno decisive. Ieri – come speravamo e avevamo anche chiesto – la tensione fra i due campi è tornata a essere prevalentemente politica, anche se Renzi è tornato più volte all’attacco chiedendo di aprire le porte del ballottaggio ai molti elettori che hanno chiesto di iscriversi. È un tema che resterà caldo fino all’ultimo e che ritroveremo nei giudizi di domani notte. Ma alla fine non sarà l’elemento dominante.
No, l’avventura delle primarie continuerà perché esse avranno una lunga scia di effetti politici.
Quello che doveva colpire il centrodestra s’è già consumato, denudando l’incapacità di reazione delle truppe ex berlusconiane.
Ora si intravede l’effetto nell’altro campo, quello veramente concorrenziale con il Pd. Ieri Grillo ha emanato un’improvvisa direttiva per convocare di gran fretta le primarie di M5S: saranno già da dopodomani, per tre giorni, solo in orario d’ufficio e online, con l’interessante particolarità di non rendere noti i nomi dei candidati. Una roba talmente assurda da suscitare l’incredula e negativa reazione di molti aderenti al movimento.
È la prima volta che Grillo insegue. E va subito in affanno.
Non è più una tesi di propaganda, né un’analisi politologica: Grillo conferma col suo gesto di vedere il centrosinistra alla controffensiva su quello che considerava un terreno ormai conquistato. Il rapporto diretto con i cittadini elettori. Motivo in più per tenersi strette le primarie di domani. Farle andare bene. E far votare più gente possibile.
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Politica
19 ottobre 2011
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pd molise bersani 5 novembre grillo todi
Non siamo ancora a Campobasso, Italia. Però...
Un sondaggio negativo che riporta il Pd dietro a questo Pdl non è la fine del mondo, poi sarà una cosa passeggera. Perdere in Molise non è un dramma. Berlusconi sta sempre cento volte peggio di Bersani. E le discussioni nel Pd sembrano chiacchiere amabili in confronto ai fischi leghisti per Bossi e al veleno che scorre nel Pdl. Il nostro modo di occuparci del centrosinistra però non contempla distrazioni, autocompiacimenti né la ricerca di alibi: c’è tanta gente bravissima a far questo, Europa vuole rendersi utile in un altro modo.

Il risultato molisano è pessimo. Vale come quello di un municipio di Roma, è vero, ma racchiude tanti segnali. Innanzi tutto, il disegno di restituire centralità al partito segna il passo un’altra volta: il candidato del centrosinistra va molto bene, per quanto il suo valore competitivo nasca più dalle somiglianze con l’avversario Iorio che dalle differenze; il Pd invece va molto male, torna a livelli più bassi di quelli dei soli Ds cinque anni fa.
A Roma non possono sottovalutare il fenomeno, perché sanno che il rattrappimento elettorale è in atto in tutto il Mezzogiorno, dove il bacino dei consensi democratici è terreno di conquista per i raider del momento, da De Magistris o Grillo.

A livello nazionale c’è l’evidenza di uno stallo. La stasi del Pd condiziona tutto il quadro politico: non ci sarebbero tanti giochi, tante manovre, tante opacità, tante ambizioni malamente trattenute, se come accade in qualsiasi altra democrazia fosse in atto un evidente sorpasso fra i due partiti maggiori. Sorpasso non solo numerico ma di egemonia, di progettualità, di leadership, di proiezione verso il futuro.
È forse inevitabile che sia così: la società, nei centri di comando come nelle piazze della rivolta, esplode in frantumi. Una frammentazione che tutti vedono ma nessuno riesce a governare, a ordinare. In fondo Todi è questo, visto dalla sponda cattolica: una constatazione allarmata, dopo la quale sono possibili giudizi in negativo (Berlusconi è finito) ma non si riesce a innescare azioni positive.

Il Pd è parte di questo problema nazionale, non riesce a esserne la soluzione.
La frammentazione lo attraversa. Suoi importanti dirigenti partecipano a una manifestazione che chiede la decrescita, di non pagare il debito e il ritorno a impraticabili politiche pubbliche al confine con l’assistenzialismo. Un corteo pieno di cuore, certo, ma dove la linea politica prevalente (seccamente alternativa alla violenza) è quella di Cobas e NoTav: di nuovo, pezzi del problema Italia, non certo la soluzione. Anzi, la soluzione sbagliata.
Andare dovunque non fa di per sé egemonia, non fa credibilità, non fa leadership nazionale. Non è un limite di Bersani, come abbiamo scritto molte volte, ma del corpo collettivo del partito.
Le assemblee autoconvocate – Renzi e Civati-Serracchiani sono le prossime – sono sintomo di vitalità, ma rimangono distanti dalla massa critica necessaria a rimettere in moto la grossa macchina ferma.
La manifestazione del 5 novembre sarà momento di legittimo orgoglio, chissà se oltre che dal partito sarà sentita come momento importante anche dal paese.
La componente liberal interna soffre, scalpita ma sa che le è preclusa la scalata a un partito che ha concesso troppo alle nostalgie e al bisogno di rassicurazione del suo popolo di sinistra: proprio non è aria, nel 2011, di vincere nel nome della concorrenza, del merito e della competitività, che sembrano tutte bestemmie neoliberiste (e come tali sono liquidate all’interno dello stesso Pd).
I cattolici, infine: legittimo il sollievo perché a Todi non rinasce alcuna Dc e non si concedono primogeniture a Casini. Ma tra il non essere delegittimati da Bagnasco e il legittimarsi come interpreti del nuovo richiesto dall’associazionismo cattolico ce ne corre: questione di biografie, e di muoversi nella politica e nel Pd liberi dall’assillo degli spazi e delle quote da farsi riconoscere.

Non sappiamo se, come è stato nel passato in Italia e domenica scorsa in Francia, le primarie possano essere un modo per far fare ai cittadini ciò che il partito da solo non riesce a fare: rimettersi al centro della politica nazionale. Visto che in passato non è mai andata male, da questo punto di vista, verrebbe la voglia di dire: proviamoci. La discussione sul tema è però a sua volta ripetitiva e vagamente estenuante.

Ci vorrebbe uno scatto collettivo – come collettivo è il problema, e collettiva è la responsabilità – di fantasia e di capacità di sorprendere. 
Siamo in tempo per riconoscerci in Milano, Italia, più che in Campobasso, Italia.
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Diario
16 giugno 2011
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Guzzanti fa fuori Grillo
Oggi Alessandra Arachi del Corriere mi fa dire cose che condivido sulla forza della comicità di Corrado Guzzanti a fronte della violenza di Beppe Grillo. Le trovate qui e anche qui


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Politica
26 marzo 2010
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Avanti pubblico, alla riscossa
A un certo punto della serata santoriana, Norma Rangeri del manifesto ha pronunciato una frase ancora più sgradevole di quelle che si era appena consentito il comico Luttazzi. Ha detto di aver scrutato i volti dei manifestanti berlusconiani di piazza San Giovanni e di averli riconosciuti, uno per uno: erano i volti del pubblico di Mediaset, le platee di Maria De Filippi e dei molti orrori televisivi attraverso i quali Berlusconi ha obnubilato le menti degli italiani. Gente ipnotizzata dal Biscione. Insomma, dei poveretti.
Il pubblico di Santoro ha applaudito con entusiasmo.
Il pubblico. Appunto.
Nei rari momenti in cui i riflettori blu del PalaDozza non li trasformavano in tanti avatar, anche i volti di quel pubblico potevano essere scrutati. E anche loro potevano essere riconosciuti: erano gli stessi delle manifestazioni della sinistra, del popolo viola, delle piazze di Grillo, dei cortei del Pd.
Con un potente anche se involontario transfert, Norma Rangeri aveva svelato la verità della serata santoriana: l’Italia è ormai divisa fra due pubblici televisivi, entrambi pronti a portare divano e telecomando in piazza, entrambi forgiati dalle rispettive trasmissioni e dai rispettivi conduttori, talvolta perfino in sovrapposizione. Fuori al PalaDozza venivano esibiti dei Tapiri d’oro. 
Naturalmente erano Tapiri d’oro anti-censura. Ma siamo lì. Striscia la notizia, programma di punta dell’orribile Canale 5, come possibile format bipartisan.
Comunque, sempre e soltanto televisione. Quella di Berlusconi, che offusca la mente, opposta a quella di Santoro, Travaglio, Gabanelli, Floris, Lerner che vorrebbe liberarla. Televisione, in ogni caso.
E siccome negli ultimi sedici anni abbiamo dovuto fare i conti con un uomo televisivo che assumeva il comando politico di una coalizione e poi di un paese, è legittimo chiedersi fino a che punto gli uomini e le donne della telesinistra non stiano espropriando la politica assumendone il comando e candidandosi a una leadership non solo mediatica.
Nei paesi occidentali, in America soprattutto, la rete si è riversata sulla politica, la condiziona, la cambia, le fornisce nuovi leader. Qui, nel medioevo italiano, la rete si gonfia e si agita ma ancora sottostà a un mezzo antiquato come la tv: le si offre come vettore alternativo, accoglie e rilancia i suoi format, i suoi tempi, le sue regole, i suoi personaggi. Chi infatti è al centro del gioco, anche sulla rete, non sono i giovani rampanti ed esordienti del web, bensì gli stagionati, solidi e abilissimi professionisti dell’infotainment televisivo progressista (anzi, rivoluzionario, da ieri sera). Dopo Grillo e Travaglio, da ieri anche Santoro.
Questo è l’insegnamento di Raiperunanotte. Certo, esperimento mediatico che piega i meccanismi della censura, ma soprattutto fatto politico che ne segue altri di analogo segno e ambizione. Santoro si muove e si sente come vero alter ego di Berlusconi (il quale cominciò proprio sconfiggendo i divieti di legge col network di tante emittenti locali). Berlusconi lo conferma nel ruolo, un po’ per calcolo e un po’ per una incredibile vulnerabilità e sudditanza verso il suo fustigatore catodico.
Il Cavaliere che (anche giovedì sera, di sicuro) si attacca al telefono per commentare sdegnato gli editoriali di Travaglio è un politico debole che offre a Santoro soddisfazione e spazio incredibili, destinati a moltiplicarsi ora che riparte il tormentone sulle sanzioni, l’allontanamento dalla Rai, le violazioni contrattuali eccetera.
Richiesto se non temesse la concorrenza televisiva, Pier Luigi Bersani giorni fa sorrideva: facciamo mestieri tutti importanti ma diversi, il mio è cogliere un contesto e trarne una linea, come non credo un conduttore televisivo sappia fare.
Santoro opinerebbe. La sua narrazione dell’Italia e la sua linea d’opposizione a Berlusconi gli devono risultare sicuramente più efficaci, come prima di lui hanno pensato Nanni Moretti e Beppe Grillo. E comunque lo stesso Bersani deve confessare che in ogni fabbrica in crisi dove va in visita, si sente ripetere la stessa domanda: mandaci in tv, è la nostra unica speranza. Forse si illudono. Però intuiscono che quel ruolo che nella politica non hanno più, nel format dei talk-show invece c’è.
In gergo si chiama pubblico parlante.

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Politica
20 luglio 2009
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Beppe "15 euro" Grillo


Questa è la tessera democratica di Beppe Grillo. Non trovo scandaloso che gliel'abbiano data. Ma che lui abbia versato per l'iscrizione la quota minima di 15 euro, questo è scandaloso sì. Nel 2005 Grillo guadagnava 4 milioni 271.492 euro, oggi il suo reddito sarà a essere tirchi un milioncino in più.
Tutta 'sta rottura di palle al Pd poteva almeno rendere qualcosa in più, ma il coordinatore di Paternopoli, Forgione, è stato generoso. Lui.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/7/2009 alle 12:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


Politica
18 luglio 2009
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Il Pd e i nuovi untorelli
Prendiamo, dagli ultimi giorni di dibattito nel Pd, due spunti separati. Da una parte Bersani che ribadisce: «Non voglio lasciare ad altri la parola sinistra». Dall’altra, i commentatori che criticano i candidati alla segreteria perché non affrontano il problema Di Pietro.
C’è un dubbio poco piacevole che si fa strada. Che in Italia il tema della sinistra (in particolare del radicalismo di sinistra) e il tema di Di Pietro (e della sua galassia) ormai coincidano.
Assai preoccupati del travaso di voti fra Pd e Italia dei valori, non ci si rende conto che intanto il dipietrismo nelle sue varie declinazioni (Grillo, Travaglio, Flores...) ha lettermente prosciugato lo spazio politico tradizionalmente occupato dal partito o dai partiti che si collocano alla sinistra del riformismo, e lo sta riorganizzando con uomini e mezzi.
Il tema del rapporto con Ferrero o Vendola è del tutto marginale nel Pd: lo si dà per facilmente risolvibile.
Quello del rapporto con Di Pietro (oggi con Grillo) è quasi ossessivo: se ne avverte la pericolosità estrema e la concorrenzialità.
La ragione è proprio quella. Di Pietro e Travaglio leader di sinistra non sono più un’anomalia derivata da quella berlusconiana. Sono un dato della geografia politica, in continuità con parte della storia della sinistra. Le generazioni che affollano la platea di questo nuovo estremismo di sinistra sono diverse da quelle di trent’anni fa, ma forse neanche tanto. Le modalità sono le stesse: la contestazione dei cedimenti del partito riformista verso il governo; l’appello alla sua base contro i vertici degenerati, corrotti, traditori; la raccolta dei quadri fuggitivi; l’elencazione di punti di programma radicali; l’alternarsi di inviti all’unità e di rotture.
Come allora – ma con una forza centuplicata dai nuovi strumenti – informazione e controinformazione sono le armi preferite dell’attacco ai moderati. Ora arriva anche un giornale quotidiano, con tante firme in rottura con l’Unità.
Ricorda nulla questa storia dalle parti, per dire, del manifesto? Nulla, perché la vulgata vuole che niente ci sia in comune fra dipietrismo, grillismo e sinistra antagonista.
Invece questa è la versione moderna della contestazione Anni Settanta, in un inquietante cocktail con l’antropologia dell’Idv (sovrapponibile a quella di Mastella più che a quella di Giordano). Le piazze no global si svuotano, quelle di Grillo si riempiono. Ora c’è travaso.
C’è anche una continuità culturale: con la stagione nella quale questione morale e superiorità etica divennero elementi costituenti dell’identità comunista, alimentando una diversità che nel marxismo non si poteva più cercare.
Un altro figlio della fine delle ideologie è dunque un estremismo di sinistra che può riconoscersi in uomini di destra con tratti di autoritarismo.
Non è detto che sia un fenomeno passeggero: potrebbe essere una forma stabile di rappresentanza di un pezzo d’Italia. Vorrebbe dire che Bersani, quando rivendica la parola sinistra, si riferisce a qualcosa che ora ha forme molto diverse da quelle che lui sa maneggiare.
Ai tempi, contro partitini siffatti un grande partito conduceva un’aperta battaglia politica, culturale, con aspetti di pedagogia verso le masse.
Non inseguiva, non cedeva, non imitava, convinto che il prezzo da pagare a breve sarebbe valso la credibilità verso fasce ben più ampie di società. Nel Pd di questa battaglia non si vede traccia. Anzi, come i Terracini di una volta, c’è chi vorrebbe aprire le porte agli untorelli.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 18/7/2009 alle 9:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
14 luglio 2009
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Chi restituirà l'onore al Pd

La pagliacciata con Grillo continuerà, magari arriverà alle carte bollate, e questo capita quando statuti e comma finiscono per valere più della politica (fermi restando i forti argomenti del gentilissimo Luigi Berlinguer oggi ospitato su Europa). La cosa sarebbe più sbrigativa e semplice se il Pd affermasse che considera avversari a tutti gli effetti Grillo e la sua concezione autoritaria  e intollerante della convivenza civile. Il massimo poi sarebbe aggiungere che Grillo non viene dal nulla – come Di Pietro del resto – e che purtroppo un germe illiberale alligna da decenni nel corpo della sinistra italiana, e che il Pd era nato tra l’altro proprio per debellarlo. Ma sono cose che si scrivono sui giornali: sarebbe stato meglio farne per tempo oggetto di battaglia culturale, anche a rischio di pagare dazio.

A  proposito, l’editoriale pubblicato ieri da Europa («Un partito figlio di nessuno») è stato apprezzato, da tanti simpatizzanti, quadri e militanti ma anche da importanti dirigenti del Pd, il che colpisce perché non vi si risparmiavano critiche alla leadership del partito. L’impressione è che ci sia un senso autocritico di inadeguatezza: fatto consolante per l’onestà intellettuale delle persone, ma inquietante per le sorti del Pd.

Ci siamo interrogati su chi fra i candidati potrà raccogliere lo scontento e dargli una risposta adeguata.

Tralasciamo per ora il candidato Marino. Un po’ perché recentemente s’è reso responsabile ai nostri occhi proprio del contrario, cioè di aver arrecato un vulnus grave, superfluo ed evitabile alla già debole autostima dei democratici. E un po’ per il motivo opposto, cioè perché il suo presentarsi come homo novus gli risparmia una fatica che invece è obbligatoria per Franceschini e per Bersani:quella di doversi confrontare col passato remoto e recente e con le proprie esperienze di dirigenti.

Se la domanda che sale è «ridateci un partito vero», Bersani è senza dubbio il primo che si fa avanti. Avendo colto per tempo il disorientamento, l’ex comunista emiliano ha le carte in regola per incarnare la risposta. E infatti «il partito vero» è di gran lunga il suo asset principale. Se fossimo attivisti politici di lungo corso, ex diessini poi, l’attrazione sarebbe inevitabile.

Bersani però rischia di essere involontariamente e doppiamente ingannevole, proprio verso questi suoi supporters naturali.

In primo luogo perché è ingannatrice la nostalgia del forte partito di massa, autorevole e radicato nel territorio, che lui evoca. Piuttosto che consentire di accarezzare quell’amarcord, Bersani dovrebbe riaprire il dossier di un fallimento storico. Della fine nient’affatto gloriosa di una tradizione, una prassi e un modello che adesso appaiono tanto desiderabili.

Gli ultimi anni del Pci-Pds-Ds sono da questo punto di vista anni tristi, Bersani lo sa bene e lo sanno i dirigenti come lui che decisero che quel tipo di partito era irrecuperabile, e vollero abbandonarlo. Sezioni vuote, tesserati ed elettori in calo: questa è l’ultima istantanea dell’ultimo partito di massa, radicato nel territorio e dall’identità ben distinguibile.

Chiaro che, interpellato sul punto, Bersani negherà sempre di voler tornare a quella storia lì. Sarà però più credibile se spiegherà come si fa a non rifare gli stessi errori, a non tornare a ripiegarsi su se stessi e sulle proprie certezze.

Quello poi – chiedere a D’Alema – era il partito dei figli di un dio minore. Coloro che per definizione, essendo di sinistra quindi di minoranza, non potevano aspirare in prima persona alla guida del paese, potendo proporsi al massimo come azionisti di una società presieduta da altri. Qui c’è il secondo rischio di inganno bersaniano: se il suo Pd rifluisse verso quello schema sia come linea politica («di sinistra») che come assetto del sistema politico (coalizione tipo Ulivo), la prima cosa che il nuovo segretario dovrebbe fare sarebbe indire un concorso per assumere il Prodi del Terzo millennio. Parabola amara, tanto più se intenzionale.

Di restituire onore e autostima al Pd, Franceschini si dovrebbe occupare in verità più come suo segretario attuale, come ha cercato di fare da febbraio, che come candidato. Ma abbiamo capito che ormai, e per mesi, il Pd sarà quasi acefalo. Buon per Berlusconi.

Anche il successore di Veltroni ha un problema con un passato che non è stato fin qui capace di spiegare bene. Non è un passato remoto come quello di Bersani, è un passato recente, ma proprio per questo le ferite bruciano di più.

Franceschini non può accontentarsi di dire che il Pd non ha funzionato per colpa di chi l’ha sabotato: questo è un argomento venato di paranoia che già irrita se lo ripropone Veltroni, ma non ha alcuna forza se lo si pone a base della ricostruzione. Se il problema fosse solo nei sabotatori, avrebbe ragione D’Alema a sospettare che la soluzione finale di Franceschini consista nell’eliminazione fisica sua e di tutti i tesserati di Red.

Viceversa, l’inconsistenza del Pd risiedeva in una struttura leaderistica affidata a un leader poco disposto a decidere, incapace di far fruttare un consenso personale – quello delle primarie – senza precedenti nella storia dei partiti europei. Visto che di gente più tosta di Veltroni all’orizzonte non ce n’è, nessuno mai più riceverà un bonus di tre milioni di voti e per di più Franceschini vuole continuare a fare la fila alle poste come i comuni mortali (e questo prende tempo), il candidato dovrebbe spiegare meglio quale sia la sua governance di partito.

A stare alle anticipazioni del suo programma (fornite a uno dei giornali di area, il Foglio), l’idea non è ancora netta. Quanto alla famosa vocazione maggioritaria, s’è capito che essa può sopravvivere solo se applicata a un Pd modello «Grande Ulivo», una sorta di contenitore progressista a guida riformista. Pare un’idea estrema, in realtà sarebbe il ritorno alla geometria immaginata alle origini da Prodi.

Certo, ci vorrebbe coraggio per andare al congresso con una simile proposta. Ma diventerebbe un congresso vero. Di cui andare orgogliosi, a proposito di autostima.

(da Europa)

permalink | inviato da stefano menichini il 14/7/2009 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3)


Politica
13 luglio 2009
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Un partito figlio di nessuno

Hanno scambiato il Partito democratico per qualcos’altro. Per un punching-ball. Un tram. La Casa del Grande fratello. Hyde Park Corner. Un albergo a ore. Una pedana del wrestling. Un posto dove ognuno possa fare e dire quello che crede, andare  venire a piacimento, farsi forte e bello finché sono accesi i riflettori. Un posto dove conta solo il posto che danno a me, il ruolo che danno a me, la visibilità che danno a me. Se non è abbastanza, sparo a zero su tutto e su tutti.

Vediamo all’opera gli attori di questa recita poco divertente. Alcuni lo sono in senso tecnico, altri perché interpretano in senso teatrale il proprio mestiere, magistrato o politico, altri ancora perché la politica li ha trasformati da persone autevoli in dichiaratori senza rete. Ma non sono loro i soli colpevoli. C’è chi li ha messi in condizione di nuocere. Un gruppo dirigente che sembra non voler bene al proprio partito, tanto che a ogni occasione ne disconosce paternità e maternità.

C’è chi non riconosce il Pd perché non gliel’hanno fatto fare come volevano loro (Veltroni e Franceschini), chi perché non hanno ascoltato i suoi consigli (Bersani), chi perché è finito in minoranza (Rutelli), chi perché non gli hanno telefonato (D’Alema), chi perché gli ha portato più male che bene (Prodi).

Chi perché gli anziani fanno ostacolo e chi perché i giovani sono supponenti. Chi perché i comunisti contano ancora troppo e chi perché contano troppo i democristiani. Chi perché i cattolici non si sentono a casa propria e chi perché i cattolici in casa non li vuole, a meno che non se ne stiano zitti.

Ognuno di coloro che lo guidano sembra avere un ottimo motivo per parlar male del Pd. Europa era un giornale non ortodosso, ma ormai ci pare di fare un mestiere inutile: noi spariamo sul quartier generale con le cerbottane, quelli dentro al quartier generale si fanno esplodere col tritolo.

Nessuno si scandalizzi dunque se chiunque passa da fuori si sente autorizzato a spernacchiare e irridere. Napolitano dice una cosa di puro buonsenso (tipo: la lotta politica sia svolta civilmente) e invece di sostenerlo con entusiasmo, anche per rafforzarne il ruolo in ogni evenienza futura, i candidati segretari si fanno travolgere da Di Pietro e fanno calcoli su quanti voti gli può costare un simile grave cedimento a Berlusconi. Ai tempi – visto che c’è chi lo rimpiange e perfino chi lo vorrebbe riesumare – il Pci li bastonava, e non solo metaforicamente, gli estremisti che pretendevano di dettargli la linea e di spiegargli il mestiere.

Dicono: però Di Pietro sta all’8 per cento, quasi tutti voti nostri. Vero, un’alleanza così fruttuosa è motivo di eterna riconoscenza per Veltroni che ce l’ha regalata. Però il Pd era nato per fare un pensierino al restante 92 per cento, e tuttora questo sembrerebbe un lavoro più divertente che duellare sulle agenzie col senatore Pardi.

Fermare Beppe Grillo col comma 3 dello statuto che preoccupa l’ottimo Adinolfi fa ridere più di Grillo medesimo, che non fa più ridere da secoli. Si tratta di un eversore autoritario nemico giurato della democrazia, quindi anche del Pd, come peraltro lui stesso sottolinea. Se al senatore Marino va di confrontarsi con Grillo, traslochi nella coalizione di Grillo, che è quella del vaffanculo al capo dello stato. Per conto nostro Grillo sta al Pd come ci sta Gasparri (e se ci sono elettori che si risentono, come si diceva prima meglio perderli che trovarli).

Già, Ignazio Marino. Aveva ottime ragioni e qualche chance. Un anno e mezzo di Pd veltroniano ha dato a lui grande spazio, lui ricambia prima da martire, poi da salvatore della patria, infine con la simpatica equiparazione fra un violentatore e un tesserato napoletano. Anche in sala operatoria era una prima donna, ma dubitiamo che si sarebbe mai permesso certi atteggiamenti verso colleghi ed equipe medica. Ecco un altro della società civile che pensa che la politica meriti solo schiaffi: non si capisce allora perché l’abbia voluta fare.

Purtroppo per mettere le pezze ci sono i generosi che fanno peggio. Una come Paola Concia, per esempio, che per una pura operazione politicista di copertura del proprio candidato prende spunto dal violentatore (sempre lui) per accusare l’intero partito di maschilismo e soprusi sulle donne: scusi, c’è un nesso nella sua testa fra Bianchini e me? Se ci fosse, mi iscriverei per un minuto al grillismo per risponderle a tono. Se non ci fosse, amici come prima, però prego per lei cinque minuti di vergogna.

Concia è una giovane emergente, ma non è che gli anziani emersi da altre ere geologiche siano meglio. Bassolino è carico di glorie passate e di fallimenti recenti, eppure neanche lui rinuncia a passeggiare sul proprio partito. Lui insieme a Loiero, altro esempio di buongoverno progressista meridionale, hanno deciso di dare una speranza al Sud. La speranza però non verrà da un Pd rafforzato dalla loro esperienza, o dalla loro sostituzione, bensì dalla nascita di un altro partito, trasversale e nuovo in tutto tranne che nel fatto che dovrebbero dirigerlo loro, decidendo le candidature regionali insieme a gente di destra indispettita da Berlusconi: astuta manovra insidiosa per il Pdl, semplicemente devastante per il Pd. Ma frega a qualcuno, oltre che a Michele Emiliano sceriffo buono? A nessuno, anche perché Bassolino vorrà pure superare il Pd, ma non prima di aver investito qualche migliaio di voti congressuali sul suo prossimo sfortunato segretario.

Rispetto per il Pd, chiede Europa a chi il Pd l’ha fondato e lo dirige in ogni posizione, contando se non altro sul fatto che ci hanno speso energie anche più di noi, e che solo chi pretende e merita rispetto può riceverlo.

Amore per il Pd, per quanto amore si possa mettere ancora nella politica. Sentire questo partito come una cosa propria, figlio legittimo nel nome del quale sacrificare anche un po’ di narcisismo, di rancori secolari, di ambizioni personali.

Amarlo e rispettarlo così com’è, per farlo meglio naturalmente, ma senza furia se non è esattamente come l’avremmo voluto. Povero Partito democratico: non è un accidente che ci è capitato in testa, una disdetta della quale liberarsi al più presto. È ancora qui dentro, da qualche parte, l’unica vera alternativa a una destra eternamente al potere.

(da Europa)

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Politica
29 gennaio 2009
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No, Di Pietro non è stato frainteso
All’indomani delle elezioni abruzzesi, quando Europa titolò più o meno «Basta con Di Pietro», ricevemmo alcune telefonate dal Pd, evento sempre gradito ma meno frequente di quanto si immagini. Con rispetto verso il giornale, importanti dirigenti del partito tenevano a dirci che trovavano quella presa di posizione di Europa eccessiva, intempestiva, fuori luogo perché «il problema non è Di Pietro, il problema siamo noi»; oppure perché «non possiamo rompere adesso con il nostro unico alleato».
Se dovessimo rifare oggi quello stesso titolo, a distanza di un mese, non riceveremmo di sicuro alcuna particolare critica...

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Politica
9 luglio 2008
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Una piazza travolta da volgarità e cattiva politica
Con un buon successo e buona copertura televisiva nonostante l’orrendo regime, senza esagerazioni di numeri, piazza Navona 2008 va in archivio. Per paradosso un evento molto più ridotto, nel medesimo posto, sei anni fa innescò effetti politici più esplosivi di quelli odierni. Forse perché Moretti spiazzò tutti, perché i capri espiatori ulivisti quella sera erano sul palco, perché era la prima volta.
Ieri il palco antiberlusconiano voleva cercare di non attaccare oltre il necessario nel contesto dato né il Pd né Veltroni né tanto meno Napolitano. C’è riuscito fino a un certo punto, poi l’infilata dei suoi veri leader (Travaglio, Grillo, una Guzzanti umiliante solo ad ascoltarla) ha travolto le migliori intenzioni...

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Politica
13 maggio 2008
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Sconfiggere Travaglio, Colombo, Grillo e chi vuole ricattare il Pd
Nel caso che qualcuno, che allora tanto si divertì, pensasse di fare il bis del 2001-2002, è bene che il Partito democratico abbia ben chiari i termini della questione che si è aperta in questi giorni con Marco Travaglio, con Furio Colombo, con l’Italia dei valori di Di Pietro, con Beppe Grillo, con quelle frange della sinistra televisiva che già sognano (in alternativa o in sequenza) girotondi elettronici e atti di martirio. Qui, alla fine, non ci sono in ballo né la lotta alla mafia (che prosegue con buoni successi e alterni governi), né il buon nome di politici e cariche istituzionali (perfettamente in grado di difendersi e con tutti gli strumenti per farlo), né la libertà di stampa e di critica, che con buona pace di tutti non è mai venuta meno in Italia, né quando piangeva Berlusconi né quando piangevano le vittime dei suoi editti: è una libertà limitata dai suoi intrecci col potere politico, finanziario ed economico né più né meno che in tutte le democrazie occidentali (chiedere al Wall street journal), e chi non ci crede si accomodi a Mosca o a Caracas per apprezzare cosa sia la vera censura. Qui c’è in ballo – il Pd deve saperlo, e sembra davvero averlo capito – la pretesa di una fazione intellettuale e giornalistica di condizionare e orientale l’agenda dell’opposizione ai governi della destra, ricattando apertamente il Pd perfino sui suoi stessi giornali, come capita alla povera Unità...

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Giornali
26 aprile 2008
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Con chi sta l'Unità
Vedo dal Foglio, articolo di Alessandra Sardoni, che all'Unità ancor s'offendono per quello che ho scritto sulla buona idea che sarebbe chiudere i due giornali di area Pd per farne uno nuovo, giovane, sveglio, aggressivo. Peraltro la mia proposta era scritta in tono paradossale, ma certe volte all'Unità hanno il senso dell'umorismo di un paracarro (e per carità, ho detto e ripeto che li capisco, il momento è delicato...).
Poi scorro oggi il giornale di Padellaro e scopro che: 1) il V-day di Grillo non è neanche in una finestra in prima pagina, credo unico giornale italiano; 2) neanche una riga di commento è dedicata, chessò, a difendere il Capo dello stato dagli attacchi che quella specie di comico gli ha rivolto in piazza. Oppure a difendere Veltroni, o il Pd, o il senso vero del 25 aprile; 3) il pezzo di cronaca interno riporta rammaricato dell'attacco che anche l'Unità ha subito dal palco di Torino in quanto giornale assistito, e il massimo che fa è preoccuparsi di smentire di aver mai - per carità - pensato di criticare Grillo, ed è un peccato che lui si sia offeso; 4) chi ne esce bene è sempre e comunque Sua Santità Travaglio, che da quello stesso palco ha difeso "i giornalisti onesti", che però di solito sono quelli "che non lavorano".
Mica pretendo che l'Unità difenda la categoria, che non lo merita ma merita anche accusatori più dignitosi di Grillo. Solo che di questo passo, per sentirsi ammessi da Travaglio/Grillo nella schiera degli onesti, dovranno contemplare l'ipotesi di farsi chiudere davvero.
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Politica
26 aprile 2008
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Rutelli merita di vincere. Per Roma e per il Pd
Quando il compianto Paolo Ettorre, maestro della Saatchi e di tutti i pubblicitari italiani, presentò le proposte dell’agenzia per la seconda campagna di Rutelli per il Campidoglio – era l’autunno del 1997 – la cosa parve un po’ forte. A me, da poco chiamato a dare una mano, lo sembrò di sicuro. «Un sindaco, non una poltrona » era uno di quei messaggi ellittici che piacciono ai creativi ma fanno storcere la bocca ai politici, amanti dei concetti semplici e diretti. A Rutelli invece piacque subito, lo slogan funzionò (come tante altre cose allora…). E in effetti molto si può dire dell’ex e aspirante neo-sindaco di Roma, tranne che sia il tipo di politico da esposizione...

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Politica
26 aprile 2008
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Liberiamoci da Grillo
Firme inutili per una battaglia sull’informazione che sarebbe importante. Insulti da trivio per tutti, capo dello stato in testa. Confusione mentale, ricerca dello scandalo, denigrazione personale.
Niente di nuovo: è stato un altro Grillo-day. Che però causerà quel cortocircuito mediatico che ieri Europa paventava: il 25 aprile, la Festa della rinascita della democrazia, travolto dai vaffanculo.
Rischiamo di passare per conservatori, sciocchi moderati che non capiscono il terremoto.
Lo facciamo volentieri.
Del 25 aprile 2008 ci sono piaciute tanto le cerimonie, i palchi addobbati, gli inchini alla bandiera, i gonfaloni medagliati, i discorsi compassati, le autorità civili e militari, i fiori davanti alle lapidi, i vecchi col fazzoletto al collo. C’è piaciuto Giorgio Napolitano secco, sincero, aspro nel nominare la guerra civile, duro nel respingere le denigrazioni verso la nostra storia, reciso nel cancellare i miti della sinistra sulla Resistenza tradita. C’è piaciuta l’ufficialità.
L’abitudine degli omaggi alle radici antifasciste della democrazia, Rutelli in corteo coi martiri del nazismo. Ma anche le novità: una piana e normale dichiarazione di Berlusconi, Alemanno a Palidoro a ricordare Salvo D’Acquisto… Questo ci è piaciuto, e la tradizione ci è sembrata tanto più sana e incoraggiante dell’agitarsi inconsulto di una piazza senza domani.
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