.
Annunci online


Diario
7 dicembre 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
monti berlusconi pdl governo
Questo gesto lo pagheranno
Guardate che, messi come sono, nel Pdl sono capaci di tutto. Perfino di fare macchina indietro rispetto a una giornata convulsa come quella di ieri, quando è sembrato che il governo Monti avesse davanti a sé solo poche ore di vita.
La sesta candidatura di Berlusconi in diciannove anni è l’unica notizia della quale possiamo essere relativamente sicuri. Le primarie del Pdl escono di scena nello stesso modo farsesco con cui erano apparse, lasciando come vittima la dignità di Alfano. La forzatura operata dal Cavaliere ha prodotto ieri l’umiliante parata dell’entusiasmo a mezzo stampa di alcune decine di naufraghi in cerca di ricandidatura. Ma questo è folclore. I rumori di fuoriuscita di pezzi di Pdl indisponibili a una campagna antimontiana e antieuropeista anticipano un fenomeno di imprevedibile consistenza. Casini si prepara ad aprire le porte, Montezemolo alla fine non farà lo schizzinoso.
Non c’è dubbio che la parola e il prestigio di Monti si faranno valere nelle prossime settimane anche in chiave politica: ormai non potranno che suonare di condanna per l’inaffidabilità del Pdl.
Abbiamo al Quirinale un baluardo intatto che accompagnerà l’Italia alle elezioni – presumibilmente a marzo: gli adempimenti tecnici per la presentazione delle liste rendono febbraio troppo vicino – mettendo al riparo la legge di stabilità entro l’anno e poi attenuando gli scossoni di una crisi che andrà spiegata al mondo.
Oggi apprezziamo meglio l’esito del conflitto con la procura di Palermo, e capiamo perché un partito politico-mediatico voleva azzoppare Napolitano nell’ultimo scorcio di mandato: fra i danni che la mossa di Berlusconi arreca all’Italia c’è anche lo scatenamento del fronte estremista grillino, che prospera su spettacoli come quello allestito ieri dal Pdl e tratta il capo dello stato da nemico.
Il Pd non voleva e non vuole le elezioni anticipate, di Napolitano condividerà le scelte sui tempi e l’ansia di mettere il paese in sicurezza. C’è però anche da prendere atto che l’accelerazione non lascia più tempo né modo per neutralizzare l’effetto positivo delle primarie né per costruire proposte concorrenti. I tempi stretti mettono a rischio le primarie per i parlamentari, essenziali per il Pd in vigenza di Porcellum, e questo è un problema. Unico fattore positivo di uno scenario pessimo: si accorcia l’attesa per ridare al paese nuovi equilibri e sperabilmente una nuova stabilità di governo.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/12/2012 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
19 novembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
governo monti d'alema pd
Il Pd vincerà se ci crederà più degli altri
Massimo D’Alema due sere fa ha indicato ai deputati del Pd quale pericolo vede nella fase apertasi col governo Monti. Ritornando indietro alle proprie esperienze, teme che il partito venga chiamato a dare il sangue per un’operazione di risanamento, mentre l’area moderata (e in generale il centrodestra) si riorganizza e si presenta poi all’incasso.
Schema conosciuto. Fantasma antico (quell’essere i postcomunisti «figli di un dio minore», utili ma sempre considerati inabili alla guida diretta del paese) che si ripresenta. La conseguente raccomandazione dalemiana: non comportarsi da svogliata intendenza di Monti, bensì assumere la leadership di questa nuova stagione, presentandosi anzi come i suoi interpreti più autentici e avanzati.
Molto giusto. Lo scriviamo da giorni: non ci sarebbe nulla di peggio, per il Pd, che passare per quelli trascinati in catene dall’emergenza a sostenere un governo poco amato e misure non condivise. Chiaro che ogni passo di Monti andrà valutato in sé, misurandone il grado di equità e innovazione. Ma il messaggio all’Italia dev’essere che i democratici difenderanno il tentativo fino alla fine, come chiede un paese a rischio di default, stremato da polemiche e divisioni, ora tornato a fidarsi (pensate che miracolo) di una persona, di una istituzione, addirittura di un governo.
Si parla molto di spine da staccare, di chi lo farà per primo, cose così. Il professor Monti, che sta tirando fuori notevoli qualità comunicative, ha liquidato la questione ricordando ai partiti che alla spina, in questi giorni, hanno collegato un polmone artificiale. Metafora calzante, ahiloro e ahinoi.
La verità è che, almeno per un bel po’ di tempo, chi dovesse tirare troppo la spina fino a staccarla rimarrebbe senz’aria, e poi prenderebbe anche una bella scossa (elettorale). Quindi staranno tutti buoni. Magari inquieti, ma allineati.
Il problema del Pd sarà un altro: risultare credibile come il partito delle riforme liberali di Monti. Perché questo ruolo venga riconosciuto dagli italiani, dovranno crederci per primi i democratici. Questo da domani sarà il nostro tema.
permalink | inviato da stefano menichini il 19/11/2011 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
16 novembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
La strada giusta, con Amato/Letta o senza
Ieri i partiti hanno giocato al risiko del governo, come era in parte inevitabile, a dimostrazione che effettivamente non esiste un autentico spirito di coesione fra Pdl e Pd: troppo ansioso di sanare presto la ferita della sconfitta il primo, timoroso di farsi compromettere in un abbraccio mortale il secondo.
Il risiko in circostanze come le attuali può diventare un gioco pericoloso, e a tratti ieri si è diffusa la paura che potesse saltare tutto.
In realtà non c’è mai stato un rischio concreto, come ha dimostrato un serafico Mario Monti a fine giornata e come si confermerà stamane quando il presidente incaricato salirà al Quirinale per sciogliere la riserva e consegnare la lista dei ministri a colui che per Costituzione li nomina.
La confusione nasce soprattutto dalla persistente sottovalutazione della forza della quale gode Napolitano in questa fase, sulla scorta di un consenso popolare senza precedenti. Il potere di convincimento del capo dello stato si trasmette al suo presidente incaricato, sul cui successo punta oggi qualcosa come il 78 per cento degli italiani, di ogni fede politica.
Questa moral suasion “rafforzata” si è esercitata su Bersani per vincere le resistenze alla nomina di ministri politici, con esito fino a ieri sera incerto. Le obiezioni Pd non sono infondate (la necessità di dover ricorrere a due antichi mediatori come Letta e Amato potrebbe rendere meno “nuova” la novità Monti), però Napolitano mette davanti a tutto l’operatività governativa nei tornanti parlamentari e nelle relazioni internazionali.
Un governo di non totale discontinuità sarebbe più esposto agli attacchi delle torme di guastatori di destra e sinistra. Fino a un certo punto però. Bisogna aver fiducia in sé e negli italiani. Soprattutto il Pd deve aver fiducia. Tutti i sondaggi seri lo collocano ormai intorno al 30 per cento proprio come premio per la scelta compiuta dopo le dimissioni di Berlusconi, il cui partito invece perde senza sosta e perderà di più dopo la rottura con la Lega. Questa è la strada da seguire, rischiarata dal cono di luce del Quirinale. Frenare non serve e non conviene.
permalink | inviato da stefano menichini il 16/11/2011 alle 8:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 novembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
monti governo berlusconi bersani pd
Cambia tutto, fate saltare il blocco mentale
Siamo ancora molto legati alla stagione politica che si sta rapidamente chiudendo. Non pensavamo che sarebbe successo veramente e non siamo pronti, neanche quelli che ci lavoravano, neanche quelli che ci speravano.
Oggi Berlusconi lascia, si dimette. Per tanti, noi per primi, sarà un giorno di grande festa.
Una festa però di quelle che lasciano frastornati, incerti su come ci si risveglierà l’indomani.
Ci saranno molte difficoltà politiche da gestire dalla settimana prossima e per i mesi – prevedibilmente non così pochi – lungo i quali si dipanerà l’azione del governo Monti.
Ma soprattutto ci sono blocchi psicologici da superare, gomitoli di diffidenza e sfiducia che si sono aggrovigliati negli anni del bipolarismo avvelenato.
Capita così che ogni possibile pessimismo avvolga l’attesa per la lista dei ministri di Monti. I giornali fanno il proprio dovere, confezionano totonomine in quantità industriale: inevitabilmente però lo fanno attingendo ai serbatoi conosciuti della politica o al massimo del parastato, usando fonti che sono tutte dentro ai partiti. Ed ecco un fiorire di ex ministri di Berlusconi o di Prodi, di funzionari politicamente targati, di personalità in ascesa o in attesa nei rispettivi partiti.
Una volta di più, come negli ultimi mesi, si sottovaluta Giorgio Napolitano. E ora si sottovaluta anche Mario Monti. Non ci si rassegna ad accettare la circostanza – non solo positiva, ma tant’è – dell’enorme potere contrattuale del quale i due anziani leader dispongono.
Quasi l’85 per cento di italiani favorevoli al governo dell’ex rettore della Bocconi, oltre il 90 di consenso e fiducia verso il capo dello stato. Sono numeri da paura, mentre i partiti giacciono invariabilmente, nel loro complesso, in fondo alla classifica di credibilità. 
Non è bello, anche noi vorremmo una politica autonoma e forte. Ma è così. Del resto Napolitano, e adesso anche Monti, sono politica. La parte più apprezzata, in questo momento. Si rassegnino le verginelle foglianti che oggi piangeranno a Milano: se volevano tutelare il primato della politica dovevano combatterne lo sputtanamento che ne ha fatto il loro capoazienda per diciassette anni, invece di riderci su come se fosse il liberatorio atto situazionista contro una società di parrucconi.
Il peso del consenso presidenziale verrà gettato sul piatto della composizione del governo, come ha già fatto Napolitano nella gestione della fase più rischiosa della crisi. Avremo delle sorprese, davvero non sappiamo quali ma le avremo. Il capo dello stato conosce gli italiani, sa come la pensano e sa che Monti, per il lavoro duro che lo aspetta, dovrà continuare a essere circondato da un clima positivo nel paese prima ancora che nel parlamento.
Che le cose stiano così l’hanno capito anche i partiti, sia quelli che si oppongono che quelli aderiscono al tentativo.
Quando ci si dice disponibili ad appoggiare un governo senza big della politica lo si fa per calcolo (perché farsi coinvolgere in un esecutivo da austerità?) ma anche per anticipare e coprire una scelta che sarà obbligata. E che non riguarderà solo i nomi dei ministri: il programma del futuro governo sarà poco trattabile, sembrano un po’ patetici quelli che oggi da una parte e dall’altra alzano il dito. Patrimoniale sì o no, pensioni sì o no... sbaglierò ma l’unica materia sulla quale davvero i partiti avranno margini di manovra sarà la nuova legge elettorale.
Chiaro che la finestra favorevole non rimarrà aperta a lungo, per Monti. Per questo il grosso del lavoro verrà svolto già nei primi mesi.
Il sistema dei partiti non può che uscire terremotato da questo passaggio.
Le convulsioni alle quali assistiamo nel Pdl, al di là degli improbabili tentativi in corso di evitare in extremis le forche caudine del governo Monti, sono tipiche di uno sfaldamento profondo. L’uscita di Berlusconi dalla scena politica è il vero tema nella testa di tutti. Alcuni fra loro possono gestire il trauma (magari lo auspicavano) e altri no. Nell’immediato l’urgenza è non lasciar andare via la Lega, pronta a cavalcare nelle praterie incustodite dell’elettorato ex berlusconiano. Ma la faglia sarà più larga, e i mesi del governo Monti saranno proprio quelli della ristrutturazione radicale del centrodestra, alla quale chiaramente Casini si candida da protagonista sapendo che Silvio Berlusconi sarà un macigno difficile da rimuovere.
Nel Pd vediamo uno strano atteggiamento, come se questo passaggio (addirittura, la fine del Cavaliere in politica!) vada ridimensionato nella sua portata strategica, poco più che una parentesi neanche tanto piacevole lungo un percorso che si pensava diverso.
Sì, capiamo le ragioni di questo atteggiamento. Un esito come l’attuale non faceva parte dell’orizzonte strategico del Pd. Anche prima di Bersani, sia Franceschini che Veltroni mettevano nel conto una lunga marcia nel berlusconismo, fino al 2013. Così ora, più che la voglia di fare e di partecipare sembra prevalere la preoccupazione per il prezzo da pagare a sinistra per eventuali politiche di risanamento impopolari. Ci si tiene alla larga. Fino al punto di presentarsi negli insidiosi talk-show serali (vero covo della nuova opposizione) con il volto dello scetticismo, quasi della sopportazione.
È un atteggiamento da rovesciare all’opposto.
Gli italiani – anche quelli di sinistra, anzi soprattutto quelli di sinistra – sapranno riconoscere e premieranno i partiti che da questo bagno d’umiltà sapranno farsi attraversare, cambiare, dimostrando di saper sostenere e non sopportare le misure necessarie alla salvezza del paese.
Dunque la scelta di appoggiare il governo Monti dovrebbe oggi essere rivendicata, esaltata perfino con un filo di orgoglio patriottico. Occorrerà poi mettersi in sintonia politica e programmatica con essa, facendo tesoro dell’esperienza di queste ore quanto all’affidabilità degli alleati (avete visto quanto rapidamente Di Pietro è rientrato in partita? Ci si può fidare? Avete notato quanto sia rimasto prudente e defilato Nichi Vendola?) e quanto al baricentro di proposte per la famosa ricostruzione.
Conosciamo questo partito, sappiamo che il tempo che nel centrodestra verrà speso per ristrutturarsi sul modello del Ppe potrebbe essere impiegato nel centrosinistra in una titanica lotta per cambiare il segretario del Pd o il candidato premier. Meglio non nascondersi certe realtà. Del resto Bersani, per usare una sua frase tipica, non le ha sempre fatte giuste e almeno tre scelte importanti recenti le ha più subìte che guidate (referendum elettorale, adesione all’agenda europea, rinuncia alle elezioni anticipate). Possiamo dirlo noi, perché con lealtà (che il segretario ha riconosciuto) queste obiezioni le abbiamo mosse in tempo reale.
Ma se nel Pd c’è un problema, Bersani ne è solo la punta esposta per il fatto di essere il segretario.
Il deficit di rinnovamento è generale. La subalternità alle mosse di avversari e alleati, e alle critiche dei media, è male diffuso. La scarsa fiducia in se stessi, poi, è addirittura epidemica. Il Pd rimane il partito di un grande popolo di militanti, con una testa troppo piccola quanto a potere di leadership. E parliamo di gruppo dirigente, ripeto, non certo del solo segretario.
Quanto alla linea politica ed economica, certo toccherà battersi per portare nell’attività di governo le grandi ragioni dell’equità e della giustizia sociale (che noi sappiamo però essere stella polare anche dell’ex uomo di Goldman Sachs, sissignori), ma non si potrà mai più arretrare dalla cultura del mercato aperto che sarà il marchio di garanzia di Mario Monti. Già il Pd pecca di tendenza al conservatorismo adesso, che ha dovuto confrontarsi solo con il liberismo a chiacchiere di Berlusconi: sarebbe un delitto ripresentarsi con le stesse stimmate all’indomani di un’eventuale buona prova – così tutti ce l’aspettiamo, con la doverosa prudenza – di un governo che abbia davvero cominciato a intaccare protezionismi, corporativismi, assistenzialismi.
Insomma, c’è un sacco di lavoro da fare, una marea di insidie.
Può anche andare malissimo, le condizioni del paese del resto non autorizzano ottimismi. Ma vivaddio lo sblocco del sistema era atteso come un momento di liberazione, e allora sarà il caso di liberarsi davvero. Dai blocchi politici, e soprattutto dai blocchi psicologici. 
permalink | inviato da stefano menichini il 12/11/2011 alle 9:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 novembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Vogliono solo arrivare a Natale
L’unico che l’aveva detta vera era stato Alfano, dietro la porta chiusa di un vertice del Pdl nel pomeriggio: dobbiamo a ogni costo arrivare a Natale. Arginare le defezioni nella maggioranza. Approdare a gennaio, quando la caduta del governo non potrà più essere rimediata dalla nascita di un altro esecutivo, ma solo seguita dalla corsa a elezioni a marzo.
C’era solo questo calcolo, politica spiccia di mediocre livello, dietro al tentativo che ieri sera – mentre chiudevamo questa edizione – stava invece portando il governo sugli scogli di una abdicazione definitiva.
Berlusconi voleva provare a salvarsi dal diktat europeo con un decreto che si limitava alla faticosa riscrittura della letterina redatta la settimana scorsa da Brunetta. Ma sul punto di varare il decreto, la giustificata diffidenza di Napolitano e la resistenza di Tremonti sembravano ieri sera avere avuto la meglio.
Se è saltato il decreto, è saltata la manovra salva-governo. Ed è saltato il governo medesimo, verrebbe da concludere obbligatoriamente.
Alla vigilia della scadenza, il G20 di Cannes, alla quale ci si sarebbe dovuti presentare finalmente con le carte in regola. E in chiusura di una giornata convulsa, attraversata da indiscrezioni sulla tentazione di Berlusconi di arrendersi, e da notizie contrastanti su una consistente fuga di parlamentari dal cuore del Pdl.
Cruciale è stato, ed è, il ruolo del capo dello stato.
Napolitano ha dovuto registrare l’incapacità del centrodestra di darsi e di dare alternative a un trascinamento incompatibile con le assolute urgenze del paese. Ha visto infrangersi contro l’intangibilità di Berlusconi la ribadita disponibilità delle opposizioni. Ma ha tenuto fermo il punto: non ci salva con gli artifici, non ci si salva senza che tutte le forze politiche e sociali siano chiamate ad assumersi le proprie responsabilità.
Questo, a quanto è dato di sapere, l’argomento usato contro il ricorso al decreto, che avrebbe tagliato via qualsiasi ipotesi di collaborazione.
Ma al Quirinale ieri sera non potevano non sapere che non è più una questione procedurale: fermare Berlusconi sulla scaletta dell’aereo per Cannes vuol dire fermarlo per sempre. 
permalink | inviato da stefano menichini il 3/11/2011 alle 8:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
6 settembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Il momento più buio
Angela Merkel, angosciata per la propria situazione interna, stacca la spina del sostegno a Grecia e Italia. La credibilità del nostro debito, misurata dallo spread coi titoli pubblici tedeschi, precipita. Le agenzie di rating si preparano a colpire. Lo stesso Mario Draghi non può fare altro che lanciare l’estremo allarme all’Italia: la Bce potrebbe anche rinunciare al salvataggio. E chi guida ora la banca europea, Trichet, lo dice chiaro: ormai ci sono paesi, il nostro fra questi, ai quali l’Europa dovrebbe togliere la sovranità sulle scelte di grande politica economica.
Non siamo mai stati peggio di oggi, e pazienza se il grido al lupo al lupo l’abbiamo già lanciato altre volte. Ora il lupo c’è davvero e ci guarda negli occhi.
I mercati ballano dappertutto, ma Roma e Atene hanno un punto in comune per chi li osserva: la totale assenza di un governo politico della crisi. Ci è stato dato il tempo per provare a raddrizzare la barca, ed è stato sprecato nella più stupefacente giostra di proposte, decisioni, smentite e correzioni che si sia mai vista in un paese pure abbastanza confusionario.
Ieri, per dirne una, è sparita dalla manovra la misura sulla liberalizzazione del commercio, che era considerata una delle poche condivibili e promettenti dell’intera operazione. Cancellata.
Napolitano ha detto che finché c’è fiducia parlamentare non ci sono alternative politiche. Un’ovvietà, con però un suono sinistro: Berlusconi porterà il paese nel baratro pur di non mollare, nella disperata consapevolezza che nessun sondaggio concede a Pdl e Lega possibilità di recupero. È proprio Berlusconi l’asset italiano più negativo nella valutazione internazionale. Ma lui sta lì, inamovibile più per paura che per convinzione.
C’è da aver paura. Oggi la Cgil dà alla crisi una sua risposta. In extremis quasi tutto il Pd si è messo nella scia. Certo, è sempre positivo quando i cittadini prendono parola e posizione. Ma questa è chiaramente la reazione di un giorno, che domani lascia ogni problema irrisolto e anzi aggravato dalla rottura del patto che teneva miracolosamente insieme le confederazioni fra loro e con le parti sociali.
Non esiste una via d’uscita “di parte” da questa situazione, esiste solo un ciclopico sforzo collettivo guidato da chi abbia credibilità intatta e spalle solide. È proprio perché sappiamo questo, che oggi la vediamo davvero buia.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/9/2011 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 giugno 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Le dimissioni di Brancher? Forse rischiano anche di peggio
Avevamo netta questa impressione, giovedì, mentre l’Italia giaceva attonita per l’eliminazione dal Mondiale, e anzi l’avevamo scritto su Europa fin dal giorno prima: col caso Brancher, Berlusconi aveva superato una soglia, e compromettendo Napolitano si era esposto a gravi conseguenze.
Ieri mattina poi colpivano sui giornali due commenti di colleghi dichiaratamente non-antiberlusconiani, di quelli che si battono contro la riduzione del fenomeno Berlusconi alla sola dimensione della sua guerra con le procure. Stavolta sia Pierluigi Battista che Antonio Polito dichiaravano scoramento di fronte all’enormità del finto ministro elevato al rango appena in tempo per sottrarsi al processo.
Insomma, il clima era tale che la nota del Quirinale di ieri non può stupire. Eppure dovrebbe, perché ormai irritualità si somma a irritualità: mai s’è visto un capo dello stato costretto a chiosare sull’operatività di un ministro.
Vogliamo dirla tutta? O Napolitano è stato raggirato dall’inizio, da Berlusconi, da Letta, da Bossi o da tutti e tre, ma non l’ha fatto sapere nei giorni scorsi. Oppure è intervenuto in extremis (il processo Antonveneta si riapre stamattina) per evitare di farsi coinvolgere in uno scandalo di cui non si erano calcolate le proporzioni.
Comunque, il colpo al governo è micidiale. Paragonabile al caso Scajola, e ad esso si somma facendo apparire palazzo Chigi come un rifugio di sbandati. Come possono dal Pdl protestare per la mossa non protocollare compiuta dal Quirinale? Sono i blitz disperati alla Brancher che scuotono la credibilità delle istituzioni. Di tutte le istituzioni. La presidenza della repubblica cerca di tutelarsi.
C’è poi un capitolo politico chiamato Lega: in realtà è il più esplosivo. Impossibile per Bossi e soprattutto Calderoli prendere le distanze da un amico, alleato, para-leghista dichiarato come Brancher. Lo scandalo ce l’hanno in casa, ne sono a dir poco corresponsabili. Se non sarà la base leghista – notoriamente supina, al di là degli sfoghi sul web – a rinfacciarglielo, ci penserà Fini, molto molto presto.
Le dimissioni di Brancher, richieste con prontezza dal Pd, potrebbero anche non essere l’esito più clamoroso della vicenda.

permalink | inviato da stefano menichini il 25/6/2010 alle 23:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
22 agosto 2009
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Incapaci di dire le cose ovvie
Possibile che debba essere tanto difficile? Possibile che non siano capaci di dire subito la cosa più ovvia? Qualcosa del tipo: nel Canale di Sicilia è successa una tragedia, lavoriamo per appurare i fatti e le responsabilità, come italiani chiediamo scusa agli eritrei esuli da un regime durissimo che sono affogati cercando di venire a vivere qui. E Gheddafi sappia che se capiremo che ha ricominciato a giocare con le vite dei suoi amati fratelli africani, tutti gli accordi possono anche essere rivisti, altro che omaggiarlo domenica prossima a Tripoli con tanto di Berlusconi e Frecce tricolori.
È incredibile invece la linea di difesa del governo sull’ultimo disastro del mare. Sostanzialmente, il messaggio del Viminale è che non credono alla versione dei superstiti. Come se un disperato, appena tirato in secco in fin di vita possa aver voglia di ordire un complotto contro Maroni.
Non deve né stupirsi né stracciarsi le vesti, il centrodestra, se un simile atteggiamento scatena la rabbia delle opposizioni, la condanna degli organismi internazionali e, cosa che fa più male, la aperta e reiterata riprovazione della Chiesa, anzi delle chiese.
Le strumentalizzazioni sono odiose, non lo deve certo insegnare una destra che per anni ha giocato disinvoltamente con ogni disgrazia – dagli stupri alle rapine in villa, dagli incidenti stradali agli omicidi in famiglia – per eccitare gli animi contro gli immigrati e raccoglierne il dividendo politico. Ma oggi è inutile prendersela con i senatori del Pd, se avanzano una semplice interrogazione parlamentare: risponda piuttosto il governo alla Cei, all’Osservatore romano, ad Avvenire, al vescovo di Agrigento, a tutti coloro che si chiedono se la campagna contro l’accoglienza non abbia trovato infine applicazione nel Canale di Sicilia. Se si fa del “respingimento” un’ideologia di governo, sorprende poi il disinteresse di qualche turista in barca a vela?
La linea della fermezza si spezza in questi giorni fra la tragedia del mare e le 750 mila domande di regolarizzazione dei clandestini.
Quando lo capiranno, che non si affronta la realtà con le chiacchiere e la faccia feroce, o facendosi fregare ogni volta da un dittatore senza scrupoli?

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 22/8/2009 alle 8:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
23 maggio 2009
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Presto B. dirà: legislatura finita
Esiterà. Non per altro, solo per il ricordo di quel caro nemico, Jacques Chirac, e dell’incredibile accidente delle elezioni anticipate volute, perdute e regalate nel ’97 a Lionel Jospin. A parte l’infausto precedente, tutto pare consigliare a Berlusconi di chiudere anticipatamente una stagione apparentemente gonfia di gloria, onori e consenso, in realtà carica di tutte le amarezze e i presagi negativi che il Cavaliere ha già conosciuto nella propria carriera politica.
Dopo il discorso di Confindustria i più ostili a Berlusconi si sono concentrati sulle sue minacce al parlamento. I più attenti alle riforme economiche mancate hanno notato la fuga dalle domande poste da Emma Marcegaglia (riproposte ieri da Corriere e Sole 24 Ore: ormai interrogare Berlusconi è una moda, anche se vana). E i più intimi lettori dell’animo presidenziale sono tornati a rivelarne sofferenze, fatica, insoddisfazione.
Proviamo a incrociare questi dati con pochi altri. Il fastidio per l’avarizia di Tremonti, il quale però ha dalla sua la durezza delle cifre. L’isolamento internazionale, bizzarramente tradotto da Libero in complotto obamiano contro palazzo Grazioli. Il richiudersi intorno al premier della stessa gabbia istituzionale di sempre, dannazione eterna con qualsiasi inquilino di Quirinale e Montecitorio. Aggiungiamo la voglia di autonomia della Lega (dentro però un quadro politico per lei comodo e garantito), ed ecco che non ci appare affatto incredibile che il Berlusconi stremato da divorzi e sentenze possa decidere di imboccare contromano la via d’uscita dalla sua legislatura.
Non diciamo che lo farà domani, né dopodomani. Ma lo farà. Dopo aver fatto costruire le prime case in Abruzzo, ma prima che il Pd rialzi la testa. Ci sarebbe una logica in questo atto, certamente pericoloso per chi lo intraprende. Ci sarebbero gli argomenti, a cominciare appunto dall’inefficienza del sistema politico e dall’impotenza dell’esecutivo. Ci sarebbe il possibile vantaggio di un plebiscito dal quale far nascere un parlamento davvero berlusconizzato, rampa di lancio per il Quirinale. Tutti ottimi motivi, sommati all’umore personale. Proprio per questo tanti cercheranno di impedirglielo, perfino nel suo partitone nuovo nuovo.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 23/5/2009 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
12 maggio 2009
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
L'Aquila attende, a Roma c'è la rissa
Povero Abruzzo. Con tutto il fastidio che provavamo, erano meglio i giorni delle passerelle di Berlusconi, che i giorni dell’attuale guerra fra bande sulle macerie.
Chi lavora nelle tendopoli con le insegne dello stato non può che ripetere sempre la stessa versione: avrete il cento per cento del sostegno, faremo presto, tutti quelli che devono ricostruire troveranno lo stato al proprio fianco. Ma come Europa racconta da giorni, a Roma la storia è molto diversa. Tra le stanze del governo e quelle del parlamento si rimpallano articoli e codicilli, e ogni tensione fino a ieri si scioglieva con un rinvio. Da una parte, chi tiene i cordoni della borsa: Tremonti e i tecnici del ministero dell’economia. Dall’altra un partito di abruzzesi che contano, con Guido Bertolaso plenipotenziario sul campo e Gianni Letta alla testa. A stare alle agenzie, perfino Bruno Vespa s’è arruolato: anche lui è uno che ha messo la faccia, sull’impegno a fare e a vigilare con rigore.
In mezzo, curiosa condivisione di ruoli, ci sono Berlusconi e il Pd. Il primo perché deve dirimere i conflitti intestini. Se qualcosa andasse male nella ricostruzione, sarebbe uno smacco grande cento volte l’inceneritore di Acerra: chiaro che il premier sia impaziente con Tremonti. Sono mesi che il filo fra i due è sul punto di spezzarsi, ma come cambiare superministro in piena crisi globale? E poi, non è colpa proprio di Berlusconi se il governo si trova a dover rispondere di solenni promesse che ora nessuno sa come mantenere? Ieri sera – la situazione doveva essere seria se per dare la notizia s’è scomodato il sottosegretario Bonaiuti – sarebbe stato raggiunto un primo accordo. Su che cosa non è chiaro, nessuno ha ancora visto i famosi emendamenti attesi da una settimana. E comunque è evidente che le pressioni sul governo sono servite, perfino le nostre.
Anche il Pd si trova in mezzo: chiede anch’esso molto per gli abruzzesi, deve decidere se fidarsi del governo. Quest’ultimo s’è fatto avanti, abbassando la cresta ma, come racconta Europa, oscillando fra proposte difficili da accettare (lo scudo fiscale) e la minaccia di troncare tutto con una bella fiducia. Diffidare, con simili interlocutori molto meglio diffidare.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 12/5/2009 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
11 maggio 2009
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Berlusconi contro Tremonti, e non è gossip
Noi abbiamo mantenuto l’impegno, e non ci schiodiamo. Non è stata soddisfatta neanche una delle curiosità che ci sono sorte leggendo di Elio Letizia e delle frequentazioni fra lui, la sua giovane figlia e il presidente del consiglio, ma non è su questo che Europa martella da una settimana. Noi siamo ancora al mattino di Venerdì santo, siamo davanti alle bare di Coppito e alle solenni promesse fatte – proprio lì – da Berlusconi. E siccome abbiamo capito che quelle promesse stanno svaporando una dopo l’altra, restiamo tenacemente attaccati alla questione. Almeno su questo non ci verranno a dire che siamo guardoni e che ci rifugiamo nel gossip.
Non è gossip ma notizia vera, che Berlusconi abbia aggiunto l’Abruzzo al suo già sterminato cahier de doleances verso il superiministro dell’economia. Giulio Tremonti tiene stretti i cordoni della borsa, non molla a Guido Bertolaso né soldi né competenze, ancor meno è disposto a concederne agli amministratori locali.
Il risultato è duplice: tempi più incerti per il famoso tetto promesso ai terremotati «prima che venga il freddo» (e comunque il tetto se lo dovranno pagare in gran parte da soli); in Abruzzo, una situazione politica non più agevole per il governo, fino al punto che venerdì scorso il premier ha ritenuto prudente rimanersene a palazzo Chigi. È finito il tempo di baci, abbracci e più dentiere per tutti.
Non c’è alcuna soddisfazione nello scrivere queste righe, nel fare titoli come quelli di Europa dell’ultima settimana. Sostegno e solidarietà al governo, alla Protezione civile e a tutti coloro che operavano nell’emergenza sono venuti fin dall’inizio. È stato sgradevole quando Berlusconi ha rotto il clima, accusando «la sinistra» dei danni del sisma, ma c’erano ancora cose più importanti di cui occuparsi.
Ora c’è una discussione parlamentare, cose molto concrete da ottenere nell’interesse dei comuni terremotati. Il governo va tenuto sulla graticola. La notizia del furioso scontro fra Berlusconi e Tremonti conferma che di questioni aperte ce ne sono, eccome. Prima di gloriarsi dell’Aquila come di Napoli, il Cavaliere dovrà lavorare ancora un bel po’.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 11/5/2009 alle 8:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 maggio 2009
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Pd, alza la voce sull'Abruzzo
Se l’interesse delle popolazioni abruzzesi è davvero la priorità assoluta della politica nazionale, è arrivato il momento che l’opposizione alzi la voce sul venir meno delle promesse che Berlusconi aveva fatto, addirittura
davanti alle bare del Venerdì santo di Coppito. Unità nazionale, solidarietà, tregua delle polemiche: tutto andava bene nei primi giorni e finché l’emergenza non lasciava fiato. Ora basta. Ora il governo sta facendo le sue scelte – e smentisce gli impegni – e l’opposizione, Partito democratico in testa, deve fare le sue.
È uno slittamento progressivo ma implacabile. Che non può passare sotto silenzio, pena la corresponsabilità nei ritardi e negli errori futuri. Mentre la vita nelle tendopoli si fa dura, la certezza di consegnare le case «prima che faccia freddo» nelle parole del presidente del consiglio si tramuta in probabilità, poi in semplice speranza. Gli stanziamenti totali per la ricostruzione si rivelano inferiori di uno, due miliardi di euro agli annunci delle conferenze stampa. Le fonti di finanziamento ipotetiche, virtuali, come nella migliore tradizione della creatività tremontiana.
Ieri proprio Tremonti ha chiuso ogni spiraglio alla possibilità che gli abruzzesi vengano trattati come gli altri terremotati prima di loro: mai avranno il 100 per cento di ciò che gli serve per ricostruire, il tetto rimangono i 150 mila euro e le modalità quelle capestro già note: niente soldi cash, tocca anticipare, poi aspettare il credito d’imposta, il tutto diluito da qui al 2032.
Il Pd lavora seriamente, prepara emendamenti, come al solito si preoccupa che abbiano tutte le coperture del caso. Aveva concordato con la maggioranza di aspettare che il governo correggesse alcune parti del decreto. Dovevano farlo ieri, non l’hanno fatto.
Allora basta. La serietà del lavoro parlamentare va bene e le coperture sono importanti. Ma è arrivato il momento della denuncia politica più vibrante. Un giorno gli abruzzesi potrebbero chiedere: perché non avete dato battaglia per tempo?

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 7/5/2009 alle 23:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
17 aprile 2009
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Berlusconi, prenderlo sul serio
Noi siamo per la linea che Berlusconi vada preso molto sul serio. Soprattutto sul terremoto, che è la cosa più seria di tutte. C’è chi ha storto il naso per le passeggiate nelle tendopoli, chi per le battute fuori posto, chi soffre per l’efficacia comunicativa del suo attivismo. Come s’è visto, c’è stato perfino chi ha cercato nella reazione della macchina dei soccorsi argomenti di polemica politica, stavolta del tutto infondata.
Noi niente di tutto questo. Di motivi per la polemica ce ne sono a iosa se si guarda all’altroieri, alla cultura del condono e della deregulation edilizia che ha contrassegnato le scelte della destra fino all’immediata vigilia del terremoto. Ma questo riguarda il passato, sperando che sia davvero passato. Il presente è puro lavoro d’emergenza, ed è stato svolto al meglio nelle condizioni date.
L’incognita è il futuro, il futuro prossimo, sul quale Berlusconi ha assunto impegni che vanno presi appunto molto sul serio.
Ha detto: un tetto per tutti gli sfollati prima che venga il freddo. In Abruzzo, vuole dire prima dell’ottobre. Cinque mesi. Non per costruire baraccopoli, come giustamente ha aggiunto il presidente del consiglio, ma case vere, anche se provvisorie.
Berlusconi ha messo la propria faccia su questo impegno: se la gioca tutta. Ha rimarcato di averlo fatto davanti alla bare e alle famiglie in lutto. Non è uno scherzo, una gag da summit internazionale, una battuta da smentire domani.
Noi pensiamo che tutto debba essere fatto, e da tutti, perché l’impegno di Berlusconi vada a buon fine. Pazienza se cercherà di ricavarne un utile politico: l’importante è che ci provi a risultati ottenuti, non sulle chiacchiere.
L’inizio non è incoraggiante, dietro alle passerelle di governo si intravede poco di sostanzioso quanto a progetti, risorse effettive, idee chiare sul che fare. Si sbanda dal Telethon pro-terremotati al 33 per cento di incentivo a chi fa da sé: ma questo sarebbe  uno stato che abdica al proprio ruolo e s’affida alla buona volontà dei privati.
Che è tanta. Berlusconi però non si illuda di potersi fare bello con la generosità degli italiani: le scelte vere deve farle lui. E presto ne dovrà rispondere lui.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 17/4/2009 alle 23:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
11 aprile 2009
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Come cambia la politica
Non è blasfemo chiedersi proprio oggi quale Italia esca dal terremoto. Proprio oggi, proprio nel giorno in cui l’Abruzzo seppellisce 205 tra uomini, donne, ragazzi giovani, i bambini... Perché è già successo altre volte che da una tragedia scaturisse un cambiamento. E perché non si può negare che la cerimonia di Coppito abbia trasmesso anche un segnale civile, politico, oltre che umano.
Il messaggio è stato di tenuta, coesione, solidarietà. Come ha detto Napolitano, dietro la tragedia ci sono responsabilità diffuse, non solo fatalità. Sarebbe stato legittimo aspettarsi – è successo in passato – che la sofferenza facesse da esca alla rabbia. Materiale su cui indirizzarla ce n’era: la screditata politica quasi al completo, lì a portata di voce. Politica mai incolpevole.
Invece non è accaduto. E non solo perché gli abruzzesi sono gente forte, che non si lascia andare. Gente che ieri aveva dentro soprattutto un gran dolore da coltivare con compostezza.
Non è accaduto perché da lunedì in Abruzzo lo stato ha mostrato la propria immagine migliore. Quella delle tute multicolori di pompieri, agenti, volontari, misericordie, la cui dedizione ed efficienza hanno sovrastato il pensiero dello stato maldestro, distratto, complice che consente di costruire sulla sabbia. Ma anche l’immagine di una politica presente, attiva, almeno all’apparenza dedita per una volta più agli altri che a se stessa (tranne che nel caso di ministre e ministri ieri infatti tenuti a casa).
Berlusconi, onnipresente, è stato il catalizzatore di questa immagine diversa. Calcolo, finzione, si dirà. Calcolo certo, come sempre in politica. Ma se, fosse pure per calcolo, Berlusconi stesse infine approdando a una dimensione non divisiva, conflittuale, aggressiva, di questo gli italiani si accorgerebbero. Il suo controverso legame con «la gente» si rafforzerebbe. Così cambierebbe la politica. Non sappiamo se in meglio o in peggio, di nuovo un terremoto avrebbe corretto il corso della storia d’Italia.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 11/4/2009 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
10 aprile 2009
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Le responsabilità? Lo stato, i costruttori...
La denuncia del capo dello stato è forte. Ad alcuni ha ricordato quella di Sandro Pertini di fronte al fallimento dello stato in Irpinia, ma le due situazioni sono molto diverse. Pertini nell’80 si indignava per l’abbandono delle popolazioni terremotate. Oggi Napolitano può osservare con sollievo che i soccorsi funzionano, con tutti i limiti della situazione, e preoccuparsi invece di denunciare le «responsabilità diffuse» che hanno portato a disattendere le norme di prevenzione antisismica.
Il capo dello stato dice ad alta voce ciò che tutti pensano. Qualcosa su cui fino ad adesso il governo ha sorvolato. Si può anche capire: Bertolaso, l’uomo che dell’argomento sa di più, ha ora altre priorità. Berlusconi anche. I ministri sono occupati a sbranarsi o a fare passerella nelle tendopoli.
Il tema invece è cruciale. Investe anche il futuro dell’Aquila, dell’Abruzzo da ricostruire. Investe il settore al quale il governo pensava, già prima del terremoto, di affidare le speranze di uscita dalla crisi.
Siamo obbligati a porci la domanda, e lo facciamo oggi su Europa con approfondimenti specifici: pubblica amministrazione e costruttori, le due leve della possibile rinascita, hanno le carte in regola per avviare grandi piani di edificazione e ri-edificazione?
Il governo è quello dei due condoni edilizi e del tentativo – rimediato in extremis, come dimostriamo all’interno – di allentare i vincoli antisismici all’interno del famoso piano-casa. I costruttori sono la lobby che con perversa efficacia s’è battuta negli anni scorsi perché non fossero applicate le norme collegate alla pianta nazionale del rischio tellurico. Fino all’altroieri – anche di questo si occupa Europa – chiedevano di risparmiare sulla qualità del calcestruzzo: se lo chiedevano ufficialmente (ci sono nomi e cognomi), chissà quanti di loro lo facevano silenziosamente, dando per di più vita alla più sleale concorrenza interna.
Oggi l’Aquila, Onna, Paganico seppelliscono tanti dei loro morti. Se almeno questi lutti servissero a rendere irreversibile il ripensamento di chi solo in questi giorni di dolore scopre la virtù delle leggi, dei controlli, dei divieti, della correttezza professionale.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 10/4/2009 alle 8:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


sfoglia novembre