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Politica
23 aprile 2011
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Così la destre perde anche se vince
Vittorio Feltri è disperato. E se è disperato Vittorio Feltri, vuol dire che le cose si mettono veramente male. Certo è buffo, il direttore di Libero: dopo aver appiccato per più di un anno il fuoco nell’accampamento del centrodestra, oggi si stupisce del vandalismo generalizzato. Eppure lo dovrebbe sapere: a forza di denunciare ed espellere le quinte colonne, l’epurazione diventa ossessiva e compulsiva.
Ecco allora Feltri, e come lui altri incendiari come Gasparri, angosciarsi per il suicidio di massa del Pdl milanese in piena campagna elettorale; e far finta di non capire da dove parta il siluro lanciato dal superberlusconiano Galan contro il ministro Tremonti, per il tramite del Giornale (Feltri lo sa, e l’ha anche raccontato in altre occasioni: è escluso che Sallusti prenda un’iniziativa come quella dell’intervista a Galan senza avvertirne l’editore).
In realtà, lo stato convulsivo non è più la patologia bensì la condizione fisiologica del Pdl. Nessuno qui dà Berlusconi né per sconfitto né per finito, e il centrosinistra ha archiviato spallate e ribaltoni. Ma la situazione era simile anche un anno fa, quando inatteso scoppiò il bubbone Fini. Evidentemente il centrodestra, bravo a compattarsi negli scontri frontali, si squaglia quando viene lasciato solo a fare i conti con i suoi incubi.
La follia milanese è figlia della fiducia accordata a gente che tra l’altro non c’entra con la storia di Forza Italia, tipo Santanchè, e potrebbe anche concorrere a una sconfitta: è chiaro ormai, Moratti mostra di saperlo, che solo la Lega può farla vincere, con le ovvie conseguenze in termini di ulteriore scivolamento del potere, lontano dai la Russa e dai Formigoni.
Ma ciò che è successo a Roma, nel triangolo Galan-Tremonti-Berlusconi, è gravido di conseguenze perfino peggiori. Aver messo il superministro dell’economia spalle al muro vuol dire che le amministrative saranno devastanti in caso di sconfitta, ma inutili in caso di vittoria, perché in qualsiasi day after lo scontro sarà violento. Come del resto accadde nel 2010, quando la vittoria nelle Regionali non impedì la deflagrazione del caso Fini.
permalink | inviato da stefano menichini il 23/4/2011 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
22 aprile 2011
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La prevalenza del kamikaze
«Che fai, mi cacci?», chiese Fini a Berlusconi esattamente un anno fa, durante la famosa direzione del Pdl. Si sa come è andata a finire, con una scissione che non ha portato benissimo a Fini, ma ha annunciato il fallimento del progetto berlusconiano.
«Che fai, mi fai cacciare da Sallusti?», avrà chiesto ieri Giulio Tremonti al medesimo Berlusconi, dopo che mesi di punzecchiature s’erano trasformati in un titolone d’apertura sul Giornale, con la richiesta esplicita di far fuori il superministro dell’economia, reo di giocare in proprio e di negare al Pdl i fondi necessari, non a governare bene bensì a vincere le elezioni.
Berlusconi ha risposto a Tremonti diversamente da come fece con Fini: no, non ti caccerò. Anzi, condivido la tua linea di politica economica. La realtà è un’altra: come scrivevamo anche ieri, è proprio il giornale di Sallusti-Santanchè che esprime il pensiero autentico del premier. Del resto, la cacciata di Tremonti non era una trovata giornalistica, bensì la richiesta di uno dei ministri pesanti (per pedigree berlusconiano), Galan, che trovava modo di prendersela anche con Cicchitto e La Russa, accomunati dall’infamante definizione di politici di professione.
È chiaro che, benedetta o no da Berlusconi, questa è la corrente vincente nel Pdl. Una corrente capace anche di imporsi a Letizia Moratti, con conseguenze per lei devastanti, indicando nell’incompatibile Lassini l’eroe da votare nelle comunali milanesi: l’appoggio del foglio berlusconiano va dunque all’uomo che ha fatto fin qui il massimo danno alla candidata Pdl.
Non è una sindrome suicida, anche le somiglia molto, bensì la conseguenza della convinzione che sia letale per Berlusconi qualsiasi cedimento sull’altare delle compatibilità fiscali, economiche, istituzionali (con Napolitano).
Fra i molti tagliati fuori da questa prevalenza del kamikaze c’è chi in gran ritardo si avvia sul percorso di Fini, come Pisanu. C’è chi accetta in silenzio l’emarginazione e una dura perdita di credibilità, come Letta. C’è chi, in confessata confusione, alterna corrività e prese di distanza intellettuali, come Ferrara. E infine c’è chi come Tremonti, immaginandosi garante di equilibri e interessi nazionali e sovranazionali, si arrocca in attesa che Berlusconi si faccia fuori da sé.
Nessuno di loro, francamente, sta facendo una gran figura e un gran servizio al paese.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/4/2011 alle 8:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 novembre 2009
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Bersani e candidati fai-da-te
Nella lista c’è un po’ di tutto, personaggi che non amerebbero essere accostati. Qualcosa però accomuna Vendola, Bresso, Galan, Loiero, Cosentino, perfino l’ultimo arrivato Stefano Pedica, leader dipietrista laziale. Mentre i partiti stentano a mettersi d’accordo – anzi, accordi che parevano fatti rischiano di rompersi – ci sono presidenti di Regione o aspiranti tali che si sono già auto-nominati per le elezioni di fine marzo. Chi perché ci crede veramente, chi per alzare il prezzo del proprio abbandono, chi per mossa di partito. Ma il senso è lo stesso: a Pdl e Pd non è bastato fare terra bruciata in parlamento perché appena si apre una partita locale non c’è leadership che tenga. Neanche Berlusconi, neanche Bersani con la sua promessa di un Pd dove fosse ripristinato un principio di autorità.
Non manca molto alle Regionali, quattro mesi, e i candidati già decisi sui due fronti si contano con una sola mano. Soltanto in Liguria il duello è definito, peraltro fra Biasotti e Burlando dunque gli stessi sfidanti del 2005.
La circostanza è importante. Le Regionali sono state il punto di svolta di tutte le legislature recenti (sempre a sfavore del governo in carica). Com’è noto, il bollettino della vittoria lo intona chi prende più presidenze (il centrosinistra ne ha troppe da difendere) e questo risultato nasce da un mix fra trend politico nazionale e forza dei singoli candidati. Il trend nazionale potrà essere a marzo sfavorevole a Berlusconi, mentre pare ora positivo per il Pd: ma senza nomi vincenti le sorprese (come Vendola 2005) sono sempre possibili.
Approfittando del caos romano, ci sono candidati che si considerano vincenti o meritevoli a prescindere dal giudizio che gli altri danno di loro, e si impongono ai rispettivi partiti e coalizioni rendendone difficili i giochi. Al Nord il Pdl sta andando in tilt anche per questo, con l’aggravante delle incertezze giudiziarie su Formigoni. Bersani lavora a tempo pieno per comporre il proprio puzzle. Mettere tutti insieme come vorrebbe, dall’Udc alla sinistra, si sta rivelando arduo. Di Pietro, al solito, non aiuta ma insidia. Almeno in casa propria il segretario dovrebbe alzare la voce con gli auto-nominati: è stato eletto anche per far questo.

permalink | inviato da stefano menichini il 21/11/2009 alle 7:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
19 agosto 2008
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Dalla parte di Chiamparino
La cosa migliore sarebbe che non si aprisse alcun conflitto, fra Sergio Chiamparino e il Pd torinese, ma lo stesso discorso vale a Bologna, a Firenze, a Milano, dappertutto. Prima di innescare polemiche, i dirigenti democratici dovrebbero ricordare la condizione di difficoltà di cui l’intero partito soffre, agli occhi dell’opinione pubblica.
Visto però che il conflitto è ineliminabile, e che magari al Pd farebbe anche bene chiarirsi le idee una volta per tutte, la forza delle ragioni e della posizione di Chiamparino, e di altri che si trovano in situazioni analoghe appare incomparabile con quella dei dirigenti di partito, per quanto questi ultimi possano essere stati selezionati dalle primarie interne.
Nei grandi partiti, non solo progressisti, chi ha vinto importanti elezioni amministrative, governa col consenso popolare e si è distinto per il proprio lavoro è sempre – di fatto o di diritto – il leader sul proprio territorio. È il volto del partito davanti a una platea molto più ampia di quella degli iscritti. Vale per Chiamparino come per Galan o Alemanno a destra, piacciano o no. Dalle rispettive parti andrebbero difesi e sostenuti, non contrastati, almeno fino a quando qualcuno non penserà di poter fare meglio di loro davanti all’intero corpo elettorale.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 19/8/2008 alle 8:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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