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Diario
28 novembre 2012
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Il gioco si fa duro, "adesso". E dopo?
Il ballottaggio non poteva essere un pranzo di gala, infatti non lo è. Non abbiamo scritto per nulla che queste sono primarie vere, una competizione seria e aperta. L’ha confermato subito Matteo Renzi ieri, nel primo dei cinque giorni che ha a disposizione per recuperare 290mila voti: un paio di colpi sotto la cintura dedicati al Bersani ministro che avrebbe avuto responsabilità sia nell’organizzazione di Equitalia che nella privatizzazione dell’Ilva. Due argomenti non proprio scelti a caso, i più roventi che ci siano, il secondo poi con l’aggravante dei rapporti pregressi (e pubblici) fra i Riva e lo stesso Bersani.
Non c’è da drammatizzare. Passiamo dalle «cose belle», scambiate fra i due per sms e raccontate dal segretario, alle accuse esplicite di corresponsabilità con le scelte sbagliate del passato. Le recriminazioni contro la nomenklatura sulle regole per iscriversi al voto e gli errori della classe dirigente degli ultimi anni sono i temi dello sfidante che deve rimontare.
Renzi pensa di dover andare giù duro (alzando le attese per il duello tv di questa sera), e di poterselo anche permettere perché i risultati del primo turno hanno tolto di mezzo l’argomento atomico della sua estraneità al Pd e al centrosinistra.
Se accende la polemica, con quel bagaglio di un milione abbondante di voti nessuno può più accusarlo di muoversi da agente del nemico.
Lo sdoganamento definitivo è venuto dalla stessa Unità che solo un mese fa imputava al sindaco di Firenze comportamenti «fascistoidi», e che ieri nell’editoriale del direttore Claudio Sardo riconosceva Renzi come «secondo vincitore» delle primarie; definiva la conquista del ballottaggio «la consacrazione a una leadership effettiva e popolare »; invitava tutti a «non mettere tra parentesi il risultato di Renzi» e infine prospettava un futuro nel quale la radicalità dello sfidante possa essere ricompresa nel progetto collettivo guidato da Bersani.
Un commento condivisibile al cento per cento. Subito però si apre la domanda: data per scontata la dichiarata e ribadita lealtà post-primarie, se, come e fino a che punto Renzi è riassorbibile nel Pd eventualmente guidato da Bersani? 
Il tema per fortuna non è più di tipo antropologico o etnico, bensì puramente politico. Verosimilmente Renzi non uscirà dal ballottaggio di domenica con meno del 40-44 per cento dei voti espressi: per paradosso, la formula giustamente voluta da Bersani per potersi presentare come leader della maggioranza assoluta del centrosinistra (e avversata inizialmente da Renzi) avrà l’effetto mica tanto collaterale di intestare al sindaco di Firenze una minoranza interna di dimensioni mai viste prima nel Pd.
Un enorme pezzo di elettorato progressista che, a ragione, anche Claudio Sardo considera imprenscindibile. Finiscono in archivio le speranze di Mario Tronti e di molti come lui (anche molto più giovani di lui) di espellere dal Pd l’oggetto estraneo e tutti i suoi sostenitori. Ma questo conta poco: lo si doveva sapere dalla vigilia. Chi dovesse ripetere simili facezie adesso andrebbe ammonito col banale calcolo (non a caso fatto ieri dallo stesso Renzi) della proiezione su scala elettorale nazionale di un 40- 44 per cento delle primarie: vale almeno il 15 per cento, meglio non giocare con simili numeri.
La questione vera è che l’assimilazione piena di Matteo Renzi al Pd eventualmente bersaniano è molto molto problematica. Dovessimo dire oggi, la considereremmo impossibile. E non per incompatibilità personale (anzi, i due si prendono), né per impermeabilità reciproca delle aree di consenso (basti guardare i dati delle regioni a maggiore insediamento democratico).
Il fatto è che Renzi resterà “fuori” – resterà a Firenze, intendiamo – perché la sua partita rimane secca. O si vince o si perde. Vista dal suo punto di vista: se tocca a Bersani, Bersani deve giocarsi la sua corsa verso palazzo Chigi e poi auspicabilmente il suo duro lavoro da premier. Renzi lo sostiene nella campagna elettorale, chiede (e verosimilmente ottiene) una rappresentanza parlamentare congrua anche se non matematicamente proporzionata alla percentuale ottenuta al ballottaggio, partecipa alla vita del Pd, ma non si fa coinvolgere in alcun modo. Né nella gestione di partito, né nel governo. Il suo obiettivo diventa vincere la prossima volta (magari calcolando che, con una legislatura nata precaria, la prossima volta possa non essere così lontana).
Tutto questo non attiene a calcoli particolari. Anzi è verosimile che molti di coloro che ora sostengono Renzi la pensino diversamente da lui su questo punto, e siano disponibili a «farsi coinvolgere» (sia pure non nel modo con cui si fece ricoinvolgere Dario Franceschini nel 2009 dopo esser stato battuto da Bersani per la segreteria: lo citiamo solo perché il paragone col risultato di Franceschini è stato proposto dall’attuale maggioranza per sminuire la portata del dato di Renzi).
Tutto questo attiene alla personalità del sindaco di Firenze, abbastanza unica in questo momento. Come conferma il fatto che ieri sia ripartito all’attacco senza concedere a Bersani più di qualche applauso, siamo di fronte a una macchina da battaglia elettorale che al massimo può ridurre i giri (com’è successo nei primi mesi del governo Monti), ma spegnersi mai.
Questa macchina deve essere posta al servizio del centrosinistra per vincere nella prossima primavera meglio di quanto saprebbe fare il Pd “pre-primarie”. Conviene a tutti, a Bersani più che a ogni altro. Renzi ha il dovere di mettersi a disposizione e lo farà perché lui eredita dalle primarie, insieme a una bella forza, anche molti obblighi e una enorme responsabilità verso una collettività.
Ma assimilarlo, coinvolgerlo oltre un certo limite, magari nei calcoli di qualcuno neutralizzarlo: questo non accadrà. E un’alta tensione intorno al “ragazzetto”, come imprudentemente lo chiamò Franco Marini, d’ora in poi ci sarà sempre.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/11/2012 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 novembre 2010
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Compiti per il Pd dopo la lezione del Prof
La lezione è stata bellissima, l’insegnamento che ne hanno tratto i capi del Pd un po’ triste per due motivi: il mondo corre a velocità supersonica mentre il pantano italiano tira giù speranze, energie, opportunità; e il professore che sta spiegando questa verità, Romano Prodi, quando si presenta in tale forma obbliga a ricordare i momenti più alti dell’Ulivo prima maniera, quando le ambizioni erano grandi e le prospettive intatte.
L’intervento del fondatore del Pd a Spineto ha fugato, proprio per il suo livello e per il tema planetario, ogni chiacchiera sulla spendibilità “italiana” di Prodi. Ciò nonostante Bersani ha fatto bene, nell’occasione, a ricordare la alterità antropologica che permise al Professore di sconfiggere due volte Berlusconi (una volta e mezza, sarebbe meglio dire). È evidente, anche in questi giorni, il tentativo del segretario democratico di riproporsi nella medesima veste.
C’è un gap incolmabile però, non personale ma politico: il Prodi del ’96 guidava una coalizione molto convinta di sé, che non discuteva la leadership (se non dentro l’entourage dalemiano) e coltivava una idea progressista dell’Italia abbastanza facile da cogliere e da trasmettere. Dopo quindici anni, con tante cose buone fatte ma anche tanti errori, non c’è speranza oggi di avere una leadership incontestata. E quell’idea dell’Italia s’è logorata, senza distinzione fra valori che meritavano di essere difesi e valori che invece andavano aggiornati o addirittura capovolti.
L’intero gruppo dirigente del Pd, che oggi sia a Spineto o all’assemblea dell’Eliseo a Roma, ha di fronte a sé il medesimo problema: ritrovare quelle ambizioni, ricollocarsi al centro della scena e dell’alternativa.
Per riuscirci deve scartare rispetto al percorso che in questo momento pare obbligato, e che per inerzia lo porterebbe a rinchiudersi nel recinto di una caricatura dell’Ulivo prodiano, senza nessuna delle prospettive alte che si coltivavano allora e senza poter pretendere di essere il baricentro della transizione post-berlusconiana.
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Politica
22 ottobre 2010
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È Vendola che deve inseguire, non il contrario
Scrivono sul Corriere della Sera che Bersani avrebbe deciso che per i prossimi mesi serve un Pd un po’ più di lotta e un po’ meno di governo. Motivo: bisogna arginare il flusso di voti in uscita a sinistra e prepararsi a contenere le velleità di Nichi Vendola alle primarie.
Non sappiamo se l’indiscrezione sia vera, anche perché noi eravamo rimasti al Bersani che si veste da premier ombra e promuove un giro di incontri con le parti sociali per metterle d’accordo: roba più di governo che di lotta.
Nel caso che il Corriere avesse ragione, non sarebbe una buona notizia per il Pd. Per carità, la mobilitazione porta-a-porta dei sabati novembrini sarà un momento cruciale, anche di gratificazione per gli iscritti che vogliono fare la propria parte. Ma cedere alla “sindrome-Fiom” – cioè alla paura di farsi portar via pezzi di elettorato politicizzato e di sinistra – può rivelarsi letale per i democratici.
Per due motivi che ieri erano rintracciabili negli interventi paralleli di Vendola a Firenze e di Franceschini a Cortona.
Il Vendola di Firenze non è un avversario che si possa battere sul proprio campo. Il suo livello è immaginifico allo stato puro, tutto sogno e narrazione, proposta di immedesimazione fra leader e popolo, berlusconismo dei buoni. Un Bersani “di sinistra” che si facesse attirare su questo terreno potrebbe solo reagire con un po’ di buonsenso socialdemocratico: ci si perderebbe, e perderebbe.
Franceschini dalla parte opposta avverte Bersani che non saranno solo i 75 a battersi per frenare la rincorsa a sinistra. AreaDem sarà pure ormai sostanzialmente entrata nella maggioranza del partito, ma su una linea peculiare: patto con il Terzo polo di tipo politico, di governo, non solo per la legge elettorale; rifiuto del ritorno a logiche di classe; la sfida della globalizzazione marchiata Marchionne accettata senza ostilità preventiva.
Sono in tanti, nel Pd, quelli che pensano che al Vendola di San Giovanni e di Firenze si debba rispondere obbligando lui a inseguire sfide difficili di governo. E assumendosi lui il rischio di perdere pezzi della sua sinistra movimentista e inquieta. Non il contrario. Soprattutto per quanto riguarda la perdita dei pezzi.
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Politica
23 settembre 2010
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pd bersani franceschini veltroni prodi fassino
Ok Pd, adesso però basta errori
Solo in malafede si può continuare a proporre un parallelo fra la catastrofe in atto nel Pdl e i grossi problemi interni al Pd. La natura delle due vicende è così platealmente diversa: da una parte il duello mortale senza esclusione di colpi, compresi i dossier, autentici o fabbricati che siano. Dall’altro uno scontro che certo è fra linee diverse e diverse idee del Pd, ma che alla fine verrà ricordato più che altro per l’allargamento della maggioranza del segretario e per la divisione – non la prima, sicuramente neanche l’ultima – della componente ex popolare.
La giornata di ieri però segna uno spartiacque, e da adesso in poi il Pd deve camminare con maggiore attenzione: infatti, nel momento stesso di salvare il sottosegretario Cosentino, la maggioranza ha fatto scattare il count-down della propria fine.
Le movenze del centrodestra sono ormai selvagge.
Il criterio col quale può formarsi una qualsiasi maggioranza, in un qualsiasi giorno, su qualsiasi provvedimento, sfugge alla razionalità e in definitiva al controllo. L’augurio migliore che Berlusconi possa fare a se stesso – è tutto dire – è di riuscire a mettere insieme entro mercoledì un’accozzaglia di deputati simile all’armata Brancaleone che accompagnò gli ultimi mesi di Prodi a palazzo Chigi.
È un periodo, il 2006-2007, che qualcuno nel centrosinistra ancora ricorda con nostalgia, sostenendo che quella non-maggioranza andava lasciata lavorare, che non doveva essere sottoposta al trauma del lancio del Pd. Un’assurdità che si commenta da sola, nel momento in cui Berlusconi trascina il parlamento e l’Italia sulla stessa strada senza uscita, e mentre giustamente il Pd chiede che finisca un simile tormento per il paese.
Ma queste sono cose del passato, una catena di errori alla quale tutti hanno partecipato e che ognuno può far partire da dove vuole (dalla nascita dell’Unione? dalla campagna di Prodi? dalle liste diversificate fra camera e senato? dalla rivendicazione di una vittoria che non era tale? dalla battaglia per tutte le presidenze istituzionali?).
Stesso discorso vale per l’oggi del Pd: l’errore di metodo che Fassino attribuisce ai 75 forse è preceduto dallo slittamento verso Bersani che Franceschini ha imposto alla minoranza? Oppure l’equivoco era già insito in quelle spurie alleanze per le primarie e nel duello stesso fra i candidati, non giustificato da effettive divergenze politiche? E che dire della colpa primigenia di Veltroni, di cedere di fronte alle manovre correntizie contro di lui senza tentare la strada limpida del confronto fra una maggioranza e minoranza, lo stesso che ora deve affrontare dalla parte più scomoda? Insomma, non si finirebbe mai di recriminare.
Invece è ora di chiudere il cerchio. Di smettere di sbagliare, o almeno di cancellare il parallelismo fra gli errori propri e gli orrori dell’avversario.
Non sappiamo se la direzione di oggi sarà utile a tal fine: la vigilia è animata da spiriti di rivalsa personale o di gruppo che perdono di senso appena fuori il portone del Nazareno. Arriviamo a dire: che si consumino pure, le piccole rese di conti. Poi però si passi ad altro, perché non è vero che la missione di conquistare nuovi consensi sia perduta.
Bersani dovrebbe essere contento che ci sia nel Pd chi ancora ragiona su come sfondare al centro, fra gli italiani che abbandonano Berlusconi senza però farsi attrarre dalla sinistra. Oggi è una prova anche per lui, per non aggiungere un altro piccolo o grande errore alla catena di quelli precedenti: nel momento in cui il suo consenso si amplia, da vero leader potrebbe non limitarsi a registrare le nuove geometrie e la mappa dei poteri, ma proporre una piattaforma di battaglia contro la destra più ampia, più ricca, più inclusiva, più unitaria.
Maggioritaria, oseremmo dire. 
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Politica
17 settembre 2010
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Perché tanto nervosismo nel Pd
Per Bersani è «un pacco dono a Berlusconi», che detto ora è l’anatema peggiore che si possa scagliare contro chicchessia, non solo nel Pd. A stare alle intenzioni dichiarate dai promotori Veltroni, Fioroni e Gentiloni, all’opposto, la loro iniziativa  ha come obiettivo quello di posizionare meglio il Pd proprio in vista della battaglia finale contro Berlusconi.
Tra le due interpretazioni, una cosa è certa. Il vero pacco dono a Berlusconi sarebbe se una aperta discussione nel Pd degenerasse in una rissa o in una resa dei conti.
Evitare che questo accada è responsabilità di chiunque abbia un peso nel Pd. Pro quota, naturalmente: dunque del segretario del partito come e più di altri.
Siccome Bersani è persona pacata, prudente e della massima apertura mentale e politica, la sua dura reazione non può scaturire dalla lettura del testo di cui si parla.
Lo trovate qui su Europa. Sarà criticabile su molti punti, ma le tesi sono totalmente inscritte nelle ragioni fondanti del Partito democratico. La formula alla quale si affida la speranza di battere Berlusconi è sostanzialmente quella ufficiale. La guida del partito non è in discussione.
Dal nostro punto di vista, chi legge Europa sa che da oltre un anno ci battiamo contro l’errore di contare troppo sul risiko delle alleanze, per sconfiggere la destra, ridimensionando le ambizioni e la centralità stessa del Pd. Salutiamo con entusiasmo che questo punto sia stato finalmente acquisito non dal documento Veltroni, ma dall’intero coordinamento democratico di martedì, e dall’intervista di D’Alema alla Stampa di ieri
Come anche, per il bene della ditta, non si può eludere la domanda che si pongono D’Alema, Veltroni, il documento della nuova (ridimensionata) minoranza, e in generale tutti i simpatizzanti e anche gli osservatori neutrali: come sia possibile che la clamorosa crisi del centrodestra non trovi il Pd pronto a raccoglierne i frutti politici come dovrebbe essere, osiamo dire, suo preciso dovere?
Bersani risponderebbe che lui è lì per questo, che per questo s’è tirato su le maniche. Diciamo però anche che la mela che il segretario aspettava cadesse fra tre anni è maturata quando il famoso cesto che doveva raccoglierla non era neanche intessuto. Come la rete delle alleanze, appunto. E nessuno può contestare questo punto: l’incontro tra Fini e Casini ha reso obsoleta l’originaria strategia bersaniana, già in verità messa in crisi dalle elezioni regionali.
Ma neanche questa osservazione giustifica la reazione del segretario, come di Letta, di Franceschini e dei molti ex popolari che non hanno seguito Fioroni. 

Le spiegazioni sono diverse, a seconda dei personaggi interessati.
L’epicentro del sommovimento si colloca dentro Area democratica, la minoranza del partito, ma più in particolare fra gli ex popolari. L’apertura della faglia ha lasciato sostanzialmente intatti gli aggregati veltroniano ed ex rutelliano da una parte, e il gruppo di Fassino non disposto a farsi trascinare da Veltroni dall’altra. I popolari no, i popolari si sono aperti in due.
In una temperie normale, Franceschini sottoscriverebbe il documento: è la sua linea delle primarie. Su un punto per esempio neanche lui concorderà mai con D’Alema: che la crisi del berlusconismo implichi la crisi del bipolarismo. Ma oggi (a ragione) l’ex successore di Veltroni vede se stesso come bersaglio collaterale di un’iniziativa che gli sottrae la rappresentanza della minoranza e lo spinge suo malgrado a essere assorbito dalla maggioranza. Volendo, è l’effetto ritardato della scelta di far coesistere leadership di un’area e presidenza dei deputati: niente da fare, passano i decenni ma prima o poi il doppio incarico si paga, fra chi è stato democristiano.
Le turbolenze nell’area ex popolare contano e contribuiscono al clima di nervosismo, ma certo il problema principale si apre con Bersani.
Per quanto fosse prevedibile una reazione negativa, la sua ha stupito per asprezza. Evidentemente il segretario non crede alle parole di rassicurazione spese da Veltroni per tutta la giornata di ieri: si sente attaccato nel proprio ruolo, e la cosa gli fa più male dopo il successo di Torino e nel momento in cui si stava lanciando – anche con una campagna di comunicazione – come sfidante di Berlusconi.
Le critiche alla linea politica, sul rapporto con l’Udc e dintorni, erano note e digerite. La “digestione”, anzi, aveva portato a quell’esito unitario dell’ultimo coordinamento, quando tutti avevano condiviso la decisione di tornare a puntare forte sul Pd, in particolare sui temi del lavoro.
Ciò che ha fatto sobbalzare Bersani è l’annuncio che la nuova minoranza si strutturerà in movimento, e poi una cosa che Veltroni ha detto (ieri a Repubblica tv) ma non ha scritto. E cioè che non sarebbe male se l’avversario di Berlusconi, il candidato della futura coalizione per il governo, alla fine fosse una personalità proveniente dal di fuori del mondo politico-partitico.
Questo mette in discussione un’idea che all’inizio Bersani non aveva, ma che nel tempo si è fatta strada nella sua maggioranza, fino a convincerlo: che la guida della coalizione (o almeno la candidatura e il pieno sostegno da parte del Pd) spetti a lui, del resto secondo statuto.
Veltroni, parlando della non autosufficienza del Pd rispetto alle «energie esterne», mina questa convinzione, ed è destinato a trovare appoggio (forse proprio tramite quel “movimento”, sia pure con emme minuscola?). Il fatto curioso è appunto che anche Bersani, senza mai dichiararla, aveva contemplato una possibilità del genere, preferendola all’idea dalemiana della candidatura offerta a Casini.
Ogni confronto sul progetto, sulle proposte, sulle idee migliori per approfittare della crisi di Berlusconi, rischia così di essere travolto dalla questione che ha sempre fatto male al centrosinistra (prima di diventare catastrofica nel centrodestra).
È un rischio evitabile e da evitare assolutamente. Per senso di responsabilità, per opportunità politica, per rispetto di sé e degli elettori. 
permalink | inviato da stefano menichini il 17/9/2010 alle 8:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
10 settembre 2010
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Neocomunisti nelle liste del Pd
Pierluigi Bersani annuncia che con la fine della Festa di Torino finiscono anche le divagazioni e si passa alle cose serie.
Grande notizia, era tempo.
Non sappiamo quanto sia una cosa seria, ma uno dei primi punti da chiarire – il segretario potrebbe farlo già domani a Torino – è la natura degli accordi che dovrebbero portare alla nascita del Nuovo Ulivo. L’impresa di costruire l’ampia Alleanza democratica per battere Berlusconi – il nuovo arco costituzionale – è sicuramente titanica. Ma anche la semplice riorganizzazione del centrosinistra presenta grossi problemi.
Dunque il segretario del Pd ha stretto un accordo con i capi di ciò che rimane della diaspora neocomunista. Non Nichi Vendola, attenzione, bensì i suoi nemici giurati Ferrero e Diliberto. Proprio loro, proprio i responsabili dei due anni di Vietnam del governo Prodi. Lasciati da soli nel 2008 dal Pd di Veltroni a vedersela con l’elettorato, l’elettorato li ha giudicati e lasciati fuori dal parlamento.
Ora il Pd li recupera. Non gli offre solo un’alleanza. Come fece con i radicali, offre loro posti nelle proprie liste (a Porcellum vigente, si intende), a patto che una volta tornati deputati i neocomunisti non avanzino pretese. Ferrero, riconoscente e felice, ha già fatto sapere che non chiederà nulla. Anzi, dal governo vuole rimanere fuori. «Appoggio esterno».
L’argomento (io l’ho ascoltato da Dario Franceschini) è che anche i voti della Federazione della sinistra sono indispensabili a battere la destra. È la stessa tesi per la quale Veltroni derogò dalla vocazione maggioritaria alleandosi con Di Pietro. Perse lo stesso, e regalò ai dipietristi ciò che da soli non avrebbero mai avuto: il quorum per il parlamento e far crescere un partito che, da subito, come prima e fin qui unica ragion d’essere ha avuto quella di insidiare il Pd.
Così il Pd resuscita i non-riformisti che potranno tornare a insidiarlo domani. Lo fa a dispetto di Vendola (che quell’area vorrebbe fagocitare, senza fare accordi, nella sua scalata alla leadership del centrosinistra) e forse per indebolirne le chances nelle primarie.
Ma il punto grave – sempre per carità nell’interesse della ditta – è il messaggio che un simile patto trasmette agli italiani che non votano Pd perché hanno vista delusa la promessa di uscire dall’enclave della sinistra tradizionale.
Il messaggio è: non votateci, noi stiamo bene con Diliberto.
Forse è un messaggio diretto anche a noi.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/9/2010 alle 8:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 agosto 2010
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Il momento del Pd è dopodomani, purtroppo
Il problema e il limite dell’ultimo appello politico di Walter Veltroni sono tutti nella prima frase della sua lettera al Corriere. «Scrivo agli italiani...» non è solo un incipit di incorreggibile retorica. È una ambiziosa dichiarazione d’intenti che invece mette a nudo una debolezza: ci si rivolge agli italiani con una prosa da presidenziali americane in un momento in cui la politica è paralizzata dalla inamovibilità di Berlusconi, nessuno si erge come suo competitore dichiarato, agli elettori delusi dalla destra non si offre alcuna alternativa credibile e i partiti – tutti, Pd compreso – cercano solo di non rimanere ingolfati nelle manovre da loro stessi tentate.
Veltroni è altamente apprezzabile per la coerenza con la quale non si rassegna alla logica della manovra, del ribaltone o dell’ammucchiata in nome dell’emergenza. Rilancia la linea rigorosamente bipolarista del “suo” Pd, appena corretta da una logica più inclusiva verso la sinistra vendoliana.
Questa non è più la linea dei democratici (a cominciare da Bersani e Franceschini), che appaiono proiettati verso la difficile costruzione di nuovi archi costituzionali. Ma non sarebbe neanche questo il problema principale.
Il problema è che Veltroni salta a piè pari il tema più grosso e attuale – come liberare l’Italia dal tappo berlusconiano – collocando la propria riflessione, la propria proposta innovatrice e sanamente anti-conservatrice, e in definitiva anche le proprie ambizioni personali, in un dopodomani nel quale ci piacerebbe vivere (e magari, perché no, farci governare da Veltroni) ma che non ci pare tanto a portata di mano.
Tutti sanno che, se fosse stato possibile immaginare che il centrodestra sarebbe collassato entro pochi mesi, Veltroni non si sarebbe dimesso da segretario nel febbraio 2009. Chissà quante volte s’è mangiato le mani, per quella scelta che ora rivendica con orgoglio.
Ma quel catastrofico errore non nacque solo da una personale vulnerabilità rispetto alle ostilità interne. In quel preciso momento, le logiche di partito prevalevano rispetto al messaggio da rivolgere all’intero paese. Da allora, il Pd nel suo insieme ha smesso di presentarsi agli italiani come l’alternativa globale a Berlusconi: s’è rassegnato al dominio del Cavaliere, a contrastarlo con un’onesta e a tratti efficace opposizione, e a percorrere la lunga tortuosa strada di alleanze che non si sono mai perfezionate.
Così oggi, quando la crisi del berlusconismo deflagra nella politica e nella società, non esiste più il soggetto politico che, per l’assoluta originalità della sua offerta e del suo profilo, avrebbe potuto guardare negli occhi gli elettori delusi del Pdl e dire loro: ci avete creduto, avevate le vostre ragioni per farlo, ora siete senza patria, noi ve ne offriamo una diversa da tutte le altre del passato.
È oggi, non dopodomani, che sarebbe servito il Pd di Veltroni. Un Pd capace di dire ad alta voce ciò che tutti gli italiani indistintamente pensano, e che la sinistra non sa più articolare: in Italia c’è ben poco da conservare.
Fra tanti meriti, Bersani ha proprio questo grave difetto: trasmette troppo spesso l’idea di voler conservare, più che di voler cambiare. Qualche volta addirittura l’idea di voler restaurare: per esempio, restaurare il sistema istituzionale e politico precedente alla rivoluzione bipolare.
Ma mettere in contrapposizione Veltroni con Bersani e Franceschini, come pure si farà, non ha più molto senso. Entrambe le linee, in questo momento, confessano in sostanza la stessa aporia democrat: non siamo noi adesso a poter sconfiggere Berlusconi.
Veltroni supera l’aporia collocando il bipolarismo come piace a lui in un futuro nel quale il centrodestra sarà stato finalmente depurato da Berlusconi (a opera di chi? Fini, Casini, Tremonti, pensateci voi). Bersani invece si fa carico dell’emergenza antiberlusconiana di qui e di ora, ma in sostanza arriva alla stessa conclusione: l’Alleanza costituzionale può farcela se ce la fanno, appunto, Fini, Casini, forse Tremonti.
Sarebbe ingiusto dare addosso alle leadership democratiche per questo loro grosso limite. Per quanto stiano certo meglio della destra, hanno davanti a sé problemi difficili: una crisi di governo che non era nelle loro agende, tempi più stretti di quelli che si erano dati per ridare al Pd competitività, la prospettiva di elezioni anticipate che cercheranno di scongiurare. Ma l’incapacità di raccogliere il frutto della crisi di Berlusconi ha radici e cause antiche.
Nessuno può chiamarsi fuori, a cominciare dalle varie altre sinistre, egoiste e (almeno in passato) irresponsabili. Non si salva neppure Romano Prodi, per l’ennesima volta coinvolto suo malgrado nella bagarre quotidiana. Lui, l’uomo che ha battuto Berlusconi, retrospettivamente ci appare curiosamente simile al suo storico avversario: capace di vincere le elezioni, ma non di costruire un futuro stabile per la propria coalizione e di spezzare il muro di incomunicabilità fra le due Italie.
Tutti i leader democratici che abbiamo conosciuto nel recente passato – da D’Alema a Veltroni, da Rutelli a Fassino a Franceschini – a un certo punto del proprio percorso hanno guardato oltre i recinti di casa propria e hanno provato a «scrivere agli italiani» come Veltroni ricomincia oggi a fare.
Non si sono espressi bene, non sono stati coerenti, non sono stati capiti: importa poco ormai, perché comunque la realtà è che l’esito della partita in corso non dipende da loro, come confermano implacabili tutti i sondaggi possibili.
Dunque nessuno di loro passerà alla storia per aver liberato l’Italia da Berlusconi. Pazienza. Per fortuna ci sarà davvero molto da fare nel paese, e per tutti, quando questo evento sovrannaturale si sarà verificato.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/8/2010 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 agosto 2010
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Alleanza per la Costituzione? Ci vuole un leader
Suona assurda, la proposta avanzata dal Fli di un nuovo governo a guida berlusconiana e a maggioranza allargata a Udc, rutelliani e perfino “democratici delusi”. Infatti è assurda, anzi provocatoria: conferma la volontà di Fini di tenere Berlusconi insabbiato in una crisi iper-politicista che ne logori ulteriormente il carisma. «Un film», così Cicchitto definisce la proposta: avrebbe ragione, se non fosse anche lui attore in film altrettanto inverosimili come Dureremo cinque anni oppure Possiamo fare le riforme da soli.
Nella provocazione di Bocchino c’è anche un segnale più sottile: per la prima volta i finiani riconoscono di far parte di una nuova area di centro-centrodestra intenzionata a giocare in quanto tale la partita della crisi oggi, e quella delle elezioni domani.
Per quanto assurdo sia quest’ultimo parto della fantasia dei politici, bisogna però riconoscere che neanche quelli che l’hanno preceduto appaiono fulminanti. Compresa la più recente formula di coalizione elettorale proposta da Dario Franceschini e condivisa a quanto pare da tutto il gruppo dirigente del Pd: l’Alleanza costituzionale.
Intendiamoci, l’idea ha una sostanza. Sui giornali ne leggerete come di un’ammucchiata, un guazzabuglio, un minestrone immangiabile. Ma alla fine la contesa elettorale ha una sua semplicità, riduce chiacchiere e velleità al grado zero (soprattutto con il sistema vigente): chi vuole liberarsi di Berlusconi, nei prossimi quattro- otto mesi dovrà confrontarsi con la necessità di unire le forze. E ormai il fronte di chi, esplicitamente o meno, considera la sconfitta di Berlusconi un ineludibile fattore di sblocco spazia da Vendola a Montezemolo, da Di Pietro a Casini, da Bersani a Fini, a Rutelli, forse anche alla Cei.
Giusto quindi misurarsi col problema e provare a dare alla soluzione un nome adeguato alla funzione: l’alleanza trasversale di tutti coloro che difendono la Costituzione, il sistema di regole e di poteri che Berlusconi alla fine non ha minimamente intaccato ope legis ma tenta ogni giorno di aggirare e violentare. Il fatto però che la proposta di Franceschini sia subito stata respinta dai giri vendoliani e dipietristi, e lasciata a bagnomaria da centristi e finiani, dimostra che ha un lato debole.
Non basta dare all’ammucchiata una funzione storico-politica, perché risulti meno ammucchiata. Questa identità, per quanto emergenziale e provvisoria, deve nei tempi moderni legarsi a una leadership, a un volto, a una personalità che immediatamente riconduca, per autorevolezza e curriculum, all’impegno nel quale si riconoscono forze così diverse.
Questa volta, davvero, la sopravvivenza politica di Berlusconi non dipende solo dal suo talento. Lo avvertiamo a pelle tutti: se appena ci fosse un’alternativa, un’altra leadership da opporgli, stavolta neanche i miracoli lo salverebbero.
Si dirà che è banale e riduttivo ma, credete, alla fine la domanda che conta è una sola. E non appena scatterà il count-down elettorale dovrà avere una risposta rapida: esiste questo leader? Chi è?
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Politica
5 agosto 2010
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Quante assurdità sulla crisi
Nessuno sa come andrà a finire la crisi, e se può consolare (o meglio aggravare le preoccupazioni) non lo sanno neanche i più diretti protagonisti. La giornata drammatica di ieri ha fissato con precisione le posizioni, dando ragione a Dario Franceschini che aveva insistito per un dibattito parlamentare sul caso Caliendo: lungi dall’aver sortito l’effetto di ricompattare la maggioranza, lo scontro sulla mozione di sfiducia ha reso evidente, clamoroso e soprattutto formale lo squagliamento del centrodestra.
Con i 299 voti che hanno salvato il sottosegretario, la maggioranza che era schiacciante solo due anni fa non porterà più a casa neanche una leggina.
La terza legislatura di Berlusconi è finita ieri. Napolitano se ne terrà informato dalle rocce nere di Stromboli.
Senza fretta.
L’addio fra i due pezzi del Pdl si è consumato in un clima da stadio che anticipa solo di pochi mesi le urla della campagna elettorale. Certo Franceschini ha fatto un bel discorso, l’unico momento alto della giornata è stato però l’intervento di Chiara Moroni: non solo un pezzo di storia nobile del berlusconismo che si libera e se ne va (non sarà l’ultimo), ma le parole più oneste e accorate che si siano ascoltate sulla differenza fra garantismo e giustificazionismo.
La discussione ha soprattutto mostrato due approcci molto diversi alla crisi. Berlusconiani e leghisti ruggiscono, promettono vendette elettorali e cercano nei complotti mediatici la spiegazione del crollo. Sembrano non avere alcuna flessibilità di reazione alla tegola che è caduta loro in testa e procedono come seguendo un percorso obbligato. Viceversa, i loro ex compagni di ventura del Fli e dell’Udc hanno tirato fuori una linea politica, si sono dati un obiettivo e si muovono con i tempi e i modi che ritengono più opportuni: Berlusconi cercherà di bruciare loro il terreno, ma Fini e Casini hanno una prospettiva di periodo.
Lui no.
A questo proposito, e ferma restando una grande incertezza, c’è da dire che in questi giorni capita di leggere e di ascoltare autentiche assurdità intorno agli scenari politici. Ne abbiamo selezionato solo tre.
Assurdità numero uno: si può ancora raggiungere un accordo fra Berlusconi e il nuovo quadrilatero dei moderati, per impostare in modo diverso il resto della legislatura.
A parte il Foglio, che di questa storia della pace tra Fini e Berlusconi ha fatto la propria ennesima irragionevole ragione di vita, gli altri che discettano e scrivono intorno a questo scenario dimostrano di non aver capito nulla di quanto sta accadendo.
In questo momento non esiste per il Cavaliere un avversario che sia più letale dei suoi due ex alleati. Per un motivo ovvio: da quando, in tempi diversi, hanno rinunciato alla carriera di ereditieri, Fini e Casini stanno lavorando per prendersi con le cattive ciò che non gli è stato concesso con le buone. In sostanza hanno cominciato – Berlusconi regnante – a costruire il centrodestra senza Berlusconi. Che per forza di cose è un centrodestra “contro” Berlusconi.
Non è per particolari virtù, che l’Udc ha resistito alle sirene berlusconiane che l’hanno invece convinta in tante regioni d’Italia, ma perché il presidente del consiglio è l’ultima persona sulla terra alla quale Casini offrirà un aiuto sincero. Di Fini neanche a dire.
L’assurdità numero due è speculare alla prima: la neonata area moderata può essere la tanto attesa seconda gamba del nuovo centrosinistra, l’alleato col quale il Pd costruirà la propria rivincita.
Vale il discorso fatto prima. Fini, Casini, forse anche Rutelli e Lombardo, non stanno lì per fare favori ad altri. Il loro orizzonte è casomai un nuovo centrodestra, non un nuovo centrosinistra. E fino ad adesso è stato il Pd a essere funzionale al loro gioco, non il contrario. Invece di perdere tempo intorno ai nomi di un ipotetico governo di transizione, i democratici farebbero bene a prepararsi a uno scontro elettorale nel quale avranno più competitori di prima, non di meno. Alcuni di questi competitori proporranno agli elettori di uscire da questi sedici anni rompendo col berlusconismo ma non con i valori del moderatismo e della destra: possono anche riuscire più convincenti di un Pd tornato un “normale” (quindi minoritario) partito di sinistra.
Assurdità numero tre: Berlusconi ci porta a votare e vince a mani basse.
Che Berlusconi possa vincere è ovviamente possibile, anche se in queste condizioni sarebbe clamoroso.
Che possa vincere a mani basse si può escluderlo fin d’ora: chi lo dice e lo scrive o è un suo succube, oppure è oppresso da uno sconfittismo inguaribile.
Questa valutazione nasce proprio dalla legge elettorale che Berlusconi difenderà a tutti i costi: il Porcellum riserva infatti al senato quel meccanismo infernale del premio di maggioranza regionale che, col centrodestra diviso in due, di fatto rende fin d’ora impossibile per Berlusconi vincere palazzo Madama.
Considerazione che, oltre a ridimensionare assai tutte le minacce di voto anticipato (che infatti Bossi ieri sera smentiva), riporta in primo piano il tema del cambiamento della legge elettorale. Ma per pensare a questo c’è tempo. Almeno tutto agosto.
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Politica
10 maggio 2010
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Davvero può tornare Veltroni?
Si moltiplicano i segnali: la legislatura non finirà alla sua scadenza. Per tutti si avvicina il tempo delle rese dei conti e delle rivincite. E anche Walter Veltroni potrebbe avere la sua. Almeno, lui ci proverà. L’intervento di Cortona è stato forte, molto chiaro, senza le riserve retoriche di chi dice «voglio tenermi fuori dalla mischia». Un esplicito richiamo a quel discorso del Lingotto (2007) che segnò il momento alto della sfida riformista nella versione veltroniana, e che nel lessico democrat viene usato come sinonimo del Pd di alte ambizioni, a vocazione maggioritaria, di rottura delle continuità con il passato, le tradizioni e i totem della sinistra italiana.
Ma davvero Veltroni può tornare? Davvero c’è chance di leadership della coalizione (di questo si tratta: candidato a palazzo Chigi, non alla segreteria del Nazareno) per l’uomo che se ne andò quindici mesi fa inseguito dai rimpianti di chi aveva creduto in lui, dal rancore misto a senso di liberazione di chi l’aveva osteggiato, e dalla convinzione comune a tutti – citiamo per comodità solo il suo sostenitore più prossimo, Goffredo Bettini – che non avesse il carattere e la grinta per corrispondere alle attese che aveva suscitato?
Non sarà facile. Non sarà né come nel 2005 (quando tanti cercarono invano di convincere l’allora sindaco di Roma a scendere in campo per bruciare sul tempo Prodi), né come nel 2007, quando davanti a Veltroni venne steso un tappeto rosso di unanimità che conduceva fino al plebiscito delle primarie, sapendo (tutti) che da lì alla campagna elettorale il passo sarebbe stato breve.
Stavolta niente preghiere, niente tappeti rossi, niente plebisciti. Ci mancherebbe altro. Veltroni è uno di quei capi sconfitti che, se vogliono riconquistare una ribalta, se la devono sudare. Lui poi non è responsabile solo di una sconfitta elettorale (che i risultati successivi si sono incaricati di rivalutare), ma di qualcosa di più grave. Quando la sua leadership fragile andò in crisi, un intero grande progetto che non era solo di Veltroni andò in crisi con essa, dimostrando l’errore di aver troppo legato un’avventura collettiva a una singola persona, alle sue sorti, ai suoi limiti.

Questo è il principale ostacolo che Veltroni dovrà rimuovere, sulla strada per avere la sua rivincita: la diffidenza nel suo stesso partito. Non solo quella antica, ostinata, acida dei suoi avversari del tempo comunista e diessino. E neanche solo quella, qualunquista e distruttiva, del popolo della rete sempre pronto a tagliare la testa di chiunque la sollevi (come è accaduto tra sabato e ieri a Veltroni nei forum più frequentati). Il problema principale sarà la diffidenza di coloro che si erano affidati a lui nonostante tutti gli avvertimenti e le esperienza già compiute: Veltroni promette ma non mantiene. Veltroni fugge dallo scontro. Veltroni si fa sostenere ma non sostiene. Veltroni lancia il sasso, ritira la mano, poi ad averla tagliata sono gli altri, e lui già è pronto per rifarlo la prossima volta.
Siamo duri intenzionalmente, perché la posta in palio è alta e nessuno si farà più convincere dall’argomento «non ci sono alternative», oppure «è l’ultima possibilità». Le alternative ci sono, anche se nel caso di Bersani, eletto dalle primarie, corrispondono a concezioni del Pd e del centrosinistra fin qui non particolarmente vincenti e convincenti. E fra le possibilità, si può serenamente contemplare quella che il Partito democratico sia stata un’idea sbagliata, impossibile da realizzare, almeno in Italia in questo tempo. E che dunque sia meglio cercare strade nuove, ancorché difficili, piuttosto che tornare indietro su una strada che si è già dimostrata un vicolo cieco.

Per partire alti, il primo punto dell’opera di convincimento che attende Veltroni riguarda le politiche. Non è l’opera più difficile, almeno finché si sta all’opposizione. Anche a Cortona, come già appunto al Lingotto, l’agenda della rupture è apparsa ricca. Contratto unico di lavoro, tagli fiscali, vicinanza al mondo del lavoro individuale (partite Iva, commercianti, artigiani, professionisti), liberalizzazioni, riforma della giustizia. Rispetto alla linea di Bersani, la differenza sostanziale sta nell’affermazione che in Italia c’è ben poco da conservare, e che il Pd si sta invece attardando su fronti politicamente corretti (dal lavoro alla Costituzione) con una funzione meramente difensiva dell’esistente.
Sono le battaglie mai veramente consumate dentro alla sinistra, fin dai tempi del primo che si limitò a dichiararle, cioè D’Alema. Ora enunciare certi programmi non fa più scandalo, anzi ci sono affermazioni («il Pd è lontano dai produttori del Nord») ormai ripetute con la banalità del luogo comune. Vedremo se Veltroni vorrà uscire, e come, dalla forbice fra tabù intoccabili e luoghi comuni del riformismo accademico. Ci sono temi – il contratto unico per esempio – sui quali non c’è accordo neppure fra i convenuti a Cortona.
A questo proposito. Ben prima di riconquistare il Pd, per non parlare del paese, Veltroni deve conquistarsi un’area di sostegno interna. L’uomo ha sempre disdegnato l’idea di farsi una corrente, e rifiutò le sollecitazioni (anche, nel piccolo, quelle di Europa) a dotarsi di una maggioranza nel Pd all’indomani delle primarie falsamente plebiscitarie. Errore grave, frutto della sopravvalutazione del proprio potere personale e di una retorica unitaria che nascondeva in realtà la paura dello scontro interno. Molti degli eventi consumatisi in questi anni – non solo le dimissioni di Veltroni ma per esempio alcuni abbandoni, compreso quello di Rutelli – si sarebbero forse evitati dando corpo a una concezione al tempo stesso più collegiale, più realistica e più combattiva del confronto nel partito.
Veltroni esercita sull’attuale minoranza del Pd una leadership solo virtuale. Franceschini è colui che al posto suo ha dovuto reggere lo scontro in campo aperto con D’Alema, e tenere viva l’idea del Pd a vocazione maggioritaria nei mesi in cui Bersani – a quel punto con buoni argomenti – cercava di mettere in pista il cosiddetto “nuovo centrosinistra” allargato. Ci possono essere obiezioni su come il capogruppo alla camera ha interpretato la linea (antiberlusconismo spinto, repentini slittamenti a sinistra), ma il suo ruolo non può essere aggirato. Come toccherà risolvere una volta per tutte il tema degli ex-popolari di Fioroni i quali, nonostante l’atteggiamento ormai molto diverso di Franco Marini («datemi cinque giorni e porto a casa l’accordo unitario con Bersani, a nome di tutta la minoranza non solo dei popolari»), continuano a viversi come una quota che esige garanzie, peso e riconoscimento politico.

Area democratica – s’è visto bene a Cortona – non è un aggregato omogeneo, riproduce in scala la stessa mancanza di identità dell’intero partito. Ci sono dirigenti co-fondatori del Pd (oltre a quelli citati, Fassino e Gentiloni) titolari di piccole aree interne, mischiati a ormai ex-giovani promesse e a compagni di ventura più subiti che voluti, come Ignazio Marino.
In definitiva non dovrebbe essere difficile per Veltroni mettersi a capo di questo 40 per cento scarso del Pd: ma per riuscirci dovrà cancellare il ricordo del Veltroni che pretendeva di procedere (e peggio ancora, di governare) muovendosi due palmi sollevato da terra. Da questo punto di vista non sono incoraggianti, per quel che se ne sa, i primi passi della sua Fondazione.
Che poi – ammesso anche che Veltroni possa ripartire da una propria area di riferimento – la mappa del Pd è nel frattempo cambiata. L’involuzione personalistica di D’Alema (come si somigliano, certe sindromi…) lascia Bersani più isolato ma anche più autonomo, con tanta gente che simpatizza per l’uomo, ne apprezza lo stile un po’ antico, e ancora pensa che un Pd genericamente più “di sinistra” sia un luogo rassicurante nel quale riconoscersi.
Questa parte del Pd – maggioritaria alle primarie – certo non sarebbe felice di un ennesimo giro di giostra, e sicuramente diffida della poetica veltroniana più che di ogni altra cosa. Al limite, un logoramento di Bersani farebbe spostare attenzioni e speranze su personaggi che non hanno ancora avuto il tempo di deludere, Zingaretti e Renzi davanti a tutti.
Ma non si possono fare questi discorsi senza tenere conto che Veltroni non ha lanciato un’opa sulla guida del partito, mestiere che non gli si addice come anche lui ammetterebbe. Se gli ultrà del Pd all’americana accantoneranno il principio della coincidenza fra capo del partito e candidato premier, Veltroni avrà molte più carte da giocare, in modo più libero e potendo provare a costruire una più ampia rete di sostegno anche esterna. Nei giorni scorsi s’è ipotizzato un agreement con Nichi Vendola: mix interessante ma tutto da verificare nel merito (senza farsi condizionare dal tasso letterario e poetico dell’eventuale ticket: veramente al limite della sopportazione).
Come si è capito domenica, l’Udc guarda a simili prospettive con ansia, e si può ben capire: va a chiudersi uno dei due forni di Casini, tra l’altro quello che s’è rivelato il più accomodante. Ma Casini deve comprendere – glielo ha confermato ieri Bersani con una certa ruvidità – che nel Pd il suo appeal di alleato resistenziale contro Berlusconi s’è molto ridotto, mentre il gioco sul governo tecnico a trazione centrale s’è fatto troppo scoperto.

Più si allarga la platea, più appare vasto il terreno di fiducia e credibilità che Veltroni deve personalmente recuperare.
Uniti nel momento alto della loro carriera, lui e altri coetanei (appunto D’Alema, Rutelli, Fassino un po’ meno) sono uniti anche nella diffusa scarsa considerazione verso una generazione che s’è precocemente consumata per scarsa generosità, incapacità di fare gruppo e il peccato più grave di tutti: hanno sempre perduto davanti a Berlusconi.
Ci vorrà fantasia, Veltroni dovrà inventare formule nuove, per scongiurare il rigetto popolare verso i rieccoli. Del suo discorso di Cortona, l’unico vero errore è stato il riferimento al rientro in campo di leader europei sconfitti: non è vero, non succede. Anzi, proprio ieri la mossa più audace e spiazzante, potenzialmente vincente, di un leader progressista, sono state le dimissioni di Gordon Brown. Non certo con l’idea di tornare. Veltroni s’è già dimesso, numerose volte e da numerosi incarichi, e sempre per tornare. Che sarebbe successo di nuovo, Europa l’aveva previsto il 18 febbraio 2009, subito dopo l’ultima resa: «Veltroni oggi lascia. Ma tornerà, garantito: verso la fine della legislatura o forse già nel famoso e auspicato congresso vero del Pd».
Ci avevamo preso. Auguri per il nuovo tentativo, ma non sarà facile.

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Politica
12 aprile 2010
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Almeno nel Pd ditevi tutto
Neanche volendo avremmo potuto riproporre oggi un celebre titolo del glorioso Popolo, che nel 1992 tentò così, generosamente, di occultare la realtà di una delle ultime débacle del proprio partito: «La Dc tiene a Mantova».
Non avremmo potuto innanzi tutto perché ieri, in una giornata di ballottaggi complessivamente negativa, il Pd non ha tenuto neanche a Mantova, cedendo un comune importante e tradizionalmente progressista al centrodestra. E poi perché quel titolo del Popolo non portò tanta fortuna alla Dc, che sarebbe addirittura scomparsa di lì a poco. E noi davvero non vogliamo e non pensiamo che qualcosa del genere possa capitare al Pd, per una analoga incapacità di capire che cosa gli sta accadendo e invertire veramente la tendenza.
Per i democratici si apre così, malamente, una settimana importante che culminerà con una riunione della direzione, sabato. Nella breve storia del Pd c’è già una costante: sotto qualsiasi leadership le riunioni di vertice, sia pure in momenti clou, finiscono regolarmente nel nulla. Spesso disertate dai protagonisti, sempre teatro di un confronto insincero nel quale non vengono neanche ripetute le tesi poi esposte sui giornali. Quando segretario era Veltroni, D’Alema non si presentava oppure taceva. Idem con Franceschini. Parti invertite adesso con Bersani. Rutelli se n’è andato senza passare dalle sedi di partito. Prodi domenica ha spedito una lettera (neanche al Pd, al Messaggero) per proporre “soltanto” la radicale rifondazione del partito di cui in teoria sarebbe fondatore.
Intanto, come s’è visto, da fuori si lanciano take-over sulla guida del centrosinistra: difficile protestare nel nome del rispetto del dibattito interno, se esso non esiste (con l’eccezione, consentiteci, delle pagine di Europa).
Quest’ultima parziale ma amara sconfitta elettorale almeno questo dovrebbe consigliare: di dirsele tutte, guardandosi negli occhi, senza nascondersi dietro vezzi insopportabili («non ho incarichi nel partito...»), senza tatticismi. Per un bel po’ non sono in vista altre elezioni né primarie, dunque non ci sono calcoli da fare. Tranne uno: calcolare quanti italiani se ne sono andati in due anni. Quasi quattro milioni, nell’ipotesi migliore.

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Politica
30 marzo 2010
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Attento Pd, la situazione può peggiorare
Se il Partito democratico fatica tanto a farsi del bene, e a fare del bene all’Italia, almeno cerchi di non farsi del male. Ci sono due modi dopo un risultato come quello di lunedì di farsi del male: riaprire la caccia al segretario (il terzo in due anni) o negare la realtà dei fatti.
Nel Pd hanno cominciato subito a fare entrambe le cose.
Che è un gran peccato, perché in Italia sono in corso sommovimenti notevoli. La situazione è tutt’altro che ferma. E se non la si legge con lucidità, onestà, coraggio e solidarietà interna, non ci sono speranze di giocarvi un ruolo protagonista.
Ha destato qualche stupore il titolo d’apertura di Europa di ieri: «Nasce la Padania». Certo, tutti rilevano il successo della Lega. Pochi però sembrano vedere che non siamo a un passaggio elettorale qualsiasi, i cui effetti valutare soltanto nel gioco politico romano.
Qui a Europa siamo convinti (e oggi Paolo Feltrin ci conforta nella nostra idea) che intorno alle vittorie della Lega si stia davvero consolidando un aggregato socio-politico macroregionale, e che questo mutamento genetico sarà alla fine l’unica eredità concreta che il ciclo berlusconiano lascerà dietro di sé.
Importa relativamente poco che Cota abbia vinto di stretto margine, né c’è contraddizione con le sconfitte che ieri la destra, Lega compresa, ha dovuto registrare da Venezia alle città lombarde. È un ambiente politico che si va definendo, all’interno del quale gli elettori si muovono liberamente: non necessariamente sull’onda leghista, però sempre seguendo criteri svincolati dalle logiche nazionali. Davvero come se fossero catalani, bavaresi o scozzesi, che com’è noto non vuol dire votare tutti per il medesimo partito.
Di fronte a una tale mutazione (quindi non per astuti mimetisimi), il Pd potrebbe per esempio chiedersi se al Nord abbia ancora senso rivendicare la propria identità di “partito nazionale” come un valore aggiunto.
Purtroppo non pare che la riflessione a Roma, largo del Nazareno, si muova a questo livello.

La linea interpretativa offerta ieri da Bersani si riassume in un punto: rispetto alle Europee del 2009 il partito è andato avanti. Anzi, dopo la Lega è l’unico che è andato avanti e grazie a questo il centrosinistra dimezza la distanza dal centrodestra.
Come dimostra anche la tabella che Europa pubblica a pagina 4, la tesi ha un fondamento solo se si accetta di accorpare al Pd anche i voti delle liste civiche collegate ai candidati presidenti democratici. È un criterio opinabile, e comunque neanche per questa via si rimedia a risultati terribili come quelli del Sud o a un confronto molto amaro con qualsiasi dato del 2008.
Il limite vero della orgogliosa e appassionata posizione di Bersani è però un altro. 
È che essa appare, ed è, solamente difensiva della sua gestione di sei mesi. Può servire solo ad anticipare le critiche interne (che infatti sono puntualmente scattate), che a loro volta suonano di revanche rispetto al trattamento riservato a suo tempo a Veltroni e a Franceschini. Il segretario non può sperare con questa analisi di contrastare il senso comune intorno a questo voto, che si riassume nel titolo di tutti i media internazionali: l’Italia a sorpresa, nonostante la disoccupazione e gli scandali, premia Berlusconi.
Né, lungo questo asse di discussione, il Pd coglie il nucleo dei propri problemi politici, che sono più gravi di quelli elettorali.
Li riassumiamo in tre punti.
Il primo riguarda il partito medesimo. Non deve essere consolato e accarezzato, perché neanche stavolta ha dato buona prova di sé sul territorio. Appare emblematico nella sua gravità il caso del Lazio, dove il Pd cede non a un partito concorrente, ma al suo fantasma. Le ironie dei dirigenti del Pdl romano, a suo tempo ridicolizzati, sono purtroppo giustificate: i loro dirimpettai democratici non hanno fatto nulla per approfittare dell’occasione offerta loro da Milione e si sono limitati a zappare nel proprio orto senza neanche pensare di poter invadere un campo lasciato senza presidio.
Il secondo problema politico riguarda le alleanze.
Il discorso si fa delicato. Abbandonata la vocazione maggioritaria di Veltroni, Bersani potrebbe perfino non rimpiangere il 34 per cento del 2008. In teoria anzi il suo progetto inclusivo potrebbe funzionare perfino meglio con un Pd meno ingombrante, intorno alle sue dimensioni attuali. A una condizione però: che, come i Ds del ’96, il Pd abbia una altissima capacità di fare coalizione.
Bersani si muove su questa linea, peccato che la realtà intorno gli si disfi sotto gli occhi. La Liguria non può essere proposta come modello (già in Piemonte lo stesso schema “tutti dentro” non ha funzionato). Non solo Udc e Di Pietro non sono coalizzabili, e lo saranno sempre meno. Non solo gli alleati più malleabili (viene da sorridere a scriverlo pensando ai trascorsi, ma è proprio così), cioè radicali e post-comunisti moderati, sono poca cosa dietro ai front-runner Bonino e Vendola. Ma si affacciano altri guastatori, e ieri abbiamo dovuto ascoltare il povero Bersani dichiararsi pronto a interloquire perfino con Grillo, trovando buone ragioni in un fenomeno che invece andrebbe solo contrastato con la massima chiarezza di argomenti davanti al proprio elettorato, per quanto arrabbiato e disorientato possa essere.
Di questo passo non si costruisce alcuna alternativa solida, è solo una rincorsa a coprire i buchi che si aprono. E ci si ritrova privi di autonomia di fronte alla sfida delle riforme – qui il terzo problema politico – che il centrodestra lancia non perché ci creda, ma perché ha bisogno di contenere le proprie esplosive tensioni interne.
Come già accaduto in Sicilia, ora anche a Roma il Pd viene “chiamato” nell’agone della maggioranza: hanno bisogno di lui per triangolare fra Lega rampante, Pdl in crisi, finiani, destra del Sud, sub-partito lettiano, e c’è anche il Quirinale fra gli attori politici. 
Non ci sarebbe nulla di male ad andare a vedere il gioco, del resto le riforme vanno fatte davvero. Ma un Pd diviso, e che non sa neanche quanti voti ha preso di preciso, può permettersi un simile rischio?


permalink | inviato da stefano menichini il 30/3/2010 alle 23:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
19 dicembre 2009
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Un dialogo appena cominciato, è già finito?
Avanti piano. Quasi fermi. Il Pd rimane sulla soglia della vera e propria apertura di una trattativa (parlamentare) con il centrodestra. Per ora siamo ai segnali di fumo. Ci sono i testi delle riforme depositati nelle commissioni, ci sono le interviste, c’è il processo breve calendarizzato al senato per gennaio con il consenso di Anna Finocchiaro. Nulla di più.
È anche logico che sia così. Per motivi interni ed esterni.
Ieri Europa si chiedeva come la minoranza riunita a Cortona avrebbe reagito alla mezza svolta annunciata da D’Alema sul Corriere. La risposta è: male. I toni e gli argomenti li valuteremo oggi ascoltando Veltroni e Franceschini (soprattutto il primo è annunciato vibrante), ma la sostanza s’è già capita. Tranne molti ex popolari, tutti gli altri (compresi quelli che non ci sono, cioè l’ex mozione Marino) traducono il ragionamento dalemiano nella versione peggiore: l’inciucio, espressione che peraltro lui arriva a rivendicare. E attaccano.
Del resto, non è che Bersani a sua volta si sia sbilanciato. Alla sua prima convocazione, il caminetto del Pd di giovedì sera non ha assolto alla funzione per cui è nato. Il segretario non ha parlato apertamente di nuova linea politica, D’Alema e Veltroni non hanno parlato affatto. Procedono per interviste e dichiarazioni: esattamente come succedeva prima di Bersani.
Chi vuole far arenare la nuova ipotetica stagione prima ancora che cominci, trova poi sponda comoda a destra.
Al Corriere, che del dialogo si propone come sponsor, potrebbero fare utili riflessioni sul tema: per poter creare un clima diverso, al Pd è richiesto di fare abiure pubbliche, svolte eclatanti, rotture di alleanze. A Berlusconi e al centrodestra non è chiesto altro che di essere beneducati. Nessun prezzo politico e neanche comunicativo da pagare, in cambio del salvacondotto per il premier e del riavvio di una legislatura che in questo momento è più morta che viva.
Se lo scambio è così ineguale, non ci si può lamentare se non si realizzerà mai.

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Politica
18 dicembre 2009
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Pd, sarà vera svolta?
La prima premessa è che potrebbe essere tutto un falso movimento tattico, come capita spesso nella politica italiana. La seconda premessa è che qualsiasi ipotesi è chiaramente appesa a un filo esile, come sempre da quindici anni a questa parte quando ci sono di mezzo i calcoli e l’umore variabile di Silvio Berlusconi.
Detto ciò, una possibile svolta si è annunciata ieri nella forma atipica dell’intervista a un leader importante ma privo di cariche formali come D’Alema (torniamo a chiedere, senza malizia ma con sincera curiosità: davvero funzionano così le bocciofile?).
La svolta consiste nella decisione del Pd – in evidente asse con l’Udc di Casini – di portare a compimento il proprio processo di autonomizzazione dalle correnti estremiste della sinistra giacobina. D’Alema dichiara l’esistenza di due populismi speculari, berlusconismo e dipietrismo, ma di fatto si dice disponibile a riformare le istituzioni con il primo dei due, a patto naturalmente che si liberi a sua volta delle ali farneticanti che si sono scatenate in questi quattro giorni di forzata degenza ospedaliera del Cavaliere, e che ancora trovano ospitalità quotidiana sul Giornale di Feltri.
La disponibilità del Pd non è nuova nei contenuti (fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, una riforma elettorale che metta fine all’indecenza delle liste bloccate) ma è avanzata in un momento del tutto particolare.
L’attentato di Milano da una parte ha fatto sprigionare l’estrema fiammata del settarismo italiano, interpretato sulle opposte estreme da Travaglio e da Cicchitto. Dall’altra però ha reso evidente il baratro spalancatosi davanti al sistema politico e alla società tutta. Un baratro che ha anche una precisa declinazione politica: le elezioni anticipate, fortemente volute dall’estrema destra feltriana, a fronte delle quali il tentativo per le riforme appare come l’unica alternativa, essendo impensabile per tutti – a cominciare dal Pdl, a palese rischio di implosione – di continuare ad andare avanti come prima del Duomo. 
Il Pd si assume un bel rischio, di cui molto si discute negli organismi dirigenti e si discuterà da oggi nell’assemblea della minoranza a Cortona. Per Bersani, s’è capito ieri, è essenziale che alla scelta di autonomia rispetto a Di Pietro corrisponda un’orgogliosa asserzione di ancor più forte autonomia rispetto alle pretese berlusconiane.

Nell’intervista al Corriere (giornale, sia detto per inciso, fortemente impegnato a favorire l’apertura di questa nuova fase), lo stesso D’Alema anticipa quale sarà il refrain dei prossimi giorni: è ricominciato l’inciucio. Di cui infatti, a volerlo definire tale, ci sono tutti gli ingredienti: la materia istituzionale sul tavolo, il possibile scambio sulla giustizia (nella forma della leggina ad personam sul legittimo impedimento che certo il Pd non approverebbe e anzi contrasterebbe, ma senza Aventini), il ruolo chiave dei centristi, e infine il benevolo ma pericoloso riconoscimento verso «i moderati del centrosinistra» che Berlusconi ha voluto offrire non appena ha messo piede fuori dal San Raffaele.
Rispetto alla stagione sfortunata della Bicamerale, della quale D’Alema fu vittima, ci sono almeno tre grosse differenze. La prima è che il centrodestra (che allora era all’opposizione ma in una fase di forte controffensiva, nei primi anni della carriera politica del Cavaliere) si sente alla vigilia di un big bang ed è attraversato da dissensi e perfino da paure ancestrali di dissoluzione: il partito dei falchi è quello che ha strillato più forte in questi giorni dopo il Duomo, ma a nessuno è sfuggita la sicurezza di sé esibita da Fini, arrivata al punto di richiamare all’obbedienza gli ex di An.
Insomma: il calcolo delle convenienze nel Pdl e nella Lega ora potrebbe far volare le colombe. Solo che questo non dipenderà da un normale processo politico, bensì, una volta di più, dall’autocratica decisione di uno solo.
La seconda differenza è data dal forte patrocinio che Napolitano concederebbe a una eventuale stagione di riforme. Stiamo parlando dell’unico politico italiano che goda di una fiducia ampia e trasversale nel paese. È noto quali siano le sue posizioni sia sulla prosecuzione della legislatura che sulla sua missione riformatrice: se solo il capo dello stato vedrà aprirsi uno spiraglio, non c’è dubbio che concederà una benedizione urbi et orbi. Circostanza non indifferente per gli umori dell’opinione pubblica di centrosinistra.
È qui infine che si concentra l’incognita più grossa, sicuramente quella che ci riguarda più da vicino. D’Alema si rammarica di essersi dovuto assumere l’onere di spiegare alla propria gente che in Italia non c’è alcun regime, mentre Berlusconi non ha mai fatto sforzi speculari. È vero solo in parte: sono molti anni che nessun dirigente riformista accetta fino in fondo di sfidare la comprensibilissima irritazione e diffidenza degli elettori verso ipotesi di accordo col centrodestra, su qualsiasi tema.
Si citava prima il Corriere: impossibile non notare per contrasto quanti danni possa fare un Cicchitto nella sua intemerata contro Repubblica, nel dilettantesco tentativo di dividere ciò che non può e non deve essere diviso.
Il Pd vuole recuperare una faticosa autonomia non solo dagli estremismi politici ma anche dall’influenza dei gruppi editoriali (autentico assillo di D’Alema e di Bersani), ma anche un bambino capirebbe che se sulla strada delle riforme si mettesse di traverso un intero esercito di opinion-makers progressisti (quindi non Padellaro, Travaglio o Grillo), il cammino del Pd si farebbe improbo.
Proprio perché la vicenda – ammesso che si sviluppi – appare difficilissima, rimane da verificare un punto essenziale: il Partito democratico è unito sulla linea di Bersani proposta da D’Alema?
Questa domanda rende d’incanto denso di maggiori significati politici l’appuntamento di oggi e domani a Cortona, dove si riunisce Area democratica cioè l’aggregato di coloro che hanno sostenuto Dario Franceschini nelle primarie.
Qui com’è noto siamo di fronte a un paradosso: Veltroni e Franceschini, ai loro tempi, guidavano un Pd allora disposto al grande salto acrobatico del confronto con Berlusconi. Sarà stato per i colpi presi nel voto e a inizio legislatura (enorme responsabilità del Pdl), sarà stato per l’incalzare di Di Pietro, le parti si sono rovesciate. Sicché la campagna di Franceschini per le primarie è stata aspra sul tema “non si dialoga”, e Veltroni si è riaffacciato sulla scena soprattutto per criticare la mancata adesione di Bersani al no-B day del 5 dicembre.
Sembra un secolo fa, sono solo due settimane. Il Duomo avrà cambiato le cose anche per Veltroni e Franceschini? Almeno per Veltroni, difficile. Però per molti compagni di componente, la gran parte dei popolari, la linea dalemiana è istintivamente la propria. Ad altri piace la presa di distanza da Di Pietro. Per tutti è arrivato il momento della prima scelta importante dopo le primarie. Metteranno tutti i paletti del mondo ma alla fine le domande alle quali rispondere sono due: ci fidiamo di Berlusconi? Ci fidiamo di D’Alema?
Se vi sembra di averle già ascoltate, avete ragione.

permalink | inviato da stefano menichini il 18/12/2009 alle 7:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
10 novembre 2009
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Bersani tra solidità e illusione

Sollievo: questa la sensazione prevalente dei delegati democratici all’uscita dall’assemblea che sabato ha inaugurato l’era Bersani. Un cammino che riprende, il Pd torna ad affacciarsi sulla scena e dichiara di voler anche tornare nella società, i mesi aspri delle primarie che si chiudono senza eccessivi strascichi di divisione.

Così come, fedele al profilo che s’è dato, anzi che gli è congenito, Pier Luigi Bersani dà a tutti la rassicurazione di una leadership inclusiva, soft nelle dinamiche interne, aliena dai colpi di testa e dalle svolte. Una forza tranquilla, si sarebbe detto un tempo. In un tempo, si intende, in cui la forza c’era davvero e la tranquillità piaceva.

C’è da dire che con analogo sollievo il Pd era già uscito da molti appuntamenti precedenti, quando si era riconosciuto nelle visioni di Veltroni o nella battagliera determinazione di Franceschini. E questo infatti è il pericolo principale dal quale deve guardarsi Bersani: la facilità con la quale nel Pd ci si adegua alle mutate condizioni, per poter poi continuare a perpetuare gli stessi vizi. Prova ne sia il fatto che gli organigrammi per quanto vasti siano – e quello bersaniano è piuttosto ampio – non bastano mai a soddisfare le irrinunciabili esigenze di aree, componenti, territori e singoli.

Di Bersani però va ripreso innanzi tutto il contenuto e il tono degli interventi di sabato...



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permalink | inviato da stefano menichini il 10/11/2009 alle 8:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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