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Politica
5 aprile 2012
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Articolo 18, è finita come doveva finire
Ora aspettiamo, senza grande fiducia, i commenti magari anche un po’ autocritici di tutti coloro che sull’articolo 18 avevano predetto qualsiasi catastrofe: la morte del Pd, la sua scissione, la crisi di governo, la fine dell’esperienza di Monti, le mobilitazioni di piazza, il riacutizzarsi di tensioni, magari perfino l’esplodere della violenza.
Fino all’altroieri, ancora durante il viaggio asiatico del presidente del consiglio: ogni frase e ogni battuta dissezionate, per ricavarne le tracce di uno scontro, di un divorzio inevitabile, di un irrigidimento reciproco che poteva portare solo a un vincitore e a uno sconfitto.
Non è andata così, non andrà così. Innanzitutto per il bene dell’Italia, che un pezzo alla volta sta cambiando davvero: la crisi morde, trascina ancora giù i mercati e l’economia, fa male alle persone. Ma il paese si mette nelle condizioni di reagire, di mettere a posto i fondamentali e girare pagina dell’agenda. La pagina prossima, parlando di lavoro, non potrà che essere quella dell’oppressione fiscale che lo appesantisce e che rende l’occupazione improba per chi deve offrirla e per chi la sta cercando.
È solo la logica delle cose che ha finito per dar ragione a chi, come noi, aveva scommesso fin dall’inizio sull’esito positivo della riforma del mercato del lavoro. Anche nei giorni in cui tutti, su tutte le sponde, si facevano trascinare dalla drammatizzazione, abbiamo tenuto fermi pochi punti di analisi, che valgono del resto fin dalla nascita del governo Monti e continueranno a valere ancora per un bel po’.
Pur nel suo valore emblematico, l’articolo 18 corretto e perfezionato ieri non ha mai smesso di essere solo una parte di un’operazione molto più ampia. L’ha ricordato spesso il capo dello stato, che in questa vicenda ha svolto una funzione essenziale di ispirazione, copertura politica, smussatura degli angoli.
Ma in realtà nessuno di coloro che erano destinati ad avere l’ultima parola – il governo e la maggioranza parlamentare – ha mai avuto il minimo interesse a far saltare su questa singola mina la riforma Fornero, che poi avrebbe trascinato con sé l’intera esperienza montiana.
Chi temeva (o sperava?) che il Pdl di Berlusconi e Alfano avrebbe approfittato della situazione per menare un colpo a Bersani, non ha capito in quale fase siamo. A parte l’investimento che il Pdl fa, al pari degli altri, sulla permanenza di Monti, c’è il discorso dello stato del paese: davvero pensiamo che esistano politici che abbiano voglia, in questo momento, di intestarsi una battaglia per licenziamenti più facili? Davvero vediamo in giro tutte queste Thatcher e questi Reagan, che del resto non avuto autentici emuli italiani neanche quando il centrodestra poteva spadroneggiare?
Una parte della sinistra italiana continua a battagliare contro un nemico inventato, costruito a tavolino per poter giustificare la propria paura del cambiamento.
Questa stessa parte della sinistra, minoritaria ma capace di influenzare il mainstream mediatico, aveva dato corpo all’immagine di un Pd messo alle corde, condannato a soccombere davanti a una prova che coinvolgeva la sua base sociale ed elettorale: o succube del perfido neoliberismo bancario, o risucchiato all’opposizione dai suoi legami col sindacato e dalla competizione più estremista.
Non si può negare che il Pd abbia ballato, per tic antichi e per subalternità all’immagine che gli altri dipingono di questo partito che invece, evidentemente, comincia a svolgere davvero il ruolo per il quale è stato pensato, voluto, fondato.
Prima ancora che cominciasse la trattativa con le parti sociali sulla riforma Fornero, in piena bagarre sulle liberalizzazioni, abbiamo scritto su Europa che la linea di Bersani di rimettersi in ogni caso all’esito del tavolo aperto a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria era comprensibile, ma timida. E che anzi il Pd, per le competenze che ha e per la sua specifica vocazione, avrebbe potuto mettersi a disposizione per dare i giusti consigli e risolvere i nodi più intricati: era il 25 gennaio, a distanza di settanta giorni possiamo dire di averci visto giusto.
Ma non per capacità divinatorie, bensì in coerenza con un investimento sul Pd come motore della stagione riformista in corso, come partito che si candida alla responsabilità di governo di domani esercitando fin da oggi il ruolo di perno del sistema politico.
Pier Luigi Bersani esce protagonista e vincitore da questa partita perché l’ha giocata con questo spirito. L’uomo, al quale spesso si negano virtù carismatiche, ha però speso tutte le sue doti di pragmatismo. Su questa vicenda, finalmente, può a buon diritto rivendicare una leadership, di cui è componente essenziale (e non a caso ricordata) l’autonomia del partito rispetto alle confederazioni sindacali.
Certo Bersani sperava che la soluzione potesse essere più facile, che Cgil e governo potessero intendersi prima e da soli. Non è successo per limiti reciproci, che però nessuno ha voluto esasperare: Camusso ha sempre tenuto la posizione confederale al di qua della linea di non ritorno (e infatti Landini e Cremaschi sono rimasti all’opposizione interna anche nei giorni più caldi); e Monti ha confermato di essere un vero premier politico, capace della flessibilità nel momento giusto, anzi perfino prima del momento giusto: la correzione sull’articolo 18 è arrivata prima dello sbarco in parlamento per un elementare motivo di prudenza che ha fatto premio sulle petizioni di principio.
Tanto, il professore della Bocconi uno “storico” risultato di metodo l’ha ottenuto comunque: ha chiuso l’era della concertazione, ha tolto alle organizzazioni dei padroni e dei lavoratori il loro tradizionale potere di veto e ha riportato la decisione politica ultima laddove deve stare per dettato costituzionale. Cioè nella dialettica fra governo e forze parlamentari. A giudicare dalle prime reazioni, chi ha preso peggio questa novità non sono neanche i sindacati bensì alcune (non tutte) organizzazioni imprenditoriali: hanno da ripensare su molte cose.
Tra le molte lezioni che questa vicenda ci lascia, c’è una dura sconfitta dell’oltranzismo e del populismo.
Abbiamo attraversato quasi vent’anni di storia italiana durante i quali sembrava che dovessero sempre averla vinta quelli che la sparavano più grossa, quelli che rimanevano più compatti intorno alle proprie bandiere, quelli che dichiaravano la sacralità delle proprie posizioni e in nome di questa sacralità si sentivano autorizzati a ogni esasperazione polemica.
Se mai c’è stato qualcuno anche nel Pd tentato da questa forma vecchia della battaglia politica, ha sicuramente imparato molto in questi quattro mesi. E un contributo alla chiarezza l’ha dato quel monumento alla demagogia e all’opportunismo che si chiama Antonio Di Pietro: dal primo all’ultimo momento, per fortuna, l’abbiamo sempre trovato sulle posizioni sbagliate, a dire le cose più orrende, nel momento peggiore.
Ora è davvero una storia finita, quella dell’alleanza con questo profittatore delle disgrazie altrui: un’alleanza che, lo dicemmo fin dal primo giorno nel 2008, non si sarebbe mai dovuta stringere.
La storia del Pd seguirà altri percorsi, non più facili ma più limpidi, più coerenti, e sicuramente più vincenti. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/4/2012 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 marzo 2012
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Monti lancia un avviso per il dopo-Monti
La drammatizzazione ricercata negli ultimi giorni da molti giornali e da qualche politico si stempera, com’era facilmente prevedibile e come avevamo previsto.
Non perché la situazione del paese non sia grave: recessione dichiarata, disoccupazione crescente, aumento dei prezzi, pressione fiscale, flusso del credito al minimo, ora anche la nuova fiammata dello spread. I segnali positivi delle ultime settimane sembrano dimenticati. Le tragedie individuali di lavoratori, imprenditori, artigiani assurgono a rango di simbolo.
Eppure non s’accende la miccia accesa da chi vorrebbe far esplodere l’Italia sull’esempio greco. La tensione c’è, i sindacati organizzano la protesta. Tutto però rimane allo stato di dialettica politica. I varchi per risolvere le questioni più dure sono ancora aperti.
La lettera di Monti al Corriere ripropone lo schema di rapporto fra governo e partiti già enunciato spesso. Fa presente – lo notavamo su Europa nel giorno del discorso di Seoul – che c’è una comunicazione verso l’esterno che non va confusa con quella domestica. E qui Monti inserisce la vera criticità, quella della quale dovrebbero farsi carico tutti invece di dedicarsi a elucubrazioni sull’ideologia sommersa dei professori, sul loro dna di destra, sul pensiero unico bocconiano o sul disprezzo per la democrazia nascosto dietro le parole sullo scarso consenso dei partiti (tutte cose lette non solo su manifesto o Fatto ma anche su Repubblica e Unità, su Giornale e Libero).
L’unico problema che ci si dovrà porre per il dopo-Monti, e che proprio Monti ricorda, è come fare a mantenere l’efficacia delle decisioni e l’indispensabile credito internazionale miracolosamente recuperati da novembre a oggi. È un problema di persone, certo, ma soprattutto di politiche, e di consapevolezza dei limiti che il paese non ha affatto superato, della necessità di completare e applicare riforme struturali che sono appena ai primi passi.
I segretari dei partiti della maggioranza hanno ogni diritto di battersi sulle proprie posizioni già adesso, in ogni occasione in cui questo sia possibile. Sanno però di avere margini di manovra limitati: la rottura, teoricamente sempre possibile in politica, stavolta non è consentita.
Qualunque partito decidesse di far saltare il tavolo, fosse anche per ottimi motivi, verrebbe immediatamente additato come il responsabile di un ritorno all’indietro: alla stagione dei calcoli di parte, dei veti, degli interessi politici a breve anteposti al bene generale. L’opinione pubblica, per molti motivi intrecciati fra loro, ha già una forte predisposizione negativa: sarebbe implacabile nella condanna (e davvero qui destra e sinistra non c’entrano). Non parliamo neanche dei giudizi internazionali.
Pier Luigi Bersani sa tutto questo e, pur scontando enormi difficoltà ambientali, si sta dimostrando abile a tenere insieme la fedeltà all’operazione Monti e l’autonomia del proprio partito.
Sulla vicenda più difficile di tutte, la riforma del mercato del lavoro, quello che era stato annunciato, presentato e in parte gestito come un bagno di sangue per il Pd potrebbe trasformarsi nel suo opposto: una prova di forza ed equilibrio politico dalla quale uscire come il vero partito-perno del sistema, centrale per far passare le riforme, anche quelle più difficili.
Tutto si giocherà sulla manovra parlamentare, appoggiata a una mobilitazione sociale non isterica: dalla Cei alla stessa Cgil, passando per Cisl e Uil e il mondo delle imprese minori, tutti coloro che hanno segnalato i problemi della riforma hanno però anche respinto le istanze di assoluta conservazione dell’esistente. È una ragionevolezza alla quale Monti e Fornero non possono voltare le spalle, e che il Pd può interpretare in maniera concreta lasciando ad altri – a Di Pietro, purtroppo a Vendola, alle varie schegge dell’antipolitica in competizione fra loro – la parte non simpatica e fine a se stessa degli urlatori.
In questo modo di afferma e si costruisce, qui e adesso, il diritto a presentarsi domani agli elettori come una forza di governo giusta e responsabile.
Guarda caso, esattamente ciò che suggerisce Monti nella lettera al Corriere: nella vicenda italiana attuale, tutti devono cambiare un po’, i partiti non potranno uscirne uguali a come vi sono entrati. Ben prima che li usasse Monti, però, questi erano gli argomenti di chi, nel Pd, si batteva per l’ipotesi del governo di transizione anche per contrastare l’illusione (presente nel Pd e nel centrosinistra) di una autosufficienza elettorale, politica e programmatica già acquisita.
I fatti hanno dimostrato che no, non eravamo pronti. Che non è stata solo generosità, quella di Bersani nel cedere e nel condividere il peso del governo della crisi. Non è vero che il centrosinistra, sia pure unto dalla volontà popolare, sarebbe stato in grado di fare meglio di quanto è stato fatto da novembre a oggi: la parte che stanno recitando Di Pietro e a tratti anche Vendola lo conferma. Per dire tutta la verità: i leader sindacali non avrebbero concesso a un ministro di centrosinistra (probabilmente un loro ex collega) ciò che hanno concesso a Fornero, per il semplice motivo che non gli sarebbe stato richiesto.
Bene allora se Bersani impedisce che si commettano ora (in vista del Piano nazionale delle riforme di Monti) gli errori che si stavano per commettere nel 2011 quando nel Pd ci si irrigidiva sulla intangibilità del sistema pensionistico, sulla intoccabilità dell’articolo 18, sulla impraticabilità del pareggio di bilancio in Costituzione: affermazioni perentorie destinate a essere travolte da un processo politico più forte.
Molto più fruttuoso, politicamente, stare dentro questa stagione come protagonisti, anzi possibilmente come problem-solver, come potrebbe essere sull’articolo 18. Non è solo un ruolo obbligato, per cause di forza maggiore: sono le fondamenta del nuovo Pd, competitivo nel 2013 contro chiunque. Allora non è così sorprendente, né episodico, che su queste basi Bersani abbia ricostruito l’unità interna. 
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
22 marzo 2012
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articolo 18 monti fornero pd camusso cgil
La soluzione non è lontana
Se c’è una logica in quanto è accaduto nelle ultime ore, non dovrebbe essere difficile trovare una soluzione per consegnare all’Italia (e in particolare ai giovani e alle donne) la buona riforma del mercato del lavoro del ministro Fornero. Il punto di rottura è talmente focalizzato e specifico, a fronte di cambiamenti che investono l’intero mondo del lavoro, che il danno in caso di fallimento non vale il rischio degli irrigidimenti.
Qui non sono in ballo i cosiddetti equilibri politici, qui conta la sostanza. La forzatura vera di Monti non è stata neanche sull’articolo 18, bensì sull’abrogazione del metodo consociativo che ha fin qui deresponsabilizzato la politica, attribuendo alle parti sociali un potere di veto (la famosa “firma”, che stavolta non ci sarà) inaccettabile in una società molto più complessa e ampia di quanto siano le loro rappresentanze.
Questa è l’acquisizione strategica del governo, in aggiunta alle modifiche elencate da Fornero. Questa è la novità che non potrà non essere colta dai famosi interlocutori internazionali. Questa è un’altra delle conquiste di Monti che sarebbe stata impensabile in passato, sia al tempo degli accordi separati di Sacconi che al tempo dei ministri sindacalisti.
Ma se questo è il vero cambio di paradigma, la restituzione al parlamento del potere sovrano non può essere finzione. Sono stati per primi Napolitano e Monti a valorizzare questo ritorno di centralità: saranno conseguenti.
Lasciamo perdere gli scenari di crisi della maggioranza: è fantapolitica. Il Pd contribuirà a migliorare in senso “tedesco” il capitolo licenziamenti e poi farà sua una riforma che in gran parte nasce dalle sue stesse elaborazioni: chi altri in Italia s’è occupato di lavoro? Alfano?
Lo scontro con la Cgil della durissima Camusso di ieri può perfino risultare salutare: se il dissenso si incanalerà tutto nella confederazione, senza altri sbocchi estremistici; e se ognuno riscoprirà il gusto di fare il proprio lavoro. Forse sono davvero finiti i tempi dei programmi fotocopia, fossero quelli di Berlusconi e Confindustria o quelli della sinistra e dei sindacati. 
permalink | inviato da stefano menichini il 22/3/2012 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 marzo 2012
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Riforma Fornero, la strada da prendere
Si sapeva che sarebbe stata la partita più difficile. E lo è, anche mettendo da parte le liturgie che in queste occasioni fanno sempre riscaldare la temperatura nelle ultimissime ore, conducono sull’orlo della rottura, impongono rinvii e congelamenti delle discussioni.
Impossibile dire, ieri sera, se il confronto sul nuovo mercato del lavoro potrà chiudersi positivamente fra le parti sociali, come appare a tutti essenziale. La giornata decisiva sarà domani, con l’ultimo incontro con il governo. Ma già oggi tante cose si capiranno dalla cruciale riunione dello stato maggiore della Cgil.
In un quadro così delicato, ieri Monti ha messo sul tavolo una posizione che rappresenta una novità in questo campo. Potrebbe rivelarsi solo una mossa tattica, per spingere i sindacati a firmare, ma l’annuncio che la riforma sarà portata in ogni caso in parlamento, limitandosi ad “allegare” le opinioni delle parti sociali, vuol dire restituire alla politica e ai partiti la responsabilità ultima per un cambiamento di regole che in effetti riguarda tutto il paese, comprese intere fasce sociali che nessuno rappresenta ai tavoli di palazzo Chigi.
Il governo non ha forzato la mano. Ha detto la sua, ha trattato, ha corretto le posizioni, ha dato il tempo necessario. Sono state fatte gaffes evitabili, il messaggio di fondo però è rimasto coerente, quello di inizio mandato: siamo qui per cambiare nel nome soprattutto di giovani e donne. L’ha ripetuto ieri Fornero (che anche per questa esposizione risulta essere il ministro più conosciuto e apprezzato), disegnando il mercato del lavoro di un paese molto diverso dall’Italia che abbiamo conosciuto.
La riforma appare ampia. Mette sulle aziende il giusto carico, per i costi del lavoro a tempo determinato e degli ammortizzatori.
Là dove tocca l’articolo 18, la Cgil non accetta la linea Fornero ed è improbabile che ci ripensi nelle prossime ore. Il che, considerata la determinazione di Monti a procedere in ogni caso in parlamento, metterà il Pd di fronte a una scelta difficile. Bersani s’era già sbilanciato positivamente cinque giorni fa, dopo il vertice dei segretari.
È vero, Monti rischia. Il Pd però ci sarà ancora quando Monti non sarà più premier: si può dire che rischia anche di più. Secondo noi, non può non imboccare la strada aperta, finalmente, verso un’altra Italia del lavoro, così come ieri sera la descriveva Elsa Fornero. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/3/2012 alle 9:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 gennaio 2012
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Un fantasma s'aggira per il Pd
Torna ad aggirarsi nel Pd un fantasma. Sempre lui, sempre l’odiato e temuto papa straniero. Ha assunto tutte le fattezze possibili, come si addice agli spettri. Per lungo tempo è somigliato a Montezemolo, poi a Profumo, per un attimo è apparso Ezio Mauro, ci sono state fugaci visioni di Saviano e Soru, poi qualcuno ha visto Mario Monti prima che si incarnasse in maniera più solida e probabile. Adesso la paura ha il nome e il volto di Corrado Passera.
Quasi sempre si tratta di personaggi dell’establishment economico e finanziario, con forti agganci editoriali, che non appena si esprimono su affari pubblici o mostrano di avere del tempo libero vanno a turbare i pensieri dei dirigenti del Pd.
La stampa ci gioca parecchio, un po’ per piaggeria verso i padroni del vapore ma soprattutto perché a sfiorare i nervi scoperti dei democratici l’effetto e la reazione sono garantiti: per creare il caso basta il più improbabile dei sondaggi online.
I tipici commenti del democratico irritato sono: benvenuto chi entra in politica, però si iscriva a un partito. Vuole candidarsi? Partecipi alle primarie. Partiti personali, uomini della provvidenza? Abbiamo già dato. Non riuscirete a fare a meno del Pd.
Tutte cose giuste. Solo che a sentirle ripetere in ogni intervento e a leggerle in ogni intervista danno l’impressione di una certa ansia. Di una inconfessabile insicurezza che non vorremmo che il Pd avesse, e che soprattutto non vorremmo condizionasse le sue scelte e posizioni.

Per esempio adesso è eclatante il fastidio verso il decreto liberalizzazioni di Monti. Non per quello che c’è o non c’è, ma perché se ne parla in giro troppo bene, e come di una svolta mai realizzata prima dai governi politici. Retropensiero democratico: qui si vuole delegittimarci, noi che siamo guidati dal primo (anzi unico) dei politici liberalizzatori.
Stanno ingigantendo i meriti di Monti (e Passera) oltre il dovuto. E lo fanno oggi per fregarci meglio domani.
Dal fastidio si fa presto a passare all’acidità, qualche giornale di area ci aggiunge il carico ideologico dell’avversione a qualunque cosa o persona odori di liberale, alla fine il messaggio agli elettori rischia di tornare a essere quello della freddezza e della distanza da Monti. «La sua agenda non è la nostra agenda», ha detto Fassina all’assemblea Pd, al termine di un intervento nel quale il decreto liberalizzazioni è stato a stento nominato dal responsabile economico del partito. «Noi non siamo questa cosa qui», ha ripetuto più volte Rosy Bindi, sempre riferita al governo.
Bersani (anche lui in passato turbato più volte dal papa straniero e dai suoi mandanti annidati dentro e sopra la grande stampa borghese) appare per fortuna più sicuro di sé, finalmente determinato a cavalcare la fase politica che offre al Pd evidenti vantaggi, solo a volerli cogliere.
Così il segretario rivendica la primogenitura delle liberalizzazioni senz’astio, mettendosi a disposizione dei miglioramenti del pacchetto, e giustamente schiera il Pd contro le esitazioni e le piccole trappole della sbandata truppa post-berlusconiana.
Pare aver capito, Bersani, che per convincere gli italiani più della denuncia di misteriose manovre occulte conterà la credibilità del Pd sulla frontiera dell’innovazione, la sua capacità di riproporsi nella veste ora più difficile e necessaria: il partito che coglie le sofferenze e anche la diffidenza del paese, per pilotarlo però a condividere le scelte necessarie nell’interesse generale.
Pochi mal di pancia, allora, niente lisciate al pelo della protesta, e nessuna sorda resistenza alle riforme di Monti.
Chiaro che adesso, con la trattativa sul mercato del lavoro partita in maniera tanto difficile, è più difficile fare da motore della stagione montiana. Si avverte nel Pd (come in tutti i partiti, del resto) la voglia di lasciar consumare l’inevitabile scontro tra governo e sindacati senza esporsi né mettersi in mezzo.
Anche stavolta, però, vale ciò che valeva nelle settimane scorse sui tagli di spesa e sulle liberalizzazioni: il Pd non ha nulla da guadagnare da un fallimento di Monti e Fornero. I problemi portati a quel tavolo di trattativa col solito piglio garibaldino dal ministro sono grandi e oggettivi: non superarli in questo momento – per alcuni aspetti irripetibile – vorrebbe dire ritrovarseli addosso, aggravati, quando a governare sarà una maggioranza politica inevitabilmente più condizionata dell’attuale.
Né pare ripronibile l’argomento che s’era affacciato a sinistra all’inizio dell’era Monti: siccome ha un mandato tecnico non può fare impegnative scelte politiche. Figurarsi. Da quel momento è stata rivoluzionata la previdenza, s’è finalmente staccata Eni da Snam, s’è data una bella scrollata alle professioni, è stata rilanciata la centralità della lotta all’evasione, s’è chiusa l’epoca dei favori a Mediaset. Se non sono scelte politiche queste.
Nel Pd di Bersani c’è tutto il know how necessario a risolvere le questioni all’ordine del giorno, tra lavoro e welfare: è l’unico partito che se ne occupi e ne discuta seriamente da sempre, dai riformatori più arditi fino agli uomini di collegamento con la Cgil.
Non c’è bisogno di intromettersi nella trattativa avviata, basta dare i giusti consigli e, nel frattempo, il più forte, convinto e convincente appoggio politico al governo.
L’agenda Monti, come s’è ampiamente visto, non lascia scoperto alcun tema, alcuna emergenza (tranne l’autoriforma della politica e delle istituzioni). Possiamo dire che non è l’agenda del Pd solo perché casomai è, in tutta evidenza, l’agenda del paese. Il leader del partito che, per forza e per peso del consenso, avrà garantito il successo di Monti sarà di qui a un anno l’unico indiscutibile candidato a guidare la nuova Italia che ne uscirà, che ne sta già uscendo. Passa da qui e non è popolata di fantasmi, la strada di Pier Luigi Bersani.
permalink | inviato da stefano menichini il 25/1/2012 alle 7:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 gennaio 2012
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Monti-Fornero davanti al muro dei sindacati
Nella sua corsa a ostacoli, Mario Monti è arrivato davanti al primo vero muro. Che non è quello dei tassisti, né quello degli avvocati o dei notai, e neanche quello dei padroncini dei Tir che vorrebbero paralizzare il paese. Con queste categorie in un modo o nell’altro si risolverà, perché il governo s’è già preso un bel vantaggio nei loro confronti.
Il muro se l’è trovato di fronte Elsa Fornero ieri dopo essersi illusa che le confederazioni sindacali e la Confindustria (ma anche Rete imprese Italia, l’associazione dei medi, piccoli e coop) avrebbero anche solo accettato il metodo di discutere un progetto dettagliato presentato loro dal governo.
Dopo tante polemiche intorno all’articolo 18, Fornero ha spiazzato tutti presentando qualcosa di ben più corposo, sostanziale e rivoluzionario rispetto alla tradizione italiana: la trasformazione della cassa integrazione speciale (vale a dire eterna) in disoccupazione sostenuta da un reddito minimo di reinserimento.
Non si è neanche arrivati a discuterne: sindacati e Confindustria hanno alzato il muro fin dalla questione di metodo. Semplificando molto: dopo anni in cui le parti sociali denunciavano l’assenteismo governativo dalle trattative in materia sociale, ora all’opposto rivendicano a sé la titolarità esclusiva delle discussioni (e degli eventuali accordi) sulla riforma del contratto e degli ammortizzatori sociali.
C’è dietro a questo niet una concezione che esclude dal processo decisionale chiunque non sia rappresentato né da sindacati né da Confindustria (dunque addio alla pretesa di Monti e Fornero di agire in nome e per conto dei giovani non garantiti, ma anche addio alla sovranità del parlamento). E soprattutto c’è il rigetto di un’ipotesi di riforma degli strumenti che proteggono i lavoratori dalla crisi che appare in effetti molto ambiziosa. Difficile da pensare, da mandare giù, da praticare e soprattutto difficile da finanziare.
La galoppata di Monti si trasforma nel faticoso attraversamento di un guado insidioso. E stavolta nessun partito, questo è sicuro, sarà disposto a dargli una mano.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/1/2012 alle 7:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 gennaio 2012
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Sul lavoro qualcosa è cambiato nel Pd
La convocazione per giovedì prossimo del forum del Pd sul lavoro, per aggiornare e fissare la linea alla vigilia della discussione sulla riforma Fornero, è la cosa migliore che Stefano Fassina abbia fatto da diverso tempo. Non se ne poteva più di un confronto interno che a ogni tornante veniva stoppato con l’affermazione: su questo punto il partito ha già una posizione, chi è in minoranza parla a titolo personale.
Tutto è cambiato nel mondo e in Italia da quando, quasi un anno fa, il Pd ha elaborato il proprio programma. La crisi ha travolto ogni punto di vista, anche quello di chi l’aveva prevista e denunciata per primo.
Ieri, da Parigi, Monti ci ha fatto sinistramente capire che tutto ciò che abbiamo fatto e stiamo cercando di fare come paese potrebbe non essere sufficiente. Eppure l’Italia non può fermarsi. Le linee di resistenza di tutti i soggetti – partiti, corpi intermedi, lobbies – sono destinate a esser messe alla prova. Chiunque assuma posizioni rigide rischia di perdere male.
Il fatto incoraggiante, parlando del Pd, è che le rigidità sono appunto state spezzate in tempo utile. Quando il forum di partito si riunirà, un pezzo della discussione sul contratto unico sarà già stato istruito e sarà forse più facile raggiungere una posizione davvero unitaria. Siamo orgogliosi, come giornale, di aver dato una piccola mano a far emergere ciò che evidentemente era già maturo.
Tra Natale e la Befana (mentre ancora ieri i grandi giornali descrivevano chissà quali rese dei conti interne) abbiamo verificato che tra Ichino e Franco Marini, Bersani e Veltroni, Damiano e Morando, c’è più intesa che disaccordo. Ed è un fatto importante, perché pur nella reciproca autonomia è cruciale che i sindacati – per ora gelidi verso le intenzioni della Fornero – sappiano con certezza qual è la linea prevalente nei partiti, soprattutto nel Pd.
Forse non eravamo così illusi, quando speravamo che i democratici potessero adesso, e non in chissà quale roseo futuro, essere il motore del radicale cambiamento che serve all’Italia e in particolare agli italiani più giovani. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/1/2012 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
21 dicembre 2011
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Napolitano rilancia il "suo" governo
È stato il discorso fortissimo di un uomo totus politicus che chiede di smetterla con le lamentazioni sulla sospensione della democrazia e sulla espropriazione della politica. Nell'intervento di Napolitano di ieri c’è l’orgoglio dello statista che non accetta lezioni sul funzionamento delle democrazie parlamentari e rivendica la soluzione da lui stesso proposta per supplire al fallimento del «bipolarismo distorto». Il capo dello stato vede l’anomalia, la riconosce, ma inscrive la nascita del governo Monti all’interno della assoluta regolarità repubblicana.
Dopo la correttezza istituzionale c’è però il nerbo politico, che Napolitano propone con la medesima energia, nel modo più esplicito affinché nessuno possa far finta di non capire.
Il presidente, si vede, non ha mandato giù il rifiuto dei partiti a farsi coinvolgere nella formazione del governo. Allora però, dice loro, dovete stare in campo senza nascondervi dietro «imbarazzi». Il sostegno a Monti ora va rivendicato come un merito e riempito di contenuti, cioè di riforme utili – anzi indispensabili – al paese.
Come è da molto tempo, il Quirinale detta l’agenda. Rende chiaro che, approvata la manovra, c’è davanti a noi un secondo tempo discretamente lungo: non solo la riforma elettorale ma addirittura modifiche alla seconda parte della Costituzione, e poi le riforme economiche e sociali. Rispetto alle quali ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. Non per generici e assurdi favori alle tecnocrazie europee, bensì per aprire una strada verso il futuro ai giovani italiani.
Sono loro, «i non rappresentati», la priorità di Napolitano, che sa quanto le dinamiche partitiche e sindacali possano essere discriminatorie rispetto a chi è disperso e non ha potere contrattuale.
Proprio qui arriva la tirata d’orecchie a Susanna Camusso per il recente attacco personale a Elsa Fornero: è chiarissima, e pare sia stata perfino attenuata nella versione finale del discorso. Ma la scossa vale per tutti, Pdl e Pd in particolare, che Napolitano vorrebbe più disposti a farsi coinvolgere. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/12/2011 alle 16:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 dicembre 2011
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L'obiettivo di Camusso è Bersani
C’è una pressione fortissima su Pier Luigi Bersani. Interna ed esterna al Pd. Viene da un vasto mondo che ha forse equivocato sia sulla profondità della crisi che sulle implicazioni della scelta per il governo Monti che, infine, su quanto lo stesso premier aveva detto dal primo minuto del proprio incarico.
Oppure ha voluto equivocare: un po’ come tanti berlusconiani dall’altra parte dello schieramento politico, c’è forse nel Pd chi pensava che Monti si sarebbe prestato a fare soltanto il lavoro sporco, la manovra dei sacrifici sulla quale nessuno voleva mettere la faccia, il salasso per tenerci in Europa col volto presentabile del Professore invece che con quello invendibile del Cavaliere.
Non è così perché il governo (come Monti aveva detto fin dall’inizio) s’è dato un programma che va oltre il pronto intervento della manovra. Ritiene che l’urgenza non consista solo nel ritrovare una breve credibilità sui mercati, ma in un’operazione più ampia: aggredire tre, quattro, cinque nodi fin qui risultati inestricabili della crisi profonda del paese. Provare – certo, forti dello spiazzamento dei partiti (non della politica: dei partiti) – a rimediare agli errori e alle inadeguatezze di una classe dirigente che ha fallito nel suo insieme: politici, imprese, sindacati, finanza, giornalisti, professioni, alta burocrazia.
Ora che, fatta la manovra, Monti e i suoi ministri si avvicinano a questi nodi, quella che era un’inquietudine diventa ansia. E molti nel centrosinistra si rivolgono verso Bersani.
La domanda – più o meno esplicita – è: ferma il governo.
A ogni costo, anche a costo di farlo cadere e di tornare sulla via delle elezioni.
È la linea di Susanna Camusso, espressa in modo aggressivo in una drammatica intervista contro Elsa Fornero. È la linea di una parte di mondo sindacale, e di almeno alcuni dei dirigenti democratici che vi fanno riferimento più o meno diretto.
È la linea dell’Unità, che prima non credeva al governo di transizione e anzi lo avversava, poi lo ha accettato malvolentieri, oggi passa all’opposizione.
Al governo non ci si limita a contestare l’intenzione di intervenire sul mercato del lavoro: al governo si contesta la legittimità a governare. Si va molto oltre la rivendicazione della sacrosanta dialettica tra esecutivo, parlamento, parti sociali: si sostiene che il governo dei tecnici, non avendo investitura popolare, non può intervenire sul mercato del lavoro, e non avrebbe potuto farlo neanche sulle pensioni.
«C’è un tratto autoritario nel voler dire che il governo sarà il grande riformatore del paese, perché questo spetta alla politica», dice Camusso al Corriere della Sera. Poco prima ha accusato Elsa Fornero di operare per favorire le assicurazioni private ed è arrivata a criticarla “come donna” per la sua pretesa «aggressione nei confronti delle lavoratrici».
Parole pesanti come pietre, preannuncio non di un dialogo difficile ma di una scomunica. Svelamento probabilmente di un problema della stessa Cgil.
Se la linea della confederazione fosse quella del Pd, il governo e la legislatura finirebbero oggi stesso. Oppure finirebbero – come sostanzialmente ha suggerito sull’Unità Claudio Sardo – dopo aver tentato l’approvazione della riforma elettorale, considerata l’unico motivo per tenere Monti in sella ancora per pochi mesi.
Questo sentimento esiste nel Pd. Ma non è la linea del Pd. Bersani ha già subito queste pressioni e le ha respinte. Ha già messo in chiaro che con Monti si va fino al 2013, sapendo che questo comporta passaggi non facili viste le intenzioni di intervento sul mercato del lavoro dichiarate pubblicamente dal premier.
Elsa Fornero aveva definito l’articolo 18 sulla licenziabilità un totem, dichiarando di volerlo mettere in discussione. Il tipo di reazione ha confermato l’assunto: l’articolo 18 è davvero un totem.
Bersani lo sa, e ha cominciato per primo a liberarlo di questo rivestimento sacrale con un’osservazione di buon senso sul fatto che si tratta di una tutela applicata solo in una parte minoritaria del mercato del lavoro: che può voler dire «dunque è inutile toccarlo», oppure può voler dire «ci sono cose più incisive da fare, ragioniamo su tutto».
Questa già è politica, non siamo più alla religione.
Rompere con la Cgil è l’ultima cosa che un segretario come Bersani vorrà fare, a parte che sarebbe una follia da parte di chiunque in questo momento. La tattica più saggia è allora lavorare sull’agenda delle riforme, dando priorità agli interventi sulle liberalizzazioni (urgentissimi e già quasi pronti, almeno a sentire altri ministri come Passera e Barca) mentre si apparecchia il tavolo della concertazione sul mercato del lavoro. Nessuno si illude che questo possa distrarre o placare Camusso, però si determinerebbe così il contesto di un intervento complessivo sulla crescita al quale sarebbe difficile sottrarsi.
Questo pare il senso del commento di ieri del segretario del Pd: prendere tempo, costruire un ambiente politico diverso da quello terribile offerto dall’intervista della leader della Cgil.
Si capisce che, proprio perché i partiti non sono in condizione di imporsi al governo Monti (oppure non sono sulla scena, come la cosiddetta sinistra-sinistra), i sindacati pensano di dover supplire a questo deficit di sponda con un surplus di conflittualità e di protagonismo tipicamente politico.
Lo fa Bonanni, che non può più andare a trovare Maurizio Sacconi. Lo fa soprattutto Camusso, che si muove ormai più come un partito che come un sindacato dando giudizi di carattere generale che la mettono se non in opposizione quanto meno in competizione col Pd. Monti deve togliere loro ogni alibi e costringerli a una discussione serrata, con contropartite ma anche tempi e risultati certi.
L’operazione sarebbe poi completa se sul tavolo finissero davvero anche nuove figure di welfare come il reddito minimo. Monti e i suoi ministri hanno pronunciato impegnative parole di speranza per i giovani, hanno detto di voler cambiare per loro. Ora loro devono dimostrare che le risorse rastrellate dappertutto servivano davvero allo scopo di sostenere questo mondo «sprecato» e abbandonato.
A Susanna Camusso è sembrato addirittura offensivo che Elsa Fornero si proponesse di «riformare il ciclo di vita». L’espressione del ministro sarà stata enfatica, ma rende bene l’idea di ciò di cui c’è bisogno per il welfare italiano. Di ciò di cui nessun partito, e assolutamente nessun sindacato, s’è mai fatto carico. Può darsi che Fornero e Monti falliscano nel tentativo, anzi probabilmente andrà così visto il sostegno non convinto che ricevono e l’avversione apodittica che suscitano: ma nessuno ne potrà godere, altre generazioni ne pagheranno il conto, e un’altra classe dirigente politica e sindacale passerà alla storia senza meritare gratitudine. 
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2011 alle 15:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
15 dicembre 2011
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Di che si lamenta il Pd
Il Pd è entrato nella partita della manovra Monti lamentandone la scarsa equità, ne esce con Bersani «stupefatto» per la debolezza del governo sulle liberalizzazioni.
È una parabola interessante, che segnala due cose. La prima è che i democratici si considerano soddisfatti dell’esito finale su temi scottanti: pensioni, fisco, casa.
Attenzione, non diamo oggi per scontato ciò che l’altro ieri pareva impensabile. Certo, la crudele norma che bloccava l’indicizzazione delle pensioni minime è stata bloccata. Ma se solo due settimane fa aveste prospettato ai responsabili del Pd del settore i cambiamenti che Fornero ha portato a casa sulle pensioni d’anzianità, avreste ricevuto repliche indignate. Sulle pensioni non si poteva e non si doveva fare nulla. Oggi il Pd vota la riforma e se ne dice soddisfatto, tranne che sul punto dei cosiddetti lavoratori precoci.
È la conferma di un atteggiamento pragmatico che del resto Bersani aveva già quando al governo c’era Berlusconi. Un macigno è stato rimosso e il Pd ha dato una mano. Potrebbe rivendicare l’onore di una riforma che ha tanti oneri ma restituisce al sistema un minimo di equità inter-generazionale. Non lo farà per colpa di rigidità auto-imposte (che se fossero state seguite pedissequamente troverebbero oggi il Pd allineato alla Lega), ma è il risultato che conta.
Quanto alle liberalizzazioni, Bersani ha ragione a lamentarsi, in particolare con Monti che dovrebbe essere un campione del ramo. Anche qui però prendiamo la parte positiva. Un Pd affamato di liberalizzazioni non potrà che essere coerente quando (presto) arriveranno i nodi del nuovo welfare e del nuovo mercato del lavoro: metteteci tutta la concertazione che volete, la direzione di marcia non potrà che essere la medesima della riforma delle pensioni.
Il rammarico è che il rinvio dell’assemblea nazionale (giustificato e inevitabile) farà sì che il 20 gennaio anche su questi temi ci si troverà più a registrare, e forse correggere le novità, che a promuoverle. Pazienza. L’importante è che nella trincea della conservazione non ci si possa più tornare. 
permalink | inviato da stefano menichini il 15/12/2011 alle 14:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 dicembre 2011
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welfare fornero camusso cgil monti
Già si prepara la sida sul welfare
La mobilitazione dei sindacati di ieri contiene il dato positivo della ritrovata unità fra le confederazioni, che era perduta ed è invece un fondamentale fattore di stabilità. Nelle dure dichiarazioni di Susanna Camusso contro il governo Monti c’è però il germe di problemi che potrebbero riproporsi.
Superato il passaggio odierno dell’opposizione alla manovra – che ha avuto anche una sua componente di ritualità, oltre ad aver confermato il fatto che gli scioperi generali ormai non si avvertono nel paese come una volta, e non coinvolgono la gran parte dei lavoratori giovani – si annuncia già il prossimo capitolo, quello della discussione sulla riforma del mercato del lavoro.
La riforma è già presentata come il vero cuore dell’intero tentativo di Monti. In positivo, da parte di chi la attende come lo sblocco per far ripartire la crescita e soprattutto per confermare nei fatti le intenzioni di equità inter-generazionale. In negativo, per tutti coloro che a sinistra negano che la rigidità del mercato del lavoro sia un fattore di freno, e resistono nella difesa di uno schema che in verità adesso, senza aver mai dato alcun sostegno e speranza ai giovani, non garantisce più adeguatamente neanche gli anziani.
Ieri Camusso, parlando della manovra, ha denunciato delle continuità tra il governo Monti e il governo Berlusconi. Proiettata sul tema del lavoro, questa affermazione lascia un interrogativo: nell’esperienza che abbiamo alle spalle, infatti, l’unità sindacale è saltata per aria a ogni livello, nazionale e territoriale, proprio sul tema dei nuovi contratti, fino al mezzo miracolo del giugno scorso.
Richiamati a un tavolo di concertazione (per di più sotto la pressione della Fiom), i sindacati dovranno cercare di conservare l’unità ritrovata ieri nel nome dei pensionandi. Li aspetta e li sfida la determinazione di Monti e Fornero, che si muoveranno non più nel nome dell’austerità di bilancio ma nel nome dei diritti delle giovani generazioni ad avere finalmente tutele e opportunità.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/12/2011 alle 14:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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