.
Annunci online


Politica
5 aprile 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Articolo 18, è finita come doveva finire
Ora aspettiamo, senza grande fiducia, i commenti magari anche un po’ autocritici di tutti coloro che sull’articolo 18 avevano predetto qualsiasi catastrofe: la morte del Pd, la sua scissione, la crisi di governo, la fine dell’esperienza di Monti, le mobilitazioni di piazza, il riacutizzarsi di tensioni, magari perfino l’esplodere della violenza.
Fino all’altroieri, ancora durante il viaggio asiatico del presidente del consiglio: ogni frase e ogni battuta dissezionate, per ricavarne le tracce di uno scontro, di un divorzio inevitabile, di un irrigidimento reciproco che poteva portare solo a un vincitore e a uno sconfitto.
Non è andata così, non andrà così. Innanzitutto per il bene dell’Italia, che un pezzo alla volta sta cambiando davvero: la crisi morde, trascina ancora giù i mercati e l’economia, fa male alle persone. Ma il paese si mette nelle condizioni di reagire, di mettere a posto i fondamentali e girare pagina dell’agenda. La pagina prossima, parlando di lavoro, non potrà che essere quella dell’oppressione fiscale che lo appesantisce e che rende l’occupazione improba per chi deve offrirla e per chi la sta cercando.
È solo la logica delle cose che ha finito per dar ragione a chi, come noi, aveva scommesso fin dall’inizio sull’esito positivo della riforma del mercato del lavoro. Anche nei giorni in cui tutti, su tutte le sponde, si facevano trascinare dalla drammatizzazione, abbiamo tenuto fermi pochi punti di analisi, che valgono del resto fin dalla nascita del governo Monti e continueranno a valere ancora per un bel po’.
Pur nel suo valore emblematico, l’articolo 18 corretto e perfezionato ieri non ha mai smesso di essere solo una parte di un’operazione molto più ampia. L’ha ricordato spesso il capo dello stato, che in questa vicenda ha svolto una funzione essenziale di ispirazione, copertura politica, smussatura degli angoli.
Ma in realtà nessuno di coloro che erano destinati ad avere l’ultima parola – il governo e la maggioranza parlamentare – ha mai avuto il minimo interesse a far saltare su questa singola mina la riforma Fornero, che poi avrebbe trascinato con sé l’intera esperienza montiana.
Chi temeva (o sperava?) che il Pdl di Berlusconi e Alfano avrebbe approfittato della situazione per menare un colpo a Bersani, non ha capito in quale fase siamo. A parte l’investimento che il Pdl fa, al pari degli altri, sulla permanenza di Monti, c’è il discorso dello stato del paese: davvero pensiamo che esistano politici che abbiano voglia, in questo momento, di intestarsi una battaglia per licenziamenti più facili? Davvero vediamo in giro tutte queste Thatcher e questi Reagan, che del resto non avuto autentici emuli italiani neanche quando il centrodestra poteva spadroneggiare?
Una parte della sinistra italiana continua a battagliare contro un nemico inventato, costruito a tavolino per poter giustificare la propria paura del cambiamento.
Questa stessa parte della sinistra, minoritaria ma capace di influenzare il mainstream mediatico, aveva dato corpo all’immagine di un Pd messo alle corde, condannato a soccombere davanti a una prova che coinvolgeva la sua base sociale ed elettorale: o succube del perfido neoliberismo bancario, o risucchiato all’opposizione dai suoi legami col sindacato e dalla competizione più estremista.
Non si può negare che il Pd abbia ballato, per tic antichi e per subalternità all’immagine che gli altri dipingono di questo partito che invece, evidentemente, comincia a svolgere davvero il ruolo per il quale è stato pensato, voluto, fondato.
Prima ancora che cominciasse la trattativa con le parti sociali sulla riforma Fornero, in piena bagarre sulle liberalizzazioni, abbiamo scritto su Europa che la linea di Bersani di rimettersi in ogni caso all’esito del tavolo aperto a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria era comprensibile, ma timida. E che anzi il Pd, per le competenze che ha e per la sua specifica vocazione, avrebbe potuto mettersi a disposizione per dare i giusti consigli e risolvere i nodi più intricati: era il 25 gennaio, a distanza di settanta giorni possiamo dire di averci visto giusto.
Ma non per capacità divinatorie, bensì in coerenza con un investimento sul Pd come motore della stagione riformista in corso, come partito che si candida alla responsabilità di governo di domani esercitando fin da oggi il ruolo di perno del sistema politico.
Pier Luigi Bersani esce protagonista e vincitore da questa partita perché l’ha giocata con questo spirito. L’uomo, al quale spesso si negano virtù carismatiche, ha però speso tutte le sue doti di pragmatismo. Su questa vicenda, finalmente, può a buon diritto rivendicare una leadership, di cui è componente essenziale (e non a caso ricordata) l’autonomia del partito rispetto alle confederazioni sindacali.
Certo Bersani sperava che la soluzione potesse essere più facile, che Cgil e governo potessero intendersi prima e da soli. Non è successo per limiti reciproci, che però nessuno ha voluto esasperare: Camusso ha sempre tenuto la posizione confederale al di qua della linea di non ritorno (e infatti Landini e Cremaschi sono rimasti all’opposizione interna anche nei giorni più caldi); e Monti ha confermato di essere un vero premier politico, capace della flessibilità nel momento giusto, anzi perfino prima del momento giusto: la correzione sull’articolo 18 è arrivata prima dello sbarco in parlamento per un elementare motivo di prudenza che ha fatto premio sulle petizioni di principio.
Tanto, il professore della Bocconi uno “storico” risultato di metodo l’ha ottenuto comunque: ha chiuso l’era della concertazione, ha tolto alle organizzazioni dei padroni e dei lavoratori il loro tradizionale potere di veto e ha riportato la decisione politica ultima laddove deve stare per dettato costituzionale. Cioè nella dialettica fra governo e forze parlamentari. A giudicare dalle prime reazioni, chi ha preso peggio questa novità non sono neanche i sindacati bensì alcune (non tutte) organizzazioni imprenditoriali: hanno da ripensare su molte cose.
Tra le molte lezioni che questa vicenda ci lascia, c’è una dura sconfitta dell’oltranzismo e del populismo.
Abbiamo attraversato quasi vent’anni di storia italiana durante i quali sembrava che dovessero sempre averla vinta quelli che la sparavano più grossa, quelli che rimanevano più compatti intorno alle proprie bandiere, quelli che dichiaravano la sacralità delle proprie posizioni e in nome di questa sacralità si sentivano autorizzati a ogni esasperazione polemica.
Se mai c’è stato qualcuno anche nel Pd tentato da questa forma vecchia della battaglia politica, ha sicuramente imparato molto in questi quattro mesi. E un contributo alla chiarezza l’ha dato quel monumento alla demagogia e all’opportunismo che si chiama Antonio Di Pietro: dal primo all’ultimo momento, per fortuna, l’abbiamo sempre trovato sulle posizioni sbagliate, a dire le cose più orrende, nel momento peggiore.
Ora è davvero una storia finita, quella dell’alleanza con questo profittatore delle disgrazie altrui: un’alleanza che, lo dicemmo fin dal primo giorno nel 2008, non si sarebbe mai dovuta stringere.
La storia del Pd seguirà altri percorsi, non più facili ma più limpidi, più coerenti, e sicuramente più vincenti. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/4/2012 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Un appello a quelli degli appelli
Vorrei chiedere una cosa a Camilleri, Margherita Hack, Dario Fo, Tabucchi, don Gallo, Carlo Lucarelli, Fiorella Mannoia, Erri De Luca, Celestini, Franca Rame, e poi Rodotà, Gallino, Zagrebelsky, Moni Ovadia, Furio Colombo (senatore del Pd), Fabrizio Gifuni, Valerio Magrelli, Marco Revelli e altri, fra i quali Franco Berardi detto Bifo.
Vorrei chiedere loro se quando hanno aderito a un appello di MicroMega intitolato La società civile con la Fiom sapevano che, grazie a quell’appello e alle loro firme, Paolo Flores d’Arcais sarebbe salito ieri sul palco di San Giovanni. E che ci sarebbe salito per dire, fra le altre cose, che Bersani, accomunato a Berlusconi, Marcegaglia e Marchionne, «ha la faccia come il culo» perché accusa «la Fiom di fare politica».
Non sarebbe male se questi campioni del ceto medio riflessivo si assumessero la responsabilità delle firme che concedono spesso: del resto, sono persone molto sensibili all’etica della responsabilità.
La manifestazione è stata importante, il discorso di Landini attento a colpire i bersagli della protesta (governo e Fiat, come da un secolo a questa parte) evitando i punti della divisione sindacale e dell’assenza del Pd dalla piazza.
Poi la giornata è stata segnata dai fischi a Scudiere della Cgil (che hanno svelato lo stato dei rapporti fra metalmeccanici e confederazione) e dall’infuocata arringa del direttore di MicroMega (gruppo Repubblica) ed editorialista del Fatto.
Il problema non è tanto Flores. Il problema è che questa parte della auto-nominatasi società civile (che avrà altri momenti di mobilitazione, già la settimana prossima) deve sapere dove sta riversando il rancore accumulato contro Berlusconi, e con quali conseguenze.
Criticare il governo – per quanto sia così evidente la discontinuità col passato e ciò che di buono sta facendo per l’Italia – è legittimo. Ma insistere a rovesciare denigrazione sull’intero sistema politico, colpendo poi soprattutto il Pd e Bersani, potrà solo riportarci là da dove siamo appena usciti. Flores d’Arcais magari ne sarebbe contento. De Benedetti non lo so. Ma, prendo a caso, Fiorella Mannoia? 
permalink | inviato da stefano menichini il 10/3/2012 alle 8:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
9 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
pd fiom noTav
Rispetto per il partito Fiom
Se davvero il Partito democratico deve essere autentico partito della nazione, baricentro del sistema politico – come dicono finalmente in convergenza D’Alema, Veltroni, ma anche Alfredo Reichlin e, in piccolo, quelli di Europa – è importante che presti ascolto alla piazza romana di oggi.
Chiamato da Landini, converge a San Giovanni un popolo multiforme accomunato da un insopprimibile richiamo anticapitalista, oppositivo, radicale e in alcune sue frange addirittura antagonista. Un pezzo incancellabile della sinistra italiana, che sempre c’è stato e sempre ci sarà, per il quale ormai solo la Fiom può fungere da catalizzatore: vero sindacato-partito, supplente di organizzazioni politiche troppo deboli, personalizzate, o estinte.
La mutazione genetica della Fiom è l’espressione specifica che la crisi della forma-partito assume nell’area a sinistra del Pd. Per questo risultano artificiosi e alla fine fallimentari i tentativi di avvicinarsi a Landini solo sul lato delle sue rivendicazioni sindacali, rigettando gli altri elementi della sua piattaforma (la dichiarata opposizione al governo, la fusione col movimento No Tav): il partito Fiom va preso nel suo insieme. E col rispetto dovuto all’egemonia che s’è conquistato.
Questo è il modo giusto per il Pd di guardare alla giornata di oggi. C’è una sinistra che ha deciso di sostenere il tentativo di Monti: sta nel Pd. E c’è una sinistra che quel tentativo lo avversa: sta con la Fiom, contro il governo e contro una scelta strategica del Pd.
La piazza di oggi non va né blandita né demonizzata né banalizzata. Se il Pd vuole richiamare questa parte di popolo e di lavoratori alla salvezza e alla ricostruzione dell’Italia, come sarebbe necessario, deve far vincere nelle loro menti la propria proposta con serietà, senza indebolirla, senza indorare la pillola sui cambiamenti necessari al paese. Questa chiarezza sarebbe apprezzata. Poi magari respinta, il che porterebbe domani il partito Fiom all’opposizione, minoritaria, anche rispetto a un eventuale governo a guida democratica. Sarebbe un peccato e un errore, ma non sarebbe una tragedia. 
permalink | inviato da stefano menichini il 9/3/2012 alle 7:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
pd fiom bersani fassina
Il Pd fa la cosa giusta (a bassa voce)
Il modo di procedere è tipico del segretario Pd: mai svolte dichiarate, nessun proclama, bensì aggiustamenti progressivi alla nuova situazione. Pragmatismo all’ennesima potenza. Fatti compiuti, spesso da attribuire alla forza delle cose più che all’intenzione politica.
Intanto però le cose accadono, e sono significative. Tutte nella stessa direzione. Sostegno a Monti. Ruolo centrale nella maggioranza parlamentare tripartita. Presa di distanza dall’estremismo politico e anche sindacale.
Tre i passi compiuti ieri nella stessa giornata. Alcuni scontati, se si vuole, ma la coincidenza li mette in una luce particolare. Il primo: si è votata alla camera la riforma costituzionale che inserisce nella Carta l’obbligo di pareggio di bilancio. Maggioranza oltre i due terzi: non si potrà tenere il referendum. Non è una misura neutrale per il Pd: a sinistra, fuori e dentro il partito e anche a livello europeo (dove Bersani si accinge a firmare patti politici), il vincolo del pareggio di bilancio è considerato una misura tipicamente neoliberista. Paolo Leon la contestava duramente su l’Unità solo venerdì scorso. Il responsabile economico del Pd, Fassina, l’ha sempre avversata.
Proprio Fassina è protagonista del secondo gesto: la conferma della rinuncia dei dirigenti del Pd ad andare nella piazza Fiom di venerdì, dove avrebbero dovuto ascoltare dal palco le intemerate dei No Tav.
Infine, stasera, Bersani darà una mano a sbloccare la trattativa sul mercato del lavoro, ferma per mancanza di risorse. Nel vertice dei segretari con Monti, il Pd avanzerà proposte di mediazione impegnandosi al pieno sostegno parlamentare. Anche per modifiche progressive del sistema degli ammortizzatori sociali. Tutto concordato con le confederazioni sindacali.
Il Pd svolge il suo ruolo. Partito nazionale, non sbilanciato a sinistra, decisivo per fare decisive riforme ora, senza rimandarle a un più luminoso avvenire. Peccato che, per eccessivo timore di critiche, finora non abbia voluto rivendicare ed enfatizzare questi passaggi. I sondaggi suggeriscono che il saldo in termini di consenso e credibilità sarebbe ancora più positivo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 7/3/2012 alle 20:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 febbraio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
pd bersani cgil cisl fiom monti articolo 18
Il Pd starà con Monti, ecco perché
A questo delicato tornante, se dovessimo puntare un euro punteremmo su un accordo sul mercato del lavoro e su un esito controverso della partita sulle liberalizzazioni: il decreto è talmente ampio e articolato che ognuno potrà trovarci il meglio e il peggio, a piacere.
Ma il tema del momento, lo sappiamo, è la tenuta del Pd nel pieno della trattativa fra governo e sindacati. Dovessimo giudicare dai giornali, la stessa unità del partito è messa seriamente a rischio, fino al limite della rottura.
La logica delle cose va in tutt’altra direzione. I dirigenti democratici faranno i bravi.
Per prima cosa leggeranno con attenzione cosa si dice (per esempio oggi su Europa Paolo Natale) a proposito dell’opinione dei loro elettori: i quali stanno con Monti, a larghissima maggioranza e soprattutto a proposito di riforma del mercato del lavoro. Non è strano: chi conosce le ingiustizie e le iniquità del lavoro non può che tifare perché le cose cambino, non può desiderare di conservare l’attuale babele contrattuale e lo sterminato mondo degli esclusi e non garantiti.
Quelli poi che nel Pd invocano ogni giorno il ritorno al primato della politica torneranno a studiare un po’ di classici, casomai avessero dimenticato che partiti e sindacati fanno mestieri diversi. E che le leggi le fa il parlamento. La concertazione è massimamente auspicabile, soprattutto in tempi di crisi come dice Bersani. Ma la Costituzione non può essere stravolta fino al punto di delegare a Bonanni e Camusso la potestà legislativa.
Infine c’è il Pd. Immagino che tutti, nel Pd e in particolare nella sua segreteria, vogliano vincere le prossime elezioni. Allora ricordino che a votare ci vanno tutti gli italiani. Non solo quelli di sinistra, non solo quelli sindacalizzati, non solo quelli della Cgil, non solo i lavoratori attivi della Cgil (e nel décalage numerico ci fermiamo qui, senza restringerci addirittura alla Fiom di Landini, ormai stravolta rispetto alle sue grandi tradizioni fino a farne un partitino di estrema sinistra).
Verrà un giorno in cui a Bersani verrà chiesto: ma quando sarà premier, le scelte le farà lei o le faranno Cgil e Cisl?
Lui potrà rispondere solo in un modo, se non vorrà davvero lasciare campo libero a competitori più svincolati da interessi organizzati.
Per essere creduto quel giorno, Bersani deve fare la cosa giusta oggi. Che coincide con la difesa dell’autonomia del Pd. Lui lo sa. Anche per questo ieri sera l’incontro con Monti è andato bene. Anche per questo, placati gli ardori giovanili dei suoi ragazzi, Bersani continuerà a sostenere e aiutare Monti: dovesse andare male al Professore, la prima vera vittima sarebbe proprio il Segretario. 
permalink | inviato da stefano menichini il 24/2/2012 alle 20:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 agosto 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
La Cgil, il rischio di un errore
Ebbene sì, con tutto il rispetto dovuto alla Cgil, si rafforza l’opinione che l’indizione dello sciopero generale contro la manovra che non c’è sia un errore.
Lo scriveva Europa già il 18 agosto: Susanna Camusso, tenendo ferma la critica più spietata al governo, aveva davanti a sé due percorsi diversi. Purtroppo ha scelto quello che le dà forse maggiore seguito a breve termine (ci sarà gente in piazza, di sicuro), ricacciando però la confederazione nella sacca minoritaria dalla quale faticosamente stava tirandosi fuori.
L’unità d’azione e di proposta con gli altri sindacati e con le altre parti sociali sembrava la brillante anticipazione di uno scenario nazionale diverso, la prefigurazione di un’Italia dove davvero gli interessi si mettono insieme, per superare la crisi nel nome delle cose da fare.
Giustamente (ne parla anche Cesare Damiano qui affianco) il Pd aveva colto questa novità e questa potenzialità, che corrisponde al suo modo di intendere la transizione dal berlusconismo e la gestione dell’uscita dalla crisi. E si capisce allora perché un po’ tutti nel partito – chi più aspramente, chi con maggiore diplomazia – si tengano oggi distanti dal surriscaldamento cigiellino in vista del parziale sciopero generale del 6 settembre. Al contrario di Di Pietro, che dalla disponibilità a sostenere Tremonti è già passato ai moti di piazza.
Tra l’altro, la strada che invece la Cgil pare aver imboccato (capofila di ogni possibile protesta, su un modello cofferatiano di sindacato “soggetto politico”, per la gioia del divisivo Sacconi) non garantisce Camusso sul fronte interno. Ieri Rinaldini, l’ex capo della Fiom, protestava perché in attesa dello sciopero non era stata interrotta la consultazione interna sull’accordo di giugno sul nuovo contratto: è ovvio che per la minoranza interna lo sciopero sia il viatico per revocare la scelta più impegnativa assunta da Camusso come segretaria.
In questi mesi, il valore dell’unità sindacale stava andando finalmente al passo con scelte di merito coraggiose, positive. Perché tornare indietro e dare ragione ai propri avversari, interni ed esterni?
permalink | inviato da stefano menichini il 25/8/2011 alle 8:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


Politica
2 luglio 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Pd e Vendola? Meglio due cose distinte
Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, vorrebbe che Partito democratico e Sel formassero anche in Italia un’unica famiglia politica, «com’è in Europa».
Ora, a parte il fatto che in Europa il Pd non fa esattamente parte del Pse bensì è associato al gruppo parlamentare socialista e democratico (sembrerà un cavillo, ma a suo tempo ai poveretti della Margherita parve essere un cavillo importante), ciò che può apparire fattibile in Europa non lo è in Italia, e anche Rossi può facilmente constatarlo proprio in questi giorni.
Fra Cgil e Fiom, nello scontro che vede Susanna Camusso sostenere un durissimo attacco anche personale, Nichi Vendola s’è dichiarato con Landini, e il redivivo Fausto Bertinotti ci ha messo un carico pesantissimo: «L’accordo è un esito catastrofico, un’operazione sconvolgente, il sindacato diventa cinghia di trasmissione per estendere le condizioni peggiorative dei lavoratori».
Nelle stesse ore, Sel ha anche aderito alla domenica di protesta NoTav in Val di Susa: nell’evidente tentativo di non perdere posizioni all’estrema sinistra, il partito di Vendola si è aggregato a Grillo e al suo movimento 5 Stelle che saranno i protagonisti della giornata. Dal lunedì nero di Chiomonte (che aveva visto Vendola prendere le parti degli occupanti contestando l’operato della polizia) poco è cambiato: un imprenditore è stato malmenato all’ingresso del cantiere (non dagli anarchici insurrezionalisti bensì dai famosi “cittadini valsusini”) e il leader della protesta Perino promette «niente bravate» ma anche l’assedio permanente al cantiere della Maddalena.
Ammetterà Rossi che se il Pd fosse oggi nell’alleanza organica con Sel che lui auspica, qualche problema ci sarebbe: sui contratti e sulla Tav, Vendola sta con chi imbratta i muri dei circoli democratici, oppure con chi chiama il Pd “PdmenoL”.
Sia paziente, il compagno presidente della Toscana, faccia maturare i tempi. E faccia soprattutto maturare Vendola, al quale fa sicuramente meglio esser messo davanti alle sue contraddizioni, invece che blandito e corteggiato.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/7/2011 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
1 luglio 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
pd bersani manovra fiom cgil di pietro vendola tremonti
C'è chi vince da fermo e chi va in affanno
Può darsi che la linea del Pd di Bersani possa essere definita come attendista, attenta a non sbilanciarsi da nessuna parte e quindi capace, in questa fase, di raccogliere flussi di consenso diversi, provenienti da differenti aree dello scontento italiano.
Occorre però anche dire che gli eventi provvedono a evidenziare gli squilibri altrui, i soggetti che di fronte alla crisi e alle scelte che essa impone non si dimostrano all’altezza del bene collettivo, a prescindere che siano partiti di sinistra o di centrodestra, singoli leader, organizzazioni sindacali.
Per esempio, quello che è successo sulla Tav si sta replicando a seguito dell’accordo sulla nuova contrattazione.
La maggioranza della Fiom – non paga delle sconfitte subìte in fabbrica o forse proprio a causa di quelle – si colloca deliberatamente in una posizione estrema, rompe con la Cgil e mette in difficoltà i soggetti politici che naturalmente (Vendola) o per calcolo (Di Pietro) avevano scommesso sul rapporto preferenziale con Landini. Senza esporsi, senza fare sforzi, il Pd si ritrova invece in sintonia con la stragrande maggioranza del mondo sindacale finalmente tornato all’unità.
Per di più, questo accade nel momento in cui anche l’asse preferenziale di Cisl e Uil col governo, per il tramite del divisivo e conflittuale ministro Sacconi, tramonta nel nome della priorità del rapporto fra le parti sociali (ma anche di una fredda valutazione di Bonanni e Angeletti sulle prospettive politiche del governo).
Sul versante opposto, appunto quello del governo, lo sbandamento è talmente clamoroso da non dover essere sottolineato. Difficile che anche Tremonti, nonostante gli endorsement del capo dello stato, esca bene dalla vicenda della manovra. Comunque una novità come la tassazione al 20 per cento delle rendite finanziarie suona plateale riconoscimento della giustezza delle proposte tradizionali del centrosinistra in materia fiscale: anche qui, la palla rotola sui piedi di Bersani senza che lui si sia dovuto scalmanare per conquistarla.
(Se questo quadro incoraggiante è vero, suona assurdo che il Pd, nato nel bipolarismo e nel maggioritario, voglia cercare guai e dividersi per colpa di una nostalgia proporzionalistica che Bersani non condivide e che è irresponsabile gettargli sul percorso).
permalink | inviato da stefano menichini il 1/7/2011 alle 7:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
11 gennaio 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
fiat mirafiori marchionne fiom cgil pd bersani landini d'alema fassino
Lo spazio stretto del Pd sulla Fiat
Ieri il segretario del Pd ha incontrato i leader di tre federazioni sindacali. Sì, tre. Non solo della Fiom ma anche della Fim e della Uilm. Folla di media all’arrivo di Landini al Nazareno, un po’ di disattenzione per l’incontro con Farina e Contento. Oggi i titoli saranno tutti sulla Fiom che chiede ai democratici di uscire dalle ambiguità, sul Pd che si barcamena, su Vendola pronto domani a picchettare i cancelli di Mirafiori (come da prassi istituzionale di ogni presidente della Regione Puglia, si sa).
Nessuno stupore né scandalo, il circo politico-mediatico funziona così. Date le premesse, Bersani non avrebbe potuto dire a Landini altro da quello che gli ha detto, e cioè che secondo il Pd l’esito del referendum deve essere rispettato, e che alla Fiom conviene firmare il contratto in caso di vittoria dei Sì. Parole al vuoto, con Landini, ma è una posizione che aiuta Bersani a tenersi in asse con Susanna Camusso: la linea del segretario Pd coincide alla lettera con quella della Cgil.
Purtroppo la posizione più equilibrata rispetto alle complicate dinamiche sindacali non corrisponde automaticamente alla posizione più forte e utile al Pd. La linea di Bersani rischia di essere considerata deludente da chi sta con la Fiom contro Marchionne (figurarsi poi dopo la kermesse di Vendola), e di rimanere lontana rispetto all’universo del mondo del lavoro, di cui la Fiom rappresenta una esigua minoranza anche tenendo conto solo dei sindacalizzati.
Questo è il nocciolo del problema del Pd adesso. Le vicende Mirafiori e Pomigliano l’hanno risucchiato nel teatro di una tipica dialettica tra forze di sinistra, nella quale le mosse possono essere più o meno corrette,  ma allontanano dalla centralità rispetto alla proposta complessiva per l’Italia. Prendersela con la latitanza del governo è giusto e aiuta, ma non rimette il Pd dove dovrebbe essere: a guidare i processi, non a subirli.
Una controprova? Quando D’Alema definisce «non del Pd» la posizione di Fassino in favore dell’accordo, pur condivendola e ritenendola giusta per un aspirante sindaco, fotografa la contraddizione che limita lo spazio dei democratici. Poi magari a Fassino fa anche un favore, visti i tempi.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/1/2011 alle 7:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
6 gennaio 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Nel Pd finalmente uno scontro che vale
All’interno dei partiti esplodono spesso conflitti che non riguardano minimamente scelte importanti per i cittadini, non dicono nulla di chi li anima, servono solo a regolare rapporti di forza e di potere interni. È il rischio corso da Fini nel corpo-a-corpo con Berlusconi; è quanto accade in maniera sorda ma violenta dentro alla Lega; è la sindrome che ciclicamente travolge il Pd e lo trascina un po’ più lontano dalla vita reale.
La maledizione della autoreferenzialità potrebbe spezzarsi finalmente sulla Fiat, su Marchionne, sul sindacato. Di nuovo è il Pd il teatro principale dello scontro, ma stavolta chi soffre per l’unità infranta può consolarsi: ci si batte per qualcosa che ha un senso, perché il contratto di Mirafiori è ormai diventato il paradigma di come affrontare i mutamenti strutturali della produzione e del lavoro.
Siamo pienamente nella parabola storica delle molte sinistre d’Italia, nel cuore dell’identità stessa di un partito progressista e del lavoro. Precipita la questione sulla quale i riformisti hanno provato le loro timide rotture con la tradizione (fin dai tempi del Pci), sulla quale s’è attestata la battaglia di resistenza della sinistra neo-comunista, oggi riproposta da un fronte filo-Fiom che va da Di Pietro ai giovani leoni ex dalemiani, da Vendola ai popolari più marcatamente ex sinistra dc, rimettendo insieme compagni “litigati” come il manifesto, Cofferati, Bertinotti.
Rischia di saltare in mano a Bersani il tentativo di tenere insieme posizioni che divergono per motivi di fondo, non tattici. Certo, succede anche perché si fanno sentire gli opposti collateralismi con Cisl e Cgil. Ma Veltroni torna a dire che «imprenditori e lavoratori sono legati da un unico destino»: lo fa sulla Stampa, appoggiando Marchionne (con distinguo sui diritti di rappresentanza), rilanciando le proposte di Ichino, ricordando il Lingotto 2007 e preparando in modo non banale il Lingotto 2011.
Non è una questione da nulla, se su un tema così duro torna a farsi sentire nel Pd una posizione non auto-consolatoria né difensiva, disposta ad accettare la sfida dell’innovazione, perduta negli anni ’90. Possono finire spiazzate sia le zuffe generazionali che le dispute statutarie. Può aprirsi sul versante sinistro un conflitto di merito, dal quale emerga chi conosce condizioni e interessi reali dei lavoratori, rispetto a chi si limita a narrarli.
Altre volte simili battaglie sono state dichiarate e non date: il Pd è la marmellata che è proprio per questo motivo. Vedremo, stavolta.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/1/2011 alle 7:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
22 ottobre 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
È Vendola che deve inseguire, non il contrario
Scrivono sul Corriere della Sera che Bersani avrebbe deciso che per i prossimi mesi serve un Pd un po’ più di lotta e un po’ meno di governo. Motivo: bisogna arginare il flusso di voti in uscita a sinistra e prepararsi a contenere le velleità di Nichi Vendola alle primarie.
Non sappiamo se l’indiscrezione sia vera, anche perché noi eravamo rimasti al Bersani che si veste da premier ombra e promuove un giro di incontri con le parti sociali per metterle d’accordo: roba più di governo che di lotta.
Nel caso che il Corriere avesse ragione, non sarebbe una buona notizia per il Pd. Per carità, la mobilitazione porta-a-porta dei sabati novembrini sarà un momento cruciale, anche di gratificazione per gli iscritti che vogliono fare la propria parte. Ma cedere alla “sindrome-Fiom” – cioè alla paura di farsi portar via pezzi di elettorato politicizzato e di sinistra – può rivelarsi letale per i democratici.
Per due motivi che ieri erano rintracciabili negli interventi paralleli di Vendola a Firenze e di Franceschini a Cortona.
Il Vendola di Firenze non è un avversario che si possa battere sul proprio campo. Il suo livello è immaginifico allo stato puro, tutto sogno e narrazione, proposta di immedesimazione fra leader e popolo, berlusconismo dei buoni. Un Bersani “di sinistra” che si facesse attirare su questo terreno potrebbe solo reagire con un po’ di buonsenso socialdemocratico: ci si perderebbe, e perderebbe.
Franceschini dalla parte opposta avverte Bersani che non saranno solo i 75 a battersi per frenare la rincorsa a sinistra. AreaDem sarà pure ormai sostanzialmente entrata nella maggioranza del partito, ma su una linea peculiare: patto con il Terzo polo di tipo politico, di governo, non solo per la legge elettorale; rifiuto del ritorno a logiche di classe; la sfida della globalizzazione marchiata Marchionne accettata senza ostilità preventiva.
Sono in tanti, nel Pd, quelli che pensano che al Vendola di San Giovanni e di Firenze si debba rispondere obbligando lui a inseguire sfide difficili di governo. E assumendosi lui il rischio di perdere pezzi della sua sinistra movimentista e inquieta. Non il contrario. Soprattutto per quanto riguarda la perdita dei pezzi.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/10/2010 alle 23:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
18 ottobre 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Pd, esci dall'angolo con una proposta
Leggendo i giornali, seguendo i commenti in rete, o anche interpellando dirigenti democratici d’ogni tendenza, la posizione di Bersani dopo il glorioso sabato della Fiom sembrerebbe difficile. Imbarazzata, difensiva. Il segretario del Pd è criticato comunque: perché estraneo a quella piazza rossa o perché succube di quella piazza rossa, o perché non sapendo scegliere fra le due posizioni ha finito per scontarle entrambe.
In effetti la sua intervista a Repubblica, bilanciata e con buoni argomenti, appariva debole se confrontata col gioco facile degli altri: il gioco di Vendola che, come prevedeva Europa alla vigilia, s’è presentato alla Fiom come faceva Berlusconi con la Confindustria, dicendo questa gente è la mia gente. Oppure il gioco di Casini, che vuole trarre il massimo profitto dal risucchio a sinistra imposto al laburista Bersani dalle proteste operaie.
Vendola e Casini: due alleati chiave della strategia bersaniana. Con i quali si possono fare pranzi e patti, basta sapere che pranzi e patti non sospendono le regole della concorrenza.
Eppure non sarebbe difficile per Bersani e per il Pd sottrarsi alla tenaglia. Un po’ facendo come hanno fatto ieri, cioè entrando nell’agenda del governo sul cruciale tema fiscale. Ma soprattutto facendo il proprio mestiere di partito, al quale è richiesto non di dare valutazioni sulle azioni altrui, bensì di offrire una soluzione valida all’unico assillo che accomuna Cgil e Cisl, Vendola e Casini, Marchionne e Landini, Marcegaglia e Camusso: l’assenza dell’interlocutore essenziale. L’assenza di un vero governo.

Questo è lo snodo cruciale di questa stagione italiana, che rischia di sfuggire nei rivoli delle polemiche fra Bonanni ed Epifani, Bersani e Casini, Vendola e Boccia. La riforma del contratto, i due livelli, il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, gli aiuti alle imprese, la defiscalizzazione del lavoro: su ognuno di questi temi, ognuno degli attori sociali ha una sua posizione, ha richieste da fare e interessi da difendere. Tutti però sanno che non avranno alcunché, per il semplice motivo che la sponda politica sta smottando: non c’è un vero governo che si proponga come arbitro, mediatore o proponente; non c’è una vera maggioranza parlamentare per le riforme; non c’è una leadership in grado di assumere una posizione netta, costruire blocchi, sostenere un conflitto.
Agli occhi delle parti sociali il governo ha tre volti. Quello arcigno di Tremonti, irrangiungibile, chiuso nel suo treno blindato di tagli orizzontali. Quello di Sacconi, inabile a fare il proprio mestiere e capace ormai solo di trascinare una ideologica campagna per la divisione sindacale. E infine quello pallido dei ministri, interlocutori privi di ogni potere, ridotti a elemosinare, personaggi impossibilitati a tener fede a qualsiasi impegno assunto nei propri ambiti.
Questo è l’enorme problema di Bonanni e Angeletti, trafitti in effige a San Giovanni: hanno scommesso sulle velleità riformiste di un centrodestra che invece si squaglia. È il problema di Marcegaglia, che nel collasso berlusconiano ha rischiato di finire travolta personalmente. È il problema della Cgil, che conosce i rischi di far crescere una protesta senza poterle dare sbocco.
Di più, lo scioglimento del governo, la fuga di Berlusconi da promesse e responsabilità, ricade su ogni frammento del mondo produttivo: ne abbiamo raccontato i rimbalzi sugli artigiani, sui commercianti, seguiamo l’ansia delle partite Iva bastonate dalla crisi senza cuscinetti di protezione.
Il mondo del lavoro nel suo insieme al quale Bersani giustamente dice da tempo di volersi rivolgere è lì davanti a lui, unito nel disorientamento che può evolvere in rabbia, e già produce fortissima disaffezione.
Non c’è una soluzione miracolistica da offrire. Bersani ieri rivendicava l’indispensabilità del Pd per ogni soluzione. Giusto. Ma a Casini, a Vendola, a Fini va fatta pesare soprattutto questa terribile urgenza. Nell’agenda di una alternativa d’emergenza a Berlusconi non può più esserci solamente la riforma elettorale, come è previsto fin qui nella linea dei democratici (qualcosa del genere sta dicendo D’Alema, se ben capiamo).
Da piazza San Giovanni a Roma a piazza Duomo a Milano, gli italiani d’ogni colore almeno capirebbero (e forse sosterrebbero) una proposta alta, solenne, che si impegnasse a restituire un governo degno di questo nome a un paese che ne ha un disperato bisogno. Tirarsi fuori, o sabotare, sarebbe veramente difficile per chiunque.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/10/2010 alle 23:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
16 ottobre 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Un governo per la rabbia operaia
Delle persone che saranno oggi a Roma a manifestare – degli operai veri, non dei tanti che si imbucheranno, magari per far danni – bisogna aver rispetto.
Non è giusto comprimere in una delle scatole della politica la loro condizione reale, la paura di un futuro vuoto, l’esperienza quotidiana di fabbriche e uffici che chiudono, di famiglie alle quali viene mancare un reddito certo, progetti di vita da rivedere, magari da cancellare.
Non c’è da stupirsi che, dopo una prima fase di depressione e di tentativi di arrangiarsi, venuta meno la speranza che la crisi fosse passeggera, a un certo punto stia subentrando la rabbia.
Anche gli operai leggono i giornali, anzi forse li leggono più degli altri. E oggi troveranno riportate le analisi del Financial Times, le ennesime dopo molte altre: oggi la crisi distrugge posti di lavoro, ma la cosa più grave è che la ripresa, quand’anche arrivasse, non li restituirà.
Il ministro Sacconi può anche fare dello spirito su questa o su altre valutazioni, che tutti gli analisti occidentali condividono. Purtroppo l’unica cosa davvero «esoterica» in questa situazione molto materiale è il governo di cui lui fa degnamente parte: un governo che mette le pezze (neanche tutte) in termini di ammortizzatori, ma è paralizzato in termini di iniziative positive. Un governo di fantasmi. Il presidente del consiglio per primo. E Sacconi per secondo, come denuncia Pietro Ichino a proposito dell’assenteismo ministeriale sul tema della riforma del contratto di lavoro.
La rabbia dei lavoratori però è un problema serio.
Stasera, dopo la manifestazione romana della Fiom, potremmo anche ritrovarci a doverla distinguere dal calcolo cinico dei professionisti della violenza, o anche solo dalle azioni strumentali delle frange settarie del sindacato. La violenza si teme (spetterà in primis al Viminale prevenirla e reprimerla), il settarismo è ormai endemico, come sanno bene i vertici dellaCgil e della stessa Fiom.
Entrambi i fenomeni si combattono e si battono con grande capacità di governo.
Sì, di governo. E se quello insediato a palazzo Chigi è latitante, un altro tipo di governo della crisi deve subentrare e rendersi visibile.

Chi dovrebbe comporre questa sorta di «governo fantasma», da contrapporre al fantasma dell’attuale governo?
È presto detto. Sindacati capaci di ritrovare unità (anche Cisl e Uil devono sapere che una stagione di rapporti preferenziali sta per finire, e senza aver portato molto). Imprenditori che voltino le spalle definitivamente, senza furbizie, alla stagione dei programmi fotocopiati con Berlusconi. E i partiti ora all’opposizione, a cominciare dal più forte, cioè il Pd: che la smetta di inseguire ora una protesta operaia, ora una leadership tecnocratica, per esprimere invece una compiuta proposta di alternativa nel famoso «interesse generale». Una proposta realistica, senza promesse miracolistiche che nessuno può mantenere, innovativa e consapevole che ormai c’è molto lavoro, molta produzione e molta disoccupazione fuori dall’universo rappresentato a Roma dagli operai dell’industria.
C’è la rabbia, è vero. Ma non chiede di sfasciare vetrine. Chiede autorevolezza e credibilità. I lavoratori – anche quelli sulle posizioni più radicali espresse oggi dalla Fiom – sarebbero prontissimi a riconoscere e a premiare risposte serie, riformiste, all’altezza dell’emergenza, concrete.
Berlusconi è l’emblema del fallimento, proprio dal punto di vista della serietà e dell’autorevolezza. Il massimo del paradosso sarebbe che non fosse lui a pagare, per un collasso di credibilità che ha contagiato l’intera classe politica, e che la stagione della protesta finisse invece per dividere e indebolire la possibile alternativa. 
permalink | inviato da stefano menichini il 16/10/2010 alle 8:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 ottobre 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
pd bersani fiom landini epifani cgil cisl
Che cosa rischia sabato il Pd
Vendola va sabato in piazza con la Fiom con la stessa agilità con la quale (sembra un secolo fa) Berlusconi si presentava alle assise di Confindustria: casa sua, gente sua, potrei fotocopiare il vostro programma, cose del genere.
Qui c’è tutta la differenza con il Pd, e meno male. I democratici non possono andare da nessuna parte brandendo fotocopie. Un partito che abbia davvero ambizioni di governo, che si faccia carico del famoso interesse generale, non fotocopia: scrive l’originale.
Questo sarà particolarmente vero per i dirigenti democratici che vorranno ritrovarsi a Roma con i metalmeccanici della Fiom, alcuni dei quali presumibilmente non teneri verso il Pd (e non parliamo delle possibili provocazioni, di cui una lettera anonima di minacce a Bersani potrebbe essere l’odioso preannuncio).
La federazione di Landini è da mesi in un vicolo cieco di minoritarismo, e si ritrova isolata a fare i conti con una crisi di settore durissima, con piani industriali penalizzanti per i lavoratori, con un governo che spinge sulla divisione sindacale e con le altre federazioni in rotta di collisione.
Ribellismi e violenze sono figli delle scelte sbagliate, confessano disperazione, condannano alla sconfitta. Riprendere voce nel contesto democratico di una manifestazione può anche essere il modo di uscire dall’angolo. Questa almeno è la scommessa di Epifani, al suo passo d’addio alla Cgil.
Nei confronti di altri estremismi (si può dire? piccolo borghesi), di tipo dipietrista, viola, grillino, stare alla larga è per il Pd un dovere di chiarezza. Quando ci sono di mezzo i lavoratori, per quanto dura sia la dialettica, non ci si può tirare indietro. Sarebbe sbagliato regalare la Fiom alla sua stessa deriva.
Bersani però deve mettere davanti a tutto l’interesse della sua ditta. Sul nuovo contratto di lavoro sarebbe meglio se il Pd avesse una sua linea da contrapporre al conservatorismo sindacale. Non è così, non ancora almeno: un ritardo che causa ambiguità e indebolisce la rivendicazione di autonomia del partito. Su molti altri temi, e in molte zone d’Italia, la sovrapposizione fra Pd e Cgil è evidente e rende difficili i rapporti col resto del mondo sindacale e produttivo.
Il problema non va sottovalutato. Già si sobbalza nel leggere notizie (non smentite) di gruppi parlamentari misti con l’attuale sinistra extraparlamentare. La restaurazione piena di un collateralismo peraltro mai davvero abbandonato sarebbe per il Pd il colpo mortale.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/10/2010 alle 23:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
2 ottobre 2010
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
belpietro berlusconi bonanni fiom cisl pd
Un clima di paura? O di depressione?
Si arriva a un certo punto, quando ognuno deve rispondere di quello che fa, di quello che dice, e deve assumere la propria parte di responsabilità per la situazione della comunità nella quale vive.
Il film che cominciamo a veder scorrere in Italia lo abbiamo già visto, anzi vissuto. È un film che pretende di avere lo stesso soggetto che aveva negli anni Settanta: un paese ansioso, indignato, arrabbiato, dal cui corpaccione si staccano schegge incontrollate e incontrollabili. Capaci anche di riprendere in mano un’arma per colpire e zittire un avversario politico, un personaggio pubblico esposto sulla trincea sbagliata.
Chi fa opinione e chi fa politica in Italia deve sapere – e lo sa – che questa rabbia è un fenomeno marginale, ancorché giustamente enfatizzato dai media. E che se è vero che l’Italia è ansiosa, l’ansia si traduce casomai in depressione, distacco, allentamento e non eccitazione delle passioni, come confermano tutti i sondaggi d’opinione, elettorali e non solo.
Non c’è un vero clima di paura e di minaccia. Bisogna stare attenti a non incoraggiarlo.
Il modo è semplice, almeno da enunciare: stroncare senza pietà gli episodi criminali o para-criminali.
E soffocare senza esitazione, ognuno dove può e dove gli spetta, la tracimazione del rancore, dell’insofferenza, dell’intolleranza, dell’irrazionalità.
È giusto prendersela con Berlusconi, che è stato senza dubbio il politico più divisivo degli ultimi anni, e non riesce mai a essere coerente con le esortazioni all’amore: quante volte gli italiani che non votano per lui sono stati insultati direttamente o per interposta persona? Quanto è irresponsabile parlare per i magistrati di associazione a delinquere, considerato il loro compito e considerato quante vere associazioni a delinquere sono in circolazione, anche intorno e dentro gli apparati pubblici? Ma è proprio Berlusconi l’unico leader politico nazionale che, da molti anni a questa parte, sia stato fisicamente aggredito. Ed è il direttore di un giornale di destra che oggi vede la sua vita sconvolta da una minaccia tremenda. E parliamo degli atti propriamente criminali.
Poi sono uomini e donne della Cisl, cioè di un sindacato accusato di complicità coi padroni e col governo, che subiscono ormai con regolarità attacchi, non più solo di fumo ma anche – a Treviglio, a Livorno – di pietre.
Tartaglia è uno squilibrato, l’attentatore di Belpietro un criminale, quelli di Torino antagonisti a volto scoperto. Ma gli squadristi di Livorno avevano le bandiere della Fiom, di un sindacato che ha una tradizione di forza, autorevolezza, serietà, civiltà. Una simile macchia su quelle bandiere è una macchia su una grande storia di sinistra.
Se ognuno deve fare la propria parte – chi ci governa in primis – la sinistra anche deve fare la sua. Anche con più energia e convinzione di come abbia fatto il Pd dopo Torino.
Cioè aprendo un conflitto politico dichiarato contro gli estremismi, chi li cavalca, chi li sfrutta, chi se ne fa scudo anche in parlamento per dare spessore alla propria voga populista.
La demonizzazione non serve e anzi suona strumentale, ma la severità è d’obbligo.
Ognuno di questi brutti episodi è diverso dagli altri, scollegato, non definisce certo l’umore collettivo del paese che, come dicevamo, è casomai depresso, non aggressivo.
Un paese depresso e passivo però non sconfigge le frange violente: ci vogliono iniziativa politica, intenzione, determinazione.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/10/2010 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


sfoglia marzo        novembre