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Diario
20 dicembre 2012
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monti pd elezioni
La fortuna dei moderati si chiama Pd
La politica segue percorsi tortuosi, lungo i quali le cronache del giorno per giorno si perdono.
C’è sempre una curva dietro la quale uno come Berlusconi riesce a piazzare qualche trappola. Alla fine però la logica prevale. Così è con la vicenda del ruolo politico di Mario Monti e dello scenario a cavallo delle elezioni del 24 febbraio.
Perché, come appunto voleva la logica, la parentesi tecnica va a chiudersi col risultato politico che era implicito già mentre la parentesi si apriva: dal novembre 2011 a oggi si è rafforzato un centrosinistra europeista e riformista e si è aggregata un’area centrista che a questo punto taglia fuori il berlusconismo dalla competizione per il governo; stringe col centrosinistra un patto di transizione sul doppio binario della fuoriuscita dalla crisi economica e della riforma delle istituzioni; comincia a crescere per essere prima o poi (meglio prima che poi, nell’interesse del sistema) vera alternativa alla sinistra.
Dove per alternativa intendiamo non più la guerra di civiltà e il regime di delegittimazione reciproca nei quali siamo vissuti per vent’anni, bensì una matura democrazia dell’alternanza.
Si discuterà molto del ruolo esatto che il premier deciderà di ricoprire. Ma a ben guardare era logico che Monti fosse protagonista anche di questa fase. Lo è stato fin qui, sterzando nella guida del paese rispetto alla rotta populista e demagogica che ci aveva resi invisi alla comunità internazionale.
Non può non esserlo nell’ultimo decisivo passaggio elettorale: l’opera va compiuta, e le forze centrali non possono farlo senza evocare la personalità del professore.
Niente da fare: usciamo dalla stagione dei partiti personali ma rimane l’esigenza di leader forti, riconosciuti. È anche la lezione delle primarie e del Pd di Bersani.
Sarà un handicap per i centristi avere un Monti candidato virtuale. La loro campagna ne soffrirà. Questo però non accade per caso. Accade perché la fuoriuscita dei moderati dal lungo equivoco berlusconiano (nel quale hanno voluto vivere per troppi anni) è stata decisiva per spodestare il Cavaliere ma è troppo recente e incompiuta, appesantita da un ricambio insufficiente di ceto politico, per risultare già vincente.
La fortuna dell’Italia – anche di questa Italia che non voterà mai a sinistra – è che invece il Pd è maturato in tempo utile per offrire a tutti una sponda solida in un momento storico pericolosamente magmatico.
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Diario
19 dicembre 2012
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Paura di votare
Improvvisamente, non hanno più fretta. Non so che cosa Ghisleri abbia detto a Berlusconi, in ogni caso lui deve essersi convinto che passando giorni interi davanti alle telecamere di qualsiasi rete tv (Santoro compreso: evidente l’interesse per il pubblico grillino) le sorti del Pdl possono essere rovesciate. E che si possa ripetere la magia (aiutata dal conflitto di interessi) già tante volte tentata.
La rimonta del 2006 su Prodi è il precedente al quale si guarda (compresa la promessa berlusconiana di allora di abolire l’Ici e quella odierna di abolire l’Imu). Come scrive Paolo Natale su Europa l’autentico rischio 2006 rimane l’inesistenza di una vera maggioranza al senato: rischio che solo una vittoria Pd più ampia di quella prevista potrebbe sventare. Neanche l’apparizione della famosa Lista Monti cambierebbe le cose.
In questo quadro, si capisce perché il Pdl, non avendo niente da perdere tanto meno l’onore, giochi cinicamente con i lavori d’aula sulla legge di stabilità. Dopo aver causato la crisi anticipata della legislatura, ora prova a riallungarne artificialmente la vita. Vedi mai che una settimana in più di occupazione del teleschermo frutti qualche decimo percentuale al mentitore seriale che abbiamo visto all’opera ieri sera.
La verità è che, dopo tanto cianciare di sovranità popolare, il Pd è l’unico partito pronto ad affrontarne il giudizio. Dagli arancioni al Pdl, da Casini a Grillo, l’impreparazione è evidente.
Operazioni improvvisate di aree eterogenee come quella nata intorno a Ingroia. Una coalizione centrista ancora in attesa dell’esito delle riflessioni di Monti. Un centrodestra disperato che torna a dipendere dai giochi di prestigio più frusti. E Grillo, anche lui: la bile con la quale commenta anche le primarie democratiche per i parlamentari, dopo quelle tra Bersani e Renzi, è la prova che l’onda di M5S s’è ormai fatta risacca.

PS. Anche i radicali sono impreparati al voto. Ma vivaddio (e viva Pannella) lo dichiarano, ne denunciano le ragioni, chiedono sostegno senza infingimenti a chi possa candidarsi dando loro qualcosa che ammettono di non avere. È lo stile di trasformare una debolezza in forza. Non sappiamo se funzionerà. Ma temiamo che se Pannella non dovesse salvarsi da questa sua ultima campagna, non ci sarebbe mai più un’altra chance per le idee radicali. La forza consiste anche nel sapersi fermare al momento giusto.
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18 dicembre 2012
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Parole chiare di Napolitano sul premier e sui partiti
Mario Monti è ancora indeciso, «riflette e continua a riflettere» secondo la definizione di Bersani che lo ha incontrato ieri. In compenso Giorgio Napolitano non è affatto indeciso e tiene ancora strette in mano le redini anche di questa crisi di fine legislatura: vuole personalmente accompagnarla e risolverla secondo tutti i crismi costituzionali (come già fece un anno fa), riconsegnando all’Italia del 2013 un governo pienamente politico diretta emanazione della volontà popolare.
Ovvietà, direte. Neanche per idea. Nei discorsi di Napolitano nessuna parola è usata a caso. E se ieri nell’affollata cerimonia al Quirinale ha ritenuto di dover sottolineare questa ovvietà, è perché troppi ancora giocano con la prospettiva di un incarico, dopo le elezioni, nuovamente figlio di un’emergenza, di una impotenza dei partiti, e quindi inevitabilmente ancora legato al nome di Monti.
Non si può escludere che tale scenario si realizzi ma ora sappiamo che chi darà l’incarico non ha intenzione di soggiacere facilmente a nuovi strappi alla regola.
Era evidente, ieri al Quirinale, che il sistema nel suo complesso non è entusiasta di quest’ultimo tratto di percorso montiano. Dopo aver ascoltato Napolitano, lungo il corridoio che porta al salone delle Feste, Bersani e D’Alema commentavano scuotendo la testa l’indecisione del premier in questa cruciale vigilia elettorale. Intanto altri ricostruivano il momento, domenica scorsa, in cui il capo dello stato avrebbe addirittura prospettato a Monti la necessità di doverlo sostituire al governo nelle prossime settimane, nel caso avesse deciso una partecipazione elettorale diretta.
Insomma le regole istituzionali e quelle politiche circoscrivono i margini di manovra dell’uomo al quale i centristi in Italia, e l’intero establishment internazionale, vorrebbero tornare ad affidare il futuro del paese.
Se però i commentatori noteranno queste strettoie indicate anche da Napolitano per Monti, i partiti hanno poco di cui essere soddisfatti.
Il capo dello stato ieri ha usato nei loro confronti parole di critica dura per l’interruzione anticipata della legislatura e per il fallimento del mandato riformatore in alcuni settori-chiave. Ha citato le province, le leggi anticorruzione e sopra ogni altra cosa, con massima amarezza, la legge elettorale.
Gentilmente, il presidente ha voluto seguire (citandola) la falsariga che qui su Europa gli avevamo proposto: il confronto fra le realizzazioni del 2012 e le aspettative suscitate dal suo discorso di esattamente un anno fa, subito dopo l’avvio del governo tecnico.
Il giudizio sull’intero arco dal 2008 è definitivo: «legislatura perduta». Però Napolitano ci tiene a precisare che invece il bilancio del 2012 non è negativo. Sottolinea le difficoltà nelle quali i partiti si sono dovuti muovere. Evidenzia i risultati conseguiti. E alla fine il vero messaggio rivolto urbi et orbi è: non rovinate ciò che è stato fatto. Non date un’informazione distorta e pessimista sulle riforme varate; non date spazio a campagne distruttive; non trascurate il recupero di credibilità dell’Italia nel mondo; non vanificate il lavoro svolto, anzi proteggetelo dal «fuoco polemico della battaglia elettorale».
Non c’è dubbio che questi stessi concetti verranno ripetuti davanti alle telecamere nel messaggio di fine anno agli italiani, l’ultimo di Napolitano presidente. In questo modo, senza mai assolutamente entrare in giudizi di merito o tanto meno parte, il capo dello stato implicitamente offrirà gli argomenti per valutare il comportamento delle forze politiche, a quel punto in piena campagna elettorale.
Mancano appena quattordici giorni. Eppure nel frattempo tante cose devono ancora avvenire.

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11 dicembre 2012
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monti bersani pd elezioni
Che senso avrebbe Monti contro il Pd?
Mario Monti ieri da Oslo invitava gli italiani a respingere «mistificazioni e promesse irrealizzabili». La sera della vittoria nelle primarie Pier Luigi Bersani lanciava la lunga rincorsa elettorale del centrosinistra impegnandosi a vincere «senza raccontare favole, perché poi non si governa».
Se è facile cogliere l’analogia, è perché lo strappo di Berlusconi semplifica lo schema dell’imminente campagna elettorale, con beneficio per chi dovrà scegliere.
Da una parte ci saranno quelli della ricostruzione, dell’Italia a testa alta riconosciuta in Europa, della credibilità, della serietà, del lavoro paziente per riportare in Italia gli investimenti e per mettersi in condizione di spendere ciò che l’Europa ci trasferisce per creare impresa e occupazione.
Dall’altra parte avremo Berlusconi e la Lega giustamente (ma non gratuitamente) ricongiunti: contro l’euro e l’Europa, promettendo l’abolizione dell’Imu e meno tasse per tutti, riscopertisi in extremis difensori delle province e ostili all’incandidabilità dei condannati.
Più oltre ancora ci saranno Beppe Grillo e la sua schiera di simpatici generosi dilettanti allo sbaraglio, selezionati con cura fra i più docili e inoffensivi nel segreto del server di Casaleggio.
In questo quadro è ovvio dove si collochino Bersani e Monti, al di là delle dichiarazioni coincidenti. Sono dallo stesso lato della barricata che tocca erigere per tenere lontani i nostalgici dell’economia creativa (già, perché vuole tornare anche Tremonti...).
L’esito di questo confronto elettorale, con l’aria che tira e con un paese stremato dalla crisi e delle misure adottate per contrastarla, non è affatto scontato. È questa l’incertezza che scontiamo con i miliardi perduti ieri fra cadute di Borsa e innalzamento dello spread.
Ed è tenendo conto di questa prospettiva incerta che si sta ragionando sul ruolo di Monti, su come egli voglia e possa investire politicamente la propria convinzione di dover fermare «mistificazioni e promesse impossibili» e il proprio sdegno verso il voltafaccia di Alfano. Ha senso che il cruciale apporto del Professore venga speso in contrapposizione a Bersani e al centrosinistra? Ha senso che il patrimonio di consenso e credibilità trasversale accumulato da Monti si ridimensioni in un’operazione politico-elettorale degnissima ma molto parziale?
Su Europa, chi ci segue lo sa, non abbiamo mai considerato la candidatura del Pd a palazzo Chigi come un articolo di fede. La guida diretta del paese da parte di un leader democratico (e in generale di un leader di partito) non è mai stata un diritto divino, ma una possibilità da meritarsi e da conquistare dopo diversi fallimenti politici e di governo del centrosinistra, e dopo un colpo a vuoto nell’offrirsi come alternativa pronta e matura al momento della crisi di Berlusconi lo scorso anno.
Negli ultimi mesi si è però finalmente compiuto il processo politico che mancava, al Pd e al leader che gli elettori hanno scelto per guidare la coalizione di centrosinistra.
Una piattaforma di governo riformista s’è definita nella faticosa gestione parlamentare delle misure del governo Monti, tutte approvate dopo le necessarie modifiche.
Un rapporto diretto di fiducia con l’elettorato è stato recuperato grazie al coraggio di Bersani e di Matteo Renzi nel volere a tutti i costi le primarie, anche contro le resistenze interne.
Nello stesso contesto delle primarie quella piattaforma di programma (ancorché generica) è stata accettata ed è diventata punto di riferimento comune di altre forze politiche: si va componendo una coalizione che al momento è l’unica in grado di conquistare la maggioranza sia alla camera che al senato, dunque di garantire stabilità, ma che deliberatamente non vuole in ogni caso essere “autosufficiente”.
Questi adesso sono fatti, non più astratte petizioni di principio sul ripristino della «democrazia dei partiti». Sulla base di questi fatti Bersani è il candidato più forte per palazzo Chigi, progressivamente conosciuto e riconosciuto anche a livello internazionale.
È pensabile, è utile che Monti si ponga in posizione di sfida rispetto all’esito di questo faticoso e non scontato processo, peraltro più volte auspicato da lui stesso e da Napolitano?
È ovvio che Monti sarà padrone assoluto delle proprie scelte. Logica e razionalità suggeriscono però che il suo indispensabile sostegno a un’uscita politica positiva dall’attuale situazione, in continuità sostanziale col suo lavoro, non possa consistere in un’opzione di parte, carica di controindicazioni. Perché sarebbe inevitabilmente minoritaria, quindi sminuente del suo ruolo; perché aprirebbe nel centrosinistra contrasti e contraddizioni tutt’altro che proficui, con rischio di ripiegamenti rispetto alla linea riformista; e perché infine dividerebbe un campo europeista che per vincere ha bisogno di mostrarsi unito.
Si dirà che simili ragionamenti sono mossi dall’interesse partigiano di non ritrovarsi Monti come avversario. Beh, dopo averlo tanto (e a fatica) sostenuto per un anno, è anche ovvio che sia così. Diciamo allora che questo è il caso in cui a un interesse partigiano corrisponde l’interesse generale, e che anche il presidente Monti lo sta probabilmente valutando così.
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8 dicembre 2012
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elezioni pd monti bersani pdl berlusconi grillo
Per il voto da definire solo le coalizioni
Il calendario elettorale è definito, fra le regionali del Lazio dei primi di febbraio e l’election-day del 10 marzo. Anche il sistema con il quale si voterà per camera e senato, purtroppo, è quello previsto: Porcellum, come era stato amaramente pronosticato dal giorno stesso della bocciatura del referendum. Rimane solo da capire se e come, nella seconda metà di gennaio, il Pd vorrà e riuscirà a fare le primarie per i propri candidati sulle quali Bersani si è impegnato.
Gli schieramenti che fra 92 giorni si contenderanno il governo non sono del tutto assestati.
Gli unici teoricamente senza problemi sono quelli del M5S, che anzi da ieri conoscono anche i nomi dei probabili parlamentari. L’unica cosa che rimarrà sigillata nel server di Casaleggio è il numero delle preferenze effettive di coloro che hanno conquistato le prime posizioni nella votazione online indetta da Grillo. Tanta anticipazione sui tempi (gli altri partiti chiuderanno le liste ai primi di febbraio) potrebbe rivelarsi foriera di polemiche e cattive sorprese.
La precipitazione berlusconiana ha come unica logica il recupero dell’alleanza con la Lega, tutt’altro che scontata però: regalare il Pirellone a Maroni causerà una scissione nella destra lombarda senza alcuna garanzia di successo, né per le regionali né per il premio al senato. Ammesso che il Carroccio voglia tornare a compromettersi con Berlusconi: ieri Bersani ha promesso che gliela farebbe pagare in campagna elettorale.
Anche il centrosinistra sotto la guida del segretario del Pd è pronto. Con alcune variabili, oltre a quella delle primarie per i candidati. La prima riguarda i confini dell’allargamento al centro dell’alleanza: solo fino alla lista alla quale lavora Tabacci o oltre? E i radicali? La seconda variabile riguarda un tema che non s’è ancora riaperto ma che molti nel Pd tengono caldo: il ruolo di Matteo Renzi.
A sinistra sarà faticosa la cucina del fritto misto di arancioni, neocomunisti e dipietristi con Ingroia nella parte dello chef: facile che si bruci tutto prima di cominciare.
Infine il centro, il luogo meno definito. Berlusconi ha spinto tutti lontano da sé, a cominciare da Monti, ma l’impasto fra Casini e Montezemolo, liberali e cislini non riesce. Lo schiacciamento di quest’area rischia di essere l’unico vero risultato dello strappo operato da Berlusconi. Secondo alcuni, del resto, è l’unica vendetta che voleva veramente prendersi.
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Diario
5 dicembre 2012
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L'avversario ideale. Sì, ma per Bersani
Divertente la tesi secondo la quale Berlusconi avrebbe deciso di ricandidarsi dopo l’esito delle primarie del centrosinistra, convinto che «il comunista» Bersani possa essere per lui un avversario più comodo. Una volta di più l’acume di Berlusconi viene sottovalutato.Stavolta però dai suoi amici, non dai suoi avversari.
Perché è sicuro che avere di fronte Renzi avrebbe costretto il Cavaliere a paragoni umilianti. Ma è altrettanto sicuro che dai sondaggi di Ghisleri Berlusconi abbia capito che per lui non è più un problema di avversari, bensì di sopravvivere al confronto con un passato che non tornerà più.
Del resto l’abbiamo scritto spesso nell’ultimo anno: il Pd ha avuto fin qui problemi nel misurarsi con Grillo, e sa che non sarà facile superare l’asticella di credibilità posta in alto da Monti. Ma Berlusconi, un problema? Proprio no.
Anzi. Date a Bersani uno scontro elettorale frontale con l’uomo che per tutti – a cominciare dai suoi stessi elettori e dirigenti di partito – è l’emblema del fallimento, e gli avete regalato ciò che mancava per la campagna elettorale ideale. Magari fosse così. Infatti le residue preoccupazioni elettorali del leader del centrosinistra sono legate alle incognite, non all’oggetto più conosciuto e ormai deprezzato della politica italiana.
Che poi, anche le incognite vanno sciogliendosi col tempo. I sondaggi Ipsos del dopo-ballottaggio sono ottimi per il Pd (36 per cento) e per il centrosinistra (oltre il 42). Danno conforto a noi che sabato scorso avevamo chiesto a Bersani e Renzi: se gestite bene le primissime ore dopo il risultato, l’effetto positivo regalato dalle primarie in questi mesi non svanirà.
Anche grazie allo spettacolo di entusiasmo dei vincenti e di lealtà dei perdenti, l’effetto sull’opinione pubblica per ora non solo non svanisce ma si incrementa.
Casomai comincia a divenire plateale il flop neocentrista, con Casini e Montezemolo in affanno, fra tutt’e due, sotto il 10 per cento.
Qui forse Bersani deve rivedere i piani, attingendo all’ambizione maggioritaria del Pd. Perché tutta quella intelligente e interessante gente che s’è vista alle convention montezemoliane si starà ponendo qualche domanda sull’efficacia dell’operazione di «riorganizzazione dei moderati» che il Pd fin qui ha delegato ad altri. Allora si potrebbe pensare di aprire fin d’ora le porte del centrosinistra ai delusi preventivi dell’ennesimo fallimento terzopolista.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/12/2012 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
4 dicembre 2012
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Profumo di moderazione a sinistra
Matteo Renzi si è messo in modalità off, e si può capire anche se più probabilmente, conoscendo il tipo, si tratta di uno di quegli stand-by che basta sfiorarli e tornano in accensione piena.
Chi invece non s’è dato neanche un giorno di pausa dopo il risultato del ballottaggio è Pier Luigi Bersani. Dal candidato premier del centrosinistra sono arrivati fin dalle primissime ore un paio di messaggi molto chiari sul percorso di avvicinamento alle elezioni di primavera. Segnali destinati contemporaneamente, diciamo, al mercato interno e al mercato estero.
Avendone avute molte avvisaglie, non stupisce l’invito all’inclusione rivolto a 360 gradi, da Renzi a Vendola, dal civismo a Monti, insomma tutti. Non è più questa la novità. Del resto i sondaggi continuano a spingere in alto il Pd e lo spirito di massimo allargamento ne risulta incoraggiato. Da notare in proposito l’insistenza con la quale l’Unità batte sulla necessità di promuovere il ruolo di Renzi nel Pd e sul progetto di assorbimento organico nel partito sia di Sel che delle istanze centriste alla Tabacci.
C’è però anche dell’altro nel preannuncio del tour internazionale di Bersani e nel suo impegno a non «raccontare favole » nell’imminente campagna elettorale. Il candidato premier si corazza preventivamente contro l’immagine – che sa insidiosa – di leader della “solita” alleanza di centrosinistra che fa facili promesse di spesa pubblica e di allentamento del rigore finanziario. Non voglio dire che l’entusiasmo col quale Nichi Vendola ha offerto a Bersani i propri voti – con successo, a stare alle prime analisi dei flussi – sia destinato a essere subito raffreddato.
C’è da scommettere per esempio che il centrosinistra di Bersani sarà il più netto che si ricordi sui temi della cittadinanza e dei diritti civili: nell’epoca di Obama è anche tempo di abbandonare prudenze e di tatticismi, peraltro giustificati fin qui, nelle varie declinazioni dell’Ulivo, da un potere di interdizione delle componenti cattoliche che appare molto indebolito nella nuova stagione. Questo è uno degli effetti collaterali dell’esplosione del fenomeno Renzi (cattolico molto liberale), salutato anche per questo motivo con una certa simpatia dalla sinistra democratica. La prospettiva di un centrosinistra più disinibito sui temi eticamente sensibili è compensata, agli occhi dei cattolici, dal venir meno di un altro feticcio: è finito il tempo della rincorsa securitaria alla destra sulla questione dell’immigrazione. Non sappiamo se la crisi della Lega sia la causa o l’effetto, e non si può mai dare per irreversibili certe tendenze, sta di fatto che ormai anche su questo punto tutte le aree politiche parlano più di regolarizzazioni e di diritti di cittadinanza, che non di quote e respingimenti.
Basti considerare il ruolo di una personalità come Riccardi nella riorganizzazione del centro; il percorso della destra finiana; e addirittura la moderazione di Maroni e della sua Lega post-padana.
Sul lato dei diritti, dunque, la sinistra, Vendola e oltre, non troverà alcun disagio nel nuovo assetto della coalizione. Il discorso è diverso sulle materie economiche.
Qui intorno al nome, al ruolo e al lavoro di Monti si è giocata una partita un tantino ipocrita. Il governo è stato ripetutamente pizzicato per le sue “distrazioni” sociali; ministri come Fornero sono stati ridotti a punching-ball; si è fatto passare il messaggio che il centrosinistra al potere raddrizzerà la barra della solidarietà.
Tutto giusto, tutto comprensibile, tutto vero. Il lavoro sarà la priorità assoluta di Bersani, che del resto ha la Cgil dominante nella propria costituency. C’è modo e modo, però. Infatti già nei dibattiti delle primarie, come vedremo presto nel tour internazionale del segretario Pd, nessuno promette «le favole» di un ritorno al passato sul mercato del lavoro o sulle pensioni.
Quando ieri Vendola ricordava di essere ancora impegnato col referendum a restaurare «in tutta la sua integra bellezza» l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, citava una posizione di bandiera da far valere nella futura trattativa («alla luce del sole»), certo non a paletti invalicabili visto che essi sono stati valicati ormai senza ritorno, col voto del Pd e sotto l’osservazione internazionale della quale Bersani è pienamente consapevole.
Passano da qui, dall’esame di rigore al quale il candidato premier sa di doversi sottoporre, le sue chances di essere apprezzato fuori dall’Italia come successore di Monti. Perché purtroppo, anche se tanti amano gonfiare le parole, il visto democratico ricevuto massicciamente domenica non è tutto nell’epoca della globalizzazione. Chiedere a François Hollande per conferma.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/12/2012 alle 18:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
2 dicembre 2012
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Un minuto dopo la vittoria
Abbiamo già scritto tutto. Che è stato un capolavoro. Che comunque finisca, il Pd ha vinto le primarie dal primo giorno in cui le ha indette. Che da questa vicenda esce schiantato il centrodestra, risalta la pochezza di centristi vecchi e nuovi, si scopre la fragilità di Grillo non appena la politica si riconsegna nelle mani dei cittadini.
Abbiamo scritto che la sinistra radicale di Vendola avrà un ruolo ma ha subìto un ridimensionamento. E che solo dopo questa prova di democrazia i partiti, e il Pd in particolare, possono rivendicare il ritorno alla guida diretta del paese senza intermediazioni tecniche.
Abbiamo scritto che Bersani s’è confermato solido, affidabile e popolare come lo si conosce, ma ha tirato fuori doti di coraggio e di propensione al cambiamento che si conoscevano meno, vincendo una scommessa contro la propria maggioranza, dandosi finalmente la statura di vero leader.
E che Renzi è autore di una svolta irreversibile destinata a cambiare tutto nella politica: senza di lui «la cosa bella» (citazione bersaniana) non avrebbe avuto senso. Renzi ha sorpreso l’Italia, il centrosinistra, ha conquistato consensi impensabili per il Pd, sarà protagonista della scena per molti anni: da stasera può uscire o fortissimo, se vince, oppure molto forte e imprescindibile, se appena supera il 40 per cento.
Abbiamo anche scritto delle regole troppo burocratiche e restrittive e infatti sempre smentite dalla realtà, fino allo spettacolo evitabilissimo dei respingimenti per il ballottaggio; e delle forzature operate dai renziani, che partendo da ragioni condivisibili hanno compiuto mosse troppo aggressive, fino alla frenata di ieri.
Che cosa resta da scrivere?
Un augurio di buona domenica al popolo degli elettori e al popolo ammirevole dei volontari. E una rapida proiezione sul domani.
Un minuto dopo aver superato la fatidica soglia del 50 per cento, il vincitore dovrà aver stampata in testa un’altra percentuale: quel 34 per cento che i sondaggi assegnano al Pd grazie al fatto che finora è stato il Pd delle primarie, di Bersani e di Renzi. Se il vincitore non riuscisse a tenere questo profilo e quella quota, tutti gli sconfitti del momento – dalla destra a Grillo – tornerebbero in gioco. Il successo assumerebbe un sapore amaro.
Attenti dunque: già la gestione delle prime ore dopo il risultato dirà se a vincere sarà stato solo un candidato, o davvero tutto il Pd e tutto il centrosinistra.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/12/2012 alle 18:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 ottobre 2011
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Pd, il senso di dividersi oggi sulle elezioni
Ci sono momenti nei quali l’autolesionismo del Pd si fa davvero incomprensibile. Uno di questi è la corrente discussione, improvvisa e a tratti brusca, sul momento adatto per andare a votare.
Prima possibile, addirittura prima di Natale come vorrebbe il segretario Bersani e a ruota gran parte del gruppo dirigente, appoggiati dall’Unità?
Oppure a legge elettorale riformata (o abrogata per via referendaria) e primi provvedimenti economici presi, tipico lavoro da governo d’emergenza al quale assicurare fin d’ora, sia pure in via ipotetica, l’appoggio necessario? Ieri importanti dirigenti del partito, compresa la presidente dei senatori, si sono scontrati sul tema.
Detto con rispetto: surreale dibattito. Soprattutto perché non c’è nulla che il Pd possa fare, ora, per spingere il quadro politico verso una o l’altra delle due direzioni.
Dovrebbe essere chiaro ormai che il destino del governo Berlusconi non è nelle mani delle opposizioni. La suggestione del governo d’emergenza, d’altra parte, è stata sempre gestita male: poteva essere risolutiva (e convincente per tanti deputati poi scopertisi responsabili) se prima del 14 dicembre 2010 si fosse concretizzata in una proposta visibile, a portata di mano, quindi in grado di garantire una legislatura più stabile di quella che poteva promettere allora Berlusconi. La partita venne giocata in modo leggero e si chiuse come si sa.
Da allora, a ondate, il governo d’emergenza o del presidente si riaffaccia, sempre perché si dà credito a uno Scajola, a un Maroni, a un Pisanu. L’effetto, svanita la prima possibilità dieci mesi fa, è sempre lo stesso: ricompattare i berlusconiani e i leghisti scontenti, che a questo punto si immedesimano nel mantra dei due capi. Resistere, resistere, resistere. Buy time.
Per discutere e dividersi sul sostegno a un governo d’emergenza, il Pd aspetti che il dilemma si ponga, se si porrà.
Quanto alle elezioni, chiederle ogni mezz’ora col rischio di averle fra diciotto mesi pare un modo per ingannare il tempo.
Tanto s’è capito cosa succederà in caso di voto ravvicinato: tre coalizioni alle urne col Porcellum, premio di maggioranza al centrosinistra alla camera e un benvenuto stallo al senato che "obblighi" a fare un governo col Terzo polo.
Il presidente del consiglio a quel punto si sceglierà non secondo la Costituzione inventata da Berlusconi, ma secondo quella vigente. Cioè, sul colle del Quirinale.
permalink | inviato da stefano menichini il 27/10/2011 alle 7:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
26 ottobre 2011
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Una lettera inutile, tempo perso, e poi?
Berlusconi ha scelto la strada più ovvia, quella che concede qualche ora o qualche giorno di respiro a lui, anche se aggrava la situazione del paese. Un accordicchio con la Lega al livello più basso possibile, l’unico livello alla portata di un governo che nessuno considera più tale, neanche coloro che dovrebbero appoggiarlo.
Basta chiedere al primo parlamentare di maggioranza che si incontra: l’unica loro aspirazione è arrancare fino a dicembre, gennaio, per poter chiudere la legislatura di propria iniziativa, senza essere cacciati e senza vedersi sostituire da un altro esecutivo che gestisca le elezioni anticipate.
Questo è il mediocre orizzonte politico nel quale si inserisce la lettera che oggi Berlusconi recapiterà a Bruxelles. Può darsi che la accompagni con qualche intemerata contro l’arroganza franco-tedesca, del tipo di quella proposta ieri da Giuliano Ferrara ai pochi intimi convenuti per protestare davanti all’ambasciata di Francia. Difficile che lo faccia davvero, però: l’Italia è sotto schiaffo in Europa, possiamo solo sperare che nella crisi complessiva la Commissione, l’Eurozona e la Bce non vogliano affondare il colpo contro di noi. Se ci sarà sospensione di giudizio non sarà certo per le garanzie offerte dal governo di Roma, ma per una valutazione politica di opportunità.
Se invece fosse vero, come dice Bossi e come pare verosimile, che l’Europa ha deciso di liberarsi di Berlusconi, allora di umiliazioni ne dovremo sopportare altre.
In ore così incerte sono importanti i segnali delle forze responsabili. Napolitano ha bisogno di sapere con certezza che esiste un paracadute per la crisi, nella forma di un governo d’emergenza. Per il Pd, Bersani e Letta glielo hanno assicurato. È vero, come scriveva ieri l’Unità, che il voto anticipato rimane l’esito più probabile. Sarebbe però sbagliato se il Pd desse, sia pure indirettamente, l’impressione di puntarvi fin d’ora, senza soluzioni-cuscinetto mirate soprattutto alla riforma elettorale: sono difficili ma necessarie.
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Politica
20 ottobre 2011
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Come diceva anche D'Alema nel 2008...
A chi nel Pd offriva letture negative del voto in Molise, Massimo D’Alema ha risposto in maniera secca: dicano quello che vogliono, io presiedo una Fondazione e faccio analisi. Intendeva dire che la sua valutazione positiva era fondata su dati oggettivi, non sulle opportunità dello scontro politico interno.
D’Alema ha ragione: presiede Italianieuropei, che è un luogo dove si svolgono studi seri. Talmente seri, che è proprio da una di queste analisi di Italianieuropei – una delle più ampie, articolate e approfondite svolte in tempi recenti – che muove da qualche anno l’intero impegno di Europa per tenere ancorato il Pd al progetto e alle ambizioni originarie, contro i pericoli di riflusso, di ripiegamento, e in sostanza di rassegnazione alla ineluttabilità delle attuali percentuali elettorali.
Era il 14 maggio 2008 e Berlusconi aveva da poco vinto le elezioni. Il gruppo dirigente del Pd venne chiamato da D’Alema in piazza Farnese per ascoltare dai più validi analisti alcune ragioni profonde del voto: non solo i flussi, ma la qualità e le motivazioni del comportamento elettorale degli italiani che, sventurati, si erano appena rimessi nelle mani sbagliate.
Essendo stato gentilmente ospitato, ricordo bene quella sessione, perché mi rimase impressa la fotografia dell’Italia allora scattata da Natale, Calise, Bonomi e altri.
Mi sono chiesto spesso in questi anni che uso abbiano fatto di quelle informazioni i capi del Pd presenti (c’erano tutti, Veltroni armeggiava con le suonerie di un iPhone allora novità assoluta).
Affido la sintesi di quelle analisi allo stesso D’Alema, a un suo commento ad alta voce durante l’incontro: «Non siamo solo noi a essere sganciati dal paese, anche i nostri elettori lo sono».
Era una conclusione perfetta. Gli analisti avevano appena spiegato che la continua deriva a destra dell’elettorato italiano aveva lasciato al Pd (il Pd del 33 per cento!) una rappresentanza che rispetto alla media nazionale era: più anziana, meno presente nei settori più produttivi del paese, più scolarizzata ma meno dinamica nel mondo del lavoro, meno ottimista sui destini propri e del paese.
Gli elettori democratici avevano in comune con i compatrioti berlusconiani almeno una cosa (in realtà, una tra molte altre attinenti ai costumi e agli stili di vita): l’essere pienamente post-ideologici, scarsamente fedeli alle appartenenze partitiche e sindacali, pragmatici ma anche molto sensibili al carisma personale del leader.
La lettura che nel dopo-Veltroni è stata data di queste analisi mira in sostanza al consolidamento di questa situazione, cercando di migliorare su tre assi: recuperare il radicamento perduto nel mondo del lavoro attivo; insidiare la Lega tra i ceti popolari del Nord; offrire, invece che il carisma della leadership, la solidità di un partito tornato a funzionare comme il faut.
Non so se stia funzionando, anche come semplice operazione di consolidamento. Ho paura di no, a parte forse l’operazione sulla Lega e contro la Lega.
I veri luoghi del lavoro continuano a essere frammentati, spesso invisibili, sostanzialmente irraggiungibili in barba a qualche riaffiorante nostalgia fordista, e il Pd rimane nonostante gli sforzi soprattutto un partito dei garantiti e degli inclusi.
In sostanza la base di consenso del Pd rimane invariata (che vuol dire: destinata alla contrazione per ragioni demografiche), ma nel frattempo si sta vistosamente spostando (io direi, guastando) il suo sistema di valori.
Anni di frustrazioni politiche non sono trascorsi invano e ora si sommano al senso di rabbia e di impotenza di fronte a un sistema incapace di autoriformarsi e autorigenerarsi, e all’insicurezza per il proprio status economico personale.
Il risultato – qui si chiude il cerchio con sondaggi e analisi del mercato politico – è quell’enorme maggioranza di italiani, tantissimi elettori del Pd, che secondo Nando Pagnoncelli sono convinti che il centro della crisi italiana siano i privilegi della casta, e che intaccare questi privilegi possa essere una leva positiva per uscire dalla recessione.
Si tratta di una evidente regressione di cultura politica, affine e parente del giustizialismo. E di un grande pericolo per il Pd, che del sistema è considerato in fin dei conti parte (anche perché, qui e lì, lo è davvero): diciamo che questi anni si stanno rivelando i meno indicati, per proporre il modello di partito di massa organizzato come valida alternativa al partito carismatico, a sua volta in obiettiva crisi.
Quel che è successo a Marco Pannella al corteo di sabato scorso, non sarebbe forse successo a qualunque altro volto conosciuto si fosse presentato in piazza come ha fatto lui? È per la sua diversità, che gli hanno sputato addosso, o perché «sono tutti eguali» e solo un bel servizio d’ordine avrebbe evitato qualcosa di simile a Bersani, a Veltroni, a D’Alema, ma perfino a Grillo e a Vendola?
Quel famoso seminario del 2008 lasciò a Veltroni e ad altri l’idea che si dovesse insistere a spezzare la gabbia del consenso tradizionale “di sinistra”; a D’Alema e a un altro pezzo del Pd diede invece la conferma che la via per la rivincita su Berlusconi fossero le alleanze politiche con partiti più capaci di rappresentare i ceti più moderni, per non parlare del feticcio dell’elettorato cosiddetto “cattolico”, il tutto sotto l’ombrello del sistema elettorale tedesco.
Il paradosso di oggi è che, con questo avvelenamento del clima sociale e questo impoverimento dei valori, entrambe le strade potrebbero risultare precluse.
Quel 43 per cento e oltre di elettori che non si dichiarano nei sondaggi, in gran parte delusi dal centrodestra ma non solo, non trovano attraente il Pd e neanche il Pd in combinazione con Casini o con Vendola. Pagnoncelli premette sempre, quando mostra a Ballarò i suoi dati sul centrosinistra vincente, che va posta questa enorme riserva sulle sue previsioni: e in effetti, se il 27 per cento tuttora attribuito al Pdl appare incredibile e “virtuale”, perché invece dovremmo pensare che la stessa cifra attribuita al Pd sia realistica e a portata di mano?
Ecco perché c’è fastidio e allarme nella dirigenza democratica verso ciò che si muove fuori dall’attuale arco dei partiti, o verso ciò che si agita nei partiti fuori dai binari precostituiti: è la consapevolezza di non sapere o di non poter rispondere a una domanda di novità totalmente post-ideologica che era latente già nel 2008, e che l’inutile legislatura berlusconiana ha solo procrastinato, drammatizzandola e riempiendola per di più di quei contenuti anticasta così ingannevoli eppure così sentiti a livello popolare.
La possibilità di recuperare rispetto a questa situazione, non tranquillizzante, è data dalla stessa velocità dei mutamenti politici: noi stessi, solo sei mesi fa, nel pieno della primavera italiana, non avremmo scritto parole così pessimiste.
Occorre riavviare il circuito positivo “milanese”. Fidarsi delle persone, anche delle più distanti, anche dei non-elettori. Dare loro spazi, occasioni: primarie, referendum, che alla fine non sono mai andati male. Non ostacolare ma premiare chi spicca nel Pd per qualità e caratteristiche che sono apprezzate nella politica contemporanea, e anzi trovare altre figure del genere, anche fuori dal partito.
Non incistarsi sulla coppia destra-sinistra, che non spiega più tutto da tanto tempo: davvero siamo sicuri su chi sia più “di sinistra”, nel senso di uomo progressista e di mentalità aperta, fra Mario Draghi e Maurizio Landini?
È una politica di movimento, quella che chiediamo, anche un po’ noiosamente.
Sarebbe stato meglio che, avendo capito come andavano le cose e quali erano i limiti strutturali del centrosinistra riformista, si fosse partiti fin dal primo giorno dopo quel seminario di Italianieuropei del 2008: è andata diversamente, altre scelte sono state fatte, e c’è anche da dire che tante profezie di sventura e di decesso prematuro sono state smentite.
Quindi c’è tempo, c’è ancora tempo, per «riagganciare» davvero questo partito al suo paese. 
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Politica
17 settembre 2011
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I tre di Vasto e le elezioni
I tre di Vasto sembrano sicuri: si vota in primavera. Non credo che lo dicano perché si fidano del Bossi di giornata, che stamattina potrebbe averci già ripensato oppure non ricordare cosa ha detto ieri sul Monviso.
Forse vedono uno smottamento a destra nelle parole di Pecorella, nelle trame di Scajola, nella dissociazione di Pisanu, soprattutto nell’egemonia di Maroni sulla Lega. E ritengono che se anche Berlusconi giura al Foglio di non voler mollare, ormai ci sia nella sua maggioranza una corrente sufficientemente forte da costringerlo a farlo: perché condannato su Mills, o perché sfregiato dalle indagini, o perché demolito dal downgrading delle agenzie internazionali. La prova generale potrebbe essere il voto segreto in aula sull’arresto di Milanese: e i pericoli per l’affittacamere di Tremonti non vengono certo solo dai leghisti.
C’è una precipitazione evidente. L’avevamo preannunciata: passata la manovra finanziaria potrà esserci il liberi tutti. Infatti una nuova emergenza sui mercati, possibile ogni giorno, è perfino considerata come alleata del governo.
E l’esecutivo di transizione, che pure dominava come preferenza nei recenti discorsi di leader democratici d’ogni tendenza (Bindi, Veltroni, Franceschini, Gentiloni)?
Ieri a Vasto il tema era scomparso. Ma la convenienza a bruciare le tappe dell’alleanza elettorale neo-ulivista (perfino Canzone popolare di Fossati...), fino al rischio di farla risultare quasi neo-unionista, è evidente per Vendola e Di Pietro, nel momento migliore della loro competition con un Pd frenato dal caso Penati. Meno chiara per il Pd medesimo, sapendo che Bersani non è il tipo da far calcoli su un eventuale logoramento personale nel lungo periodo.
In realtà i giochi rimangono aperti. Allora diciamo che il Pd fa bene a farsi trovare pronto all’evenienza elettorale. Ma anche che, visto lo stato del paese, dovrà reprimere la tentazione di andare a vincere le elezioni fra otto mesi con un vantaggio risicato, una legge elettorale odiosa e alleati con un potere di contrattazione illimitato.
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Politica
18 giugno 2011
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Non è una retata che li seppellirà
Ne usciranno, di cose, dall’inchiesta napoletana e romana sulla cosidetta P4. Perché il raggio d’azione di quest’altra cricca a cavallo fra poteri dello stato, politica, informazione e affari è chiaramente vastissimo. E perché anche stavolta le procure hanno lavorato alacramente di intercettazioni telefoniche, e i giornali non ne risparmieranno alcuna, influente o meno ai fini processuali.
A ben pensarci, quest’altra ondata di melma che lambisce anche palazzo Chigi è l’ennesima conferma del fallimento berlusconiano, dell’impotenza di un clan che ha accantonato tutti i problemi del paese per concentrarsi nella guerra alle procure e alla libertà di cronaca, e oggi si trova a fare i conti con l’ultima inchiesta del favoloso Woodcock, spiattellata su tutti i giornali senza che nessuno del Pdl abbia più la forza di alzare il dito per protestare.
Il disvelarsi di questo groviglio di relazioni opache fa però un effetto molto diverso rispetto alle tante altre volte, negli ultimi anni, in cui il gruppo di comando berlusconiano o Berlusconi come persona sono stati colpiti da accuse e inchieste.
La grande differenza è che nel frattempo, in maniera certo condizionata dal degrado dell’immagine del leader, ma con modalità e dimensioni che vanno molto oltre il semplice “sputtanamento”, l’Italia sembra aver deciso di farla finita da sé. Senza aiutini dai pm, senza puntare su scandali e manette, senza architettare ribaltoni: bensì in maniera pulita, democratica, con il voto, con una potente corrente d’opinione che non toglie fiducia alla politica tout court ma si sposta, come nei sistemi sani, da uno schieramento logoro e screditato a un altro.
È il contrario di quanto scriveva Marco Travaglio ieri sul Fatto («Una retata li seppellirà»): nessuna retata li ha mai davvero seppelliti, neanche l’inchiesta P4 può darsi questo obiettivo (sarebbe aberrante del resto), ed è bene che sia così perché l’unica sepoltura definitiva dell’epopea berlusconiana può e deve avvenire nella coscienza e nelle scelte degli elettori. Soprattutto dei suoi elettori.
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Politica
2 giugno 2011
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Aspettate a fare le coalizioni
Il via libera della Cassazione è inaspettato, perché segue logica e buonsenso però va contro quasi tutti i precedenti giurisprudenziali. Da ieri pomeriggio, comunque, i referendum prendono di prepotenza un posto nell’agenda della crisi politica aperta dalle elezioni.
Un posto importante, che il Pd fa bene a presidiare annunciando una energica campagna per la partecipazione al voto con l’obiettivo di un difficile quorum. Bersani reagisce prontamente più che per il merito dei quesiti (almeno quello sulla gestione degli acquedotti lascia dei dubbi), per il loro valore politico di insidia ulteriore al governo e di marcamento nei confronti delle altre componenti del centrosinistra.
La partita referendaria va dunque giocata, però non deve distrarre sul campo di gioco principale, anche perché è molto improbabile che l’esito dell'11 e 12 giugno, qualunque esso sia, possa avere effetti decisivi sul quadro politico.
E che cosa accade sul campo di gioco principale, dalla parte del centrosinistra, mentre Pdl e Lega si smarriscono nel labirinto senza uscita delle proprie crisi parallele?

«Qui già tutti si sentono al governo», scherzava Dario Franceschini martedì sera lasciando il ricevimento nei giardini del Quirinale. Attenti allora, perché sia l’idea di aver già vinto, che la foga di accelerare i tempi della vittoria o di costruirla a tavolino, possono spingere a commettere gravi errori.
Il più consapevole del rischio per fortuna sembra essere Bersani, che ha capito meglio di altri il punto chiave delle comunali: si è messa in movimento una forte corrente di opinione che certamente vuole chiudere con Berlusconi e ridimensionare la Lega, ma che si sottrae alla logica radicali/moderati, e non si farà costringere dentro gli schemi fin qui conosciuti della geometria partitica o coalizionale. Neanche quelli apparentemente eterodossi, come dimostra l’infortunio milanese di Nichi Vendola.
Alla larga dunque sia dai marchingegni da governo di transizione (se viene bene, ma darselo come obiettivo...) che dalle fregole sui patti di coalizione da chiudere al più presto.

Come hanno notato alcuni dirigenti leghisti, e come dimostrano tutte le prime analisi dei dati elettorali, il responso del primo turno delle amministrative – già politicamente molto chiaro e interpretato unanimemente da tutti gli osservatori – ha creato a sua volta un ulteriore spostamento, come se si fosse avvertito un generale messaggio di “liberi tutti”. Potrebbe essere il tradizionale effetto band-wagon, in favore di chi si avverte come vincitore, oppure qualcosa di ancora più profondo.
Fatto sta che i candidati anti-governativi hanno beneficiato ai ballottaggi di un premio ulteriore, in alcuni luoghi reso macroscopico dalle contemporanee perdite secche – in termini di voti assoluti – dei loro opponenti di Pdl e Lega.
Non è affatto azzardato immaginare (anzi, alcuni sondaggisti già lo vedono) che la corrente si sia ingrossata ancor di più dopo i ballottaggi, e che stia continuando a farlo in questo preciso momento anche a causa della reazione attonita (o meglio, della assenza di qualsiasi reazione) da parte di Berlusconi e Bossi.
Nessuna sorpresa dunque che il Pd risulti già oggi, almeno virtualmente, il primo partito italiano. Diremmo che è quasi una legge della fisica: l’attrazione esercitata dalla massa più consistente.

Ma passare dalle regole della idrodinamica o del magnetismo alla politica non è affatto automatico. Si fa presto a rovinare tutto.
La corrente va lasciata fluire.
Guai a dare l’impressione di voler mettere il cappello al popolo arancione di Milano, alla massa elettorale di de Magistris, ai “piccoli” e delusi del Nordest, ai novaresi indignati per l’anti-italianità della Lega, ai cagliaritani fiduciosi nel loro neo-Renzi. Insomma, niente di peggio che farsi scoprire nell’atto di “usare” il loro voto (da parte di partiti che neanche hanno fatto tanto per meritarselo), prima di essersi messi in sintonia almeno con le richieste preminenti fra le molte che vengono espresse.
Ecco perché ci interessa l’idea che da postazioni diverse, ben prima che ragionare sulle coalizioni, partano ora iniziative politiche o legislative sui costi e la funzionalità della politica e delle macchine amministrative nazionali e locali. Ce l’ha in mente Bersani, lo farà Renzi, l’hanno annunciato Pisapia, de Magistris e altri loro nuovi colleghi.
Non sono mosse tattiche per smontare Grillo, che tanto si smonta da sé: è il riconoscimento di una domanda forte, alla quale incredibilmente il centrodestra non ha saputo dare alcuna risposta nonostante fosse nelle condizioni per farlo. Evidentemente il loro dna autentico non era quello della rivoluzione liberale, e poi ha contato l’imborghesimento leghista.
Fatto sta che quel fronte rimane aperto, che quella istanza (che è giusta e politica, tutt’altro che antipolitica) rimane sospesa. Aspettiamo a fissare i paletti di confine e a chiudere le porte di unioni, ulivi e terzi poli: c’è prima altro lavoro da fare, e tanta altra gente che può decidere di entrare.
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Politica
31 maggio 2011
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La coalizione fatta dagli elettori
Ci premeva tenere Torino e Bologna, cercando solo di essere competitivi a Milano e a Napoli.
Ricordiamocelo, in una pausa di questa serata di felicità, mentre scorrono le immagini di piazze piene non più di rabbia e indignazione, ma finalmente solo di gioia, orgoglio, soddisfazione, speranza.
Ricordiamocelo, perché il significato profondo del voto è proprio in questo abisso fra le aspettative e il risultato. Fra la percezione del paese che c’era, e ciò che il paese andava maturando dentro di sé. Fra il prima e il dopo.
È una lezione per la politica, di tutte le parti, e per chi se ne occupa professionalmente come noi: che come massimo di ottimismo (e a qualcuno sembrò troppo) invitammo due mesi fa il Pd a credere di più nella gara di Milano.
Altroché Milano. Un risultato che già da solo era considerato di portata storica, e in grado di per sé di provocare un terremoto nella foresta pietrificata del berlusconismo, finisce quasi annegato dentro un’ondata molto più alta, molto più potente, che discende la penisola da Nord a Sud e la attraversa da Est a Ovest. Milano è un segnale potente, Napoli è una sorpresa travolgente, Trieste e Cagliari sono colpi incredibili. Ma la sconfitta affonda e fa male a Gallarate, a Novara, a Rho, a Pavia, a Domodossola, a Chioggia, ad Arcore, a Macerata, nei comuni del Lazio, a Crotone, come era stato al primo turno a Olbia.
Un tale spostamento di consensi – quasi un inedito nel bipolarismo bloccato della Seconda repubblica – autorizza a chiedere ad alta voce che nuove elezioni politiche al più presto registrino e diano rappresentanza parlamentare ai mutati rapporti di forza nel paese.
Ma c’è più di questo, nel voto di ieri. Si sciolgono quasi da sé due nodi che parevano inestricabili: quello di una maggioranza che va in crisi senza avere un ricambio (che ora invece c’è); e quello delle difficili alchimie per costruire una coalizione alternativa vincente.
L’hanno fatta gli elettori, la coalizione alternativa. Ai partiti rimane solo di scavare un alveo in grado di raccogliere e indirizzare l’ondata che chiede, anzi impone, il cambiamento.

Nel momento in cui l’Italia si mostra per quello che effettivamente è, e per quello che pensa, c’è chi vuole rimanere cieco.
La reazione di Berlusconi e dei suoi appare obbligata. Ma è un obbligo che porta diritto alle prossime e più catastrofiche sconfitte. Nessuno può credere che il rigetto manifestato dagli elettori possa di nuovo convertirsi in consenso perché si torna a propinare loro lo stesso esausto carnet di riforme.
Le promesse suonano false e fastidiose. La faccia di Berlusconi che le ripropone risulta irritante. L’accoppiata fra promesse e Berlusconi suscita poi reazioni esplosive: da questo punto di vista Napoli è il risultato più eclatante, dopo tre anni di presidio personale della città da parte del premier.
Da mesi il centrodestra alterna risibili impegni solenni a far ripartire l’economia e a fare le grandi riforme del fisco e della giustizia, con le più frequenti e sincere scivolate del premier e dei suoi ultrà contro i giudici comunisti, gli elettori senza cervello e il capo dello stato di parte.
Questa linea schizoide ha condotto al risultato di ieri. Il giudizio degli elettori è una bocciatura senza appello, che premia il centrosinistra perfino oltre i suoi meriti (e, appunto, oltre le sue aspettative).
Qualcuno può credere che Silvio Berlusconi possa incarnare una linea diversa, e con essa una stagione nuova del centrodestra? È un’illusione che non regge neanche alla prima serata di commenti. Anzi. Perseverando sul continuismo, il centrodestra spalanca al centrosinistra l’orizzonte di una vittoria politica nazionale ancora più larga, e di una fuoriuscita dall’epopea berlusconiana più “di sinistra” di quanto si potesse mai immaginare.
A questo proposito, bisogna dire che sono accecati anche coloro che continuano a ripetere, per ammorbidire la durezza del risultato, che «Berlusconi ha perso, ma il Pd non ha vinto». Qualcuno si spinge addirittura, ancora, a strologare sulle sconfitte parallele.
Questo davvero vuol dire non avere occhi per vedere e testa per intendere.
Il Pd in queste settimane ha compiuto un piccolo miracolo aiutato, come anche il vincitore di giornata Bersani confermerebbe, da un indispensabile tocco di fortuna.
A Milano si è identificato totalmente col candidato che pure lo aveva sconfitto alle primarie, se n’è fatto trainare e lo ha trainato, dando alla coalizione un baricentro frutto dell’apporto di tutti e nel quale tutti si sono potuti riconoscere. A Napoli, il rigetto di Lettieri (che pure per qualche nostalgico bassoliniano rappresentava una sirena) aiuterà il Pd a ricostruire se stesso praticamente da zero: un’opportunità che da solo non era in grado di procurarsi.
Coalizione spostata all’estrema sinistra? Diciamo piuttosto che adesso gli italiani farebbero vincere gli avversari di Berlusconi con qualsiasi formula essi volessero presentarsi, a patto che abbia contenuti evidenti di novità e di rottura col passato.
Eccola, la coalizione fatta dagli elettori.
Loro non si chiedono se pende troppo a sinistra o al centro, se contiene questo o quel partito, se ha il volto austero di Fassino, quello timido di Pisapia, quello spaccone di De Magistris. La vogliono credibile e forte per l’unico obiettivo che in questo momento li accomuna, in ogni regione d’Italia “Padania” compresa (anzi, a partire dalla “Padania”): girare pagina, farla finita con Berlusconi.
In un certo senso, la sfida a essere seria alternativa di governo si porrà solo se il centrodestra romperà da sé la continuità berlusconiana e si presenterà sotto altra veste. Altrimenti – non è una bella cosa da dire, ma stasera è la verità – il centrosinistra per vincere non dovrà fare neanche troppi sforzi riformisti.
permalink | inviato da stefano menichini il 31/5/2011 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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