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Diario
15 dicembre 2012
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monti pd d'alema bersani
Monti non deve far paura al Pd
Il Pd non ha motivo per innervosirsi per ciò che Monti deciderà su se stesso. Se si ha fiducia in una persona, ribadita e confortata dai fatti lungo un difficile anno di intensi rapporti, insistere in azioni dissuasive non può che trasmettere un’immagine di insicurezza quasi più psicologica che politica.
Infatti, da qualche giorno Bersani ha modificato l’approccio al tema. Non più «spero che Monti non si schieri», bensì «deciderà lui e comunque sarà la prima persona con la quale dialogherò dopo il voto ». Par di capire che il segretario Pd cominci a mettere in conto l’eventualità di Monti candidato e voglia evitare di farsene spiazzare.
Quanto alle altre reazioni, rispetto alla apodittica frase dalemiana («moralmente discutibile se Monti si schierasse in campo contro di noi») suonano meglio le dichiarazioni di chi dall’ala sinistra (Vendola, Enrico Rossi) si dice contento che Monti a Bruxelles sia uscito allo scoperto confessando l’appartenenza ai conservatori europei: se non altro non tirano in ballo categorie scivolose come la morale.
Meglio rimanere sulla politica.
Abbiamo già scritto che Monti sbaglierebbe a esporsi alla testa del centro minoritario di Casini-Montezemolo, ma solo perché il suo status ne verrebbe istantaneamente diminuito con danno non tanto per lui stesso (alla fine, affari suoi) quanto per ciò che rappresenta agli occhi del mondo.
Non prendiamo in considerazione l’ipotesi che Monti si carichi i naufraghi berlusconiani: è un’idea talmente insensata che perfino Montezemolo la respinge. Ciò che il premier cercherà di fare, non sappiamo come, è allargare l’area di consenso parlamentare alla continuità delle sue politiche.
Certo, Bersani potrebbe sentirsi ferito dalla sfida diretta, dopo la fatica fatta per sostenere Monti davanti all’elettorato diffidente.
Ma occorre guardare oltre. Intanto per sottolineare che il Pd su Monti e con Monti può discutere, mentre gli altri possono solo invocarlo: è una bella differenza. E poi il Pd è già forte su risanamento e crescita: sfidato, dovrebbe alzare i suoi standard, certo non ripiegare sulle «posizioni radicali» paventate da D’Alema. Ne guadagnerebbe, la sua vittoria sarebbe più netta.
Infine, nel caso remoto che Monti divenisse capo di una parte, vorrebbe dire che il berlusconismo a quel punto è estinto e l’Italia è definitivamente nella maturità democratica. Chi ha a cuore, oltre che il proprio, l’interesse generale, dovrebbe gioirne.
permalink | inviato da stefano menichini il 15/12/2012 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
19 novembre 2011
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governo monti d'alema pd
Il Pd vincerà se ci crederà più degli altri
Massimo D’Alema due sere fa ha indicato ai deputati del Pd quale pericolo vede nella fase apertasi col governo Monti. Ritornando indietro alle proprie esperienze, teme che il partito venga chiamato a dare il sangue per un’operazione di risanamento, mentre l’area moderata (e in generale il centrodestra) si riorganizza e si presenta poi all’incasso.
Schema conosciuto. Fantasma antico (quell’essere i postcomunisti «figli di un dio minore», utili ma sempre considerati inabili alla guida diretta del paese) che si ripresenta. La conseguente raccomandazione dalemiana: non comportarsi da svogliata intendenza di Monti, bensì assumere la leadership di questa nuova stagione, presentandosi anzi come i suoi interpreti più autentici e avanzati.
Molto giusto. Lo scriviamo da giorni: non ci sarebbe nulla di peggio, per il Pd, che passare per quelli trascinati in catene dall’emergenza a sostenere un governo poco amato e misure non condivise. Chiaro che ogni passo di Monti andrà valutato in sé, misurandone il grado di equità e innovazione. Ma il messaggio all’Italia dev’essere che i democratici difenderanno il tentativo fino alla fine, come chiede un paese a rischio di default, stremato da polemiche e divisioni, ora tornato a fidarsi (pensate che miracolo) di una persona, di una istituzione, addirittura di un governo.
Si parla molto di spine da staccare, di chi lo farà per primo, cose così. Il professor Monti, che sta tirando fuori notevoli qualità comunicative, ha liquidato la questione ricordando ai partiti che alla spina, in questi giorni, hanno collegato un polmone artificiale. Metafora calzante, ahiloro e ahinoi.
La verità è che, almeno per un bel po’ di tempo, chi dovesse tirare troppo la spina fino a staccarla rimarrebbe senz’aria, e poi prenderebbe anche una bella scossa (elettorale). Quindi staranno tutti buoni. Magari inquieti, ma allineati.
Il problema del Pd sarà un altro: risultare credibile come il partito delle riforme liberali di Monti. Perché questo ruolo venga riconosciuto dagli italiani, dovranno crederci per primi i democratici. Questo da domani sarà il nostro tema.
permalink | inviato da stefano menichini il 19/11/2011 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 ottobre 2011
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Come diceva anche D'Alema nel 2008...
A chi nel Pd offriva letture negative del voto in Molise, Massimo D’Alema ha risposto in maniera secca: dicano quello che vogliono, io presiedo una Fondazione e faccio analisi. Intendeva dire che la sua valutazione positiva era fondata su dati oggettivi, non sulle opportunità dello scontro politico interno.
D’Alema ha ragione: presiede Italianieuropei, che è un luogo dove si svolgono studi seri. Talmente seri, che è proprio da una di queste analisi di Italianieuropei – una delle più ampie, articolate e approfondite svolte in tempi recenti – che muove da qualche anno l’intero impegno di Europa per tenere ancorato il Pd al progetto e alle ambizioni originarie, contro i pericoli di riflusso, di ripiegamento, e in sostanza di rassegnazione alla ineluttabilità delle attuali percentuali elettorali.
Era il 14 maggio 2008 e Berlusconi aveva da poco vinto le elezioni. Il gruppo dirigente del Pd venne chiamato da D’Alema in piazza Farnese per ascoltare dai più validi analisti alcune ragioni profonde del voto: non solo i flussi, ma la qualità e le motivazioni del comportamento elettorale degli italiani che, sventurati, si erano appena rimessi nelle mani sbagliate.
Essendo stato gentilmente ospitato, ricordo bene quella sessione, perché mi rimase impressa la fotografia dell’Italia allora scattata da Natale, Calise, Bonomi e altri.
Mi sono chiesto spesso in questi anni che uso abbiano fatto di quelle informazioni i capi del Pd presenti (c’erano tutti, Veltroni armeggiava con le suonerie di un iPhone allora novità assoluta).
Affido la sintesi di quelle analisi allo stesso D’Alema, a un suo commento ad alta voce durante l’incontro: «Non siamo solo noi a essere sganciati dal paese, anche i nostri elettori lo sono».
Era una conclusione perfetta. Gli analisti avevano appena spiegato che la continua deriva a destra dell’elettorato italiano aveva lasciato al Pd (il Pd del 33 per cento!) una rappresentanza che rispetto alla media nazionale era: più anziana, meno presente nei settori più produttivi del paese, più scolarizzata ma meno dinamica nel mondo del lavoro, meno ottimista sui destini propri e del paese.
Gli elettori democratici avevano in comune con i compatrioti berlusconiani almeno una cosa (in realtà, una tra molte altre attinenti ai costumi e agli stili di vita): l’essere pienamente post-ideologici, scarsamente fedeli alle appartenenze partitiche e sindacali, pragmatici ma anche molto sensibili al carisma personale del leader.
La lettura che nel dopo-Veltroni è stata data di queste analisi mira in sostanza al consolidamento di questa situazione, cercando di migliorare su tre assi: recuperare il radicamento perduto nel mondo del lavoro attivo; insidiare la Lega tra i ceti popolari del Nord; offrire, invece che il carisma della leadership, la solidità di un partito tornato a funzionare comme il faut.
Non so se stia funzionando, anche come semplice operazione di consolidamento. Ho paura di no, a parte forse l’operazione sulla Lega e contro la Lega.
I veri luoghi del lavoro continuano a essere frammentati, spesso invisibili, sostanzialmente irraggiungibili in barba a qualche riaffiorante nostalgia fordista, e il Pd rimane nonostante gli sforzi soprattutto un partito dei garantiti e degli inclusi.
In sostanza la base di consenso del Pd rimane invariata (che vuol dire: destinata alla contrazione per ragioni demografiche), ma nel frattempo si sta vistosamente spostando (io direi, guastando) il suo sistema di valori.
Anni di frustrazioni politiche non sono trascorsi invano e ora si sommano al senso di rabbia e di impotenza di fronte a un sistema incapace di autoriformarsi e autorigenerarsi, e all’insicurezza per il proprio status economico personale.
Il risultato – qui si chiude il cerchio con sondaggi e analisi del mercato politico – è quell’enorme maggioranza di italiani, tantissimi elettori del Pd, che secondo Nando Pagnoncelli sono convinti che il centro della crisi italiana siano i privilegi della casta, e che intaccare questi privilegi possa essere una leva positiva per uscire dalla recessione.
Si tratta di una evidente regressione di cultura politica, affine e parente del giustizialismo. E di un grande pericolo per il Pd, che del sistema è considerato in fin dei conti parte (anche perché, qui e lì, lo è davvero): diciamo che questi anni si stanno rivelando i meno indicati, per proporre il modello di partito di massa organizzato come valida alternativa al partito carismatico, a sua volta in obiettiva crisi.
Quel che è successo a Marco Pannella al corteo di sabato scorso, non sarebbe forse successo a qualunque altro volto conosciuto si fosse presentato in piazza come ha fatto lui? È per la sua diversità, che gli hanno sputato addosso, o perché «sono tutti eguali» e solo un bel servizio d’ordine avrebbe evitato qualcosa di simile a Bersani, a Veltroni, a D’Alema, ma perfino a Grillo e a Vendola?
Quel famoso seminario del 2008 lasciò a Veltroni e ad altri l’idea che si dovesse insistere a spezzare la gabbia del consenso tradizionale “di sinistra”; a D’Alema e a un altro pezzo del Pd diede invece la conferma che la via per la rivincita su Berlusconi fossero le alleanze politiche con partiti più capaci di rappresentare i ceti più moderni, per non parlare del feticcio dell’elettorato cosiddetto “cattolico”, il tutto sotto l’ombrello del sistema elettorale tedesco.
Il paradosso di oggi è che, con questo avvelenamento del clima sociale e questo impoverimento dei valori, entrambe le strade potrebbero risultare precluse.
Quel 43 per cento e oltre di elettori che non si dichiarano nei sondaggi, in gran parte delusi dal centrodestra ma non solo, non trovano attraente il Pd e neanche il Pd in combinazione con Casini o con Vendola. Pagnoncelli premette sempre, quando mostra a Ballarò i suoi dati sul centrosinistra vincente, che va posta questa enorme riserva sulle sue previsioni: e in effetti, se il 27 per cento tuttora attribuito al Pdl appare incredibile e “virtuale”, perché invece dovremmo pensare che la stessa cifra attribuita al Pd sia realistica e a portata di mano?
Ecco perché c’è fastidio e allarme nella dirigenza democratica verso ciò che si muove fuori dall’attuale arco dei partiti, o verso ciò che si agita nei partiti fuori dai binari precostituiti: è la consapevolezza di non sapere o di non poter rispondere a una domanda di novità totalmente post-ideologica che era latente già nel 2008, e che l’inutile legislatura berlusconiana ha solo procrastinato, drammatizzandola e riempiendola per di più di quei contenuti anticasta così ingannevoli eppure così sentiti a livello popolare.
La possibilità di recuperare rispetto a questa situazione, non tranquillizzante, è data dalla stessa velocità dei mutamenti politici: noi stessi, solo sei mesi fa, nel pieno della primavera italiana, non avremmo scritto parole così pessimiste.
Occorre riavviare il circuito positivo “milanese”. Fidarsi delle persone, anche delle più distanti, anche dei non-elettori. Dare loro spazi, occasioni: primarie, referendum, che alla fine non sono mai andati male. Non ostacolare ma premiare chi spicca nel Pd per qualità e caratteristiche che sono apprezzate nella politica contemporanea, e anzi trovare altre figure del genere, anche fuori dal partito.
Non incistarsi sulla coppia destra-sinistra, che non spiega più tutto da tanto tempo: davvero siamo sicuri su chi sia più “di sinistra”, nel senso di uomo progressista e di mentalità aperta, fra Mario Draghi e Maurizio Landini?
È una politica di movimento, quella che chiediamo, anche un po’ noiosamente.
Sarebbe stato meglio che, avendo capito come andavano le cose e quali erano i limiti strutturali del centrosinistra riformista, si fosse partiti fin dal primo giorno dopo quel seminario di Italianieuropei del 2008: è andata diversamente, altre scelte sono state fatte, e c’è anche da dire che tante profezie di sventura e di decesso prematuro sono state smentite.
Quindi c’è tempo, c’è ancora tempo, per «riagganciare» davvero questo partito al suo paese. 
permalink | inviato da stefano menichini il 20/10/2011 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
15 settembre 2011
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Buone notizie dal referendum (D'Alema compreso)
Dal fronte referendario arrivano buone notizie. È regolare, massiccio, l’afflusso di firme ai tavoli allestiti in tutta Italia. Parisi smentisce le cifre ottimistiche pubblicate (addirittura 400 mila firme già raccolte) ma c’è fiducia nella possibilità di raggiungere l’obiettivo. Ci sono situazioni – fra le altre Torino – per le quali si può parlare di vero boom.
In più, molte Feste democratiche chiudono i battenti, però i tavoli si trasferiscono nelle città trovando un pubblico altrettanto desideroso di liberarsi dal Porcellum.
Tra le notizie positive va annoverata la dichiarazione di D’Alema: «Le firme le stiamo raccogliendo noi in parte notevole, e altri prendono i meriti. Noi facciamo la campagna e come spesso succede i promotori dei referendum si prendono i rimborsi. È una posizione comoda, ma va bene».
D’Alema ha ragione su tutta la linea. Perché ormai i distinguo dei vertici del Pd sono travolti dall’attivismo di federazioni, circoli, singoli militanti, tutti impegnati ai tavoli. Sembra così lontano il luglio scorso: Bersani che diceva che promuovere un referendum elettorale era «da pazzi», la Cgil che appoggiava un quesito di contenuto opposto (di cui arbitrariamente si attribuiva l’idea al medesimo D’Alema), Orfini che criticava i dirigenti democratici pro-Mattarellum perché «così si divide il partito».
In effetti, il partito non è diviso: lavora tutto per il referendum Parisi, come sottolinea D’Alema, e generosamente offre i meriti (e i rimborsi) dell’eventuale successo a Di Pietro e a Vendola, non avendo accettato il venale consiglio di chi (come Europa) suggeriva di entrare a pieno titolo nella campagna.
Ma noi non lo dicevamo per i soldi: era solo l’ingenuo desiderio di vedere il Pd allineato con la propria gente (lo stesso desiderio che ci ha portato ad allestire un tavolo in redazione, con un buon ancorché simbolico risultato). Più raffinato, al solito, il calcolo di D’Alema: che ha fatto pensare di essere contrario al referendum (per illudere Casini) mentre in realtà, come si capisce solo oggi, ne auspicava e anzi organizzava il successo.
permalink | inviato da stefano menichini il 15/9/2011 alle 8:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3)


Politica
9 settembre 2011
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D'Alema svela la trama
Mai nessuno nel Pd, fra i molti che la coltivano, aveva esposto la teoria del complotto plutocratico così esplicitamente e ruvidamente come ha fatto Massimo D’Alema ieri a Pesaro.
Nulla è stato risparmiato, tranne i nomi dei destinatari della denuncia: D’Alema se l’è presa coi capitalisti, coi padroni, coi banchieri che hanno fatto fallire le banche e ora vogliono approfittare dell’ondata anticasta per far fuori la politica dei partiti; anzi, dell’anticasta sono la regia, in vista della scesa in campo «di un cavaliere bianco», «di un Berlusconi buono».
Dai padroni perfidi al nuovo Berlusconi: in pochi minuti sono state pronunciate tutte le parole magiche che possono smuovere la pancia di un elettore di sinistra.
Mettete dentro questa accusa i cognomi che volete – Montezemolo, Profumo, Mieli, de Bortoli, o anche De Benedetti – e avrete la rappresentazione esatta della preoccupazione più grande che – come abbiamo già raccontato molte volte – alberga ai vertici del Pd. Non quella di non saper disfarsi di Berlusconi o di perdere le elezioni contro l’attuale centrodestra. Ma quella di vedersi soffiare il meritato trofeo sul filo del traguardo, da parte di qualche sedicente newcomer di bell’aspetto e ricco patrimonio.
Il rischio è concreto, il disegno c’è davvero. C’è però anche il timore, da parte nostra, che la veemenza dell’anticapitalista D’Alema supplisca alla capacità politica di stabilire, in anticipo su chiunque altro, l’egemonia della politica e del Pd sulla transizione che si apre.
L’abbiamo già scritto: con il vittimismo non abbiamo sconfitto il Berlusconi cattivo, non eviteremo neanche il Berlusconi buono.
permalink | inviato da stefano menichini il 9/9/2011 alle 8:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
1 settembre 2011
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Bersani pensaci, il referendum ti aiuta
La tesi referendaria è ormai passata nel Pd, travolgendo le vere o presunte distinzioni di area. Ai tavoli, ancora troppo pochi, si sono presentati a firmare dirigenti d’ogni tipo, in modo libero e trasversale. Alcuni di loro anche molto vicini al segretario Bersani.
Non è il segno di un partito diviso e ingovernabile, come lo vogliono raccontare. È il segno di un gruppo dirigente a contatto con la realtà e con l’umore diffuso, preoccupato di offrire prospettive e orientamento alla domanda di riforma della politica. Non dimentichiamo che la vera qualità della recente primavera italiana è stata nel fatto che l’insofferenza contro la cattiva politica si è espressa con grande partecipazione alle scadenze elettorali e con precise scelte su partiti e candidati: quindi tutt’altro che antipolitica. C’è stato ancora un investimento, c’è stata fiducia.
Questo è oro puro per il Pd. Non deve deludere le attese, che in questa stagione si nutrono di una costante richiesta di partecipazione diretta sulle scelte importanti. Quindi anche sulla riforma elettorale, visto che per generale ammissione non esistono condizioni parlamentari per fare una buona legge (tant’è vero che il Pd chiede di chiuderla, questa legislatura).
D’Alema nota a ragione l’accanimento contro il Pd e contro Bersani. Non saranno però denunce e lamentele a fermare il tentativo di ridimensionamento. Ci vuole una forte iniziativa d’attacco, di cui il referendum è parte per quanto attiene al cruciale capitolo della riforma della politica. Se la raccolta di firme fallisse per la fragilità dei promotori, Bersani ne sarebbe indebolito, con in mano uno strumento di meno. Ci pensi, oggi.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/9/2011 alle 8:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
8 luglio 2011
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Un Fatto abusivo su Berlinguer
Si tranquillizzino quelli che si preoccupano per il futuro dell’antiberlusconismo di stampo giustizialista quando non ci sarà più Berlusconi.
Non rimarranno disoccupati, coloro per i quali il casellario giudiziario è il prisma attraverso il quale leggere l’Italia, e che ritengono che ogni politico o uomo di potere siano a priori colpevoli di qualcosa, finché non riescono a dimostrarsi innocenti.
Al Fatto, per esempio, hanno deciso di riposizionarsi per tempo.
Per loro, quando Berlusconi non ci sarà più non cambierà granché: la politica è comunque un oceano di corruzione, nessun partito fa eccezione e il Pd – in quanto futuro probabile principale partito di governo – merita fin d’ora un bel trattamento demolitorio. Ed ecco allora ieri la prima pagina, titoli, commenti, articoli: «Questione morale addio», «La diversità perduta», «Berlinguer chi era costui?», «Mazzetta rossa la trionferà».
Magari si trattasse del prezioso ruolo del watch-dog che non fa sconti ad alcuna parte politica. Questa è intimidazione a mezzo stampa. È la negazione di una qualità politica differente che, passando dalle sfuriate di Beppe Grillo, finisce per sovrapporsi alla principale tesi dei giornali berlusconiani: se a destra sono peccatori, a sinistra lo sono altrettanto.
«C’è una differenza semplicemente quantitativa», garantisce Paolo Flores d’Arcais.
Il tema è serio. Dalla Puglia alla Liguria al Piemonte ci sono indagini che coinvolgono per reati gravi personaggi in vari modi vicini al Pd. Il Sud è pieno, per ammissione generale, di zone opache. È vero, come rimarca Bersani, che i democratici coinvolti lasciano sempre i propri posti e che la magistratura non viene mai attaccata per il lavoro che fa: ma questo è un buon costume del dopo, non assolve dal malcostume del prima.
Ogni scrutinio dev’essere accettato. Il Fatto però – in sintonia con il mainstream liquidazionista di gran parte dell’opinione pubblica progressista – compie un salto di qualità molto meno accettabile. Eleva a sistema, nel Pd, la presunta corruzione di alcuni. La associa a un nome e un cognome, quelli di Massimo D’Alema.
Per fornire gravità storica alla degenerazione, denuncia il tradimento di Enrico Berlinguer (1981, intervista sulla questione morale e rottura politica con Craxi), tirando in ballo Napolitano come avversario dell’epoca e facendo intendere che nel dissenso di allora possano rintracciarsi i germi di un relativismo etico dell’attuale capo dello stato.
Che a Padellaro Napolitano sia poco simpatico è risaputo: affari loro. Però Padellaro al Fatto è fra i pochi con l’età giusta per poter contestualizzare, a volerlo fare, il dissenso fra Napolitano e Berlinguer in uno scontro politico denso di ragioni. Fa ridere, se non fosse paradossale e sostanzialmente diffamatoria, la riproposizione odierna di quella antica “diversità” da parte di uno come Flores che è stato trotzkista, craxiano, nuovista e girotondino, quindi tutto tranne che berlingueriano anzi esattamente l’opposto.
Il giornale del «sono tutti uguali» ha tanta nostalgia della diversità berlingueriana, anche se nessuno da quelle parti ha il dna giusto per rivendicarla. Scagliarla contro il corrotto Pd di oggi è abusivo e storicamente folle. Ma comunque è una nostalgia mal riposta.
Nonostante l’iconizzazione successiva della figura del segretario del Pci, davvero la proclamazione e l’esasperazione della diversità andò allora di pari passo col riconoscimento di una sconfitta storica, della fine di una speranza e di una strategia, della chiusura di un ciclo che si volle dichiarare esaurito per l’amoralità degli altri piuttosto che per i limiti propri. Da allora, ogni battuta d’arresto a sinistra ha sempre alimentato frustrazione e ha accresciuto il senso di un’ingiustizia subìta, invece di stimolare la lucidità necessaria a cogliere gli errori di analisi sulla società.
I leader democratici si considerano oggi diffamati e offesi dal Fatto, hanno le loro ragioni.
Quel giornale – quella cultura, quel luogo comune diffuso – sono portatori però di qualcosa di peggio: sono i portatori non sani della sconfitta permanente, dell’incapacità e non volontà di capire il mondo nei suoi dati strutturali, nei mutamenti dei pensieri profondi più difficili da cogliere e da affrontare di quanto non sia la debolezza dei politici.
Al Fatto sono bravissimi a occuparsi dei Morichini della terra, e c’è tantissima gente che solo di questo vuole leggere e sapere: bene, o tempora o mores.
Ma a quel giornale, per alimentare il successo del momento, bastano i verbali dei pm, non c’è bisogno di scomodare Berlinguer, la fine del compromesso storico, l’impotenza del riformismo socialista. Evidentemente non è roba adatta a loro. 
permalink | inviato da stefano menichini il 8/7/2011 alle 14:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


Politica
4 giugno 2011
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Aiutarli a manovrare? No grazie
Un fantasma si aggira per l’Italia. È la manovra da 40 miliardi che l’Europa ci chiede, che Draghi ha severamente rammentato al governo, e che rimane rigorosamente fuori dallo scoppiettante dibattito nel centrodestra su primarie sì, primarie no, primarie dove.
A noi, che ci siamo passati, fa perfino tenerezza l’entusiasmo da neofiti dei pretoriani che si sentono liberi solo perché pronunciano frasi fino a ieri proibite. Sembrano bambini che godono a dire le parolacce. Primarie. Candidati. Competizione. Quando le primarie le faceva il Pd, per la destra erano solo la prova delle divisioni interne del centrosinistra. Ora, per vie misteriose, dovrebbero servire a salvare la leadership di Berlusconi stile ’94, cioè la più autocratica che si conosca (il nesso fra lo strumento e l’effetto desiderato non è chiaro, ma per una volta non dovete chiederne conto a noi).
Torniamo alla manovra, però. Dovrebbe essere l’argomento principe del dibattito pubblico, invece è come se potessimo farne a meno. E quando Tremonti la tirerà fuori, anch’essa sarà triturata nelle polemiche sul ruolo di La Russa, i poteri di Alfano e le ambizioni di Alemanno.
Stia bene attento, per parte sua, il Pd. Il senso di responsabilità è cosa buona e giusta e il centrosinistra, si sa, né è pervaso come nessun altro. Ma qualche perplessità sorge quando leggiamo la disponibilità di D’Alema a farsi carico di una parte dell’onere di dare dispiaceri agli italiani. Si tratterebbe, in volgare, di pagare l’allontanamento di Berlusconi da palazzo Chigi con una compartecipazione alla stangata d’estate.
Ora, a parte che stiamo parlando di nulla (visto che nessuno a destra raccoglie simili offerte), siamo sicuri di volerci prendere questa rogna nella parte di legislatura che rimane, consentendo per di più a Berlusconi di liberarsene e quindi di rimettersi a girare l’Italia per denunciare non solo l’ennesimo ribaltone ma anche il ritorno al potere dei dracula fiscali?
permalink | inviato da stefano menichini il 4/6/2011 alle 7:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
12 marzo 2011
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Né con i magistrati né con Berlusconi
Non ho tanta simpatia per i magistrati. Difficilmente può averne chi è cresciuto in anni (lunghi anni) nei quali la magistratura era davvero longa manus del potere. Insabbiatori di scandali, repressori di movimenti, casta di intoccabili. I mostri di Luigi Pintor, le strisce di Pericoli e Pirella, le canzoni di De Andrè. Roma porto delle nebbie, i processi di Catanzaro.
Molte cose sono cambiate, soprattutto i magistrati sono persone diverse: l’avvicendarsi delle generazioni e i caduti sul fronte della guerra con la mafia hanno capovolto l’immagine cupa degli ermellini.
Rimangono però tutte le stimmate del potere separato, certo autonomo ma anche autocrate, con l’aggravante letale dell’avvento della società dell’immagine. Il giudice che parla solo per sentenze travolto dai divi televisivi, che risolvono con la popolarità ciò che non hanno risolto con le indagini. I Di Pietro, i Di Persia, i De Magistris, i Woodcock, le Forleo, le Parenti, i loro emuli locali. Immeritati aloni di martirio, abusivi accostamenti a Falcone, intimità con i pool giornalistici, strade facili alla carriera togata, o politica, senza intervalli di decantazione.
Su tutto, una macchina della giustizia lasciata in panne, magari da personaggi minori che antepongono le ferie alle istanze di libertà provvisoria dei poveracci. Cause civili tenute a marcire. Per mancanza di fondi, certo, ma anche per disinteresse, spesso per complicità fra avvocati (e quando toccherà gli avvocati, Berlusconi? Anzi, ha restituito loro i privilegi corporativi che Bersani gli aveva tolto).
I magistrati, in maggioranza persone degnissime, come categoria non hanno saputo emendarsi. Ora lamentano una riforma punitiva. Hanno delle ragioni ma non meritano una difesa acritica. Hanno però anche un grande vantaggio: chi vuole oggi rimettere mano alla giustizia non ha le carte in regola per farlo. Ci vogliono credibilità e consenso per proporre grandi disegni riformatori, figuriamoci per imporli a chi non ne è convinto. Berlusconi purtroppo (sottolineo purtroppo) è l’ultimo sulla terra che potrebbe ambire a tanto. E ora in Italia c’è lui. 

Quando Massimo D’Alema, richiesto di un parere sul progetto Alfano, risponde che Berlusconi «deve solo dimettersi», apparentemente esprime un concetto banale e ripetitivo, povero di contenuto.
Non è proprio così. C’è una verità interna, in questa semplice risposta che potrebbe dispiegarsi così: si potrebbe benissimo ragionare intorno a queste, e ad altre proposte di riforma. Se però dal percorso della politica italiana, di questa e di tutte le possibili riforme mai fatte, tentate o abortite, venisse rimosso l’ingombro di un colossale interesse personale, del quale è impossibile ignorare l’esistenza e che nella conferenza stampa di giovedì tanto più risaltava quanto più veniva deliberatamente ed esplicitamente messo da parte.
Tutti, intorno a questa vicenda, si muovono sulla base di un calcolo. I colleghi commentatori dei grandi e dei piccoli giornali non possono far finta di non saperlo.
È sulla base di un calcolo, che Berlusconi ha capovolto tre lustri di approccio al tema giustizia: mi difendo nei processi invece che dai processi; affronto riforme di struttura proponendone la condivisione alle opposizioni; rinuncio a qualsiasi legge ad personam.
Questa è semplicimente la via d’uscita dal vicolo cieco nel quale s’era cacciato: ci ha provato sull’economia, trovando un Tremonti sulla propria strada, arcigno sui conti ma soprattutto politicamente poco amico. Ora ci prova sulla giustizia, grazie a un Alfano ovviamente più malleabile e grazie ai regali munifici che nel frattempo il Pdl sta facendo alla Lega, sostanzialmente autosciogliendosi nel Nord Italia.
Né Berlusconi né Alfano mirano a portare a casa la riforma. Più semplicemente, un enorme carico di lavoro viene finalmente depositato su un parlamento fin qui nullafacente, al quale si dà da fare per almeno un anno e mezzo di legislatura. Un piccolo capolavoro di agenda setting, più che una riforma epocale. Che servirà a Berlusconi a presentarsi nelle aule del processo Ruby e degli altri, ponendo a difesa non più le variazioni anagrafiche marocchine, le fidanzate stabili e tutte le altre castronerie inventate in questi mesi, bensì il proprio ruolo di vittima designata della corporazione che non vuole farsi riformare. Nel frattempo, come Alfano ha dovuto riconoscere, si cercherà di mettere qualche toppa alle emergenze reali della macchina giustizia non con una riforma costituzionale, bensì per via ordinaria o amministrativa. Figurarsi.
Non è però solo Berlusconi, che fa i suoi calcoli. Lo schema anzi detto – e qui vada al capo dello stato tutta la nostra comprensione e solidarietà – allontana almeno due degli spettri con i quali Napolitano deve combattere, cioè il collasso senza rete della legislatura o in alternativa il suo proseguimento vuoto e vanamente conflittuale. Certo, rimane la prospettiva di scontri istituzionali violentissimi, col presidente del Csm fatalmente messo in mezzo. Ma in questa fase, più che con la moral suasion Napolitano non può agire.
C’è un calcolo, evidente, anche fra le colombe dell’opposizione. Da Casini a Giachetti, dal Riformista ai finiani, tutti sono egualmente edotti del valore meramente di agenda politica, più che effettivamente riformista, dell’iniziativa. E infatti non è davvero per il merito che chiedono di «andare a vedere», bensì per la consapevolezza che nei tempi allungati della legislatura questo tavolo non sarà aggirabile, né rovesciabile. Una partita finta, che però tocca giocare.
Bisogna essere in mala fede per rimproverare al Pd di fare la faccia feroce. Dalla bozza Boato tante volte evocata in questi giorni, in avanti, ogni mano tesa da parte di Berlusconi nascondeva un coltello, una pura e semplice fregatura che lasciava i riformisti del centrosinistra in balia degli unici veri beneficiari dei raggiri del Cavaliere, cioè Di Pietro e la sua compagnia. Se il giustizialismo è davvero un grave problema italiano, il Pd e ciò che c’era prima del Pd sono stati lasciati da soli a farci i conti, mentre Berlusconi godeva degli effimeri vantaggi delle proprie trappole.
Alla fine, cattivi magistrati, avidi avvocati e politici calcolatori possono stare tranquilli: ognuno di loro saprà difendere il proprio spazio di potere.
Per la giustizia giusta, per la giustizia dalla parte del cittadino e amministrata in nome del popolo italiano, possiamo aspettare il prossimo secolo.
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Politica
11 marzo 2011
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Pd leggi Miliband: non sei solo
Sentirsi in buona compagnia non risolve i problemi, però aiuta. Il testo del redivivo David Miliband di cui ieri Europa ha pubblicato ampi stralci ci ricorda che le nostre stanche discussioni su identità e futuro del Pd non si svolgono nel nulla, ma in un contesto continentale che vede i riformisti perdere dappertutto, e dappertutto interrogarsi sulle stesse questioni.
L’ossessione italiana su Berlusconi ha anche questa conseguenza: siamo indotti a pensarci anomalia totale e non ci accorgiamo che Berlusconi rimane comunque un fenomeno, mentre le ragioni di fondo del distacco fra centrosinistra e popolo sono altrove, le stesse da Roma a Londra, da Parigi a Stoccolma a Berlino.
Dobbiamo ricominciare a parlarne. Dovremmo farlo con D’Alema che oltre al Copasir presiede la fondazione delle fondazioni democratiche e socialiste europee, teoricamente chiamata a ricostruire una cultura politica comune. E con Bersani, Veltroni, coi democratici e i non più democratici che si occupano di altro oltre che di legittimo impedimento e terzo polo.
Il Miliband maggiore, fratello sconfitto nel Labour ma riconosciuto come mente più europea, individua le tre tipologie elettorali che stiamo perdendo: la classe operaia spaventata dall’immigrazione; i nuovi ceti mobili benestanti che rigettano il tassa&spendi; i giovani tentati dall’antipolitica di fronte ai privilegi della casta.
Parla di noi, è chiaro. E siccome è un blairiano non del tutto pentito, respinge come perdente il ritorno allo statalismo. L’unica sinistra che ha vinto in tempi recenti è quella che si poneva insieme gli obiettivi di equità ed efficienza. Ha perso quando è stata identificata con gli errori di governi invadenti. Può riconquistare le coscienze se pone basilari questioni etiche, tipo: non se sia giusto arricchirsi, ma come ci si arricchisca (quanto è vero questo in Italia); e quali responsabilità abbiano la finanza e le grandi società private che gestiscono e anzi dominano la nostra vita. In definitiva domande di sinistra. Per le quali però una sola risposta sicuramente non funziona: la nostalgia, la conservazione, la restaurazione.
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Politica
22 gennaio 2011
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Dieci milioni di voti
Fino a poche settimane fa era considerata poco meno che l’antipasto di una scissione. Oggi la manifestazione del Lingotto ha tutti i caratteri di un importante appuntamento dell’intero Pd, nel pieno di un passaggio cruciale dello scontro politico e istituzionale. Parlerà il partito, oggi a Torino, e non una sua fazione, alla presenza di tutti i dirigenti in carica.
Si può pensare che il fatto sia frutto di calcoli d’opportunità. Certo a Bersani non conveniva lasciare a Veltroni la scena in un momento del genere, e d’altra parte Veltroni ha imparato a proprie spese quanto siano impopolari le iniziative che, al di là delle intenzioni, causano più divisione che rafforzamento. Niente da fare: l’unità del partito è un valore dai contorni più mitologici che reali, ma nei momenti topici chi vìola il totem rischia l’esecrazione.
Del resto si annusa nell’aria il profumo di una nuova “battaglia finale” contro Berlusconi. È l’ennesima, dopo altre che lo parevano e non lo sono state, stavolta però l’accerchiamento è completo: perdersi in sottigliezze non verrebbe capito.
La campagna bersaniana per i dieci milioni di firme ne ricorda una simile proprio di Veltroni e potrebbe risultare altrettanto fumosa, se il Pd non ne varasse presto una con un obiettivo ancor più concreto: prendiamo dieci milioni di voti, oltre che di firme, e la sconfitta di Berlusconi sarà piena, pulita, democratica, davvero definitiva.
Nel 2008 Veltroni fu capace di prendere oltre dodici milioni di voti, prima che lui e il Pd si avvitassero in una spirale che nessuno ha saputo arrestare. Oggi, un po’ per caso, la minoranza ha la chance di spiegare al partito e all’Italia come pensa di riprendere quella scia.
Vedremo se saprà dare una buona prova di leadership, senza intaccare neanche nelle apparenze quella della segretario. E se saprà evocare di nuovo quella sensazione di novità, di sorpresa perfino, che fece del neonato Pd l’oggetto delle più grandi attenzioni e speranze.
Come ha detto ieri D’Alema, contro un senso comune molto diffuso: questo non è un progetto fallito. Non che intendesse affidarsi al Lingotto, naturalmente. Ma il Lingotto potrebbe estendere la convinzione di D’Alema ai tanti che invece hanno motivi per dubitare.
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Politica
11 gennaio 2011
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fiat mirafiori marchionne fiom cgil pd bersani landini d'alema fassino
Lo spazio stretto del Pd sulla Fiat
Ieri il segretario del Pd ha incontrato i leader di tre federazioni sindacali. Sì, tre. Non solo della Fiom ma anche della Fim e della Uilm. Folla di media all’arrivo di Landini al Nazareno, un po’ di disattenzione per l’incontro con Farina e Contento. Oggi i titoli saranno tutti sulla Fiom che chiede ai democratici di uscire dalle ambiguità, sul Pd che si barcamena, su Vendola pronto domani a picchettare i cancelli di Mirafiori (come da prassi istituzionale di ogni presidente della Regione Puglia, si sa).
Nessuno stupore né scandalo, il circo politico-mediatico funziona così. Date le premesse, Bersani non avrebbe potuto dire a Landini altro da quello che gli ha detto, e cioè che secondo il Pd l’esito del referendum deve essere rispettato, e che alla Fiom conviene firmare il contratto in caso di vittoria dei Sì. Parole al vuoto, con Landini, ma è una posizione che aiuta Bersani a tenersi in asse con Susanna Camusso: la linea del segretario Pd coincide alla lettera con quella della Cgil.
Purtroppo la posizione più equilibrata rispetto alle complicate dinamiche sindacali non corrisponde automaticamente alla posizione più forte e utile al Pd. La linea di Bersani rischia di essere considerata deludente da chi sta con la Fiom contro Marchionne (figurarsi poi dopo la kermesse di Vendola), e di rimanere lontana rispetto all’universo del mondo del lavoro, di cui la Fiom rappresenta una esigua minoranza anche tenendo conto solo dei sindacalizzati.
Questo è il nocciolo del problema del Pd adesso. Le vicende Mirafiori e Pomigliano l’hanno risucchiato nel teatro di una tipica dialettica tra forze di sinistra, nella quale le mosse possono essere più o meno corrette,  ma allontanano dalla centralità rispetto alla proposta complessiva per l’Italia. Prendersela con la latitanza del governo è giusto e aiuta, ma non rimette il Pd dove dovrebbe essere: a guidare i processi, non a subirli.
Una controprova? Quando D’Alema definisce «non del Pd» la posizione di Fassino in favore dell’accordo, pur condivendola e ritenendola giusta per un aspirante sindaco, fotografa la contraddizione che limita lo spazio dei democratici. Poi magari a Fassino fa anche un favore, visti i tempi.
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Politica
6 novembre 2010
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renzi civati bersani veltroni rutelli d'alema pd
Renzi, Civati, Bersani: «Save the Party»
Ieri su Europa abbiamo fatto un bel favore a Matteo Renzi.
O meglio, gliel’ha fatto Lapo Pistelli (che di Renzi è stato amico, datore di lavoro, collega di partito, infine avversario sconfitto), con un bel ritratto dal quale il sindaco di Firenze esce come il prototipo del politico moderno: postideologico, rapido, mediatico, pop, inafferrabile negli errori e nelle contraddizioni, abile a mimetizzare i compromessi ai quali deve comunque sottostare un politico e soprattutto un amministratore.
Chiaro che Pistelli volesse evidenziare gli elementi di opportunismo che segnano la carriera dell’aspirante rottamatore. C’è riuscito, ma nel far ciò gli ha anche riconosciuto la stoffa dei leader più competitivi che siano emersi dalla generazione che domina nel centrosinistra da vent’anni. Ora va di moda esibire disprezzo per Rutelli e Veltroni. Loro (e alcuni altri sindaci insieme a loro) sono però quelli arrivati più vicini all’obiettivo storicamente mancato dal centrosinistra, Prodi compreso: conquistare consensi fuori dal bacino tradizionale, fare breccia nel blocco elettorale moderato e berlusconiano.
I favori di Europa a Matteo Renzi si fermano proprio qui.
Lui come tutti noi deve maneggiare un fallimento obiettivo. Berlusconi, più prima che poi, se ne andrà. Ma di questo risultato il Pd avrà un merito marginale e di conseguenza ne ricaverà un beneficio marginale. Già si vede che sono altri quelli che giocano, tengono la palla, ricevono applausi e incitamenti: i democratici al meglio sono gregari; al peggio, spettatori.
Nel linguaggio d’antan: dalla crisi del blocco dominante stiamo per uscire a destra, non certo a sinistra.
Questo fallimento non è colpa di Bersani più di quanto non lo sia dei suoi predecessori, dell’intero gruppo dirigente del Pd e perfino del suo popolo, che è stato un fattore di freno (o meglio, come tale è stato utilizzato) rispetto all’innovazione di pensiero e di azione che era necessaria alla sinistra per uscire dal suo stato di minorità.
La gravità della situazione impedisce di concedere a chiunque un credito eccessivo. L’abbiamo fatto con Veltroni, non ripeteremo l’errore di attribuire a una singola persona virtù salvifiche.
Allora arriviamo a dire che oggi, tra Roma e Firenze, Bersani e Renzi hanno sostanzialmente la stessa prova da affrontare: dimostrare che sull’improbo obiettivo di rovesciare un fallimento nel suo contrario hanno dietro di sé una vera classe dirigente, nel senso più alto del termine.
Quadri selvaggiamente determinati a prendere dei rischi, quindi. Non tifosi o burocrati.
A ben guardare, le diverse stagioni del Pd sono state segnate dal medesimo peccato originale: tutti i leader che si sono succeduti si sono sottratti all’onere di costruire intorno alla propria linea politica una maggioranza interna determinata a portarla avanti oltre le contingenze.
Così fu per Veltroni (che pagò con la caduta proprio questa fuga dal conflitto), così per Rutelli (che se ne andò senza mai ingaggiare la battaglia che ci si aspettava da lui), così per Franceschini e Bersani. Solo adesso si capisce, retrospettivamente, l’aporia che Europa descriveva ai tempi del loro scontro nelle primarie: era un duello di personalità, non di linee, tant’è che i due hanno finito presto per scavalcarsi a vicenda, e ora per ritrovarsi sulle alleanze, sui toni e i temi dell’opposizione a Berlusconi, sulla strategia del governo di transizione.
Andando indietro nel tempo, precursore delle scelte non fatte è stato del resto D’Alema: il D’Alema ultra-riformista degli anni ’90 che dichiarò al conservatorismo di sinistra una guerra in realtà mai combattuta.
A questo punto siamo tornati, anzi da qui non ce ne siamo mai andati. Le percentuali elettorali e dei sondaggi sono metafora perfetta dell’immobilismo.
Un partito che è slittato su posizioni laburiste senza neanche dichiararlo ad alta voce perde, com’è ovvio, consensi al centro. Ma li perde anche verso una sinistra che invece si dichiara tale in maniera rumorosa e perfino, nei casi di Di Pietro e Grillo, abusiva.
Di Bersani non si possono negare generosità, tenacia, capacità di lavoro, attaccamento alla missione, impegno nella costruzione del partito. E anche abilità di manovra, considerando che la maggioranza che lo sostiene si è ampliata nonostante i risultati poco brillanti.
Sopra ogni cosa, però, Bersani è il commander in chief dello scontro campale che si prospetta nel 2011 per liberare l’Italia dall’ingombro Berlusconi. Lui lo affronta con spirito inclusivo e unitario e merita di essere ricambiato: come torna a riposare in tipografia il libro “rivoluzionario” di Veltroni, così può essere sospesa la campagna di rottamazione renziana.
Ciò che non può essere sospesa né messa a riposo è l’opera di motivazione del dirigente collettivo, cioè del partito. Torniamo così alle assemblee parallele di oggi.
La prova di Bersani come segretario, e quella di Renzi come aspirante leader nazionale, consiste nel trasmettere al Pd d’apparato (senza accezione negativa) e a quello di movimento una ragione per combattere e per parlare agli italiani che vada oltre la sconfitta di Berlusconi.
Che salvi il progetto originario ritrovando una prospettiva più lunga, più duratura delle alleanze transitorie, un’ambizione di egemonia nella politica e di centralità nella società.
Insomma, una parte da protagonista e non da comprimario nella nuova stagione.
Entrambi devono superare se stessi, per riuscire. Bersani per cancellare l’immagine di amministratore di una ritirata, strategica ma pur sempre ritirata, nel retroterra tradizionale.
Renzi per evolvere dallo status di capopopolo nel triangolo Firenze-internet-talk-show a quello di costruttore di politiche nazionali. Non come raider, bensì come espressione di un movimento reale, radicato, consapevole, dotato di una linea oltre che di una clava statutaria.
Il ricambio generazionale sarà un argomento relativo: Bersani sta cambiando molto, anche Veltroni lo fece. Non è che fin qui gli italiani ne siano rimasti impressionati.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/11/2010 alle 9:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
28 ottobre 2010
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Forse è più utile un Pd al 24 per cento?
Dicono: bisogna ignorare i sondaggi. Che è giusto, per carità, anzi l’avessero fatto sempre. Infatti Europa ragionava sulla base di voti veri quando, dopo le regionali, avvertiva il quartier generale del rischio di sottovalutare l’esodo di quattro milioni di elettori in due anni. L’esodo non si ferma. E torna uno spettro, anch’esso già raccontato su questo giornale (a fine luglio): quello di «perdere insieme a Berlusconi».
Dicono anche: non è il momento di discutere ma di lavorare, uniti, a partire dalla campagna di porta-a-porta di novembre. Nessun pericolo di polemiche autolesioniste, che infatti non si vedono. Del resto, Veltroni s’è già abbastanza spaventato per le reazioni all’appello dei 75, per voler subito riaprire le danze. E per la segreteria democratica sarebbe facile anche neutralizzare Renzi e Civati: basterebbe evitare le solite recriminazioni da fortino assediato. Si sa che i media adorano i personaggi-contro, una leadership forte convive con questo tipo di fastidi, se li considera tali.
A chi si spaventa per il 24 per cento certificato dall’ottimo Nando Pagnoncelli – dato credibile, minimo storico del Pd – si potrebbe opporre, ma nessuno lo farà, un ragionamento un po’ cinico ma onesto: il Pd regala spazi alla sua sinistra e alla sua destra, restringendosi, per aumentare le possibilità di fare coalizione. Il sondaggio Ipsos conferma: un eventuale eterogeneo fronte antiberlusconiano sarebbe oggi largamente in testa, ma anche una malaugurata riedizione dell’Unione sarebbe più forte di quanto sarebbe stata nel 2008.
Per cui si potrebbe dire che, rassegnato alla crisi del bipolarismo, il Pd lavora per uscirne meglio di Berlusconi grazie al fatto che riesce di nuovo a fare rete meglio di lui: un vantaggio tipico degli anni dell’Ulivo, che poi Berlusconi aveva cancellato.
In fondo si sta realizzando ciò che nella strategia dalemiana avevamo sempre intravisto, per quanto Bersani abbia ovviamente sempre negato di perseguire scientemente l’obiettivo di un ridimensionamento del partito.
Non arriviamo a dire che il 24 per cento sia una buona notizia per qualcuno nel Pd. Certo, però, c’è chi può vederne il lato positivo.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/10/2010 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 ottobre 2010
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bersani vendola pd sel d'alema veltroni ds sondaggi
Il take-over morbido di Nichi
La notizia rallegra il popolo di sinistra, sempre sollevato quando dai leader arrivano segnali di unità. L’incontro fra Bersani e Vendola conferma in realtà un dato acquisito, e cioè che di tutti i possibili alleati dei democratici Sinistra e libertà è quello più prossimo: in definitiva, molti di loro si staccarono dai Ds solo nel 2007, altri hanno consumato (sia pure con quasi vent’anni di ritardo) una loro rottura con i paleocomunisti.
Il precedente in verità non è felicissimo. Bersani già ebbe un pranzo amichevole, con Di Pietro, che sembrava preludio a rapporti di buon vicinato: fu solo l’antipasto di ulteriori e nient’affatto amichevoli insidie da parte dell’ex pm.
Sotto questo punto di vista, Vendola dà più affidamento. O meglio, per non essere ipocriti: mentre Di Pietro pensa di poter sottrarre voti ai democratici tenendoli sempre sotto tiro, il governatore della Puglia segue una propria indole più avvolgente. Sa di avere larghi consensi nel Pd, dunque il suo take-over è del tipo morbido, rassicurante. Questa missione gli piace molto più di quella, rognosa, di cui il Pd avrebbe voluto investirlo: federare la galassia extraparlamentare.
Ostile o amichevole, comunque sempre di take-over si tratta. Bersani sostiene di non preoccuparsi per i sondaggi, e sarà anche vero. Fatto sta che nella marcia di avvicinamento alla resa dei conti con Berlusconi, il Pd amplia il proprio sistema di relazioni ma riduce l’elettorato potenziale.
Con questo dato contradditorio cominciano a fare i conti coloro che teorizzavano il ridimensionamento delle ambizioni democratiche in cambio di alleanze più ampie e vincenti. Il dalemiano Orfini, per esempio, sostiene ora che il Pd «deve dare risposte agli elettori di destra e di sinistra»: in proprio, senza delegarle, riprendendo quella vocazione maggioritaria che non ha inventato Veltroni, bensì appunto D’Alema alla fine degli anni ’90.
È un’intenzione seria, che si realizza facendo delle scelte. Mettiamola così: ora che con Vendola ci si è parati a sinistra (sapendo di avere a fianco un amabile concorrente), è legittimo attendersi dal Pd una decisa offensiva di conquista di elettori moderati e “centristi”.
Almeno, così farebbe il Pci.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/10/2010 alle 23:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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