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Politica
1 novembre 2011
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Il momento della verità
Il passaggio è drammatico, pieno di incognite, ma in definitiva non così complicato. È reso obbligato dal micidiale fuoco incrociato di tre fattori: l’ulteriore emergenza scatenatasi in Europa subito dopo l’annuncio del referendum greco; la violenza dell’attacco speculativo ai titoli pubblici italiani, cioè del paese considerato più a rischio nell’Eurozona; la convinzione diffusa a tutti i livelli che il governo Berlusconi non abbia la forza per assumere le misure richieste dalla Bce.
Non esiste la via d’uscita suggerita da Giuliano Ferrara a Berlusconi: il golpe interno al centrodestra di un decreto che cancelli mesi di resistenze e di veti, facendo del presidente del consiglio il campione della cura lacrime e sangue. Non esiste perché Berlusconi non ha questa forza politica (e probabilmente neanche parlamentare) e perché né Napolitano né Draghi né il direttorio franco-tedesco possono fidarsi di una conversione in legge di tempi ed esito dubbi.
Non è affatto detto che esista, in alternativa, la via d’uscita che il capo dello stato si è incaricato di esplorare, in consultazioni che potrebbero cominciare già oggi.
Nel suo comunicato-bomba, ieri pomeriggio, il Quirinale fa riferimento all’opinione di forze «sociali e politiche» e alla loro disponibilità ad assumersi le responsabilità del momento. Ma a che cosa è legata questa disponibilità, come Napolitano sapeva benissimo quando ha scritto il comunicato? Alla nascita di un nuovo governo (a occhio, diremmo a guida Mario Monti), come hanno detto non solo i partiti – Bersani d’intesa con Casini e Di Pietro – ma anche per la prima volta in questi termini tutto il cartello da Confindustria all’Abi.
È un’ipotesi remota, stante la resistenza ostinata di Berlusconi. C’è però l’incognita: la possibilità che si renda necessario un voto parlamentare, che potrebbe perfino essere richiesto dall’Europa come certificazione della volontà politica italiana a fare sul serio.
A parte che la Lega non ha mai accettato di piegarsi ai diktat europei, pochi istanti dopo il comunicato di Napolitano l’ex coordinatore di Forza Italia Antonione ha annunciato l’uscita dal Pdl. È un segno. La resa che Berlusconi non vuole offrire spontaneamente potrebbe essergli strappata a forza. Anche se dopo sarebbe tutto più difficile.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/11/2011 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
23 settembre 2011
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crisi berlusconi milanese pd bersani vasto
La crisi si allunga, che deve fare il Pd?
Dunque, c’è tempo. Berlusconi supera anche lo scoglio Milanese, e così potrebbe accadere per la sfiducia al ministro Romano. La maggioranza nelle camere fa ridere sui provvedimenti ordinari ma si ritrova quando c’è da salvare davvero le penne, il governo e la legislatura. Non c’è alcun collasso (politico, si intende: perché il collasso dei mercati, la ricchezza del paese che svanisce, il debito che si aggrava, tutto ciò non fa più neanche notizia), i mal di pancia dentro Pdl e Lega hanno prodotto appena sette dissidenti nel segreto dell’urna.
La crisi rimane tutta lì, plateale e irrisolvibile. Addirittura aggravata, in realtà,  dall’indebolimento dei personaggi che nella maggioranza si propongono come ipotesi alternative. Maroni vuole evitare il destino di Fini, preferisce operare per linee interne. Tutti gli altri pretendenti, da Formigoni ad Alemanno, sono titolari di feudi di potere privi di forza autonoma. Nella difesa ostinata (ed efficace) di Berlusconi è implicita l’assenza di ogni speranza di ricambio e di futuro per il centrodestra.
La crisi si diluisce, dobbiamo tornare a scrutare nel futuro: la sentenza Mills, la decisione della corte costituzionale sui referendum elettorali, questa scadenza di gennaio alla quale avrebbe alluso un Bossi sempre più frastornato...
Nella finestra temporale che si riapre non ci sarà recupero di consenso per Pdl e Lega. Come occupare allora proficuamente il tempo, per le opposizioni? Domanda per il Pd: come tornare a crescere nella stima degli italiani, dopo lo stop imposto dalla vicenda Penati?
Ci saranno manifestazioni e assemblee: bene, non fanno mai male, scaldano i cuori dei fedeli e confermano la verve oppositiva. Ma quale sarà il messaggio? A chi sarà rivolto? Riuscirà il Pd a prendere in tackle le manovre di riorganizzazione dell’area moderata, che domineranno la fase che si apre e che, in caso di successo, confinerebbero le ambizioni democratiche a una limitata competizione a sinistra?
Esauriti gli sforzi per le spallate, questo dovrebbe essere il tema strategico per Bersani. In soli sei giorni, il patto di Vasto ha già mostrato tutti i suoi limiti.
permalink | inviato da stefano menichini il 23/9/2011 alle 7:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
22 settembre 2011
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Ai limiti dei poteri presidenziali
Milanese affronta il voto di oggi senza essere più deputato del Pdl. La sua posizione personale di fronte al rischio di arresto si indebolisce molto, governo e maggioranza invece possono pensare di sopravvivere anche all’eventuale nuova sconfitta nel voto segreto.
Resistenza a oltranza: questo è stato il messaggio che Berlusconi ha recapitato a Napolitano ieri sera, in un incontro chiesto da lui e preceduto da boatos d’ogni tipo.
È già accaduto in passato che il presidente del consiglio cercasse di farsi scudo del capo dello stato, accreditando strumentalmente un suo sostegno.
Napolitano non ha mai concesso sostegno politico, né lo sta facendo in queste ore. L’unico scudo che alza è per difendere il sistema istituzionale (di cui la legittimazione parlamentare al governo è cardine). Il sostanzioso contenuto politico del suo agire va casomai nella direzione opposta: man mano che Berlusconi si indeboliva e si inguaiava con le proprie mani – non da oggi ma da molti mesi – Napolitano si faceva forte di una popolarità senza precedenti per estendere una rete di protezione, imporre politiche, aggiustamenti, argini dove possibile. La manovra riscritta sotto la dettatura di Draghi, l’imminente nomina di Saccomani a palazzo Koch, il secessionismo leghista rintuzzato con durezza e rapidità senza precedenti: sono solo i casi più recenti.
Può sembrare poco, anzi è oggettivamente poco vista la gravità della crisi (declassate ieri sette banche italiane, in poche ore). Ma siamo già ai limiti dei poteri presidenziali.
Se nessuno si stacca dall’esausta coppia Berlusconi-Bossi con concreti effetti parlamentari, Napolitano non può fare di più.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/9/2011 alle 4:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
14 settembre 2011
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Chi ci difende dall'infamia, presidente Napolitano?
La posizione di Giorgio Napolitano è, in questa fase, di comprensibile difficoltà.
Nessuno meglio di lui – per di più in contatto costante con Draghi – è consapevole del rischio mortale che sta correndo l’Italia. Nessuno meglio di lui, con le relazioni e con l’esperienza che ha, si rende conto di quanto negativamente pesi il fattore Berlusconi in questa crisi.
Nessuno meglio di Napolitano, infine, sa che il quadro politico attuale è del tutto inadeguato ad affrontare la situazione, a compiere le scelte difficili che quasi quotidianamente vengono auspicate dallo stesso Quirinale, e a reggere alle pressioni degli egoismi corporativi, del malessere sociale e della speculazione finanziaria.
Oggi però da Montecitorio uscirà l’ennesimo voto di fiducia, il quarantanovesimo della legislatura. Siamo in un regime parlamentare, dunque il capo dello stato può fare riferimento solo alla sussistenza di una maggioranza parlamentare: l’attuale, per quanto mercenaria, regge. Anzi, dopo l’allineamento della Lega si confermerà anche nel salvataggio di Milanese.
È però anche vero che da mesi il presidente della repubblica si è proposto come garante di un minimo di correttezza istituzionale e di affidabilità di governo. In questo sforzo ha compiuto anche oggettivi strappi alla regola (che nessuno gli ha contestato) come l’appello a modificare la manovra mentre era già al voto del senato: può farlo, il suo impegno gli garantisce grande e trasversale consenso nel paese.
Due cose allora ci si potrebbero attendere a questo punto.
La prima è l’avvio, a manovra approvata, di una verifica dello stato di salute effettivo della maggioranza in vista di inevitabili ulteriori interventi di finanza pubblica.
Il secondo è una forma di sanzione dell’incredibile inaccettabile comportamento di Berlusconi, che ieri da un podio europeo s’è permesso – con somma vigliaccheria – di addossare alle opposizioni (lui che governa da anni) la colpa della crisi del paese, aggiungendo l’infame accusa di dare sostegno alla speculazione contro l’Italia.
Non abbiamo neanche per un secondo creduto che Berlusconi volesse seguire gli inviti di Napolitano a stabilire una clima e una prassi di collaborazione davanti all’emergenza. Ma da qui all’agguato, al plateale scarico di responsabilità proprie, ce ne corre.
Come ci possiamo difendere, presidente Napolitano?
permalink | inviato da stefano menichini il 14/9/2011 alle 8:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
11 agosto 2011
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La verità è che non sanno che fare
L’attesa era fortissima. Ora però ne sappiamo quanto ne sapevamo ieri. Cioè niente.
Non solo noi.
Non ne sa nulla quella inedita e preziosa alleanza dei produttori che è stata inutilmente convocata a palazzo Chigi. Non ne sanno nulla gli operatori finanziari, lasciati a cavarsela nella mostruosa tempesta borsistica. Non ne sanno nulla i partiti. Non ne sanno nulla, figurarsi, i cittadini: come lavoratori, contribuenti, imprenditori, risparmiatori, pensionati, consumatori, in qualsiasi veste abbiano paura per il futuro.
Non sappiamo nulla di come l’Italia potrebbe uscire dall’emergenza per il semplice drammatico motivo che non sa nulla chi dovrebbe fare le scelte. Chi ha promesso di fare «presto e bene». Chi si vantava di aver già avviato tutte le misure necessarie e ieri ha dovuto ammettere che invece «tutto è cambiato» e che la manovra «va completamente ristrutturata».
Non lo dice più solamente Bersani, che il problema principale dell’Italia è la nullità che si trova alla guida del paese.
Il primo degli editoriali del Financial Times di ieri concedeva a Berlusconi un’ultimissima chance di dimostrare che tiene più agli affari pubblici che ai propri. Ma senza nutrire alcuna fiducia: «Ciò che l’Italia sta soffrendo non deriva da un colossale deficit di bilancio, ma da un colossale deficit di leadership politica». E la Borsa di Milano non aveva ancora chiuso, peggiore d’Europa, a meno 6,6 per cento. E il presidente del consiglio non aveva ancora confermato – davanti a Marcegaglia, Mussari, Camusso, Bonanni e gli altri – il proprio stato di stordimento.
Gianni Letta ha annunciato, e senza ironia, l’apertura di almeno tre o quattro tavoli di concertazione: così l’ennesimo dei tanti «momenti della verità» è sfumato, come i precedenti, nel rinvio causato dai veti nella maggioranza.
Oggi alla camera se ne consumerà un altro, dove almeno le opposizioni potranno confrontarsi con Tremonti. Sarà altrettanto deludente, temiamo. Del resto, perfino il prossimo “decisivo” consiglio dei ministri pare evento remoto, avvolto nelle nebbie.
Alla fine, anche chi vorrebbe collaborare, con le migliori intenzioni, potrà trovarsi a prendere atto che nessuna casa che brucia può essere salvata se il pompiere rimane immobile, attanagliato dal terrore e dall’incapacità.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/8/2011 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
10 agosto 2011
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Pd, non dimenticare che l'Europa è casa nostra
Il Partito democratico ha tutte le ragioni per rifiutare di affidarsi all’attuale governo per uscire dall’emergenza. Ogni confronto con altre situazioni è vanificato dalla incorreggibile propensione dei ministri di Berlusconi alla provocazione e alla divisione del campo degli interlocutori. Laddove Obama chiama a raccolta una commissione bipartisan del Congresso (anche per rimediare all’orribile performance dei due schieramenti di fronte al rischio del default), qui si fa l’opposto.
Non c’è chi non veda calcolo di convenienza politica reciproca, nel dialogo virtuale fra centrodestra e Terzo polo. Ed è micidiale la recidiva del ministro Sacconi, che anche in questi momenti non contiene l’ansia di far fuori la Cgil dai tavoli di confronto e di dividere le opposizioni. Sacconi: uno che a differenza di tanti suoi colleghi il debito pubblico non se l’è trovato in eredità ma ha dato una bella mano a gonfiarlo, quando gestiva nei parlamenti della Prima repubblica le finanziarie del pentapartito.
Non vorremmo però che da qualche parte nel Pd, dietro la giusta richiesta di svolta politica e dietro le sacrosante istanze di equità, si insinuasse un virus pericoloso, una tentazione regressiva e distante dalla tradizione e dalla prassi europeista del migliore centrosinistra.
Che cosa significa dire che nei rapporti con l’Europa «non possiamo rinunciare alle politiche di bilancio, dopo aver già rinunciato alla politica monetaria», come fa Stefano Fassina sul manifesto? Oppure (lo stesso responsabile economico del Pd, sul Corriere) rigettare le raccomandazioni di Trichet e Draghi perché verrebbero da un’Europa dominata da governi di destra?
Non vantavamo, fra i non moltissimi meriti dell’Ulivo, proprio la conquista dell’euro? E non abbiamo storicamente lamentato come buco nero dell’Unione esattamente l’assenza di politiche economiche, fiscali e di bilancio condivise?
E quanto alle “cessioni di sovranità”, a prescindere dal colore dei governi del momento, non erano la bandiera della sfortunata stagione della Costituente europea, quando amavamo dire che l’Unione era la nostra patria?
Certo, sono ricordi sbiaditi. Una scommessa largamente perduta. Alla drammatica e colpevole assenza di un governo politico dell’Unione non si pone però rimedio sognando l’autocrazia laburista dell’Italia. Che tra l’altro per fortuna è molto improbabile, altrimenti ciò che in queste ore è in bilico finirebbe per sprofondare.
Tutta l’Europa infatti guarda con ansia alla capacità di leadership di Angela Merkel nei confronti di un paese come il suo, che già non ha voluto condividere il debito pubblico col resto del continente e  adesso è fortemente tentato dal mollare al proprio destino partner inaffidabili come Grecia e anche Italia. In generale, rivendicare all’Italia potere di decisione e di contrattazione può essere giusto. Invece non sembra proprio questo il momento migliore per ribellarsi – appunto, “alla greca” – alle condizioni di chi può permettersi di chiederci rigore in cambio di aiuto.
Serve poco nascondersi dietro alle plateali responsabilità di Berlusconi. Le stesse misure che l’Europa chiede a lui (screditato a rilanciarle in Italia), le chiederebbe a chiunque altro. E allora il pensiero più coerente va alle scelte che in condizioni simili seppero fare Ciampi e Prodi. Speriamo che il revisionismo neo-laburista non colpisca anche questi padri della patria progressista, dopo aver gettato nella famosa pattumiera della storia la Terza via di Blair e Clinton.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/8/2011 alle 8:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
9 agosto 2011
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crisi bce berlusconi tremonti draghi trichet pd bersani
Ma noi che diremmo a Draghi?
In queste ore durissime – mentre da Washington a Berlino tanti occhi sono puntati sull’Italia, che come scrive Paul Krugman sul Nyt è seria candidata al prossimo deafult – chi fa politica nel centrosinistra con onestà intellettuale e spirito critico può porsi due domande.
La prima è quanta parte della crisi attuale sia da mettere davvero in carico a Berlusconi, e quanta vada invece spartita da tutto il sistema politico e dai governi della Seconda repubblica.
La seconda domanda è se davvero il centrosinistra – diciamo meglio, il Pd – sarebbe pronto oggi a rispondere, in un quadro politico completamente diverso, al tipo di istanze precise che vengono dalla Bce come condizione per il sostegno finanziario al paese.
Anticipo qui una parte della risposta: con grande difficoltà. E col paradosso di dover pagare per la fine di Berlusconi il prezzo di misure sociali indigeribili per la sua base, o almeno incongrue con quanto il Pd di Bersani ha detto negli ultimi mesi.

Ma riprendiamo dalla prima domanda, alla quale la risposta è tutto sommato facile. Ci facciamo aiutare da un commentatore davvero mai tenero col centrosinistra come Luca Ricolfi, che fissa al 1998 l’ultimo sprazzo di luce riformatrice, di volontà politica di scardinare i blocchi rugginosi del sistema Italia. Dopo il primo governo Prodi, per motivi e con attori diversi, siamo finiti nella palude.
Mi pare una periodizzazione corretta. Che certo coinvolge quell’ultimo pezzo di legislatura ulivista (D’Alema e Amato), prima velleitaria e poi disperata; e poi il biennio unionista 2006-2008, da bocciare quasi senza eccezioni. Ma che soprattutto condanna senza riserve ben otto anni di Berlusconi premier e Tremonti (quasi) ininterrottamente alla guida dell’economia: la storia di un fallimento epocale, moltiplicato proprio dal fattore di cui il centrodestra mena maggior vanto, cioè la continuità della leadership governativa e politica.

Vista in retrospettiva, l’esperienza berlusconiana di governo dell’economia è stata catastrofica soprattutto nella sua nullaggine, nella straordinaria capacità di massimizzare i conflitti (sociali, politici, fra poteri) a fronte di obiettivi riformatori microscopici: pomposamente enunciati, faticosamente e goffamente condotti, raramente applicati, mai verificati nella loro funzionalità.
Le due opposte stagioni di Tremonti – prima campione contro gli euroburocrati «mai eletti» e oggi solerte portaparola di Bruxelles e Francoforte – sono l’emblema di una destra che ha accumulato potere senza avere una dottrina né una politica. Le tabelle sulle voci della spesa pubblica negli ultimi tre anni, elaborate dal Sole 24 Ore, sono fantastiche se si pensa che parliamo del premier-imprenditore: sono cresciuti soprattutto i capitoli per gli ammortizzatori sociali, per la previdenza, per le spese di governo; i tagli più drastici su energia, sostegno al turismo, opere pubbliche, tutela ambientale, beni culturali, trasporti, incentivi alle imprese... cioè su qualsiasi investimento produttivo, scommessa sul futuro, ammodernamento infrastrutturale.
Crisi, recessione e disoccupazione sono state inseguite. E mentre al volgo si raccomandava ottimismo, coloro ai quali toccavano le scelte abdicavano alle responsabilità. È stato così fino all’ultimissimo, fino alla recente goffa manovra che rinviava i sacrifici al dopo-Berlusconi.
Oggi si paga il prezzo, con gli interessi di un discredito internazionale che rende i governanti italiani i meno attendibili di tutti gli inattendibili governanti occidentali.

Le tabelle sulla spesa pubblica “parlano” però anche al Pd. Per due motivi. Il primo è che le migliaia di miliardi versati nella fornace degli ammortizzatori sociali e della previdenza li avrebbe spesi con ogni evidenza anche il centrosinistra, che infatti ha spesso spinto Tremonti a questo inevitabile passo (l’ha annunciato anche Obama, che però parte da ben altro sistema e lo ha accompagnato a una promessa di patrimoniale).

Il secondo motivo investe l’immediato futuro, nel quale Bersani ha offerto la disponibilità per una cogestione della crisi, all’ovvia condizione che chi ha governato il paese fino ad adesso se ne vada.
Il pervicace attaccamento di Berlusconi al potere eviterà di misurare fino a dove questa disponibilità potrebbe spingersi, e questo è un male per il paese ma forse è un bene per il Pd.
Perché, certo, il partito ha un nutrito pacchetto di proposte proprie. Ma dalla Bce e da Draghi (alle cui ricette da Governatore il Pd ha sempre dato appoggio) arrivano, tra le altre, richieste dure e precise su mercato del lavoro e liberalizzazione  nei servizi pubblici, a partire da quelli locali.
Sono istanze “liberiste”, come si dice qui spregiativamente, che i riformisti di centrosinistra erano arrivati a sfiorare prima però di allontanarsene. Sarebbero aggirabili queste richieste, pur con tutta l’eventuale nuova “forza politica” e contrattuale di un governo di larghe intese? Sono nel range della disponibilità di Bersani a fare «anche cose difficili», come ha detto alla camera?
Il fatto che portatori in Italia di ricette così aspre saranno gli impresentabili Berlusconi e Tremonti ci esime dalla verifica. Che prima o poi però arriverà. O almeno, lo speriamo.
permalink | inviato da stefano menichini il 9/8/2011 alle 8:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
15 giugno 2010
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crisi tremonti bersani pd cgil pomigliano
Il Pd davanti a un paese passivo
C’è una realtà difficile che è meglio guardare negli occhi. Lo dicevano i sondaggi, lo avvertivamo a pelle, sabato nella piazza non stracolma della Cgil se ne è avuta la conferma: la crisi morde, ma non genera fra la gente una reazione proporzionata al dramma delle statistiche. Non si accende la mobilitazione. Non si scatena la rabbia verso un governo inadeguato. Non si alza l’indignazione verso gli errori dei manager.
Possiamo cavarcela scaricando la colpa sull’oscuramento decretato dai tg, che teorizzano e praticano la propaganda sul migliore dei mondi possibili. C’è anche questo, ma accontentarsi di prendersela con Minzolini  vorrebbe dire nascondersi la verità. La reazione degli italiani colpiti dalla crisi (ma in tutta Europa è la stessa cosa) è di passività. Di ripiegamento verso gli aggiustamenti individuali (il solito welfare famigliare). Dalla piazza alla fabbrica: Pomigliano conferma che la partita si gioca solo in difesa. E se un cortocircuito con la politica scatta, è di affidamento verso chi sembra avere un controllo della situazione. Ecco Berlusconi che non arretra più di tanto nei consensi, ecco Tremonti che si impone, ecco i leader dell’opposizione fermi al palo.
Alla manovra è stata opposta la più tradizionale delle tattiche: aspettare che uscisse il randello, per denunciarne l’ingiustizia. Risultato: s’è lasciato spazio alla capacità tremontiana e leghista di avvolgere i sacrifici con la carta lucida della lotta agli sprechi. La manovra è caduta così nell’opinione pubblica come un evento fatale, magari perfino positivo. E le controproposte, arrivate solo dopo e senza uno straccio di elaborazione del messaggio? Come non esistessero.
Sulle liberalizzazioni, invertendo la tattica, le idee di Bersani verranno presentate prima di quelle di Tremonti: segno che si è capito l’errore compiuto.
Certo il Pd non sarà la balena spiaggiata di cui parla De Benedetti, però si sta modellando sulla flemma e l’understatement del suo segretario («La manovra è sbagliata», basico slogan della manifestazione di Roma, pare un suo prodotto personale). Ma se al Nazareno aspettano che siano le masse o la Cgil a muoversi e a scaldare il paese, dovranno aspettare parecchio.

permalink | inviato da stefano menichini il 15/6/2010 alle 7:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
23 dicembre 2008
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Un leader solo al comando. Eppure...
Può darsi che nel presidenzialismo di Berlusconi istituti tipo l’Istat, l’ufficio studi di Confindustria o il Censis verrebbero sottomessi all’esecutivo come pm qualsiasi, e i dati su una eventuale catastrofica crisi economica nascosti sotto al tappeto.
Si fa per scherzare, sappiamo che Berlusconi non solo non ha in mente un regime totalitario, ma già ieri ha subordinato il suo presidenzialismo soltanto alla «fine della crisi mondiale».
In realtà, al di là delle boutade e della parafrasi di Maria Antonietta che oggi propone Europa, il nesso fra un paese impaurito e impoverito e Silvio Berlusconi è molto evidente. E va a tutto vantaggio del presidente del consiglio...

continua >>
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Politica
6 dicembre 2008
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Dal governo odore di paura
Come ci si sente a essere una mucillagine in preda al panico? Un paese grande e grosso, il paese che amiamo, l’ottava economia del mondo, in realtà questo è: una mucillagine (immagine Censis 2007 per descrivere un insieme di monadi prive di connessioni di qualsiasi tipo) in procinto di essere travolta dalla “grande paura” (immagine Censis 2008 destinata a dominare la chiacchiera pubblica per le prossime settimane). Bell’immagine...

continua >>
permalink | inviato da stefano menichini il 6/12/2008 alle 8:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


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