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Diario
12 dicembre 2012
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Berlusconiani, antiberlusconiani, e altri stereotipi
Siccome il cerchiobottismo di ritorno di Angelo Panebianco non c’era piaciuto, il Corriere ha pensato che non bastasse e ha chiesto a Ernesto Galli della Loggia e a Pierluigi Battista di metterci il carico. Uno d’apertura e uno di spalla, oggi raddoppiavano in prima pagina il medesimo concetto: povera Italia, tornata al peggio della Seconda repubblica tra berlusconiani disperati e antiberlusconiani col sangue alla bocca.
Galli della Loggia incolpando il centrosinistra di ritirare fuori contro il Cavaliere «la litania dell’Europa» (litania oggetto però di cinque pagine interne dello stesso Corriere). Battista contrapponendo alle parole e ai fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pdl non parole e fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pd, bensì «la pentola di isterismo» dei social network (che in mancanza d’altro vanno sempre bene e puoi metterli in carico a chiunque).
Per non far polemica, diciamo che speriamo che i tre editorialisti si sbaglino sul ritorno al passato. Qui non lo desidera nessuno. Quel passato fatto dei tre stereotipi dei berlusconiani, degli antiberlusconiani e degli osservatori che pur di fare gli equidistanti neanche oggi riconoscono la differenza tra uno come Berlusconi (l’avete visto poco fa?) e uno, per dire, come Bersani.
Davvero, il professor Monti non merita un aiuto così banale.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/12/2012 alle 19:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
12 dicembre 2012
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Davvero per il Corriere Pd e Pdl pari sono?
Capisco lo sforzo per convincere Mario Monti a sciogliere la riserva e a candidarsi in prima persona per la guida del governo: se lo augura il Financial Times, figurarsi se non è giusto che il Corriere della Sera, dove Monti è di casa, ne faccia una campagna appassionata.
Capisco anche che Bersani non possa pretendere di essere esente dalle critiche: nel tempo gliene ha fatte tante anche Europa, in particolare quando intorno a lui prendevano piede posizioni da keynesismo in un paese solo che confondevano i vincoli di bilancio coi soprusi della tecnocrazia europea e rischiavano di mischiarsi alle destre in una confusa e velleitaria resistenza alle cessioni di sovranità.
Ogni critica ha però il suo tempo e deve avere il suo fondamento, non può ignorare le mutate condizioni, i processi politici che si sono consumati, le dichiarazioni impegnative di persone fededegne.
Per questo suona sorprendente da parte del Corriere il ritorno al cerchiobottismo di un’altra era, in un editoriale (Angelo Panebianco di ieri) nel quale di nuovo Bersani e Berlusconi vengono resi speculari, presentati alla stessa stregua come soggetti non raccomandabili per l’elettorato cosiddetto moderato dal punto di vista delle riforme da fare e, distorsione particolarmente grave in queste ore, dal punto di vista dell’affidabilità europeista.
È vero che nel centrosinistra ci sono, come scrive Panebianco, degli «antimontiani». Ma a un grande politologo non può esser sfuggito il dibattito e l’esito delle primarie, con la sconfitta di Vendola e il ribadimento da parte del Pd dell’intangibilità delle riforme montiane. Né può sorvolare a occhi chiusi sull’abisso che separa il Pd dal Pdl quanto a credenziali europee e rigore sui conti pubblici.
È inoltre inesatta la tesi secondo la quale l’Italia sia un luogo anomalo dove «argomenti antiglobalizzazione e antieuro» sono presenti sia a sinistra che a destra. Dovunque in Europa è così, in una logica di estremizzazione tipica dei tempi di crisi. Negli altri paesi, però, queste spinte sono neutralizzate in un confronto bipolare che ha l’europeismo come tratto comune fra gli poli maggiori. L’anomalia italiana è un’altra, e cioè che questa virtù è solida in un campo solo.
Allora, in paziente attesa che l’area centrista sponsorizzata dal Corriere trovi sponsor anche fra gli elettori, sarebbe più prudente per un grande giornale responsabile evitare di picconare quel poco (o molto) di affidabile che c’è ora sulla scena politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 12/12/2012 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 marzo 2012
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Monti lancia un avviso per il dopo-Monti
La drammatizzazione ricercata negli ultimi giorni da molti giornali e da qualche politico si stempera, com’era facilmente prevedibile e come avevamo previsto.
Non perché la situazione del paese non sia grave: recessione dichiarata, disoccupazione crescente, aumento dei prezzi, pressione fiscale, flusso del credito al minimo, ora anche la nuova fiammata dello spread. I segnali positivi delle ultime settimane sembrano dimenticati. Le tragedie individuali di lavoratori, imprenditori, artigiani assurgono a rango di simbolo.
Eppure non s’accende la miccia accesa da chi vorrebbe far esplodere l’Italia sull’esempio greco. La tensione c’è, i sindacati organizzano la protesta. Tutto però rimane allo stato di dialettica politica. I varchi per risolvere le questioni più dure sono ancora aperti.
La lettera di Monti al Corriere ripropone lo schema di rapporto fra governo e partiti già enunciato spesso. Fa presente – lo notavamo su Europa nel giorno del discorso di Seoul – che c’è una comunicazione verso l’esterno che non va confusa con quella domestica. E qui Monti inserisce la vera criticità, quella della quale dovrebbero farsi carico tutti invece di dedicarsi a elucubrazioni sull’ideologia sommersa dei professori, sul loro dna di destra, sul pensiero unico bocconiano o sul disprezzo per la democrazia nascosto dietro le parole sullo scarso consenso dei partiti (tutte cose lette non solo su manifesto o Fatto ma anche su Repubblica e Unità, su Giornale e Libero).
L’unico problema che ci si dovrà porre per il dopo-Monti, e che proprio Monti ricorda, è come fare a mantenere l’efficacia delle decisioni e l’indispensabile credito internazionale miracolosamente recuperati da novembre a oggi. È un problema di persone, certo, ma soprattutto di politiche, e di consapevolezza dei limiti che il paese non ha affatto superato, della necessità di completare e applicare riforme struturali che sono appena ai primi passi.
I segretari dei partiti della maggioranza hanno ogni diritto di battersi sulle proprie posizioni già adesso, in ogni occasione in cui questo sia possibile. Sanno però di avere margini di manovra limitati: la rottura, teoricamente sempre possibile in politica, stavolta non è consentita.
Qualunque partito decidesse di far saltare il tavolo, fosse anche per ottimi motivi, verrebbe immediatamente additato come il responsabile di un ritorno all’indietro: alla stagione dei calcoli di parte, dei veti, degli interessi politici a breve anteposti al bene generale. L’opinione pubblica, per molti motivi intrecciati fra loro, ha già una forte predisposizione negativa: sarebbe implacabile nella condanna (e davvero qui destra e sinistra non c’entrano). Non parliamo neanche dei giudizi internazionali.
Pier Luigi Bersani sa tutto questo e, pur scontando enormi difficoltà ambientali, si sta dimostrando abile a tenere insieme la fedeltà all’operazione Monti e l’autonomia del proprio partito.
Sulla vicenda più difficile di tutte, la riforma del mercato del lavoro, quello che era stato annunciato, presentato e in parte gestito come un bagno di sangue per il Pd potrebbe trasformarsi nel suo opposto: una prova di forza ed equilibrio politico dalla quale uscire come il vero partito-perno del sistema, centrale per far passare le riforme, anche quelle più difficili.
Tutto si giocherà sulla manovra parlamentare, appoggiata a una mobilitazione sociale non isterica: dalla Cei alla stessa Cgil, passando per Cisl e Uil e il mondo delle imprese minori, tutti coloro che hanno segnalato i problemi della riforma hanno però anche respinto le istanze di assoluta conservazione dell’esistente. È una ragionevolezza alla quale Monti e Fornero non possono voltare le spalle, e che il Pd può interpretare in maniera concreta lasciando ad altri – a Di Pietro, purtroppo a Vendola, alle varie schegge dell’antipolitica in competizione fra loro – la parte non simpatica e fine a se stessa degli urlatori.
In questo modo di afferma e si costruisce, qui e adesso, il diritto a presentarsi domani agli elettori come una forza di governo giusta e responsabile.
Guarda caso, esattamente ciò che suggerisce Monti nella lettera al Corriere: nella vicenda italiana attuale, tutti devono cambiare un po’, i partiti non potranno uscirne uguali a come vi sono entrati. Ben prima che li usasse Monti, però, questi erano gli argomenti di chi, nel Pd, si batteva per l’ipotesi del governo di transizione anche per contrastare l’illusione (presente nel Pd e nel centrosinistra) di una autosufficienza elettorale, politica e programmatica già acquisita.
I fatti hanno dimostrato che no, non eravamo pronti. Che non è stata solo generosità, quella di Bersani nel cedere e nel condividere il peso del governo della crisi. Non è vero che il centrosinistra, sia pure unto dalla volontà popolare, sarebbe stato in grado di fare meglio di quanto è stato fatto da novembre a oggi: la parte che stanno recitando Di Pietro e a tratti anche Vendola lo conferma. Per dire tutta la verità: i leader sindacali non avrebbero concesso a un ministro di centrosinistra (probabilmente un loro ex collega) ciò che hanno concesso a Fornero, per il semplice motivo che non gli sarebbe stato richiesto.
Bene allora se Bersani impedisce che si commettano ora (in vista del Piano nazionale delle riforme di Monti) gli errori che si stavano per commettere nel 2011 quando nel Pd ci si irrigidiva sulla intangibilità del sistema pensionistico, sulla intoccabilità dell’articolo 18, sulla impraticabilità del pareggio di bilancio in Costituzione: affermazioni perentorie destinate a essere travolte da un processo politico più forte.
Molto più fruttuoso, politicamente, stare dentro questa stagione come protagonisti, anzi possibilmente come problem-solver, come potrebbe essere sull’articolo 18. Non è solo un ruolo obbligato, per cause di forza maggiore: sono le fondamenta del nuovo Pd, competitivo nel 2013 contro chiunque. Allora non è così sorprendente, né episodico, che su queste basi Bersani abbia ricostruito l’unità interna. 
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
1 febbraio 2011
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Spezziamo il loro frame per le elezioni
Va smontata, e subito, la manipolazione della realtà che Berlusconi sta preparando per la campagna elettorale, insufflato dal nuovo direttore unico di Giornale e Libero Giuliano Ferrara (peccato per il Foglio, una volta terreno fertile di eresie e fronde: c’eravamo affezionati, ma in fondo quel bel giornale è solo una delle vittime collaterali dell’ultima raffica).
Ci dispiace per loro ma non si svolgerà, sarebbe troppo comodo, una campagna elettorale fra la sinistra del tassa (patrimoniale) e spendi (sprechi pubblici), e il magnifico Berlusconi liberale che salva il paese da lacci, leggi e bigotti moralisti.
Questo Berlusconi liberale non s’è mai visto, è solo un personaggio mitologico. Il Corriere, che generosamente ha ospitato la strabiliante (e velenosa) proposta di collaborazione del premier a Bersani, ha tutte le conoscenze e gli strumenti per raccontare che cosa è stato veramente l’ultimo biennio berlusconiano sul terreno delle liberalizzazioni. Nel caso servisse un memorandum, Europa oggi ne ha approntato uno: va dalla A di Alitalia e assicurazioni fino almeno alla T di taxi, passando da lottizzazioni, professioni, quote latte...
Bersani ha fatto benissimo a sottrarsi all’abbraccio («ma era una proposta fatta solo per dovere», ha ammesso il forzista Quagliarello). Ora però deve procedere a smantellare l’altra metà della cornice che il Berlusconi ferrarizzato (o pannellizzato) vuole approntare in tutta fretta: quella della sinistra delle tasse.

La via d’uscita dal tunnel del debito pubblico, variamente articolata da Pellegrino Capaldo, Giuliano Amato e Walter Veltroni, è una cosa troppo seria e complessa per essere gettata nella fornace di questa fase politica. Un conto è che la esplori Dario Di Vico valutandone i pro e i contro, un conto è che finisca triturata nelle dichiarazioni d’occasione di Gasparri e Cicchitto.
Avrebbe dovuto saperlo Veltroni, leader politico in attività, quando ne ha parlato al Lingotto, anteponendo all’idea di un intervento straordinario sui patrimoni più alti una serie di premesse che ora si sono perdute, macellate dalla propaganda.
La questione è davvero banale: qualsiasi intervento di portata strategica, o che contempli un serio discorso da rivolgere alla Nazione, non ha spazio possibile nell’attuale quadro politico.
Provvedimenti importanti esigono leadership credibili e autorevoli, personali o collettive, che possano farsene portatori. Giuliano Ferrara potrà camminare sulle mani da Testaccio a lungotevere Sanzio, Pannella trascorrere con Berlusconi non due ore ma due giorni e due notti, e Quagliarello tornare il liberale che era da piccolo, ma nessuno di loro potrà cambiare la realtà: Berlusconi sopravvive come capo di una fazione, ma è defunto come leader di una maggioranza degli italiani disposti a concedergli credito in nome del rovesciamento dei difetti del paese.
Altro sarebbe ragionare di misure per la crescita e di riduzione del debito con Giulio Tremonti, che mai c’è piaciuto e mai ci piacerà se non altro per quel vizietto di fare tanta filosofia e poca pratica, ma ha titolo e credibilità personale per affrontare almeno il confronto. 
Non è demonizzazione, questa, sono dati. Loro forse pensano che l’Italia non possa fare a meno di Berlusconi. Noi pensiamo che Berlusconi rappresenti un maleodorante tappo che impedisce il dispiegarsi della libertà degli italiani, della loro possibilità di tornare a crescere e ad avere fiducia in sé, nello Stato e nelle leadership politiche.
La mancanza di alternative deve smettere di essere l’alibi. Intanto è il centrodestra medesimo che rende inservibili alternative che invece lo sarebbero. E poi – in ultimo con l’intervista di D’Alema, ma la cosa è chiara da tempo – tutte le opposizioni sono ormai pronte ai nastri delle elezioni anticipate: l’alternativa la valuteranno gli italiani. Il prossimo che ripete che le opposizioni temono il voto, è un semplice cialtrone. È Berlusconi che rimane aggrappato alla legislatura: la sua ultima.
E una cosa è garantita: non saranno elezioni sulla patrimoniale. Sarà l’ennesimo plebiscito su Berlusconi. Purtroppo per lui, sul Berlusconi uomo e statista, quindi nelle sue due versioni più deficitarie.
Ci saranno le questioni di merito? Certo. La pressione fiscale? Sì, ma perché oggi è più alta che nel ’94. E dovendo proprio parlare di tasse, sapremo che cosa dire su quelle che il federalismo leghista vuole imporre ai Comuni. Insomma si parlerà delle tasse vere, quelle fatte pagare qui e ora da Berlusconi e da Bossi. Non di quelle ipotetiche del banchiere Pellegrino Capaldo.
permalink | inviato da stefano menichini il 1/2/2011 alle 7:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
10 agosto 2010
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Consigli inutili da giornali illustri
Siamo tutti d’accordo: Berlusconi è un populista inabile a governare, Fini ha dei parenti impresentabili e s’è messo a capo di un’armata Brancaleone, il Pd ha dei leader col carisma di un tonno. La classe politica è quella che è, dei suoi livelli inferiori non parliamo per carità di patria.
Non è però che i grandi giornali, così giustamente severi con la politica e preoccupati per i destini del paese, si stiano sforzando granché per dare una mano. Prendiamo solo gli ultimi solenni editoriali dei tre maggiori quotidiani d’informazione: nessuno di loro brilla per illuminanti e risolutivi consigli ai disorientati politici.
Ferruccio de Bortoli non ha difficoltà a respingere nel nome del bene collettivo sia il pericolo del voto anticipato al buio, che l’ardua strada di un esecutivo tecnico o di transizione. Sarà però rimasto insoddisfatto anche lui – come noi, forse anche come Berlusconi – quando per esclusioni successive ha finito per indicare come unica soluzione della crisi un ambizioso rilancio del programma di governo previo nuovo alto accordo nel centrodestra: molto responsabile come posizione, ma non esattamente lo scenario più a portata di mano, a meno che de Bortoli e il Corriere non abbiano bacchette magiche da regalare.
Altrettanto si potrebbe dire per Ilvo Diamanti.
Repubblica è specializzata nell’individuare e denunciare le debolezze del Pd (per la serie: ti piace vincere facile), ma quanto a consigli illuminanti non è formidabile neanche lei. Così ieri, dopo aver messo in fila tutte le ben note aporie democratiche e aver previsto elezioni a breve, Diamanti si ritrova di fronte al medesimo busillis di Bersani: come si fa a battere Berlusconi? Non è così difficile, credete a Repubblica: basta mettere tutti insieme dall’estrema sinistra all’Udc e poi scegliere un leader con le primarie fra Bersani medesimo, Vendola, Casini, Tabacci, Rutelli, Di Pietro, Letta, Chiamparino e possibilmente qualcun altro. Elementare, no? Bisogna essere stupidi a non averci pensato prima.
Stupidi oppure colpevoli, come sentenziava domenica sulla Stampa Barbara Spinelli.
Qui siamo davvero al paradosso. Illimitata libertà di pensiero ma utilità zero.
Figurarsi che per la Spinelli il problema italiano (e la colpa storica della sinistra) sarebbe che di Berlusconi non sono stati a sufficienza denunciati il disprezzo delle leggi, il controllo sulle tv, il conflitto d’interessi, le collusioni sospette, la dubbia moralità personale.
Apparentemente ignara che in Italia non si parli d’altro da sedici anni (essendo stati fondati sulla questione partiti, giornali, movimenti d’opinione, e svoltesi cinque campagne elettorali e alcune dozzine di oceaniche manifestazioni di popolo), la Spinelli pensa che, per inconfessabili motivi, non se ne sia parlato ancora abbastanza. E questa è l’esortazione che dalla Stampa rivolge agli ignavi dell’opposizione: svelate agli italiani i segreti su Berlusconi, sì che capiscano, si illuminino, si ravvedano. Ma insomma, che ci vuole?
Portiamo molto rispetto per de Bortoli, Diamanti, Spinelli. Ora però, come Berlusconi e Bersani anche se per motivi molto diversi dai loro, cominciamo ad avere qualche dubbio che la grande stampa indipendente possa aiutare l’Italia a uscire dai guai in cui si è cacciata.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/8/2010 alle 17:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 giugno 2010
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Salviamo Saviano, non l'icona Saviano
C’è un punto, nell’ultima polemica intorno a Roberto Saviano, che rimane fermo sia che lo si guardi dall’estrema sinistra – come fa il suo più recente critico, Alessandro Dal Lago, ancora ieri sul manifesto – sia che lo si guardi da quella che Dal Lago considererebbe una destra: cioè noi.
E il punto non è né nel diritto alla critica letteraria (non condividiamo quella di Dal Lago a Gomorra, ma la sua è una sacrosanta libera opinione), né nella straordinaria e meritoria responsabilità civile che Saviano si è assunta, pagandone un prezzo come non accade mai agli intellettuali in Italia.
Il punto è in quella che Dal Lago chiama iconizzazione di Saviano. Sul banco degli accusati non finisce l’icona, bensì quella sinistra «frustrata» che ha elevato lo scrittore al rango di eroe eponimo di un conflitto che si è spostato dal terreno sociale e degli interessi alla dimensione «morale e moralistica, fondamentalmente diversiva e consolatoria». Una sinistra che si fa parte del sistema populista imperante ricavando per sé uno spazio minoritario e impoverito. Una sinistra «impotente di fronte alla destra», che si annulla nella retorica dell’eroe, appunto, e intorno a essa costruisce «l’ossessione unanime per la legalità», una richiesta di ordine che a ben vedere è appannaggio storico della destra, e di cui la destra (fosse pure destra finiana) finisce comunque per avvantaggiarsi.
Va da sé che Dal Lago non è per l’illegalità, anche se sorvola troppo rapidamente sul dettaglio di un paese che ha ceduto alle mafie il controllo di tre intere regioni.
Diciamo che il sociologo dà voce sul manifesto a una posizione minoritaria nella sinistra minoritaria, sconfitta non oggi che i neocomunisti non sono più in parlamento, ma molti molti anni fa. Una sinistra che già si sentiva fuori posto, figurarsi, quando eroi progressisti divennero i magistrati antimafia e poi quelli di Mani pulite, quando il nuovo in politica si chiamava Rete. E forse perfino prima ancora, quando il ripiegamento del Pci dal compromesso storico prese le sembianze della berlingueriana questione morale, surrogato di una svolta politica a sinistra che allora avrebbe potuto essere solo laburista. 

Una vicenda antica, come si vede, che risale a quando Saviano portava i calzoni corti. Una divaricazione implacabile, sempre meno questione sociale e sempre più questione morale. Una gabbia che con l’avvento di Berlusconi s’è chiusa a doppia mandata. La narrazione sulle origini mafiose delle fortune del Cavaliere ha resistito oltre ogni processo per un semplice motivo: perché fissa la continuità fra le giustificazioni che la sinistra si dava per le sue sconfitte davanti alla Dc, con le giustificazioni che può darsi oggi davanti a Berlusconi. È un potere occulto e criminale a piegarla, non la realtà – ben più inesplicabile – di un consenso al Cavaliere liberamente espresso.
È una battaglia perduta, quella del tardo-marxista Dal Lago, speculare a quella perduta dai riformisti che col Pd hanno cercato di emanciparsi dalla condanna alla superiorità morale da dimostrare a ogni occasione di fronte al primo che si impanca a giudice dell’etica.
Stupisce che non colga questo punto Pierluigi Battista, che sul Corriere annovera le critiche a Saviano nella categoria «professionisti della demolizione». Battista ha ragione quando incita lo scrittore a continuare a fare il proprio lavoro, senza farsi intimidire né arruolare. Dovrebbe però cogliere in alcuni dei critici “di sinistra” di Saviano l’ultima esile domanda di autonomia che prende Saviano come bersaglio iconico (sbagliando, ma questo è anche il destino delle icone) mentre in realtà aspira a liberarsi dal virus giustizialista. E rimpiange una battaglia politica meno simile all’attuale Iliade, con gli eroi mandati uno dopo l’altro a sfracellarsi (si fa per dire) contro le mura del berlusconismo, armati solo di appelli e talk-show: l’altroieri Di Pietro, ieri De Magistris, oggi Santoro, domani la Dandini.
Averne, di Roberto Saviano, il cui compenso (dice, come sempre bene, Massimo Gramellini sulla Stampa) deve avere come unico parametro il valore di mercato delle cose che scrive: vale per lui come per Travaglio, Santoro, Feltri, Ferrara. Per chiunque abbia idee, letteralmente, da vendere.
Il problema non è l’eroe. Nella saggezza dei luoghi comuni, il problema è il paese, o quella parte di paese, che ha bisogno di lui.

permalink | inviato da stefano menichini il 3/6/2010 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
18 giugno 2009
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L'epopea finisce qui
Mi pare evidente che la storiaccia barese di prostituzione che il Corriere continua a raccontare non è paragonabile neppure da lontano alla vicenda già assurda di Noemi. Confesso che, come risulta dal post qui sotto, quando ieri sera ho scritto il commento per Europa ancora non riuscivo a credere che le cose fossero vere.
In serata poi, parlando con colleghi, ho percepito altri boatos, e mi sono rassegnato a credere che davvero l'epopea berlusconiana stia per finire nel modo più umiliante possibile per il paese che l'ha ospitata e se n'è fatto avvolgere. Gli ambienti del Pdl ieri pomeriggio erano isterici, e la incredibile e infelice sortita dell'avvocato Ghedini è stato lo specchio di questa perdita di controllo.
Ci vorranno giorni, o settimane, o mesi, e vedremo altro fango e sangue schizzare. Ma l'esito mi pare segnato. Anche perché Berlusconi e il suo entourage dimostrano di avere una incredibile superficialità nella scelta delle ragazze da invitare, diciamo così, alle feste: basta guardare come Carlo Bonini su Repubblica descrive la personalità di Patrizia D'Addario. Tornano in mente le parole di Veronica Lario nella famosa lettera sul divorzio: «Quelli che sono intorno a mio marito non lo aiutano...».
Quello che oggi scrive Giuliano Ferrara sul Foglio vale, temo, più come epitaffio per la vicenda politica del suo amico, che come efficace stimolo a cambiare rotta. Non si può più, Berlusconi è sugli scogli, e anche Ferrara lo sa bene.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/6/2009 alle 8:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
18 giugno 2009
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No, la prostituzione risparmiatecela
Non siamo stati né gli unici né i primi, comunque su Europa non abbiamo aspettato l’avvento di Patrizia D’Addario per lanciare l’allarme: il presidente del consiglio italiano è un uomo sotto ricatto. Lo scrivevamo sabato, quando D’Alema non se n’era ancora uscito con quell’ipotesi della «scossa». Ci bastava sapere dei cinquemila scatti fatti a villa Certosa e depositati da qualche parte nel mondo. Ora arrivano anche il registratore nella borsetta o la foto col telefonino. Faremmo volentieri a meno di occuparcene, ma come si può?
Berlusconi è (o è stato) sotto ricatto perché è ricattabile e perché al suo costume di vita non si applica nessuna delle regole di sicurezza e prudenza che accompagnano la vita di qualsiasi uomo di stato, anche di rango molto inferiore al suo. I suoi estimatori lo amano proprio per questo, per questa
sua allegra generosità e dissipazione di sé. Forse non hanno mai valutato i rischi connessi, e lui s’è ritenuto erroneamente al di sopra di essi.
Data la grande quantità e varietà delle ragazze invitate alle feste private di Berlusconi, era inevitabile che prima o poi qualcuna avrebbe tirato fuori particolari e racconti: la più smaliziata di loro, la più furba, la più stupida o la più bugiarda, lo sapremo presto.
Che questa storia esca sulle pagine del Corriere della Sera cambia naturalmente tutto il quadro, vista la grande prudenza con la quale Ferruccio de Bortoli aveva affrontato il caso Noemi. Cade lo schema del Pdl e di Berlusconi, secondo i quali tutta la vicenda sarebbe un complotto ordito da Repubblica e dal Pd con l’appoggio di Murdoch (e una volta Libero mise nel gruppo perfino Barack Obama). Qui i complottardi cominciano a essere un po’ troppi, né l’inchiesta barese sul giro di prostituzione l’hanno inventata i giornali.
L’ipotesi di Berlusconi «utilizzatore finale» di prostitute (infelice espressione discolpatrice del suo avvocato) appare talmente enorme che non possiamo neanche prenderla in considerazione.
Fossimo costretti a farlo dall’evidenza dei riscontri (di cui però ieri il Palazzo appariva sicuro), non rimarrebbe che lasciar libero il signore di occuparsi dell’unica cosa che evidentemente gli interessa davvero. Ma che vergogna per l’Italia.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 18/6/2009 alle 7:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
26 maggio 2009
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Un terremoto di carta stampata
Lo scontro politico non sappiamo dove porterà, ma Casoria ha già causato un ciclone nel mondo dell’informazione. Epicentro del terremoto, la Repubblica, giornale-partito per eccellenza: fino a poche settimane fa dato in crisi di vendite e di credibilità, grazie a Noemi il giornale di Ezio Mauro è tornato al centro della scena. Da quel che se ne sa, i risultati sono arrivati subito anche in termini di copie vendute, con aumenti nell’ordine di decine di migliaia di unità. Di questi tempi, coi gruppi editoriali in procinto di disfarsi di un 25 per cento di organico, non è una piccola cosa.
Il successo della campagna ha due o tre conseguenze. La prima è politica: Repubblica torna a imporsi come il vero partito-leader del centrosinistra. Quello di Mauro e De Benedetti con il Cavaliere è un vero corpo-a-corpo, a partire dalla notizia del divorzio di Veronica Lario. Ma se il Pd aveva avuto esitazioni nei mesi scorsi a seguire Repubblica sulla linea riassunta da un famoso editoriale del vicedirettore Massimo Giannini (il berlusconismo nuovo fascismo), le bugie di palazzo Grazioli hanno travolto le perplessità.
Rispetto ai primissimi giorni della campagna giornalistica, il successo di vendite e la straordinaria attenzione internazionale hanno spostato anche la la concorrenza. Era sintomatico il Corriere della Sera di ieri: via Solferino non vuole competere con largo Fochetti nella caccia alla famiglia Letizia, ma in definitiva deve seguire e infine avallare il lavoro della concorrenza. Se Berlusconi, subito dopo la notizia del divorzio, aveva sperato di cavarsela con le omissive interviste a de Bortoli e a Mario Calabresi della Stampa, aveva fatto male i calcoli.
Infine, la stampa di destra. Libero ma soprattutto il Giornale sono stati per anni il luogo deputato delle inchieste scandalistiche sui politici, dalle vicende giudiziarie poi finite in niente (Mitrokhin, Telekom Serbia) all’epopea del portavoce di Prodi, senza dimenticare le case di D’Alema, le scarpe di D’Alema, la barca di D’Alema.
Ora, a parti rovesciate, il Giornale appare sconvolto. Furiosi i commenti del direttore Giordano, fantastico ieri un editoriale dell’ex direttore dell’Unità Caldarola scandalizzato dalla deriva del Pd e memore di aver sempre trovato odiosi i gossip e gli attacchi ai politici di sinistra (fatti proprio dal giornale sul quale scrive, ma lui non lo precisa...). Del resto il direttore simbolo di quel tipo di giornalismo, Maurizio Belpietro oggi a Panorama, sostiene ora che Berlusconi non deve rispondere alle domande di Repubblica «che sono solo una provocazione politica».
Quando doveva difendere lo scoop delle foto di Sircana, in più occasioni e pubblicamente Belpietro rivendicò il dovere dei giornalisti di «pubblicare ogni notizia», aggiungendo che l’avrebbe fatto su Berlusconi se ne avesse avuto l’occasione. Quanto a doppia morale, i comunisti erano mammolette di fronte a questi campioni del diritto di cronaca.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 26/5/2009 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
30 marzo 2009
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Arrivano i direttori!


Gianni Riotta al Sole 24 Ore, Ferruccio De Bortoli al Corriere della Sera. Che dire che non sia banale e già detto?
  1. Che evidentemente per fortuna i direttori li nominano ancora i padroni dei giornali (certo, non che siano editori puri...) e non i politici. Né De Bortoli al Corriere né Riotta al Sole sono omogenei a chissà quale calcolo politico, tanto meno al disegno tante volte attribuito a Berlusconi di dominio sull'informazione scritta.
  2. Forse è vero, anzi, che piuttosto che una soluzione del genere Berlusconi avrebbe preferito che al Corriere restasse Paolo Mieli: sì proprio colui del quale pareva volersi disfare a tutti i costi. Giovedì sera una fonte governativa di primissimo livello mi aveva detto proprio questo: resta Mieli.
  3. Non dimentichiamo mai che il primo problema di questi grandi giornali, e dei loro azionisti, non è piacere o dispiacere a Berlusconi, ma affrontare la più catastrofica crisi che il settore dell'editoria si sia mai trovato di fronte. Questa sarà la missione numero uno di Riotta, e soprattutto di De Bortoli: auguri, per questo ne hanno davvero bisogno.
  4. La politica non c'entra con le scelte, ma garantisco che al Pd sono molto contenti della scelta della Rcs.
  5. Riotta libera il posto al Tg1, e questa non è una bella notizia. Tanti i nomi che corrono, ma se c'è una direzione sulla quale Berlusconi vuole davvero dire l'ultima parola, è questa.
  6. Tutti sicuri che il valzer delle direzioni sia solo all'inizio. Non so se sia vero - a parte le testate Rai, si intende - io so soltanto che Giulio Anselmi fa rotta su Roma, e non per venire a Repubblica ma per un ruolo più istituzionale, dentro la nostra professione.
  7. De Bortoli lo conosco come una persona molto gentile, educata e disponibile, e come un direttore che nel 2003 s'è fatto mandar via da via Solferino per non darla vinta alla politica (a Berlusconi). Adesso s'è preso una bella grana, non c'è che dire.
  8. Riotta, che dire? Mi ha praticamente preso lui al manifesto ventinove anni fa o giù di lì. Lui era caporedattore con Giorgio Casadio, io il ragazzo che tagliava le agenzie dalle telescriventi e timidamente contrastava le loro rodomontate interiste, rafforzate da Enrico Mentana che - praticante all'Avanti!, stesso palazzo in via Tomacelli - saliva tre piani e passava il tempo a cazzeggiare. Fosse solo per questo, sono contento della carriera che ha fatto, e della nomea di giornalista di qualità che s'è meritato. Dicono che di economia non capisca abbastanza per dirigere il giornale della Confindustria. Io penso che negli anni a venire sarà meglio conoscere il mondo, per dirigere qualsiasi giornale e soprattutto se ti occupi di economia.
  9. Conosco almeno un paio di miei colleghi direttori molto delusi in queste ore. Ma anche decine di non-direttori che fanno giganteschi castelli in aria su se stessi, e infine molti (soprattutto al Tg1) che allacciano le cinture di sicurezza. Volendo, è una giostra divertente: a guardarla, non a starci sopra.
permalink | inviato da stefano menichini il 30/3/2009 alle 16:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
27 marzo 2009
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Americani in tenda (e chi se n'è accorto per primo)
Bella la storia che c'è oggi sulle prime pagine di Corriere e Stampa, degli americani sfrattati da casa che vivono nelle tendopoli. I lettori di Europa l'hanno letta ieri nel racconto di Marilisa Palumbo, sempre in prima pagina. Non so perché, sospetto che anche i capiredattore di Corriere e Stampa l'abbiano letta lì...
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Giornali
3 marzo 2009
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Battista, la privacy, i giornalisti...
Io sono d'accordo con questo articolo certo un po' provocatorio di Pigi Battista sul Corriere della Sera, nel quale si attacca frontamente l'atteggiamento corporativo dei giornalisti italiani sul tema della privacy e delle intercettazioni telefoniche. Sono talmente d'accordo che mi aspetto dal grande giornale di cui lui è vicedirettore che testi delle intercettazioni non ne vengano pubblicati mai più.
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Giornali
16 gennaio 2009
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D'Alema, alla larga dai numeri primi
La solitudine dei numeri primi è un bel libro, i cui protagonisti sono
ragazzi per vari motivi diversi, non felici, con grandi qualità e valori
ma non premiati dalla vita per colpa di quella unicità che li stacca dalla
massa. Per quanto ami anche lui sentirsi unico e non omologato, non sappiamo
se Massimo D'Alema sarà stato contento ieri dell'omaggio che gli ha reso il
manifesto:
un'intera prima pagina, la citazione libresca come titolo a
segnalare la battaglia solitaria ma giusta dell'ex ministro degli esteri su
Gaza, l'editoriale di un ex duro critico, Tommaso Di Francesco, intitolato
«Viva D'Alema».
Generazioni di redattori del manifesto e di dirigenti e militanti
dell'estrema sinistra sono cadute negli anni nella fascinazione esercitata
da colui che appariva nonostante tutto il più comunista dei post-comunisti.
Percorsi personali e politici finiti nella delusione, comprese le scissioni
che D'Alema ha orchestrato in un territorio che considera, a ragione, pare,
sotto propria influenza.
Proprio quest¹ultima è stata una delle accuse che all'ex ministro ha mosso
il Corriere della Sera: avrebbe voluto estremizzare le proprie posizioni
filo-palestinesi e anti-israeliane per rinforzare la sintonia con un senso
comune tradizionale e ancora diffuso a sinistra. Se il Corriere aveva
ragione, il manifesto fa sapere a D'Alema che la missione è compiuta. Certo,
tutti quanti da via Solferino all'ex via Tomacelli per non dire di D'Alema
medesimo premettono che non si fa politichetta interna sul sangue di Gaza.
Poi però la fanno. E nel nome della ritrovata sintonia il manifesto abbona a
D'Alema la contraddizione cui invece vogliono inchiodarlo Foglio e Corriere:
quella con i suoi bombardamenti di Belgrado del '99.
Dalla diatriba verrebbe voglia di tenersi alla larga. Non foss'altro per un
motivo: l'accusa dalemiana ai grandi giornali italiani di essere solo
«bollettini dell'esercito israeliano» è troppo estrema, insolita ed
esplicita per non obbligarci a pensare ai direttori e agli editori di quei
giornali, al loro essere ebrei, alla ricorrente tentazione della destra e
della sinistra italiane ­ non meno forte in quanto inconfessabile ­ di
vedere all'opera una lobby economica e intellettuale vicina a Israele per
ragioni di razza prima che politiche. Meglio non entrare in una polemica che
nasce con un retrogusto così amaro.
Se non per una valutazione che riguarda il solo D'Alema, cioè dei personaggi
citati colui che Europa avverte più prossimo. Quando confronta la sua
posizione con quelle di Sarkozy adesso, di Moro e Andreotti nel passato, non
può non sapere che nessuno di loro avrebbe mai aperto in patria certi fronti
polemici, con certi toni, contro certi obiettivi. Se ha rinunciato a tornare
un giorno ministro degli esteri, o di più, pazienza. Ma per favore non
accetti il ruolo di numero primo solitario col manifesto, se gli è rimasta
un'ombra di vocazione maggioritaria.

(da Europa)
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Politica
18 novembre 2008
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Governi severi (con gli elettori altrui)
Perfetta la ricostruzione di Angelo Panebianco, sabato sul Corriere: il Partito democratico ce l’ha con Brunetta e Gelmini perché attaccano la sua costituency, l’elettorato democratico. Strano che Panebianco non ne ricavi una domanda in più, l’ovvio corollario: come mai i ministri di Berlusconi, come obbedissero a un mandato preciso, attaccano solo la costituency del Pd?
Questo unilateralismo (lo stesso che avvelenò il governo Prodi-Visco e in definitiva ne decretò il fallimento) è il modello di governo che Panebianco auspica? Oppure lui la pensa come Brunetta – anche se troverebbe sconveniente scriverlo in un editoriale sul Corriere – e cioè che i fannulloni d’Italia sono tutti di sinistra?...

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Politica
11 novembre 2008
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Tremonti, sceso dalla luna
C’è una sola cosa peggiore delle notizie sulla crisi economica mondiale: le notizie sulla crisi economica mondiale commentate dal ministro Tremonti.
Siamo ormai al secondo mese dopo il collasso delle banche. Che il crack finanziario avrebbe avuto rapidamente conseguenze pesanti sull’economia reale l’hanno capito anche i bambini. Lo tsunami ha raggiunto e investito prima i consumi e ora la produzione industriale. I dati Istat rapportati al settembre 2007 parlano di un meno 5,7 per cento, ma in molti settori cruciali il calo è a due cifre. Confindustria prevede ulteriori contrazioni, e nelle pieghe delle cifre si intravedono situazioni sociali drammatiche. Ieri per esempio Bankitalia stimava per la sola Sicilia una disoccupazione a livelli record, oltre il 14 per cento. Non vuol dire crisi, vuol dire povertà.
In tutto questo, a Tremonti è consentito di atteggiarsi non da ministro chiamato a operare in condizioni d’emergenza ma da brillante studioso dei cicli e, soprattutto, da severo censore degli errori altrui...

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permalink | inviato da stefano menichini il 11/11/2008 alle 10:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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