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Politica
24 febbraio 2012
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pd bersani cgil cisl fiom monti articolo 18
Il Pd starà con Monti, ecco perché
A questo delicato tornante, se dovessimo puntare un euro punteremmo su un accordo sul mercato del lavoro e su un esito controverso della partita sulle liberalizzazioni: il decreto è talmente ampio e articolato che ognuno potrà trovarci il meglio e il peggio, a piacere.
Ma il tema del momento, lo sappiamo, è la tenuta del Pd nel pieno della trattativa fra governo e sindacati. Dovessimo giudicare dai giornali, la stessa unità del partito è messa seriamente a rischio, fino al limite della rottura.
La logica delle cose va in tutt’altra direzione. I dirigenti democratici faranno i bravi.
Per prima cosa leggeranno con attenzione cosa si dice (per esempio oggi su Europa Paolo Natale) a proposito dell’opinione dei loro elettori: i quali stanno con Monti, a larghissima maggioranza e soprattutto a proposito di riforma del mercato del lavoro. Non è strano: chi conosce le ingiustizie e le iniquità del lavoro non può che tifare perché le cose cambino, non può desiderare di conservare l’attuale babele contrattuale e lo sterminato mondo degli esclusi e non garantiti.
Quelli poi che nel Pd invocano ogni giorno il ritorno al primato della politica torneranno a studiare un po’ di classici, casomai avessero dimenticato che partiti e sindacati fanno mestieri diversi. E che le leggi le fa il parlamento. La concertazione è massimamente auspicabile, soprattutto in tempi di crisi come dice Bersani. Ma la Costituzione non può essere stravolta fino al punto di delegare a Bonanni e Camusso la potestà legislativa.
Infine c’è il Pd. Immagino che tutti, nel Pd e in particolare nella sua segreteria, vogliano vincere le prossime elezioni. Allora ricordino che a votare ci vanno tutti gli italiani. Non solo quelli di sinistra, non solo quelli sindacalizzati, non solo quelli della Cgil, non solo i lavoratori attivi della Cgil (e nel décalage numerico ci fermiamo qui, senza restringerci addirittura alla Fiom di Landini, ormai stravolta rispetto alle sue grandi tradizioni fino a farne un partitino di estrema sinistra).
Verrà un giorno in cui a Bersani verrà chiesto: ma quando sarà premier, le scelte le farà lei o le faranno Cgil e Cisl?
Lui potrà rispondere solo in un modo, se non vorrà davvero lasciare campo libero a competitori più svincolati da interessi organizzati.
Per essere creduto quel giorno, Bersani deve fare la cosa giusta oggi. Che coincide con la difesa dell’autonomia del Pd. Lui lo sa. Anche per questo ieri sera l’incontro con Monti è andato bene. Anche per questo, placati gli ardori giovanili dei suoi ragazzi, Bersani continuerà a sostenere e aiutare Monti: dovesse andare male al Professore, la prima vera vittima sarebbe proprio il Segretario. 
permalink | inviato da stefano menichini il 24/2/2012 alle 20:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
18 ottobre 2010
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Pd, esci dall'angolo con una proposta
Leggendo i giornali, seguendo i commenti in rete, o anche interpellando dirigenti democratici d’ogni tendenza, la posizione di Bersani dopo il glorioso sabato della Fiom sembrerebbe difficile. Imbarazzata, difensiva. Il segretario del Pd è criticato comunque: perché estraneo a quella piazza rossa o perché succube di quella piazza rossa, o perché non sapendo scegliere fra le due posizioni ha finito per scontarle entrambe.
In effetti la sua intervista a Repubblica, bilanciata e con buoni argomenti, appariva debole se confrontata col gioco facile degli altri: il gioco di Vendola che, come prevedeva Europa alla vigilia, s’è presentato alla Fiom come faceva Berlusconi con la Confindustria, dicendo questa gente è la mia gente. Oppure il gioco di Casini, che vuole trarre il massimo profitto dal risucchio a sinistra imposto al laburista Bersani dalle proteste operaie.
Vendola e Casini: due alleati chiave della strategia bersaniana. Con i quali si possono fare pranzi e patti, basta sapere che pranzi e patti non sospendono le regole della concorrenza.
Eppure non sarebbe difficile per Bersani e per il Pd sottrarsi alla tenaglia. Un po’ facendo come hanno fatto ieri, cioè entrando nell’agenda del governo sul cruciale tema fiscale. Ma soprattutto facendo il proprio mestiere di partito, al quale è richiesto non di dare valutazioni sulle azioni altrui, bensì di offrire una soluzione valida all’unico assillo che accomuna Cgil e Cisl, Vendola e Casini, Marchionne e Landini, Marcegaglia e Camusso: l’assenza dell’interlocutore essenziale. L’assenza di un vero governo.

Questo è lo snodo cruciale di questa stagione italiana, che rischia di sfuggire nei rivoli delle polemiche fra Bonanni ed Epifani, Bersani e Casini, Vendola e Boccia. La riforma del contratto, i due livelli, il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, gli aiuti alle imprese, la defiscalizzazione del lavoro: su ognuno di questi temi, ognuno degli attori sociali ha una sua posizione, ha richieste da fare e interessi da difendere. Tutti però sanno che non avranno alcunché, per il semplice motivo che la sponda politica sta smottando: non c’è un vero governo che si proponga come arbitro, mediatore o proponente; non c’è una vera maggioranza parlamentare per le riforme; non c’è una leadership in grado di assumere una posizione netta, costruire blocchi, sostenere un conflitto.
Agli occhi delle parti sociali il governo ha tre volti. Quello arcigno di Tremonti, irrangiungibile, chiuso nel suo treno blindato di tagli orizzontali. Quello di Sacconi, inabile a fare il proprio mestiere e capace ormai solo di trascinare una ideologica campagna per la divisione sindacale. E infine quello pallido dei ministri, interlocutori privi di ogni potere, ridotti a elemosinare, personaggi impossibilitati a tener fede a qualsiasi impegno assunto nei propri ambiti.
Questo è l’enorme problema di Bonanni e Angeletti, trafitti in effige a San Giovanni: hanno scommesso sulle velleità riformiste di un centrodestra che invece si squaglia. È il problema di Marcegaglia, che nel collasso berlusconiano ha rischiato di finire travolta personalmente. È il problema della Cgil, che conosce i rischi di far crescere una protesta senza poterle dare sbocco.
Di più, lo scioglimento del governo, la fuga di Berlusconi da promesse e responsabilità, ricade su ogni frammento del mondo produttivo: ne abbiamo raccontato i rimbalzi sugli artigiani, sui commercianti, seguiamo l’ansia delle partite Iva bastonate dalla crisi senza cuscinetti di protezione.
Il mondo del lavoro nel suo insieme al quale Bersani giustamente dice da tempo di volersi rivolgere è lì davanti a lui, unito nel disorientamento che può evolvere in rabbia, e già produce fortissima disaffezione.
Non c’è una soluzione miracolistica da offrire. Bersani ieri rivendicava l’indispensabilità del Pd per ogni soluzione. Giusto. Ma a Casini, a Vendola, a Fini va fatta pesare soprattutto questa terribile urgenza. Nell’agenda di una alternativa d’emergenza a Berlusconi non può più esserci solamente la riforma elettorale, come è previsto fin qui nella linea dei democratici (qualcosa del genere sta dicendo D’Alema, se ben capiamo).
Da piazza San Giovanni a Roma a piazza Duomo a Milano, gli italiani d’ogni colore almeno capirebbero (e forse sosterrebbero) una proposta alta, solenne, che si impegnasse a restituire un governo degno di questo nome a un paese che ne ha un disperato bisogno. Tirarsi fuori, o sabotare, sarebbe veramente difficile per chiunque.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/10/2010 alle 23:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
16 ottobre 2010
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Un governo per la rabbia operaia
Delle persone che saranno oggi a Roma a manifestare – degli operai veri, non dei tanti che si imbucheranno, magari per far danni – bisogna aver rispetto.
Non è giusto comprimere in una delle scatole della politica la loro condizione reale, la paura di un futuro vuoto, l’esperienza quotidiana di fabbriche e uffici che chiudono, di famiglie alle quali viene mancare un reddito certo, progetti di vita da rivedere, magari da cancellare.
Non c’è da stupirsi che, dopo una prima fase di depressione e di tentativi di arrangiarsi, venuta meno la speranza che la crisi fosse passeggera, a un certo punto stia subentrando la rabbia.
Anche gli operai leggono i giornali, anzi forse li leggono più degli altri. E oggi troveranno riportate le analisi del Financial Times, le ennesime dopo molte altre: oggi la crisi distrugge posti di lavoro, ma la cosa più grave è che la ripresa, quand’anche arrivasse, non li restituirà.
Il ministro Sacconi può anche fare dello spirito su questa o su altre valutazioni, che tutti gli analisti occidentali condividono. Purtroppo l’unica cosa davvero «esoterica» in questa situazione molto materiale è il governo di cui lui fa degnamente parte: un governo che mette le pezze (neanche tutte) in termini di ammortizzatori, ma è paralizzato in termini di iniziative positive. Un governo di fantasmi. Il presidente del consiglio per primo. E Sacconi per secondo, come denuncia Pietro Ichino a proposito dell’assenteismo ministeriale sul tema della riforma del contratto di lavoro.
La rabbia dei lavoratori però è un problema serio.
Stasera, dopo la manifestazione romana della Fiom, potremmo anche ritrovarci a doverla distinguere dal calcolo cinico dei professionisti della violenza, o anche solo dalle azioni strumentali delle frange settarie del sindacato. La violenza si teme (spetterà in primis al Viminale prevenirla e reprimerla), il settarismo è ormai endemico, come sanno bene i vertici dellaCgil e della stessa Fiom.
Entrambi i fenomeni si combattono e si battono con grande capacità di governo.
Sì, di governo. E se quello insediato a palazzo Chigi è latitante, un altro tipo di governo della crisi deve subentrare e rendersi visibile.

Chi dovrebbe comporre questa sorta di «governo fantasma», da contrapporre al fantasma dell’attuale governo?
È presto detto. Sindacati capaci di ritrovare unità (anche Cisl e Uil devono sapere che una stagione di rapporti preferenziali sta per finire, e senza aver portato molto). Imprenditori che voltino le spalle definitivamente, senza furbizie, alla stagione dei programmi fotocopiati con Berlusconi. E i partiti ora all’opposizione, a cominciare dal più forte, cioè il Pd: che la smetta di inseguire ora una protesta operaia, ora una leadership tecnocratica, per esprimere invece una compiuta proposta di alternativa nel famoso «interesse generale». Una proposta realistica, senza promesse miracolistiche che nessuno può mantenere, innovativa e consapevole che ormai c’è molto lavoro, molta produzione e molta disoccupazione fuori dall’universo rappresentato a Roma dagli operai dell’industria.
C’è la rabbia, è vero. Ma non chiede di sfasciare vetrine. Chiede autorevolezza e credibilità. I lavoratori – anche quelli sulle posizioni più radicali espresse oggi dalla Fiom – sarebbero prontissimi a riconoscere e a premiare risposte serie, riformiste, all’altezza dell’emergenza, concrete.
Berlusconi è l’emblema del fallimento, proprio dal punto di vista della serietà e dell’autorevolezza. Il massimo del paradosso sarebbe che non fosse lui a pagare, per un collasso di credibilità che ha contagiato l’intera classe politica, e che la stagione della protesta finisse invece per dividere e indebolire la possibile alternativa. 
permalink | inviato da stefano menichini il 16/10/2010 alle 8:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 ottobre 2010
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pd bersani fiom landini epifani cgil cisl
Che cosa rischia sabato il Pd
Vendola va sabato in piazza con la Fiom con la stessa agilità con la quale (sembra un secolo fa) Berlusconi si presentava alle assise di Confindustria: casa sua, gente sua, potrei fotocopiare il vostro programma, cose del genere.
Qui c’è tutta la differenza con il Pd, e meno male. I democratici non possono andare da nessuna parte brandendo fotocopie. Un partito che abbia davvero ambizioni di governo, che si faccia carico del famoso interesse generale, non fotocopia: scrive l’originale.
Questo sarà particolarmente vero per i dirigenti democratici che vorranno ritrovarsi a Roma con i metalmeccanici della Fiom, alcuni dei quali presumibilmente non teneri verso il Pd (e non parliamo delle possibili provocazioni, di cui una lettera anonima di minacce a Bersani potrebbe essere l’odioso preannuncio).
La federazione di Landini è da mesi in un vicolo cieco di minoritarismo, e si ritrova isolata a fare i conti con una crisi di settore durissima, con piani industriali penalizzanti per i lavoratori, con un governo che spinge sulla divisione sindacale e con le altre federazioni in rotta di collisione.
Ribellismi e violenze sono figli delle scelte sbagliate, confessano disperazione, condannano alla sconfitta. Riprendere voce nel contesto democratico di una manifestazione può anche essere il modo di uscire dall’angolo. Questa almeno è la scommessa di Epifani, al suo passo d’addio alla Cgil.
Nei confronti di altri estremismi (si può dire? piccolo borghesi), di tipo dipietrista, viola, grillino, stare alla larga è per il Pd un dovere di chiarezza. Quando ci sono di mezzo i lavoratori, per quanto dura sia la dialettica, non ci si può tirare indietro. Sarebbe sbagliato regalare la Fiom alla sua stessa deriva.
Bersani però deve mettere davanti a tutto l’interesse della sua ditta. Sul nuovo contratto di lavoro sarebbe meglio se il Pd avesse una sua linea da contrapporre al conservatorismo sindacale. Non è così, non ancora almeno: un ritardo che causa ambiguità e indebolisce la rivendicazione di autonomia del partito. Su molti altri temi, e in molte zone d’Italia, la sovrapposizione fra Pd e Cgil è evidente e rende difficili i rapporti col resto del mondo sindacale e produttivo.
Il problema non va sottovalutato. Già si sobbalza nel leggere notizie (non smentite) di gruppi parlamentari misti con l’attuale sinistra extraparlamentare. La restaurazione piena di un collateralismo peraltro mai davvero abbandonato sarebbe per il Pd il colpo mortale.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/10/2010 alle 23:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
2 ottobre 2010
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belpietro berlusconi bonanni fiom cisl pd
Un clima di paura? O di depressione?
Si arriva a un certo punto, quando ognuno deve rispondere di quello che fa, di quello che dice, e deve assumere la propria parte di responsabilità per la situazione della comunità nella quale vive.
Il film che cominciamo a veder scorrere in Italia lo abbiamo già visto, anzi vissuto. È un film che pretende di avere lo stesso soggetto che aveva negli anni Settanta: un paese ansioso, indignato, arrabbiato, dal cui corpaccione si staccano schegge incontrollate e incontrollabili. Capaci anche di riprendere in mano un’arma per colpire e zittire un avversario politico, un personaggio pubblico esposto sulla trincea sbagliata.
Chi fa opinione e chi fa politica in Italia deve sapere – e lo sa – che questa rabbia è un fenomeno marginale, ancorché giustamente enfatizzato dai media. E che se è vero che l’Italia è ansiosa, l’ansia si traduce casomai in depressione, distacco, allentamento e non eccitazione delle passioni, come confermano tutti i sondaggi d’opinione, elettorali e non solo.
Non c’è un vero clima di paura e di minaccia. Bisogna stare attenti a non incoraggiarlo.
Il modo è semplice, almeno da enunciare: stroncare senza pietà gli episodi criminali o para-criminali.
E soffocare senza esitazione, ognuno dove può e dove gli spetta, la tracimazione del rancore, dell’insofferenza, dell’intolleranza, dell’irrazionalità.
È giusto prendersela con Berlusconi, che è stato senza dubbio il politico più divisivo degli ultimi anni, e non riesce mai a essere coerente con le esortazioni all’amore: quante volte gli italiani che non votano per lui sono stati insultati direttamente o per interposta persona? Quanto è irresponsabile parlare per i magistrati di associazione a delinquere, considerato il loro compito e considerato quante vere associazioni a delinquere sono in circolazione, anche intorno e dentro gli apparati pubblici? Ma è proprio Berlusconi l’unico leader politico nazionale che, da molti anni a questa parte, sia stato fisicamente aggredito. Ed è il direttore di un giornale di destra che oggi vede la sua vita sconvolta da una minaccia tremenda. E parliamo degli atti propriamente criminali.
Poi sono uomini e donne della Cisl, cioè di un sindacato accusato di complicità coi padroni e col governo, che subiscono ormai con regolarità attacchi, non più solo di fumo ma anche – a Treviglio, a Livorno – di pietre.
Tartaglia è uno squilibrato, l’attentatore di Belpietro un criminale, quelli di Torino antagonisti a volto scoperto. Ma gli squadristi di Livorno avevano le bandiere della Fiom, di un sindacato che ha una tradizione di forza, autorevolezza, serietà, civiltà. Una simile macchia su quelle bandiere è una macchia su una grande storia di sinistra.
Se ognuno deve fare la propria parte – chi ci governa in primis – la sinistra anche deve fare la sua. Anche con più energia e convinzione di come abbia fatto il Pd dopo Torino.
Cioè aprendo un conflitto politico dichiarato contro gli estremismi, chi li cavalca, chi li sfrutta, chi se ne fa scudo anche in parlamento per dare spessore alla propria voga populista.
La demonizzazione non serve e anzi suona strumentale, ma la severità è d’obbligo.
Ognuno di questi brutti episodi è diverso dagli altri, scollegato, non definisce certo l’umore collettivo del paese che, come dicevamo, è casomai depresso, non aggressivo.
Un paese depresso e passivo però non sconfigge le frange violente: ci vogliono iniziativa politica, intenzione, determinazione.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/10/2010 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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