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Politica
1 marzo 2011
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Da Fassino un segnale anche per il Pd
Non c’era ragione vera di deprimersi prima, non sarebbe prudente ora esaltarsi.
In qualsiasi altro momento la vittoria di Piero Fassino tra gli elettori di centrosinistra della sua città sarebbe stata un fatto scontato. Oggi non è esagerato dire, come ha fatto lui, che il risultato di domenica salva l’istituto delle primarie e ha un grande significato per il Pd a livello nazionale. Per un motivo semplice: perché restituisce fiducia in uno strumento che rischiava di essere delegittimato e abbandonato; e perché – dal cuore di una città del Nord – testimonia di una disponibilità forte a farsi mobilitare, ad accettare le proposte del Pd, a individuare gli uomini e le linee d’attacco migliori in vista dello scontro elettorale di maggio, la nuova spallata a Berlusconi.
Basta sondare gli umori della Lega e guardare alle manovre belusconiane dentro la Rai e nei giornali, per capire il valore che si dà al voto nei Comuni.
Torino è un buon colpo per Fassino e anche per Bersani. Ma è solo un passo, per entrambi.
I trentamila elettori di Fassino hanno respinto il liquidazionismo generazionale e hanno fatto giustizia dei luoghi comuni sulla sinistra torinese. Quando Chiamparino e lo stesso Fassino appoggiavano il Sì all’accordo Fiat, sapevano di avere a che fare con una città che è non più solo fabbrica, anzi. E certo non è mai stata solo Fiom.
Questa è una lezione anche per il Pd e per alcune sue correnti interne, più nostalgiche che autenticamente di sinistra. Ai tempi del referendum l’attuale sindaco e il suo possibile successore sono stati trattati con sufficienza, a stento tollerati. Si dimenticava (certo non poteva dimenticarlo Fassino, il segretario che traghettò dai Ds al Pd) che la sinistra in Italia non vince se non sfidando le proprie costituencies tradizionali a rimettersi in discussione e in gioco, con rispetto e credibilità.
Per Bersani il voto di Torino non è solo un conforto, è anche una indicazione di linea.
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Politica
7 agosto 2010
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Pd, non stare appeso agli altri
Quattro improbabili punti programmatici per una ancora più improbabile trattativa con Fini. L’ordine di scuderia di far sapere in giro che tanti finiani sarebbero pronti a rien trare. Il massaggio ai fianchi da parte dei giornali di famiglia ai danni del presidente della camera. Infine, ultima novità, un improvviso allarme dei mercati sui destini dell’Italia.
Accanto al Berlusconi numero uno che si dichiara pronto a sfracelli elettorali, c’è un Berlusconi due tutt’altro che sparato verso le elezioni. Lo stesso presidente del consiglio indeciso a tutto che già conoscemmo nella fase declinante della legislatura 2001-2006. Non sono estranei a tanta esitazione i forti dubbi sull’esito elettorale e la consapevolezza di avere sotto di sè un partito che dopo la scissione finiana sta sicuramente peggio e non meglio di prima.
Logica ed elettori vorrebbero che il Pd lavorasse su queste esitazioni per accelerare la crisi di Berlusconi. Fino a ieri la principale preoccupazione dei democratici sembrava quella di prendere tempo. Bersani con il suo appello ha cercato di correggere questa impressione, anche perché Vendola e Chiamparino, che candidandosi sbaglieranno pure, mostrano di avere maggiore senso dell’urgenza. Il Pd di Veltroni, che aveva tanti difetti, ebbe almeno il merito di obbligare tutti gli altri – destra, centro e sinistra – a ridefinirsi e a ricollocarsi. Sarebbe grave se se il Pd di adesso, senza essere più vincente di quello di allora, rimanesse appeso alle iniziative, le scelte, le strategie degli altri attori politici.
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Politica
18 giugno 2010
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Nel Pd ci si marca a zona
In qualche modo è stato lo stesso Bersani a porre la questione, diverse volte negli ultimi giorni. Dicendo che non crede che la legislatura possa durare altri tre anni, il segretario fa infatti cadere l’unico argomento contro l’apertura della corsa alla leadership del centrosinistra. S’era detto che era tema prematuro. Invece è un tema che potrebbe diventare urgente in qualsiasi momento, da settembre.
Questa nuova consapevolezza ha molte conseguenze. Una riguarda in generale il Pd: accanto al  compito principale che Bersani s’è dato, l’edificazione del partito, deve crescere la proiezione esterna dei democratici. La stasi nei sondaggi non è più accettabile, soprattutto viste le difficoltà del governo. Dopo l’estate deve partire una campagna molto più studiata, mirata e incisiva dell’attuale parziale mobilitazione contro la manovra.
Insieme viene il discorso della leadership. Sui giornali si leggono ipotesi, candidature e ticket di ogni tipo. In realtà non c’è nulla di concreto: nessuno sta insidiando davvero il ruolo del segretario, protetto anche dallo scudo statutario (finché la politica non lo travolgerà, come accade sempre).
Ma se manca il marcamento a uomo su Bersani, è invece in corso un evidentissimo marcamento a zona. Sui temi d’attualità, sulle politiche, sulle questioni calde sulle quali si misura l’impatto di un leader, lì giocano in parecchi. Ormai palesemente Veltroni. Letta con degli stop and go. Chiamparino puntando sulla crisi settentrionale. Vendola presidiando territori avanzati (non è sfuggito l’apprezzamento rivoltogli da Ilvo Diamanti dopo un brillante randez-vous con gli industriali vicentini). Zingaretti sempre tenendosi di lato.
Bersani è saldo, ma la guida del partito e della coalizione (quale poi?) rimane pienamente contendibile. Come è giusto che sia, anche per ottenere dal segretario eletto le migliori prestazioni possibili.

PS. Ieri intanto s’è capito un punto forte della leadership di Bersani: è il primo segretario di partito al mondo che dall’automobile si colleghi a internet per verificare le distanze stradali. Anzi è il primo automobilista al mondo a farlo, trovando evidentemente obsoleti i navigatori satellitari. Poi non si dica che il Pd non è moderno.

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Politica
5 febbraio 2010
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Per il Pd si apre una Terza Via
Ed eccola, è arrivata la Terza Via per il Pd. Anche se per la verità sarebbe la primissima, la via originaria, quella che coltivavano oltre dieci anni fa Prodi, Parisi, Veltroni. La fa intravedere (in maniera un po' vaga in verità) Sergio Chiamparino. Ne scrivono in diversi su Europa, sul Foglio. Proverà a farne suo manifesto politico la mozione di Ignazio Marino, a convegno questo fine settimana. Ma la teoria più compiuta la propone Goffredo Bettini sul Riformista, e Bettini avrà moltissimi errori da farsi perdonare però rimane una delle teste migliori del centrosinistra.
Tutto si deve all'avventura parallela di Nichi Vendola e di Emma Bonino. Che sono accomunati non dalla prospettiva di una rinascita della sinistra radicale/antagonista (evento fantapolitico che nulla ha a che vedere con quanto accade in Puglia e nel Lazio), bensì dal dato mascroscopico evidenziato ieri su Europa da Elisabetta Ambrosi: entrambi sono diventati immediatamente catalizzatori delle speranze, delle passioni e del consenso della stragrande maggioranza di iscritti, militanti ed elettori del Pd. Pur senza essere, né Vendola né Bonino, non solo iscritti al Pd, ma neanche tanto amici visti numerosi precedenti a dir poco conflittuali.
La suggestione che il successo della coppia Vendola-Bonino fa venire in mente è quella di un maxi-Pd (Nuovo Ulivo, lo chiama Chiamparino, Grande Pd lo chiamò Giuliano Ferrara tempo fa) che abbatta gli steccati dei partiti fondatori del 2007 e si espanda a rappresentare l'intera area del centrosinistra, travolgendo naturalmente anche la cristalleria degli attuali rapporti di forza interni fra correnti e nomenklature: cocci peraltro già tutti in terra, dopo le fuoriuscite più o meno eccellenti, la frammentazione di Area democratica, il ruolo di battitrice libera di Rosy Bindi, la dimostrata impossibilità per Bersani di tenere le propaggini territoriali sotto controllo, la sua prevedibile autonomizzazione rispetto a D'Alema...
A sentire di molti, nel Pd di oggi non c'è molto da conservare dunque si può gettare nuovamente un cuore oltre l'ostacolo. Sarà. A noi non pare tanto facile.
Il fatto è che la suggestione di Bettini, Chiamparino, Marino eccetera non travolge solo la chincaglieria: travolge la linea politica sulla quale Bersani ha stravinto primarie e congresso. Noi chiamiamo quest'ultima ipotesi Terza Via – in sfregio alla scaramanzia – perché un Pd così allargato non era né il Pd di Veltroni (che forse avrebbe voluto farlo in questo modo, ma venne chiamato alla segreteria in un contesto molto diverso, rigido, post-fusione Ds-Margherita) né tanto meno il Pd di Bersani. Che casomai è o vorrebbe essere l'esatto contrario: un partito più compatto nell'identità, di ambizioni proprie più ridotte, che lascia spazio a sinistra e al centro a forze autonome, diverse da sé e coalizionabili in un “nuovo centrosinistra”.
Se questa idea di sovvertire dopo appena quattro mesi l'esito politico del congresso può prendere piede, è perché – come ha scritto anche Europa due giorni fa – la logica coalizionale di Bersani e D'Alema ha mostrato gravi limiti al primo impatto con la realtà, in questa fase di preparazione alle Regionali. Mettere insieme sigle e siglette, non c'è niente da fare, non funziona. Appena sulla scena si sono affacciati personaggi con una dote personale di credibilità e consenso (Vendola, Bonino, ma anche De Luca), il risiko delle geometrie variabili è saltato e tutti i partiti si sono dovuti regolare di conseguenza: non è ancora venuto il momento della loro ripristinata centralità, semmai verrà. D'Alema non ha smesso di dover soffrire per colpa di quelli che chiama cacicchi.
Dopo le Regionali si spalancano tre anni senza elezioni, destinati a un grande lavorìo di riassetto del sistema. Riaprire il congresso del Pd su questi temi di fondo sarebbe molto diverso che consumarlo nella spirale di ritorsioni e vendette fra dalemiani, veltroniani, fassiniani, popolari di ogni rito, rutelliani orfani. Per evitare che questo triste spettacolo si ripresenti, serve a poco la risposta un po' burocratica e parecchio retorica data ieri a Bettini da Stefano Fassina (perché agli operai dell'Eutelia, chiamati inopinatamente in causa, non dovrebbe essere utile avere a difenderli un Pd più forte e rappresentativo dell'attuale?).
Casomai lo stesso Bersani – che è persona pragmatica e nient'affatto ideologica – potrebbe decidere che di Prodi valga la pena di mutuare non solo l'understatement comunicativo ma anche le ambizioni strategiche, soprattutto ora che personaggi importanti ma ingombranti sembrano (e sono) fuori gioco.
Lo scenario è stimolante però, confessiamolo, è anche improbabile.
Anche perché non sarebbe solo il Pd a dover dimostrare una insospettabile verve rifondativa: radicali, vendoliani, verdi, tanti altri dovrebbero abbandonare le logiche ristrette nelle quali si sono sempre mossi. E anzi sarebbe per loro particolarmente difficile farlo se le avventure personali di Vendola e Bonino dovessero andar bene.
Vedremo. Quel che è certo, una volta di più, è che l'avvio della campagna elettorale regionale restituisce l'immagine arcinota di un popolo di centrosinistra con un fortissimo senso di appartenenza unitaria, del tutto indifferente alle tattiche di partito e pronto, appena gliene si dà l'occasione, a capovolgerle. C'è una saggezza di fondo, in questo imperturbabile ulivismo popolare (non sapremmo come altrimenti chiamarlo), con la quale prima o poi toccherà far pace.

permalink | inviato da stefano menichini il 5/2/2010 alle 23:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 dicembre 2008
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Viva il partito dei sindaci
Difficile capire bene, dalle frasi riportate. Ma una dichiarazione attribuita a Giorgio Tonini («Si è consumata la stagione degli amministratori inaugurata negli anni ’90») offre lo spunto per smontare quello che pare essere quasi un senso di soddisfazione, di liberazione perfino, di fronte alla crisi di un ruolo e alla fine di un ciclo. Non crediamo sia proprio questa l’opinione di Tonini (forse il politico più ascoltato e apprezzato da Veltroni), ma sappiamo che è un sentire comune dentro al Partito democratico.
Certo il ’93 è lontano, e pare così strano in questi giorni ripensare al tempo in cui Bassolino, Rutelli, Cacciari, Castellani, Orlando erano il fenomeno nuovo e rivitalizzante di una politica allora al grado zero della credibilità.
Tante cose sono successe da allora e tante cose sono cambiate. Nessuna di queste però in meglio, e non si capisce come dalle parti del centrosinistra si possa partecipare col sorriso al funerale di quella che fu la propria stagione migliore: puro autolesionismo...

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Politica
26 agosto 2008
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Benvenuto al democratico arrogante
Questo giornale è favorevole alla linea del dialogo. Dall’inizio della legislatura, anzi da prima che iniziasse. Perfino con questa approssimativa destra berlusconiana, perché accettiamo l’evidenza che un’ampia maggioranza di italiani (sono loro in realtà che ci interessano moltissimo) le ha consegnato una forte delega.
Solo che, commentando il primo incontro della Festa del Pd, il forzista Cicchitto ha confermato che dalle sue parti si coltiva un’idea del dialogo molto particolare.
Visto che a Firenze Bersani si era mostrato poco tenero con Bossi e Tremonti, e lui e Chiamparino avevano posto molte riserve sulla versione tremontiana del federalismo fiscale, Cicchitto ne deduce che «Bersani è arrogante, discuteremo con altri»...

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Politica
19 agosto 2008
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Dalla parte di Chiamparino
La cosa migliore sarebbe che non si aprisse alcun conflitto, fra Sergio Chiamparino e il Pd torinese, ma lo stesso discorso vale a Bologna, a Firenze, a Milano, dappertutto. Prima di innescare polemiche, i dirigenti democratici dovrebbero ricordare la condizione di difficoltà di cui l’intero partito soffre, agli occhi dell’opinione pubblica.
Visto però che il conflitto è ineliminabile, e che magari al Pd farebbe anche bene chiarirsi le idee una volta per tutte, la forza delle ragioni e della posizione di Chiamparino, e di altri che si trovano in situazioni analoghe appare incomparabile con quella dei dirigenti di partito, per quanto questi ultimi possano essere stati selezionati dalle primarie interne.
Nei grandi partiti, non solo progressisti, chi ha vinto importanti elezioni amministrative, governa col consenso popolare e si è distinto per il proprio lavoro è sempre – di fatto o di diritto – il leader sul proprio territorio. È il volto del partito davanti a una platea molto più ampia di quella degli iscritti. Vale per Chiamparino come per Galan o Alemanno a destra, piacciano o no. Dalle rispettive parti andrebbero difesi e sostenuti, non contrastati, almeno fino a quando qualcuno non penserà di poter fare meglio di loro davanti all’intero corpo elettorale.

(da Europa)
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Politica
17 maggio 2008
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Ma i ventimila sono ancora qui?
Io sono ancora qui, fiducioso, che aspetto di veder partire dalla mia città ventimila immigrati mascalzoni. Dovrebbe accadere a breve, perché la prima riunione della giunta Alemanno è la settimana prossima e il teatrale evento è da mesi annunciato per quell’occasione. Mi consolo intanto con il blitz notturno della municipale in un campo nomadi regolare (dieci trovati senza permesso, su settecento) e, in coerenza col clima bipartisan, con lo smantellamento delle baracche al Portuense deciso e attuato in poche ore da uno dei presidenti di municipio democratici scampati alla falcidia elettorale. Io mi consolo, e non lo dico per scherzo. I romani, non lo so: camorristi con le molotov non ce ne sono ma l’emulazione è sempre possibile. Quanto ai ventimila, se sono davvero tanti, basta che stiano tranquilli per un po’ poi non avranno niente di serio da temere dall’autorità costituita. Purtroppo. La sproporzione fra quello che la politica dice, annuncia, scrive nelle leggi, e quello che può concretamente mantenere è la causa di tanti mali...

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Politica
9 maggio 2008
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Ecco i "nostri" ventuno (più sei)
I ventuno del governo ombra, più i dirigenti aggregati. Io personalmente punto tutto su Chiamparino, mi piacciono Pinotti e Martella, gli altri ovviamente vanno benissimo a partire da Bersani-Letta-Lanzillotta (ok, il derby under 35 Picierno/Meloni non mi appassiona neanche un po'...).
Ma se mi chiedete se sono sicuro che questa idea del governo-ombra funzionerà, beh... fatemi la domanda di riserva.

Questa la lista completa dei ministri del governo ombra del Pd, presieduto dal segretario del partito Walter Veltroni:

Piero Fassino (Esteri), Marco Minniti (Interno), Lanfranco Tenaglia (Giustizia), Pier Luigi Bersani (Economia), Maria Pia Garavaglia (Istruzione), Matteo Colaninno (Sviluppo Economico), Enrico Letta (Welfare), Roberta Pinotti (Difesa), Alfonso Andria (Politiche Agricole), Ermete Realacci (Ambiente), Andrea Martella (Infrastrutture e Trasporti), Vincenzo Cerami (Beni e Attività Culturali), Giovanna Melandri (Comunicazione), Sergio Chiamparino (Riforme), Mariangela Bastico (Rapporti con le Regioni), Linda Lanzillotta (Pubblica Amministrazione e Innovazione), Vittoria Franco (Pari Opportinità), Beatrice Magnolfi (Semplificazione normativa), Maria Paola Merloni (Politiche Comunitarie), Michele Ventura (Attuazione del Programma), Pina Picierno (Politiche Giovanili).

Fanno parte del governo ombra anche il vicesegretario del Pd Dario Franceschini, i capigruppo alla Camera e al Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro. Enrico Morando è il coordinatore, Ricardo Franco Levi il portavoce.
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Politica
5 aprile 2008
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No all'Italia che dice (solo) no
Val di Susa-Bologna, ecco l’alta velocità dell’Italia del No. L’Italia che non vuole ragionare, non vuole dialogare, non vuole rivedere le proprie convinzioni. Un’Italia infantile, che strepita per coprire i suoni e le parole che non vuole ascoltare. Ed è disposta anche a menare le mani, pur di far tacere le voci che non la blandiscono. Ci sono due elementi in comune, fra le contestazioni che cercano di fermare la campagna elettorale di Giuliano Ferrara e quelle che giovedì in Piemonte sono riuscite ad allontanare Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso dalla zona della Tav...

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