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Politica
5 aprile 2012
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Articolo 18, è finita come doveva finire
Ora aspettiamo, senza grande fiducia, i commenti magari anche un po’ autocritici di tutti coloro che sull’articolo 18 avevano predetto qualsiasi catastrofe: la morte del Pd, la sua scissione, la crisi di governo, la fine dell’esperienza di Monti, le mobilitazioni di piazza, il riacutizzarsi di tensioni, magari perfino l’esplodere della violenza.
Fino all’altroieri, ancora durante il viaggio asiatico del presidente del consiglio: ogni frase e ogni battuta dissezionate, per ricavarne le tracce di uno scontro, di un divorzio inevitabile, di un irrigidimento reciproco che poteva portare solo a un vincitore e a uno sconfitto.
Non è andata così, non andrà così. Innanzitutto per il bene dell’Italia, che un pezzo alla volta sta cambiando davvero: la crisi morde, trascina ancora giù i mercati e l’economia, fa male alle persone. Ma il paese si mette nelle condizioni di reagire, di mettere a posto i fondamentali e girare pagina dell’agenda. La pagina prossima, parlando di lavoro, non potrà che essere quella dell’oppressione fiscale che lo appesantisce e che rende l’occupazione improba per chi deve offrirla e per chi la sta cercando.
È solo la logica delle cose che ha finito per dar ragione a chi, come noi, aveva scommesso fin dall’inizio sull’esito positivo della riforma del mercato del lavoro. Anche nei giorni in cui tutti, su tutte le sponde, si facevano trascinare dalla drammatizzazione, abbiamo tenuto fermi pochi punti di analisi, che valgono del resto fin dalla nascita del governo Monti e continueranno a valere ancora per un bel po’.
Pur nel suo valore emblematico, l’articolo 18 corretto e perfezionato ieri non ha mai smesso di essere solo una parte di un’operazione molto più ampia. L’ha ricordato spesso il capo dello stato, che in questa vicenda ha svolto una funzione essenziale di ispirazione, copertura politica, smussatura degli angoli.
Ma in realtà nessuno di coloro che erano destinati ad avere l’ultima parola – il governo e la maggioranza parlamentare – ha mai avuto il minimo interesse a far saltare su questa singola mina la riforma Fornero, che poi avrebbe trascinato con sé l’intera esperienza montiana.
Chi temeva (o sperava?) che il Pdl di Berlusconi e Alfano avrebbe approfittato della situazione per menare un colpo a Bersani, non ha capito in quale fase siamo. A parte l’investimento che il Pdl fa, al pari degli altri, sulla permanenza di Monti, c’è il discorso dello stato del paese: davvero pensiamo che esistano politici che abbiano voglia, in questo momento, di intestarsi una battaglia per licenziamenti più facili? Davvero vediamo in giro tutte queste Thatcher e questi Reagan, che del resto non avuto autentici emuli italiani neanche quando il centrodestra poteva spadroneggiare?
Una parte della sinistra italiana continua a battagliare contro un nemico inventato, costruito a tavolino per poter giustificare la propria paura del cambiamento.
Questa stessa parte della sinistra, minoritaria ma capace di influenzare il mainstream mediatico, aveva dato corpo all’immagine di un Pd messo alle corde, condannato a soccombere davanti a una prova che coinvolgeva la sua base sociale ed elettorale: o succube del perfido neoliberismo bancario, o risucchiato all’opposizione dai suoi legami col sindacato e dalla competizione più estremista.
Non si può negare che il Pd abbia ballato, per tic antichi e per subalternità all’immagine che gli altri dipingono di questo partito che invece, evidentemente, comincia a svolgere davvero il ruolo per il quale è stato pensato, voluto, fondato.
Prima ancora che cominciasse la trattativa con le parti sociali sulla riforma Fornero, in piena bagarre sulle liberalizzazioni, abbiamo scritto su Europa che la linea di Bersani di rimettersi in ogni caso all’esito del tavolo aperto a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria era comprensibile, ma timida. E che anzi il Pd, per le competenze che ha e per la sua specifica vocazione, avrebbe potuto mettersi a disposizione per dare i giusti consigli e risolvere i nodi più intricati: era il 25 gennaio, a distanza di settanta giorni possiamo dire di averci visto giusto.
Ma non per capacità divinatorie, bensì in coerenza con un investimento sul Pd come motore della stagione riformista in corso, come partito che si candida alla responsabilità di governo di domani esercitando fin da oggi il ruolo di perno del sistema politico.
Pier Luigi Bersani esce protagonista e vincitore da questa partita perché l’ha giocata con questo spirito. L’uomo, al quale spesso si negano virtù carismatiche, ha però speso tutte le sue doti di pragmatismo. Su questa vicenda, finalmente, può a buon diritto rivendicare una leadership, di cui è componente essenziale (e non a caso ricordata) l’autonomia del partito rispetto alle confederazioni sindacali.
Certo Bersani sperava che la soluzione potesse essere più facile, che Cgil e governo potessero intendersi prima e da soli. Non è successo per limiti reciproci, che però nessuno ha voluto esasperare: Camusso ha sempre tenuto la posizione confederale al di qua della linea di non ritorno (e infatti Landini e Cremaschi sono rimasti all’opposizione interna anche nei giorni più caldi); e Monti ha confermato di essere un vero premier politico, capace della flessibilità nel momento giusto, anzi perfino prima del momento giusto: la correzione sull’articolo 18 è arrivata prima dello sbarco in parlamento per un elementare motivo di prudenza che ha fatto premio sulle petizioni di principio.
Tanto, il professore della Bocconi uno “storico” risultato di metodo l’ha ottenuto comunque: ha chiuso l’era della concertazione, ha tolto alle organizzazioni dei padroni e dei lavoratori il loro tradizionale potere di veto e ha riportato la decisione politica ultima laddove deve stare per dettato costituzionale. Cioè nella dialettica fra governo e forze parlamentari. A giudicare dalle prime reazioni, chi ha preso peggio questa novità non sono neanche i sindacati bensì alcune (non tutte) organizzazioni imprenditoriali: hanno da ripensare su molte cose.
Tra le molte lezioni che questa vicenda ci lascia, c’è una dura sconfitta dell’oltranzismo e del populismo.
Abbiamo attraversato quasi vent’anni di storia italiana durante i quali sembrava che dovessero sempre averla vinta quelli che la sparavano più grossa, quelli che rimanevano più compatti intorno alle proprie bandiere, quelli che dichiaravano la sacralità delle proprie posizioni e in nome di questa sacralità si sentivano autorizzati a ogni esasperazione polemica.
Se mai c’è stato qualcuno anche nel Pd tentato da questa forma vecchia della battaglia politica, ha sicuramente imparato molto in questi quattro mesi. E un contributo alla chiarezza l’ha dato quel monumento alla demagogia e all’opportunismo che si chiama Antonio Di Pietro: dal primo all’ultimo momento, per fortuna, l’abbiamo sempre trovato sulle posizioni sbagliate, a dire le cose più orrende, nel momento peggiore.
Ora è davvero una storia finita, quella dell’alleanza con questo profittatore delle disgrazie altrui: un’alleanza che, lo dicemmo fin dal primo giorno nel 2008, non si sarebbe mai dovuta stringere.
La storia del Pd seguirà altri percorsi, non più facili ma più limpidi, più coerenti, e sicuramente più vincenti. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/4/2012 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 marzo 2012
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È il contrario della crisi
I lettori di giornali – e a maggior ragione il presidente Monti – dovrebbero da oggi valutare le notizie politiche facendo la tara della campagna elettorale per le amministrative virtualmente iniziata. Certe fiammate polemiche tra Pd e Pdl, la querula auto-riproposizione del Terzo polo come vero “partito di Monti”, le ricorrenti sparate di Di Pietro: tutto va inquadrato dentro quella che i partiti considerano inevitabilmente la mission principale.
Per mettere al riparo il lavoro del governo e del parlamento in questa fase è meglio smussare gli angoli. Per esempio l’osservazione fatta dal premier sulla possibilità di mollare «nel caso l’Italia non fosse pronta per le riforme» va intesa come una ipotetica del terzo tipo: in realtà il paese sta dimostrando un’eccezionale tenuta e anzi reattività positiva alla cura da cavallo propinata dal governo, come Monti stesso ricorda sempre agli interlocutori stranieri. Né ci si può lamentare più di tanto dell’Italia politica, se la maggioranza è ancora lì dopo che per quattro mesi i partiti hanno dovuto accettare misure che, ognuno per parte propria, andavano contro i rispettivi programmi ed elettorati.
Ieri poi il Pd ha compiuto un piccolo capolavoro, che Monti (e Napolitano) avranno silenziosamente apprezzato: invece di cedere alle tentazioni (e alle proposte) di aprire nel paese e nelle piazze una vertenza sul lavoro, tutte le componenti si sono strette intorno all’obiettivo di correzioni parlamentari sull’articolo 18. La riforma ne risulterà più equilibrata e, anche se la Cgil non si placherà, il Pd avrà allo stesso tempo rinforzato la posizione del governo e rilanciato se stesso come perno dell’alleanza.
Fresco di citazioni berlingueriane, Bersani ha compiuto nel Pd una tipica operazione centrista che anche molti ex dc avranno potuto riconoscere come parte del proprio bagaglio. La convergenza delle ali è stata piena, compreso il ripudio delle logiche correntizie. Come s’addice a un partito in campagna elettorale; a un partito comunque primo nei sondaggi nazionali; e a un partito che sa di dover continuare a difendere davanti alla propria gente scelte non facili. 
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Politica
22 marzo 2012
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articolo 18 monti fornero pd camusso cgil
La soluzione non è lontana
Se c’è una logica in quanto è accaduto nelle ultime ore, non dovrebbe essere difficile trovare una soluzione per consegnare all’Italia (e in particolare ai giovani e alle donne) la buona riforma del mercato del lavoro del ministro Fornero. Il punto di rottura è talmente focalizzato e specifico, a fronte di cambiamenti che investono l’intero mondo del lavoro, che il danno in caso di fallimento non vale il rischio degli irrigidimenti.
Qui non sono in ballo i cosiddetti equilibri politici, qui conta la sostanza. La forzatura vera di Monti non è stata neanche sull’articolo 18, bensì sull’abrogazione del metodo consociativo che ha fin qui deresponsabilizzato la politica, attribuendo alle parti sociali un potere di veto (la famosa “firma”, che stavolta non ci sarà) inaccettabile in una società molto più complessa e ampia di quanto siano le loro rappresentanze.
Questa è l’acquisizione strategica del governo, in aggiunta alle modifiche elencate da Fornero. Questa è la novità che non potrà non essere colta dai famosi interlocutori internazionali. Questa è un’altra delle conquiste di Monti che sarebbe stata impensabile in passato, sia al tempo degli accordi separati di Sacconi che al tempo dei ministri sindacalisti.
Ma se questo è il vero cambio di paradigma, la restituzione al parlamento del potere sovrano non può essere finzione. Sono stati per primi Napolitano e Monti a valorizzare questo ritorno di centralità: saranno conseguenti.
Lasciamo perdere gli scenari di crisi della maggioranza: è fantapolitica. Il Pd contribuirà a migliorare in senso “tedesco” il capitolo licenziamenti e poi farà sua una riforma che in gran parte nasce dalle sue stesse elaborazioni: chi altri in Italia s’è occupato di lavoro? Alfano?
Lo scontro con la Cgil della durissima Camusso di ieri può perfino risultare salutare: se il dissenso si incanalerà tutto nella confederazione, senza altri sbocchi estremistici; e se ognuno riscoprirà il gusto di fare il proprio lavoro. Forse sono davvero finiti i tempi dei programmi fotocopia, fossero quelli di Berlusconi e Confindustria o quelli della sinistra e dei sindacati. 
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Politica
21 marzo 2012
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Riforma Fornero, la strada da prendere
Si sapeva che sarebbe stata la partita più difficile. E lo è, anche mettendo da parte le liturgie che in queste occasioni fanno sempre riscaldare la temperatura nelle ultimissime ore, conducono sull’orlo della rottura, impongono rinvii e congelamenti delle discussioni.
Impossibile dire, ieri sera, se il confronto sul nuovo mercato del lavoro potrà chiudersi positivamente fra le parti sociali, come appare a tutti essenziale. La giornata decisiva sarà domani, con l’ultimo incontro con il governo. Ma già oggi tante cose si capiranno dalla cruciale riunione dello stato maggiore della Cgil.
In un quadro così delicato, ieri Monti ha messo sul tavolo una posizione che rappresenta una novità in questo campo. Potrebbe rivelarsi solo una mossa tattica, per spingere i sindacati a firmare, ma l’annuncio che la riforma sarà portata in ogni caso in parlamento, limitandosi ad “allegare” le opinioni delle parti sociali, vuol dire restituire alla politica e ai partiti la responsabilità ultima per un cambiamento di regole che in effetti riguarda tutto il paese, comprese intere fasce sociali che nessuno rappresenta ai tavoli di palazzo Chigi.
Il governo non ha forzato la mano. Ha detto la sua, ha trattato, ha corretto le posizioni, ha dato il tempo necessario. Sono state fatte gaffes evitabili, il messaggio di fondo però è rimasto coerente, quello di inizio mandato: siamo qui per cambiare nel nome soprattutto di giovani e donne. L’ha ripetuto ieri Fornero (che anche per questa esposizione risulta essere il ministro più conosciuto e apprezzato), disegnando il mercato del lavoro di un paese molto diverso dall’Italia che abbiamo conosciuto.
La riforma appare ampia. Mette sulle aziende il giusto carico, per i costi del lavoro a tempo determinato e degli ammortizzatori.
Là dove tocca l’articolo 18, la Cgil non accetta la linea Fornero ed è improbabile che ci ripensi nelle prossime ore. Il che, considerata la determinazione di Monti a procedere in ogni caso in parlamento, metterà il Pd di fronte a una scelta difficile. Bersani s’era già sbilanciato positivamente cinque giorni fa, dopo il vertice dei segretari.
È vero, Monti rischia. Il Pd però ci sarà ancora quando Monti non sarà più premier: si può dire che rischia anche di più. Secondo noi, non può non imboccare la strada aperta, finalmente, verso un’altra Italia del lavoro, così come ieri sera la descriveva Elsa Fornero. 
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Politica
17 marzo 2012
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articolo 18 monti pd bersani camuso cgil
Qui comincia il Monti Due
È come se fossimo al Monti Due, in questa specie di mini-legislatura inserita nella sedicesima legislatura. Il governo che doveva essere a sovranità limitata (e così era considerato da molti, soprattutto nel Pdl ma anche nel Pd) ha conquistato sul campo una sovranità piena. Come Napolitano voleva fin dall’inizio, come Monti non era riuscito a ottenere dai partiti fino alla maratona di giovedì sera.
Tutte le intese di merito raggiunte a palazzo Chigi andranno verificate nel concreto: ci vorranno atti del governo e atti parlamentari, e prima di ogni altra cosa la chiusura della trattativa sul lavoro fra le parti sociali. Non sarà facile.
Su articolo 18 e dintorni, è impensabile che Bersani si sia esposto a dire dei sì politici senza aver avuto un via libera dalla Cgil. Ora però è proprio nella confederazione di corso Italia che si apre la faglia più rischiosa. Si sapeva da mesi che per Susanna Camusso sarebbe arrivata questa difficile prova: era inevitabile la sua frenata di ieri (certo non può portare in Cgil un agreement firmato dai partiti), ora merita di essere sostenuta col silenzio, o come fa oggi indirettamente Bonanni su Europa.
Durissima sarà anche la partita sulla giustizia, con alte grida che già si alzano contro chissà quali regali fatti da Bersani a Berlusconi tramite Alfano. Isterie. Su ognuno dei temi (intercettazioni, corruzione, concussione, responsabilità civile) il Pd ha posizioni note, da molto tempo. Ed è Bersani che s’è dovuto imporre per sbloccare le resistenze Pdl contro la legge sulla corruzione.
La controprova delle virtù risanatrici di Monti (risanatrici delle finanze e dell’etica nella gestione) dovrà presto essere fornita sulla Rai: è impensabile che il premier deluda un impegno che lui stesso ha pubblicamente assunto.
Questo ampio rinnovato investimento politico servirà a Monti e all’Italia per superare in relativa sicurezza la fase tribolata delle elezioni amministrative. I partiti hanno dato, chi più volentieri chi meno, un’altra prova di responsabilità. Che li lascia liberi di contendere nell’immediato, ma certo rende loro più complicato il problema di prospettiva: far funzionare la formula di maggioranza attuale, e far funzionare Monti, alza ulteriormente l’asticella di coloro che fra un anno dovranno convincere gli elettori di avere in mano una formula migliore, e di saper fare meglio del Professore. 
permalink | inviato da stefano menichini il 17/3/2012 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 febbraio 2012
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pd bersani cgil cisl fiom monti articolo 18
Il Pd starà con Monti, ecco perché
A questo delicato tornante, se dovessimo puntare un euro punteremmo su un accordo sul mercato del lavoro e su un esito controverso della partita sulle liberalizzazioni: il decreto è talmente ampio e articolato che ognuno potrà trovarci il meglio e il peggio, a piacere.
Ma il tema del momento, lo sappiamo, è la tenuta del Pd nel pieno della trattativa fra governo e sindacati. Dovessimo giudicare dai giornali, la stessa unità del partito è messa seriamente a rischio, fino al limite della rottura.
La logica delle cose va in tutt’altra direzione. I dirigenti democratici faranno i bravi.
Per prima cosa leggeranno con attenzione cosa si dice (per esempio oggi su Europa Paolo Natale) a proposito dell’opinione dei loro elettori: i quali stanno con Monti, a larghissima maggioranza e soprattutto a proposito di riforma del mercato del lavoro. Non è strano: chi conosce le ingiustizie e le iniquità del lavoro non può che tifare perché le cose cambino, non può desiderare di conservare l’attuale babele contrattuale e lo sterminato mondo degli esclusi e non garantiti.
Quelli poi che nel Pd invocano ogni giorno il ritorno al primato della politica torneranno a studiare un po’ di classici, casomai avessero dimenticato che partiti e sindacati fanno mestieri diversi. E che le leggi le fa il parlamento. La concertazione è massimamente auspicabile, soprattutto in tempi di crisi come dice Bersani. Ma la Costituzione non può essere stravolta fino al punto di delegare a Bonanni e Camusso la potestà legislativa.
Infine c’è il Pd. Immagino che tutti, nel Pd e in particolare nella sua segreteria, vogliano vincere le prossime elezioni. Allora ricordino che a votare ci vanno tutti gli italiani. Non solo quelli di sinistra, non solo quelli sindacalizzati, non solo quelli della Cgil, non solo i lavoratori attivi della Cgil (e nel décalage numerico ci fermiamo qui, senza restringerci addirittura alla Fiom di Landini, ormai stravolta rispetto alle sue grandi tradizioni fino a farne un partitino di estrema sinistra).
Verrà un giorno in cui a Bersani verrà chiesto: ma quando sarà premier, le scelte le farà lei o le faranno Cgil e Cisl?
Lui potrà rispondere solo in un modo, se non vorrà davvero lasciare campo libero a competitori più svincolati da interessi organizzati.
Per essere creduto quel giorno, Bersani deve fare la cosa giusta oggi. Che coincide con la difesa dell’autonomia del Pd. Lui lo sa. Anche per questo ieri sera l’incontro con Monti è andato bene. Anche per questo, placati gli ardori giovanili dei suoi ragazzi, Bersani continuerà a sostenere e aiutare Monti: dovesse andare male al Professore, la prima vera vittima sarebbe proprio il Segretario. 
permalink | inviato da stefano menichini il 24/2/2012 alle 20:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 dicembre 2011
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L'obiettivo di Camusso è Bersani
C’è una pressione fortissima su Pier Luigi Bersani. Interna ed esterna al Pd. Viene da un vasto mondo che ha forse equivocato sia sulla profondità della crisi che sulle implicazioni della scelta per il governo Monti che, infine, su quanto lo stesso premier aveva detto dal primo minuto del proprio incarico.
Oppure ha voluto equivocare: un po’ come tanti berlusconiani dall’altra parte dello schieramento politico, c’è forse nel Pd chi pensava che Monti si sarebbe prestato a fare soltanto il lavoro sporco, la manovra dei sacrifici sulla quale nessuno voleva mettere la faccia, il salasso per tenerci in Europa col volto presentabile del Professore invece che con quello invendibile del Cavaliere.
Non è così perché il governo (come Monti aveva detto fin dall’inizio) s’è dato un programma che va oltre il pronto intervento della manovra. Ritiene che l’urgenza non consista solo nel ritrovare una breve credibilità sui mercati, ma in un’operazione più ampia: aggredire tre, quattro, cinque nodi fin qui risultati inestricabili della crisi profonda del paese. Provare – certo, forti dello spiazzamento dei partiti (non della politica: dei partiti) – a rimediare agli errori e alle inadeguatezze di una classe dirigente che ha fallito nel suo insieme: politici, imprese, sindacati, finanza, giornalisti, professioni, alta burocrazia.
Ora che, fatta la manovra, Monti e i suoi ministri si avvicinano a questi nodi, quella che era un’inquietudine diventa ansia. E molti nel centrosinistra si rivolgono verso Bersani.
La domanda – più o meno esplicita – è: ferma il governo.
A ogni costo, anche a costo di farlo cadere e di tornare sulla via delle elezioni.
È la linea di Susanna Camusso, espressa in modo aggressivo in una drammatica intervista contro Elsa Fornero. È la linea di una parte di mondo sindacale, e di almeno alcuni dei dirigenti democratici che vi fanno riferimento più o meno diretto.
È la linea dell’Unità, che prima non credeva al governo di transizione e anzi lo avversava, poi lo ha accettato malvolentieri, oggi passa all’opposizione.
Al governo non ci si limita a contestare l’intenzione di intervenire sul mercato del lavoro: al governo si contesta la legittimità a governare. Si va molto oltre la rivendicazione della sacrosanta dialettica tra esecutivo, parlamento, parti sociali: si sostiene che il governo dei tecnici, non avendo investitura popolare, non può intervenire sul mercato del lavoro, e non avrebbe potuto farlo neanche sulle pensioni.
«C’è un tratto autoritario nel voler dire che il governo sarà il grande riformatore del paese, perché questo spetta alla politica», dice Camusso al Corriere della Sera. Poco prima ha accusato Elsa Fornero di operare per favorire le assicurazioni private ed è arrivata a criticarla “come donna” per la sua pretesa «aggressione nei confronti delle lavoratrici».
Parole pesanti come pietre, preannuncio non di un dialogo difficile ma di una scomunica. Svelamento probabilmente di un problema della stessa Cgil.
Se la linea della confederazione fosse quella del Pd, il governo e la legislatura finirebbero oggi stesso. Oppure finirebbero – come sostanzialmente ha suggerito sull’Unità Claudio Sardo – dopo aver tentato l’approvazione della riforma elettorale, considerata l’unico motivo per tenere Monti in sella ancora per pochi mesi.
Questo sentimento esiste nel Pd. Ma non è la linea del Pd. Bersani ha già subito queste pressioni e le ha respinte. Ha già messo in chiaro che con Monti si va fino al 2013, sapendo che questo comporta passaggi non facili viste le intenzioni di intervento sul mercato del lavoro dichiarate pubblicamente dal premier.
Elsa Fornero aveva definito l’articolo 18 sulla licenziabilità un totem, dichiarando di volerlo mettere in discussione. Il tipo di reazione ha confermato l’assunto: l’articolo 18 è davvero un totem.
Bersani lo sa, e ha cominciato per primo a liberarlo di questo rivestimento sacrale con un’osservazione di buon senso sul fatto che si tratta di una tutela applicata solo in una parte minoritaria del mercato del lavoro: che può voler dire «dunque è inutile toccarlo», oppure può voler dire «ci sono cose più incisive da fare, ragioniamo su tutto».
Questa già è politica, non siamo più alla religione.
Rompere con la Cgil è l’ultima cosa che un segretario come Bersani vorrà fare, a parte che sarebbe una follia da parte di chiunque in questo momento. La tattica più saggia è allora lavorare sull’agenda delle riforme, dando priorità agli interventi sulle liberalizzazioni (urgentissimi e già quasi pronti, almeno a sentire altri ministri come Passera e Barca) mentre si apparecchia il tavolo della concertazione sul mercato del lavoro. Nessuno si illude che questo possa distrarre o placare Camusso, però si determinerebbe così il contesto di un intervento complessivo sulla crescita al quale sarebbe difficile sottrarsi.
Questo pare il senso del commento di ieri del segretario del Pd: prendere tempo, costruire un ambiente politico diverso da quello terribile offerto dall’intervista della leader della Cgil.
Si capisce che, proprio perché i partiti non sono in condizione di imporsi al governo Monti (oppure non sono sulla scena, come la cosiddetta sinistra-sinistra), i sindacati pensano di dover supplire a questo deficit di sponda con un surplus di conflittualità e di protagonismo tipicamente politico.
Lo fa Bonanni, che non può più andare a trovare Maurizio Sacconi. Lo fa soprattutto Camusso, che si muove ormai più come un partito che come un sindacato dando giudizi di carattere generale che la mettono se non in opposizione quanto meno in competizione col Pd. Monti deve togliere loro ogni alibi e costringerli a una discussione serrata, con contropartite ma anche tempi e risultati certi.
L’operazione sarebbe poi completa se sul tavolo finissero davvero anche nuove figure di welfare come il reddito minimo. Monti e i suoi ministri hanno pronunciato impegnative parole di speranza per i giovani, hanno detto di voler cambiare per loro. Ora loro devono dimostrare che le risorse rastrellate dappertutto servivano davvero allo scopo di sostenere questo mondo «sprecato» e abbandonato.
A Susanna Camusso è sembrato addirittura offensivo che Elsa Fornero si proponesse di «riformare il ciclo di vita». L’espressione del ministro sarà stata enfatica, ma rende bene l’idea di ciò di cui c’è bisogno per il welfare italiano. Di ciò di cui nessun partito, e assolutamente nessun sindacato, s’è mai fatto carico. Può darsi che Fornero e Monti falliscano nel tentativo, anzi probabilmente andrà così visto il sostegno non convinto che ricevono e l’avversione apodittica che suscitano: ma nessuno ne potrà godere, altre generazioni ne pagheranno il conto, e un’altra classe dirigente politica e sindacale passerà alla storia senza meritare gratitudine. 
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2011 alle 15:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 dicembre 2011
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welfare fornero camusso cgil monti
Già si prepara la sida sul welfare
La mobilitazione dei sindacati di ieri contiene il dato positivo della ritrovata unità fra le confederazioni, che era perduta ed è invece un fondamentale fattore di stabilità. Nelle dure dichiarazioni di Susanna Camusso contro il governo Monti c’è però il germe di problemi che potrebbero riproporsi.
Superato il passaggio odierno dell’opposizione alla manovra – che ha avuto anche una sua componente di ritualità, oltre ad aver confermato il fatto che gli scioperi generali ormai non si avvertono nel paese come una volta, e non coinvolgono la gran parte dei lavoratori giovani – si annuncia già il prossimo capitolo, quello della discussione sulla riforma del mercato del lavoro.
La riforma è già presentata come il vero cuore dell’intero tentativo di Monti. In positivo, da parte di chi la attende come lo sblocco per far ripartire la crescita e soprattutto per confermare nei fatti le intenzioni di equità inter-generazionale. In negativo, per tutti coloro che a sinistra negano che la rigidità del mercato del lavoro sia un fattore di freno, e resistono nella difesa di uno schema che in verità adesso, senza aver mai dato alcun sostegno e speranza ai giovani, non garantisce più adeguatamente neanche gli anziani.
Ieri Camusso, parlando della manovra, ha denunciato delle continuità tra il governo Monti e il governo Berlusconi. Proiettata sul tema del lavoro, questa affermazione lascia un interrogativo: nell’esperienza che abbiamo alle spalle, infatti, l’unità sindacale è saltata per aria a ogni livello, nazionale e territoriale, proprio sul tema dei nuovi contratti, fino al mezzo miracolo del giugno scorso.
Richiamati a un tavolo di concertazione (per di più sotto la pressione della Fiom), i sindacati dovranno cercare di conservare l’unità ritrovata ieri nel nome dei pensionandi. Li aspetta e li sfida la determinazione di Monti e Fornero, che si muoveranno non più nel nome dell’austerità di bilancio ma nel nome dei diritti delle giovani generazioni ad avere finalmente tutele e opportunità.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/12/2011 alle 14:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
1 dicembre 2011
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monti pd pdl patrimoniale cgil camusso
Il gentile monito del presidente
Saranno acerbi in materia parlamentare alcuni suoi sottosegretari, che ieri a Montecitorio hanno dato vita a innocenti gaffes d’aula, ma certo Mario Monti non è naif dal punto di vista politico.
Molte cose interessanti ha detto ieri il presidente del consiglio a Bruxelles, su una però vale la pena di soffermarsi: i nostri partner europei hanno apprezzato l’ampia fiducia che mi ha dato il parlamento, e apprezzano il consenso popolare assegnatomi dai sondaggi (dei quali, per carità, non farò uso).
Alla faccia della ingenuità del tecnico. A cinque giorni dalla presentazione di un primo pacchetto di misure «impressionanti», Monti lancia un doppio avvertimento ai partiti, ricordando loro chi in questo momento tiene il coltello per il manico (ma funziona meglio l’altra sua immagine: chi ha in mano la spina del polmone artificiale).
Il gentile monito vale erga omnes. Verso il Pdl che si agita intorno a Ici e patrimoniale, e verso il Pd che torna a sentire la pressione dei sindacati sul tema pensionistico.
Nonostante il silenzio del governo, sono in corso manovre preventive delle quali fanno parte le indiscrezioni sugli interventi sulle pensioni d’anzianità. Il fuoco di sbarramento sindacale sulla materia suona un po’ gioco delle parti (i canali di comunicazione col governo sono aperti e attivissimi), però certo colpisce Camusso quando evoca per i 40 anni di contributi addirittura il concetto di «numero sacro»: parole impegnative, diventa difficile poi tornare indietro.
Potremmo sbagliare, ma il governo si appoggerà sull’unico paletto che il Pd davvero pone come irrinunciabile: l’equità. Se Monti saprà far pagare quel famoso 10 per cento di privilegiati, dall’altra parte sarà difficile stringersi intorno a simboli sacri, totem o tabù.
Quello che resta da vedere, già nelle prossime ore, è il grado di concertazione al quale Monti accederà: se cioè aprirà coi partiti (con le parti sociali lo farà di sicuro) una trattativa in vista del consiglio dei ministri decisivo. Per lui, i giorni da qui al 5 sono pieni di possibili ostacoli. Ma l’uomo, s’è capito, non è un agnellino. 
permalink | inviato da stefano menichini il 1/12/2011 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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6 settembre 2011
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Il momento più buio
Angela Merkel, angosciata per la propria situazione interna, stacca la spina del sostegno a Grecia e Italia. La credibilità del nostro debito, misurata dallo spread coi titoli pubblici tedeschi, precipita. Le agenzie di rating si preparano a colpire. Lo stesso Mario Draghi non può fare altro che lanciare l’estremo allarme all’Italia: la Bce potrebbe anche rinunciare al salvataggio. E chi guida ora la banca europea, Trichet, lo dice chiaro: ormai ci sono paesi, il nostro fra questi, ai quali l’Europa dovrebbe togliere la sovranità sulle scelte di grande politica economica.
Non siamo mai stati peggio di oggi, e pazienza se il grido al lupo al lupo l’abbiamo già lanciato altre volte. Ora il lupo c’è davvero e ci guarda negli occhi.
I mercati ballano dappertutto, ma Roma e Atene hanno un punto in comune per chi li osserva: la totale assenza di un governo politico della crisi. Ci è stato dato il tempo per provare a raddrizzare la barca, ed è stato sprecato nella più stupefacente giostra di proposte, decisioni, smentite e correzioni che si sia mai vista in un paese pure abbastanza confusionario.
Ieri, per dirne una, è sparita dalla manovra la misura sulla liberalizzazione del commercio, che era considerata una delle poche condivibili e promettenti dell’intera operazione. Cancellata.
Napolitano ha detto che finché c’è fiducia parlamentare non ci sono alternative politiche. Un’ovvietà, con però un suono sinistro: Berlusconi porterà il paese nel baratro pur di non mollare, nella disperata consapevolezza che nessun sondaggio concede a Pdl e Lega possibilità di recupero. È proprio Berlusconi l’asset italiano più negativo nella valutazione internazionale. Ma lui sta lì, inamovibile più per paura che per convinzione.
C’è da aver paura. Oggi la Cgil dà alla crisi una sua risposta. In extremis quasi tutto il Pd si è messo nella scia. Certo, è sempre positivo quando i cittadini prendono parola e posizione. Ma questa è chiaramente la reazione di un giorno, che domani lascia ogni problema irrisolto e anzi aggravato dalla rottura del patto che teneva miracolosamente insieme le confederazioni fra loro e con le parti sociali.
Non esiste una via d’uscita “di parte” da questa situazione, esiste solo un ciclopico sforzo collettivo guidato da chi abbia credibilità intatta e spalle solide. È proprio perché sappiamo questo, che oggi la vediamo davvero buia.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/9/2011 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 agosto 2011
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La Cgil, il rischio di un errore
Ebbene sì, con tutto il rispetto dovuto alla Cgil, si rafforza l’opinione che l’indizione dello sciopero generale contro la manovra che non c’è sia un errore.
Lo scriveva Europa già il 18 agosto: Susanna Camusso, tenendo ferma la critica più spietata al governo, aveva davanti a sé due percorsi diversi. Purtroppo ha scelto quello che le dà forse maggiore seguito a breve termine (ci sarà gente in piazza, di sicuro), ricacciando però la confederazione nella sacca minoritaria dalla quale faticosamente stava tirandosi fuori.
L’unità d’azione e di proposta con gli altri sindacati e con le altre parti sociali sembrava la brillante anticipazione di uno scenario nazionale diverso, la prefigurazione di un’Italia dove davvero gli interessi si mettono insieme, per superare la crisi nel nome delle cose da fare.
Giustamente (ne parla anche Cesare Damiano qui affianco) il Pd aveva colto questa novità e questa potenzialità, che corrisponde al suo modo di intendere la transizione dal berlusconismo e la gestione dell’uscita dalla crisi. E si capisce allora perché un po’ tutti nel partito – chi più aspramente, chi con maggiore diplomazia – si tengano oggi distanti dal surriscaldamento cigiellino in vista del parziale sciopero generale del 6 settembre. Al contrario di Di Pietro, che dalla disponibilità a sostenere Tremonti è già passato ai moti di piazza.
Tra l’altro, la strada che invece la Cgil pare aver imboccato (capofila di ogni possibile protesta, su un modello cofferatiano di sindacato “soggetto politico”, per la gioia del divisivo Sacconi) non garantisce Camusso sul fronte interno. Ieri Rinaldini, l’ex capo della Fiom, protestava perché in attesa dello sciopero non era stata interrotta la consultazione interna sull’accordo di giugno sul nuovo contratto: è ovvio che per la minoranza interna lo sciopero sia il viatico per revocare la scelta più impegnativa assunta da Camusso come segretaria.
In questi mesi, il valore dell’unità sindacale stava andando finalmente al passo con scelte di merito coraggiose, positive. Perché tornare indietro e dare ragione ai propri avversari, interni ed esterni?
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Politica
2 luglio 2011
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Pd e Vendola? Meglio due cose distinte
Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, vorrebbe che Partito democratico e Sel formassero anche in Italia un’unica famiglia politica, «com’è in Europa».
Ora, a parte il fatto che in Europa il Pd non fa esattamente parte del Pse bensì è associato al gruppo parlamentare socialista e democratico (sembrerà un cavillo, ma a suo tempo ai poveretti della Margherita parve essere un cavillo importante), ciò che può apparire fattibile in Europa non lo è in Italia, e anche Rossi può facilmente constatarlo proprio in questi giorni.
Fra Cgil e Fiom, nello scontro che vede Susanna Camusso sostenere un durissimo attacco anche personale, Nichi Vendola s’è dichiarato con Landini, e il redivivo Fausto Bertinotti ci ha messo un carico pesantissimo: «L’accordo è un esito catastrofico, un’operazione sconvolgente, il sindacato diventa cinghia di trasmissione per estendere le condizioni peggiorative dei lavoratori».
Nelle stesse ore, Sel ha anche aderito alla domenica di protesta NoTav in Val di Susa: nell’evidente tentativo di non perdere posizioni all’estrema sinistra, il partito di Vendola si è aggregato a Grillo e al suo movimento 5 Stelle che saranno i protagonisti della giornata. Dal lunedì nero di Chiomonte (che aveva visto Vendola prendere le parti degli occupanti contestando l’operato della polizia) poco è cambiato: un imprenditore è stato malmenato all’ingresso del cantiere (non dagli anarchici insurrezionalisti bensì dai famosi “cittadini valsusini”) e il leader della protesta Perino promette «niente bravate» ma anche l’assedio permanente al cantiere della Maddalena.
Ammetterà Rossi che se il Pd fosse oggi nell’alleanza organica con Sel che lui auspica, qualche problema ci sarebbe: sui contratti e sulla Tav, Vendola sta con chi imbratta i muri dei circoli democratici, oppure con chi chiama il Pd “PdmenoL”.
Sia paziente, il compagno presidente della Toscana, faccia maturare i tempi. E faccia soprattutto maturare Vendola, al quale fa sicuramente meglio esser messo davanti alle sue contraddizioni, invece che blandito e corteggiato.
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Politica
1 luglio 2011
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pd bersani manovra fiom cgil di pietro vendola tremonti
C'è chi vince da fermo e chi va in affanno
Può darsi che la linea del Pd di Bersani possa essere definita come attendista, attenta a non sbilanciarsi da nessuna parte e quindi capace, in questa fase, di raccogliere flussi di consenso diversi, provenienti da differenti aree dello scontento italiano.
Occorre però anche dire che gli eventi provvedono a evidenziare gli squilibri altrui, i soggetti che di fronte alla crisi e alle scelte che essa impone non si dimostrano all’altezza del bene collettivo, a prescindere che siano partiti di sinistra o di centrodestra, singoli leader, organizzazioni sindacali.
Per esempio, quello che è successo sulla Tav si sta replicando a seguito dell’accordo sulla nuova contrattazione.
La maggioranza della Fiom – non paga delle sconfitte subìte in fabbrica o forse proprio a causa di quelle – si colloca deliberatamente in una posizione estrema, rompe con la Cgil e mette in difficoltà i soggetti politici che naturalmente (Vendola) o per calcolo (Di Pietro) avevano scommesso sul rapporto preferenziale con Landini. Senza esporsi, senza fare sforzi, il Pd si ritrova invece in sintonia con la stragrande maggioranza del mondo sindacale finalmente tornato all’unità.
Per di più, questo accade nel momento in cui anche l’asse preferenziale di Cisl e Uil col governo, per il tramite del divisivo e conflittuale ministro Sacconi, tramonta nel nome della priorità del rapporto fra le parti sociali (ma anche di una fredda valutazione di Bonanni e Angeletti sulle prospettive politiche del governo).
Sul versante opposto, appunto quello del governo, lo sbandamento è talmente clamoroso da non dover essere sottolineato. Difficile che anche Tremonti, nonostante gli endorsement del capo dello stato, esca bene dalla vicenda della manovra. Comunque una novità come la tassazione al 20 per cento delle rendite finanziarie suona plateale riconoscimento della giustezza delle proposte tradizionali del centrosinistra in materia fiscale: anche qui, la palla rotola sui piedi di Bersani senza che lui si sia dovuto scalmanare per conquistarla.
(Se questo quadro incoraggiante è vero, suona assurdo che il Pd, nato nel bipolarismo e nel maggioritario, voglia cercare guai e dividersi per colpa di una nostalgia proporzionalistica che Bersani non condivide e che è irresponsabile gettargli sul percorso).
permalink | inviato da stefano menichini il 1/7/2011 alle 7:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
11 gennaio 2011
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fiat mirafiori marchionne fiom cgil pd bersani landini d'alema fassino
Lo spazio stretto del Pd sulla Fiat
Ieri il segretario del Pd ha incontrato i leader di tre federazioni sindacali. Sì, tre. Non solo della Fiom ma anche della Fim e della Uilm. Folla di media all’arrivo di Landini al Nazareno, un po’ di disattenzione per l’incontro con Farina e Contento. Oggi i titoli saranno tutti sulla Fiom che chiede ai democratici di uscire dalle ambiguità, sul Pd che si barcamena, su Vendola pronto domani a picchettare i cancelli di Mirafiori (come da prassi istituzionale di ogni presidente della Regione Puglia, si sa).
Nessuno stupore né scandalo, il circo politico-mediatico funziona così. Date le premesse, Bersani non avrebbe potuto dire a Landini altro da quello che gli ha detto, e cioè che secondo il Pd l’esito del referendum deve essere rispettato, e che alla Fiom conviene firmare il contratto in caso di vittoria dei Sì. Parole al vuoto, con Landini, ma è una posizione che aiuta Bersani a tenersi in asse con Susanna Camusso: la linea del segretario Pd coincide alla lettera con quella della Cgil.
Purtroppo la posizione più equilibrata rispetto alle complicate dinamiche sindacali non corrisponde automaticamente alla posizione più forte e utile al Pd. La linea di Bersani rischia di essere considerata deludente da chi sta con la Fiom contro Marchionne (figurarsi poi dopo la kermesse di Vendola), e di rimanere lontana rispetto all’universo del mondo del lavoro, di cui la Fiom rappresenta una esigua minoranza anche tenendo conto solo dei sindacalizzati.
Questo è il nocciolo del problema del Pd adesso. Le vicende Mirafiori e Pomigliano l’hanno risucchiato nel teatro di una tipica dialettica tra forze di sinistra, nella quale le mosse possono essere più o meno corrette,  ma allontanano dalla centralità rispetto alla proposta complessiva per l’Italia. Prendersela con la latitanza del governo è giusto e aiuta, ma non rimette il Pd dove dovrebbe essere: a guidare i processi, non a subirli.
Una controprova? Quando D’Alema definisce «non del Pd» la posizione di Fassino in favore dell’accordo, pur condivendola e ritenendola giusta per un aspirante sindaco, fotografa la contraddizione che limita lo spazio dei democratici. Poi magari a Fassino fa anche un favore, visti i tempi.
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Politica
18 ottobre 2010
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Pd, esci dall'angolo con una proposta
Leggendo i giornali, seguendo i commenti in rete, o anche interpellando dirigenti democratici d’ogni tendenza, la posizione di Bersani dopo il glorioso sabato della Fiom sembrerebbe difficile. Imbarazzata, difensiva. Il segretario del Pd è criticato comunque: perché estraneo a quella piazza rossa o perché succube di quella piazza rossa, o perché non sapendo scegliere fra le due posizioni ha finito per scontarle entrambe.
In effetti la sua intervista a Repubblica, bilanciata e con buoni argomenti, appariva debole se confrontata col gioco facile degli altri: il gioco di Vendola che, come prevedeva Europa alla vigilia, s’è presentato alla Fiom come faceva Berlusconi con la Confindustria, dicendo questa gente è la mia gente. Oppure il gioco di Casini, che vuole trarre il massimo profitto dal risucchio a sinistra imposto al laburista Bersani dalle proteste operaie.
Vendola e Casini: due alleati chiave della strategia bersaniana. Con i quali si possono fare pranzi e patti, basta sapere che pranzi e patti non sospendono le regole della concorrenza.
Eppure non sarebbe difficile per Bersani e per il Pd sottrarsi alla tenaglia. Un po’ facendo come hanno fatto ieri, cioè entrando nell’agenda del governo sul cruciale tema fiscale. Ma soprattutto facendo il proprio mestiere di partito, al quale è richiesto non di dare valutazioni sulle azioni altrui, bensì di offrire una soluzione valida all’unico assillo che accomuna Cgil e Cisl, Vendola e Casini, Marchionne e Landini, Marcegaglia e Camusso: l’assenza dell’interlocutore essenziale. L’assenza di un vero governo.

Questo è lo snodo cruciale di questa stagione italiana, che rischia di sfuggire nei rivoli delle polemiche fra Bonanni ed Epifani, Bersani e Casini, Vendola e Boccia. La riforma del contratto, i due livelli, il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, gli aiuti alle imprese, la defiscalizzazione del lavoro: su ognuno di questi temi, ognuno degli attori sociali ha una sua posizione, ha richieste da fare e interessi da difendere. Tutti però sanno che non avranno alcunché, per il semplice motivo che la sponda politica sta smottando: non c’è un vero governo che si proponga come arbitro, mediatore o proponente; non c’è una vera maggioranza parlamentare per le riforme; non c’è una leadership in grado di assumere una posizione netta, costruire blocchi, sostenere un conflitto.
Agli occhi delle parti sociali il governo ha tre volti. Quello arcigno di Tremonti, irrangiungibile, chiuso nel suo treno blindato di tagli orizzontali. Quello di Sacconi, inabile a fare il proprio mestiere e capace ormai solo di trascinare una ideologica campagna per la divisione sindacale. E infine quello pallido dei ministri, interlocutori privi di ogni potere, ridotti a elemosinare, personaggi impossibilitati a tener fede a qualsiasi impegno assunto nei propri ambiti.
Questo è l’enorme problema di Bonanni e Angeletti, trafitti in effige a San Giovanni: hanno scommesso sulle velleità riformiste di un centrodestra che invece si squaglia. È il problema di Marcegaglia, che nel collasso berlusconiano ha rischiato di finire travolta personalmente. È il problema della Cgil, che conosce i rischi di far crescere una protesta senza poterle dare sbocco.
Di più, lo scioglimento del governo, la fuga di Berlusconi da promesse e responsabilità, ricade su ogni frammento del mondo produttivo: ne abbiamo raccontato i rimbalzi sugli artigiani, sui commercianti, seguiamo l’ansia delle partite Iva bastonate dalla crisi senza cuscinetti di protezione.
Il mondo del lavoro nel suo insieme al quale Bersani giustamente dice da tempo di volersi rivolgere è lì davanti a lui, unito nel disorientamento che può evolvere in rabbia, e già produce fortissima disaffezione.
Non c’è una soluzione miracolistica da offrire. Bersani ieri rivendicava l’indispensabilità del Pd per ogni soluzione. Giusto. Ma a Casini, a Vendola, a Fini va fatta pesare soprattutto questa terribile urgenza. Nell’agenda di una alternativa d’emergenza a Berlusconi non può più esserci solamente la riforma elettorale, come è previsto fin qui nella linea dei democratici (qualcosa del genere sta dicendo D’Alema, se ben capiamo).
Da piazza San Giovanni a Roma a piazza Duomo a Milano, gli italiani d’ogni colore almeno capirebbero (e forse sosterrebbero) una proposta alta, solenne, che si impegnasse a restituire un governo degno di questo nome a un paese che ne ha un disperato bisogno. Tirarsi fuori, o sabotare, sarebbe veramente difficile per chiunque.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/10/2010 alle 23:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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