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Politica
4 gennaio 2012
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Carbone, dolcetti... e Bersani
Pensierini sparsi prima della Befana, utili anche a decidere chi nella calza merita di trovare carbone, e chi i dolcetti.
La trattativa sulle nuove regole del mercato del lavoro sarà difficile, ma procederà. Tutti i soggetti coinvolti sono in definitiva dei pragmatici e non è stato casuale ieri il riferimento fatto da Napolitano (di nuovo lui) all’accordo del 28 giugno 2011: quell’intesa unitaria, duramente contestata dalla Fiom, fu il primo passo di Susanna Camusso al vertice della Cgil. La difesa dell’unità sindacale riconquistata allora è preziosa e non è convenienza di Monti rimetterla in discussione. Ieri è bastato un tweet partito dalla Cgil per gettare l’allarme a proposito degli incontri separati che Fornero intende avere in prima battuta con le confederazioni. In realtà, come ha detto Bersani, è importante che unitario sia l’approdo, e questo accadrà solo se tutti avranno fiducia in se stessi più che nel marcamento reciproco.
A proposito di Napolitano, belle le foto mentre a Napoli fa la fila al botteghino del cinema. Photo opportunity organizzata, certo. Un filo di retorica, può darsi. Ma sono cose che quando le fanno i politici scandinavi suscitano ammirazione e invidia. Dunque.
Al presidente dell’Istat, Giovannini, era stato chiesto di chiarire il mistero del confronto fra gli stipendi dei parlamentari italiani e quelli dei loro colleghi europei. Con notevole ritardo la sua commissione ha presentato un rapporto che, se possibile, ha peggiorato la situazione e ha aumentato la confusione. Sicché ora forse non sappiamo se gli onorevoli italiani guadagnano troppo, però sospettiamo che guadagni troppo (anche in confronto ai suoi colleghi europei) il presidente Giovannini: 25 mila euro lordi al mese.
La dichiarazione fatta anni fa da Alemanno (a Roma non c’è crimine organizzato, ma i giovani sono malamente ispirati da Romanzo criminale) gli è già costata tanto, da quando Roma è diventata davvero il set di una guerra di mala. Ora che abbiamo anche l’ex terrorista nero gambizzato, la sceneggiatura è completa. Manca solo la parte per il sindaco ex picchiatore che voleva diventare sceriffo e non riesce a fare neanche il pompiere.
Bersani che alza la voce contro Grillo, intimandogli di stare attento a come usa le parole su Equitalia, visto che girano le pallottole: l’ottimo augurio per un 2012 di riscossa della buona politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 4/1/2012 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 ottobre 2011
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Come diceva anche D'Alema nel 2008...
A chi nel Pd offriva letture negative del voto in Molise, Massimo D’Alema ha risposto in maniera secca: dicano quello che vogliono, io presiedo una Fondazione e faccio analisi. Intendeva dire che la sua valutazione positiva era fondata su dati oggettivi, non sulle opportunità dello scontro politico interno.
D’Alema ha ragione: presiede Italianieuropei, che è un luogo dove si svolgono studi seri. Talmente seri, che è proprio da una di queste analisi di Italianieuropei – una delle più ampie, articolate e approfondite svolte in tempi recenti – che muove da qualche anno l’intero impegno di Europa per tenere ancorato il Pd al progetto e alle ambizioni originarie, contro i pericoli di riflusso, di ripiegamento, e in sostanza di rassegnazione alla ineluttabilità delle attuali percentuali elettorali.
Era il 14 maggio 2008 e Berlusconi aveva da poco vinto le elezioni. Il gruppo dirigente del Pd venne chiamato da D’Alema in piazza Farnese per ascoltare dai più validi analisti alcune ragioni profonde del voto: non solo i flussi, ma la qualità e le motivazioni del comportamento elettorale degli italiani che, sventurati, si erano appena rimessi nelle mani sbagliate.
Essendo stato gentilmente ospitato, ricordo bene quella sessione, perché mi rimase impressa la fotografia dell’Italia allora scattata da Natale, Calise, Bonomi e altri.
Mi sono chiesto spesso in questi anni che uso abbiano fatto di quelle informazioni i capi del Pd presenti (c’erano tutti, Veltroni armeggiava con le suonerie di un iPhone allora novità assoluta).
Affido la sintesi di quelle analisi allo stesso D’Alema, a un suo commento ad alta voce durante l’incontro: «Non siamo solo noi a essere sganciati dal paese, anche i nostri elettori lo sono».
Era una conclusione perfetta. Gli analisti avevano appena spiegato che la continua deriva a destra dell’elettorato italiano aveva lasciato al Pd (il Pd del 33 per cento!) una rappresentanza che rispetto alla media nazionale era: più anziana, meno presente nei settori più produttivi del paese, più scolarizzata ma meno dinamica nel mondo del lavoro, meno ottimista sui destini propri e del paese.
Gli elettori democratici avevano in comune con i compatrioti berlusconiani almeno una cosa (in realtà, una tra molte altre attinenti ai costumi e agli stili di vita): l’essere pienamente post-ideologici, scarsamente fedeli alle appartenenze partitiche e sindacali, pragmatici ma anche molto sensibili al carisma personale del leader.
La lettura che nel dopo-Veltroni è stata data di queste analisi mira in sostanza al consolidamento di questa situazione, cercando di migliorare su tre assi: recuperare il radicamento perduto nel mondo del lavoro attivo; insidiare la Lega tra i ceti popolari del Nord; offrire, invece che il carisma della leadership, la solidità di un partito tornato a funzionare comme il faut.
Non so se stia funzionando, anche come semplice operazione di consolidamento. Ho paura di no, a parte forse l’operazione sulla Lega e contro la Lega.
I veri luoghi del lavoro continuano a essere frammentati, spesso invisibili, sostanzialmente irraggiungibili in barba a qualche riaffiorante nostalgia fordista, e il Pd rimane nonostante gli sforzi soprattutto un partito dei garantiti e degli inclusi.
In sostanza la base di consenso del Pd rimane invariata (che vuol dire: destinata alla contrazione per ragioni demografiche), ma nel frattempo si sta vistosamente spostando (io direi, guastando) il suo sistema di valori.
Anni di frustrazioni politiche non sono trascorsi invano e ora si sommano al senso di rabbia e di impotenza di fronte a un sistema incapace di autoriformarsi e autorigenerarsi, e all’insicurezza per il proprio status economico personale.
Il risultato – qui si chiude il cerchio con sondaggi e analisi del mercato politico – è quell’enorme maggioranza di italiani, tantissimi elettori del Pd, che secondo Nando Pagnoncelli sono convinti che il centro della crisi italiana siano i privilegi della casta, e che intaccare questi privilegi possa essere una leva positiva per uscire dalla recessione.
Si tratta di una evidente regressione di cultura politica, affine e parente del giustizialismo. E di un grande pericolo per il Pd, che del sistema è considerato in fin dei conti parte (anche perché, qui e lì, lo è davvero): diciamo che questi anni si stanno rivelando i meno indicati, per proporre il modello di partito di massa organizzato come valida alternativa al partito carismatico, a sua volta in obiettiva crisi.
Quel che è successo a Marco Pannella al corteo di sabato scorso, non sarebbe forse successo a qualunque altro volto conosciuto si fosse presentato in piazza come ha fatto lui? È per la sua diversità, che gli hanno sputato addosso, o perché «sono tutti eguali» e solo un bel servizio d’ordine avrebbe evitato qualcosa di simile a Bersani, a Veltroni, a D’Alema, ma perfino a Grillo e a Vendola?
Quel famoso seminario del 2008 lasciò a Veltroni e ad altri l’idea che si dovesse insistere a spezzare la gabbia del consenso tradizionale “di sinistra”; a D’Alema e a un altro pezzo del Pd diede invece la conferma che la via per la rivincita su Berlusconi fossero le alleanze politiche con partiti più capaci di rappresentare i ceti più moderni, per non parlare del feticcio dell’elettorato cosiddetto “cattolico”, il tutto sotto l’ombrello del sistema elettorale tedesco.
Il paradosso di oggi è che, con questo avvelenamento del clima sociale e questo impoverimento dei valori, entrambe le strade potrebbero risultare precluse.
Quel 43 per cento e oltre di elettori che non si dichiarano nei sondaggi, in gran parte delusi dal centrodestra ma non solo, non trovano attraente il Pd e neanche il Pd in combinazione con Casini o con Vendola. Pagnoncelli premette sempre, quando mostra a Ballarò i suoi dati sul centrosinistra vincente, che va posta questa enorme riserva sulle sue previsioni: e in effetti, se il 27 per cento tuttora attribuito al Pdl appare incredibile e “virtuale”, perché invece dovremmo pensare che la stessa cifra attribuita al Pd sia realistica e a portata di mano?
Ecco perché c’è fastidio e allarme nella dirigenza democratica verso ciò che si muove fuori dall’attuale arco dei partiti, o verso ciò che si agita nei partiti fuori dai binari precostituiti: è la consapevolezza di non sapere o di non poter rispondere a una domanda di novità totalmente post-ideologica che era latente già nel 2008, e che l’inutile legislatura berlusconiana ha solo procrastinato, drammatizzandola e riempiendola per di più di quei contenuti anticasta così ingannevoli eppure così sentiti a livello popolare.
La possibilità di recuperare rispetto a questa situazione, non tranquillizzante, è data dalla stessa velocità dei mutamenti politici: noi stessi, solo sei mesi fa, nel pieno della primavera italiana, non avremmo scritto parole così pessimiste.
Occorre riavviare il circuito positivo “milanese”. Fidarsi delle persone, anche delle più distanti, anche dei non-elettori. Dare loro spazi, occasioni: primarie, referendum, che alla fine non sono mai andati male. Non ostacolare ma premiare chi spicca nel Pd per qualità e caratteristiche che sono apprezzate nella politica contemporanea, e anzi trovare altre figure del genere, anche fuori dal partito.
Non incistarsi sulla coppia destra-sinistra, che non spiega più tutto da tanto tempo: davvero siamo sicuri su chi sia più “di sinistra”, nel senso di uomo progressista e di mentalità aperta, fra Mario Draghi e Maurizio Landini?
È una politica di movimento, quella che chiediamo, anche un po’ noiosamente.
Sarebbe stato meglio che, avendo capito come andavano le cose e quali erano i limiti strutturali del centrosinistra riformista, si fosse partiti fin dal primo giorno dopo quel seminario di Italianieuropei del 2008: è andata diversamente, altre scelte sono state fatte, e c’è anche da dire che tante profezie di sventura e di decesso prematuro sono state smentite.
Quindi c’è tempo, c’è ancora tempo, per «riagganciare» davvero questo partito al suo paese. 
permalink | inviato da stefano menichini il 20/10/2011 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
2 giugno 2010
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L'ultimo inganno della Casta
Perfetta, la parata del 2 giugno, come simbolo dell’Italia del 2010. In un clima festoso hanno sfilato circa in seimila, in rappresentanza di tutti i dipendenti delle Forze armate: gente la cui carriera verrà «riordinata» (tipico eufemismo burocratico) garantendo 421 milioni di euro di risparmi nel solo 2011.
I militari hanno reso il saluto a un palco di autorità le quali anch’esse sostengono di voler condividere i sacrifici. Ai quali tutta intera la politica contribuirà, nello medesimo 2011, per 11 milioni e 700 mila euro.
Dunque, 421 milioni di tagli per i militari che sfilavano, 11 milioni per la politica che li applaudiva. E zero tagli per l’uomo che ieri mattina appariva il più felice di tutti, cioè l’intoccato e intoccabile presidente del consiglio.
Raccomandiamo la semplice visione della tabella a fianco a tutti coloro che pensano e scrivono che questa è una manovra «contro la casta». Una scemenza che potete leggere sul Giornale, con qualche dubbio in più su Libero, e che vi verrà riproposta nel prossimo fine settimana se incrocerete i gazebo dei circoli della Brambilla. A lei, oltre che a Minzolini, Berlusconi ha ordinato di diffondere il messaggio: il governo colpisce i privilegiati.
Un millesimo: questa è l’incidenza dei risparmi sui costi della politica rispetto al complesso della manovra. Possiamo azzardare due millesimi, nel caso che camera e senato decidano di limare gli stipendi di commessi e parlamentari. Questo è tutto.
Perché «l’attacco alla casta» di cui si ciancia possa assumere un’entità statisticamente apprezzabile, andrebbero contabilizzati come sprechi della politica almeno tutti i costi di funzionamento dei ministeri. E anche così, questi tagli sarebbero comunque molto inferiori ai sacrifici (4 miliardi e mezzo di euro nel 2012) imposti ai dipendenti pubblici a reddito fisso che sono il vero bersaglio, in carne e ossa, della campagna di odio scatenata dalla Lega e autorizzata da Tremonti.
Almeno finché Berlusconi non si ricorderà (e il Pd dovrebbe tenerlo ben presente) che fra quei travet c’è comunque un terzo del suo elettorato.


permalink | inviato da stefano menichini il 2/6/2010 alle 23:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 aprile 2010
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Pd, sulle riforme vai all'attacco, non in difesa
Una notizia cattiva e una buona. La notizia cattiva: prima di assumere una posizione precisa sulle riforme istituzionali, Bersani farà un giro di consultazioni fra le sigle del centrosinistra. Non pare una gran trovata, francamente.
Su temi come il presidenzialismo, il federalismo e la legge elettorale già risulta abbastanza difficile mettere d’accordo tutti nel Pd, per andarsi a cercare altre complicazioni. Il risultato più prevedibile di un simile tour, a fronte di una forte campagna propagandistica della destra, rischia di essere una posizione debole, troppo articolata, piena di ma, di se e di però.
È ovvio che nel centrosinistra sarà meglio mettersi d’accordo, ma visto che mancano tre anni alle elezioni c’è il tempo per dare intanto al Pd una fisionomia sua, sicché una volta tanto debbano farci i conti gli altri.
La notizia buona, se vera, è che nel Pd qualcuno sta pensando di inserire nel pacchetto delle riforme misure dure sui costi della politica, a cominciare dagli stipendi dei parlamentari. È assurdo che gli eredi di Zaccagnini e Berlinguer debbano farsi soverchiare dagli untorelli di Grillo sulla linea dell’austerità del vivere e dell’agire politico.
Il Labour è da ieri in campagna elettorale per una rincorsa drammatica ma possibile al suo quarto mandato di governo. Avendo Westminster alle spalle scandali politici paragonabili a quelli italiani, nessuna sorpresa che la sinistra inglese punti su riforme radicali del sistema politico: referendum elettorale (con l’obiettivo di introdurre una specie di Mattarellum, ironia della storia), obbligo di elezione per i Lords, taglio ai salari degli alti funzionari pubblici da distribuire fra i loro dipendenti peggio pagati (altro che Brunetta).
Il Pd dovrebbe mettere in chiaro che non vuole riformare la politica (abbatterne costi e inefficienze, dare poteri veri a un governo forte e a un parlamento snello e autorevole) perché glielo chiedono Maroni e Capezzone o per inserire un cuneo fra Bossi e Fini, ma perché lo esigono gli italiani e perché il Pd ha idee migliori di quelle altrui.
E per favore si trovi una definizione efficace e non nominale per questa campagna: bozza Violante, con tutto il rispetto per Violante, fa venire il latte alle ginocchia. 

permalink | inviato da stefano menichini il 7/4/2010 alle 8:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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